Latest Posts

«La lezione delle "nonne"», di Giovanna Zincone

Il movimento delle donne riprende finalmente fiato: le manifestazioni di febbraio e le assise di Siena di questi giorni lo testimoniano. Auguriamoci però che funzioni meglio del suo antenato prossimo. Il femminismo degli Anni Settanta è stato come l’algebra: erano poche quelle che sapevano insegnarlo, non abbastanza quelle che avevano voglia di impararlo.

Una quota troppo significativa delle femministe di allora era assorbita dall’autocoscienza in piccoli gruppi, talora persino impantanata in astruse teorie che si sforzavano di dimostrare l’insuperabile differenza tra i sessi allo scopo di promuovere la separazione culturale e politica dal mondo maschile. Ma questo femminismo troppo introverso e isolazionista ha avuto il grande pregio di rivendicare autonomia e dignità. E, nell’insieme, nonostante questi limiti, il femminismo delle nonne – come hanno ricordato ieri Mariella Gramaglia su «La Stampa» e Benedetta Tobagi su «Repubblica» – ha ottenuto molto. Ma i successi pratici si devono soprattutto ad un’altra componente, quella pragmatica: alle reprobe che hanno dirazzato portando istanze femministe nei partiti e negli organismi rappresentativi, magari alleandosi con maschi non necessariamente radicali, ma fautori della parità di genere. Ad esempio, la riforma del diritto di famiglia, che ha decisamente riequilibrato i rapporti tra i coniugi, è stata frutto anche dell’impegno e della collaborazione di un pregevole studioso e politico moderato come Paolo Ungari.

A partire dagli Anni Settanta la componente pragmatica è andata avanti ottenendo molto sotto il profilo dei diritti: basti ricordare l’ingresso in carriere tipicamente maschili come le Forze Armate o l’introduzione di nuovi strumenti contro la violenza sessuale e contro le molestie reiterate. Tuttavia molto resta da fare su quello stesso piano dei diritti e ancor più sul piano della dignità culturale dove più forte era stato l’impegno dell’altro femminismo, quello isolazionista. Anche in tempi recenti comportamenti inaccettabili, azioni inopportune o compiacenti reazioni segnalano l’insufficienza dell’impatto del femminismo pragmatico sul piano culturale, in particolare in alcuni Paesi europei.

La diagnosi si applica pure a partiti progressisti che hanno preteso di interpretare il ruolo di super-paladini della parità di genere. In Francia Dominique Strauss-Kahn, candidato in pectore del Partito socialista alla Presidenza della Repubblica, sarà forse assolto dalle infamanti accuse di stupro, ma difficilmente potrà togliersi di dosso la fama di molestatore. A quanto pare, però, nei circoli influenti queste scomposte pulsioni erano note ed evidentemente tollerate. Non costituivano un impedimento alla candidatura di Dsk a cariche pubbliche di massimo livello. Infatti, appena il castello accusatorio per il reato di stupro ha cominciato a scricchiolare a New York, dalla Francia sono arrivate immediate offerte di rimandare i termini di iscrizione alle primarie che sceglieranno il candidato socialista alle prossime elezioni presidenziali.

Questa subitanea esuberanza di fair play non ha coinvolto solo il concorrente maschio Hollande, ma anche le due donne: Martine Aubry e Ségolène Royal. I limiti del femminismo pragmatico si rivelano, insomma, quando si tratta di anteporre la dignità femminile alla logica di partito. Insomma il femminismo pragmatico si è occupato più della parità di diritti, sulla quale era più facile trovare alleanze, che di pari dignità. Anzi, sotto il manto pragmatico delle pari opportunità, qualche donna ha ottenuto qualcosa e ceduto molto sul piano del rispetto personale. La pari dignità è un obiettivo sul quale si incontrano non solo resistenze maschili, ma anche compiacenti disattenzioni femminili.

Conferma questa tesi la strategia pubblicitaria adottata in tempi recenti da un giornale progressista, «L’Unità», all’epoca dei fatti diretto da una donna. Questi casi, che hanno molto infastidito il nuovo movimento femminista di «Se non ora quando?», toccano un aspetto assai meno pesante rispetto alle molestie sessuali in Francia, e però fastidioso: l’uso consumistico dell’immagine femminile. Ottobre 2008: «L’Unità» in nuova veste grafica è infilato in una tasca strategicamente piazzata sul didietro di una minigonna, e allegoricamente si presenta come «nuova, libera, mini».

