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"Sarajevo crocevia di sangue tra due guerre", di Francesco Benigno

QUELLO CHE UNISCE GLI EVENTI È L’IDEA CHE AD UNO STATO NAZIONALE DEBBA CORRISPONDERE UN SOLO POPOLO

Per due volte nel corso del Novecento, Sarajevo, questa grande città bosniaca un tempo elegante e multietnica, è stata al centro della storia europea. La prima volta, il 14 giugno del 1914, giusto un secolo fa, vi moriva in un attentato il principe ereditario dell’impero asburgico Francesco Ferdinando
e la moglie Sofia. Questo atto gravissimo spingeva l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe a dichiarare guerra alla Serbia, scatenando così la cosiddetta Grande Guerra, il primo conflitto mondiale (1914-1918). Ma Sarajevo è poi tornata alla ribalta una seconda volta, quando il 5 aprile del 1992 le forze serbo-bosniache iniziarono il più lungo assedio della storia bellica moderna, stringendo la città in un cerchio di fuoco destinato a durare anni, sino alla fine del 1995.
Due vicende fra loro lontane, apparentemente distinte e distanti, convergono dunque a Sarajevo, un vero e proprio crogiuolo di culture e di religioni diverse, in cui per secoli croati serbi e bosniacimaanche musulmani, cristiani (cattolici ed ortodossi) ed ebrei avevano convissuto in relativa pace. Quello che unisce i due eventi è l’emergere, lungo il corso del XX secolo, del nazionalismo identitario esclusivo, e cioè dell’idea che ad uno stato nazionale debba corrispondere un solo popolo, una sola cultura, una sola lingua, una sola fede. Noi oggi, cittadini di un’Unione Europea che raccoglie insieme coloro che si sono combattuti nel corso della prima e della
seconda guerra mondiale, ci sentiamo al sicuro e guardiamo a queste vicende come a fatti lontani, che non ci riguardano più di tanto. Ma sbagliamo: Sarajevo ha molte cose da insegnarci.
Vediamo. Il principe Francesco Ferdinando venne ucciso a Sarajevo, nel giorno di San Vito, festa nazionale serba, da un giovane militante serbo bosniaco, Gavrilo Princip. Questi era un attivista di un’organizzazione nazionalista, la
Giovane Bosnia, che aveva come obiettivo di liberare la Bosnia Erzegovina dal dominio dell’impero asburgico e di annetterla al regno di Serbia. La storia della Serbia era stata, lungo il corso dell’Ottocento, un tentativo di affermazione nazionale in una zona, i Balcani, in cui la facevano da padrone tre imperi: l’Austriaco, il Russo e l’impero Ottomano. Di questi tre colossi politici, quest’ultimo, era da tempo malato. Ma, se apparentemente, l’impero austriaco e quello russo godevano di buona salute – soprattutto se paragonati al moribondo impero ottomano – in prospettiva anch’essi erano infettati da un virus, coinvolti in quel processo di consunzione che la prima guerra mondiale porterà a compimento, con la nascita della repubblica turca, la fine dell’Austria-Ungheria e la dissoluzione dell’impero russo, poi stroncato dalla rivoluzione.
Il virus che ha ucciso l’impero ottomano è dunque il nazionalismo: Il risveglio nazionale greco è stato solo il più eclatante fra i tanti casi
di insurrezione di popoli che si venivano ribellando al dominio della cosiddetta Sublime Porta. Tra questi popoli vi era anche quello serbo, che era venuto conquistando nel corso dell’Ottocento una sempre più larga indipendenza dal Sultano di Istanbul, sancita nel 1881 con la nascita
del regno di Serbia. Questo piccolo stato si era poi alternativamente appoggiato all’Austria-Ungheria o alla Russia per cercarvi appoggi economici e protezione politico-militare. Ma col tempo si era sviluppata nell’opinione pubblica serba l’idea di riunire in un solo stato tutti gli slavi del sud (o jugoslavi) sottraendoli al dominio austriaco o turco. Non si trattava solo di
idee: la classe dirigente serba in quegli anni aveva impostato una politica espansiva che aveva condotto all’annessione del Kosovo e di buona parte della Macedonia. Questa politica panslava sarà coronata, nel 1918, dalla nascita del Regno unito degli sloveni, dei serbi e dei croati, la base della futura Jugoslavia In breve, l’attentato di Sarajevo è il frutto delle aspirazioni di un nazionalismo aggressivo fondato sull’idea dell’unità del popolo serbo.
L’assedio di Sarajevo, viceversa, segna la fine della forza di questo mito, rivelando una verità drammatica: il nazionalismo, una volta impiantato tende a riprodursi su scale regionali e provinciali, a frammentarsi in piccoli
nazionalismi sempre più aggressivi. Il culmine di questo processo si ha
quando le forze serbo-bosniache dello psichiatra-criminale di guerra Radovan Karadzic, spalleggiate dal governo serbo di Slobodan Milosevic assediarono
Sarajevo, contrastati dai musulmani-bosniaci e dai croati. Per quanto tutti i combattenti si fossero in quell’occasione macchiati di orribili crimini, i più
efferati furono condotti dalle forze irregolari che spalleggiavano l’Armata Popolare Jugoslava, l’esercito serbo. Nel caso di Sarajevo (10.000 morti tra i civili) e ancor più in quello del massacro di Srebrenica – 8372 vittime trucidate dalle forze serbe del generale (e criminale di guerra) Ratko Mladic e delle formazioni paramilitari serbe del comandante Arkan – emerse con evidenza la debolezza dell’Onu e del sistema di concertazione internazionale.
Ci vollero anni per far partire l’operazione Deliberate Force, a difesa dei civili, e l’inazione dei caschi blu di fronte al massacro di Srebrenica – avvenuto nel territorio posto sotto il controllo dell’Onu – rimane una macchia
indelebile nella coscienza della comunità internazionale.
Sarajevo, dunque, per due volte ci insegna. Il nazionalismo panslavo, il sogno della Grande Serbia che ha armato la mano omicida di Princip era espansivo e in certa misura inclusivo. La sua fine ha lasciato in eredità un grappolo di nazionalismi esclusivi e difensivi, basati sull’odio del diverso e fondati sull’allontanamento di «chi non è come te», fino alla pulizia etnica
e allo sterminio di massa. In un tempo come questo, segnato dal ritorno di retoriche nazionaliste che insistono sugli elementi identitari, facilitate
dalla debolezza della costruzione europea – un mix inquietante di impalpabile astrattezza della politica coniugata all’irresponsabile cinismo dell’economia – è forse non irrilevante riflettere sull’insegnamento di queste storie: perché non tocchi più a nessuno di dover morire per Sarajevo.

