Latest Posts

"Pd: «La manovra svende il patrimonio artistico»", di Ste. Mi.

Ricordate i famigerati tentativi di vendere il patrimonio artistico di passate legislature berlusconiane? Furono sventati. Che ora ci stiano riprovando? Sotto sotto, sì, accusano i senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante. E non rischiano certo monumenti e luoghi d’arte come il Colosseo. Rischiano pezzi dello Stato di cui ogni tanto aleggia la possibilità di svendita come l’Arsenale di Venezia.

«Nascosto tra decine di commi nella manovra finanziaria c’è un blitz che rischia di privatizzare il patrimonio storico e paesistico del nostro Paese: ai commi 17 e 18 dell’articolo 10 si prevede infatti – scrivono in una nota Della Seta e Ferrante – che lo Stato possa dare in pagamento ai propri creditori, al posto delle somme dovute, i propri gioielli di famiglia».

Le ricchezze pubbliche ai creditori dello Stato dunque? «Il tutto – prosegue la nota congiunta dei due parlamentari democratici – senza nessun paletto che eviti l’alienazione di beni di valore storico, culturale e paesaggistico, e senza la possibilità di scongiurare cambiamenti di destinazione d’uso che trasformino, per esempio, un antico palazzo in un supermercato».

FERRANTE: NORMA SCAVALCA BENI CULTURALI
Ferrante al telefono approfondisce: “Si raschia il fondo del barile in maniera irresponsabile”. Cosa prevedono quei due commi? “Se lo Stato non può pagare un fornitore, come spesso accade, si prevede che possa pagare in natura. Si estende allo Stato una possibilità prevista nel Codice civile. Se come privato ho un credito nei suoi confronti invece di soldi, e lei è d’accordo, posso darle casa mia. Ora lo Stato se se ha debito con un creditore, cosa frequente, gli può cedere un bene”. E l’inghippo dove sta? Nessuno penserà certo di alienare gli Uffizi o il Colosseo. “Certo che no. Il problema grave è che il testo non ha alcun riferimento a un controllo che sia della sovrintendenza, del ministero per i beni culturali o dell’ambiente, non è previsto nulla di nulla. Immagino la risposta che Tremonti darebbe: ma cosa intendete? Il Colosseo è inalienabile. Certo, ma periodicamente si sente parlare di beni statali come i fari, l’Arsenale di Venezia. Questa norma scavalca sovrintendenze e ministeri, apre la possibilità a una spaventosa privatizzazione, è un tentativo surrettizio di privatizzare mascherato da problemi di cassa”.

DELLA SETA: DA PALAZZO STORICO A SHOPPING CENTER
Della Seta aggiunge un altro dettaglio che può sfuggire: “Il testo non solo non contiene nessuna clausola di salvaguardia per escludere beni vincolati, storici, paesaggistici, ma nemmeno per escludere che questi beni una volta alienati cambino destinazione d’uso. Un palazzo storico ceduto a un privato, senza un’esplicita clausola, può essere usato per una funzione del tutto diversa dalle sue caratteristiche. Nel comunicato parliamo di un possibile caso limite, di una trasformazione in supermercato. Ma il rischio che pezzi del patrimonio dello Stato con un valore culturale o ambientali vengano usati per scopi impropri diventerebbe altissimo”.

Il pericolo di uno sfruttamento commerciale che stravolge il luogo dunque con un testo così è, per Della Seta, fin troppo concreto: “Noi pensiamo che questa parte del patrimonio pubblico sia squisitamente un bene comune, quindi come tale non possa essere utilizzato snaturandone la funzione che dovrebbe avere per tutti i cittadini”. Quei due commi, per i due senatori Democratici, insomma non vanno corretti: vanno cancellati.

da www.unita.it

Bersani: Il governo deve dimettersi

“Tra il marasma nel governo e una manovra finanziaria che dà un colpo enorme al sociale, Berlusconi invece di rilasciare interviste sui suoi disegni futuri dovrebbe andarsene. Andare avanti così diventa pericoloso per il Paese”

Berlusconi ha dichiarato di non voler ricandidarsi per le prossime elezioni. “È già difficile credergli quando parla del giorno dopo figuriamoci se…”. È con l’ironia che il segretario del PD, Pier Luigi Bersani ha risposto alle domande dei cronisti durante la conferenza stampa che si è svolta a Torino sul tema del rilancio del processo di integrazione europea a cui hanno partecipato il segretario del Partito socialista francese Martine Aubry e il sindaco di Torino Piero Fassino.

“Mi pare che per gli italiani – ha continuato Bersani – Berlusconi non abbia più credibilità neanche per i prossimi giorni, non credo quindi che ne possa avere per quel che dice, annuncia o promette per i prossimi anni”.

Quindi commentando la bufera che si è scagliata contro il ministro Tremonti, scaricato da Berlusconi dopo il caso Brunetta-cretino, Bersani è stato molto chiaro: “per me deve dimettersi tutto il governo. Non è una questione di aggiustare la situazione con un ministro, non si può continuare con questo telefilm. Le cose che emergono su Tremonti sono un ulteriore elemento di preoccupazione in un quadro già difficile. Se in una situazione del genere nell’opinione pubblica subentra lo scoramento e il disorientamento per quanto sta emergendo, noi ci troviamo in una situazione ancora più difficile”

“A questo punto – ha rimarcato Bersani – chiediamo che se ne vada il governo che ha come premier Berlusconi e Tremonti, Brunetta, Calderoli come ministri. Chi prenda l’iniziativa non ha importanza”.

“Segnalo una preoccupazione seria. Credo che tra il marasma evidente nel governo e una manovra finanziaria che dà un colpo enorme al sociale e lascia l’interrogativo rilevantissimo sulle reali prospettive di stabilità, l’Italia in queste ore stia correndo qualche rischio. Silvio Berlusconi invece di rilasciare interviste sui suoi disegni futuri dovrebbe dire una parola seria, oppure andarsene. Non so più come dirlo – ha concluso Bersani – andare avanti così diventa pericoloso per il Paese”.

Per Marina Sereni, vicepresidente dell’Assemblea nazionale del Pd, “un Governo e una maggioranza in cui lo sport preferito è diventato il tutti contro tutti, ministri che smentiscono altri ministri, inchieste che sembrano avvolgere in una trama di ricatti, tangenti, favori illeciti, lotte di potere i principali gangli dello Stato e delle Istituzioni, un Presidente del Consiglio incollato alla poltrona. Come potremo andare avanti a lungo così?”.

