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"I 17 anni che non cambiarono Berlusconi mentre nasceva una nuova società", di Corrado Stajano

Se diciassette anni ci sembran pochi. Berlusconi e il berlusconismo, regime o non regime. Forse è ora di cominciare a tirar le somme di questo tempo lungo. Adesso che l’aria sembra mutata e sulla scena è comparsa una nuova società, fatta di giovani anche, sepolti o finiti nelle catacombe, si temeva. Imbrigliati in un presente immiserito, senza un futuro, vogliosi di riprendersi la vita. Torniamo alle origini, si è sentito dire invece da fedeli seguaci del premier, nostalgici di anni per loro irripetibili. Ma come fu quel passato così rimpianto? Davvero fervido, diverso da un oggi che costringe chi non ha beni e lavoro a tirare a campare nel timore di quel che può accadere? La XII legislatura del Parlamento della Repubblica, quella della «discesa in campo» di Berlusconi, cominciò il 15 aprile 1994. Per il centrosinistra disunito fu una disfatta. L’inchiesta di «Mani pulite» aveva messo a nudo, dal 1992, la corruzione dei partiti e gli elettori scelsero allora l’uomo nuovo dell’antipolitica ritenendo probabilmente di completare con il loro voto la popolare opera di pulizia di quei magistrati, così disamati, invece, dal futuro premier, il vero beneficato. In quel frammento di legislatura che per Berlusconi presidente del Consiglio terminò alla fine dell’anno si ritrovano già tutti i segni di quel che sarebbe accaduto dopo, fino all’attuale XVI legislatura. Il 22 novembre 1994, quando ricevette dalla Procura di Milano il famoso invito a comparire per corruzione, Berlusconi parlò in tv a reti unificate e espresse il nocciolo del suo pensiero politico che viola le regole elementari della Costituzione: «Non siamo disposti a consentire che un abuso e una strumentalizzazione infami della giustizia penale conducano al massacro della prima regola della democrazia, la quale dice che deve governare chi ha avuto i voti» . Quel primo governo berlusconiano non esplose — come viene ripetuto — a causa di quell’ordine di comparizione, ma per la mozione di sfiducia firmata da Bossi e da Buttiglione, alla fine di dicembre. Il famoso ribaltone. Non sembra una storia ripetibile del nostro tempo presente, così ricco di sciabolate tra alleati e di ricatti più o meno mascherati? Quei mesi furono fitti di primizie della futura antipolitica e del suo stile. Quando erano in corso le votazioni per la nomina del presidente del Senato, per esempio, Berlusconi disse: «O passa Scognamiglio o si va a votare» . Scorrettezza severamente stigmatizzata dal Quirinale. I giornali stranieri più autorevoli, «El Pais» , «Le Monde» , l’ «Independent» , la «Süddeutsche Zeitung» , il «New Yorker» , criticarono duramente già allora il tycoon monopolista delle tv private a capo del governo di uno dei Paesi più industrializzati del mondo. Non fa sussultare, tanti anni dopo, il titolo della copertina dell’ «Economist» dell’ 11 giugno scorso, «The man who screwed an entire country» ? Un economista, Filippo Cavazzuti, e un professore di scienza della politica, Gianfranco Pasquino, senatori del gruppo dei Progressisti, presentarono, il primo giorno della XII legislatura, un disegno di legge di un solo articolo che regolava il conflitto di interessi, il problema principe che ha condizionato gravemente questi anni. Dev’essere rimasto in qualche armadio di Palazzo Madama. Fu il decreto Biondi, il 14 luglio 1994, sulla custodia cautelare che aboliva il carcere per tutta una serie di reati, quelli di Tangentopoli — concussione, corruzione, peculato— a dar la prova del modo di intendere diritto e giustizia del governo Berlusconi. Era il test dilettantesco delle future leggi «ad personam» — il decreto allora fu ritirato a furor di popolo — che in questi anni hanno svergognato la «patria del diritto» e seguitano a tentar di farlo. Oggi come ieri, dunque? Alcuni berlusconiani si sono un po’ acculturati, micragnosi nel trovare appigli, commi, leggine, codicilli, emendamenti per tutelare sfacciatamente gli interessi privati del premier. Ma la famosa «gente» adesso si è stufata delle promesse bugiarde, degli eccessi, del moderatismo senza moderazione. Non sarà breve la caduta, gli eserciti sconfitti sono pericolosi, capaci di tutto, le difficoltà sono profonde, la corruzione è dilagante, la crisi grave, la classe dirigente inadeguata. Ma il declino del berlusconismo è cominciato, la volontà di cambiamento si può verificare ovunque. Quella sera della vittoria a sindaco di Giuliano Pisapia, centomila persone hanno fatto festa in piazza del Duomo a Milano dove da sempre comincia e finisce tutto. Erano ragazzi, giovani delle partite Iva, ricercatori, professori, studenti, precari, genitori trentenni con le carrozzine dei bambini. Tutta una società minuta, umiliata in questi anni dalle promesse non mantenute di milioni di posti di lavoro. Felici, liberati. Quando lo speaker annunciò dal palco che avrebbe parlato il presidente nazionale dell’Anpi, professor Carlo Smuraglia, ci fu un momento di silenzio. Poi, nella piazza, si diffuse un canto che nella cancellazione della memoria di oggi si pensava sconosciuto a quei giovani: «Bella ciao» . Un emozionante grido di speranza.