da l’Unità

Il Pd di Modena al Sottosgretario Reggi “Scuole sicure e a misura della nostra comunità”

Consegnato al sottosegretario all’Istruzione il documento “La scuola prima di tutto”

I problemi della scuola, causati da tagli alle risorse e restrizioni del personale, sono aggravati a Modena dalle conseguenze del sisma e dell’alluvione, ma anche dalle carenze di organico: la denuncia di una situazione che mette a rischio la qualità del nostro sistema scolastico è contenuta in un documento – a firma Lucia Bursi, Filippo Molinari e Cristina Ceretti – che il Pd modenese ha consegnato, venerdì scorso, al sottosegretario all’Istruzione Roberto Reggi.

Erano oltre duecento gli amministratori che, nel pomeriggio di venerdì 27 giugno, hanno partecipato a Modena all’incontro, organizzato dal Pd regionale, con il sottosegretario all’Istruzione Roberto Reggi sui temi dell’edilizia scolastica. Nell’occasione, il Pd modenese ha consegnato al sottosegretario un documento incentrato non solo sull’edilizia scolastica, ma, più in generale, sul diritto alla scuola dal titolo “La scuola prima di tutto”, a firma del segretario provinciale Pd Lucia Bursi, del responsabile Enti locali del Pd provinciale Filippo Molinari e dell’assessore provinciale all’Istruzione Cristina Ceretti. Nel documento, dopo aver ricordato il grado di eccellenza raggiunto dall’organizzazione scolastica nel modenese, si elencano gli attuali problemi legati, come nel resto del Paese, al continuo taglio delle risorse e alle normative sempre più restrittive sul personale della Pubblica amministrazione, ma ulteriormente aggravate, nelle nostre zone, dal susseguirsi del sisma 2012, dell’alluvione del gennaio scorso, e di ben due trombe d’aria. Una situazione del tutto peculiare che richiede risposte adeguate da parte dell’Esecutivo: “Siamo in piena sintonia con la scelta del Governo Renzi di affrontare con decisione e tempestività il tema dell’edilizia scolastica – scrivono Lucia Bursi, Filippo Molinari e Cristina Ceretti – Siamo altresì convinti che unitamente ad un’azione forte in tema di edilizia scolastica, ci sia bisogno anche di operare sul curriculum del cittadino attivo, promuovendo un nuovo protagonismo degli studenti, la parità di genere, una didattica innovativa e interattiva, flessibile, centrata sul metodo cooperativo, laboratoriale, attenta al plurilinguismo e ai nuovi linguaggi, aperta al territorio, con nuove modalità di organizzazione dei tempi, degli spazi, dei gruppi, il che, a qualsiasi età, risulta impossibile senza una pluralità di presenze docenti”. Una scuola con le caratteristiche di eccellenza descritte nel documento necessita, per poter essere concretamente attuata, di personale (docente, non docente e Ata) e, invece, proprio in questi giorni, le denunce di genitori, presidi e amministratori evidenziano, ancora una volta, gravi carenze di organico che rischiano di mettere a rischio un modello educativo ed organizzativo che va invece attentamente salvaguardato. “Il nostro territorio – concludono Lucia Bursi, Filippo Molinari e Cristina Ceretti – rischia quindi, di vedersi penalizzato e di dover rivedere i propri parametri quali-quantitativi sul sistema scolastico integrato, pur avendo già compiuto un’efficace sinergia fra Enti locali, ufficio scolastico provinciale, scuola e famiglie”.