La direttrice sotto attacco risponde che anche Gramsci, il fondatore del giornale, avrebbe approvato, «perché il corpo di una donna questa volta viene usato per pubblicizzare un prodotto intellettuale. Mi sembra pertinente. È molto peggio quando è utilizzato per accompagnare la pubblicità di un’auto o di un detersivo per i piatti». Mah? In questo caso si tratta di un’autocitazione di Oliviero Toscani, la vecchia pubblicità dei Jeans Jesus: micro calzoncini siglati con il dissacrante «Chi mi ama mi segua». Giugno 2011: torna la polemica con la pubblicità del festival dell’Unità di Roma, dove il felice slogan «Cambia il vento» fa alzare le gonne di una giovinetta. Qui la citazione è di Marilyn Monroe in «Quando la moglie è in vacanza». Messaggio progressista? Marilyn fu attrice del tutto deliziosa, ma i suoi unici ruoli politicamente memorabili restano quelli erotici con entrambi i fratelli Kennedy. La comunicazione contemporanea ama farcirsi di allusioni sexy e citazioni del passato. Ma che almeno ci sia risparmiata nella politica.

«Se non ora quando?» è un movimento pragmatico, ma trova la sua spinta iniziale proprio nella rivendicazione di pari dignità. Ma temo che per ottenere risultati in quel campo non bastino movimenti, e serva una massa critica di donne comuni capaci di farsi rispettare. Bisogna però augurarsi che il nuovo movimento riesca a suscitare una diffusa radicale richiesta di rispetto. A partire da Siena «Se non ora quando?» appare anche impegnato a far progredire il lavoro del femminismo pragmatico: trovare obiettivi comuni, individuare priorità. Se torniamo al confronto con la Francia ci accorgiamo che, se sul piano della pari dignità non sono molto avanti a noi, lo sono certo su quello delle pari opportunità. Faccio l’esempio più lampante: la maternità.

Obiettivo prioritario per il femminismo pragmatico italiano è la conciliazione tra famiglia e lavoro. La Francia (non ai primissimi posti in Europa) spende comunque più del doppio dell’Italia per i nidi. Il 78% delle mamme francesi con 2 figli lavora, mentre delle italiane nella stessa condizione lavora solo il 54,1%. Lo squilibrio di genere nei tassi di attività nel nostro Paese (73,4% maschi, 51,7% donne) è decisamente più ampio che oltralpe (74,8% e 61,6%), e rappresenta un grosso vincolo per le nostre potenzialità di crescita economica. Al nuovo movimento italiano resta un sacco di lavoro da fare. Gli auguro di riuscire a farlo dosando con accuratezza il meglio dei due femminismi delle nonne: l’attenzione alla dignità di quello radicale, la capacità di raggiungere risultati di quello pragmatico.

da www.lastampa.it

******

“Se non ora, quando?” A Siena riecco le donne

Torna in piazza il movimento delle “indignate” dal caso Ruby
“Ma nessun cappello dei partiti” La Bindi: il Pd si farà attraversare

e streghe sono tornate, portandosi per mano figlie e nipoti, rendendo loro protagoniste di una nuova stagione sociale. Guardano con diffidenza alla politica, così come va in scena ora in Italia, non vogliono il cappello dei partiti. Chiedono, anzi no, pretendono di essere ascoltate. È questo l’idenkit del nuovo movimento femminile e femminista che è nato oggi a Siena : oltre 2000 donne, in rappresentanza di associazioni e comitati, accorse da tutta Italia per riproporre l’interrogativo ’Se non ora quandò che il 13 febbraio scorso portò 1 milione di persone in piazza.

«Qui a Siena si tiene l’incontro nazionale fondativo del movimento delle donne – annuncia Cristina Comencini, dall’inizio, insieme alla sorella Francesca, una delle più convinte supporter -. La nostra agenda, che qui si sta cominciando a scrivere, sarà all’attenzione della politica italiana. Non potranno fare finta di niente. Vogliamo che le donne siano al centro della politica. Questo è un movimento che ha fatto un patto generazionale: facciamo politica, ci rivolgiamo alla politica allargando gli orizzonti, parlando di cultura». Non è solo antiberlusconismo, è l’apertura di un
fronte ampio di contestazione trasversale del modo di fare politica, di pensare alle donne, di escluderle. L’indignazione per il “caso Ruby” ha fatto solo da detonatore, il disagio, dicono tutte, covava sotto la cenere da tempo. «Il tema della dignità offesa delle donne non era un problema di decoro morale – spiega la regista Francesca Comencini – ma era contro la creazione di un velo che non consentiva alle donne di essere considerate cittadine del loro paese». È Carla, da Napoli, che tra gli applausi dà una sola voce a tutte le donne. «Noi facciamo un appello ai politici – dice – basta con questo maschilismo. State al nostro fianco, camminate con noi, non pretendete di stare sopra di noi».

Che i partiti non godano di buona salute nell’immaginario del movimento lo sperimenta la presidente del Pd Rosy Bindi che pure è una convinta sostenitrice, e lo sottolinea, del «vento nuovò portato dalle donne nel nostro Paese». Ma quando annuncia che chiederà al suo partito di farsi «attraversare» dalle istanze del movimento dalla platea parte qualche fischio. E lei subito puntualizza. «Se mi fischiate non avete capito, non c’è alcuna intenzione di appropriarsi di questo movimento perchè non è nostro». Qualche fischio parte anche all’indirizzo di Flavia Perina ma la contestazione è zittita da altre donne: «Lei, l’ha lasciato Berlusconi…», riconosce qualcuno ricordando la nascita di Fli.

