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"Risorgimento civile" di Maria Luisa Busi

Ma parliamoci chiaro. Chi sta reggendo sulle spalle il nostro paese? Ma le avete viste le donne per strada? Le vedete le donne negli uffici, nelle banche, negli ospedali, nei supermercati, nelle case? La vedete o no la fatica delle donne, la vita da funambole, sempre in bilico, sempre incerte se ce la faranno a fare il passo successivo?
E poi ce la fanno, ce la fanno sempre Nonostante tutto. Nonostante la crisi economica morda persino i consumi alimentari, nonostante ci siano più precarie che precari, nonostante la più bassa occupazione femminile, nonostante siano più preparate e meno pagate, nonostante un welfare tra i peggiori d’Europa, nonostante un paese che si riempie la bocca della parola famiglia, mentre accetta che quasi un milione di donne lasci il lavoro perché costrette, alla nascita del primo figlio. Le donne fanno. Terza persona plurale del verbo fare. Il verbo che piace di più alla propaganda di questi tempi. Solo che le donne fanno davvero.
Arriverà cosi tanta gente oggi e domani a Siena che han dovuto spostare la location per la due giorni dello SNOQ, acronimo del movimento senonoraquando, quello delle donne che han portato un milione di persone nelle piazze italiane, il 13 febbraio scorso, tanto per capirci. Per chi se ne fosse dimenticato, l’inizio di un nuovo Risorgimento civile.
Diciamoci la verità. Pochi credevano che sarebbero andate avanti. Molte invece sì. Ne erano certe. Perché le donne fanno. E le donne sanno quando si può, quando si deve.
Hanno detto: si sa, le donne non sanno fare squadra….Si sa le donne sono nemiche delle donne, hanno sibilato. Ma cosa volete che dica un paese maschile e maschilista, ripiegato in se stesso, conservatore, rattrappito, asfittico, vecchio e un po’ triste, che per anni e da anni gira come un criceto su una ruota che un ditino muove, e a ogni giro c’è un attacco alla magistratura, e poi alla Costituzione, e poi a una qualche Istituzione dello Stato, e poi alla scuola pubblica, e poi ai precari. Un paese dove un Ministro della Repubblica si permette di definirli «l’Italia peggiore…» E guarda caso, se lo consente con una donna. E hai appena finito di inorridire per le feste eleganti a base di lap dance che spuntano le strutture Delta.Ma non riesci a prendere ossigeno che si ricomincia, un altro giro, e sempre la stessa ruota e il dito, sempre quello, che fa girare noi tutti criceti e facendoti girare infilano di striscio, come giocolieri maldestri, un’altra bella norma ad personam che quando li scoprono la ritirano, come bambini colti col dito nella marmellata. Scusate, si scherzava. E mentre cerchi di risollevarti e non sai più se dal pianto o dal riso, stiam pur certi che ripartono, e le loro televisioni dietro e quelle che controllano pure, nel paese con il più sfrontato conflitto di interessi del mondo occidentale, ripartono con l’attacco alla magistratura e alla Corte Costituzionale e ce ne sarà forse ancora un po’ di nuovo anche per il Capo dello Stato e poi per la scuola pubblica e poi per gli omosessuali e, ci mancherebbe, anche per le donne.
Comedopoquella domenica 13 febbraio, che si poteva farecome al solito e prolungare il pranzo domenicale e magari vedere le trasmissioni demenziali in televisione, quelle giovani donne in sottoveste a febbraio negli studi televisivi dove a febbraio fa freddo e loro lì a darsi sulla voce nell’arena di turno di conduttori piacioni che le invitano per fare tappezzeria, e loro lì perchè non c’e’ altra immagine che passi, altre storie che si impongano, mica si puo’ invitare un’attrice che recita Plauto in teatro! Lì, facendosi strumento di una subcultura che le vuole ospiti sottomesse e semimute, legambe attorcigliate come equilibriste a discutere di argomenti su cui cercano di mimare una qualche competenza. Mai vista una rettrice di Università alle quattro del pomeriggio. Eppure basterebbe fare tre telefonate. Perché sono solo tre, in tutta Italia. Si poteva dunque stare lì, davanti a quello specchio deformante che dai, sì, un po’ ci ha deformati, fin dai tempi in cui ci aspettava a casa silente e quando lo accendevi ti diceva gaio: corri a casa in tutta fretta c’è un biscione che ti aspetta. Ci ha trasformati un po’, e lo abbiamo lasciato fare, riuscendo talvolta a tirar fuori il peggio da noi : l’indifferenza per il bene comune, l’irresponsabilità, la pigrizia, la maleducazione, la mancanza di rispetto per le donne, quindi per tutti. Ci hanno provato con forza a cambiarci la testa, prima piano piano, poi con determinazione crescente, fino a fabbricare una macchina perfetta in ogni suo meccanismo: la macchina del populismo mediatico, la macchina del consenso. La notizia è che non ci sono riusciti. Molte e molti hanno posto distanze, letto libri, giornali liberi, sono andati al cinema, a teatro, si son collegati con internet al mondo reale, o semplicemente han parlato con gli altri, con quelli che come loro non ce la fanno, con chi non ha il posto all’asilo nido, o con chi ha la vita scritta a matita per un contratto ogni tre mesi, mal pagate, mal pagati, senza orizzonte, che non possono pagare l’affitto, figuriamoci fare un figlio.Ognuno si è difeso come ha potuto, in questi anni un po’ infelici, da quella macchina ancora attiva che vuole “inculcare”- quella sì- che l’immagine è tutto, tanto che quel che appare diventa reale, la finzione si sovrappone alla realtà e diventa il vero. E quel che più conta per costruire il consenso, di donne e uomini: farli diventare consumatori, un imperativo di questa nostra società liquida. Molti l’hanno oscurato, come si copre un defunto, con un sudario, quello specchio deformante e deformato, che trasmette una realtà che ha dell’osceno, nella nudità del re. L’hanno fatto con il velo dell’indignazione prima, della ribellione pacifica poi, persino con un’arma micidiale: la risata. E la voglia di partecipare è divenuta bisogno di diffondere l’antivirus: senso e civiltà, regole e diritto. Lo hanno fatto coi referendum, attraverso la rete, scavalcando la tv ostile o complice, che nicchia o non informa. E le figlie e i figli hanno così spiegato ai padri e alle madri, e loro ai nonni, ai conoscenti e agli amici qual era la posta in gioco: che siamo opinione pubblica, e nonun pubblico. Così la brezza è diventata vento. Così non ce l’han fatta.E il così fan tutti, il chissenefrega, non ci ha mangiato come un alien. Ma tutto è cominciato lì, non dimenticatelo. Tutto è cominciato dalle donne, quel 13 febbraio. Perché le donne fanno. E quando fanno non fanno solo per loro, fanno per tutti. E questo deve rimanere storia. Sono state le donne a dire basta a un’Italia chenon c’e’, che non è maggioranza. Sono state le donne a non voler più farsi dire non solo chi sono, ma chi siamo tutti, uomini e donne in questo paese, chi siamo, cosa dobbiamo provare, cosa ci deve emozionare, cosa dobbiamo ignorare. Sono state le donne a fare uscire tutti dalla solitudine che ci stava divorando, quella che ti prende quando ti accorgi che vivi la vita di un altro, che ti vogliono consumatore e non cittadino della tua stessa vita. Per questo quel 13 febbraio le donne sapevano già, con quel senso che sanno dare le donne alle cose, che da lì cambiava tutto. E tutte e tutti quelli che c’erano stritolati allegramente in Piazza del Popolo a Roma come in centinaia di piazze italiane, hanno risposto che non siamo né bambini né cavalli che hanno bisogno della caramella o dello zuccherino per digerire le notizie più pesanti, quelle della politica e della cronaca, come ha detto il direttore del più importante telegiornale della televisione pubblica, per giustificare notizie di primario interesse come quella della medusa cubo nei mari australiani, mentre se ne nascondono altre.
E davanti a quella moltitudine sembra vederlo lo stupore che diventa rabbia e balletto di cifre e denigrazione sloganistica: «le solite snob della sinistra, poche radical chic». Ma cosa vuoi che dicano, col paese che sfugge, che non crede più al pifferaio magico e al suo specchio deformante! Nessuno ci credeva alla vigilia che potessero arrivare a tanto, a quei numeri, a quella massa, a radunare un popolo, le donne, quando si muovono. Quando decidono di dire basta. Finirà lì, qualcuno ha detto, dopo quel 13 febbraio.
Tanto poi si dividono, si dissolvono, pluff, come bolle di sapone. Si sa, le donne non sanno far squadra. Come se quelle piazze che non bastavano a contenere tutte e tutti – struccate e allegre sessantenni, fichissime arrabbiate ventenni, tacchi alti, scarpe da ginnastica, piumini e cappotti, collane di perle e piercing sulla lingua, capelli rasta e taglio alla Carfagna, volti di rughe serene e labbra e zigomi gonfi come pane e passeggini con neonato e cani al guinzaglio e la suora sul palco e la sindacalista, la regista e l’insegnante, la precaria e la ricercatrice, la disoccupata e la professionista e madri e nonne e single e mariti con la panzetta e compagni e fidanzati e amici… come se quella ritrovata agorà non fosse che una cosa soltanto: L’Italia che chiede rispetto e uguaglianza. Se fosse la loro direbbero la migliore. Noi diciamo semplicemente quella vera. Perché le donne fanno. Oggi, domani. Sempre.