“I cittadini – ha continuato Sereni – sono sconcertati e si domandano se il Pd, le forze progressiste e democratiche oggi all’opposizione, sapranno portare il Paese fuori dalla palude maleodorante in cui questa destra lo ha precipitato”.

da www.partitodemocratico.it

Province, sì o no? Parliamone ma senza demagogia

I presidenti Pd scrivono a l’Unità dopo il voto alla Camera sulla proposta Idv per l’abolizione.
Abbiamo assistito in questi giorni ad un dibattito sulla cancellazione delle Province intriso di demagogia e di superficialità.
I cittadini e le imprese ci chiedono di riformare con coraggio la pubblica amministrazione per renderla più snella ed efficiente e per consentire al Paese riforme ormai non più rinviabili. Tutto ciò è tema che riguarda seriamente il Partito Democratico e la sua capacità di collocarsi in modo convincente sul terreno delle riforme, spiegando ai cittadini ciò che intende fare e soprattutto ciò che farà al governo del Paese. Per questo la scelta del Partito di non sostenere l’ipotesi demagogica dell’Idv e dei centristi, volta solo all’incasso di un consenso a breve, ci convince.
Di fronte alla presa di posizione di autorevoli esponenti del nostro partito, per “amor di verità” crediamo di dover richiamare il nostro programma elettorale del 2008, che come Presidenti di Provincia abbiamo condiviso e che prevedeva l’eliminazione entro 1 anno di tutti gli ATO, settoriali e non, attribuendo le loro competenze alle Province. Si prevedeva inoltre l’eliminazione delle Province là dove si costituiranno le aree metropolitane.
Mai, come Presidenti di Provincia, abbiamo attestato l’associazione della quale facciamo parte, su posizioni di difesa acritica dell’attuale sistema istituzionale.
Crediamo però che un grande partito abbia il dovere di spiegare ai cittadini quale Paese ha in mente. Peraltro, mentre ragioniamo di tutto ciò, il Parlamento si appresta ad approvare la Carta delle Autonomie, testo fondamentale per l’attuazione del federalismo, perché in esso vengono definite le funzioni fondamentali di Comuni e Province; in pratica il “chi fa che cosa” nel sistema delle autonomie locali. Le Associazioni delle autonomie e le Regioni hanno suggerito soluzioni diverse, ognuna a difesa del livello di governo che rappresentano, ed il Governo ha compiuto una difficile mediazione. Siamo sicuri che quel testo non debba essere più preciso per evitare ogni sovrapposizione di competenze, definendo con esattezza il mestiere di ciascuno, per rendere la vita più semplice ai cittadini e alle imprese, e rendere possibili significativi risparmi, semplicemente evitando che tutti facciamo le stesse cose? E, visto che si parla solo di Comuni e Province, non è il caso che le Regioni facciano la stessa cosa, evitando di distribuire in modo irrazionale o, ancor peggio, di trattenere, funzioni che possono essere conferite agli enti più vicini ai cittadini, così che possano avere finalmente, per una loro esigenza, un solo interlocutore?
E allora qualche domanda è legittima.
L’abolizione delle Province porta con sé l’abolizione dei capoluoghi e quindi l’eliminazione di prefetture, questure, uffici decentrati dello Stato e delle Regioni?
Si vuole cioè concentrare il potere e l’economia pubblica in venti città e non più in cento città italiane?
Si vogliono eliminare soltanto le Province e lasciare organizzati lo Stato e le Regioni come adesso e quindi, di fatto, spostare a livello Regionale compiti, funzioni e personale, vista la oggettiva difficoltà di trasferire ai Comuni competenze di area vasta?
Se fosse così 50.000 dipendenti residenti in quasi tutti gli oltre 8.000 comuni italiani, che svolgono per la gran parte funzioni legate al territorio, rimarrebbero irrimediabilmente nelle Province e le Regioni non potrebbero far altro che costituire agenzie, società e sovrastrutture con costi facilmente immaginabili.
Al di là della demagogia è arrivato il tempo delle proposte serie. Su di esse i Presidenti di Provincia saranno al tavolo di chi vuole riformare profondamente l’Italia: presto, bene e con coraggio, senza posizioni pregiudiziali e pronti a condividere scelte che riguardino anche e soprattutto le Province. Quello che non è tollerabile è la continua delegittimazione di rappresentanti delle istituzioni, eletti dai cittadini e che in trincea si confrontano quotidianamente con le difficoltà che stiamo attraversando.
Al Partito Democratico chiediamo di scegliere subito la strada da percorrere, strada di riforme profonde che può e deve riguardare tutti i livelli istituzionali del Paese.
Il centrodestra in lunghi anni di governo non ne è stato capace, sta a noi dimostrare che riformare le istituzioni seriamente è possibile.
I PRESIDENTI DI PROVINCIA PD DELL’UNIONE DELLE PROVINCE D’ITALIA:
ANTONIO SAITTA (TORINO) NICOLA ZINGARETTI (ROMA) FABIO MELILLI (RIETI) ANDREA BARDUCCI (FIRENZE) BEATRICE DRAGHETTI (BOLOGNA) GIOVANNI FLORIDO (TARANTO) PIERO LACORAZZA (POTENZA)