Movimento trasversale, intergenerazionale, e con un’agenda ricchissima di argomenti, dall’economia, allo stato sociale, al lavoro e al precariato, dalle diseguaglianze retributive fino
all’antico tema caro alle femministe storiche, la riappropriazione del corpo, la consapevolezza di sè. La segretaria della Cgil Susanna Camusso è molto applaudita, parla della manovra del Governo e dice «è contro le donne, va cambiata immediatamente». Intervengono anche Giulia Buongiorno e Livia Turco. Ma le vere protagoniste sono le donne comuni che salgono sul palco, molte per la prima volta in vita loro. Gli interventi vanno avanti per ore in una piazza di Sant’Agostino arroventata dal sole. Palco e platea sono abbellite da palloncini rosa, in fondo un drappo rosso lancia un invito: «Costruiamo lo sciopero delle donnè. Bel problema se ci riusciranno…In serata flash mob in piazza del Campo, con tante bollicine di sapone soffiate in aria all’urlo «Se non ora quando?» Adesso, per concludere la prima giornata. Domani, si parlerà di organizzazione «per far volare il movimento ancora più in alto».

da www.lastampa.it

"E il Pd resta maggioritario", di Stefano Menichini

Molta gente tira un sospiro di sollievo, ora che Stefano Passigli ha annunciato la sospensione della raccolta delle firme (peraltro mai partita) per un referendum che avrebbe riportato in vita il sistema proporzionale.
Ha perfettamente ragione Rosy Bindi: «È una buona notizia». Perché adesso, sgombrato il campo da tentazioni che avrebbero riportato il sistema politico indietro di anni, il Pd può serenamente lavorare ad una sua proposta da porre rapidamente all’ordine del giorno del senato. Tira un sospiro di sollievo Bersani, che per questo esito aveva lavorato, seppure – secondo noi – palesando un ritardo che non ha impedito l’accendersi delle polemiche interne.
Sollievo anche qui a Europa, che aveva auspicato questo finale. Ma soprattutto sono comprensibilmente soddisfatti tutti quelli che stanno lavorando per un referendum che riporti in vita il Mattarellum, i vari Castagnetti, Parisi, Veltroni e gli altri che sul punto fondamentale della difesa del bipolarismo e del diritto degli elettori a scegliere chi li governa non mollano. Il deterrente ha funzionato.
È andata come a Risiko: i proporzionalisti hanno attaccato ma avevano troppi pochi carri armati. I fautori del maggioritario decideranno come proseguire la battaglia, ora che il nemico è in rotta. L’arma referendaria resta lì sul tavolo, sta al parlamento disinnescarla, se ne sarà capace lo si vedrà presto.
Passigli getta la spugna perché ha via via perso i supporter che lo avrebbero dovuto sostenere.
Nel Pd alla fine non si trovava più uno disposto ad appoggiarlo.
Vendola prendeva le distanze (Bertinotti non ha fatto in tempo a capirlo). Last but not least la Cgil, resasi conto negli ultimi giorni che l’iniziativa passigliana ben poco aveva a che fare con la straordinaria onda referendaria di questa primavera e molto invece con il ritorno della vecchia stagione partitista dei professionisti della politica. È finita bene, come non poteva non finire.

dawww.europaquotidiano.it

Emergenza Carceri a Modena, le proposte del Pd

Diminuire il sovraffollamento, incrementare il personale di sorveglianza, aumentare il ricorso alle misure alternative e favorire le attività esterne

Diminuire il sovraffollamento, incrementare il personale di sorveglianza, aumentare il ricorso alle misure alternative, favorire l’attività esterna al carcere attraverso i lavori di pubblica utilità e la formazione professionale, garantire il diritto all’istruzione con il ripristino dei corsi scolastici. Queste, in sintesi, le proposte del Pd per rispondere alla gravissime condizioni di sovraffollamento e assicurare il rispetto dei diritti fondamentali delle persone durante la detenzione e favorirne il reinserimento nella società.

Le carceri dell’Emilia-Romagna sono al secondo posto in Italia (dopo quelle pugliesi) per il tasso di sovraffollamento : i detenuti in regione sono, infatti , 4.373 a fronte di una capienza regolamentare di 2.394, il che significa un indice di sovraffollamento pari al 182,5% (con il dato medio nazionale al 150,95%).

E’ quanto emerge dalla relazione annuale della giunta regionale sulle condizioni di vita negli Istituti penitenziari della regione Emilia-Romagna. La relazione evidenzia che a livello nazionale, il 36,7% della popolazione carceraria è rappresentata da stranieri mentre in Emilia-Romagna gli stranieri detenuti sono più della metà (52,4%).

Nella casa circondariale di Modena sono presenti 430 detenuti invece dei 221 previsti dalla capienza regolamentare, con un tasso di sovraffollamento prossimo al 190 per cento. La situazione del carcere rischia di diventare ancora più esplosiva, se si considera che la prevista apertura del nuovo padiglione, in corso di ultimazione, potrebbe provocare l’ulteriore arrivo di almeno 150 detenuti.