Il Corriere della Sera 07.07.11

Legge elettorale, Bersani s’arrabbia: «La nostra proposta è al Senato», di Maria Zegarelli

Le acque sono agitate nel Partito democratico. Onde alte provocate dal dibattito sui referendum sulla legge elettorale tanto che alla fine il segretario Pier Luigi Bersani per la seconda volta nel giro di poche ore torna a invitare tutti i big del partito ad attenersi «alla proposta del partito» che non è certo il referendum abrogativo del Porcellum firmato Passigli e non è neanche quello pro-Mattarellum di cui è capofila Arturo Parisi che ieri mattina si è incontrato a Santi Apostoli con Walter Veltroni, Pierluigi Castagnetti, Achille Passoni e diversi altri parlamentari Pd. «I referendum li promuove la società civile, esprime tutti i referendum che vuole, uno, due, ma anche 5 o 7 dice il segretario in Transatlantico i partiti invece hanno il loro da fare in Parlamento: perché le leggi elettorali per bene si fanno in Parlamento». E il Pd una sua legge ce l’ha, «una proposta giusta e buona», firmata Bressa, sui cui dettagli ancora si conosce poco, ma che di sicuro «non è un ritorno al proporzionale, prevede i collegi e il doppio turno» e dà la possibilità «ai partiti di presentarsi con i propri simboli». Bersani non ci sta a vedere il partito spaccarsi tra chi sostiene Passigli e chi no. «Ora aggiunge annunciando di voler stringere i tempi incontrerò i direttivi dei gruppi e la presenteremo in Senato chiedendo che sia incardinata rapidamente». Il testo finale sarà messo a punto nella direzione del partito che dovrebbe esserci fra una decina di giorni e partirà da quello discusso durante il «caminetto» del mese scorso: un sistema misto con l’attribuzione del 65% dei seggi in collegi uninominali a doppio turno, una quota proporzionale del 30% su base nazionale e un diritto di tribuna del 5% per i partitini. Parisi che dopo l’incontro del mattino con i sostenitori del ritorno al Mattarellum a dare il via alla macchina del quesito referendario, con il costituzionalista Stefano Ceccanti che aveva detto «Alea iacta est», il dado è tratto, si parte, «se non vi saranno fatti nuovi», nel pomeriggio è tornato a incalzare Bersani: «Sono anche disposto a sospendere l’iniziativa se però Bersani mi presenta tutto il menù: dica come è fatta la proposta, la sottoponga a organismo di partito e si voti. E lo si faccia però ad horas». Tanto più che l’Udc di Casini già si è espresso a favore del quesito Passigli, tanto più che la Cgil sta raccogliendo le firme. Il rischio, anche secondo Veltroni, è che si raccolgano le firme per il referendum Passigli, che si abroghi il Porcellum e si ripiombi in piena Prima Repubblica, con una legge elettorale ancora peggio di quella attuale. Per questo Veltroni lancia l’appello «Il Pd chieda a Passigli di ritirare il suo referendum». Su questo tutti d’accordo: da Rosy Bindi a Enrico Letta a Vannino Chiti, secondo cui sarebbe assurdo «dividersi sui referendum». «Il nostro è un referendum di società civile, in tutta Italia c’è gente che l’ha firmato: io non posso decidere», risponde Passigli, che poi, rivolgendosi a Parisi e Veltroni aggiunge: «Se si dichiarano disponibili a raccogliere con noi le firme per abolire le liste bloccate, poi possiamo dire per il resto decida il Parlamento. In questo caso non abbiamo nessuna preclusione a ricercare altri accordi. Se invece dicono che le liste bloccate non vanno toccate, è evidente che vogliono tenersi il “porcellum”». E ieri in Transatlantico non sono mancate le allusioni anche alla mano lunga di Massimo D’Alema sull’operazione Passigli. Il ragionamento: il referendum è difeso anche da Matteo Orfini, vicino a D’Alema, secondo cui il fronte Parisi, Veltroni, Castagnetti avrebbe come obiettivo proprio quello di affossare il quesito affossa Porcellum, e sono note le sintonie del presidente del Copasir con l’Udc sull’argomento. «Io sono favorevole alla proposta di legge del Pd che rappresenta un ragionevole sistema di doppio turno che consente la formazione di maggioranze omogenee risponde D’Alema senza troppi giri di parole .Detto questo, seguo con animo aperto tutte le iniziative ma non sponsorizzo, non aderisco e non firmo. È una calunnia, un metodo di lotta politica basato sull’attribuzione di posizione ad altri». Disquisizioni inutili, poi, aggiunge, quelle sui referendum, perché «l’idea che quello pro Mattarellum ci restituisca il Mattarellum non è detto».