L’Unità 08.07.11

******

“Mi indigno io”, di Goffredo De Marchis

Il capogruppo difende la linea del Pd: l’abolizione è solo una bandiera
“Walter voleva tenere le Province sbagliato dare segnali demagogici”
Franceschini: agli elettori dobbiamo dire la verità. Il ruolo di questi enti fa parte della riorganizzazione dello Stato non del tema dei costi della politica Sono io che mi indigno di fronte alle critiche. Un legislatore non segue gli umori, guarda all’efficienza.
Onorevole Franceschini, il Pd poteva dimostrare di avere a cuore il taglio dei costi della politica abolendo le province. Invece, nel voto di martedì mercoledì le ha salvate.
«Tutte sciocchezze. Il ruolo e la soppressione delle province fanno parte di un tema che si chiama riorganizzazione dello stato non del tema costi della politica».
I commentatori e soprattutto i militanti la pensano in modo diverso. Il sito del Pd straripa di critiche per la vostra astensione.
«Allora spieghiamo bene cosa è successo. Ai nostri militanti, prima ancora che ai commentatori. In aula abbiamo applicato, com´è d´obbligo, il programma con cui ci siamo presentati agli elettori nel 2008. Candidato premier Veltroni e io suo vice perciò ricordo bene cosa c´è scritto in quella piattaforma. Al punto 4 si parla di attribuire più competenze alle province. Ma laddove si costituiscono città metropolitane l´ente locale va abolito. Sull´onda di quel punto, è stata presentata una proposta di legge a prima firma Bersani e prima del voto dell´altro ieri abbiamo fatto una lunga nell´assemblea del gruppo. Le nostre proposte sono di sopprimere o accorparle su scelta delle regioni. La proposta dell´Idv era una proposta purament di bandiera».
Ma non dovrebbe essere anche la vostra bandiera?
«Eliminare dalla Costituzione la parola province? Eppoi chi si occupa di strade, scuole, discariche, acqua, urbanistica»
Poteva essere un segnale.
«Io mi indigno di fronte a questo ragionamento. Un legislatore non segue gli umori, deve guardare ai costi, all´efficienza. Tanto è vero che in tutti i decreti attuativi del federalismo, un tema del quale tutti si riempiono la bocca, vengono date più risorse alle province. Il Pd propine un percorso organico di riforma della struttura dello Stato. Non vuole fare due urla e sventolare una bandiera».
Lo dovete dire ai vostri elettori che protestano in massa.
«Chi ha funzioni politiche deve fare le cose giuste, quelle possibili. Non dare un segnale. Vorrei che qualche commentatore dedicasse un po´ di tempo a leggere il provvedimento dell´Idv. Che mi dicesse se era giusta o sbagliata la proposta di Di Pietro. Sono stanco di ipocrisie. Se si vuole essere credibili per un´azione di governo bisogna assumersi delle responsabilità. Non si vota una cosa sbagliata e demagogica per mandare un segnale».
Ma era quello che i cittadini si aspettavano da voi.
«Se la gente pensa che la riduzione dei costi della politica sia la soppressione delle province noi abbiamo il dovere di spiegare che non è così. Devono essere le regioni che stabiliscono quali vanno soppresse quali vanno accorpate. Bisogna dire chi si occupa dei 60 mila dipendenti delle province italiane? Dove vanno, al cinema? E nei confronti dei nostri militanti il dovere è spiegare i fatti senno non c´è cultura di governo ed è l´abdicazione della politica. Il Partito democratico ha un programma elettorale, una proposta di legge firmata dal segretario, una delibera dell´assemblea programmatica, un´assemblea del gruppo che indicano una direzione precisa. Se il partito non vuole riaccendere il virus che ha colpito l´Ulivo, l´Unione. Anche sulla legge elettorale».
Si riferisce allo scontro tra i referendum?
«La direzione è chiamata a discutere e varare una proposta di legge sensata. Vedere che il Pd rischia di dividersi tra i sostenitori del referendum A e del referendum B è un problema. Ha fatto benissimo Bersani a richiamarsi allo spirito di squadra».
Vuole impedire ai dirigenti di appoggiare un quesito?
«Alla legge elettorale è legata la natura stessa del partito. Allora sui quesiti è giusto confrontarsi nel partito, dire la propria. Ma alla fine è altrettanto giusto sostenere la posizione comune. Altrimenti replichiamo il male che ha colpito il centrosinistra negli ultimi decenni. Si sceglie tutti insieme e il minuto dopo si va in ordine sparso».

La Repubblica 08.07.11

Referendum stop di Bersani «Irresponsabile dividere il Pd», di Simone Collini

Bersani convoca la Direzione del Pd per discutere di legge elettorale e lancia ai dirigenti che stanno sostenendo i referendum un ammonimento: «Da irresponsabili creare divisioni interne al partito».
Una Direzione ad hoc, il 19 mattina, per avere il pronunciamento formale che il Pd sostiene una ben precisa legge elettorale, e poi la sera stessa una riunione con il gruppo di presidenza del Senato per depositare il testo in Parlamento. Pier Luigi Bersani avrebbe volentieri fatto a meno di un partito spaccato su due fronti referendari per superare il «Porcellum». «È da irresponsabili creare delle divisioni interne al partito, per di più in un momento in cui all’ordine del giorno ci sono altre importanti questioni», si è sfogato il leader del Pd nei colloqui avuti ieri. Per questo ora Bersani vuole accelerare per porre fine alla vicenda, chiedendo ancora una volta ai dirigenti democratici di lasciare alla società civile lo strumento referendario e di impegnarsi nelle sedi giuste per andare oltre la «porcata» di Calderoli. Ovvero, negli organismi del partito e poi alla Camera e al Senato: «Il Pd non si deve occupare di referendum ma fare ciò che è giusto, ossia politica in Parlamento».
Così ieri il segretario del Pd ha evitato di commentare pubblicamente la visita fatta da Walter Veltroni, Arturo Parisi e Pierluigi Castagnetti ad Antonio Di Pietro nel suo studio a Montecitorio (l’ex pm avrebbe garantito l’impegno dell’Idv a sostegno del referendum pro-Mattarellum) che pure non gli ha fatto troppo piacere. E invece ha convocato per il 19 mattina (da domani a giovedì sarà impegnato in un viaggio in Medio Oriente) una Direzione per avere il via libera formale alla bozza discussa nei giorni scorsi in una riunione dei big (che prevede una quota prevalente di seggi attribuita in collegi uninominali maggioritari a doppio turno e una quota minore assegnata col proporzionale) e concordando con Anna Finocchiaro che quella sera stessa il gruppo del Pd depositerà in Senato una proposta di legge su quel modello.
DALLA CGIL NIENTE RACCOLTA DI FIRME
Bersani a questo punto teme quasi di più gli effetti di questa vicenda sul suo partito e su un elettorato che assiste sgomento a questa divisione che non i due referendum contrapposti: per quanto riguarda il primo ha ricevuto dalla Cgil una rassicurazione sul fatto che il sindacato in quanto tale non si impegnerà nella raccolta delle firme (ed effettivamente dal responsabile Organizzazione Enrico Panini arriva una conferma in questo senso), il che renderebbe complicata la raccolta delle 500 mila firme necessarie entro settembre; quanto al secondo, i giuristi con cui si è confrontato gli hanno spiegato che difficilmente la Cassazione accoglierà un referendum che punta alla cosiddetta «reviviscenza» di una legge precedente.
Ma se i due referendum in autunno potrebbero risolversi in un nulla di fatto, è certo che fino ad allora avranno effetti negativi sul partito e sul fronte delle opposizioni, che invece Bersani vuole tenere unito. La proposta di legge messa a punto dal Pd è già stata discussa con i leader di Idv, Udc e Fli, e per come è formulata potrebbe interessare anche la Lega. Ma perché la discussione possa avviarsi su solide basi, è il ragionamento di Bersani, il Pd deve dimostrarsi unito. Pensando anche, ha spiegato ai suoi, che di fronte a una crisi di governo in autunno e quindi a un voto nella primavera prossima, un confronto già aperto in Parlamento sarebbe più utile di un referendum che verrà votato solo in seguito.

