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"Giulio, Renato e la conferenza dei cretini", di Francesco Merlo

Torna, a fine regime berlusconiano, la maledizione socialista, quella speciale maniera di andare a male senza eroismi, di uscire di scena guastandosi, di farsi reciprocamente la linguaccia, di degenerare nella comicità involontaria e nel livore.Tremonti, Brunetta e Sacconi hanno le stesse origini. Scampati per miracolo alla decimazione della schiatta socialista, erano come l´ultima legione romana che, nel trionfante regno dei barbari, aveva saputo creare un´isola di sopravvivenza. Adesso invece si insultano, si disprezzano, sibilano «scemo» e «cretino» ed è facile prendersela con Brunetta che di tutti è il più caricaturale, quello che sta guastando anche gli ultimi giorni di Pompei.
Ma Tremonti e Sacconi, e con loro Cicchitto e gli altri, il napoletano Caldoro e i tanti piccoli garofani appassiti, sono pur sempre i fratelli di Brunetta, fratelli coltelli, parenti serpenti … Dentro un governo dove ciascuno rinfaccia all´altro i trucchi andati a male, la vergogna per il Lodo Mondadori, loro danno spettacolo nello spettacolo e con l´umore definitivamente irritato rubano la scena persino a Berlusconi, che è tutto dire. E realizzano appunto una maledizione, quella di Rino Formica, che li tenne tutti a battesimo.
Pensando dunque alla maledizione socialista tornate a guardare quel video girato da “Repubblica.it”, uno di quei fuorionda che nel giornalismo stanno magnificamente sostituendo i retroscena di una volta. Le risate e gli sghignazzi che stanno fuori campo solidarizzano con il campo, dove il socialista Brunetta prova a spiegare che è una manna per gli statali la manovra che invece li stanga. E il portamento dritto e rispettoso del funzionario che tuttavia inchioda Brunetta alla verità dei numeri rende più grotteschi anche l´ira e il sarcasmo di Tremonti e di Sacconi. Sicuramente sono dettagli liberi, liberati e liberanti che permettono di risalire alla totalità del campo, vale a dire a quel tavolo di governanti che diventa così una tavolata di sfigati che non si riconoscono più come fratelli.
È una sorta di «buu» contro Brunetta: le risate, i sibili, quell´insieme ridicolo notificato appunto dagli uomini di conto e di competenza, gente che ha vinto concorsi difficili e assiste alla vampe di questo socialista che di nuovo tratta l´impiegato statale come l´uomo delinquente di Lombroso promettendo un´altra mitragliata di visite fiscali.
E guardando Tremonti, Brunetta e Sacconi, vengono in mente gli aforismi di Formica, le battute brucianti, la crudezza: le «liti da comari», «il convento è povero ma i monaci sono ricchi», «i nani e le ballerine», «sangue e merda» … Dietro c´era già l´idea di una politica aspra e prosaica, la fine della follia visionaria e l´avvento degli uomini piccoli piccoli, non più interessi di classe ma interessi privati e conflitti di interessi, il socialismo ridotto a socializzazione delle perdite e privatizzazione dei benefici, insomma il potere della forza.
Per questo, di nuovo come allora, esplodono i rancori perché di nuovo l´atmosfera è di fine cena, di chiusura del banchetto, e la cosa più remota è la solidarietà. Eppure, socialista di formazione significava romanticismo ed utopia, il socialismo era il luogo del risarcimento ideale e reale, la voglia di altrove che nel comunismo si coniugava con il partito, con la disciplina e con il cinismo, ma nel socialismo aveva, prima ovviamente di degenerare, l´imprinting dell´avventura e della fantasia.
Tutto questo è definitivamente andato a male nell´idea infelicissima di mettere il socialismo al servizio di Berlusconi. È come se il capitano di una nave corsara si mettesse al servizio di un armatore. Il pirata cerca l´imprevisto, la creatività, il riscatto sociale, la libertà. L´armatore vuole il suo profitto, l´efficienza, il cartellino, l´orario, la gabbia, ha l´interesse privato come orizzonte collettivo. Non si può fare il socialista agli ordini di Berlusconi, del magliaro che non vuole pagare le multe e i risarcimenti spiegando che la sua non è illegalità ma anticomunismo, dello sporcaccione che non va a prostitute ma “protegge” le nipotine di Mubarak … E che c´entrano Bakunin e Proudhon, Nenni e Pertini, Mitterrand e Jospin (e persino Mussolini) con l´idea che imbrogliare il prossimo significa reagire alla persecuzione dei giudici?
Certo, sono uomini diversi, Tremonti, Brunetta e Sacconi. C´è chi ha forse futuro e chi invece si sente già tirare a fondo, ma vederli sgallettare in quel modo, a quel tavolo istituzionale, stringe il cuore. Tra quella che fu la gens nova berlusconiana questi infatti non sono i mascalzoni, non stanno dentro una cricca per sgraffignare. Non appartengono all´antropologia dei Verdini, dei Bertolaso, non telefonano a Bisignani, non arraffano. Eppure sono di nuovo lì a farsi linguaccia, pronti ad insultarsi fuori onda ed abbracciarsi in onda, ad incarnare il peggio del berlusconismo per bene. Nel disastro finale di un mondo e di un regime, sarebbe stata elegante una loro rovina senza troppo rumore, sarebbe stato bello se, per una volta, avessero smentito la maledizione di Formica e non si fossero di nuovo trasformati da paladini di una corte in comari di un cortile.