da L’Unità

«Parma in rivolta contro i corrotti ora sembra la Milano del ’ 92», di Dario Di Vico

Denunce e fiaccolate anticorruzione

È ovvio che il precedente che viene alla mente non può che essere Milano e la stagione di Mani Pulite iniziata nel ’ 92. A Parma, infatti, mutatis mutandis sta succedendo qualcosa del genere: la politica è in mora e si è creato un circuito di consenso diretto tra magistratura e opinione pubblica. Dal 24 giugno scorso, giorno in cui sono stati arrestati per tangenti negli appalti pubblici in un colpo solo ben 11 tra alti dirigenti del Comune, funzionari e imprenditori, è scoppiata una piccola rivolta anticorruzione. Il copione in fondo è semplice: i cittadini sono stanchi di piccole e grandi malversazioni e chiedono ai giudici di fare piazza pulita, di aiutarli a liberarsi di una casta fastidiosa e costosa. La sera stessa in cui in città si era sparsa la notizia del clamoroso blitz la ribellione si è espressa con un vero e proprio assedio al municipio, un centinaio di persone che scandivano a gran voce la richiesta di dimissioni del sindaco, Pietro Vignali, individuato come il responsabile del malcostume amministrativo. Vignali nella circostanza se la cavò uscendo da una porta secondaria ma l’avversione popolare lo sta inseguendo da allora. Nei giorni successivi, infatti, «l’estate dello scontento parmigiano» è continuata con un fenomeno che si può documentare con le parole usate ieri dal procuratore di Parma, Gerardo Laguardia. «Molti cittadini si stanno facendo avanti presentando denunce ai nostri uffici e segnalando molti episodi di corruzione e concussione» . Di conseguenza gli inquirenti parmigiani— è sempre Laguardia che parla— avranno «da lavorare per molto tempo» perché le denunce dal basso richiedono opportuni controlli, verifiche e indagini. Nel frattempo dal procuratore si è venuto a sapere che parecchi tra gli arrestati stanno collaborando con la giustizia e quindi il materiale a disposizione degli inquirenti non manca. Anzi, rischia di tracimare. In una condizione del genere la politica locale appare come sospesa nel vuoto, privata della sua legittimità sostanziale e ridotta a puro simulacro di micro decisioni amministrative. Vignali che fino a poco tempo fa era considerato l’enfant prodige di un centro-destra civico, e per questo destinato a luminosa carriera, non ci sta a innestare la retromarcia. Non ha intenzione di dimettersi perché capisce che una volta perso il pallino non lo ritroverà più ma il cortocircuito che si è creato tra magistratura e opinione pubblica forse va ben più in là dei pur importanti destini politici del primo cittadino. Era dal ’ 75 e dalle manifestazioni che in città ricordano come «le lenzuolate» che non si vedevano centinaia di persone in piazza a protestare per le scelte del Comune ed è evidente come la contestazione, che va al di là del perimetro dell’opposizione, investa almeno simbolicamente l’intera classe dirigente parmigiana. Sui difetti di Parma e la leggerezza di una borghesia cittadina che non ha saputo prendere in mano il suo destino l’aneddotica è ricca. Le barzellette arrivano a raccontare persino le differenze tra un cane parmigiano piuttosto tronfio e incline all’autocompiacimento e un cane piacentino più diffidente ma al tempo stesso più attento a non perdere l’osso che sta addentando. Quello che su un piano più concreto si può dire è che Parma non è mai stata un contado ma non è mai diventata una capitale. I reggiani sono concreti e morigerati, i concittadini di Vignali sono più attenti alle belle parole, ai vestiti eleganti e agli inchini. Un esempio su tutti: pensate che in città ci si sia battuti il petto perché una multinazionale del valore di Parmalat stava passando ai francesi senza che gli imprenditori italiani si fossero mossi per tempo (e spendendo così, tutto sommato, poco)? Tutt’altro mentre a Roma e Milano si parlava, purtroppo a vanvera, di cordate nazionali, a Parma le cose erano guardate con disincanto misto a cinismo. La città del resto non ha mai amato Enrico Bondi, il manager venuto da fuori, restio ai salamelecchi e più incline alla bonifica dei conti aziendali. Persino il film del regista Molaioli («Il gioiellino» ), dedicato a raccontare il crac Parmalat, in città lo si è visto per poche sere. E nei bar lo si è criticato a sangue. Un’altra città avrebbe fatto le barricate per un’azienda che volenti o nolenti porta nel mondo il suo nome, Parma no. Troppo ricca e cinica per nutrire passioni, dicono. E del resto basta partecipare a un dibattito nelle associazioni industriali per capire come lo spirito d’impresa e l’amore per il rischio abbiano traslocato. Le giovani generazioni non hanno voglia di soffrire, si sostiene, e i figli degli imprenditori meno che mai. Eppure da fare ce ne sarebbe tanto. Se non altro, almeno della sua meravigliosa food valley Parma potrebbe essere la degna capitale. I grandi marchi del cibo locale fortunatamente camminano per la loro strada nonostante la Grande Crisi. La Barilla guarda agli Stati Uniti e pensa addirittura di sbarcare in Cina con un progetto innovativo. Il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano e il mitico Prosciutto hanno realizzato nelle esportazioni del 2010 performance da capogiro. Ma potrebbero fare ancora e meglio. Del resto se non siamo capaci di esportare il cibo, la nostra «dolce vita» come recita uno slogan della Confindustria, tanto vale dimettersi dall’economia globale. Così messe da parte le belle ambizioni un pezzo significativo della società parmigiana sembra dedito ai traffici, agli affarismi, ai subappalti. Alla mediocrità di tangenti tutt’altro che milionarie ma diffuse, alla volgarità di pressioni coordinate e continuative sul capo dei vigili urbani per ottenere che i suoi sottoposti chiudessero prima un occhio e poi l’altro. E che si facessero strumento dell’ordinaria corruzione. «Il telefono dei vigili era rovente per le richieste» ha raccontato Laguardia. Ci avviamo ad avere a Parma una piccola Repubblica giudiziaria? Chissà. Di sicuro il blitz degli undici arresti una sua simbologia ce l’ha: i magistrati l’hanno fatto scattare poche ore dopo la conclusione della festa di San Giovanni (23 giugno), giorno che i parmigiani tradizionalmente consacrano al culto dell’abbondanza e non solo.