L’Unità 08.07.11

******

Intervista a Stefano Passigli «Le nostre firme stimolo alle Camere», di Simone Collini

Il docente: «Quesiti nati nella società civile, non è nella mia disponibilità fermare l’iter referendario». Il nostro referendum non nasce nel Pd», dice Stefano Passigli tirandosi fuori dalla «guerra interna» ai Democratici e spiegando di non sentirsi investito dall’appello di Bersani a fermare la macchina avviata. «C’è un referendum nato nella società civile e c’è un comitato promotore trasversale dice il docente universitario non è nella mia disponibilità fermare alcunché».
Neanche se il Pd presenta in Parlamento una proposta di legge elettorale che punta a superare il “Porcellum”?
«Salvo alcuni particolari, apprezzo il modello messo a punto dal Pd, che prevede il doppio turno, e ho sempre pensato che il referendum si pone come stimolo al Parlamento, non fornisce la soluzione finale. Ma finché la situazione rimarrà questa, noi raccoglieremo le firme».
Chi critica il vostro referendum sostiene che eliminando il premio di maggioranza non garantisce governi stabili: come risponde?
«Che né la legge attuale né il Mattarellum si sono dimostrate in grado di garantirli. E anzi prevedendo il turno unico hanno obbligato le coalizioni a cercare fino all’ultimo voto, cioè alla disomogeneità e al potere di ricatto da parte dei piccoli partiti».
I critici dicono anche che non è vero che il vostro referendum farebbe superare le liste bloccate. «Non è così. Anzi, io sono disponibile a sedermi al tavolo con chi sostiene di volere una legge che non preveda liste bloccate e discutere per cercare una convergenza. Se da parte di altri arriva la stessa disponibilità, il nostro comitato promotore potrebbe anche fermare per qualche giorno la raccolta delle firme. Possiamo anche pensare a una strategia comune».
Tutti nel centrosinistra contestano le liste bloccate. «Non direi, se c’è ancora chi propone il ritorno al Mattarellum. Che ci siano liste di candidati o collegi, sono sempre le segreterie dei partiti a dare le carte, a mettere ai primi posti qualcuno piuttosto che un altro, a candidare in un collegio più facile qualcuno piuttosto che un altro. Ma noi adesso dobbiamo ridare ai cittadini la possibilità di scegliere la classe politica. Quanto avvenuto negli ultimi mesi, dal movimento delle donne ai referendum su acqua e nucleare, ci dice che c’è una popolazione che vuole partecipare, che vuole tornare a decidere. Non vorrei che il vero obiettivo del secondo comitato referendario sia mettere sabbia nel nostro motore. Rompere ora il rapporto tra classe politica e cittadinanza sarebbe molto grave».
E tornare a un sistema proporzionale puro no? Il secondo comitato referendario sostiene che col vostro referendum si torna alla Prima Repubblica e si supera il bipolarismo.
«In tutta Europa ci sono leggi proporzionali alle quali corrisponde una divisione bipolare. A parte la Francia, che ha un sistema presidenziale, l’unica eccezione è l’Inghilterra, nella quale al maggioritario corrisponde un tripolarismo e la formazione di coalizioni soltanto dopo le elezioni. È falso che per avere il bipolarismo sia necessario il sistema maggiortario».

L’Unità 08.07.11

******

Intervista a Salvatore Vassallo «Il Mattarellum è la risposta giusta», di Maria Zegarelli

Il costituzionalista: «Tornare al proporzionale puro sarebbe un errore». Salvatore Vassallo, costituzionalista, parlamentare Pd, difende il referendum pro-Mattarellum, «tanto più necessario se si dovesse fare quello Passigli». Vassallo, proprio sicuro che i quesiti facciano risorgere il Mattarellum? «È sempre difficile prevedere la valutazione della Corte sui quesiti in generale ed in particolare di quelli che riguardano il sistema elettorale». Quindi qualche dubbio lo avete anche voi?
«Noi con i nostri quesiti diciamo in modo evidente e inequivocabile che l’intenzione è quella di abrogare la legge del 2005 per far rivivere le norme che il Porcellum aveva abrogato o modificato. Questo è abbastanza semplice da capire per chiunque, speriamo che la Consulta possa prendere atto della linearità del quesito e lo possa rendere ammissibile».
Passigli vi accusa di agire contro di lui e ritiene sia una truffa dire che con il proporzionale sparisce il bipolarismo. D’altra parte in Germania è così. «Ci sono diversi sistemi proporzionali. Anche quello che lui considera un punto di riferimento, cioè quello tedesco, nel contesto italiano porterebbe con tutta probabilità in una dinamica non bipolare, nella quale gli elettori non capirebbero per quale maggioranza stanno votando. In Germania storicamente si è consolidato un sistema basato sostanzialmente su due partiti, inoltre quel sistema ha una componente maggioritaria data dal fatto che una metà dei seggi viene assegnata in collegi uninominali. Il sistema elettorale che verrebbe fuori dal referendum Passigli è puramente proporzionale su liste di partito lunghissime e certamente bloccate. Sono sicuro, infatti, che è inammissibile il quesito che ha utilizzato come richiamo per portare consensi alla sua iniziativa, proprio quello sulle liste bloccate».
Il quesito su cui Passigli vi invita a raccogliere le firme insieme per abolire le liste bloccate. Lei sostiene che non verrà accolto? «Ritengo che quello sia un quesito con larghissima probabilità inammissibile e peraltro non è detto che il voto di preferenza sia la soluzione migliore alle liste bloccate. Lo avevamo nella prima Repubblica e abbiamo sperimentato tutti i suoi difetti, tanto che lo abbiamo voluto evitare adottando il collegio uninominale. E quello che ci proponiamo con il nostro referendum è proprio di ripristinare il collegio uninominale».
Se Passigli ritira i suoi quesiti i pro-Mattarellum che faranno? «Queste sono operazioni collettive che per essere smontate richiedono una decisione collettiva». Bersani invita tutti a fare un passo indietro. Dice che il Pd ha una sua proposta e che spetta al Parlamento fare la legge elettorale.
«Noi abbiamo un obbligo morale fortissimo nei confronti dei cittadini italiani a non riportarli al voto con questo sistema elettorale. Se il Parlamento da qui alla primavera prossima è in grado di fare una riforma elettorale non c’è alcun bisogno del referendum e noi parlamentari avremmo assolto la nostra funzione».