"Falso in bilancio e autoriciclaggio, per un’economia sana ", da redazione Unità

Fa parte del pacchetto giustizia – penale e civile – le cui linee-guida verranno discusse nella riunione del Consiglio dei ministri prevista per lunedì, 30 giugno. Si tratta del rafforzamento delle sanzioni per il falso in bilan- cio. Secondo le anticipazioni, la pena detentiva verrebbe portata da 2 a 5 anni; si prevederebbe la possibilità di procedere d’ufficio; conseguenza dell’innalzamento della pena sarebbe la possibilità di effettuare intercettazioni per il perseguimento di questo reato (ma anche la materia delle intercettazioni sarebbe sottoposta a revisione, principalmente per l’introduzione di alcuni limiti alla di- vulgazione dei colloqui intercettati). Non è chiaro quale sarebbe la sorte delle soglie di esenzione, né se si inciderebbe sui caratteri costitutivi del reato che da sempre sono l’”immutatio veri” e la “ scientia fraudis”. È crescente l’importanza nel campo societario e, più specificatamente, bancario della rappresentazione del bilancio per l’affidamento di terzi, per la tutela del risparmio, per la trasparenza e la correttezza negoziale, per la visibilità nel mercato, mentre, a fronte del maggior rigore che nei diversi paesi occidentali si è andati assumendo anche in conseguenza della crisi globale, in Italia permane un’area di sostanziale depenalizzazione di una parte non irrilevante della falsificazione di quello che è il biglietto da visita di una impresa, di una banca, di un ente. Bilanci veritieri, trasparenti, agevolmente leggibili con- tribuiscono all’affermazione di una sana concorrenza, alimentano la fiducia degli investitori, sono uno strumento per leggere la storia di una impresa. Nel settore bancario, fu alla fine degli anni sessanta con Guido Carli governatore della Banca d’Italia che si pose fine alla prassi secondo la quale le riserve occulte delle banche erano consentite a patto che fossero conosciute dall’Organo di vigilanza. Da allora si è andata affermando la linea della trasparenza. Ma quando, in conseguenza della crisi finanziaria globale, soprattutto operatori esteri hanno cominciato a non fidarsi troppo dei bilanci di istituti di alcune aree del sistema bancario è stata necessaria una intensa azione degli Organi di controllo per rialimentare la fiducia che è stata alla base anche della successiva asset quality review e degli stress test. Nella revisione, sarà bene valutare il mix necessario di sanzioni penali e civili, non disconoscendo che il peso di queste ultime può, in alcune circostanze, mordere più delle prime. Comunque intervenire sulla configurazione e sulla sanzionabilità di questo reato significa anche chiudere con una fase in cui, per provvedimenti normativi ad personam, si è andati alterando l’ordinamento, con la conseguenza che anche misure necessarie di rivisitazione sono state, alla fine, impedite perché avrebbero potuto essere equivocate come mosse dalla tutela di specifici interessi personali. Ma una riforma richiede pure misure collaterali, quali il rafforzamento del tribunale delle imprese, frutto di una riforma che ora andrebbe irrobustita per le necessarie professionalità degli inquirenti e dei giudicanti nel versante dell’azione di contrasto e di punizione di reati quali il falso in questione. Esige, altresì, un ruolo più incisivo degli Organi di controllo, in particolare della Consob.

