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"Abolire il valore legale della laurea? Mondo economico vs mondo accademico", di Salvo Intravaia

Diverse proposte di legge, tutte del centrodestra, per il cambiamento. E in Senato è stata avviata un’indagine conoscitiva. C’è chi suggerisce la liberalizzazione, sul modello Usa, con tanto di “rating” degli atenei e chi teme che i cittadini siano meno tutelati e aumentino le disuguaglianze sociali. E se la laurea anche in Italia perdesse il proprio “valore legale”, come negli Stati Uniti? Se, cioè, smettesse di avere lo stesso valore se conseguita a Catania o a Milano, assumendo invece un valore diverso in base all’ateneo che la rilascia? Cosa accadrebbe nel nostro Paese? Dell’abolizione del valore legale del diploma di laurea si parla in questi giorni in Parlamento, nell’ambito dell’indagine conoscitiva avviata dal Senato sul tema “Effetti connessi all’eventuale abolizione del valore legale del diploma di laurea”.

Il mondo economico considera il valore legale del titolo di studio ormai superato e spinge perché l’inutile orpello venga abolito quanto prima. Il mondo accademico, e non solo, è invece contrario e mette in guardia dalle ripercussioni di una simile scelta. Intanto, in Parlamento sono diverse le proposte di legge sull’argomento, tutte del centrodestra. Ma cosa vuol dire abolire il valore legale di un titolo di studio, laurea o diploma che sia? Perché un titolo di studio deve avere un valore legale?

A spiegarlo in modo chiaro è lo stesso direttore Education di Confindustria, Claudio Gentili, ascoltato dalla commissione Cultura del Senato lo scorso 25 maggio. “Nelle intenzioni del legislatore, il valore legale del titolo di studio doveva essere un ‘marchio di qualità’ concesso dallo Stato alle università”, che avrebbero dovuto “garantire ai cittadini la qualità della formazione universitaria”. “I cittadini – continua Gentili – che si servono di professionisti, le imprese e il settore pubblico che assumono laureati sarebbero stati così garantiti sulla qualità delle competenze di quelle persone in base a curricula certificati”.

Ma, sempre secondo Confindustria, “il vero limite del valore legale sta nel suo uso formalistico che spesso ha ottenuto risultati opposti a quelli desiderati”. “Abrogare il valore legale potrebbe significare – spiega il presidente della Crui, la conferenza dei rettori italiani – liberalizzare la formazione universitaria, lasciando che chiunque possa istituire una ‘università’ e che il mercato faccia da regolatore del valore, sostanziale e non formale, dei titoli rilasciati”.

Ma non solo. Per accedere alla Pubblica amministrazione o alle professioni, oggi, è richiesto un determinato titolo accademico o di istruzione superiore avente valore legale. “Abrogare tale riconoscimento vorrebbe dire consentire l’accesso ai concorsi pubblici a chiunque, indipendentemente dagli studi compiuti, o che chiunque potrebbe sostenere l’esame di abilitazione alle professioni di avvocato, ingegnere o medico senza essere laureato in giurisprudenza, ingegneria o medicina”.

Ma il neoeletto presidente dei giovani industriali, Jacopo Morelli, rilancia dalle pagine di un quotidiano: “La prima cosa che chiederemo è l’abolizione del valore legale del titolo di studio”. Raccogliendo il consenso del sindaco di Firenze, Matteo Renzi, secondo il quale “bisogna togliere pezzi di casta e pezzi di carta”. Ma come si fa a capire quanto vale in effetti una laurea sprovvista di valore legale? Occorre “un sistema di accreditamento – spiega Gentili – dei corsi di studio, svolto da agenzie indipendenti, che assicuri la verifica del ‘valore reale’ dei corsi di studio universitari”. Una specie di rating degli atenei.

I sindacati e diverse associazioni di docenti, studenti e ricercatori universitari – Adu, Andu, Cisal-docenti universitari, Cisl-Università, Cnru, Cnu, CoNPAss, Flc-Cgil, Link, Rete29Aprile, Snals-Università, Udu, Ugl-Università, Uilpa-Ur, Usb-Pubblico impiego – considerano “il mantenimento del valore legale del titolo di studio un dato centrale del sistema universitario italiano” e temono “che la sua abolizione possa incrementare le disuguaglianze sociali ed economiche”.

Anche gli ordini professionali manifestano forti perplessità. Dopo una lunghissima disamina della questione, il Consiglio nazionale forense conclude che in Italia “mancano le fondamentali precondizioni necessarie a che l’abolizione del valore del titolo di studio universitario ai fini di abilitazioni e concorsi pubblici possa dare dei concreti e dimostrabili benefici”. E per non rimanere sul vago, il Consiglio nazionale degli ingegneri ritiene che “stante l’attuale quadro normativo, l’abolizione del valore legale del titolo di studio, comporterebbe un indebolimento della già ridotta capacità dell’Ordine degli ingegneri di garantire la qualità delle prestazioni dei propri iscritti”.

Sulla questione si sono pronunciati di recente anche medici e odontoiatri. La Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri “esprime forti dubbi sul venir meno della certezza dal punto di vista giuridico del titolo conseguito che è la certificazione comprovante la conclusione di un percorso formativo compiuto secondo la normativa vigente”. Secondo i camici bianchi, il valore legale della laurea “si rende necessario dall’esigenza giustificata di tutelare il pubblico interesse”.