L’Unità 08.07.11

Modena – Conferenza Stampa – Emergenza carceri le proposte del PD

Sabato 9 luglio, ore 10.30
di fianco all’ingresso
del carcere di S. Anna
in strada Sant’Anna

Emergenza carceri, le proposte del Pd

Le carceri dell’Emilia-Romagna sono al secondo posto in Italia, dopo quelle pugliesi, per numero di detenuti in rapporto alla capienza, con un indice di sovraffollamento del 182,5 per cento (contro una media nazionale del 150,95 per cento). Un’emergenza che riguarda anche il carcere di Sant’Anna a Modena. La situazione degli istituti penitenziari modenesi verrà illustrata nel corso della conferenza stampa del Partito democratico che si terrà sabato 9 luglio alle ore 10.30 nei pressi dell’ingresso del carcere di S. Anna in strada S. Anna.
All’incontro con la stampa saranno presenti il sen. Giuliano Barbolini, la sen. Mariangela Bastico; l’on. Manuela Ghizzoni; il consigliere regionale Palma Costi; il segretario provinciale Davide Baruffi, il segretario cittadino Giuseppe Boschini. In quell’occasione verranno anche illustrate le proposte del Pd per far fronte all’emergenza carceri.

"Biotestamento, siamo noi i padroni della nostra vita", di Umberto Veronesi

Per chi esprime il pensiero laico della società civile, al di fuori delle ideologie e delle fedi, i sentimenti di fronte alla legge sul biotestamento in via di approvazione alla Camera sono essenzialmente due: stupore e incredulità. Non capiamo come può il Parlamento prendere decisioni che calpestano i diritti individuali tutelati dalla Costituzione, quale quello, fondamentale, di decidere come vivere e come non vivere. E inoltre non crediamo che lo possa fare. Capiamo invece che il dibattito sulla vita, la sua qualità e la sua fine, passa attraverso dilemmi etici e filosofici, oltre che medico-scientifici, che la politica non riesce a trattare, e capiamo dunque la difficoltà per ogni singolo parlamentare nel dare un voto in piena consapevolezza e coscienza su questa materia.
Per questo la maggioranza di noi chiede di fermare l´iter legislativo, nella convinzione che l´assenza di una legge sia un male minore rispetto a una cattiva legge. La mancanza di una normativa permetterebbe a tutti, medici e cittadini, malati e famigliari, di comportarsi nel modo più appropriato, caso per caso, rispettando così al massimo l´unico punto fermo: la volontà della persona e la sua inviolabile dignità. Ci consideriamo un Paese civile e abbiamo fiducia nella nostra capacità di scelta come individui e come comunità. Inoltre siamo aiutati da strumenti condivisi anche a livello internazionale, come il nuovo codice di deontologia medica e la Convenzione di Oviedo sui diritti del malato. È vero che molti giuristi e molti medici, e io per primo, avevano auspicato una legge sul testamento biologico, come forma di tutela ulteriore della volontà della persona ed estensione naturale del Consenso Informato, già norma in Italia. Ma i fatti ci hanno purtroppo dimostrato che i tempi non sono maturi: ci siamo paradossalmente ritrovati di fronte ad un disegno di legge che, unico caso nelle democrazie avanzate, nega l´autodeterminazione dell´individuo.
Per capire il peso morale e intellettuale del tema del “fine vita”, non è necessario fermarsi a meditare sulla morte. Tutti amiamo la vita, segretamente sogniamo l´immortalità e preferiamo rimuovere il pensiero della fine. Sono convinto però che la maggioranza di noi adulti è stato sfiorato da una situazione in cui ha percepito il pericolo di vita o si è domandato dove si colloca, per ognuno, l´asticella di quella vita che vale la pena di essere vissuta. Questo è il cuore del problema, così intimo, su cui il Parlamento si appresta a legiferare nel modo peggiore possibile: appropriandosi del potere di decidere per noi che cosa fare della nostra vita. Per esempio è stato approvato il “semplice” divieto di qualunque forma di eutanasia. Io mi chiedo però se i parlamentari conoscono il significato stesso del termine eutanasia. Esiste il lasciar morire (sospendere le terapie), l´aiutare a morire (aumentare le dosi di farmaco sapendo di anticipare la fine) e il far morire (indurre la morte quando richiesta). Giuridicamente c´è una grande differenza, ma eticamente no. Tutti e tre questi atti hanno lo stesso risultato: soddisfare il desiderio di una persona di mettere fine a una vita che egli giudica insopportabile per il dolore e non più dignitosa. Il legislatore dovrebbe dunque specificare cosa intende. Ad esempio il lasciar morire è ammesso anche dalla Chiesa: questo fu il caso infatti di papa Wojtyla ed anche l´aiutare a morire è stato considerato legittimo da papa Pio XII, come appare nel suo discorso al Congresso nazionale degli anestesisti del 1957.
Il testamento biologico, poi, è ancora più confuso. È nato come strumento di autodeterminazione, per dare la possibilità ai cittadini di dire no, se lo desiderano, alla vita artificiale: lo stato vegetativo permanente in cui un corpo può restare indefinitamente senza coscienza, senza vista, senza udito, senza gusto, appunto come una pianta. La legge attuale, invece, rendendo obbligatoria l´idratazione e alimentazione artificiale, che sono le condizioni di mantenimento dello stato vegetativo, di fatto ci impone la vita artificiale, che lo vogliamo o no. Tutto il mondo civile ha scelto un criterio per semplificare la complessità delle scelte che riguardano la vita individuale: la volontà della persona. In molti, in Italia, pensiamo che dovremmo adottarlo anche noi.