La Repubblica 08.07.11

"Università. PD: Da Gelmini ancora solo parole", di Marco Meloni*

La torrenziale conferenza stampa sull’iter di attuazione della riforma universitaria tenuta oggi dal ministro Gelmini è stata l’ennesima occasione perduta per dire tutto senza dire nulla. Parole, impegni, promesse, ma nessuna spiegazione convincente sullo stato di paralisi nel quale l’inefficienza del MIUR sta gettando l’intero sistema universitario italiano. Anziché parlare di decreti firmati e non operativi, meglio avrebbe fatto il Ministro a raccontare per quale ragione ad oltre cinque mesi dall’entrata in vigore della riforma, e sei dalla sua definitiva approvazione, solo uno (uno!) della quarantina di decreti attuativi previsti è stato ad oggi pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Vogliamo ricordare che lo scorso 13 aprile il ministro ha affermato davanti all’assemblea della Camera dei Deputati che la riforma sarebbe stata pienamente operativa entro la fine di luglio. Oggi, 7 luglio, ci ha spiegato che sarà pienamente operativa entro ottobre. A questo punto si può facilmente prevedere che ad ottobre ci verrà a raccontare che sarà pienamente operativa per il prossimo gennaio, e così via.

In questo contesto il solo dato di fatto è che il reclutamento è fermo dall’inizio della legislatura, a parte i concorsi resi possibili dagli interventi del Governo precedente. Nel frattempo l’età media del nostro corpo accademico, già troppo alta rispetto agli standard europei, continua a crescere, il ringiovanimento ed il rinnovamento vengono resi impossibili, la consistenza numerica del personale diminuisce progressivamente e i giovani e i precari sono costretti ad abbandonare le università italiane per cercare fortuna altrove, disperdendo un patrimonio di esperienze e competenze sulle quali il paese ha effettuato sostanziosi investimenti.

Parlare di aumenti degli assegni di ricerca – certamente giusti – e di aumento della “quota premiale” del finanziamento alle università, non ha alcun senso se non si risponde alla domanda fondamentale: nel 2012 ci saranno risorse sufficienti per far funzionare le università e per evitare la cancellazione del diritto allo studio? E a questa domanda, purtroppo, il ministro non risponde. Come è noto a tutti, in queste condizioni il prossimo anno il sistema universitario non potrà funzionare, le immatricolazioni e i laureati non potranno che diminuire, mentre il nostro Paese, che già si trova agli ultimi posti fra le nazioni economicamente più avanzate nelle graduatorie relative al numero di laureati rispetto alla popolazione, avrebbe bisogno esattamente del contrario.

Ormai si può formulare un bilancio definitivo dell’eredità che il governo Berlusconi e il ministro Gelmini ci lasciano: un profluvio di norme, deleghe e regolamenti, accompagnato da un fortissimo definanziamento del sistema, sta portando il sistema alla paralisi, e sta producendo danni irreparabili all’istruzione superiore e alla ricerca italiane. Una ragione in più per chiudere rapidamente questa esperienza disastrosa.

*responsabile PD Università e ricerca

www.partitodemocratico.it

"Autonomie verso lo strappo", di Eugenio Bruno

Ormai lo «strappo» istituzionale è consumato. Assente Tremonti che per il momento rifiuta anche solo contatti telefonici, assente Berlusconi che ancora non concede l’incontro «urgente» chiesto a gran voce. Così ieri sindaci, governatori e presidenti di Provincia hanno dovuto prendere atto della rottura dei rapporti col Governo sulla manovra. Solo una brevissima apparizione – presenti i ministri Fitto, Sacconi e Calderoli – in Conferenza unificata per esprimere la profonda insoddisfazione verso il decretone. Un breve scambio di vedute dai toni anche aspri, e poi via. Al momento i rapporti restano sospesi. Col cammino del federalismo fiscale in bilico, i servizi sociali e sanitari a rischio, i cantieri fermi, gli investimenti al palo, i fondi alle imprese in naftalina. L’universo delle autonomie, compatto, è pronto a dare battaglia aldilà degli schieramenti.
Dall’Esecutivo ieri sono arrivate timide aperture, tutte da verificare nei fatti. Fitto s’è detto sicuro («pur nell’asprezza dei toni di oggi rispetto ai rapporti istituzionali») che l’incontro richiesto si potrà fare presto. Mentre Calderoli, riconoscendo come «ragionevoli» le critiche a una manovra che arriva in un «momento eccezionale», ha socchiuso la porta alla possibilità di riconoscere più credito agli enti virtuosi. Un leit-motiv soprattutto leghista ma non è detto che basti. Ormai anche i governatori con i conti in regola sulla sanità, cominciano a dire che di questo passo tutti finiranno sotto la scure dei piani di rientro.
Sull’altare della manovra estiva dell’anno scorso e di quella di questi giorni, Regioni ed enti locali contestano di aver subito tagli pesantissimi che li mettono in ginocchio e che ne mettono a repentaglio autonomia e operatività complessiva. La stima a regime, nel 2014, degli interventi sul patto di stabilità e sulla sanità è di 15,6 miliardi: 9,1 miliardi sulle Regioni, 5,3 sugli enti locali, 11,2 miliardi sul fondo sanitario. I governatori lamentano di aver pagato un conto pari al 46% del totale, contro una spesa che è il 16,2% di quella pubblica. E i sindaci non sono da meno, col sovrappiù di un fondo sociale che dal 2008 al 2011 s’è ridotto del 75% circa, di quelli per la famiglia e per gli affitti dell’80 per cento. Sacrifici a cui si aggiungono il taglio il 41% del fondo di riequlibrio del federalismo e quello del 10-15% su spesa sociale e istruzione citati da Osvaldo Napoli (Pdl) presidente facente funzioni dell’Anci.
I Comuni fanno pressing: «Senza un incontro con Berlusconi e Tremonti – avvisa Napoli – non proseguiremo alcun rapporto con il Governo». E l’Anci ha già chiesto un’audizione alla commissione Bilancio del Senato che esaminerà la manovra. D’accordo anche le Province: il presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione (Pdl), teme una drastica riduzione degli investimenti pubblici visto che «il 70% proviene dagli enti locali». Per non parlare dei temuti effetti sul federalismo, che può morire prima di nascere.
Per le Regioni la rottura con l’Esecutivo è già in atto. «Siamo di fronte a un conflitto istituzionale gravissimo che può essere ridotto solo dal presidente del Consiglio a cui chiediamo con urgenza un incontro» ha dichiarato Vasco Errani (Emilia Romagna, Pd), rappresentante dei governatori. E il presidente lombardo Roberto Formigoni (Pdl) non è da meno: «Se non ci sarà un incontro saremmo di fronte a qualcosa di inaudito e mai visto prima ma sono convinto – ha aggiunto – che prevarrà la logica del confronto. Correggere la manovra è possibile». A sua volta il leghista Luca Zaia (Veneto) sposta la mira sui servizi a rischio: «Non vorremmo tagliare quei servizi che i cittadini hanno conosciuto e che è giusto che continuino ad avere».