La Repubblica 08.07.11

"La manovra dei rinvii che inquieta i mercati", di Tito Boeri

Il divario fra il rendimento dei titoli di stato tedeschi e italiani è salito ieri fino a 226 punti base, un nuovo record dopo l´entrata del nostro Paese nell´euro. Negli ultimi 3 mesi il divario è salito di quasi 80 punti: protratto nel tempo, comporta una tassa di 12 miliardi.
Una tassa sulle spalle del contribuente italiano a vantaggio soprattutto di investitori esteri. Se non vogliamo pagarla e magari vederci presentare un conto ancora più salato, abbiamo una strada obbligata da percorrere: essere credibili nel rispettare gli impegni di rientro del debito che abbiamo preso. Il nostro governo ha voluto nei mesi scorsi prendere impegni ancora più stringenti rispetto a quelli che ci venivano richiesti in Europa. Si è dato l´obiettivo ambiziosissimo di portare il bilancio in pareggio entro il 2014. Bastava per l´Europa un aggiustamento inferiore, di circa 15 miliardi in meno. Ma da allora tutti coloro che contribuiscono a formare le opinioni degli investitori (Ocse, Commissione europea, Fondo monetario, agenzie di rating) ci chiedono di chiarire come compieremo questo virtuosismo. E ogni ritardo nell´offrire questi chiarimenti ci costa.
La manovra varata dal governo e poi più volte rivista in quest´ultima settimana non basta a centrare quell´obiettivo. Ci assicurerà 25 dei 40 miliardi richiesti e di questi solo 6 prima della fine della legislatura. Gli altri 15 miliardi verranno trovati nella legge delega sulla riforma fiscale, i cui effetti si faranno sentire rigorosamente solo dal 2013 in poi. Quindi c´è un rinvio (la definizione dei provvedimenti che dovranno non solo offrire copertura alla riforma fiscale, ma anche migliorare i saldi per quasi un punto di Pil) nel rinvio (il fatto che l´onere politico di queste misure ricadrà su governi successivi anche se questo esecutivo restasse in carica fino alla fine della legislatura). Forse è anche per questo che gli investitori non sembrano affatto rassicurati. Si ricorderanno di quanto è successo con lo scalone sulle pensioni votato da una legislatura per essere attuato in quella successiva e, alla fine, smantellato dall´esecutivo successivo. E si ricorderanno di quante deleghe fiscali siano rimaste lettera morta: questa, poi, è un copia-incolla, peraltro fatto male, di quella del 2003 (provare su www. lavoce. info per credere).
Ma c´è un altro aspetto di questa manovra che non può che destare preoccupazioni. È una manovra, per quanto si riesce fin qui a capire dai documenti del governo, fatta per due terzi di entrate aggiuntive e solo un terzo di tagli di spesa. Le maggiori entrate potrebbero contare ancora di più perché gli enti locali (che devono contribuire per quasi 15 miliardi alla manovra), probabilmente alzeranno le tasse a livello locale per compensare i minori trasferimenti ricevuti dal governo centrale. Del resto avendo scelto di far ricadere quasi tutto l´onere dell´aggiustamento sulla spesa non pensionistica (che pesa per quasi il 40 per cento della spesa corrente ma contribuirà meno dell´1 per cento alla manovra) non c´era alternativa che alzare le tasse. Un aggiustamento tutto incentrato sulla spesa avrebbe comportato tagli del 12 per cento di tutte le altre spese primarie, quelle in cui già oggi spendiamo molto di meno che gli altri paesi europei, come a suo tempo sottolineato su queste colonne. La concentrazione della manovra sul lato delle entrate non può che avere effetti negativi sulla crescita: la storia ci insegna che i rientri del debito riescono quando comportano soprattutto riduzioni di spesa, invece che aumenti di tasse.
Per aumentare le entrate, viene introdotta una lunga serie di nuovi balzelli, tra cui la patrimoniale sulla ricchezza mobiliare efficacemente descritta ieri da Luigi Spaventa su questo giornale. Da sola porterà a 3 miliardi e mezzo nel 2013, un sesto della manovra prevista per quell´anno. È una tassa che colpisce soprattutto i piccoli risparmiatori perché preleva un ammontare fisso di fatto azzerando i rendimenti netti di un investimento di 30 milioni in titoli di stato. Si mettono, in altre parole, pesantemente “le mani nelle tasche”, meglio direttamente nei portafogli (titoli) degli italiani, scoraggiando non solo gli acquisti di titoli di Stato, ma anche investimenti che potrebbero far affluire risorse alle nostre imprese. Colpiscono soprattutto i più poveri anche le tante tasse sui giochi introdotte nella manovra: valgono circa mezzo miliardo.
Anche sui tagli di spesa la logica è quella del “ciapa chi ciapa là”, tante piccole operazioni che tagliano tutte qualcosina contravvenendo a tante promesse e quindi riducendo il rapporto di fiducia fra il cittadino e lo Stato. Il caso più emblematico è quello delle pensioni. Dopo le ultime modifiche porterà a risparmi netti (al netto delle tasse versate dai pensionati) di circa 300 milioni. Viene da chiedersi se valeva la pena di contravvenire alla promessa di non toccare le prestazioni in essere per raccogliere una somma relativamente così contenuta.
I più realisti del re sostengono che era difficile aspettarsi di più da un governo così litigioso. Sarà. Certo che grandi responsabilità per le sorti del nostro Paese gravano oggi sull´opposizione. Che non può tirarsi fuori. Dire solo che bisogna cercare di crescere (cosa di per sé vera) oppure opporsi ad ogni intervento senza proporre alternative condanna tutti, compresa un´eventuale nuova maggioranza che venisse dopo le elezioni, a dover passare la prossima legislatura a riparare i guasti prodotti in questo scorcio finale di Berlusconi IV, vanificando anche quanto di buono fatto in precedenza. Ci sono tante riforme per la crescita a costo zero che possono essere proposte. Ci sono interventi tutt´altro che simbolici, nei loro effetti sulla finanza pubblica, che potrebbero portare a veri tagli nei costi della politica. Due terzi dei nostri Comuni hanno meno di 5000 abitanti. Abbiamo sindaci di 83 cittadini, praticamente un consiglio di classe allargato. Ci sono poi interventi difficili, ma che, se congegnati bene, darebbero più stimolo alla crescita migliorando la finanza pubblica. Perché ad esempio non aumentare fin da subito le aliquote sulle rendite finanziarie e abbassare quelle sui depositi bancari portandole ad un livello uniforme, anziché affidare tutto questo a una legge delega? Perché non armonizzare l´età di pensionamento delle donne nel privato a quella del pubblico fin da subito, anziché aspettare fino al 2020? Perché non rivedere le regole di indicizzazione in linea con quanto avverrà col contributivo, quindi con il metodo con cui verranno pagate le pensioni ai figli degli attuali pensionati? Legando l´indicizzazione delle pensioni alla crescita dell´economia avremmo anche un elettorato più interessato all´andamento della nostra economia, attento ai figli nella sfera pubblica e non più solo in quella privata.

La Repubblica 08.07.11

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“Ecco tutti i tagli alle agevolazioni fiscali pronto il piano B per trovare 15 miliardi”, di Roberto Petrini

Ristrutturazioni, palestre, spese sanitarie: sforbiciata del 15%. Ipotesi tetto per le detrazioni dei mutui casa, assicurazioni su vita e infortuni. E´ il «piano B». Se la riforma dell´assistenza non si farà, una clausola di salvaguardia nella prossima legge di stabilità dovrebbe far scattare la tagliola sulla selva delle agevolazioni fiscali contenute nel nostro ordinamento. La loro consistenza è nota ormai da tempo, da quando il ministro dell´Economia Tremonti insediò i quattro tavoli sulla riforma fiscale. Uno di questi aveva appunto il compito di setacciare le «tax expenditures», ovvero le agevolazioni fiscali: alla fine del censimento ne sono emerse 476 per circa 164 miliardi. Un «tesoretto» fiscale che tuttavia rischia di logorarsi: in un primo momento il taglio di queste agevolazioni avrebbe dovuto consentire di finanziarie la riduzione delle tasse a «saldo zero». Ma ora queste risorse sono vincolate all´obiettivo di riduzione del deficit per il raggiungimento del pareggio di bilancio e dunque, a fronte di un taglio delle agevolazioni, si verificherebbe subito un aumento della pressione fiscale.
L´applicazione del piano «B» così potrebbe essere un terreno minato. Intanto dai 160 miliardi bisogna toglierne una settantina che riguardano voci «intoccabili», come le detrazioni per carichi familiari (coniuge e figli), le detrazioni per lavoro dipendente parti integranti della busta-paga e delle detrazioni sui contributi previdenziali. Restano un centinaio di miliardi, dove potrebbe cadere la scure di Tremonti tagliando il 15 per cento, circa 15 miliardi, quelli necessari al pareggio.
Come fare? La giungla di agevolazioni del nostro sistema è in grado di mandare in tilt anche il commercialista più esperto, pagine e pagine di istruzioni sulla dichiarazione dei redditi rendono odiose, quanto ambite, detrazioni e deduzioni. Alcune fanno sorridere come quella per le cure veterinarie di cani e gatti di cui beneficiano 60 mila amici degli animali. Oppure duplicazioni come le agevolazioni per le donazioni alla Biennale di Venezia o all´Ospedale Galliera, ottime istituzioni ma che comunque potrebbero beneficiare del sistema più moderno del 5 per mille. E poi perché queste possono avere una casella nella denuncia dei redditi e gli altri no? La delega-tagliola, se applicherà un taglio lineare a tutte le agevolazioni, dovrà passare sopra a queste considerazioni e tirare dritto.
Che dire delle due detrazioni più gettonate? Quelle per mutui prima casa (ne beneficiano 3,8 milioni di contribuenti) e quelli per le assicurazioni sulla vita e contro gli infortuni (6,6 milioni di contribuenti): si parla di un tetto, ma è difficile per questo governo gravare fiscalmente la casa e imporre dei limiti di reddito alla tutela dei rischi. Strada in salita anche per le detrazioni al 36 per cento per le ristrutturazioni edilizie creato dal governo Prodi: ha avuto successo (4,8 milioni ne beneficiano) e aveva come scopo quello di combattere il «nero». Oppure le spese sanitarie: sono 18 milioni gli italiani che le detraggono regolarmente dalle tasse e non rinunceranno facilmente a questa prassi. Certo duplicazioni ci sono, soprattutto con l´assistenza: tutto un mondo che si potrebbe decidere di trasferire all´erogazione diretta degli aiuti. Ci sarebbe il risparmio sul fronte degli abusi, ma i saldi non si sposterebbero di molto. Dove si pensa di affondare la lama sono invece le agevolazioni Iva e quelle sulle accise (che ad esempio facilitano autotrasporto e traffico aereo). Ma anche in questo caso non sarà facile fare i conti con gli interessi consolidati.

La Repubblica 08.07.11

Anna Finocchiaro e Dario Franceschini presentano mozione sulla gravissima difficolta' finanziaria delle autonomie territoriali

I gruppi del Pd di Camera e Senato hanno presentato una mozione sul tema della finanza locale per chiedere che la manovra economica sia coerente con i principi del federalismo fiscale. Di seguito il testo.

