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Quattro miliardi di tagli al welfare, le donne: «Governo misogino»

Lo chiamano «scippo»: sono i 4 miliardi derivanti dall’equiparazione dell’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego che dovevano essere investiti in misure di welfare e conciliazione. E invece sono stati sottratti. «Il governo è misogino» ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, che ha partecipato martedì mattina al flash mob davanti a Palazzo Madama. «Il criterio per il lavoro è il tempo disponibile, non la qualità».
NON FARTI SCIPPARE IL FUTURO – Il flash mob davanti a Palazzo Madama dal titolo «Non farti scippare il futuro» è stata iniziativa promossa dall’associazione «Pari o dispare »per protestare contro «Lo scippo in atto nella manovra finanziaria». «Oggi – ha detto la Camusso – chiediamo solo giustizia e rispetto di quanto promesso, cioè risorse per servizi e conciliazione». Il segretario Cgil, ricordando come quest’anno 800 mila donne abbiano perso il lavoro non volontariamente, ha concluso sostenendo che il taglio dei finanziamenti agli enti locali e ai servizi destinati al welfare preannuncia un ulteriore peggioramento della condizione femminile.

FANALINO DI CODA IN EUROPA – «Per rilanciare l’economia del Paese è necessario facilitare l’accesso delle donne nel mercato del lavoro. Questa manovra va nella direzione opposta. Ricordiamoci che, nelle statistiche europee su l’occupazione femminile siamo il fanalino di coda d’Europa. Solo Malta ci salva». Così le parole di Emma Bonino durante il flash mob. «Eravamo riusciti lo scorso anno a far codificare un patto generazionale per sostenere l’occupazione femminile, specie tra le giovani. Questo patto – ha continuato – ora è stato tradito, perchè nel 2011 non c’è traccia di provvedimenti a favore delle donne». Una scelta, per Bonino, «questa – ha detto – non è un’azione corporativa di una piccola categoria. La mobilitazione vuole far riflettere sul fatto che penalizzare le donne italiane significa penalizzare la crescita del Paese. Purtroppo – ha detto – questo è il welfare all’italiana, l’ipocrita sostegno alla famiglia». Con quattro miliardi, per Bonino, si potrebbero fare molte cose: «C’è solo l’imbarazzo della scelta, basta guardare il resto d’Europa. Asili nido, voucher di assistenza per anziani e molto altro».

LE DONNE LAVORANO DI PIE’ E HANNO MENO SERVIZI – «Le donne e i giovani sono le categorie che sopportano maggiormente il peso della crisi». Ha detto Anna Finocchiaro. «Questi soldi – ha continuato – sono spariti, mentre si aggrava la condizione dello stato sociale a causa dei tagli agli enti locali. Conclusione: le donne lavorano di più e hanno meno servizi». L’esponente del Pd ha auspicato l’apertura di un tavolo per trovare soluzioni su come «rendere possibile la vita delle donne».

dal Corriere online

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Donne in piazza: No allo scippo di 4 miliardi

Soldi spariti, soldi «scippati» dalle borse delle donne: Il mondo rosa si mobilita e scende in piazza per chiedere che i 4 miliardi di euro «risparmiati» grazie all’equiparazione dell’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego vengano utilizzati, «come promesso», per investimenti a favore di conciliazione e welfare.

Questa mattina a Roma, di fronte a Palazzo Madama, su iniziativa dell’associazione ‘Pari e Disparè, normali cittadine, parlamentari ed esponenti del mondo sindacale, si sono unite per dire: «Non farti scippare il futuro». La mobilitazione è stata suddivisa in due tranche: un falsh mob durante il quale sono state simbolicamente accatastate per terra diverse borse femminili, poi una conferenza stampa al Senato.

«È più di un mese – ha detto la vicepresidente del Senato, nonchè presidente onorario di ‘Pari o Disparè, Emma Bonino – che ci stiamo mobilitando. Questo non è un problema solo femminile: il Paese non può crescere senza il contributo delle donne. Purtroppo l’articolo 13 della manovra conferma che il Governo sta andando nella direzione opposta».

La dotazione del Fondo strategico per il paese a sostegno dell’economia reale, secondo l’articolo riportato dalla senatrice, sarebbe ridotta infatti di 252 milioni di euro per il 2012, 392 per il 2013, 492 per il 2014, 592 per il 2015, 542 per il 2016, 442 per il 2017, 342 per il 2018, 292 per il 2019 e 242 a decorrere dall’anno 2020. «Il governo – ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso – è misogino anche in economia. Oggi chiediamo solo giustizia e rispetto di quanto promesso, cioè risorse per servizi e conciliazione».