GLI EFFETTI
Governatori e sindaci sul piede di guerra Formigoni (Lombardia): senza confronto saremmo di fronte a qualcosa di inaudito Napoli (Anci): tagliato il 41% dei fondi per il federalismo fiscale
Le aperture dell’Esecutivo Per il ministro degli Affari regionali Fitto il vertice sarà fissato presto Calderoli apre a modifiche sui criteri per determinare la virtuosità
La sforbiciata Con un taglio «lineare» Napoli perderebbe il 51% delle risorse compartecipate, Torino e Genova il 45% mentre Milano e Roma il 43 per cento

IL Sole 24 Ore 08.07.11

"Un Fatto abusivo su Berlinguer", di Stefano Menichini

Si tranquillizzino quelli che si preoccupano per il futuro dell’antiberlusconismo di stampo giustizialista quando non ci sarà più Berlusconi. Non rimarranno disoccupati, coloro per i quali il casellario giudiziario è il prisma attraverso il quale leggere l’Italia, e che ritengono che ogni politico o uomo di potere siano a priori colpevoli di qualcosa, finché non riescono a dimostrarsi innocenti.
Al Fatto, per esempio, hanno deciso di riposizionarsi per tempo.
Per loro, quando Berlusconi non ci sarà più non cambierà granché: la politica è comunque un oceano di corruzione, nessun partito fa eccezione e il Pd – in quanto futuro probabile principale partito di governo – merita fin d’ora un bel trattamento demolitorio. Ed ecco allora ieri la prima pagina, titoli, commenti, articoli: «Questione morale addio», «La diversità perduta», «Berlinguer chi era costui?», «Mazzetta rossa la trionferà».
Magari si trattasse del prezioso ruolo del watch-dog che non fa sconti ad alcuna parte politica. Questa è intimidazione a mezzo stampa. È la negazione di una qualità politica differente che, passando dalle sfuriate di Beppe Grillo, finisce per sovrapporsi alla principale tesi dei giornali berlusconiani: se a destra sono peccatori, a sinistra lo sono altrettanto.
«C’è una differenza semplicemente quantitativa», garantisce Paolo Flores d’Arcais.
Il tema è serio. Dalla Puglia alla Liguria al Piemonte ci sono indagini che coinvolgono per reati gravi personaggi in vari modi vicini al Pd. Il Sud è pieno, per ammissione generale, di zone opache. È vero, come rimarca Bersani, che i democratici coinvolti lasciano sempre i propri posti e che la magistratura non viene mai attaccata per il lavoro che fa: ma questo è un buon costume del dopo, non assolve dal malcostume del prima.
Ogni scrutinio dev’essere accettato. Il Fatto però – in sintonia con il mainstream liquidazionista di gran parte dell’opinione pubblica progressista – compie un salto di qualità molto meno accettabile. Eleva a sistema, nel Pd, la presunta corruzione di alcuni. La associa a un nome e un cognome, quelli di Massimo D’Alema.
Per fornire gravità storica alla degenerazione, denuncia il tradimento di Enrico Berlinguer (1981, intervista sulla questione morale e rottura politica con Craxi), tirando in ballo Napolitano come avversario dell’epoca e facendo intendere che nel dissenso di allora possano rintracciarsi i germi di un relativismo etico dell’attuale capo dello stato.
Che a Padellaro Napolitano sia poco simpatico è risaputo: affari loro. Però Padellaro al Fatto è fra i pochi con l’età giusta per poter contestualizzare, a volerlo fare, il dissenso fra Napolitano e Berlinguer in uno scontro politico denso di ragioni. Fa ridere, se non fosse paradossale e sostanzialmente diffamatoria, la riproposizione odierna di quella antica “diversità” da parte di uno come Flores che è stato trotzkista, craxiano, nuovista e girotondino, quindi tutto tranne che berlingueriano anzi esattamente l’opposto.
Il giornale del «sono tutti uguali» ha tanta nostalgia della diversità berlingueriana, anche se nessuno da quelle parti ha il dna giusto per rivendicarla. Scagliarla contro il corrotto Pd di oggi è abusivo e storicamente folle. Ma comunque è una nostalgia mal riposta.
Nonostante l’iconizzazione successiva della figura del segretario del Pci, davvero la proclamazione e l’esasperazione della diversità andò allora di pari passo col riconoscimento di una sconfitta storica, della fine di una speranza e di una strategia, della chiusura di un ciclo che si volle dichiarare esaurito per l’amoralità degli altri piuttosto che per i limiti propri. Da allora, ogni battuta d’arresto a sinistra ha sempre alimentato frustrazione e ha accresciuto il senso di un’ingiustizia subìta, invece di stimolare la lucidità necessaria a cogliere gli errori di analisi sulla società.
I leader democratici si considerano oggi diffamati e offesi dal Fatto, hanno le loro ragioni.
Quel giornale – quella cultura, quel luogo comune diffuso – sono portatori però di qualcosa di peggio: sono i portatori non sani della sconfitta permanente, dell’incapacità e non volontà di capire il mondo nei suoi dati strutturali, nei mutamenti dei pensieri profondi più difficili da cogliere e da affrontare di quanto non sia la debolezza dei politici.
Al Fatto sono bravissimi a occuparsi dei Morichini della terra, e c’è tantissima gente che solo di questo vuole leggere e sapere: bene, o tempora o mores. Ma a quel giornale, per alimentare il successo del momento, bastano i verbali dei pm, non c’è bisogno di scomodare Berlinguer, la fine del compromesso storico, l’impotenza del riformismo socialista. Evidentemente non è roba adatta a loro.