Il Senato, premesso che le autonomie territoriali italiane, e in modo particolare i comuni, versano in una situazione di gravissima difficoltà finanziaria, evidenziata nella predisposizione dei bilanci preventivi per il 2011, con pesanti ripercussioni sui servizi forniti ai cittadini (nidi e scuole dell’infanzia, assistenza agli anziani e ai disabili, manutenzione strade, edifici e verde pubblico, polizia urbana), mentre altre forti difficoltà si annunciano per il 2012 visti i tagli già previsti;
infatti la manovra triennale di finanza pubblica 2011-2013 (legge 30 luglio 2010, n. 122, di conversione con modificazioni del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78), recepita successivamente nella legge di stabilità per il 2011 (legge 13 dicembre 2010, n. 220) grava in modo del tutto sproporzionato su comuni, province e regioni. Essa prevede che su circa 40 miliardi di euro complessivi di riduzione delle spese correnti ben 22,4 miliardi di euro, pari al 56%, siano a carico di comuni (1,5 miliardi di euro nel 2011, 2,5 miliardi di euro nel 2012 e nel 2013), province (300 milioni di euro nel 2011, 500 milioni di euro nel 2012 e nel 2013) e regioni (4,5 miliardi di euro nel 2011, 5,5 miliardi di euro nel 2012 e nel 2013), a cui va sottratto il contributo per Roma (300 milioni di euro nel 2011, 2012 e 2013), quando la spesa di regioni ed enti locali rappresenta solo il 35% della spesa pubblica italiana, al netto degli interessi sul debito;
i vincoli del patto di stabilità interno, che agiscono anche sui pagamenti ai fornitori, sono stati conseguentemente inaspriti, e molte amministrazioni locali non hanno potuto impiegare risorse che avevano a disposizione creando così forti difficoltà in modo particolare al settore delle costruzioni, il quale il 1 dicembre del 2010 ha protestato unito, associazioni d’impresa e sindacati dei lavoratori, per chiedere urgenti modifiche che peraltro non sono state apportate;
il successivo decreto legislativo in materia di federalismo fiscale municipale (decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23) nell’immediato non ha fatto altro che dare la facoltà ai comuni di istituire l’imposta di soggiorno e di aumentare l’addizionale comunale all’IRPEF, con conseguente aggravio della pressione fiscale per le famiglie e per le imprese;

gli effetti estremamente negativi per il sistema-Paese di manovre di riduzione della
spesa pubblica fatte pesare eccessivamente sulle autonomie territoriali, ed effettuate nei
confronti delle amministrazioni centrali dello Stato con il metodo indifferenziato dei tagli
lineari, si sono già cominciati a vedere nel 2010;
il Rapporto della Corte dei Conti 2011 mette in particolare evidenza la forte contrazione
della spesa per investimenti che si è registrata nel 2010 (- 16 per cento per lo Stato, – 18,5 per
cento per le amministrazioni locali), tenendo conto che la spesa in conto capitale dei soli
comuni nel 2009 era pari al 50% della spesa complessiva per investimenti di tutta la pubblica
amministrazione. Il Rapporto si esprime con seguenti parole: “Non può sottacersi, anche
all’interno di questo Rapporto, il rischio che una manovra di bilancio impostata con il dovuto
rigore, ma non sostenuta da una adeguata strategia di crescita, eserciti effetti depressivi non
auspicati e si riveli, per questo, non pienamente sostenibile. Ne è in qualche modo
testimonianza il fatto, a più riprese sottolineato nel Rapporto, che il ridimensionamento dei
programmi di spesa si sia concentrato, soprattutto nelle amministrazioni locali e anche per
l’operare degli strumenti di coordinamento, sugli investimenti. Si tratta di una soluzione non
efficiente, in considerazione della capacità di accrescimento del potenziale di sviluppo che
viene comunemente riconosciuta al processo di accumulazione pubblica (pag. 3)”;
il Rapporto della Corte dei Conti è particolarmente severo con il complesso della
manovra operata dal Governo sulle autonomie territoriali, sia sul versante della contrazione
dei trasferimenti che delle regole del patto di stabilità interno, e si esprime nei seguenti
termini: “Il risultato di questa compressione di trasferimenti è che le amministrazioni locali
hanno conseguito, nel 2010, gli obiettivi di indebitamento loro assegnati, ma attraverso un
percorso diverso da quello programmato. Le dinamiche della spesa sono state infatti
contenute al di sotto dei valori iscritti nei documenti di programmazione, compensando in tal
modo il ridimensionamento delle risorse trasferite. L’emergere di restrizioni di cassa si è
riflessa soprattutto sulla spesa in conto capitale, che ha registrato la riduzione più consistente.
In sostanza, l’equilibrio di bilancio è stato raggiunto in corrispondenza di una dimensione di
bilancio inferiore a quella prevista in sede di fissazione degli obiettivi. Un risultato che,
presumibilmente, determina forti difficoltà di funzionamento alle amministrazioni decentrate
(pag. 34)”;
il Rapporto annuale dell’ISTAT sulla situazione del Paese nel 2010 indica che nel 2008
la spesa sociale dei comuni, la quale copre quasi i due terzi delle spese per il welfare locale,
ammontava a 6,7 miliardi di euro “…..un valore molto contenuto sia in rapporto al prodotto
del paese, sia in rapporto alla popolazione residente: la spesa media pro capite si attesta,
infatti, a 111 euro”. Il Rapporto individua nei tagli effettuati per il 2011 ai fondi statali
destinati agli interventi sociali (Fondo nazionale per le politiche sociali, Fondo per le politiche
della famiglia, Fondo per la non autosufficienza, Fondo per l’infanzia e l’adolescenza, Fondo
per l’inclusione sociale degli immigrati) ulteriori condizioni di restrizione della spesa sociale
dei comuni “…..con il probabile aumento, in un contesto di forti differenziali territoriali, di
bisogni non soddisfatti provenienti dai segmenti di popolazione più vulnerabile (4.4.2, Gli
interventi e i servizi sociali offerti dai Comuni, pagg 199-206);

con il Documento di economia e finanza 2011 l’Italia si è impegnata a raggiungere entro il 2014 un livello prossimo al pareggio di bilancio conformando in questo modo la dinamica del bilancio pubblico agli obiettivi europei di medio termine ( rapporto deficit/PIL al 3,9 nel 2011, al 2,7% nel 2012, al 1,5 nel 2013 e allo 0,2% nel 2014), con il sistematico incremento del surplus primario in prospettiva della crescente riduzione del debito pubblico;
in base alle notizie fino ad ora disponibili, la manovra di 47 miliardi di euro per il 2012-2014 recentemente approvata dal Governo rende permanenti i tagli della manovra 2011-2013, grava ancora in modo insostenibile su comuni (1 miliardo di euro nel 2013, 2 miliardi di euro a decorrere dal 2014), province (400 milioni di euro nel 2013, 800 milioni di euro a decorrere dal 2014) e regioni (1,8 miliardi di euro nel 2013, 3,6 miliardi di euro a decorrere dal 2014) per un complesso di ben 9,6 miliardi di euro sui 40 previsti per il 2013 e 2014, e interviene pesantemente anche su sanità e blocco degli organici. Essa introduce una ripartizione degli enti di ciascun livello di governo in classi di virtuosità sulla base di criteri che non si limitano a parametri economico-finanziari ma interferiscono pesantemente sulle scelte autonome di regioni e enti locali, e riduce il Fondo sperimentale di riequilibrio e i fondi perequativi come se fossero i vecchi trasferimenti in piena contraddizione con i principi del federalismo fiscale;
vi è l’inderogabile necessità di ripartire equamente il peso delle manovre, sia quella già approvata per il triennio 2011-2013 che quella in corso di approvazione per il triennio 2012-2014, tra i diversi livelli istituzionali, tenendo conto di criteri obiettivi che sottopongano anche la spesa dei ministeri centrali ad un’accurata valutazione (analisi micro e valutazione delle singole voci di spesa, con spending review sistematica; bilancio a base zero, per valutare tutto e tutti sotto il profilo dei costi, dei risultati e della adeguatezza; comparazione di risultati fondata su indicatori inseriti nel Bilancio, come prevede la legge di contabilità; regola permanente di evoluzione della spesa, con obiettivi massimi fissati per un periodo molto lungo, con verifiche a scadenze prefissate; ridisegno dell’intera pubblica amministrazione per semplificare, superare i doppioni e stabilire chiaramente “chi fa che cosa”), mentre per le autonomie territoriali la legge n. 42 del 2009 sul federalismo fiscale ha già individuato il percorso per passare dalla spesa storica ai costi e fabbisogni standard per quanto riguarda i livelli essenziali delle prestazioni e le funzioni fondamentali degli enti locali;
questa esigenza è avvertita anche dalla legge, in coerenza con i principi del federalismo fiscale che altrimenti risulterebbero completamente negati. Infatti il comma 2 dell’art. 14 della legge n. 122 del 2010 (manovra triennale 2011-2013) stabilisce che in sede di attuazione del federalismo fiscale “non si tiene conto” della riduzione dei trasferimenti statali a regioni, comuni e province, mentre i commi 3 e 4 dell’art. 39 del decreto legislativo 6 maggio 2011, n. 68 (fisco regionale, provinciale e sanità) istituiscono clausole di salvaguardia per il 2012 a favore delle regioni che il Governo si è impegnato ad estendere anche a province e comuni;
la sede nella quale “concorrere alla definizione degli obiettivi di finanza pubblica per comparto, anche in relazione ai livelli di pressione fiscale e di indebitamento” è, a norma dell’art. 5 della legge n. 42 del 2009 sul federalismo fiscale, la Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica, che si avvale della Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale (COPAFF) quale segreteria tecnica dotata di una specifica banca dati. Essa è riconosciuta come tale anche dalla legge 7 aprile 2011, n. 39, che ha recentemente modificato la legge di contabilità e finanza pubblica in relazione alle nuove