Repubblica 08.07.11

"Niente sondino ai morti", di Federico Orlando

Il titolo che suggerisco per questo articolo, “Niente sondino ai morti”, è per richiamare il lettore sull’estremo paradosso a cui può portare ogni logica forzatamente piegata al dogma, e anche la legislazione di un paese civile che a quella forzatura accetti di piegarsi.
Stiamo parlando del testamento biologico, in gergo Dat (disposizioni anticipate di volontà, dove la parola “disposizioni” sostituisce “testamento” perché questo non ci appartiene, secondo certi galantuomini, se per caso riguarda il fine vita, come la parola testamento può far pensare).
Il fine vita sarà escluso dai diritti civili e quindi testamentari dei cittadini italiani, da quando il parlamento voterà il testo della legge Calabrò, ammorbidito dall’onorevole Di Virgilio a Montecitorio dopo vani tentativi di civilizzarlo; in attesa del secondo voto al senato, come vuole il bicameralismo “perfetto” (altra truffa verbale, che sta per “ripetitivo”). Come le colonne austro-tedesche guidate da Rommel s’infiltrarono fra le linee italiane a Caporetto, così le armate Pdl, Lega, Udc, Responsabili e ascari socialisti liberali repubblicani, fascisti, Scilipoti, ecc, una valanga di 380 voti s’è rovesciata su un parlamento e soprattutto su un paese impegnati in manovre fiscali, tasse, pensioni, immondizia, Tav, guerriglia, soldati che tornano morti dall’Afghanistan.
Un kriegblitz che dimostra quanto sia in alto la Direzione strategica dell’operazione Dat.
Lo conferma il grande silenzio della stampa. Lo conferma lo stesso silenzio della prima pagina di Avvenire, ottimamente (e anche sapientemente) dedicata alla crisi: “I tagli non finiscono mai – Tremonti annuncia 17 miliardi in meno all’assistenza nel 2013- 2014”.
Una Direzione strategica che annulla tutte le disposizioni o biotestamenti che gli italiani abbiano già scritto o intendessero ancora scrivere. Da ieri, con l’approvazione del terzo articolo, nessuno più può sottrarsi alla tortura del sondino e della nutrizione forzata, e quindi è inutile lasciare “disposizioni” in senso contrario. Diceva a Radio Radicale l’onorevole Maurizio Turco: «Se in Italia fosse serio scrivere le Dat, mi atterrei per il mio testamento alle disposizioni della Conferenza episcopale tedesca». E il senatore pd Ignazio Marino spiega che la Conferenza tedesca lascia libertà alla persona di scegliere fra tutte le terapie possibili, comprese idratazione e nutrizione forzata; e s’è impegnata a far conoscere a tutti i connazionali queste disposizioni.
Il senatore Marino fu il primo nel 2006 a preparare un disegno di legge sul biotestamento, precedendo di sei mesi la drammatica lettera di Giorgio Welby al presidente Napolitano, che commosse l’Italia, ma non Ruini, che anche da morto gli chiuse le porte della Chiesa. Bertone non è Ruini, ma sa influire sulla Direzione strategica affidando al partito del bunga bunga, ai liquami vari ma anche agli infiniti cattolici per bene che non hanno retropensieri, i modi, i contenuti e i tempi del blitz sul biotestamento, e infliggere all’opposizione, reduce dallo stordimento sulle province, un uno-due che renderà ancora più tormentato il capitolo delle future alleanze.
Ma torniamo al tema ristretto, agli italiani defraudati dal testamento biologico.
Nei primi due giorni del blitz, abbiamo assistito alla balordaggine di un parlamento che parla per due giorni per vietare l’eutanasia, laddove nel codice penale italiano (l’ha ricordato Antonio Martino.
Ma come ha votato Antonio Martino?) non esiste il reato di eutanasia: sicché, vietando una cosa non definita, questa legge non ci dice se a commettere il reato di eutanasia è chi assiste il malato terminale a suicidarsi, chi commette omicidio del consenziente, chi si astiene dal praticare cure inutili (eutanasia passiva). Capisco che siamo nell’Italia dei Paniz, ma ridateci Alfredo Rocco, genio del diritto, fascista ma genio. Per di più, il parlamento del bunga bunga si inventa una nuova alleanza terapeutica tra medico e paziente, che ricalca l’alleanza tra Hitler e il protettorato di Slovacchia: dove il medico-Hitler può addirittura rifiutarsi di seguire le indicazioni che il paziente ha dettato nelle sue disposizioni, e il malato-Slovacchia non può invocare alcuna norma nei confronti del suo protettore alleato.
Ieri, poi, la camera ha discusso a quali categorie di malati si applicano le norme jugulatorie: il senato, quando varò la legge anti-Englaro, che è la prima edizione di questa, le aveva limitate agli “stati vegetativi” (da noi chiamati “vegetali”, con gran rizelamento della sottosegretaria Roccella che ci ha “spiegato” la differenza). L’edizione di Montecitorio parla invece di «tutti quelli che si trovano in stati di incoscienza». Ma – dice il senatore Marino – è un’ulteriore beffa per i malati e una presa per i fondelli per i medici, allo scopo di rendere inapplicabile la legge. Per interrompere la cura forzata, infatti, dovrebbe esser provata l’“assenza di attività cerebrale integrativa cortico-sottocorticale”. Dovremmo sottoporre le persone a sofisticatissime risonanze magnetiche, impraticabili non dico nelle province ma perfino in città come Roma. A meno che, con quella complicata definizione degna di una legge italiana, non s’intenda l’interruzione dell’attività elettrica cerebrale: cioè la morte cerebrale, come tutti i medici d’Italia l’hanno sempre conosciuta e chiamata. Sarebbe ridicolo scrivere in una legge che è possibile sospendere i trattamenti curativi al morto. Nemmeno la scienza prima di Galilei.
Dicono che il papocchio sarà dichiarato incostituzionale dalla Corte, che così risparmierà all’Italia laica le firme per un altro referendum abrogativo. Ma al momento l’unica certezza che abbiamo è che, se ci troveremo in condizioni di dover scegliere tra sondino di Stato (o altre torture benedette) e soluzioni di libertà, sceglieremo le seconde.