da Europa Quotidiano 08.07.11

"Perché le donne in piazza vogliono la metà di tutto", di Giancarlo Bosetti

Le donne di “Se non ora quando” vogliono diventare un movimento sociale, organizzato e duraturo nel tempo. E questa è la prima buona notizia che arriva dall´annunciata due giorni di Siena (domani, sabato 9, e domenica 10). La seconda è che, con loro, si affaccia non solo un bacino elettorale, ma anche una promessa di ricambio della classe dirigente politica.L´onda che ha riempito le piazze il 13 febbraio scorso ha già raggiunto Milano, che ha ora una giunta comunale con sei donne e una vicesindaco, Maria Grazia Guida, che viene dal volontariato, ma la stessa onda ha dato propulsione al referendum che ha liquidato legittimo impedimento, nucleare e tutto il resto. Nei “sì” le donne hanno pesato più dei maschi, con un 59% contro il 55% (fonte Ispo). Il cammino di questo movimento è cominciato fin da quando il gruppo iniziale mise in scena lo spettacolo “Libere”, di Cristina Comencini, che si presentava subito come l´inizio di qualche cosa di nuovo, fuori del teatro. E l´andatura si è fatta poi spedita, grazie alla determinazione di un gruppo largo di donne che guidano l´iniziativa finora senza una struttura definita di comando, ma non senza carattere e ambizioni crescenti. Si tratta del carattere di donne che intendono riscattare dignità e potere femminile al termine di un ciclo umiliante, ma non per dare protezione con le quote rosa a una sezione “debole” della società, quanto invece per dare alla meritocrazia quel che è dovuto, levando possibilmente di torno incompetenti ambosessi per collocarci persone con titoli professionali e capacità acclarate.
“Se non ora quando” prende di mira l´uso delle donne come carne da cannone non solo per le notti del sultano, ma anche il “tokenism”, ovvero l´impiego di femmine selezionate alle sfilate di Salsomaggiore come “token”, gettoni, segnaposto che stanno a dire che “la donna c´è” al governo, anche se si muove con andatura ambigua, un po´ da ministro che dichiara cose importanti, “da uomini”, e un po´ da donna del capo, che parla solo se interpellata. Simboli illusori, specchietti per le allodole: il token/alibi, come ha scritto Chiara Volpato, ha una funzione precisa: salvaguardare lo status quo, togliendo forza alle voci di protesta in situazioni di forte squilibrio nei rapporti di potere.
Quant´era fiero Berlusconi di leggere la lista delle ministre “con la laurea” – pensate! Era la prova che non sono solo belle, anche brave! – , ma non è soltanto la “bella presenza” al governo e neanche soltanto l´harem di Arcore e Palazzo Grazioli a produrre indignazione. La caldaia era arrivata già a una pressione molto pericolosa per il Cavaliere (e l´esito degli scontri in tv con la Bindi avrebbero dovuto metterlo in guardia), ma a provocare l´esplosione è stata la congiunzione di questi comportamenti con un´economia e una società in cui per le donne “non c´è niente”, per usare la sintesi della Comencini. I dati Istat (direttrice centrale una donna, Linda Laura Sabbadini) confermano la mesta condizione italiana nell´Europa dei 27: la media del tasso di occupazione femminile è oltre il 58%, l´Italia è al 46% con un catastrofico 30% nel Meridione. Ottocentomila donne sono state licenziate o costrette dall´azienda a lasciare il lavoro per una gravidanza e non l´hanno più recuperato. È in questo cronico contesto di oppressione materiale e psicologica che è andata in scena la vicenda della nipote di Mubarak.
La conseguenza è che, da una parte, il tasso di consenso verso il governo in questi ultimi anni è precipitato ed è cresciuto il risentimento della società italiana verso il primo ministro, mentre dall´altra non è cresciuto in misura equivalente il consenso per l´opposizione. Questa condizione contraddittoria ha generato una sensazione di generale impotenza e ha spinto molte donne italiane, impegnate qui e all´estero, con rilevanti posizioni nel mondo scientifico e accademico, nelle professioni, nei sindacati, nello spettacolo ad abbandonare un certo distacco e a riprendere interesse per la politica italiana. Questo spazio politico senza risposte è un vacuum che si può e si deve riempire. È questo il motore del gruppo dirigente di “Se non ora quando”. Ha raccontato la linguista Fabrizia Giuliani che il giorno in cui, in un convegno a Utrecht, ha sentito una relazione che proponeva in parallelo i casi delle donne talebane e di quelle italiane e ha notato che nessuno reagiva più con stupore, ha deciso che bisognava finalmente trovare il modo di dire “basta”.
Le donne di questo nascente movimento hanno in comune la caratteristica della prudenza, hanno visto troppe illusioni svanire. Ma hanno ambizioni. Questo spiega una certa virtuosa incompiutezza del disegno politico, che dovrà precisarsi trovando le vie di un accesso alla politica che aggiri le insidie. Non hanno intenzione di farsi catalogare come l´annesso di qualcuna delle correnti o dei leader della sinistra e del centrosinistra in servizio o in disarmo. Nei loro forum i vecchi nomi sono diventati pressoché impronunciabili, non per timidezza, ma per la conoscenza che hanno della giungla paludosa da attraversare. Sanno anche che anche il tono delle critiche a Berlusconi rischia di essere decodificato e degradato a banale etichetta di una corrente contro le altre. Forse riusciranno anche a portare parole nuove per un discorso pubblico dissanguato. Come spiegano chiaramente, non vogliono il ministero delle Pari opportunità, ma l´Economia, gli Interni e la Difesa, e anche il Primo ministro se non il Quirinale, dopo Napolitano. Non vogliono quote, ma “la metà di tutto”. E forse qualcosa di più. Non si metteranno “sulla scia” di questo o di quello. Intendono iniziare una “nuova scia”.