regole adottate dall’Unione europea in materia di coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri;
il comma 2 dell’art. 35 del decreto legislativo 6 maggio 2011, n. 68 (fisco regionale, provinciale e sanità) stabilisce che “entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, deve essere convocata la riunione di insediamento della Conferenza”. Tale termine è trascorso, e la manovra 2012-2014 approvata dal Governo non è neanche stata illustrata ai rappresentanti delle autonomie territoriali;
l’esigenza di ripartire equamente il peso delle manovre tra i diversi comparti di spesa pubblica assume un significato sostanziale anche alla luce della previsione tendenziale per l’anno 2012 contenuta nei quadri di dettaglio del Documento di economia e finanza 2011, su cui inciderà ulteriormente la futura manovra, che per ora si basa sulla sostanziale invarianza della pressione fiscale e sulla riduzione di circa 1,7 punti di PIL della spesa pubblica. Secondo tale previsione la contrazione sarà determinata, a legislazione vigente, per soli 6 decimi di punto di PIL da minori spese delle amministrazioni centrali, per 2 decimi di punto di PIL da minori spese degli enti previdenziali e per quasi un punto di PIL da minori spese delle amministrazioni locali;
nel definire criteri equi per ripartire la manovra occorre tener conto che nel quinquennio 2005-2009 il saldo di bilancio della pubblica amministrazione è peggiorato di quasi 20 miliardi di euro, mentre nello stesso periodo il bilancio aggregato del comparto comunale ha registrato un miglioramento di 2,6 miliardi di euro;
i comuni concorrono in modo molto contenuto alla formazione del deficit della pubblica amministrazione previsto per il 2012, che costituisce l’obiettivo ad ridurre. In base ai quadri tendenziali illustrati nel Documento di economia e finanza 2011 si evince come tale concorso non superi il 3,3 per cento. Se si applicasse tale percentuale all’intero valore delle manovre 2011-2013 e 2012-2014 di finanza pubblica, ai comuni dovrebbe essere restituito parte del taglio operato per il 2012 e non dovrebbero essere interessati dall’ulteriore manovra correttiva ora in discussione, come risulta da elaborazioni IFEL su dati del Ministero dell’economia e delle finanze;

tutto ciò premesso e considerato impegna il Governo a:

 insediare immediatamente la Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica e sottoporre al suo esame la manovra 2012-2014, al fine di pervenire alla definizione di obiettivi che tengano insieme rigore finanziario e crescita economica e sociale del Paese, ripartendo equamente le manovre 2011-2013 e 2012-2014 tra i diversi livelli istituzionali;
 individuare criteri per il riparto delle manovre 2011-2013 e 2012-2014 tra i diversi livelli istituzionali che tengano conto: del concorso di ciascun comparto alla formazione del deficit della pubblica amministrazione; del contributo dato al miglioramento dei saldi di finanza pubblica nel periodo precedente; della necessità di mettere sotto controllo la spesa dei ministeri centrali; del principio della trasparenza nei conti pubblici di tutti i livelli di governo attraverso la istituzione immediata della banca dati unica prevista dalla legge di contabilità; della possibile semplificazione e riduzione di costi della politica e dell’amministrazione conseguente ad una chiara definizione del “chi fa che cosa” abolendo le sovrapposizioni, attraverso la sollecita approvazione della Carta delle autonomie locali in discussione al Senato; dell’esigenza fondamentale di far ripartire gli investimenti che sono alimentati in grande parte dalla spesa in conto capitale dei comuni anche come contributo alla crescita dell’economia del Paese;
 effettuare una manovra coerente con i principi del federalismo fiscale, agendo sui risparmi che possono essere ricavati dal passaggio dalla spesa storica ai costi e fabbisogni standard per quanto riguarda i livelli essenziali delle prestazioni e le funzioni fondamentali degli enti locali, evitando di considerare le compartecipazioni e le quote di tributi erariali attribuiti alle autonomie territoriali, indisponibili per lo Stato, come i vecchi trasferimenti che potevano essere tagliati;
 garantire l’autonomia di ciascun ente nel raggiungimento degli obiettivi finanziari, rivedendo di conseguenza le norme sul personale;
 individuare indici di virtuosità per gli enti di ciascun livello di governo, concordati con i medesimi, che siano rigorosamente legati al raggiungimento degli obiettivi finanziari di riduzione del deficit delle amministrazioni, così come previsto dal patto di stabilità e crescita dell’Unione europea, evitando che possano interferire in alcun modo sull’esercizio dell’autonomia di regioni ed enti locali;
 proporre la profonda modifica del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, relativo al federalismo fiscale municipale, in relazione al disegno di legge delega di riforma fiscale approvato dal Governo, anche al fine di restituire autentica autonomia impositiva ai comuni, in modo da far coincidere i beneficiari e i contribuenti dei servizi resi dalle amministrazioni locali, e di favorire il recupero dell’evasione decentrando il catasto;
 proporre la revisione della normativa attualmente in discussione sul decreto sviluppo relativa alla cessazione da parte di Equitalia delle attività di riscossione per i comuni a partire dal 1 gennaio 2012, evitando la diffusione di pratiche fiscali elusive da parte dei cittadini e l’ulteriore aggravio della situazione finanziaria per i comuni;
 proporre, ai fini di una più efficace collaborazione dei comuni alla lotta all’evasione fiscale, che si costituiscano presso gli uffici provinciali dell’Agenzia delle entrate specifici nuclei operativi dedicati a dar seguito alle loro segnalazioni. Ciò consentirebbe un costante monitoraggio dei risultati ottenuti e un dialogo continuo tra i diversi soggetti coinvolti, permettendo ai comuni di aumentare la qualità delle proprie segnalazioni e di allinearle con le priorità dell’Agenzia delle Entrate. Vanno anche perfezionate le procedure per l’effettivo trasferimento nei bilanci comunali delle spettanze già maturate.

Copyright, l´Agcom corregge il tiro "I siti Internet non verranno chiusi", di Ernesto Assante

Approvato il nuovo regolamento. Calabrò: eliminate le ambiguità Ma continuano a protestare Vita del Pd e Di Pietro. Per il leader idv occorre riformare l´Autorità. Un contrario e un astenuto. Prima del via libera finale, altri due mesi per eventuali modifiche. «Abbiamo messo a punto un testo attentamente riconsiderato, dal quale sono state eliminate ambiguità e possibili criticità, fugando qualsiasi dubbio sulla proporzionalità e sui limiti dei provvedimenti dell´Autorità e sul rapporto tra l´intervento amministrativo e i preminenti poteri dell´Autorità giudiziaria». Corrado Calabrò, presidente dell´Agcom, è soddisfatto dell´approvazione, ieri, della delibera sulla tutela del diritto d´autore in Internet. Il testo finale è più morbido del precedente, ma lo schema di regolamento approvato con il voto contrario di Nicola D´Angelo e l´astensione di Michele Lauria lascia ancora ampi margini di dubbio tra esperti e politici. Dubbi che tenderanno a crescere nei prossimi 60 giorni, nei quali è prevista la consultazione per eventuali ulteriori modifiche. Poi la delibera sarà pubblicata sulla Gazzetta ufficiale.
Nel nuovo testo, chi individua la presenza su un sito di un contenuto non autorizzato, la segnala al gestore, che, se riconosce un´infrazione, può rimuovere il contenuto entro 4 giorni. Se la richiesta non è accolta, o il gestore non è d´accordo con la richiesta, ci si può rivolgere all´Authority che, dopo un contraddittorio di 10 giorni, potrà impartire nei successivi 20 (prorogabili di altri 15) un ordine di rimozione selettiva dei contenuti illegali. «La procedura dinanzi ad Agcom è alternativa e non sostitutiva della via giudiziaria», sottolinea l´Autorità, e viene bloccata in caso di ricorso al giudice.
Sono esclusi dalla procedura i siti senza scopo di lucro, ci sono esenzioni per il diritto di cronaca, commento, critica o discussione, l´uso didattico e scientifico. E per la riproduzione parziale che «non nuoccia alla valorizzazione commerciale». Sottolinea ancora l´Agcom: «La procedura non prevede alcuna misura di inibizione dell´accesso a siti, non si rivolge all´utente finale né interviene sulle applicazioni P2P; non limita la libertà di espressione e di informazione». Ed è poi stata stralciata la parte sui siti esteri, come YouTube o Facebook, che non potranno essere resi irraggiungibili. In caso di ipotesi di violazione, l´Agcom «informerà l´autorità giudiziaria, che si attiverà nelle sedi competenti».
Calabrò assicura che il dibattito sarà ancora ampio, come auspica anche Riccardo Tozzi, presidente dell´Anica (industrie cinematografiche, audiovisive e multimediali): «La difesa del diritto d´autore non deve confliggere con la libertà. E non devono esserci strumentalizzazioni: non vogliamo che un sito “antipatico” sia sospeso perché ha trasmesso qualche frammento di contenuto protetto». Soddisfatta la Federazione degli editori di giornali: quella dell´Autorità è una soluzione equilibrata e trasparente. «Resta il tema centrale: come conciliare la libertà della rete con la tutela del diritto d´autore contro sfruttamenti a scopo commerciale del lavoro e dell´investimento altrui».
Non tutti però sono convinti. Vincenzo Vita, Pd: «Qualche modifica c´è stata, ma dopo 15 giorni di contraddittorio incombe la censura». Di Pietro, in una lettera aperta a Bersani e Vendola: «Mai come oggi arrivano segnali inequivocabili di censura coordinata. Bisogna pensare a una seria riforma della Rai e dell´Agcom, prima che sia troppo tardi».