Il perseguimento del reato anzidetto, che poi è alla base dei fenomeni di evasione fiscale, di corruzione e di riciclaggio, di ostacolo all’attività di Vigilanza, richiede che si operi anche su questi ultimi versanti. In particolare, contestualmente all’avvio del menzionato pacchetto, dovrà essere introdotto, probabilmente nell’ambito del disegno di legge per l’emersione dei capitali nascosti all’estero o in Italia, il reato di autoriciclaggio che è fondamentale per colpire l’autoimpiego dei proventi di un reato, da parte cioè di chi lo ha commesso, che oggi non è punito, la sanzione limitando- si a colpire solo il reato-base. È importante che l’autoriciclaggio sia disciplinato nello stesso testo che rende possibile la voluntary disclosure dei capitali illegittimamente esportati e del ravvedimento speciale per l’emersione di quelli nasco sti nel nostro Paese, che non deve essere né la ripetizione di un condono (sarebbe il quarto nell’ambito di non molti anni), né, a fortiori, un’amnistia – che sarebbe costituzionalmente illegittima – dovendosi non intaccare il principio di legalità. Queste forme di simonia vulnerano la certezza del diritto e sono nocive per lo stesso gettito, dal momento che, negli anni successivi ai condoni, si ripropone l’evasione nell’aspettativa, da parte degli evasori che, prima o poi, interverrà un nuovo condono. Si dovrà trattare, insomma, di un’autodichiarazione prima che sopravvenga una eventuale indagine fiscale ( dopo non essen- do più ammissibile) che comporterà il pagamento delle imposte evase e di ridotte sanzioni pecuniarie. La prevista non punibilità dovrebbe essere limitata a quella originariamente progettata dell’omessa o infedele dichiarazione fiscale, escludendo altri reati, a cominciare da quelli contrassegnati dalla frode e, dunque, dal falso in bilancio. Insomma, è il diritto dell’economia che andrà progressivamente rivisto per farne uno strumento non solo di irrogazione di sanzioni, ma anche di competitività, di trasparenza, di crescita dell’economia.

da l’Unità

"Giovani, emergenza di tutti", di Luigi La Spina

C’è un’emergenza nazionale, urgente e grave, che determinerà il futuro dell’Italia: quella dei giovani. Se la classe politica e dirigente non avrà la consapevolezza di quanto sia drammatica la loro condizione e non provvederà a un drastico spostamento di risorse, pubbliche e private, per affrontare quello che è davvero il primo problema nazionale, la sorte dell’Italia è già segnata.

E’ quella di un Paese nella serie B del mondo. Dove i giovani più fortunati, quelli nati in famiglie abbienti, saranno costretti a emigrare e, per gli altri, il destino è quello della sottoccupazione, sempre più precaria e meno qualificata.

Abbiamo già tradito una volta i nostri figli e i nostri nipoti, durante gli ultimi due o tre decenni dello scorso secolo, quando abbiamo riversato sulle loro spalle il più grande debito pubblico di uno Stato occidentale, un cappio al loro collo che li sta soffocando, perché ha ridotto in maniera intollerabile l’investimento sulla loro vita. Se non riconosciamo l’enorme responsabilità di questo primo tradimento nei loro confronti, se non cercheremo urgentemente di limitare i danni di questa gravissima colpa generazionale e di salvare in qualche modo il loro futuro, li tradiremo una seconda volta e, questa volta, in modo irrimediabile.

I numeri sono noiosi, ma in certi casi sono troppo eloquenti per non citarne almeno qualcuno. Perché non si tratta di discutere opinioni, ma di voler prendere atto di una realtà di fronte alla quale non bastano lamentazioni rituali, promesse elettorali, impegni di buone intenzioni. Occorre una ribellione della coscienza pubblica, in nome della nostra responsabilità più grande, quella di padri e di madri. Ecco alcuni dati, davvero sconvolgenti.

Il tasso di occupazione dei giovani diplomati e laureati italiani, con un titolo di studio conseguito da uno a tre anni prima, è arrivato al 48,3 per cento, inferiore di ben 27 punti rispetto alla media dei 28 Paesi Ue. La spesa pubblica per l’istruzione universitaria, rispetto al Pil, è in Italia 0,83. La media della zona euro è 1,27 e, tra tutti i 28 Paesi dell’Europa, siamo al penultimo posto, perché superiamo solo la Bulgaria. In ricerca e sviluppo il confronto è umiliante: la media dei 28 Stati Ue, sempre rispetto al Pil, è di 2,07; la nostra spesa è quasi la metà, 1,27.

I giovani in Italia hanno una grave colpa: sono pochi e a nessuno interessa difenderli. La classe politica non li giudica un bacino di voti determinante, anche se il successo travolgente del movimento di Grillo tra di loro, documentato dalle analisi sui flussi elettorali, incomincia a suscitare qualche dubbio, almeno tra i politici più avvertiti. Il governo Renzi ha preferito privilegiare l’investimento nell’edilizia scolastica, per ragioni di occupazione in un settore in crisi e di visibilità mediatica, mentre sull’università l’ineffabile ministro Giannini è arrivata al punto di promettere, per basse ragioni elettorali, l’eliminazione del test d’ingresso a medicina. Un provvedimento irrealizzabile, tra l’altro, nelle condizioni dei nostri atenei, come qualunque persona che li conosca sa benissimo. È vero che l’avventata promessa non ha procurato voti al partito del ministro, ma quell’annuncio non fa ben sperare sulle sue intenzioni future.