La Repubblica 08.07.11

Non solo pensioni e Bot. Serviranno più tasse per arrivare al pareggio", di Bianca Di Giovanni

Cominciano a uscire i numeri «veri » della manovra, quelli della relazione tecnica redatta dalla Ragioneria. Ebbene, l’intervento nel 2014 arriva a 24 miliardi di euro. Come anticipato dal Pd e da l’Unità due giorni fa, nel 2014 non si raggiungerà il pareggio di bilancio. O meglio, tutto è affidato alle deleghe, quella sul fisco e l’altra sull’assistenza, che sono ancora tutte da scrivere. Dalle tasse e dai tagli al welfare il governo punta a reperire ben 15 miliardi. Ma l’operazione non può che essere rinviata, visti i pesanti effetti sociali. Il ministro parla di riordino delle detrazioni, prefigurando un consistente taglio. Se si pensa che gran parte degli sconti fiscali sono oggi attribuiti ai redditi da lavoro, e in particolare ai carichi familiari, si ha l’idea dei possibili effetti dell’intervento. Ieri il presidente Giorgio napolitano ha ammonito sul fatto che «la legge di riforma fiscale va decisa nel momentoopportuno, va seguita da decisioni ulteriori e sicuramente da completamente economici necessari ». Come dire: l’operazione non sarà semplice. «Ma vediamo cosa decide il Parlamento», ha aggiunto Napolitano. Nonostante quello che la vulgata tramanda, non è affatto vero che l’Europa ci chiede il pareggio nel 2014: quello semmai è un impegno che ha preso unilateralmente l’Italia. E le congetture si moltiplicano sui reali intenti politici del ministro dell’Economia. Avrebbe accelerato la «cura», puntando tutto su un’ipotesi di governo tecnico, per ora assolutamente irrealistica. In ogni caso anche quei 25 miliardi insufficienti ad eliminare in modo stabile il deficit di bilancio colpiscono al cuore il Paese. C’è un maggior prelievo di circa 7 miliardi, di cui 6,5 di maggiori tasse e bolli, e il resto di entrate dai giochi. La stangata è pesantissima per gli enti locali (oltre 6 miliardi), per la sanità (5 miliardi), per i servizi pubblici, per i pensionati (un miliardo e mezzo). E anche per quel risparmio privato più volte indicato dal ministro come la vera ricchezza del Paese. Per i lavoratori è allarme rosso. Tanto che Susanna Camusso lancia un appello agli altri sindacati confederali per una mobilitazione comune. In un lettera inviata ai numeri uno di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, il segretario Cgil scrive: «Credo sia indispensabile – tenendo conto di quanto è stato detto – valutare se abbiamo una posizione comune riguardo la manovra finanziaria del governo e quali iniziative unitarie assumere. Vi chiederei di fissare insieme al più presto una riunione delle tre segreterie». Nella rete di norme imbastite in Via Venti Settembre, Tremonti continua ad accentrare il potere nelle proprie mani. Sui tagli ai ministeri – a regime di 5 miliardi – si affidano le scelte alle singole amministrazioni, ma la supervisione resta al Tesoro, che in caso di obiettivi mancati potrà autonomamente intervenire con il taglio. Sempre Tremonti assume al suo dicastero persino il fondo per la manutenzione degli immobili pubblici. Ma c’è anche un passo indietro rispetto al tremontismo della prima ora: la manovra liquida infatti Patrimonio Spa, creatura del ministro creativo. C’è da dire che è proprio Via Venti Settembre il dicastero più colpito dai tagli, che nel 2014 arrivano a oltre 1 miliardo e 300 milioni. Lo supera lo Sviluppo, che arriva a quasi due miliardi. Segue la Difesa con oltre 700 milioni, e poi Interno (263 milioni), Giustizia (124) e Trasporti (103). Per gli altri solo limature. Mano leggera sui finanziamenti ai partiti politici, che dal2013 riceveranno complessivamente quasi 164 milioni di euro, dagli attuali 171.

BANCHE Stando ai numeri della Ragioneria, dal superbollo sul deposito titoli (fino a 380 euro annuali per chi detiene più di 50mila euro) si ricaveranno 2,4 miliardi a regime. I tecnici stimano che il 26% dei correntisti ha anche un deposito titoli, dato su cui gli uffici Abi stanno ancora lavorando. La misura è particolarmente penalizzante, visto che colpisce anche i «pacchetti» in perdita. E non solo: rischia di dirottare gli investitori verso i pronti contro termine, o addirittura verso i depositi on-line. Più complesso è il caso dei fondi di investimento, che hanno diversi tipi di prelievo. L’Irap su banche e assicurazione produce invece un maggior gettito di circa mezzo miliardo. La misura è stata fortemente criticata dall’Abi, che parla di manovra con effetti negativi sul modello moderno di banca.