L’Unità 07.07.11

"La patrimoniale della destra", di Luigi Spaventa

Lo hanno detto e ripetuto il capo e i rappresentanti di questo Governo, settimana dopo settimana: «Non abbiamo mai messo, non mettiamo e mai metteremo le mani nelle tasche degli Italiani» – significando con ciò che per tenere sotto controllo la finanza pubblica non occorreva aumentare le imposte. La reazione era poi durissima se solo si sentivano le quattro lettere pi, a, ti, erre: pavlovianamente, senza neppure attendere se si volesse dire patria o, che so, patronimico.
Subito ministri, portavoci, capigruppo di maggioranza dichiaravano che avrebbero protetto i cittadini dalla “patrimoniale”, con cui una “certa sinistra” voleva espropriare i risparmi dei cittadini. Bene, bene. Se è saggio chi sa cambiare idea, bisogna dire che il Governo con la “manovra” di questi giorni ha dato gran prova di saggezza. I 43,4 miliardi di correzione dei saldi di finanza pubblica fra quest´anno e il 2014 sono ottenuti per oltre un terzo con maggiori entrate: dunque con un aumento di pressione fiscale (già fra le più elevate d´Europa) anche trascurando le mani nascoste delle addizionali degli enti locali e delle tariffe. Pazienza, diranno i cittadini, fin quando si tratta di un´Irap più elevata su banche e assicurazioni, istituzioni non particolarmente amate, o delle imposte su giochi e scommesse, che non fanno parte della dieta necessaria per la sussistenza. Ma non sono queste le voci principali del menu. Il piatto forte, per un gettito atteso di oltre 8 miliardi, è, udite, udite, una delicata, piccola imposta patrimoniale sulla ricchezza mobiliare, con incidenza tanto maggiore, quanto minore è la ricchezza: non un fruscio, perciò, ma un rozzo rumore di mani nelle tasche.
Un tempo chi investiva in titoli si teneva a casa (o in cassetta di sicurezza) i suoi certificati obbligazionari o azionari (spesso belli a vedersi) e andava in banca per riscuotere le cedole pazientemente ritagliate. Oggi i titoli non esistono più nella loro materialità. Il risparmiatore che non si affidi a un gestore specializzato deve rivolgersi a una banca per aprire un conto di deposito in cui si registra la proprietà dei titoli. Sulle comunicazioni periodiche delle banche sui titoli come sugli estratti dei conti correnti si pagava la stessa modesta tassa, di 22,8 euro all´anno. Non più: sulle comunicazioni (obbligatorie) relative ai titoli graveranno da oggi 120 euro all´anno; che saliranno a 150 dal 2013 e a 380 se il valore del deposito supera i 50.000 euro.
Le caratteristiche di questo nuovo balzello sono notevoli. Chiamatela come volete, si tratta indiscutibilmente di un´imposta patrimoniale ordinaria. Il partito della Lega sarà lieto di sapere che colpisce il Nord in misura maggiore. A livello personale, si tratta poi di un´imposta patrimoniale regressiva perché per testa e non proporzionata alla ricchezza. Da domani sia la patetica vecchina con 10.000 euro di Bot o Btp, sia l´agiato proprietario di un portafoglio da decine di migliaia di euro pagheranno entrambi gli stessi 120 euro – che quasi azzerano i rendimenti della vecchina mentre appena sfiorano il benessere del più ricco. Questa proprietà si accentua dal 2013 all´interno di ciascuna delle due fasce. Esempio. La prefata vecchina con 10.000 euro di Btp al 3% lordo e 2,6% netto si ritrova con poco più dell´uno per cento dopo la nuova patrimoniale (senza tener conto delle spese bancarie). Al dirigente con 45.000 euro di BTP, pagata la nuova tassa, resta pur sempre un non magrissimo 2.3%. Ma vi sarà, se ne può stare certi, chi si prenderà cura della vecchina. Le banche, premurose, anche traendo vantaggio dalla (giusta) riduzione della ritenuta d´acconto sugli interessi dei depositi dal 27 al 20 per cento, offriranno impieghi alternativi ai titoli. Pare di sentirle: «signora mia, sembra che questo nostro pezzo di carta renda poco, ma almeno non ci paga sopra 150 euro». Evviva. E un ricordo. La grande Signora Thatcher fu travolta, e finì per uscire di scena, quando si mise in testa di imporre un´imposta capitaria sulle abitazioni (la poll tax). E´ vero: la ricchezza mobiliare in titoli è poca cosa rispetto a quella immobiliare ed è meno diffusa. Ma fosse che…