Al Sant’Anna la popolazione carceraria è formata in larga misura da detenuti in attesa di giudizio, nella Casa Lavoro di Castelfranco sono presenti detenuti e internati a Saliceta i reclusi sono solo internati. Presso la struttura di Saliceta, dopo la chiusura della tipografia non si svolgono più attività lavorative finalizzate al recupero e al reinserimento, mentre a Castelfranco Emilia i detenuti svolgono attività in agricoltura e nella lavanderia.

L’organico degli agenti di Polizia Penitenziaria delle tre strutture presenta una pesante carenza al Sant’Anna (60 unità in meno) rispetto alla popolazione che dovrebbe contenere il carcere (221); questa carenza diventa drammatica se rapportata al numero di detenuti effettivamente presenti.

Una forte carenza di organico si registra anche nella Casa di lavoro di Castelfranco dove sono presenti 40 agenti con una popolazione carceraria di circa 110 detenuti. Diversa è la situazione a Saliceta, dove non si segnalano particolari carenze; sono presenti infatti circa 40 agenti a fronte di una popolazione di circa 50 detenuti, anche se durante l’estate gli operatori in servizio diminuiscono sensibilmente. A questa pesantissima situazione va aggiunta la totale carenza di risorse per la manutenzione della struttura.

Le strutture di Castelfranco Emilia e di Saliceta, quest’ultima ormai fatiscente, rappresentano due delle quattro Case di lavoro presenti su tutto il territorio nazionale: ciò ha prodotto nel tempo una situazione che vede le due strutture rispondere essenzialmente ai bisogni di altri territori, dalla Campania, alla Lombardia etc.

“La Regione e gli Enti locali stanno facendo la loro parte mentre manca qualsiasi intervento del governo” dichiara il segretario provinciale del Pd Davide Baruffi. “A Modena vogliamo mantenere l’attenzione sul tema carceri e dei diritti di chi ci lavora e di chi è detenuto. Uno squilibrio eccessivo tra numero di detenuti e di operatori carcerari può determinare non solo problemi di vivibilità ma anche rischi per la sicurezza interna ed esterna: è interesse di tutti che il detenuto sia recuperato.

Proprio la situazione in cui il governo ha portato le carceri modenesi e nazionali – prosegue Baruffi – dimostra la falsità delle battaglie della Lega e del governo a tutela della sicurezza dei cittadini, che di fatto hanno prodotto l’inapplicabilità delle norme e il sovraffollamento delle carceri. Pertanto – conclude il segretario del Pd – chiediamo che il nuovo padiglione in costruzione al S.Anna sia destinato a redistribuire la popolazione carceraria presente e dotato degli organici necessari”.

Ufficio Stampa PD Modena

«Londra, le nuove allegre comari dei tabloid», di Massimiliano Panarari

Lo sciacallaggio dei giornalisti-spia e degli investigatori privati intenti a rovistare nei telefonini delle vittime di varie vicende tragiche dell’ultimo decennio, per conto delle pubblicazioni di Rupert Murdoch, è l’episodio finale (ma non necessariamente il capolinea) di una storia di lunga data. La Gran Bretagna, madrepatria di tante cose si è inventata anche lo strapotere del gossip, nella sua valenza economica di industria dall’enorme fatturato, come nella sua dimensione (ebbene sì…) politica.

Dal tardo Rinascimento delle shakespeariane allegre comari di Windsor al Medioevo del domenicale «News of the World», la «perfida Albione» rimane sempre la scena del misfatto, il luogo dal quale il voyeurismo morboso e il tifone della calunnia (altro che venticello…) soffiano irresistibili. Proprio perché quello che un tempo si chiamava pettegolezzo, sia pure con caratteristiche differenti, nel più antico Stato liberaldemocratico d’Occidente (e, in passato, suo maggiore Impero), è divenuto un formidabile combinato disposto di fonte di profitto e di instrumentum regni.