L’Unità 08.07.11

"Le cattive compagnie di SuperGiulio", di Gianni Del Vecchio

La richiesta di arresto per l’ex consigliere imbarazza l’uomo forte del governo, Tremonti. «Era un commento sottovoce, come ce ne possono essere tanti, pare comunque che l’incidente sia chiuso, Tremonti ha chiesto scusa in consiglio dei ministri. Brunetta era dispiaciuto ma ha avuto la solidarietà di tutti. Andremo tutti al suo matrimonio». Il ministro allo sviluppo economico, Paolo Romani, ha ovviamente cercato di sdrammatizzare la brutta gaffe del collega all’Economia, pizzicato dalle telecamere a insultare Brunetta durante la conferenza stampa in cui i ministri economici hanno illustrato la manovra.
Giulio Tremonti s’è lasciato andare a un eloquente «Questo è il tipico intervento suicida, è proprio un cretino », mentre Brunetta difendeva i tagli alla spesa del pubblico impiego, il blocco del turnover e quello degli incrementi salariali.
Tutte misure che il titolare di via Venti settembre avrebbe preferito fossero rimaste in secondo piano mentre il politico veneziano le stava spiattellando a tutti i giornalisti.
Quella che in un altro momento sarebbe stata interpretata come una semplice caduta di stile, nel governo litigioso e balcanizzato di oggi finisce per essere un preciso segnale “politico”.
L’ulteriore, e forse più evidente, sintomo di come il vero uomo forte dell’esecutivo non sia più Berlusconi né Bossi, piuttosto Tremonti. La manovra economica varata per decreto è la dimostrazione di come ormai il tributarista di Sondrio sia in grado di far digerire alla maggioranza di centrodestra provvedimenti totalmente agli antipodi con la ragione sociale del Pdl e della stessa Lega. A partire, ad esempio, dall’introduzione di una patrimoniale mascherata: il superbollo sui titoli di stato, che colpirà dieci milioni di contribuenti e porterà nelle casse statali ben otto miliardi, non è altro che un modo furbo e indiretto per colpire la ricchezza delle famiglie. Contemporaneamente, la manovra presenta altre misure impopolari per la constituency berlusconiana: la stretta sulle pensioni medio-alte e il ritorno del ticket sanitario, per citarne solo due.
E Berlusconi davanti a tanto s’è mostrato più che mai impotente negli ultimi giorni. Così come ha dovuto chinare la testa anche ieri, quando s’è trovato a difendere la norma salva-Fininvest.
Il premier ha sostenuto che in consiglio dei ministri s’era discusso del cavillo a lui tanto caro e quindi tutti sapevano, compreso Tremonti «che non ha ritenuto di portarlo al voto, essendo sicuro che tutti i componenti della coalizione fossero d’accordo». Scaricando così parte della responsabilità al ministro dell’economia, nonostante lo stesso Tremonti mercoledì avesse a sua volta passato la patata bollente a palazzo Chigi, e in particolare a Gianni Letta. Le parole del premier tuttavia sono state prontamente smentite da Bossi, che ha scelto senza pensarci due volte da che parte stare: «Non lo sapeva nessuno». Né Tremonti, quindi, né Calderoli, altro ministro tirato in ballo da Berlusconi.
Il momentum favorevole di Tremonti tuttavia viene completamente ribaltato da una indagine giudiziaria che, se non riguarda lui direttamente, ha colpito uno dei suoi più stretti collaboratori, Marco Milanese, suo consigliere politico fino allo scorso 28 giugno. La procura di Napoli ha chiesto alla camera l’arresto di Milanese sulla base di accuse pesanti: corruzione, rivelazione di segreto e associazione per delinquere.
E nelle carte spunta un fatto “misterioso”: Tremonti abiterebbe, nel cuore di Roma, in un appartamento il cui canone di fitto è a carico dello stesso Milanese. Il deputato di origini irpine verserebbe 8.500 euro al mese per una residenza in cui non vive. Circostanza che, per i magistrati, dimostra quanto siano stretti e poco chiari i rapporti fra i due, nonostante le dimissioni di Milanese.

da Europa Quotidiano 08.0.11

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«Gioielli e Ferrari in cambio di favori», di GIOVANNI BIANCONI