da Europa Quotidiano 08.07.11

******

“Biotestamento, norma beffa: è vietato rifiutare le terapie” di Jolanda Bufalini

Votato un emendamento Binetti (Udc) e Barani (Pdl) per il quale si possono indicare solo i trattamenti a cui si vuole essere sottoposti ma non quelli che si rifiutano. Ristretta la platea alle persone in stato vegetativo. Un testacoda, quelle che dovevano essere “disposizioni anticipate di trattamento” sono diventati divieti. Dice la deputata Pd Donata Lenzi: «Evidentemente si è perso il filo, tanto vale non fare alcun testamento» perché «se si va a ricostruire il testo finale, non si può fare il Dat in caso di coma permanente, le disposizioni valgono solo per l’ultimo stadio, non si possono esprimere opzioni, non si può dire no alla nutrizione forzata, quello che si scrive esprime solo un orientamento, non una volontà». Lenzi (bolognese e cristiano sociale) dà ragione al Fli Della Vedova, per il quale questo testo spalancherà le porte al contenzioso, al ricorso alla magistratura, «la maggioranza sta pensando di abolire l’ultimo articolo, quello che, dopo il comitato etico, prevede la possibilità di rivolgersi al magistrato. Ma è l’ordinamento generale che prevede questa possibilità, non il dat». Un altro testacoda, quindi, se la parlamentare d’opposizione ha ragione, poiché Fabrizio Cicchitto ha rivendicato, anche ieri, quella che definisce «un’operazione legislativa difficilissima, che alla fine riporterà la vicenda fuori dall’ordine dell’intervento di giudici e sentenza». Di più, il testamento biologico riguarda solo chi è in una condizione di «accertata assenza di attività cerebrale integrativa cortico-sottocorticale». Per Eluana Englaro non si sarebbe potuto fare nulla. Ignazio Marino si rassegna all’ironia: «La maggioranza sancisca per legge il divieto di morire». Margherita Miotto, anche lei parlamentare cattolica del Pd «Qui stiamo parlando del diritto di lasciarsi morire e quindi di rinunciare a trattamenti sanitari, questo diritto è precluso dall’emendamento approvato che azzera due anni di lavoro in commissione». E se non bastasse «la validità della Dat inizia nel momento della morte corticale, che non è reversibile».
Sul testo che verrà approvato martedì alla camera ma che dovrà tornare (dopo l’estate) al senato, aleggia un referendum, Antonio Palagiano, relatore di minoranza (Idv): «Questa è una legge contro il testamento biologico, fatta per compiacere qualcuno, ma che va contro la volontà dei cittadini».
Sull’articolo 3, cuore del provvedimento perché affronta la questione di idratazione e nutrizione, si sono pronunciati in Aula Per Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini. Bersani si è rivolto al Parlamento facendo appello, con «il cuore in mano», «alla pietà verso la persona umana» dei parlamentari. Perché con questa legge «la libertà alle persone vere sarà lasciata solo da morti». La risposta di Casini al segretario del Pd è stata aperta nella forma, «nessuno può sottovalutare questo appello», ma ha sottolineato che «molti deputati Pd si sono astenuti o hanno votato con noi». Potrebbe trattarsi di una disponibilità a lavorare e smussare posizioni distanti.

L’Unità 08.0711

******

“3.360 i pazienti in stato vegetativo in Italia”, di Alessandra Arachi

Per ognuno di loro lo Stato paga in media 165mila euro all’anno
Vietato indicare le cure rifiutate nel biotestamento
Scontro sul testo. Bersani: fermatevi. Erano due gli emendamenti della discordia all’articolo 3 sul testamento biologico, l’articolo clou di questo testo di legge. Ieri la Camera ne ha approvato uno, il 3.2020. Ma è stato sufficiente a far scoppiare la bagarre. Perché quest’emendamento, scritto da Lucio Barani (Pdl) e Paola Binetti (Udc), dice che scrivendo il proprio testamento biologico sarà possibile indicare soltanto i trattamenti cui si vuole essere sottoposti in caso di perdita di coscienza e non permette invece di scegliere quelli che non si vogliono. Praticamente si vanifica il concetto stesso di testamento biologico. Questo emendamento (approvato ieri mattina con 257 sì e 239 no) ha fatto infuriare le opposizioni e spinto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani a fare una richiesta accorata: «Mi appello alla nostra comune umanità e alla pietà verso la persona umana che abbiamo imparato dai nostri padri e dalle nostre madri. Fermiamoci. Continuando ad approvare emendamenti annunciati si arriverà al punto che il legislatore dirà a una persona che potrà essere libera dalla tecnica, dalle macchine e dai tubi soltanto quando sarà morta e potranno essere avviate le procedure per il trapianto» . A Bersani ha risposto Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl. Già l’altro ieri i due avevano battibeccato sugli stessi punti del disegno di legge e ieri Cicchitto ha affondato: «La verità è che se non ci fosse stata la battaglia di Beppino Englaro con sua figlia Eluana non staremmo qui a discutere un testo di legge. Quella battaglia ha innescato un meccanismo giudiziario con sentenze di giudici anche contraddittorie. Ecco quindi cosa stiamo facendo in Parlamento: un percorso non scelto, ma obbligato da una sentenza» . La votazione a Montecitorio ieri si è interrotta all’ora di pranzo, a metà degli emendamenti all’articolo 3. Prima di votare il secondo emendamento che farà ancora più discutere la prossima settimana: l’idratazione e la nutrizione. Si può interrompere oppure no per un malato terminale? L’emendamento 3.3001, presentato dal relatore della legge, dice un no secco e fa fare un passo indietro rispetto alla mediazione raggiunta in commissione, e chiude la strada a qualsiasi compromesso con l’opposizione. «Mi auguro che in questi giorni non ci siano nuovi scontri, ma un lavoro comune con grande equilibrio» , prova a calmare gli animi Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc. E aggiunge: «Nessuno sottovaluti l’appello di Bersani di cui apprezzo lo spirito, ma si ricordi che in questi due giorni ho visto un grande senso di responsabilità e toni di reciproco rispetto e pacatezza. Non è un caso che molti gruppi, anche il mio, abbiano dato libertà di coscienza ai parlamentari» . Sul tema è intervenuto anche l’Osservatore Romano con un articolo intitolato: «Uccidiamo solo la sofferenza» . Il testo tornerà in aula alla Camera martedì prossimo, si devono ancora votare sei articoli e mezzo.