dal Corriere della Sera

«Il fuoco amico che brucia l´Italia», di Massimo Giannini

Non è la “sindrome ateniese”, che spiega questo venerdì nero dei mercati. È “l´effetto Milanese”: un´inchiesta che lambisce Tremonti, un premier che vuole spingerlo alle dimissioni, un governo folle dove impera il tutti contro tutti. Quello di ieri è stato un vero e proprio attacco all´Italia.
Un attacco speculativo, certo. Ma una volta tanto logico e giustificato. E per fortuna, alla fine, anche contenuto nei suoi possibili esiti. In un´Eurozona destabilizzata dal debito sovrano della Grecia e impaurita dallo spettro del «contagio», quale altro Paese può permettersi il lusso suicida di offrire al cinico giudizio dei mercati un simile spettacolo di delegittimazione istituzionale e di disgregazione politica? Il «caso Italia» non è mai apparso tanto grave, ai broker e ai trader di tutto il mondo, come in queste ore. Gli analisti finanziari attribuiscono il nuovo record storico nel differenziale tra i tassi di interesse dei nostri Btp e quelli dei bund tedeschi in minima parte alla «patrimoniale mascherata» contenuta nella manovra, e in massima parte alla «fortissima instabilità politica».
Gli operatori di Borsa attribuiscono il crollo dei titoli delle banche italiane non alla sotto-capitalizzazione del sistema, ma alla sovra-esposizione del rischio Paese. I nostri istituti di credito hanno bisogno di un ulteriore rafforzamento patrimoniale, come la Banca d´Italia ripete da tempo. Ma tra ottobre 2010 e aprile di quest´anno hanno già varato aumenti di capitale per 11 miliardi di euro. La situazione della liquidità è rimasta nel complesso equilibrata. La quota di titoli del debito sovrano dei «Pigs» è inferiore a quella degli istituti tedeschi o francesi. Sul piano dei cosiddetti «fondamentali», non c´è una ragione «tecnica» che possa spiegare il crollo dei titoli delle banche italiane. E dunque, se il crollo c´è stato, la ragione è di nuovo tutta «politica».
C´è un governo che non esiste più da mesi. C´è un presidente del Consiglio che, in un´intervista a «Repubblica», attacca e sconfessa pubblicamente il suo ministro del Tesoro. C´è un ministro del Tesoro che dà pubblicamente del «cretino» a un suo collega. Che viene accusato di abitare una casa non sua, con un affitto pagato dal suo ex braccio destro di cui una Procura chiede l´arresto immediato per corruzione. Che racconta ai magistrati di una «guerra per bande» dentro la Guardia di Finanza, una delle quali «riporta» direttamente al premier. Tutto questo succede nei giorni in cui viene presentata una manovra triennale da 40 miliardi di euro, contro la quale mugugnano i ministri rivali, erigono le barricate gli enti locali, si scatenano le camice verdi di Bossi.
La pioggia di vendite sui titoli di Stato e su quelli delle banche certifica l´insostenibilità del quadro. In Italia c´è un manipolo di irresponsabili che danza sotto il vulcano. E il vulcano sta già cominciando ad esplodere. Se ieri abbiamo assistito solo alle «prove generali di bancarotta», lo si deve solo al solido presidio delle uniche istituzioni che ancora reggono. Il presidente della Repubblica Napolitano, che è stato costretto a richiamare Palazzo Chigi al senso di responsabilità e che da giorni ribadisce in tutte le sedi e con tutti gli interlocutori «l´imperativo categorico» di mettere in sicurezza il bilancio dello Stato e di rispettare gli impegni sottoscritti con la Ue. Il governatore della Banca d´Italia Draghi, che con un comunicato del tutto irrituale è stato costretto a scendere in campo per dire (forse persino al di là delle sue convinzioni) che la manovra è «un passo importante per il consolidamento dei conti pubblici», e che le banche italiane sono solide e «supereranno gli stress test in sede europea».
Questo «bastione istituzionale», eretto tra Quirinale e Palazzo Koch, ha evitato il peggio. E alla fine ha convinto anche Berlusconi a siglare l´ennesima tregua armata con Tremonti, nel pranzo convocato in tutta fretta a Palazzo Grazioli. Ma siamo di nuovo alla somma di due debolezze. A dispetto della nota congiunta, che conferma la necessità di varare la manovra «entro l´estate» e l´irrinunciabilità del «pareggio di bilancio nel 2014», il presidente del Consiglio non è più in grado di garantire nulla, né in patria né fuori. E al ministro del Tesoro, accerchiato ormai solo da nemici, è rimasta un´unica «polizza sulla vita»: quella dei mercati, dietro ai quali si ripara per dimostrare che «se salta lui salta l´Italia, e quindi salta l´euro». Un bel paradosso, per un politico che proprio contro il «mercatismo» ha costruito la sua filosofia dirigista e la sua ideologia colbertista. Senza contare che Tremonti ha ora un dovere supplementare: deve spiegare con assoluta chiarezza e trasparenza la vicenda del suo appartamento, ben al di là di quanto non abbia già fatto con lo scarno comunicato di due sere fa.
Questo governo è appeso alla manovra, buona o cattiva che sia. Resisterà, com´è giusto, fino alla sua approvazione in Parlamento. Un minuto dopo se ne deve andare. Il presidente del Consiglio potrà continuare a berciare inutilmente contro le odiate «locuste della speculazione», come lui stesso le ha definite in Parlamento due settimane fa. Ma sarà solo uno dei suoi ultimi, goffi diversivi. Non basterà a nascondere i danni enormi che le «cavallette della maggioranza» hanno causato e stanno causando a questo povero Paese. Il “fuoco amico” tra i Palazzi romani ha bruciato in Piazza Affari oltre 20 miliardi. I 248 punti base di spread tra i nostri titoli e quelli tedeschi valgono a regime oltre 35 miliardi di maggiori interessi sul debito. Anche questi, nell´era berlusconiana, sono “costi della politica”.