I sindacati, poi, non hanno nessun interesse a sostenere le ragioni dei giovani, perché i loro iscritti sono pensionati e professori. Difendono quelle categorie con ostinazione conservatrice ma insuperabile e la loro potenza è tale da sfidare con successo qualsiasi intenzione innovativa e meritocratica venisse mai in mente a un ministro. Basti pensare alla sorte del povero Berlinguer, quando osò varare il famoso «concorsone». È vero che i sindacati, così, stanno mettendo a rischio il futuro delle loro organizzazioni, ma i dirigenti, come tutti i dirigenti, si occupano delle loro poltrone, non di quelle dei successori.

Anche gli imprenditori, a parole tanto preoccupati della formazione di quello che chiamano il «capitale umano», guardano solo alle esigenze contingenti e non a quelle che determineranno il futuro delle loro aziende. Cercano figure professionali che non trovano, tornitori e tecnici specializzati, ma non sono disponibili ad assumere diplomati e laureati, perché costano e, magari, pretendono di fare quello per cui hanno studiato. Senza pensare che, per sopravvivere sui mercati internazionali, il loro «capitale umano» deve raggiungere i livelli più alti di competenze scientifiche e tecnologiche.

Ecco perché senza una presa di coscienza dell’opinione pubblica nazionale che non si rassegni a vedere figli e nipoti emigranti senza ritorno o camerieri e guide turistiche per visitatori delle bellezze italiche, non ci sono speranze di interventi pubblici e privati capaci di invertire l’andamento di una condizione giovanile disperata, soprattutto al Sud del nostro Paese. Se le colpe della passata generazione non bastano a un atto doverosamente riparatorio verso la nuova, facciamo appello almeno all’egoismo, un vizio che, qualche volta, costringe persino a una costretta generosità. Qualcuno davvero può credere che i nostri pochi e precari giovani saranno in grado di pagare le pensioni ai tanti anziani, per di più e per fortuna, destinati a una lunga vecchiaia?

da La Stampa

"Scuola e lavoro: Un divario da colmare", di Roberto Vacca

IN USA LE AZIENDE INVESTONO IN RICERCA E SVILUPPO MOLTO PIÙ CHE DA NOI. QUINDI, LA PERCENTUALE DEI DISOCCUPATI è metà che in Italia. Pure gli industriali americani denunciano un grave divario fra le competenze/abilità ottenute dalle scuole superiori e quelle di cui hanno bisogno (SKILLS GAP). Sul problema la Intelligence Unit dell’Economistha appena pubblicato un rapporto, sponsorizzato dalla fondazione Lumina che in Usa crea iniziative per innalzare i livelli di diplomati e laureati.

Le aziende sostengono che spendono molto più di prima per addestrare il personale. È vitale farlo: il 60% dei posti di lavoro richiedono oggi una formazione post-diploma, dato che prodotti, processi e strumenti professionali vengono innovati di continuo (non solo nel settore informatico). Lo studio dell’Economist si basa su interviste a 343 dirigenti di aziende che hanno da 100 a oltre 10.000 addetti e volumi di affari da milioni di dollari a oltre 10 miliardi. Per ridurre o annullare il divario citato, i 2/3 degli intervistati ha già in corso collaborazioni con università. Un terzo collabora con Community College.

Più della metà dei dirigenti intervistati ha dichiarato di considerare inadeguata la formazione dei giovani neo-assunti per quanto riguarda capacità di risolvere problemi; pensiero critico; lavoro di squadra; comunicazione; abilità tecniche; organizzare priorità multiple; uso di strumenti matematici. In molti casi varie aziende stabiliscono con università e college programmi congiunti. Questi sono più efficaci quando ingegneri ed esperti di primo piano delle aziende collaborano a programmi di ricerca e sviluppo delle università. La Northrop Grumman (aerospaziale, difesa) ha istituito presso l’università del Maryland corsi avanzati di cyber sicurezza e ha anche rafforzato insegnamenti di computer, scienza, matematica, elettronica. Il Cewd (Centro per lo sviluppo della forza lavoro nel settore energia), creato da un consorzio di aziende del settore, organizza corsi pratici presso varie università. Incoraggia anche l’impiego di donne nella costruzione e manutenzione di reti elettriche. Alcune aziende tedesche (fra cui Bmw, Volkswagen e Siemens) stanno introducendo negli Stati Uniti la pratica dell’apprendistato.

In Germania è pratica standard che dopo la maturità gli studenti si iscrivano a un corso universitario e insieme facciano gli apprendisti presso un’azienda. Il 25% delle aziende tedesche partecipa al programma, che non le obbliga ad assumere gli apprendisti. Circa il 60% dei giovani trova così il primo impiego. La Bmw offre l’apprendistato nel suo stabilimento di Spartanburg (South Carolina) che produce 300.000 auto all’anno, di cui il 70% esportate. Parecchie aziende americane partecipano in vari modi a innalzare i livelli di conoscenza medi del pubblico in scienza, tecnica, ingegneria, elettronica – indicati con l’acronimo Stem.