La Repubblica 07.07.11

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“L’imposta stanga-piccoli”, di Sergio D’Antoni

Ma quello che il governo ha introdotto con misura d’urgenza in questa manovra è a tutti gli effetti una patrimoniale.
Un prelievo che trasformerà i piccoli risparmiatori nella categoria più tartassata dal provvedimento: da loro arriveranno infatti i maggiori introiti previsti dal decreto. Si dice che il diavolo sia nascosto nei particolari.
In questo caso, il dettaglio si chiama imposta fissa. In pratica, un prelievo identico per tutti, milionari e pensionati, grandi speculatori e semplici lavoratori, che pagheranno la stessa quota a prescindere dalle somme investite. Il risultato è ovvio: l’imposta inciderà di meno su grandi capitali e risulterà insostenibile per i piccoli risparmiatori.
L’aria grave e ispirata con cui ieri il ministro dell’economia ha presentato la manovra è la stessa che ha accompagnato ogni singolo provvedimento del governo più antisociale che l’Italia ricordi. Il mantra ripetuto da Tremonti sui “saldi invariati” non gli ha impedito di destabilizzare in questi anni i conti pubblici del paese, concedendo tutto alle realtà più forti: dall’esenzione dell’Ici sulle case di lusso, al rimborso delle quote latte, dal caso Alitalia allo scudo fiscale, e chi più ne ha più ne metta. Capitoli rigorosamente pagati dalle zone e dai ceti più colpiti dalla crisi. Ora, a frittata fatta, con aria professorale, Tremonti richiama tutti a una responsabilità che è solo sua. Nel fare questo, cerca di mettere l’ennesima toppa a spese delle fasce medio-basse, mentre i grandi speculatori dormono sonni tranquilli, confortati dal fatto che l’aumento delle aliquote sulle rendite finanziarie è finito nello sgabuzzino della delega fiscale.
Nel complesso, la manovra si inserisce perfettamente nel solco di questa impostazione iniqua e disgregante.
Dai tagli sulle pensioni a quelli sulla sanità, dalle sforbiciate alla scuola a quelle sugli statali, fino al colpo d’accetta per 17 miliardi annunciato in conferenza stampa sul capitolo dell’assistenza sociale.
E lo sviluppo? Quello che dovrebbe essere l’obiettivo principale dell’azione pubblica, non trova neppure un accenno nel testo. Non una riga sulla urgente necessità di sostenere la crescita e l’occupazione nelle aree depresse. Neppure l’ombra di una misura in grado di rilanciare investimenti e consumi sui territori a più alto potenziale di crescita.
Al contrario, si colpiscono le autonomie e gli enti locali e si premiano i soliti furbi con norme vergognose come la sanatoria sulle liti fiscali o la sostanziale moratoria sulle quote latte, che da sola costerà alle casse dello stato 800 milioni.
Insomma, una stangata che allontana il paese dagli obiettivi strategici della crescita e di una più equa redistribuzione delle risorse, nel più totale disprezzo dei principi di coesione e solidarietà.

da Europa Quotidiano 07.07.11

Pensioni, per il 42% dei giovani di oggi sono mille euro al mese", di Laura Matteucci