Gli ingredienti, difatti, c’erano tutti, belli pronti e disposti in ordine. La Gran Bretagna è la nazione del Vecchio continente con la struttura sociale più piramidale (quasi castale, si potrebbe dire), dove l’estrazione si riconosce dall’accento, e dove i consumi culturali (o sottoculturali) connotano indelebilmente la provenienza di ceto (o di classe, come un tempo). Già sul finire dell’Ottocento, Lord Alfred Charles William Harmsworth, visconte di Northcliffe, il «Napoleone della stampa», si inventò, con il «Daily Mail» e il «Daily Mirror», il giornalismo popolare (nei temi come nel prezzo, all’epoca mezzo penny), antesignano dei supermarket tabloid. E quando la working class si ritrovò orfana dei piccoli privilegi legati all’essere l’aristocrazia operaia del reame che possedeva colonie in ogni parte del globo, la riduzione della razione di panem che le spettava venne compensata aumentando esponenzialmente la quota di circenses. Del resto, per titillare i sogni e incitare a guardare dal buco della serratura una monarchia risultava ideale, dal momento che, come si sa, i destini regali appassionano moltissimo anche il pubblico delle meno fiabesche repubbliche. Con l’avvento al potere della signora Thatcher, e la correlata sterzata neoliberista, che riduce l’intervento assistenziale pubblico e non risulta certo tenera con le fasce popolari, si incrementa ulteriormente il bisogno di incentivarne gli svaghi e le distrazioni rispetto alla scena pubblica di un Paese che fa da apripista alla finanziarizzazione dell’economia e alla deindustrializzazione. Sempre meno classe lavoratrice, e sempre più agglomerato atomizzato di precari e disoccupati, la «gente» anglosassone trova nella lettura dei tabloid e nella tv trash un rifugio parziale, il quale fa anche da solidissimo ancoraggio al populismo della nazione laboratorio della postdemocrazia. E il pettegolezzo, vista pure la sua utilità a fini di creazione del consenso elettorale, nell’età postmoderna si fa così direttamente gossipcrazia. Gli spin doctors, esperti di quella che l’anglista Roberto Bertinetti chiama la «manipolazione democratica», finiscono quindi per fare a gara nell’accreditarsi presso Murdoch, il potentissimo tycoon globale della stampa gossipara. Il magnate di origini australiane, populista convinto anche per ragioni di avversione personale nei confronti delle élites dell’antica madrepatria colonialista (da lui considerate spocchiose ed esangui), si erge allora, grazie alla potenza di fuoco dei suoi media (a partire dal vendutissimo Sun), ad attore diretto della politica inglese, appoggiando prima Tony Blair e poi David Cameron, con gli esiti che sono poi stati sotto gli occhi di tutti.

Proprio in queste ore, il figlio James ha annunciato la chiusura del domenicale da 3 milioni di copie nell’occhio del ciclone, il cui ex direttore, arrestato ieri per questa squallida faccenda, Andrew Coulson, ha rivestito il ruolo, guarda un po’, di portavoce del premier conservatore in carica, a conferma delle sliding doors che intercorrono tra la comunicazione politica e il giornalismo dei basic instincts nella postdemocratica Gran Bretagna dei nostri giorni. Dove i lettori di tabloid, la cui fiducia è stata tradita, come scriveva su queste colonne Bill Emmott, coincidono con altrettanti elettori, di fronte ai cui comportamenti di voto la teoria politica liberale interessata alla qualità della democrazia contemporanea non può non porsi, con la giusta dose di preoccupazione, alcuni quesiti.

da www.lastampa.it

Lodo Mondadori, Fininvest pagherà 560 milioni

Fininvest dovrà pagare 560 milioni alla Cir di De Benedetti. Dopo il blitz fallito di inserire – di nascosto – una norma “ad aziendam” nella manovra, l’azienda di Berlusconi dovrà aprire il portafoglio.
I giudici della seconda corte d’appello di Milano hanno depositato la sentenza civile della causa che vede contrapposte Fininvest e Cir, la holding di Carlo De Benedetti. Oggetto: la vicenda del Lodo Mondadori. La sentenza è immediatamente esecutiva.

I giudici hanno condannato Fininvest a risarcire Cir per la vicenda del Lodo Mondadori per 540 milioni circa di euro alla data della sentenza di primo grado dell’ottobre 2009, più gli interessi e le spese decorsi da quel giorno. La cifra quindi arriverebbe intorno ai 560 milioni di euro. Gli esperti da giorni dicono comunque che l’esborso non porterà particolari sconquassi alla Fininvest.

I 560 milioni sono una cifra nettamente inferiore ai 750 disposti in primo grado dal giudice Raimondo Mesiano. A tanto ammontava la condanna emessa nell’autunno del 2009, nel primo round della battaglia di una guerrà legale lunga vent’anni.

Si tratta del risarcimento per i danni causati dalla corruzione giudiziaria che nel 1991 inquinò la fine del braccio di ferro tra Berlusconi e De Benedetti per il controllo della Mondadori.

I giudici della seconda Corte d’Appello civile di Milano avevano a suo tempo accolto la consulenza chiesta da Fininvest per determinare la congruita’ dei valori di cessione delle azioni nella compravendita della Mondadori. A tale richiesta si erano opposti gli avvocati di Cir.

da www.unita.it

******

Bindi: «Sentenza che va rispettata». Di Pietro: peggio di tangentopoli

Rosi Bindi, Pd: «Sentenza che va rispettata»
«È una sentenza che come tutte le sentenze esecutive deve essere rispettata. Ho visto che faranno ricorso in Cassazione. Auguri, intanto dovranno comportarsi come tutti i normali cittadini. E da questa sentenza abbiamo capito chiaramente che quella norma messa in Finanziaria non era per tutti gli italiani, ma era per un italiano, guarda caso sempre lo stesso». Per Bindi, è «l’ora che l’Italia sia liberata da questa maggioranza, da questo presidente del Consiglio, da questo Governo». «E se devo dire – ha aggiunto Bindi – è molto più grave quel tentativo di quella norma di quanto lo siano state le stesse norme ad personam nel settore penale perchè dimostra che si sta chiudendo un ventennio, quello che è iniziato con il decreto Craxi che salvava una rete televisiva di Berlusconi e che qualcuno ha tentato di rinovellare con questo tentativo di bloccare quella sentenza. È arrivato il tempo di chiudere questo ventennio, definitivamente, sul piano politico e sul piano economico e su quello civile, culturale e morale».