Questo accade poco in Italia. Ce ne sarebbe un bisogno estremo: la percentuale della popolazione che ha completato l’educazione terziaria è il 21,7%. La media europea è 35,8 %. A livello più basso dell’Italia c’è solo la Turchia. La Commissione Europea ha pubblicato la classifica al 2013 dei 27 Paesi dell’Unione in base al livello di innovazione raggiunto, espresso da un indice (compreso fra 0 e 1) funzione di 25 indicatori (lauree, ricerca scientifica, investimenti pubblici e privati in R&D, brevetti, etc.). L’Italia sta al 15° posto su 27, dopo Estonia, Slovenia, Cipro.

Gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono lo 0,53 del Pil (0,71 della media europea) e quelli privati sono lo 0,69 del Pil (0,52 della media europea). Questo divario dura da più di 30 anni. L’Italia è, dunque, carente nei livelli di istruzione e negli investimenti in ricerca e sviluppo particolarmente nel settore privato. Gli imprenditori non hanno ragione di chiedere solo flessibilità negli adempimenti burocratici (pure necessaria). Devono raddoppiare gli investimenti in ricerca e sviluppo e assumere giovani eccellenti che inventino. Devono creare reti di collaborazione con università e industrie italiane e straniere. Lavoro e prosperità si creano studiando e inventando.

da L’Unità

"Il maestro Eggers insegna a raccontare", di Elena Stancanelli

Lo scrittore ha avviato un esperimento nelle scuole americane ora esportato in Italia: “Proviamo ad appassionare i giovani alle storie”