Un’Italia di anziani poveri. Con il 42% dei dipendenti, oggi giovani fra i 25 e i 34 anni, che intorno al 2050 andrà in pensione con meno di mille euro al mese. I lavoratori in questa fascia di età sono attualmente il 31,9%, e guadagnano una cifra inferiore a mille euro. Ciò significa che molti di loro si troveranno ad avere dalla pensione pubblica un reddito addirittura più basso di quello che avevano a inizio carriera. Ela previsione riguarda i più fortunati, cioè i 4milioni di giovani oggi inseriti nel mercato del lavoro con contratti standard. Poi ci sono un milione di giovani autonomi o con contratti atipici e 2 milioni che non studiano né lavorano. Perchè, come ha certificato l’Istat solo qualche giorno fa, il tasso di disoccupazione giovanile è da tempo ormai sul 30%. È questo il quadro che emerge dai risultati del primo anno di lavoro del progetto «Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali » realizzato da Censis e Unipol. Si parte da un assunto di base: il nodo pensioni si fa sempre più complicato. L’Italia resta uno dei paesi più vecchi e longevi al mondo. Nel 2030 gli over 64 anni saranno più del26%della popolazione: ci saranno 4 milioni di persone non attive in più e 2 milioni di attivi in meno. Il sistema pensionistico, sottolinea il rapporto, dovrà confrontarsi con seri problemi di compatibilità ed equità. Se le riforme delle pensioni degli anni ‘90 hanno garantito la sostenibilità finanziaria a medio termine, oggi a preoccupare è il costo sociale della riduzione delle tutele per le generazioni future. A fronte di un tasso di sostituzione del72,7% calcolato per il 2010, nel 2040 i lavoratori dipendenti beneficeranno di una pensione pari a poco più del 60% dell’ultima retribuzione (andando in pensione a 67 anni con 37 di contributi); mentre i lavoratori autonomi vedranno ridursi il tasso fino a -40% (a 68 anni con 38 anni di contributi). ZERO TUTELE Dati che dovrebbero preoccupare, e molto, ma che invece non suonano affatto come un campanello d’allarme per il governo. Non per il ministro al Welfare Maurizio Sacconi, almeno: «Proiezioni di questo tipo credo che siano molto opinabili, scontano ipotesi di percorsi lavorativi che nessuno può disegnare in un tempo di così straordinari cambiamenti», commenta. E punta sulla «necessità di forme di previdenza e assistenza complementari». «Il tema c’è ed ha una dimensione importante», replica l’amministratore delegato di Unipol, Carlo Cimbri. «Una volta – continua – il tasso di sostituzione era pari al 90%dell’ultima retribuzione. Oggi al 70% e calerà ancora». Fondamentale, quindi, anche per lui «trovare forme di integrazione della previdenza ». Ma non è così semplice. La relazione del Censis, dicono Cgil, Cisl e Uil, è solo la conferma di un allarme lanciato più volte. «Tutti gli studi – spiega Susanna Camusso, leader Cgil – dicono che, a sistema invariato, con una crescita così bassa e sei i punti di Pil persi negli ultimi anni, le pensioni del futuro saranno troppo basse. E non vale – aggiunge – scaricarle in termini di responsabilità sui giovani, dicendo che non si fanno subito la previdenza complementare; il lavoratore precario non ha le risorse per farlo ». Dati che «fanno rabbrividire» per il Pd, che proporrà come emendamento alla manovra la proposta che consente di trasferire le annualità di contribuzione versate oltre quelle necessarie per raggiungere l’età pensionabile dai genitori ai figli, già presentata alla Camera, come «nuovo patto generazionale». «Complementare» (leggi: privata), peraltro, oltre alla previdenza rischia di essere sempre di più pure la sanità. L’indagine Censis parla anche di questo: le famiglie spendono in media mille euro l’anno per visite mediche private, fino a 1.400 euro se qualcuno ha bisogno del dentista. Aumentano quindi i servizi sanitari pagati di «tasca propria». Nell’ultimo anno solo il 19,4% delle famiglie ne ha potuto fare a meno, mentre oltre il 70% ha acquistato medicinali a prezzo pieno in farmacia, il 40% ha fatto ricorso a sedute odontoiatriche, il 35% a visite mediche specialistiche e più del18%a prestazioni diagnostiche.

L’Unità 07.07.11

«Addio federalismo e servizi azzerati», di Eugenio Bruno

Una manovra che azzera il federalismo fiscale e che mette pesantemente a rischio tutti i servizi sul territorio. Governatori, sindaci e presidenti di Provincia respingono al mittente il decretone del Governo e quei tagli che solo per i bilanci locali vale 9,6 miliardi nel 2013-2014 e altri 7,5 di minori finanziamenti per la sanità. E ieri, scottati dall’improvvisa disdetta del vertice programmato con l’Esecutivo, sono passati insieme al contrattacco. Diserteranno tutti gli impegni istituzionali, a cominciare dalla Conferenza unificata di oggi, dove si presenteranno solo per ufficializzare le critiche e illustrare gli effetti della manovra che si scaricheranno sui cittadini.
Assistenza sociale, trasporto pubblico locale, livelli di assistenza sanitaria, politiche di sostegno alle imprese, investimenti: è questo, secondo le autonomie, il lungo elenco di servizi sui quali inciderà come un bisturi la manovra. Berlusconi – al quale chiedono un incontro urgente – deve «assumersi la responsabilità delle ricadute sui servizi fondamentali per il Paese», hanno scritto in una lettera. Insomma: sui tagli il premier “deve metterci la faccia”. Anche perché, contestano come già con la manovra dell’anno scorso, la strada seguita col decretone tradisce il «leale spirito di collaborazione»: gli amministratori locali contestano di essersi trovati di fronte a scelte «unilaterali» del Governo, a dispetto della cooperazione istituzionale che pure è scritta nella legge. «Le Regioni, i Comuni e le Province ritengono che la manovra non assicuri il governo del territorio, anche vanificando di fatto il percorso del federalismo fiscale».
«È un inaccettabile centralismo di ritorno», è l’accusa mossa contro una manovra che mette in dubbio «l’intero cammino fin qui compiuto col federalismo fiscale, sul quale viene messa una pietra tombale», mettono in guardia. I sindaci hanno anche annunciato che non parteciperanno più al dibattito in Parlamento sul decreto “premi e sanzioni”: come possono pagare (la perdita del posto, l’ineleggibilità e l’interdizione dai pubblici uffici per dieci anni) per eventuali disavanzi possono dipendere solo dalle scelte «unilaterali» del Governo? E per questo, pur senza sottrarsi alle proprie responsabilità, gli amministratori locali invocano scelte «radicalmente diverse», sperando di trovare sponde e orecchie attente in Parlamento.
Uno strappo unanime – quello di Regioni, Anci e Upi – al di là delle casacche di partito. Per i governatori ieri sono scesi in campo tutti: da Vasco Errani (Emilia Romagna, Pd) a Roberto Formigoni (Lombardia, Pdl) a Renata Polverini (Lazio, Pdl). Più defilati ufficialmente i due governatori leghisti, anche se l’altro ieri Luca Zaia (Veneto) s’era già dichiarato profondamente insoddisfatto.
Altrettanto significativa la dura presa di posizione ribadita da Osvaldo Napoli, presidente facente funzioni dell’Anci, vicecapogruppo Pdl alla Camera e tra i deputati ritenuti più vicini al premier: «Riteniamo questa manovra fortemente iniqua», rappresenta «la fine del federalismo». Concetti ribaditi da una nota dell’ufficio di presidenza che critica la scelta di assegnare ai Comuni, con un taglio di 3 miliardi che si somma ai 2,5 del 2012, «un obiettivo non conforme al peso che hanno sul deficit complessivo della Pa». Al tempo stesso il documento definisce «le norme sui virtuosi totalmente sbagliate perché producono risultati opposti a quelli sperati» e decreta la sospensione di tutte le attività volte all’attuazione del federalismo. Ma potrebbe non finire qui: se necessario, i sindaci sono anche pronti a ricorrere alla Consulta «per evitare l’impatto della manovra. Tanto più che dalla manovra è sparita, lamenta l’Anci, la norma «salva-cassa» con l’effetto di mettere «seriamente a rischio il pagamento degli stipendi dei dipendenti e il rispetto dei contratti».