Di Pietro, Idv: «Peggio di tangentopoli»
«Siamo in un periodo peggiore dei tempi di Tangentopoli. All’epoca, con l’inchiesta Mani Pulite, scoprimmo un verminaio usato dalla politica per farsi gli affari propri. Oggi è peggio. Perchè addirittura si usano schermi formalmente legali per coprire le malefatte». Si tratta, quindi, di stabilire delle regole precise: «I rinviati a giudizio non possono assumere incarichi di governo nè locale, nè centrale e i condannati non devono essere nemmeno candidati».

da www.unita.it

******

Marina Berlusconi: aggressione contro mio padre

«Gia in queste ore i nostri legali cominceranno a studiare il ricorso in Cassazione». Lo afferma il presidente Fininvest Marina Berlusconi dopo la sentenza di appello sul Lodo Mondadori. «Anche di fronte ad un quadro così paradossale e inquietante, non ci lasciamo però intimorire», sottolinea, aggiungendo: «Siamo certi di essere assolutamente nel giusto». La sentenza, per la figlia del premier, «rappresenta l’ennesimo scandaloso episodio di una forsennata aggressione che viene portata avanti da anni contro mio padre, con tutti i mezzi e su tutti i fronti, compreso quello imprenditoriale ed economico». E con questo dà la linea. La destra la segue: Bondi parla addirittura di sentenza da “regime totalitario”.

«È una sentenza che sgomenta e lascia senza parole», commenta la presidente Fininvest. «La Fininvest, che ha sempre operato nella più assoluta correttezza – scrive in una nota – viene colpita in modo inaudito, strumentale e totalmente ingiusto. E il parzialissimo ridimensionamento della sanzione rispetto al giudizio di primo grado nulla naturalmente toglie alla incredibile gravità del verdetto. Neppure un euro è dovuto da parte nostra, siamo di fronte ad un esproprio che non trova alcun fondamento nella realtà dei fatti nè nelle regole del diritto. Ma questa è una sentenza che suona anche come un’amara sconfitta per la giustizia, per quanti continuano a credere che esista, che debba esistere, una giustizia imparziale e giusta. È indiscutibile che questo attacco abbia come principali protagonisti una parte della magistratura (e della magistratura milanese in particolare) e il gruppo editoriale che fa capo a Carlo De Benedetti. E adesso – prosegue la nota – con un verdetto che nega l’evidenza emesso dalla magistratura milanese, la Fininvest viene condannata a versare una somma spropositata proprio al gruppo De Benedetti. Una somma addirittura doppia rispetto al valore della nostra partecipazione in Mondadori».

da www.unita.it

«Donne di tutto il mondo unitevi. Le nuove vite del femminismo», di Benedetta Tobagi

Piazze, blog, manifesti, riviste, documentari. Dall’Italia, che si ritrova oggi e domani a Siena, alla Francia fino ai paesi arabi. È il nuovo mondo delle ragazze che, dopo le storiche lotte, si sta riaffacciando sulla scena. Con molte differenze e un tratto comune: la voglia di tornare ad essere visibili e di prendersi il futuro

BENVENUTI nel nuovo mondo. Delle donne. Oggi e domani quelle italiane si incontrano a Siena, ma tutti i giorni si ritrovano sul web, nelle piazze francesi o sulle riviste inglesi. The F world, dove F sta per femminismo, è il nome di un popolare sito web nato nel 2001 divenuto un saggio di successo, ed è il titolo del numero estivo che Granta, trimestrale cultural-letterario britannico tra i più influenti a livello globale, dedica a “esplorare i modi in cui, dalla Gran Bretagna al Ghana, il femminismo continua a influenzare, affrontare e complicare le cose” in un mondo inesorabilmente dominato dagli uomini.

In Francia, a quarant’anni dal Manifesto delle “salopes” (termine gergale la cui area semantica oscilla tra “puttana” e “stronza”), cioè le 343 donne, tra cui Catherine Deneuve e Simone de Beauvoir, che il 5 aprile 1971 uscirono allo scoperto dichiarando di aver abortito illegalmente, Libération ha pubblicato la versione aggiornata dalle loro “nipoti”.