PROTESTA ANCHE ROSI BINDI
«La priorità nostra e dell’Italia – ha detto il presidente del Pd Rosy Bindi – è la crescita dell’occupazione femminile. Purtroppo questo governo fa cassa sulla pelle delle donne». «Questi soldi – ha commentato Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd – sono spariti, mentre si aggrava la condizione dello stato sociale a causa dei tagli agli enti locali. Conclusione: le donne lavorano di più e hanno meno servizi». Alla mobilitazione hanno partecipato anche Ghedini (senatrice Pd), Mandorino (Cittadinanzattiva), Adamo (senatrice Pd), Poretti (senatrice Pd-radicali), Marinaro (senatrice Pd), Serafini (senatrice Pd), Bassoli (senatrice Pd), Chiaromonte (senatrice Pd), Biondelli (senatrice Pd), Ichino (senatore Pd), Perduca (senatore radicale), Concia (Pd), Mosca (Pd), Ghedini (Pd), Incostante (Pd). La mobilitazione continuerà per tutto il mese e verranno presentati emendamenti alla manovra.

Prossima tappa, sabato 9 e domenica 10 luglio, a Siena

L’Unità 07.07.11

"Il rischio di rinviare i sacrifici", di Stefano Lepri

Le grandi cifre della manovra economica significano, in concreto, uno sforzo simile a quello che fu richiesto da Romano Prodi e da Carlo Azeglio Ciampi per entrare nell’euro. L’aspetto più affrontato nel dibattito politico è che ai cittadini sarà chiesto assai poco quest’anno e nel 2012, moltissimo nel 2013 e nel 2014.

Una richiesta che arriverà dopo la fine della attuale legislatura, sia essa troncata da un voto anticipato l’anno prossimo oppure duri fino alla scadenza naturale. Il governo ha ribattuto che il profilo temporale era quello concordato con le autorità europee.

Per ragionare, è meglio astrarre un momento da questo problema. Se non si dovessero tenere elezioni politiche al massimo entro due anni, quale sarebbe la scelta migliore? Nelle previsioni sia della Commissione europea sia del Fondo monetario internazionale, l’Italia rischia di mancare di qualche frazione il suo obiettivo intermedio, portare nel 2012 il deficit pubblico sotto il 3% del prodotto lordo. Dunque un rafforzamento della manovra, non troppo oneroso, ci potrebbe mettere al sicuro dal contagio di un eventuale aggravarsi della crisi greca. Però possiamo sperare di cavarcela lo stesso; la Commissione europea ha altre gatte da pelare e conferma che il traguardo importante è quello del 2014.

Non si è creata alcuna controversia politica, invece, sui grandi numeri dell’intera manovra economica quadriennale; il Presidente della Repubblica ha fatto notare che discendono da obblighi europei. Tuttavia l’attenzione dei mercati finanziari si concentrerà sul contenuto concreto di quei numeri. E qui un punto delicato c’è. Il provvedimento presentato alle Camere contiene solo una parte, 25,3 miliardi su 40, della correzione complessiva di bilancio a regime nel 2014. Per quella parte, le maggiori entrate e le minori spese sono quantificate voce per voce, naturalmente con le incertezze che anche le previsioni più serie comportano. I rimanenti 14,7 miliardi sono affidati a una legge-delega su fisco e assistenza sociale di cui si ignora il contenuto e sulla quale una quantificazione precisa non è stata fornita dalla Ragioneria generale dello Stato, perché impossibile.

Non solo è rinviato il grosso dei sacrifici, ma in parte slitta la spiegazione di quali saranno. La riforma fiscale, si sa, dovrà essere a parità di gettito. Dunque i risparmi dovranno venire dall’assistenza sociale; ma la cifra appare davvero grande, anche facendo conto su un riesame molto rigoroso delle pensioni di invalidità. Una manovra così non avrebbe passato l’esame europeo, né tanto meno quello dei mercati finanziari. Allora, l’aumento della pressione tributaria che era stato tenuto fuori dalla porta rientra dalla finestra, come clausola di salvaguardia: nel caso la delega non venga applicata, scatterà un taglio lineare alle agevolazioni fiscali di tutti i tipi, con un aggravio totale appunto di 14,7 miliardi.