Manovra sbagliata: non aiuta l`Italia non serve all`Europa", di Stefano Fassina

Oltre ad essere pesante adesso scopriamo che non onora nemmeno gli impegni presi con la Ue: gli effetti nel 2014 saranno pari a 25,4 miliardi, non 40 come indicato nel Def. E’ la manovra delle tre “i”: inadeguata, iniqua, irresponsabile. Pdl e Lega, sin dall`inizio della legislatura, hanno attuato la po- litica economica delle tre “i”. Ieri, è arrivato l`ultimo atto. E una manovra inadeguata, perché non affronta il problema di fondo dell`economia italiana: la stagnazione della produttività, la perdita di competitività e, quindi, la crescita anemica. È l`ennesimo atto di una storia senza futuro.
Non si cimenta nella “battaglia del denominatore”, come scrive Mario Monti, nella sfida per alzare il Pil, fattore fondamentale per la sostenibilità del debito pubblico. Sono ancora una volta assenti le riforme strutturali, la politica industriale, gli investimenti. È un`assenza dovuta al groviglio di rendite alla base, da sempre, del consenso alla destra italiana. È un`assenza dovuta anche all`ideologia mercatista del ministro Tremonti, convinto nell`animo che lo Stato è criminogeno, nonostante le battute alla moda degli ultimi anni.
È una manovra iniqua, perché taglia da subito il potere d`acquisto delle pensioni di 1.100 euro al mese; perché applica da subito un`imposta patrimoniale sul piccolo risparmio investito in titoli; perché innalza da subito i tickets nella sanità; perché costringe anche le Regioni con i conti in ordine a tagliare le prestazioni sanitarie; perché, soprattutto, costringe subito Regioni, Province e Comuni a tagliare l`assistenza alle famiglie ed ai lavoratori, gli asili nido, la scuola, il trasporto pubblico, il sostegno alle imprese.
Ma, rinvia alla prossima legislatura l`innalzamento a livello medio europeo dell`imposta sulle rendite finanziarie e le misure sul costo della politica. Sono colpite le classi medie ed i più deboli. Sono interventi di segno classista, come la lunga serie di tagli e di aumenti di tasse degli ultimi tre anni. E, infine, una manovra irresponsabile: perché il Governo prima assume impegni irrealistici con l`Unione Europea e poi non li onora.
Gli effetti finanziari del Decreto sono pari, nel 2014, a 25,4 miliardi di euro. Siamo lontani, dai 40 miliardi di euro all`anno previsti nel Def. Così, nel 2014, il deficit non sarà prossimo a zero, come promesso, ma, nel migliore dei casi, arriverà all`1,2% del Pil. La retromarcia può costare molto cara e vanificare i sacrifici richiesti. E non porta a nulla il tentativo di scaricare sulla “delega sull`assistenza” i 15 miliardi all`anno mancanti. Non è un disegno di legge delega. È il manifesto politico-ideologico per scimmiottare la Big society di Cameron.
Per essere coerente con gli impegni assunti e credibile, il governo abbia il coraggio di scrivere che dimezza le indennità di accompagnamento e le pensioni di invalidità civile o cancella 1` “integrazione al minimo”, il sostegno fiscale alle pensioni da lavoro di importo modestissimo. Il Presidente Napolitano «auspica che in Parlamento si svolga un confronto realmente aperto». Auspicio sacrosanto.
Ma difficile. Il Decreto va convertito in tre settimane al Senato per essere approvato, senza alcuna modifica, alla Camera ai primi di Agosto. Nei tempi previsti, al massimo, si può fare qualche battuta in Commissione al Senato. Poi, l`ennesimo voto di fiducia. Così, dopo l`impossibilità di discutere a fine Aprile gli impegni con Bruxelles, il Parlamento è messo al margine anche della discussione sulle misure per raggiungerli, nonostante investano la prossima legislatura.
E’ un enorme problema democratico. Ma, è anche un serio problema di credibilità della politica di bilancio.
Soltanto l`avvio di una stagione di riforme profonde e partecipate può disincagliare l`Italia dalla stagnazione economica e dall`insostenibile debito pubblico.?

www.partitodemocratico.it

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La rivolta dei Comuni: «Così chiudiamo», di Alessandro Cecioni

«Insostenibile». Anche le Regioni contro la manovra. Errani: «E’ la tomba del federalismo». Marcegaglia: «Più tagli». Da una parte chi è pronto a ricorrere alla Corte costituzionale e contro i tagli si appella al Parlamento, dall’altra chi li invoca perché «altrimenti rischiamo di diventare come la Grecia». Pronti a ricorrere alla Corte Costituzionale contro una manovra «iniqua e inaccettabile» e non più disposti a partecipare a discussioni sul federalismo che la manovra, di fatto «ha seppellito», sono i sindaci italiani, i presidenti delle Regioni e delle Province. A chiedere che la spesa pubblica subisca nuove sforbiciate è invece Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria. Per l’opposizione è una manovra sbagliata. «Sembra scritta dal dottor Stranamore», dice Bersani citando Kubrick. «Per le famiglie ci saranno minori servizi e più costi», aggiunge Casini. Oggi gli Enti locali proveranno a spiegare un’ultima volta al ministro per gli Affari regionali, Raffaele Fitto, perché la manovra è sbagliata, poi resteranno in silenzio fino a che il ministro Tremonti e il presidente del consiglio non si decideranno a sedersi con loro intorno a un tavolo. Una rabbia trasversale quella degli amministratori: «La manovra non è sostenibile, l’Anci (associazione dei comuni d’Italia) ha tutto il mio appoggio», dice Gianni Alemanno, sindaco di Roma. Lo sconforto delle Regioni lo esprime bene Vasco Errani, presidente della conferenza dei governatori: «La manovra varata non assicura il governo del territorio e vanifica il percorso del federalismo fiscale, percorso che non ha ora nessuna credibilità». A rischio, spiega l’Anci, ci sono i servizi essenziali, con «l’impossibilità di svolgere un ruolo a sostegno dello sviluppo locale e di accompagnamento dei processi sociali». E ancora: «Verrà azzerata la spesa per lo sviluppo e gli investimenti e la spesa per il sociale incidendo in un settore delicatissimo». Quello che i Comuni non digeriscono è che i tagli agli Enti locali sono immediati e certi, mentre per quelli ai ministeri seguono criteri «incerti e aleatori». Con un elemento in più: la manovra viene presentata come una riduzione strutturale della spesa, vale a dire come tagli che valgono per sempre, ma i Comuni, carte alla mano dicono che è esattamente il contrario: «Si tratta di tagli che non comporteranno una riduzione strutturale e permanente della spesa pubblica complessiva in quanto riguardano settori che naturalmente e fisiologicamente richiederanno nuove risorse». Quanto alle spese dei ministeri «manca in questa manovra un intervento strutturale e certo sugli 84 miliardi di spesa discrezionale ancora a disposizione dell’amministrazione centrale». C’è invece «una proliferazione di enti, agenzie e autorità indipendenti con costi finanziari significativi del tutto in contraddizione con i processi di riduzione della spesa che colpiscono gli Enti locali». Tagli che «in contrasto con i principi costituzionali di autonomia finanziaria e di gestione riducono le entrate assegnate di ben 3 miliardi di euro, pertanto nel 2014 le risorse da più di 11 miliardi di euro passano a 7 miliardi» per la somma dei tagli precedenti. Alla richiesta di Confindustria di tagli alla spesa «per non diventare la Grecia anche se noi non siamo la Grecia» risponde Susanna Camusso, Cgil: «Bisognerebbe tagliare ciò che è spesa improduttiva, che c’è».