Il Corriere della Sera 08.07.11

******

I padroni della vita di Maria Novella De Luca

Dopo 20 anni di dibattiti e altrettante proposte, la Camera sta per approvare una legge sul biotestamento. Contestata dai laici e dai medici. Coscioni: il testo è nato sull´onda del caso Englaro per non lasciare il verdetto ai giudici
Vent´anni di dibattiti, 15 di battaglie parlamentari, più di 20 proposte di legge. E il risultato, in dirittura d´arrivo alla Camera, è una norma che toglie al malato l´ultima libertà di scelta E allontana l´Italia dal resto d´Europa.
Melazzini: gli infermi vogliono essere curati, l´unica loro paura è quella di essere abbandonati. Una legge che decide sul come e il quando. Sui confini della vita e della morte. Sul domani di chi si ritrova ad un tratto prigioniero della malattia, della disabilità, del dolore. Del non essere più padrone delle proprie funzioni più semplici. E dunque senza voce, guidato, condotto, imboccato, vestito, portato per mano, in braccio, seppure con amore e rispetto. Legato ad una macchina, ad un respiratore, ad un sondino, ad una carrozzina, ad un letto. La legge sul biotestamento che la Camera approverà (probabilmente) tra feroci polemiche la prossima settimana, racconta tutto questo. Legifera su tutto questo. Ossia sul diritto a vivere o morire di persone incatenate ad una condizione senza speranza. E ci sono voluti vent´anni di dibattiti, 15 di battaglie parlamentari, più di 20 proposte di legge.
Alla fine si è arrivati a un testo che la maggioranza definisce “storico” e l´opposizione e gran parte del mondo scientifico ritiene invece “mostruoso”. Perché come ha sintetizzato in una battuta cruda eppure efficace il segretario del Pd Pierluigi Bersani, è questo ciò che dice il legislatore: «Ti libererò dalla tecnica, dalle macchine e dai tubi soltanto quando sarai morto…».
Non c´è spazio né per la scelta né per la libertà del paziente nell´attuale testo sulle “Dichiarazioni anticipate di trattamento”, che vieta la sospensione dell´idratazione e della nutrizione ai pazienti anche in stato terminale, prevede che il malato possa indicare soltanto i trattamenti a cui vuole essere sottoposto in caso di perdita di coscienza ma non quelli che rifiuta. Ma soprattutto, ed è l´elemento chiave, restringe la possibilità di utilizzare le “Dichiarazioni anticipate di trattamento” soltanto quando il paziente si trovi nello stato di “morte corticale”. «In realtà – spiega Maria Antonietta Coscioni, co-presidente dell´Associazione radicale che prende il nome da suo marito Luca, affetto da sclerosi laterale amiotrofica e morto nel febbraio del 2006, dopo una lunga battaglia per i diritti civili dei malati – questo è un testo deciso due anni fa, nel giorno della morte di Eluana Englaro, il 9 febbraio del 2009, quando il partito pro-life del centro destra ma non solo, decise che i giudici non potevano né dovevano più decidere se fosse legittimo o meno interrompere la nutrizione e l´alimentazione di una persona in stato vegetativo». Come Eluana appunto. Che pure era stata bella e forte e aveva più volte ripetuto che per lei quello “stato” non poteva chiamarsi vita. Ma chi può e deve decidere della nostra vita? Può la politica sancire per legge il diritto a vivere o a morire?
È lunga la storia del dibattito sul Biotestamento in Italia, ha diviso partiti e coscienze, il primo documento del Comitato Nazionale di Bioetica è del 1995, sull´onda di una discussione già attiva da anni in tutta Europa, con alcuni stati come la Danimarca che fin dal 1992 si erano dotate di una legge sul cosiddetto “living will”, che dava cioè la possibilità ad alcune categorie di malati terminale di chiedere l´interruzione delle cure e del nutrimento.
«In tutti i pareri del Comitato di Bioetica – racconta il ginecologo Carlo Flamigni, che ne è tuttora membro – pur con un grande lavoro di sintesi tra laici e cattolici restava sempre aperta una porta alla libertà di scelta del paziente. Nel 2003, nel 2005, fino al 2008 quando però le cose sono cambiate, l´influenza del Vaticano si è fatta più forte, ed è passata la tesi che l´alimentazione e l´idratazione fossero non terapia ma cure dovute per alleviare la sofferenza….Tesi confutate da tutte le società scientifiche, eppure anche tra quelle posizioni già restrittive, e il testo che vedo oggi in Parlamento c´è una grande differenza. È come se di fatto si volesse fare una legge per renderla inapplicabile».
Una legge fatta di no dunque, sulla scia della legge 40 sulla fecondazione assistita, e sulla quale già si annuncia non soltanto un referendum, ma anche una valanga di ricorsi dei malati ai tribunali, e di sentenze che potrebbero, esattamente come per la legge 40, smantellarne l´intero impianto. Eppure, come precisa il medico e senatore Ignazio Marino, «il 90% degli italiani in realtà vorrebbero semplicemente poter scegliere». Decidere cioè se «utilizzare ogni tipo di tecnica presente e futura, ogni tipo di trattamento e cura pur in una condizione terminale – dice Marino, che tiene a precisare la sua fede cattolica – oppure poter decidere di interrompere lo stato di sofferenza in cui si trovano. Io so che molti cattolici condividono il mio pensiero, l´obiettivo del legislatore di destra, con una legge che autorizza le dichiarazioni anticipate di trattamento soltanto quando il paziente è praticamente morto, è quello di far fallire la legge sul Biotestamento. Quanti italiani andranno a depositare il loro testamento biologico, rinnovandolo ogni tre anni, sapendo che tanto l´ultima parola è del medico e che la loro voce non conta? Forse – conclude Marino anche lui con una battuta grottesca – forse a questo punto la maggioranza dovrebbe introdurre un emendamento che sancisca per legge il divieto di morire, introducendo magari l´obbligo di cure per i deceduti…».
Eppure, al di fuori della battaglia politica, e con toni pacati, c´è chi questa legge la difende. E la sua voce va ascoltata, perché Mario Melazzini, oncologo famoso e oggi presidente dell´Aisla, l´Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica, la malattia la vive sulla propria pelle. Aveva poco più di 40 anni Mario Melazzini, sposato felicemente e con tre figli, quando nel 2002 gli viene diagnosticata la Sla. Da medico Melazzini diventa paziente, attraversa il dolore, la disperazione, la paura, la sofferenza, la voglia di morire prima di ritrovarsi in carrozzina, del tutto dipendente dall´aiuto degli altri. «Invece ad un certo punto – racconta Melazzini – ho deciso che volevo e potevo convivere con la malattia, che volevo e potevo essere nutrito con un sondino, non la ritengo una violazione del mio corpo, da sempre mi occupo dei malati più gravi, quelli oncologici, nessuno mi ha mai chiesto di aiutarlo ad “andare via”. I malati vogliono essere curati, l´unica loro paura è quella di essere abbandonati. Ritengo indispensabile che in Italia ci sia una legge sul fine vita, e ritengo giusto non interrompere l´idratazione e la nutrizione, che sono strumenti di supporto vitale per non inasprire le sofferenze dei malati e non sono certo cure. E difendo anche il ruolo decisionale del medico, che si fa carico del paziente, e di fronte ad alcune scelte può anche dire no… Perché magari dal momento in cui il malato ha scritto le proprie volontà a quando la malattia si manifesta potrebbero essere arrivate nuove terapie, nuovi farmaci che possono aiutare quel paziente non a prolungare la sua sofferenza, ma a stare meglio. E il medico deve agire».
Melazzini ha scelto. Molti altri pazienti non possono scegliere perché da tempo hanno perso il dono della lucidità o perché invece quel loro volere non possono esprimerlo, imprigionati in corpi senza voce e senza più forze. Da mesi in realtà gli stessi medici, e soprattutto i rianimatori, esprimono le loro perplessità su questo testo di legge (inasprito anche rispetto alle altre versioni votate dal centrodestra) al ministro Fazio, di fronte ad un corpus di norme che li rende enormemente responsabili. Racconta un medico anestesista di un famoso nosocomio romano: «Ci sono pazienti che si attaccano anche all´ultimo soffio di vita, altri che invece te lo chiedono con la voce, con gli occhi, con le mani: voglio la pace, voglio andare via…Non sarebbe giusto che potessero scegliere?».

La Repubblica 08.07.11