da www.repubblica.it

"Il ministro nella morsa", di Francesco Cundari

La posizione di Giulio Tremonti nel governo si fa sempre più difficile.
Dopo la richiesta di arresto per il suo ex braccio destro, il parlamentare del Pdl Marco Milanese, proseguono gli attacchi del Giornale e dei suoi compagni di partito, ai quali si unisce lo stesso Silvio Berlusconi, mentre dai verbali dell’inchiestaP4emerge un illuminante retroscena. Il 17 giugno è lo stesso Tremonti a raccontare ai pm di avere detto al presidente del Consiglio di non provare a usare anche con lui il «metodo Boffo».Male tensioni sui mercati, con il divario tra titoli di stato italiani e bund tedeschi che raggiunge il massimo, costringono i duellanti a un gesto distensivo, una «colazione di lavoro» a Palazzo Chigi, che una nota ufficiale definisce poi «lunga e cordiale». Certo è che il riferimento di Tremonti al «metodo Boffo» non poteva uscire in un giorno più significativo. «Nel corso della discussione – dichiara ai magistrati – io e il presidente del Consiglio manifestammo posizioni diverse sulla politica di bilancio…
in parallelo su alcuni settori della stampa si manifestava una tendenza,una spinta alle mie dimissioni se non avessi modificato le mie posizioni. A questo punto, se non ricordo male, manifestai la mia refrattarietà ad essere oggetto di campagne stampa tipo quella Boffo».
Sembrala descrizione delle giornate di ieri e ieri l’altro, mentre la tensione tra presidente del Consiglio e ministro dell’Economia raggiunge l’acme, e le voci di sue imminenti dimissioni tornano a circolare con insistenza. Una guerra dei nervi cominciata con un’inusuale intervista a Repubblica in cui Berlusconi sembra voler giocare d’anticipo, e dopo aver definito il suo ministro uno che «pensa di essere un genio e crede che tutti gli altri siano cretini», e «l’unico che non fa gioco di squadra», aggiunge: «Ma alla fine non può fare niente. Anche lui: dove va? Anche nella Lega hanno un po’ preso le distanze».
Nemmeno il coinvolgimento di Tremonti nell’inchiesta che ha portato alla richiesta di arresto per Milanese, costringendolo la sera stessa ad annunciare l’intenzione di lasciare la casa pagata dal deputato del Pdl, sembra placare l’offensiva del Giornale e di avversari interni come il sottosegretario Guido Crosetto. Il primo apre su «La casa gratis di Tremonti», il secondo non esita a ironizzare in proposito sul suo «braccino corto». Ma l’attacco più duro, naturalmente, è quello che arriva dal premier, e che a tratti tocca i limiti dell’aperta irrisione. «Lo sopporto perché lo conosco da tempo e va accettato così», dice ad esempio il premier. D’altra parte, mentre la speculazione mette in ginocchio la borsa, costringendo la stessa Banca d’Italia a intervenire per rassicurare i mercati, una tregua, o almeno un intervallo, diviene indispensabile. Tensioni politiche e tensioni sui mercati si confondono in un groviglio inestricabile.
«Notiamo e facciamo notare – dichiara ad esempio il segretario repubblicano Francesco Nucara – che appena si mette in discussione la figura e il ruolo del ministro dell’Economia Tremonti si scatena la speculazione sull’Italia. Ci pensi bene chi lo critica».
Il primo a non mostrarsi troppo preoccupato, tuttavia, è proprio Berlusconi. Di fronte alle tensioni, primaformula la più tenue e inverosimile delle rettiche (quella con Repubblica non sarebbe stata un’intervista, bensì una «un’amichevole conversazione»), poi annuncia di avere invitato Tremonti a una «colazione di lavoro» per definire «l’agenda degli impegni che insieme affronteremo neiprossimi giorni». Colazione durata meno di un’ora e seguita da una nota di Palazzo Chigi in cui si conferma l’intenzione di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014, secondo gli impegni assunti con l’Europa, mentre una nota del Tesoro parla per la prima volta di 5 miliardi che potrebbero essere destinati alla riduzione delle tasse.Una nota per i mercati (la prima) eunaper gli elettori (la seconda).
Parole, in entrambi i casi, che risultano però assai poco convincenti. È chiaro che né Tremonti né Berlusconi, al momento, intendono recedere dalle rispettive posizioni. E la confusione prodotta dalle dichiarazioni degli esponenti del Pdl che si accavallano nel corso della giornata, tra chi coglie l’occasione del caso Milanese per difendere il ministro e chi ne approfitta per infierire,non possono nascondere l’evidenza. «Sotto le dichiarazioni ufficiali si intuisce un regolamento di conti dentro il Pdl – dice ad esempio la deputata finiana Flavia Perina – da più di un mese Tremonti è diventato il nuovo nemico. Un po’ perché in testa agli indici di popolarità, un po’ per la sua inflessibilità sui conti, ormai dà fastidio sia a Berlusconi sia alla Lega».
Del resto, anche se nelle dichiarazioni ai pm di Napoli del 17 giugno il ministro parlava di metodo Boffo, è chiaro a tutti che la vicenda più simile è proprio quella di Gianfranco Fini.
Come nel caso del presidente della Camera, anche qui tutto comincia con un attacco del Giornale subito smentito da Berlusconi (quello del 21 aprile, cui si riferisce evidentemente il ministro parlando ai magistrati).
Anche allora, dopo le parole grosse, le mezze smentite e le mezze rettifiche, era venuto il momento dei pranzi di riconciliazione. A quanto pare, la colazione di ieri tra Berlusconi e Tremonti non è andata molto meglio di quei primi tentativi di distensione con Fini. D’altronde, nelle vesti di mediatore ieri era presente Gianni Letta, ancora «allibito» per i recenti attacchi ricevuti dal ministro dell’Economia.