La Gazzetta di Modena 07.07.11

"Incastrati dai diari. Sei all’ergastolo per 18 stragi naziste", di Andrea Pasqualetto

Il più giovane è Alfred Lühmann, 86 anni, taglialegna in pensione della Bassa Sassonia, all’epoca dei fatti caporale dell’esercito tedesco. Gli altri superano tutti quota novanta, dall’ufficiale Karl Hans Georg Winkler, poi medico primario a Norimberga, al sergente Karl Wilhelm Stark, dai sottotenenti Fritz Olberg e Ferdinand Osterhaus al tenente Erich Koeppe. Per il tribunale militare di Verona sono responsabili delle stragi naziste della Panzer Division «Hermann Göring» , il reparto speciale che nel marzo 1944, battendo in ritirata, mise a ferro e fuoco una ventina di paesi fra Toscana ed Emilia uccidendo circa 400 civili, compresi vecchi, donne e bambini. Nessuna attenuante: sei ergastoli. Assolti per non aver commesso il fatto solo Karl Friedrich Mess, vicecomandante della batteria antiaerea, e Herbert Wilke, comandante di plotone. La giustizia terrena chiude così un altro capitolo della storia nera d’Italia. Dopo Priebke, Hass, Kappler, Seifert, dopo i processi per lo sterminio delle Fosse Ardeatine, il lager di Bolzano, i massacri veneti del Padovano e del Vicentino, sono state dunque riscritte anche le terribili giornate dell’Appennino tosco-emiliano. Diciotto massacri in altrettanti paesi e borgate fra Firenze, Massa, Modena e Reggio Emilia che hanno pagato in questo modo il loro tributo di sangue al Secondo conflitto mondiale e in particolare alla furia nazista causata dalla rottura dell’alleanza fra Italia e Germania. Ieri sera, alla lettura della sentenza, i sindaci di molti di quei paesi si sono spellati le mani insieme ai familiari delle vittime. «Siamo molto soddisfatti, è quello che volevamo. Una liberazione» , gioiva Italo Rovali, presidente del comitato che li riunisce, insieme agli avvocati Andrea Speranzoni e Vainer Burani, che difendono le centinaia di parti civili. Il processo è nato dai fascicoli del cosiddetto «armadio della vergogna» di palazzo Cesi, dove i documenti sugli eccidi erano rimasti a ingiallire fino al 1960 per poi essere archiviati con una formula standard: «Poiché non sono emersi elementi per l’identificazione dei responsabili, la Procura generale militare dispone l’archiviazione provvisoria» . Dopo aver tolto il segreto e riaperto i fascicoli, si è però scoperta una realtà diversa. Alcune stragi avevano nomi e cognomi e così le Procure militari della penisola si sono rimboccate le maniche. Per quelle tosco-emiliane ci ha pensato prima La Spezia e poi Verona, con la collaborazione delle autorità tedesche. Le quali hanno utilizzato un sistema innovativo per fatti così lontani nel tempo: intercettazioni. Proprio così: i telefoni di alcuni indagati sono stati controllati a distanza di quasi settant’anni. E in qualche conversazione con un amico, Lühmann ha offerto spunti agli inquirenti. L’amico: «… e ne avete anche fatti fuori un paio» . Lühmann: «Certo, quelli si difendevano anche» . Poi sono spuntati dei diari e il tutto si è combinato con le testimonianze dei sopravvissuti. Risultato: ergastolo. Pagheranno? Solo alla storia: i condannati per reati militari non possono essere estradati.

Il Corriere della Sera 07.07.11

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“Eccidio di Monchio Tre ergastoli agli ex SS”, di Evaristo Sparvieri

Ieri la sentenza a Verona dopo oltre dieci ore di camera di consiglio Sette in totale i condannati anche per le stragi di Cervarolo e della Toscana
LA GIOIA DEI PARENTI Dopo la lettura delle condanne a vita esplode la gioia in aula: dieci minuti di applausi per liberarsi di 67 anni di attesa e frustrazione
CONDANNE DA RISARCIRE Le pene riguardano tedeschi oggi molto anziani Indicate le somme ma la Germania si è chiamata fuori
«Una sentenza storica che mette in luce che nessun crimine contro l’umanità può restare impunito». A parlare è l’avvocato della Provincia di Modena, Andrea Speranzoni che ieri ha accolto con commozione la lettura della decisione dei giudici del tribunale di Verona. In totale gli ergastoli sono stati 17, perchè ai sette imputati condannati ne è stato inflitto più di uno a testa per le stragi anche di Cervarolo nel Reggiano e della Toscana. Tre ex nazisti condannati all’ergastoli per l’eccidio di Monchio e altri quattro per le stragi nel Reggiano e in Toscana; due sole le assoluzioni. Accolti anche i risarcimenti danni. È la sentenza emessa dalla seconda sezione del tribunale militare di Verona, per il processo che vedeva nove imputati, appartenenti alla divisione Herman Gohering, per concorso in omicidio pluriaggravato. Gli ergastoli, complessivamente, sono stati 17 perchè agli imputati ne è stato inflitto più di uno a testa. Per 3 di questi, appunto, la massima pena era stata richiesta per la strage di Monchio, Costrignano e Susano. La sentenza è arrivata dopo oltre 10 ore di camera di consiglio, salutata da dieci minuti di applausi da parte dei familiari delle vittime, arrivati a centinaia da Monchio, Cervarolo e dai paesi della Toscana. La corte, presieduta dal giudice Vincenzo Santoro, si è riunita nella mattinata intorno alle 10, subito dopo le repliche avanzate nell’udienza mattutina da uno degli avvocati della difesa. Ma il dispositivo è stato letto solo dopo le 20. Una sentenza sofferta che, per i fatti modenesi, ha visto la condanna al carcere a vita per Ferdinand Osterhaus 93 anni, all’epoca dei fatti sottotenente, per il caporale Alfred Luhmann, 86 anni (caporale) e per Helmut Odenwald, 91 anni (capitano). Per Luhmann e Osterhaus i pm avevano chiesto la condanna all’ergastolo anche per le stragi di Monte Morello e Vallucciole, in Toscana. Accolte anche in questo caso dalla Corte. Due le assoluzioni, riferite ai fatti di Toscana: assolti per non aver commesso il fatto Herbert Wilke e Karl-Friedrich Mess. Prima della lettura della sentenza, dubbi tra pm e avvocati di parte civile , tra i quali l’avvocato Andrea Speranzoni in rappresentanza della Provincia di Modena, sull’esito della richiesta alla massima pena nei confronti di Odenwald: una richiesta all’ergastolo avanzata solo lunedì scorso dai pm Bruno Bruni e Luca Sergio, inoltrata dopo aver supplito con nuova documentazione, nella quale si è accertato che Odenwald era il comandante della decima batteria artiglieria contraerea, e come tale responsabile dei bombardamenti su Montefiorino. Le motivazioni saranno rese note tra 90 giorni, per un processo iniziato alla fine del 2009, oltre 60 anni dopo il 18 marzo del 1944 in cui videro la morte circa 140 modenesi. Più di 50 le udienze. I pm hanno prodotto una documentazione di circa 60 faldoni. Tra le parti civili, oltre a centinaia di familiari delle vittime, anche la Regione, la Provincia, il Comune di Palagano e l’Anpi. La corte ha stabilito nei confronti il pagamento di somme risarcitorie pari a 30 mila euro per la Regione, 100 mila per la Provincia e 10 mila per l’Anpi. Risarcimenti da 30 mila e 200 mila euro anche per tanti familiari delle vittime, stabiliti in base al vincolo di parentela. E il pagamento delle somme risarcitorie sarà al vaglio delle sedi civili e della corte internazionale dell’Aja: «Con le condanne i risarcimenti diventano automatici – spiega l’avvocato della Provincia Andrea Speranzoni – ma la Germania ha stabilito che in questo e in altri processi non pagherà risarcimenti per danni biologici».