«E quindi, se lei dovesse fare un conto delle somme che ha dato?» , domanda il magistrato. «In tutto una milionata, non sono preciso… sulle novecentocinquanta, un milione e cinquanta. Con esclusione della barca e dei regali che tra l’altro, soprattutto nella prima ondata, sono stati numerosi e molto costosi. Tipo un paio di gioielli, un paio di orecchini da sette carati di brillanti, che io sono stato costretto a regalargli, perché erano stati prenotati da lui in un negozio di Capri» . Uno «scapocchione fortunato» Il 19 dicembre scorso l’imprenditore Paolo Viscione, arrestato per truffa e altri reati, decide di denunciare pagamenti e regalie al deputato del Pdl ed ex ufficiale della Finanza Marco Milanese, strettissimo collaboratore del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Gioielli, orologi, macchine e soldi per essere protetto dalle indagini delle Procure e delle Fiamme gialle, spiega. E il giudice, che vuole arrestare Milanese anche per il reato di associazione a delinquere commesso proprio insieme a Viscione, ritiene il suo racconto «intrinsecamente credibile, non essendovi motivi per dubitare della scelta collaborativa» . Vengono dallo stesso paese, Viscione e Milanese, Cervinara in provincia di Avellino: «Siamo compaesani, ma lui è un ragazzo di cinquant’anni, io ne ho circa settanta, quindi le lascio immaginare in che considerazione veniva preso questo ragazzo, che in effetti sapeva di essere uno “scapocchione”per il padre che io conoscevo, e che a tutti i costi l’ha voluto inserire. Ha avuto un bel successo, perché la fortuna l’ha accompagnato…» . Un «ragazzo» che dalla posizione raggiunta, fianco a fianco con il ministro dell’Economia, intorno al 2004 si è ripresentato a Viscione: «Ha cominciato a portarmi notizie e a intimorirmi sulle posizioni mie che sembravano preoccupanti rispetto a indagini da parte della magistratura… Mi venne a dire che ci stava un problema su Napoli… Chiaramente la cosa mi ha impressionato molto, perché già si parlava di associazione a delinquere finalizzata a reati finanziari» . Insieme al problema, Milanese offriva la soluzione. Non gratuitamente, però: «Dice “qua ci penso io, ci penso io, ci penso io”… Insomma, c’è stata una richiesta di danaro a cui ho dato soddisfazione… Poi abbiamo cominciato a parlare del leasing di un’automobile, una Aston Martin che gli abbiamo preso usata; si è arrabbiato perché era usata e abbiamo cambiato la macchina» . Negli Usa con la Ferilli e De Sica Intorno al 2009 c’è quella che Viscione chiama «la seconda ondata» , quando Milanese gli si ripresenta in un ristorante della capitale: «Mi incontra… “guarda che hai due indagini in corso, una del dottor Piscitelli di Napoli, l’altra ce l’ha la dottoressa non so chi di Roma”» . Le promesse sono sempre le stesse: «Non ti preoccupare, ci penso io… E siamo arrivati al febbraio che lui mi dice “sei intercettato, non si può parlare più”» . Anche stavolta, in cambio dell’avviso il deputato pretende un corrispettivo. «Fa delle richieste esosissime, io le adempio gradualmente» , confessa Viscione che poi fa qualche conto: «Come soldi gli ho dato quattro e cinquanta (450.000 euro, ndr), che avrei dovuto dargliene seicento… Tutti in cash, prelevati dalle banche» . A prenderli e portarli andava un uomo di fiducia dell’imprenditore, «cento, cento, cento alla volta» . In un’occasione Milanese gli avrebbe portato le trascrizioni delle conversazioni registrate, «mi ha fatto leggere proprio i testi delle intercettazioni» , ma già prima — a sentire l’imprenditore — il deputato aveva aumentato le sue pretese. Per esempio un viaggio negli Stati Uniti per le vacanze natalizie del 2009: «Questo è volgarissimo, perché si è fatto disdire dieci volte il viaggio, perché doveva partire con la Ferilli, con De Sica… dovevano stare tutti allo stesso piano e si doveva trovare lo stesso albergo…» . Il particolare è riscontrato, secondo il giudice, dalle dichiarazioni di Flavio Cattaneo, fidanzato dell’attrice Sabrina Ferilli, e della fidanzata di Milanese, Manuela Bravi, portavoce del ministro Tremonti. E il viaggio negli Stati Uniti risulta saldato da una delle società di Viscione. La barca, la Ferrari, gli orologi L’imprenditore pagava e trovava altri che pagavano, riferisce ai magistrati. Come quando Milanese voleva vendere una barca, e lui gli trovò l’acquirente: Fabrizio Testa, poi nominato nel Consiglio di amministrazione dell’Enav e al vertice di una società controllata dal- l’ente. È Viscione a convincerlo: «Lo faccio portare da me e gli dico… ti compri la barca, la fai comprare da qualcuno e quello ti farà il piacere sicuramente… Cosi è stato… Fabrizio Testa, inquisito nello scandalo famoso delle fatture false Enav… Non lo voleva Matteoli, non lo voleva Alemanno, Tremonti l’ha fatto nominare…» . Le indagini hanno accertato che «la barca è stata pagata a un prezzo molto superiore a quello effettivo di mercato» da una società che poi «ha quasi contestualmente versato somme alla Fondazione Casa della Libertà, chiara articolazione di natura politica» . Tra le regalie a cui Viscione si sentiva costretto e alle quali ha deciso di ribellarsi, c’è pure una Ferrari Scaglietti, presa e data a Milanese usando la Aston Martin in permuta «più assegni miei, di portafoglio» : E ci sono «gli orologi, adesso ma anche prima, ci stanno gli orecchini alla moglie…» . Gli investigatori hanno rintracciato il venditore di orologi, che conosce anche Milanese, il quale ha ricordato gli acquisti di Viscione per il Natale 2009: «Comprò tre orologi di prestigio, un “Frank Muller”da donna con brillantini e forma a cuoricino e due “Patek Philippe”, mod. 5055 con cinturino in pelle e mod. 5035, entrambi da uomo, dal valore complessivo di mercato di circa 50.000 euro… Gli orologi erano destinati a un nostro cliente, il dottor Marco Milanese, che venne personalmente a sceglierli e a ritirarli» . Disse che uno era per Tremonti, ma il ministro ha detto ai magistrati di non averlo mai ricevuto. Le nomine pagate In cambio di denaro e altre utilità, l’accusa ritiene che Milanese abbia «promesso prima e assicurato poi l’attribuzione di nomine ed incarichi in diverse società controllate dal ministero, ricevendo come corrispettivo somme di denaro e altre utilità» . È successo con le due persone messe ieri agli arresti domiciliari: Guido Marchese, «ricevendo dallo stesso la somma di 100.000 euro» , con Barbieri Carlo, attraverso «lo stesso modus operandi» . A queste conclusioni il giudice è arrivato attraverso conferme autorevoli: il direttore centrale delle relazioni esterne di Finmeccanica, Lorenzo Borgogni, e l’amministratore delegato delle Ferrovie Mauro Moretti. Il primo «confermava quanto già reso evidente dagli atti acquisiti, e cioè che il nominativo del Marchese gli era stato fornito da Marco Milanese» ; il secondo, «pur dichiarando di non ricordare chi gli avesse sottoposto, per raccomandarlo, il nominativo di Barbieri Carlo, confermava però che la sua nomina era stata certamente a lui proposta dall’esterno della società. Precisava, inoltre, che delle nomine per conto del ministero dell’Economia si era sempre occupato il Milanese» .