da l’Unità

"I mercati non credono all’Italia, Draghi sì", di Raffaella Cascioli

Banche sotto pressione, spread a livelli record: la speculazione ci tratta come la Grecia

Un bagno di sangue sui mercati, con tensioni inimmaginabili fino a qualche giorno fa sui titoli di stato e un tonfo in Borsa delle principali banche.
Immaginate un’Italia troppo debole e poco credibile. Un paese in bilico tra il rischio di contagio e l’area salvezza. Con un governo rissoso, una situazione politica quantomeno opaca, un contesto economico esangue sul lato della crescita. Una penisola in cui gli attori principali della scena politica ed economica giocano con il fuoco. Tanto più in presenza di una dilagante speculazione che insiste sull’Europa e che erode il sistema economico-finanziario.
A questo punto potrete capire perché ieri l’aumento dello spread tra i titoli a lungo termine italiani e quelli tedeschi abbia superato la soglia massima di 245 punti base, raggiungendo un nuovo record dall’introduzione dell’euro a 245,3. Complice l’inaspettata debolezza del ministro Tremonti giudicato all’estero il baluardo del rigore, l’impressione è che la speculazione tenderà nei prossimi giorni a forzare quota 250 con un incremento rispetto ai giorni pre-manovra di mezzo punto. Gli analisti scommettono ormai che entro la fine dell’anno, anche a manovra approvata, il differenziale Bund- Btp possa arrivare a 400 punti base con un aggravio notevole sui conti pubblici. Già perché, se da qui alla fine dell’anno l’Italia dovrà pagare di più per finanziarsi sui mercati internazionali, l’esborso per ogni 100 punti di spread eccedenti i 200 d’inizio settimana sarà pari a 17 miliardi di euro. Il che significa che la manovra da 48 miliardi di euro, sulle cui coperture pesano le perplessità degli investitori, potrebbe non essere sufficiente e potrebbero mancare all’appello altri 30 miliardi di euro.
La giornata vissuta ieri sui mercati internazionali è stata drammatica, di quelle che l’Italia non vedeva ormai da oltre tre lustri. Un venerdì nero che rischia di far intravedere quel tunnel di scarsa credibilità, alta speculazione, elevata inflazione che all’inizio degli anni ’90 portò l’Italia dritta in un circolo vizioso.
Nel ’92 la battaglia per mantenere la lira nello Sme fu sanguinosa e perdente; certo oggi c’è l’ombrello dell’euro. Eppure il momento è davvero tragico se anche il Governatore della Banca d’Italia e prossimo presidente della Bce, Mario Draghi, ha cercato di calmare i mercati definendo «credibile» il pareggio di bilancio nel 2014 e la manovra «un passo importante per il consolidamento dei conti pubblici. A fronte di un crollo del 3,47% della Borsa di Milano, arrivata a perdere a metà seduta quasi 4 punti percentuali, a preoccupare è il tonfo di Unicredit (-7,85%), di Banco Popolare (-6,46%), della Popolare di Milano (-6,12%) e di Intesa San Paolo (-4,56%).
Perdite che rischiano di stringere il cappio intorno agli istituti di credito chiamati alla prova degli stress test. Se i risultati dei test europei si sapranno solo il 15 luglio, ieri il Governatore Draghi si è detto certo che «gli intermediari italiani supereranno con un margine significativo gli stress test in corso in sede europea».
In un simile scenario si colloca lunedì l’esordio in parlamento della manovra da 48 miliardi di euro, per quella che si preannuncia una corsa contro il tempo vista la scadenza concordata nell’incontro di ieri tra Berlusconi e Tremonti di una conversione in legge del decreto prima dell’estate. E così si comprimono i tempi della discussione in commissione bilancio del senato, unica sede di discussione parlamentare, in vista del licenziamento per l’aula il 18 luglio.
L’impressione è che la finestra per le auspicate modifiche, a saldi invariati, sollecitate sia dalla maggioranza che dall’opposizione oltre che da ministri ed esponenti di sindacati e categorie, sia ridotta. E comunque, se le tensioni sui mercati dovessero proseguire sarà utilizzata più sul fronte del rigore (per dare certezza a quei 15 miliardi che mancano all’appello) che su quello dell’equità.