«SE mi limitassi a scrivere», dice Dave Eggers, «non mi sentirei a mio agio. Tutto quel tempo da solo, a pensare al modo migliore per esprimere le mie emozioni… Non crede che scrivere romanzi sia, almeno in parte, un esercizio di egoismo?». Lo dice senza alcuna arroganza, come se non volesse offendere nessuno. È il suo modo: gentile, disarmato, attento agli altri. È arrivato a Firenze per il premio Von Rezzori. Il suo ultimo romanzo, Ologramma per un re, era entrato nella cinquina.
Siamo su un pullman, abbiamo appena visitato una piccola scuola di Campi Bisenzio (periferia fiorentina), il Porto delle Storie. Un circolo di scrittura nascosto in un bar, inventato da Leonardo Sacchetti, insieme alla Cooperativa Macramè. Un progetto che si ispira a quello di Dave Eggers, 826 Valencia. Per questo lo scrittore americano si è offerto di andarli a trovare. Per tutta la mattina ha ascoltato i racconti ispirati alle copertine dei suoi libri, scritti e letti dai ragazzini. Ha parlato con loro a lungo, li ha intervistati. Sembrava molto a suo agio, nonostante il caldo infernale. C’è una specie di enorme famiglia di sognatori sparsi per il mondo, tutti quanti hanno preso spunto dal suo lavoro. Gente che pensa che i libri rendano le vite più belle, che non sapere leggere sia uno svantaggio gravissimo ma emendabile, con un po’ di baldanzosa energia. Eggers va in giro per il mondo a coccolarli. Sa tutto anche di Piccoli Maestri, la nostra associazione di scrittori e scrittrici in missione nelle scuole a raccontare i romanzi degli altri.
«Mi piace molto visitare le associazioni il cui lavoro è ispirato al nostro», dice, «mi piace capire in che modo l’insegnamento cambi a seconda dei ragazzi che hai di fronte, delle comunità, delle diverse esigenze. Sono appena stato a Londra, ospite del Ministero delle storie di Nick Hornby. Come da noi a San Francisco, anche lì ci sono ragazzi che faticano con l’inglese, perché non è la loro lingua madre. Ma mentre i nostri sono soprattutto di lingua spagnola — messicani, guatemaltechi salvadoregni — a Londra, in ogni classe c’erano allievi originari di almeno 12 paesi diversi: India, Pakistan, Nigeria… e lavoravano tutti insieme, scrivevano storie a più mani, faticavano partendo da punti diversi, ma con un obiettivo comune. Non saper parlare, scrivere con esattezza la lingua del paese dove vivi, ti fa sentire frustrato, escluso, diverso. Non riesci a interagire con gli altri, a spiegare chi sei. Ti fa sentire disonorato. E questo è molto pericoloso».
Dave Eggers ha esordito nel 2000 con L’opera struggente di un formidabile genio , una commovente autobiografia in forma di romanzo, ha scritto saggi, sceneggiature, ha inventato due riviste letterarie di culto, il MacSweeney’s e The Believer, insieme alla moglie Vendela Vida, è editore, e, nel tempo libero, ha fondato appunto 826 Valencia. Il progetto ha vinto il premio Ted 2008 assegnato alla migliore proposta che potrebbe cambiare il mondo.
«All’inizio avevamo un’idea minuscola: aiutare i ragazzi a fare i compiti a casa. Abbiamo affittato uno spazio vicino alla sede delle riviste: gli scrittori uscivano dalle riunioni e andavano a lavorare coi ragazzi. Il nostro metodo era la dedizione e la convinzione che dovevamo poter offrire ai ragazzi una relazione esclusiva col tutore: uno a uno. Gli insegnanti, nelle scuole pubbliche americane, devono occuparsi di centinaia di allievi ogni giorno. Noi gli avremmo dato quell’attenzione che non potevano ricevere la mattina, li avremmo ascoltati, aspettati fin quando fosse stato necessario. Abbiamo avuto ragione: in poche ore, con un insegnante a disposizione, i ragazzi facevano progressi enormi. Poi piano piano ci siamo allargati, abbiamo aperto altre sedi in America e iniziato a insegnare anche agli insegnanti. È una specie di tutoraggio in entrambe le direzioni. Le scuole sanno di poter contare su di noi, e quando hanno bisogno di aiuto ci chiamano. Insegniamo l’inglese, certo, ma anche tutte le altre materie. I ragazzi devono tornare a casa con tutti i compiti fatti, così da poter stare tranquilli con le famiglie».
Gli chiedo di raccontarmi dei pirati: all’826 Valencia di San Francisco, adiacente allo spazio dove i ragazzi vanno a fare i compiti, c’è un negozio dove si vendono gambe di legno, bauli, uncini, tappi per non sentire il canto delle sirene, sabbia per quando fosse necessario seppellire in fretta un tesoro, il kit per scappare dal ventre della balena…
«Da una parte i pirati servono a far sentire i ragazzi a loro agio. È importante che sentano quel posto come la loro casa, altrimenti non tornano. Da noi c’è un ragazzo che viene ormai da dodici anni, prima come studente adesso come volontario. Molti dei nostri allievi rimangono a insegnare, una volta diplomati. Questo ragazzo, che veniva da una situazione complicata ed era stato vittima di vari episodi di bullismo, era stato eletto sindaco di 826 Valencia. Ogni sede di 826 National è dedicata a una diversa attività: a New York abbiamo un garage a Brooklyn per la manutenzione dei super-eroi, a Michigan si aggiustano Robot. Anche Nick Hornby nella sua scuola, vende delicatezze per mostri. Tra queste una bellissima collezione di lattine, simili a quelle di Piero Manzoni, con dentro misteriose pozioni per creare sintomi di disagio, far crescere il panico, impedire di rilassarsi, far battere i denti e tremare… e in ognuna è nascosto un racconto. Tutto questo serve a finanziare l’associazione».
Cosa intende quando dice che 826 Valencia vuole essere il “terzo posto”? «Dopo la famiglia, e la scuola, veniamo noi. Non vogliamo sostituirci a nessuno, vogliamo soltanto aiutare. Nelle scuole americane ormai si fanno soltanto test. Noi proviamo a far appassionare i ragazzi al racconto. Le storie tengono insieme, cuciono, confortano. Se perdiamo la capacità di raccontarci, perdiamo il senso del nostro stare al mondo. Ma per potersi raccontare, i ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati, e noi facciamo soprattutto questo: li ascoltiamo”. Permettete ai ragazzi di usare internet? «Solo dopo che hanno finito i compiti. E con molta, molta parsimonia. La rete è un diabolico meccanismo di distrazione».

da La Repubblica

"Renzi soddisfatto: «Accordo molto, molto buono»", da redazione Unità

«La partita adesso si sposta in Italia». Al termine della due giorni di trattative («molto tosta» ammette) nel consiglio europeo prima a Ypres poi a Bruxelles, Renzi torna a casa con un accordo che definisce «molto molto buono».

Positivo, spiega il premier, sia nel metodo perché il sì a Juncker è stato posticipato e condizionato a «un accordo politico» su un programma per una Ue che cambi passo verso la crescita, «più alle famiglie che alle burocrazie». E questo era il metodo chiesto dall’Italia: prima le cose da fare, la direzione dove far viaggiare la macchina, poi il pilota. Sia nel merito visto che il focus del documento sottoscritto dai capi di stato e di governo è sulla crescita. Per Renzi si tratta di un successo arrivato anche attraverso una confronto diretto con pure qualche braccio di ferro con la cancelliera Merkel (gli attriti di giovedì notte si sono appianati poi in un faccia a faccia ieri mattina) in cui Renzi s’è fatto forte del successo elettorale del 25 maggio («rappresento il partito più votato d’Europa e quindi non c’è paura né complessi di inferiorità» spiega proprio a proposito dei rapporti con la leader tedesca) che di fatto l’ha messo alla testa del Pse. Il prodotto finale è che Juncker una volta che avrà incassato il sì del parlamento europeo sarà messo alla guida di una macchina, la Commissione, che dovrà mettere al centro delle proprie azioni la crescita e quindi usare le regole del patto in maniera flessibile. Un concetto che Renzi concretizza così: «chi fa le riforme ha diritto ad avere maggiori margini di flessibilità». Ed è qui che il viaggio di ritorno in Italia diventa fondamentale perché ora, avverte il premier, «le riforme vanno fatte» e quindi va fatto partire quel pacchetto che nelle intenzioni del governo sarà in grado di «cambiare faccia al Paese».