I TAGLI A REGIME
3,6 miliardi
Contributo delle Regioni
Nel 2014 le Regioni ordinarie dovranno contribuire a ridurre il deficit per 1,6 miliardi mente quelle speciali per 2. Nel 2013 le prime dovranno assicurare 800 milioni e le seconde 1 miliardo
800 milioni
Contributo delle Province
Articolato sul biennio è anche il taglio che si abbatterà sulle Province. Nel 2013 gli enti di area vasta dovranno rinunciare a 400 milioni che nel 2014 diventeranno 800
2 miliardi
Contributo dei Comuni
L’impegno chiesto ai sindaci sarà di 1 miliardo nel 2013 e 2 miliardi nel 2014

Al via la prima sperimentazione di apprendistato in alta formazione

Con questa sperimentazione si diventa dottori di ricerca lavorando in un’impresa. La Regione ha siglato un protocollo d’intesa con gli atenei e le parti sociali per avviare la sperimentazione dell’apprendistato in alta formazione per conseguire il titolo di dottorato di ricerca lavorando nelle imprese. Secondo l’ accordo gli atenei individuano i dottorati di ricerca e il numero di posti riservati per l’apprendistato.
I laureati ammessi sono assunti dalle imprese con contratto di apprendistato. Il contratto dura da 24 a 48 mesi e deve prevedere almeno 120 ore annue di attività didattica e di formazione per acquisire competenze negli ambiti dell’innovazione tecnologica ed organizzativa dell’economia delle imprese regionali. Le attività formative si svolgono per tutta la durata del contratto in modo da assicurare l’alternanza formazione-lavoro.

06.07.2011

Apprendisti in alta formazione, laureati che acquisiscono il titolo di dottore di ricerca lavorando nelle imprese. Si tratta di una prima sperimentazione di apprendistato in alta formazione per il conseguimento del titolo di dottorato, per cui è stato siglato un protocollo d’intesa tra la Regione, le Università dell’Emilia-Romagna e le parti sociali.

Come previsto dall’accordo, saranno gli atenei ad individuare i dottorati di ricerca e il numero di posti riservati per l’apprendistato. I laureati che superano le selezioni richieste per l’ammissione potranno essere assunti dalle imprese con contratto di apprendistato. Le imprese interessate dovranno stipulare i contratti sulla base dei contratti collettivi nazionali delle organizzazioni sindacali e datoriali maggiormente rappresentative.

La durata del contratto di apprendistato per l’acquisizione del titolo di dottore di ricerca non può essere inferiore a 24 mesi e superiore a 48 mesi. Il percorso formativo durante il periodo di apprendistato viene definito insieme dalle università e dalle imprese, ma deve prevedere almeno 120 ore annue di attività didattica e di formazione, finalizzata all’acquisizione di competenze negli ambiti dell’innovazione tecnologica ed organizzativa dell’economia delle imprese regionali e dovrà contribuire ad implementare i risultati della ricerca e le attività di trasferimento tecnologico.