da www.europaquotidiano.it

"Dissoluzione senza soluzione", di Luigi La Spina

I regimi politici cadono in due modi: o perché sono sconfitti o per sfarinamento interno. Nel primo caso, il crollo può essere cruento, ma i vincitori riescono rapidamente a diventare una credibile classe dirigente alternativa. Nel secondo, l’agonia può essere molto lunga e molto pericolosa, perché lascia il Paese senza una guida sicura e in balia degli eventi. Com’era facilmente prevedibile, la fine del berlusconismo in Italia sta seguendo quest’ultima forma. Un modello che si potrebbe sintetizzare, anche in rima, così: dissoluzione senza soluzione.

L’ultima ondata di scandali che si stanno abbattendo sul centrodestra avrà un effetto, in apparenza, paradossale e contraddittorio. Da una parte, ha bruciato la candidatura delle due più forti personalità ministeriali alla successione di Berlusconi, prima quella di Gianni Letta e, ora, quella del superministro dell’Economia, Giulio Tremonti; con risultati devastanti, sia per l’immagine del governo, sia per l’efficacia della sua azione. Dall’altra, costringerà tutti i ministri, a cominciare da quelli più sotto schiaffo giudiziario, a una resistenza e a una convivenza obbligata.

Ecco perché, nonostante il clima pessimo che si respira nella Roma politica, il quarto ministero Berlusconi rischia, sì, di non poter governare con sufficiente credibilità, specialmente in un momento in cui chiede sacrifici agli italiani. Ma rischia anche di durare, perché sia nella maggioranza, sia nell’opposizione, non solo non è pronta una vera alternativa, ma non c’è molta voglia e molto interesse a cercarla. Una prospettiva davvero inquietante per gli italiani, con un’unica variabile a questo scenario, quella di un attacco della speculazione finanziaria internazionale contro il nostro Paese, ipotesi che proprio ieri si è affacciata sui mercati e che, certamente, è ancora meno confortante.

Il quadro della situazione nei principali partiti è abbastanza chiaro. La Lega, ormai azionista di riferimento nella maggioranza, non ha alcun interesse, ora, a rompere l’alleanza con Berlusconi. Sia perché è molto difficile che possa immaginare un governo diverso che possa assicurarle un maggior potere, sia perché anche in quel partito è cominciata una lunga, logorante e molto incerta lotta alla successione del leader carismatico (o ex carismatico), Umberto Bossi.

Pure nel Pdl gli equilibri interni sono precari, dal momento che l’investitura di Alfano è troppo recente perché si possa ritenere accettata da tutti e, soprattutto, il ministro della Giustizia deve ancora intraprendere un difficile cammino tra due precipizi: quello di apparire un segretario senza autonomia da Berlusconi e, quindi, con poca autorevolezza e quello di sembrare averne troppa, snaturando la fisionomia di un partito che forse può esistere solo se guidato dal suo fondatore.

Al di là di questi problemi, però, il Pdl si trova, forse per la prima volta, davanti a un dilemma concreto e quasi drammatico. La manovra concepita da Tremonti, infatti, colpisce direttamente gli interessi proprio di quel ceto medio che costituisce il nocciolo duro del suo elettorato. Quello che vede decurtati i già miseri interessi dei titoli di Stato che detiene in banca. O quello che è preoccupato per la nuova tassazione sulle partite Iva. D’altra parte, il Pdl sa bene che il ministro dell’Economia è considerato, all’estero, l’unico baluardo allo sfondamento dei conti pubblici italiani. Una sua uscita di scena, se la manovra fosse stravolta in Parlamento, potrebbe segnare il via libera alla più sfrenata speculazione internazionale contro l’Italia.

Anche la principale forza d’opposizione, infine, preferirebbe aspettare momenti più propizi per accollarsi un impegno governativo, così gravoso in circostanze come queste. Bersani, negli ultimi mesi, si è guadagnato sul campo la candidatura del Pd a Palazzo Chigi per le prossime elezioni. Ma il partito sente la pressione di un movimentismo, alla sua sinistra, che per un verso rischia di sedurre, con un facile populismo, una buona quota del suo potenziale elettorato e, dall’altra, potrebbe riportarlo ai tempi nefasti delle «gioiose macchine da guerra».

In queste condizioni, sono inutili gli appelli al bon ton governativo, perché non si può immaginare che le forme non rispecchino la sostanza di questa implosione governativa. Come gli appelli alle responsabilità istituzionali, perché le virtù morali dei singoli sono già abbondantemente messe in dubbio dalle cronache quotidiane. E’ più interessante cercare la risposta a una domanda: stiamo assistendo alla fine del berlusconismo o alla fine del sistema della seconda Repubblica? L’offensiva della magistratura sulla politica ricorda l’epoca di «Mani pulite». Il distacco dei leader dagli umori degli italiani, dimostrato anche nei recenti referendum, fa pensare agli inviti craxiani di «andare al mare». Il dilagare di forme nuove nella protesta antipartitica rievoca l’epopea del «popolo dei fax». E’ vero che la storia non si ripete e, forse, la memoria è d’inciampo per scrutare il futuro. Ma la seduzione dei ricordi, qualche volta, è davvero troppo forte.

da www.lastampa.it

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«Tremonti disse a Berlusconi: “Con me niente metodo Boffo”»

Il verbale dell’interrogatorio del ministro sentito dai pm di Napoli nell’inchiesta P4
come persona informata dei fatti

Nella migliore delle ipotesi una discussione animata, partita dalle diversità di vedute sui conti pubblici e sulla manovra economica e finita con un messaggio chiaro ed esplicito: «Non sarò vittima del metodo Boffo». Dall’interrogatorio del ministro dell’Economia Giulio Tremonti – sentito dai pm napoletani Francesco Curcio ed Henry John Woodcock come persona informata sui fatti nell’ambito dell’inchiesta sulla P4 – emergono i contrasti tra il titolare dell’Economia e Silvio Berlusconi. Così come è molto dettagliata l’analisi che il ministro Tremonti fa della situazione all’interno della Guardia di Finanza, finita al centro della bufera perchè è all’interno del Corpo – stando alle accuse contenute sia nell’ordinanza d’arresto per Bisignani e del deputato Alfonso Papa sia in quella per il parlamentare del Pdl Marco Milanese – che vanno cercate le ’talpè responsabili della fuga di notizie.