La Gazzetta di Modena 07.07.11

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«Finalmente giustizia dopo tanti anni» Lo sfogo delle vittime

Un lungo applauso la prima reazione di figli e parenti «Questa era l’unica pena adeguata a quei crimini orrendi». La grande attesa e poi l’applauso liberatorio. Per centinaia di modenesi, la sentenza di ieri rappresenta una richiesta di giustizia attesa per oltre 60 anni e arrivata solo ieri sera, dopo oltre dieci ore di Camera di Consiglio. Anche per i pubblici ministeri, Luca Sergio e Bruno Bruni, uno dei primi pensieri dopo la lettura della sentenza corre proprio a quelle persone, alle loro sofferte testimonianze, alla loro tenacia. E a alla fiducia che prima o poi la Storia li avrebbe risarciti di ciò che ha tolto loro quel lontano 18 marzo 1944, quando furono oltre 140 le vittime accertate nel Modenese a cadere sotto il fuoco dei nazisti. «Molti testimoni, nel momento di deporre, hanno detto che erano più di 60 anni che aspettavano di sedersi in un’aula di tribunale per raccontare ciò che hanno vissuto – spiegano i due pubblici ministeri – Molti hanno pianto e hanno riportato alla memoria fatti lontani nel tempo ma purtroppo ancora freschissimi nella loro memoria». Il pullman partito da Modena arriva nel tribunale scaligero verso le 16.40. La lettura della sentenza è attesa per le 17. Poi un primo annuncio, e un primo rinvio alle 18. Passano i minuti e la Corte ritarda. A qualcuno cominciano a farsi strada strani pensieri. Alfredo Marchi è stato uno dei testimoni, ascoltato per la prima volta nella Caserma di Montefiorino, prima di venire a deporre qui a Verona: «Ho raccontato l’uccisione dei miei zii e di mio fratello di 27 anni – ricorda – Non è mai troppo tardi per avere giustizia. Chiediamo solo questo». Anche per Adriana Gualmini, che ha ancora fresca nella memoria la barbara uccisione del padre lungo la strada per Savoniero, è finalmente arrivato il momento della giustizia: «L’ergastolo era la sola pena adeguata per questi crimini. Era quella richiesta e alla fine è arrivata. Siamo soddisfatti». Giustizia e soddisfazione. Sono queste infatti le parole che pronunciano con maggior frequenza i familiari delle vittime, che hanno ascoltato gli oltre 40 minuti di lettura del dispositivo della Corte in rigoroso silenzio, prima di esplodere in un grande applauso. Si dice soddisfatto anche Leo Compagni. Per lui, nessuna richiesta di risarcimento: «Non ho sentito bisogno di farla». Mario Marchi ha perso il fratello di 27 anni nella strage:« Sono soddisfatto, ma bisognava aver giustizia prima». Poi si sofferma a pensare:«In fondo, arrivare a sentenza dopo 60 anni, vuol dire aver atteso che la storia facesse il suo corso». Come lui la pensa Bartolomeo Fontanini: «Dopo tanti anni da quel giorno in cui ho perso mio padre, non posso che essere soddisfatto». Domenico Abbati all’epoca dell’eccidio aveva 4 anni. Ricorda ancora il giorno in cui gli puntarono la pistola sulla tempia, prima di uccidere suo padre. Per caso, lui e sua madre furono risparmiati: «Per noi questo è un giorno di grande liberazione». Nel corso delle udienze, pm e parti civili avevano stilato una lista di oltre 500 testimoni.

La Gazzetta di Modena 07.07.11

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“Quel 18 marzo 1944 le SS non ebbero pietà”, di Francesco Seghedoni

Ecco cosa accadde il giorno della carneficina: i bombardamenti, i rastrellamenti e i cumuli di corpi. Ecco cosa accadde il 18 marzo 1944. Alle 6 del mattino una tempesta di fuoco proveniente da Montefiorino, dov’erano piazzati i pezzi di artiglieria dell’esercito tedesco-divisione corazzata Hermann Göring, investì la zona di Santa Giulia. Era il preludio alla carneficina ai danni della popolazione civile che i nazifascisti, di lì a poche ore, avrebbero eseguito sui residenti nelle località che oggi fanno parte del Comune di Palagano. Le ragioni di tanto odio vanno ricercate, e questa è ormai verità storica, nella rappresaglia condotta dalla Wehrmacht dopo il rastrellamento del 16 marzo.Quel giorno di fine inverno, con l’obiettivo di snidare e costringere alla resa i partigiani, i nazifascisti bombardarono la zona di Santa Giulia colpendo ed incendiando, per prima, l’abitazione di Gino Silvestri. Mentre nei rastrellamenti di dicembre e febbraio i partigiani si erano sganciati trovando riparo nei monti vicini, quella volta accettarono la battaglia. In località Corbelletta una raffica di mitraglia sparata dai ribelli uccide sei soldati e un ufficiale tedesco. Il giorno successivo i reparti nazifascisti iniziarono a preparare la rappresaglia. Il 18 marzo, conclusi i bombardamenti verso le 7 del mattino, i reparti tedeschi assaltarono, in cerca dei partigiani, le borgate di Monchio, Susano, Savoniero e Costrignano. Una prima pattuglia di tedeschi in moto a Lama di Monchio si lasciò sfuggire qualche frase sull’imminente strage che le SS volevano fare. A questo punto l’arciprete don Luigi Braglia, che ha documentato quei tragici eventi, consiglia ai paesani, inascoltato dai più, di fuggire. «Non erano innocenti questi umili montanari?Non avevano le carte in regola forse?E dunque cosa avevano da temere?», scrisse Braglia. In pochi seguirono quel monito, per gli altri iniziò la mattanza. I nazifascisti entrarono a Monchio con le autoblindo, le mitraglie e i carri armati: bruciarono le case, le stalle e iniziarono a giustiziare casa per casa chiunque gli capitasse a tiro. Sulla strada del vecchio cimitero gli uomini vennero radunati a gruppi di 30 e fucilati. Verso le 17 gli ultimi spari.«Quale spaventoso deserto, non c’era più anima viva e intorno tutto era silenzio, mentre ovunque era un tragico campo di morti» scrisse don Braglia dopo essere scampato alla morte.

La Gazzetta di Modena 07.07.1

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Braglia: ora realizziamo il museo

L’annuncio del sindaco di Palagano. La Provincia: «Medaglia d’oro al Comune». «La cosa più importante è il giusto rilievo ai tragici eventi di Monchio, Costrignano, Susano e Savonierio e questa sentenza rende giustizia». È il commento del sindaco di Palagano, Fabio Braglia, che ora pensa alla realizzazione di un museo dedicato ai fatti che tanto hanno scosso l’Appennino modenese. «I fatti raccontano una strage con la S maiuscola, inammissibile anche in periodo di guerra, e la memoria deve essere la base per la costruzione del futuro. Bisogna ricordare il sacrificio di chi ha perso la vita». «Vogliamo trovare i fondi anche per il restauro dei monumenti, tra i quali la Buca di Susano, l’emblema dell’eccidio». Soddisfatta anche il sindaco di Montefiorino, Antonella Gualmini: «Siamo vicini ai famigliari delle vittime, ai quali va il nostro ringraziamento per aver creduto nella giustizia». E in tema di memoria, Gualmini annuncia la riapertura del museo della Resistenza di quella che fu la prima repubblica partigiana d’Italia: «Verrà ampliato e sistemato per essere messo al servizio delle scuole». «Esprimiamo soddisfazione per questa sentenza – afferma Emilio Sabattini, presidente della Provincia – dopo 67 anni le vittime e i loro famigliari hanno avuto giustizia». Il presidente del consiglio provinciale, Demos Malavasi, sottolinea che «non ci ha mai animato spirito di vendetta ma la richiesta di verità e di giustizia per le 140 vittime, per la strage più crudele in provincia. Il processo, con le sue 52 udienze ha permesso di ricostruire il quadro storico e individuare le responsabilità sulla base delle indagini condotte e delle ricerche storiche. Ma sono state le testimonianze dei famigliari a dare il senso profondo al processo». Malavasi ribadisce la richiesta per il riconoscimento da parte dello Stato della medaglia d’oro al valor civile al Comune di Palagano e la volontà della Provincia di valorizzare e promuovere il ricordo della strage nell’ambito del percorso della memoria con il museo della Repubblica di Montefiorino e il parco di Santa Giulia, offrendo anche una idonea sede a Palagano agli atti del processo e la documentazione.

La Gazzetta di Modena 07.07.11

"Lo scandalo della Struttura Delta condizionare l´opinione pubblica e controllare tutta l´informazione", di Giuseppe D'Avanzo