Un proposito che vale come esplicito avvertimento a chi pensava e pensa che
il governo non stava facendo sul serio e che come dice Renzi s’era convinto che bastava aspettare che passasse la nottata per vedere che alle intenzioni non sa- rebbero seguiti i fatti. «Noi dobbiamo dimostrare agli italiani e all’Europa che facciamo terribilmente sul serio» scandisce Renzi. L’esatto contrario quindi di chi aveva letto come un rallentamento, rispetto ai suoi primi quasi quattro mesi a Palazzo Chigi, il progetto dei prossimi «mille giorni», che anzi dal 1 settembre verranno scanditi da un conto alla rovescia sul sito del governo.
Il segno visivo che le «riforme non sono un optional» e che il patto firmato con gli 11 milioni di elettori il 25 maggio e con l’Europa ieri sarà onorato. Proprio perché i prossimi tre anni saranno «l’acro temporale» necessari a misurare lo scambio riforme per flessibilità sui conti. E qualche idea concreta Renzi già ce l’ha. Ad esempio sui pagamenti dei debiti pregressi della pubblica amministrazione il premier si attende una «soluzione tampone» per non farli conteggiare nel deficit visto che con la riforma della fatturazione elettronica (utile anche a combattere l’evasione fiscale annota Renzi) d’ora in avanti ogni pub- blica amministrazione potrà e quindi dovrà saldare i suoi conti entro 30 giorni come chiede la Ue. E la stessa flessibi- lità se l’aspetta sui cofinanziamenti italiani ai fondi europei.

Una situazione kafkiana visto che ora l’Italia ha indietro dalla Ue sottofor- ma di fondi strutturali un po’ meno soldi di quanto versi, ma poi per usarli deve metterci anche un po’ di risorse proprie che però vanno a far crescere il de- ficit e quindi a incidere sul rapporto del 3%. E così l’Italia rischia di restare appesa al dilemma se aiutare la crescita utilizzando i fondi Ue o stare attenta alla stabilità dei conti pubblici limitando gli investimenti nazionali. L’obiettivo quindi sarà ottenere flessibilità nel conteggio del deficit sia per i pagamenti dei debiti della Pa che per gli investimenti. Possibile? Renzi è convinto di sì. Ovviamente la «battaglia» contro i rigo- risti in Europa continuerà, e «non sarà una passeggiata» avverte Renzi. Ma og- gi, fa notare, è «possibile cioè che fino a ieri tutti ritenevamo impossibile». Anche sull’immigrazione il premier si ritiene soddisfatto immigrazione. Parla di un «buon accordo» nonostante l’assenza del reciproco riconoscimento delle richieste d’asilo. Però adesso c’è la base, chiarisce per poter finalmente allargare «l’operatività di Frontex» che concretamente dovrebbe voler dire che nel Mediterraneo l’Italia sarà un po’ meno sola e che forse nelle prossime settimane sarà possibile che l’operazione Mare Nostrum cessi di essere un’azione gestitata e pagata solo dal nostro Paese.

Insomma il bicchiere europeo è mezzo pieno. Evitare ubriacature trionfalistiche sarà necessario, però intanto la situazione dell’Italia appare meno com- plicata rispetto a due giorni fa. Ma molto, se non tutto, dipenderà se adesso l’Italia farà o no la propria parte, ragiona Renzi. È per questo che al premier certe faccende interne non sono pro- prio piaciute. L’ha trovate al limite dell’autolesionismo. Non tanto il tam tam sul nome di Enrico Letta per la presidenza del Consiglio europeo suonato, fa notare, solo da giornali e politici italiani. Quanto le divisioni portate dalla minoranza Pd al Senato sul disegno di legge costituzionale proprio nel momento in cui il governo in Europa stava dando battaglia per far tornare al centro delle politiche europee la crescita. Insomma uno sgambetto, almeno tentato, visto che Renzi è convinto che pur avendo riaperto una discussione oramai chiusa, la minoranza Pd non riuscirà a bloccare una riforma che è sì frutto di un compromesso ma che produrrà una forte «innovazione» istituzionale. Non portarla fino in fondo sarebbe un primo segnale negativo inviato all’Eu- ropa. Ma per Renzi non accadrà. «L’accordo terrà» promette e avvisa.

da L’Unità