Ed è proprio da qui che partono i pm, sentendo Tremonti domenica 17 giugno nella sede della Dia a Roma. Al ministro, Curcio e Woodcock chiedono se sappia qualcosa di presunte «cordate contrapposte» di alti ufficiali all’interno della Gdf. «Tutto sommato, a distanza di qualche tempo – risponde Tremonti – mi vado sempre più convincendo del fatto che la rimozione dell’impedimento di legge a che gli alti ufficiali della Gdf potessero ricoprire l’incarico di comandante generale è stata per un verso positiva, poichè al vertice del Corpo viene nominata persona che conosce le problematiche…ma ha portato anche conseguenze negative, nel senso che si sono creati meccanismi di competizione tra possibili candidati». In sostanza i generali, nella prospettiva di diventare comandanti, «hanno preso a coltivare relazioni esterne al corpo che non trovo opportune».

Di queste “frequentazioni” Tremonti rivela di averne parlato con l’attuale comandante Nino Di Paolo, il primo a provenire dalle Fiamme Gialle e «persona che stimo particolarmente». «Nella mia qualità di ministro… mi sono permesso di suggerire – dice – di dare alcune direttive, nel senso di avere un tipo di vita più sobria. Possiamo dire che gli dissi: “meno salotti, meno palazzi, consegne in caserma”». È a questo punto che l’interrogatorio vira decisamente sui rapporti con il premier. I pm gli fanno sentire la telefonata del 7 giugno scorso tra il capo di Stato maggiore della Gdf, il generale Michele Adinolfi (indagato nell’inchiesta della P4 per rivelazione del segreto e favoreggiamento) e Berlusconi e gli chiedono se quest’ultimo avesse utilizzato strumentalmente le Fiamme Gialle contro di lui. «Non ho mai detto a Berlusconi – risponde Tremonti – che lui mi voleva far fuori tramite la Gdf. Ritengo che Berlusconi abbia fatto un erroneo collegamento fra diverse frasi da me pronunciate».

Poi i magistrati chiedono se della situazione all’interno delle Fiamme Gialle Tremonti ne avesse parlato con il premier. E il ministro ammette di averlo fatto «in modo caratterialmente reattivo»: «Si trattò di uno sfogo». «Con il presidente del Consiglio ebbi una discussione…, seguito di precedenti discorsi sulla politica in generale, sulla manovra di pareggio economica…pochi giorni prima della conversazione – mette a verbale il ministro -…Io e il presidente del Consiglio manifestammo posizione diverse sulla politica di bilancio» e ad un certo punto Berlusconi manifestò «posizioni fortemente critiche in ordine alla mia attività di ministro». Le parole del premier, assieme al fatto che «in parallelo su alcuni settori della stampa si manifestava una tendenza, una spinta alle mie dimissioni se non avessi modificato le mie posizioni», fecero scattare la reazione di Tremonti: «Manifestati la mia refrattarietà ad essere oggetto di campagne stampa tipo quella “Boffo”. Ciò trovava riscontro in voci di Parlamento che mi sono permesso di segnalare al Premier».

Più avanti il ministro precisa che il suo riferimento non alludeva «all’utilizzazione di notizie di carattere giudiziario e riservate per fini strumentali» bensì «alla propalazione sui mass media di notizie riservate e/o infondate atte a screditare chi viene preso di mira». Un’altra stoccata al premier arriva quando il ministro affronta il rapporto tra Adinolfi e Berlusconi. La telefonata tra i due «non mi sorprende – mette a verbale – poichè avevo già voci in Parlamento del rapporto di amicizia o comunque di conoscenza di Adinolfi con il presidente Berlusconi, attesa la comune passione per il Milan». Ma quando gli chiedono se rientra nella «fisiologia istituzionale» un «rapporto diretto» tra presidente del Consiglio e capo stato maggiore della Gdf, lui risponde così: «per quanto di mia competenza, mi attengo a criteri istituzionali diversi, e cioè mi relaziono solo con il comandante generale del Corpo».

da www.lastampa.it

"Ora al Colle è allarme vero", di Mario Lavia

Preoccupato che la situazione precipiti, Napolitano studia anche un piano d’emergenza