Così Berlusconi ha ingannato gli italiani. Nel sistema pubblico televisivo, è stata all´opera – e nessuno può escludere che ancora lo sia, se solo si guarda al Tg1 – un sodalizio che al servizio di un uomo ha manipolato l´informazione. In Rai, nel sistema pubblico televisivo, è stata all´opera – e nessuno può escludere che ancora lo sia, se solo si guarda a quel che combina ogni sera il direttore del Tg1 – un sodalizio che, al servizio di un solo uomo, proprietario di Mediaset e capo del governo, ha manipolato l´informazione. Ha corrotto il linguaggio. Ha falsificato la realtà. Ha concordato l´agenda dell´attenzione pubblica con il network concorrente. Ha schedato, discriminato e danneggiato i discordi, ovunque fossero in quell´azienda: nelle redazioni, sul palcoscenico, tra i funzionari e dirigenti della Rai. Il manipolo di infedeli (li si può definire così? O come altro li si può definire?) ha tradito i più elementari principi di correttezza aziendale e, quel che più conta, ha ingannato i telespettatori, i cittadini, l´opinione pubblica.
È questo inganno lo scandalo perché – con un´informazione che nasconde i fatti, li manipola e li confonde, li omette o addirittura li sopprime – la libertà d´opinione viene umiliata, la possibilità del cittadino di formarsi in autonomia una convinzione sullo «stato delle cose» diventa una burla.
A fronte di questo scandalo, è uno scandalo doppio l´indifferenza che vuole nascondere quel che è avvenuto e ancora avviene. Sono di palese evidenza le trascuratezze complici della politica, i silenzi colpevoli degli attori istituzionali. A cominciare dalla magistratura. Per dire meglio, dalla procura di Roma sempre all´altezza dell´antica definizione di «porto delle nebbie». L´inchiesta che consente di raccogliere le conversazioni del drappello di uomini di Berlusconi al lavoro, nel suo interesse, nel corpaccione della Rai nasce a Milano. S´indaga per una bancarotta fraudolenta. Quando i pubblici ministeri ascoltano quelle conversazioni saltano sulla sedia. La notizia di reato è limpida. Ipotizzano l´abuso d´ufficio, per cominciare. Impacchettano ogni cosa – intercettazioni e brogliacci – e spediscono i documenti a Roma, competente per territorio. Nella Capitale, l´affare è assegnato al dipartimento della pubblica amministrazione della Procura, diretto dall´«aggiunto» Achille Toro. La toga, oggi nei guai per aver violato il segreto istruttorio a vantaggio dei corrotti e corruttori del «sistema Protezione Civile», è sempre prudente quando in ballo ci sono interessi e destini politici. Lo sarà anche in questo caso. Prima di mettersi in movimento – e nonostante le intercettazioni confermino in modo nitido gli abusi – l´inchiesta s´affloscia in una frettolosa archiviazione. È soltanto la prima omissione, il primo nascondimento.
Oggi con sotto gli occhi le interferenze dirette e indirette di Berlusconi e dei suoi uomini sulla programmazione e l´informazione della Rai qualcosa Viale Mazzini doveva muovere. Anche soltanto per dimostrare di essere ancora in vita. È un paradosso fragoroso: se oggi il direttore generale Lorenza Lei e il consiglio d´amministrazione, presieduto da Paolo Garimberti, possono presentarsi davanti alla commissione parlamentare di vigilanza con in mano una mossa, una replica, una qualche reazione allo scandalo, lo devono non alla loro personale volontà di fare chiarezza, ma alla determinazione di un alto dirigente (Gianfranco Comanducci), oggi vicedirettore generale, di uscire pulito dall´”affaire”. È per sua iniziativa che la Rai ha messo in movimento la struttura aziendale dell´internal auditing che condurrà un´indagine interna. «Sia ben chiaro – dice però la Lei – che non mi presterò e non consentirò che l´azienda possa vedere pregiudicata la propria immagine sulla base di processi sommari, prima ancora che siano accertate eventuali responsabilità sulla base di fatti puntualmente dimostrati».
Non si capisce quale dimostrazione puntuale attenda ancora Lorenza Lei. I documenti sonori resi pubblici da Repubblica danno ragionevolmente prova di tre circostanze.
1. I dirigenti piovuti in Rai da Mediaset o addirittura dalla segreteria di Berlusconi (come Deborah Bergamini) concordano con i dirigenti Mediaset (come Mauro Crippa) il palinsesto in modo da non danneggiare gli ascolti del network privato del Cavaliere. 2. I dirigenti della Rai di provenienza Mediaset definiscono con il capo azienda (Flavio Cattaneo) e alcune direzioni giornalistiche la manipolazione dell´informazione come accade con l´occultamento della sconfitta di Berlusconi alle Regionali del 2005. 3. Quel sodalizio politico-professionale, che chiamiamo per semplificazione giornalistica «Struttura Delta», è organizzato e guidato direttamente da Silvio Berlusconi (è con «il Dottore» che definisce le linee strategiche del lavoro) e ha, tra l´altro, la missione di fare della Rai un´articolazione del partito di Forza Italia.
Ora non interessano i «processi sommari». Né importa il destino personale della squadriglia di infedeli, sempre che facciano un passo indietro e non coltivino l´ambizione di restare ai vertici dell´azienda pubblica. Quel che conta è comprendere e neutralizzare il sistema di comando che il tycoon di Mediaset e capo del governo ha imposto al servizio pubblico radiotelevisivo e chiedersi se le tossine di quegli anni avvelenano ancora la governance della Rai.
Per venirne a capo è necessario sapere che cos´è la «Struttura Delta». Prima che un sodalizio, la «Struttura Delta» è un dispositivo, un metodo di lavoro che consente di disegnare la trama stessa della realtà, di eliminare ogni differenza tra ciò che accade e ciò che la politica vuole raccontare. E´ questo il lavoro della «Struttura Delta». Per dirla con uno slogan, la sua missione è rendere impossibile separare i fatti dalle costruzioni ideologiche o dalla pubblicità politica. Chi ricorda, per fare solo un esempio, il 2001 elettorale quando i telegiornali raccontavano le città italiane attraversate da bande assassine di malavitosi mentre Berlusconi, con il sostegno della Lega, incardinava la sua offerta politica nella sicurezza in pericolo?
Il lavoro della «Struttura Delta» non è altro che l´estensione all´informazione Rai e quindi al discorso pubblico dei vecchi comitati editoriali della Fininvest. E´ noto. Una volta al mese, «i principali responsabili e attori della comunicazione del gruppo» si incontravano ad Arcore con il Cavaliere per «un franco e approfondito scambio di informazioni e di idee e tra gli opinion makers».
Vediamo quali sono i presenti in una riunione per molti versi storica (le notizie sono tratte da Passionaccia di Enrico Mentana). È il 20 marzo del 1993 e per la prima volta Berlusconi sostiene che «l´attuale situazione è favorevole come non mai per chi provenendo da successi imprenditoriali voglia dedicare i propri talenti al governo della cosa pubblica». È l´annuncio che il Cavaliere vuole farsi leader politico. Quel giorno lo ascoltano, nella rituale riunione mensile, il fratello Paolo, Letta, Confalonieri, Dell´Utri e Del Debbio (allora in Publitalia), i mondadoriani (Tatò, amministratore delegato; Mauri, direttore dei periodici; Monti, Panorama; Briglia e Donelli, Epoca; Bernasconi e Vanni dei femminili; Orlando, il Giornale; Vesigna, Sorrisi e Canzoni), i televisivi (il capo delle produzioni di Roma Vasile, Costanzo, Ferrara, Fede, Gori, Mentana). Con il tempo si aggiungeranno Paolo Liguori, direttore di Studio Aperto, Paolo Guzzanti che avrebbe condotto un talk show televisivo, Vittorio Sgarbi e Giuseppe Dotter, il direttore de La Notte.
Nel tempo sono cambiati i nomi e gli incarichi, non il metodo. Ora immaginiamo la squadra di Berlusconi, che già controlla buona parte dell´informazione e dell´intrattenimento, allargata al direttore generale della Rai, ai direttori di Rai 1 e Rai 2, ai direttori del Tg1 e del Tg2, come a dire quasi del tutto all´altra metà dell´informazione e dell´intrattenimento. Questa «squadra», questa «Struttura» consente a Berlusconi, presidente del Consiglio, di decidere buona parte dell´attenzione pubblica perché il 40 per cento non legge un giornale mentre tutti gli italiani (98.5 per cento) guardano la televisione e per il 70 per cento il telegiornale è la sola e unica finestra sul mondo. Il Cavaliere si ritrova così tra le mani il controllo pieno dell´agenda dell´informazione. Decide quel che avrà la posizione principale nelle news televisive e sulle prime pagine dei giornali e, quel che più conta, stabilisce ciò che il Paese saprà di se stesso e che cosa gli sta accadendo. Ordina quel di cui discuterà o di che cosa non si discuterà.
È di questo dominio incondizionato sull´attenzione pubblica e sulla realtà che parlano i documenti sonori resi pubblici da Repubblica. Sollevano una questione politica decisiva perché, come scrisse Carlo Azeglio Ciampi nel messaggio alle Camere del 23 luglio 2002, «la garanzia del pluralismo e dell´imparzialità dell´informazione costituisce strumento essenziale per la realizzazione di una democrazia compiuta». Quel che il dispositivo della «Struttura Delta» mette in gioco è quella garanzia e dunque la qualità della nostra democrazia, la sua compiutezza, il diritto di informazione garantito dall´articolo 21 della Costituzione. E´ un diritto che può dirsi soddisfatto, si legge in una sentenza della Corte Costituzionale (155/2002), «dal pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e notizie – così da porre il cittadino in condizione di compiere le proprie valutazioni avendo presente punti di vista e orientamenti culturali e politici differenti – e dall´obiettività e dall´imparzialità delle dati forniti, e infine dalla completezza e dalla correttezza dell´informazione». È impossibile anche per un mago conciliare queste parole con l´inganno imposto ai cittadini dalla posizione dominante della «Struttura Delta». Lo scandalo è qui. Interpella la Rai, certo, ma anche la politica e chi ha a cuore le parole della Costituzione.

La Repubblica 07.07.11