Il Corriere della Sera 08.07.11

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“Il giudice: pagava l’affitto della casa che veniva utilizzata dal ministro”, di G. Bia.

«Il quadro indiziario sussistente a carico del Milanese è granitico» , scrive il giudice di Napoli Amelia Primavera alla fine dell’ordinanza con cui chiede il carcere per il deputato del Pdl, consigliere politico del ministro Tremonti fino a dieci giorni fa. L’indagine coordinata dal sostituto procuratore Vincenzo Piscitelli e sviluppata dalla Digos e dalla Guardia di finanza «è assolutamente completa, straordinariamente dettagliata, priva di lacune istruttorie e pervasivamente convincente» ; gli elementi raccolti a carico del parlamentare sono «univoci, concordanti e gravi» , e «superano di gran lunga la soglia della gravità indiziaria richiesta dalla legge» per arrestare un inquisito. Ma l’inchiesta non è certo finita. Mancano all’appello, ad esempio, i finanzieri che informavano Marco Milanese sulle indagini che gli interessavano. E il loro ex collega divenuto deputato e uomo di fiducia del ministro ha tutto l’interesse e grandi possibilità di inquinare la ricerca delle prove, vista «la posizione di assoluto rilievo ricoperta, collocato ai vertici della struttura del ministero dell’Economia» . Per questo, secondo la Procura e il giudice, deve andare in galera: «L’unico modo per ridurre i rischi di permeabilità ad ulteriori interventi del Milanese e di pregiudizio all’acquisizione e alla genuinità delle fonti di prova è quello di privarlo, nella misura massima possibile, della possibilità di intrattenere rapporti con altri appartenenti alla Guardia di finanza, che gli deriva in maniera privilegiata dalla posizioni rivestita fino al momento delle dimissioni» . Il 28 giugno scorso Milanese ha lasciato l’incarico di consigliere politico del ministro dell’Economia, ma per il giudice non basta. Perché nonostante le dimissioni, «permane una situazione di oggettiva vicinanza tra l’indagato e il ministro Tremonti, al quale il primo è legato da un rapporto di stretta fiducia che prescinde dall’incarico formale rivestito dal parlamentare e sopravvive alle dimissioni rassegnate» . Un esempio? La casa abitata da Tremonti nel cuore di Roma, in via Campo Marzio, a due passi dal palazzo di Montecitorio. Un’abitazione di prestigio, presa in affitto da una confraternita religiosa, il Pio Sodalizio dei Piceni, alla non modica cifra di 8.500 euro al mese. «L’immobile è stato concesso in locazione a Milanese ma viene di fatto utilizzato dal ministro Tremonti» , scrive il giudice. E gli accertamenti bancari affidati a un consulente d’ufficio hanno accertato che c’è un solo assegno emesso da Tremonti «in favore del Milanese» , per 8.000 euro, nel febbraio del 2008. Il giudice definisce «i rapporti finanziari tra il Tremonti e il Milanese assolutamente poco chiari» , e ne spiega il motivo: «Il Milanese paga mensilmente un canone molto alto il cui complessivo ammontare rispetto alle rate già pagate risulta di oltre centomila euro; le fonti di rimborso da parte del beneficiario Tremonti non risultano all’esame dei conti esplorati dal consulente, il quale riferisce di non avere rinvenuto assegni o bonifici provenienti da Tremonti; l’assegno del febbraio 2008 attiene evidentemente ad altra partita economica tra i due, essendo isolato nel tempo e risultando emesso un anno prima della nascita del rapporto contrattuale con il Pio Sodalizio dei Piceni» . Conclusione: «Ne discende la permanenza di uno stretto ed attuale rapporto fiduciario tra i due esponenti politici che prescinde, evidentemente, dal ruolo istituzionale rivestito dal Milanese» . Tutto questo viene sottolineato per evidenziare come «il Milanese sia ancora oggi un punto di riferimento all’interno della Guardia di finanza, proprio per l’accertata vicinanza al ministro Tremonti» . Il che aggrava il rischio di inquinamento delle prove da parte di chi, secondo l’accusa, era arrivato a «vendere» le nomine negli enti controllati dal ministero in cui lavorava: «La posizione di potere tuttora rivestita dal Milanese, malgrado le sue recenti dimissioni, gli consentirebbe un ampio margine di intervento e di pressione sulle persone oggetto delle successive investigazioni e, in generale, negli ambiti societari e amministrativi dove queste dovranno ancora svilupparsi» . Il fatto poi che la testimone «compagna di vita e destinataria con lui del soggiorno americano» pagato da un imprenditore come prezzo della presunta corruzione occupi «un ruolo analogo a quello del parlamentare, operando nello staff di diretta collaborazione del ministro» , sembra escludere per il giudice che gli arresti domiciliari sarebbero sufficienti. In più, il carcere servirebbe a contrastare il pericolo di reiterazione del reato, vista l’indole che il giudice attribuisce all’onorevole indagato: «Milanese si è reso autore di condotte gravissime, indice sicuramente di una personalità proclive a delinquere. Gli episodi delittuosi sono maturati in contesti diversi dove il tratto comune è costituito dall’asservimento della pubblica funzione rivestita a fini privatistici e di guadagno illecito, fuori da qualsiasi possibile astratta giustificazione. La personalità del Milanese appare quella di chi, amante del lusso e della “bella vita”, sembra muoversi in dispregio proprio di quelle leggi che, egli più di ogni altro, avrebbe dovuto far rispettare» .

Il Corriere della Sera 08.07.11