Una situazione «incartata » che lassù, al Colle, desta qualcosa di più della preoccupazione che ormai pervade quelle stanze da mesi e mesi. Il caso-Tremonti, con annessi e connessi – dalle vicende che investono Marco Milanese a quelle più politiche di una manovra contestata e al tempo stesso insufficiente –, turba non poco il presidente della repubblica soprattutto perché non è affatto chiaro che tipo di dinamica potrà svilupparsi, quali potranno essere gli sviluppi, e nell’incertezza l’unica cosa che si staglia con triste nettezza è la terribile turbolenza su mercati.
Da quest’ultimo punto di vista, al Quirinale è scattato l’allarme rosso. Se la situazione dovesse precipitare, dal punto di vista finanziario e da quello politico-parlamentare, al Colle si lavorerebbe per un piano B in grado di reggere l’urto della crisi: è noto d’altra parte come il presidente consideri il ricorso alle elezioni anticipate: come una resa dinanzi alle difficoltà. Ma si tratta di scenari che per il momento restano molto sullo sfondo. Che però esistono.
Che Napolitano sia insoddisfatto lo si era già capito l’altro giorno, quando aveva sostanzialmente fatto presente al governo che all’appello mancano 15 miliardi, un modo nemmeno troppo indiretto per dire che dal lato della spesa la manovra ha previsto poco.
Certo, il capo dello stato ha firmato – altro non poteva fare – il decreto: ma nella piena consapevolezza che il lavoro parlamentare sarà più che mai decisivo per migliorarla e renderla più credibile (e magari meno impopolare).
Poi però è piombato l’affaire Milanese con il suo pesante rimbalzo sulla figura del ministro dell’economia. E lo spread è volato. Napolitano è il primo a sapere che se questo drammatico trend dovesse proseguire anche nei prossimi giorni per l’Italia si spalancherebbe un rischio serio.
Come lui, Draghi, che è intervenuto ieri con tutta la sua autorevolezza.
Ma dinanzi a quello che i giornali chiamano il rischio- Grecia la politica si mostra debole. Il governo è addirittura debolissimo. E l’opposizione – è il pensiero che il presidente non esternerà mai ma che da tempo costituisce un suo personale rovello – non appare in grado di fornire una limpida alternativa. La situazione dunque appare bloccata. Esposta a incidenti, trucchi, imboscate, litigi continui.
Ormai i ministri non si danno pensiero di battibeccare platealmente davanti al capo dello stato, com’è accaduto mercoledì durante la riunione del Consiglio supremo di difesa.
Berlusconi (silente nel merito delle questioni che si stavano affrontando, e non era una bazzecola: le missioni internazionali dell’Italia) e Tremonti si sono scambiati battute non precisamente in sintonia. Come sia andata a finire è noto. Con un consiglio dei ministri che sbandierava tagli alle spese e ai contingenti e il Colle che ha dovuto mettere i puntini sulle “i”: «Le decisioni in questa materia non possono essere unilaterali».
Ieri il presidente della repubblica ha constatato con mano per l’ennesima volta la popolarità di cui gode. Al termine dell’incontro con gli studenti, ricercatori e professionisti, per metà italiani per metà tedeschi, riuniti a villa Vigoni, nel Comasco, commuovendosi ha detto: «Vi ho visto con una preparazione e una cultura che non permette di distinguere italiani e tedeschi », al collega tedesco Christian Wulff. Il quale ha ricordato a Napolitano: «Quando ero governatore della Sassonia ho dovuto tagliare le tredicesime, e voi avete paura?».

da www.europaquotidiano.it

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“Il Pd non affonda su Tremonti”, di Mariantonietta Colimberti

Bersani chiede le dimissioni del governo, non del ministro. E c’è chi parla di responsabilità
«Mentre siamo sul Titanic, con l’iceberg davanti, non possiamo metterci a disquisire sulla correttezza di un ufficiale». Sta in questa frase che un autorevole senatore dem affida ad Europa il senso dell’atteggiamento del Pd di queste ore. Un atteggiamento sostanzialmente condiviso nel partito e questa volta non attribuibile né a “simpatie” pregresse verso il ministro dell’economia né a timori di andare al voto da parte del principale partito di opposizione.
«Oggi (ieri, ndr) è la più drammatica giornata dell’Italia sui mercati da quasi vent’anni a questa parte» afferma fuori dall’ufficialità un preoccupatissimo dirigente del Pd.
Mai come in questa occasione, il Partito democratico ha sentito di essere chiamato a una responsabilità forte, non eludibile per un partito con una cultura e una pratica di governo.
Gli attacchi speculativi sui titoli di stato e in Borsa hanno fatto intravedere la possibilità di esiti esiziali. Il fantasma della Grecia ha agitato molti in via del Nazareno, facendo tornare alla mente tutti i richiami del presidente della repubblica sulla necessità di una condotta responsabile.
Il colpo alla credibilità di Giulio Tremonti, colto in fallo come uno Scajola qualsiasi (ma, se fossero confermate le notizie di stampa, ci sarebbe anche altro), le velenose dichiarazioni di Silvio Berlusconi a Repubblica nei confronti del suo ministro, insieme ai dubbi sulle coperture e sull’efficacia della manovra, hanno determinato ieri una situazione molto pericolosa sui mercati finanziari, sottolineata anche da Pier Luigi Bersani («il paese è nel marasma»).
Di qui, probabilmente, la scelta di non “affondare” il colpo su Tremonti. È un fatto che ieri nessuno nel Pd ha chiesto le dimissioni del ministro dell’economia.
Non il segretario, che, pur denunciando il «sottoscala inaccettabile» che emerge da quanto si legge sui giornali, ha risposto: «Per me deve dimettersi il governo» a chi gli chiedeva se l’inquilino di via XX settembre dovesse togliere il disturbo dopo le notizie di questi giorni. Non la presidente Rosy Bindi, che è tornata a denunciare la paralisi dell’esecutivo e della maggioranza, che hanno condotto il paese «in un tunnel senza uscita».
E nel pomeriggio – dopo che il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi era intervenuto con un comunicato per rassicurare che «l’anticipo delle misure rende credibili il raggiungimento del pareggio del bilancio nel 2014 e l’avvio di una tendenza al calo del rapporto debito-Pil», il vicesegretario dem Enrico Letta ha diffuso una nota in cui si afferma che «questo è il momento della responsabilità massima» e che «il Pd, erede di chi ha fatto del risanamento e del rigore il suo tratto distintivo, è pronto a fare la propria parte, contribuendo a correggere in parlamento una manovra chiaramente sbilanciata e iniqua e a garantire l’impegno del pareggio di bilancio per il 2014 richiesto dall’Europa».
Sicuramente qualcuno al Nazareno si è chiesto se l’eventuale caduta di Tremonti possa favorire la fine del governo o se invece l’indebolimento del principale oppositore di Berlusconi nel governo finisca per prolungarne l’agonia. «Sono indifendibili entrambi, ma in questo momento bisogna dare messaggi rassicuranti» ragiona con Europa un ex ministro. «Il rischio è serio – spiega Giorgio Tonini – già oggi alla manovra, iniqua sul piano sociale, mancano 15 miliardi. Dobbiamo avere le idee chiare: riaffermare solennemente la priorità dell’obiettivo del pareggio nel 2014, tirando fuori in parlamento le nostre proposte perché non siano i più deboli a pagare. Se il governo non ce la fa, se ne vada.
Noi dobbiamo essere pronti anche a uno scenario diverso come un altro governo per gestire la manovra». Prima che l’iceberg colpisca il Titanic.

da www.europaquotidiano.it