Negli ultimi mesi si sono viste parecchio: dalle proteste “situazioniste” con barbe finte contro il sessismo imperante alle marce in abiti succinti, ripresa delle “slut walk” (marce delle “salopes”) nordamericane contro chi ancora sostiene che un abbigliamento sexy “provoca” gli stupratori. Oltremanica, “Million Women Rise” organizza affollate manifestazioni antiviolenza, mentre le italiane rispondono al rinnovarsi del richiamo talmudico “Se non ora quando”.
Questo sommovimento internazionale è solo un riflesso d’indignazione al proliferare degli scandali sessuali del potere e al problema endemico e trasversale delle violenze, oppure il femminismo sta davvero tornando ad essere un attore protagonista sulla scena globale?

La mobilitazione torna a coinvolgere le giovanissime, rileva il Guardian, ma s’interroga su come verrà canalizzato politicamente questo patrimonio d’entusiasmo e rinnovata consapevolezza. Un confronto tra i due manifesti francesi mette bene in luce potenziale e criticità del nuovo femminismo. Negli anni Settanta, la battaglia per l’aborto libero e gratuito fu un collante formidabile, insieme alle lotte per la parità salariale, il divorzio, le modifiche al diritto di famiglia.

Obiettivi chiari, perseguibili con battaglie mirate e referendum. Oggi, l’agenda richiede azioni politiche, sociali, culturali complesse e mediate. Sradicare il sessismo è un compito educativo transgenerazionale. Non basta un referendum per trasformare l’immagine della donna nei media. Tutelare il lavoro impone di operare nel quadro più ampio dei provvedimenti contro la crisi. Non si tratta più solo di donne: SNOQ ha scelto uno slogan come “rimettiamo al mondo l’Italia”, facendo storcere parecchi nasi femministi-ortodossi.

Sull’onda della nuova fioritura, si rinnova il dibattito su cosa il femminismo sia stato e debba essere. L’editorialista del Times Caitlin Moran in How to be a woman cestina la nozione di “sorellanza” (“quando hanno cominciato a confondere femminismo e buddismo?”) e sembra tornare a The subjection of woman di John Stuart Mill (1869): il femminismo è uguaglianza tra i sessi, con buona pace del pensiero della differenza. Tante donne preferiscono parlare di “movimento delle donne “, per marcare un’autonomia ideologica rispetto al passato e scansare i sarcasmi e le vecchie fratture interne, che tendono a riproporsi. Sulla nascita di una autentica koiné (neo)femmista grava il mancato superamento di antichi dilemmi. Senza una vera “comunità epistemica” (un insieme di concetti, spiegazioni, ideali e policies condiviso) argomenta l’accademica Sylvia Walby nel saggio The future of feminism, il femminismo non riuscirà a dare la spallata fatale al paradigma patriarcale. Ed è sulla sessualità che persistono le divisioni più profonde: per questo, afferma Walby, ben poco di rilevante è stato scritto dopo il Rapporto Hite, la dirompente inchiesta sulla sessualità femminile del 1976.

Non a caso, è sul moralismo che puntano i detrattori delle proteste rosa: le donne fatalmente si dividono sull’opportunità dei riferimenti alla prostituzione, sul rischio di fossilizzarsi nella condanna delle “olgettine”. Affibbiarsi l’etichetta di sluts o salopes e vestirsi come passeggiatrici è un’ironica rivendicazione di controllo del proprio corpo o l’ultima e più subdola forma di autodenigrazione? Hanno ragione le neofemministe che invocano una pornografia di donne per le donne? La Walby individua il fattore culturalmente più disgregante per il movimento nell’affermarsi di una “svolta neoliberista” anche nell’intimità. E’ davvero libera la donna che pratica sesso per ricavarne potere o vantaggi competitivi attraverso la manipolazione del piacere altrui, anziché cercando l’appagamento e l’incontro con l’Altro? La libertà sessuale non si riduce a un nuovo conformismo o, peggio, alla riedizione di una subalternità? Se lo chiedevano già le ragazze alla fine degli anni Settanta le cui voci e volti ci ha restituito Alina Marazzi nel documentario Vogliamo anche le rose: allora, se non la davi a tutti i “compagni” eri una frigida borghese. Oggi, rischi di passare per una frigida moralista, tra sguardi di sospetto e compassione.

La frammentazione nel pensiero femminista, d’altra parte, è specchio del vissuto delle donne: dunque non è un male, ma un sintomo di apertura e di vitalità. L’agenda politica è complessa come la nostra vita. Dentro e fuori, condizioni materiali e aspetti simbolici, personale e politico sono inestricabilmente mescolati. L’ordine simbolico si evolve con lentezza, oggi si incrociano aspettative sociali appartenenti a “ere geologiche” diverse. Le donne devono essere troppe cose insieme e Caitlin Moran legge nell’epidemia di nuovi disturbi alimentari come la “sindrome da abbuffata” un tragico compromesso: le donne sfogano fragilità e frustrazioni in una dipendenza che, diversamente da alcol e droghe, non compromette l’efficienza. Un’inchiesta britannica ha rivelato come l’insicurezza femminile sia parte del soffitto di cristallo che tiene le donne lontane dal top management. Jennifer Egan, vincitrice del Pulitzer 2011, ammette il surplus d’insicurezza che accompagna ogni scrittrice che sperimenti strade nuove.