Le attività formative dovranno essere erogate lungo l’intero arco di durata del contratto, per assicurare l’alternanza formazione-lavoro che caratterizza il contratto di apprendistato per il conseguimento del titolo di dottore di ricerca. Le imprese devono inoltre garantire la necessaria formazione interna, che integra quella delle università, anche prevedendo attività di tutoraggio formativo. Un coordinamento tecnico regionale, composto da un rappresentante per ciascuna delle parti firmatarie, dovrà verificare l’andamento della sperimentazione, che ha durata biennale.

http://www.regione.emilia-romagna.it

"Chi vuole rubarci la vita", di Stefano Rodotà

I moribondi di Palazzo Montecitorio stanno per approvare una legge ideologica, violenta, bugiarda, sgrammaticata, incostituzionale. È la legge sul testamento biologico, altrimenti detta «dichiarazioni anticipate di trattamento». E faccio esplicito riferimento a un classico della critica parlamentare – I moribondi del Palazzo Carignano, scritto nel 1862 da Ferdinando Petruccelli della Gattina. La maggioranza parlamentare sempre più delegittimata per gli scandali che l´attraversano, per l´impunita vocazione a secondare ogni pretesa del suo Capo, per la distanza abissale dal rispetto dovuto ai cittadini pretende di impadronirsi della vita stessa delle persone. Non si cura dei documenti analitici mandati a tutti i senatori e deputati da più di cento giuristi che mostrano i gravi limiti tecnici della legge. Disprezza l´opinione pubblica perché, come da anni ci dicono le periodiche rilevazioni dell´Eurispes, il 77% degli italiani è favorevole al diritto di decidere liberamente sulla fine della vita. Mentre ripetono la sempre più mendace formula “non mettiamo le mani nelle tasche degli italiani”, il presidente del Consiglio e la sua docilissima schiera mettono le mani sul corpo di ciascuno di noi.
La legge è ideologica e violenta, quintessenza di un dispotismo etico che vuole imporre a tutti il parzialissimo, controverso punto di vista di una sola parte a chi ha convinzioni, fedi, stili di vita diversi. Afferma la «indisponibilità» della vita: ma questa è una affermazione in palese contrasto con l´ormai consolidato diritto al rifiuto e alla sospensione delle cure, che in moltissimi casi è già stato esercitato con la consapevolezza che si trattava di una decisione che avrebbe portato alla morte. Nega il diritto di rifiutare trattamenti come l´alimentazione e l´idratazione forzata, escludendone il carattere terapeutico in contrasto con l´opinione delle società scientifiche e con l´evidenza della pratica medica. Riflette un fondamentalismo cattolico incomprensibile: il muro alzato dalle gerarchie vaticane contrasta clamorosamente, ad esempio, con l´apertura mostrata dalla Conferenza episcopale tedesca Varcate le Alpi, quel che lì è materia di legittimo dibattito pubblico improvvisamente diventa questione di fede?
È bugiarda, perché il suo titolo – che si richiama al consenso informato, all´alleanza terapeutica tra medico e paziente, alla rilevanza delle dichiarazioni fatte dalla persona per decidere consapevolmente sul come morire – è clamorosamente contraddetto dal contenuto delle singole norme. Il consenso della persona è sostanzialmente vanificato, perché le sue dichiarazioni non hanno valore vincolante e non possono riguardare questioni essenziali come quelle dell´alimentazione e dell´idratazione forzata. L´alleanza terapeutica si risolve nello spostamento del potere della decisione tutto nella direzione del medico. Le «dichiarazioni anticipate di trattamento» sono vere macchine inutili, frutto di un delirio burocratico che impone faticose procedure alla fine delle quali vi è il nulla, visto che sono prive di ogni forza vincolante.
Siamo di fronte ad una vera “legge truffa”, ad un testo clamorosamente incostituzionale. Legittimi punti di vista non possono essere trasformati in norme che si impongono alla volontà delle persone violando i loro diritti fondamentali. La discrezionalità del legislatore, in questi casi, è esclusa esplicitamente dall´articolo 32 della Costituzione: «la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». E la Corte Costituzionale ha riconosciuto il diritto della persona di «disporre del proprio corpo»; ha severamente escluso che il legislatore possa arrogarsi il ruolo del medico e dello scienziato: e soprattutto ha affermato in modo nettissimo che l´autodeterminazione è un “diritto fondamentale” della persona. Proprio quell´autodeterminazione che il voto della Camera vuole cancellare.
Questo scempio si sta consumando nel più assoluto silenzio. Perché l´opposizione, oltre ad impegnarsi in una purtroppo vana battaglia di emendamenti, non ha praticato nemmeno per un minuto un ostruzionismo che avrebbe almeno avuto la funzione di informare l´opinione pubblica del gravissimo scippo che si sta consumando a danno di tutti? Il Pd continua a rimanere pr igioniero delle sue divisioni interne, che sono divenute un ostacolo alla cultura e alla ragione? Perché persiste il timore di dispiacere alle gerarchie vaticane, non al ricco e aperto mondo dei cattolici? Perché, soprattutto, a nulla è servita la lezione delle elezioni amministrative e dei referendum che mostrano una società viva, reattiva, alla quale bisogna fare appello tutte le volte che sono in questione i diritti fondamentali delle persone?
Ricordo una volta di più Montaigne: «la vita è un movimento ineguale, irregolare, multiforme». La legge deve abbandonare la pretesa di impadronirsi d´un oggetto così mobile, sfaccettato, legato all´irriducibile unicità di ciascuno. Quando ciò è avvenuto, libertà, dignità e umanità sono state sacrificate e gli ordinamenti giuridici hanno conosciuto una inquietante perversione. Non a caso «la rivoluzione del consenso informato» nasce come reazione alla pretesa della politica e della medicina di impadronirsi del corpo delle persone, che ha avuto nell´esperienza nazista la sua manifestazione più brutale. L´autoritarismo non si addice alla vita, né nelle sue forme aggressive, né in quelle «protettive». Riconoscere l´autonomia d´ogni persona, allora, non significa indulgere a derive individualistiche, ma disegnare un sistema di regole che mettano ciascuno nella condizione di poter decidere liberamente.