L’archetipo materno della cura e del dono di sé e bisogni atavici di sicurezza e protezione mantengono profonde risonanze interiori nell’animo delle donne che hanno conquistato quella “stanza tutta per sé” vagheggiata da Virginia Woolf nel 1928. Spesso, abitarla significa ancora rinunciare a una nursery profondamente desiderata, o trovarsi in una camera matrimoniale vuota, e i tagli al welfare innescano ed esacerbano questi dilemmi interiori. Il nuovo femminismo conosce la fatica di muoversi tra le molte stanze, vuote o assediate, abbandonate o sovraffollate, attraverso cui ogni donna cerca di costruire il senso di sé e trovare il suo posto nel mondo, i rischi e il prezzo dell’agognata libertà. E cerca gli strumenti per attenuarli.

La riscoperta della sorellanza del “noi”, con buona pace di Moran, è il primo passo. Non è ancora emerso un canone di testi per la battaglia delle donne del XXI secolo. Interrogandosi su quale sia la nuova bibbia femminista Granta suggella questa situazione sospesa, confusa ma feconda, chiedendo a tre scrittrici di parlare dei libri che hanno condizionato il loro personale romanzo di formazione. Farà sempre bene leggere classici come Memorie di una ragazza per bene, La mistica della femminilità o Tre ghinee. Ma la nuova bibbia dobbiamo scrivercela da noi.

da www.repubblica.it

«Libere e senza potere. L’anomalia italiana», di Olivia Guaraldo *

Le istanze sollevate dalla manifestazione del 13 febbraio e, a seguire, l’incontro nazionale di Siena, non sono meramente «femminili» o «femministe» , non riguardano solo le donne, ma hanno l’ambizione di parlare alla nazione. Uno dei video più efficaci che nelle scorse settimane circolava su internet diceva, per bocca dell’attrice Claudia Pandolfi: «Stavolta senza le donne non si governa» . Quindi il messaggio non è rivolto solo alle donne, ma al paese intero, alla politica e ai suoi «custodi» , tradizionalmente e permanentemente maschi. I quali, non da oggi, faticano a prendere piena coscienza di cosa significhi esattamente una democrazia paritaria, una democrazia che non soffra, costitutivamente, di un deficit di rappresentatività così lampante come quello che affligge il nostro paese. Forse però c’è stata, nel nostro paese, anche una reticenza femminile nei confronti del potere, una sorta di timore o rifiuto a confrontarsi con quello che Max Weber chiamava l’ambito del diabolico, ovvero la sfera della decisione e della responsabilità. Le ragioni di questa reticenza sono molteplici: da una parte ha contribuito senza alcun dubbio l’egemonia della cultura cattolica, che ha sempre visto nella donna una figura della cura, della conciliazione, dell’amore e della modestia. Dall’altra però anche una certa cultura istituzionale di sinistra non ha fatto molto per far uscire le donne dall’ambito tradizionale, cooptando ministre e deputate per incarichi sempre a vocazione femminile. Il femminismo storico, indispensabile e prezioso strumento di una crescita sociale e culturale delle donne in questo paese, dal canto suo, ha svolto un ruolo critico e trasformativo, ma allo stesso ha visto con diffidenza la politica tradizionale. Ora siamo ad un punto di svolta, provvidenzialmente emerso a livello pubblico dopo i celeberrimi «scandali sessuali» . Il femminile che da quelle vicende è emerso rappresenti un insolito ibrido: donne «libere» — forse figlie inaspettate del femminismo — che però (apparentemente) scelgono per sé ruoli straordinariamente tradizionali, perché nulla c’è di più tradizionale della concubina, che ora però si chiama escort. Ma cosa c’è di tipicamente italiano in tutto questo? La persistenza di una cultura «machista» , spesso assecondata con benevolenza e condiscendenza, sia dagli uomini che dalle donne? La mancanza di una genuina aspirazione al potere da parte delle donne? La scarsa volontà della politica di aprire le porte alle donne? Tutti questi fattori sono presenti e decisivi, e a livello nazionale incidono maggiormente che in altri paesi, anche per una struttura sociale ancora per certi versi arcaica, poco disposta a negoziare i suoi presupposti, se non nelle forme di una resistenza localistica e identitaria alle trasformazioni globali. Che il potere sia, come diceva appunto Max Weber, la sfera del comando e del dominio, forse alle donne non va a genio ed è per questo che, in Italia, data la lunga tradizione femminista di critica consapevole e raffinata a quel tipo di modello, molte donne hanno rifiutato di confrontarsi con esso. Tuttavia — e questa è la sfida — fino a che le donne non entreranno nelle stanze della decisione, della responsabilità, delle «potenze diaboliche» , non sapremo se il potere possa anche dirsi altrimenti. Ed è per questo che la sfida posta oggi alla politica, alle istituzioni, al paese intero dal nuovo movimento delle donne non può che riassumersi nella frase «Adesso senza le donne non si governa» .

*filosofa

da il Corriere della Sera