La Repubblica 07.07.11

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Biotestamento, blitz della maggioranza “Si applica solo ai malati terminali”, di Caterina Pasolini

Insorge l´opposizione. Bersani: “Cicchitto decide come devo morire io”. La Fp-Cgil Medici scrive a Fazio: “Ci sentiamo criminalizzati da questo ddl”. Il primo articolo approvato dal centrodestra vieta l´eutanasia e l´aiuto al suicidio. Il biotestamento torna alla Camera ed è subito polemica. La maggioranza ha infatti presentato un nuovo emendamento ancor più restrittivo, scatenando nuove proteste dall´opposizione in una giornata densa. Che alla fine ha visto il governo portarsi a casa il risultato: approvato (277 a 224) il primo articolo che vieta l´eutanasia e l´aiuto al suicidio, tra l´altro già condannato nel codice penale.
«È una legge truffa, un vero labirinto di divieti, un testo disumano che sottrae alla persona la possibilità di dire cosa sia compatibile con la propria dignità», puntano il dito Idv e Pd con Bersani che sintetizza: «Ora ho capito, Cicchitto sta decidendo come dovrò morire io». Il testo in approvazione infatti prevede che qualunque sia la volontà del malato le sue scelte non sono vincolanti, l´ultima parola spetta al medico, e che comunque non possa praticamente mai rinunciare a idratazione e nutrizione.
Altro che libertà di scelta e di cura, e alleanza tra medico e paziente, l´idea del governo è un´altra, insistono. «Non dobbiamo essere noi a dare o togliere la vita», sottolinea il neosegretario del Pdl Angelino Alfano che plaude al testo in via di approvazione – entro martedì – perché è «un provvedimento che rappresenta la giusta mediazione tra le idee dei laici e dei cattolici». Ecco, questo è il punto dove potrebbe saldarsi l´alleanza con l´Udc voluta dal neosegretario per allargare la maggioranza.
La giornata, che ha visto tra gli altri il medico di Berlusconi Scapagnini reduce da tre mesi di coma dire «voglio essere io a decidere», comincia con la bocciatura a voto segreto di tutti gli emendamenti dell´opposizione. Poi arriva quello presentato dal relatore del ddl, Domenico Di Virgilio (Pdl), su alimentazione e idratazione artificiali. E partono le accuse.
«Limita l´applicazione del testamento biologico solo a malati ultra terminali, con tanto di risonanza magnetica che attesti la mancanza di attività cerebrale. Così la norma si può applicare solo a una categoria esigua di cittadini e resta contraria alla Costituzione», denuncia l´Idv. Sulla stessa linea il senatore del Pd Ignazio Marino che lo definisce «nuovo trucco per paralizzare la libertà di medici e pazienti. Scritto così male che si arriva a dire che ad una persona morta possono essere sospese le terapie. Bella scoperta». Il risultato finale di questa legge «sarà quello di andare contro la costituzione, le leggi e i trattati internazionali. Sarà richiamato nelle aule di giustizia e porterà tante persone ad andare all´estero per l´ultima parte della loro vita», sottolinea Rita Bernardini, dei Radicali.
E preoccupazioni arrivano anche dal fronte medico. «Siamo criminalizzati da questo ddl» affermano Massimo Cozza, segretario nazionale Fp-Cgil Medici, che ha chiesto al ministro Fazio di far sapere se nutrizione idratazione siano o meno cure.

La Repubblica 07.07.11