La manovra è dunque un po’ debole nei primi due anni, energica eppure poco chiara nei due successivi. E un legame tra i due aspetti c’è. Tagliare le spese è inevitabile e probabilmente benefico, in un Paese dove la qualità della spesa pubblica è molto bassa (un esempio: secondo la Banca d’Italia, negli anni passati abbiamo speso più degli altri Paesi in infrastrutture costruendone di meno). Purtroppo per ridurre le spese bisogna pensarci per tempo. Il riesame di come e dove lo Stato spende, per capire dove spreca, è stato ripreso da poco dopo due anni di interruzione. Perfino i tagli più giustificati talvolta vanno graduati, perché anche da incentivi o sussidi poco utili dipendono attività imprenditoriali e posti di lavoro. Se si rimanda, alla fine non si riesce a fare.

La Stampa 07.07.11

"Accuse del Pd: conti sbagliati così non si arriva al pareggio", di Bianca Di Giovanni

Gli impegni con l’Europa non saranno rispettati. Per il responsabile economico del Pd, Fassina, la tabelle che Tremonti doveva presentare arrivano a un saldo di 43,3 miliardi nel 2014 e non ai 60 necessari.
I conti non tornano, e gli impegni con l’Europa con questa manovra non saranno rispettati. Forse anche per questo (non solo per la norma vergogna pro-Fininvest) la conferenza stampa del Tesoro fissata per ieri alla fine è saltata. A denunciare i «buchi» nei numeri appena sfornati da Giulio Tremonti è Stefano Fassina, responsabile economico del Pd. «Le tabelle che Tremonti doveva presentare in conferenza – spiega Fassina – arrivano a un saldo netto pari a 43,3 miliardi nel 2014, e non ai 60 che servirebbero per arrivare al pareggio. Il risultato è che il rapporto deficit Pil scenderà all’1,4%, e nonallo0,2% come concordato con l’Europa.
È chiaro che i conti sono sbagliati. Il Tesoro tenta di nascondere l’errore calcolando l’effetto cumulato, e non quello a regime. Un errore tecnico e politico gravissimo: sono degli irresponsabili». Stando alle cifre rimbalzate sulle agenzie di stampa, il conto totale dell’intervento sfiora i 50 miliardi. Tra maggiori entrate, tra cui la mazzata da 8,8 miliardi per il bollo sul «conto titoli», e risparmi di spesa sarebbe questo il valore reale della manovra presentata dal
governo. Correggerà il «deficit» per oltre 43 miliardi nei prossimi 4 anni e finanzierà per circa 6 miliardi spese e appostamenti di fondi nel biennio 2011-2012.
I numeri della manovra continuano comunque a provocare pesanti proteste in tutto il Paese. Dopo la rabbia di sindaci e governatori, che oggi si riuniranno per valutare il testo, è esplosa anche quella degli operatori sanitari.
Più di quindici sigle (comprese quelle di categoria di Cgil, Cisl e Uil) hanno dichiarato lo stato d’agitazione ed hanno convocato gli stati di luglio a Roma. «Le organizzazioni sindacali della dirigenza del servizio
sanitario nazionale – si legge in una nota – chiederanno ai colleghi di medicina generale, ai pediatri di libera scelta, agli specialisti ambulatoriali e ai medici dell’ospedalità privata di concordare forme unitarie di protesta per testimoniare l’unità della categoria». La norma
che non va proprio giù ai lavoratori della sanità è quell’articolo 17 comma 6 lettera f che stabilisce una assai strana eccezione. «Si prevede di escludere dal blocco del turn-over soltanto i primari delle Regioni in “rosso” – spiega Massimo Cozza della Fp Cgil – con l’argomento che sarebbero necessari per fornire i servizi essenziali di assistenza. Ma per quello servono anche i medici normali, quelli che fanno i turni di notte o che lavorano al pronto soccorso. Si arriverà al paradosso che i turni non si potranno coprire,mai primari saranno assunti». Dalla sanità si conta di risparmiare 7,5 miliardi nel biennio 2013-14. In particolare l’intervento peserà per circa 2,5 miliardi nel 2013 e 5 miliardi nel 2014.

MINISTERI
La sforbiciata si somma a un vero colpo di accetta sui ministeri, che dovranno risparmiare 9,5 miliardi nel periodo 2012-14. In particolare, 1 miliardo è per il 2012, la riduzione di spese per il 2013 ammonta a 3,5 miliardi e quella per il 2014 a 5 miliardi. Sono esclusi dai tagli il fondo per l’università, e la ricerca, la scuola, il 5per mille dell’irpef per il volontariato e il non profit, il fondo unico per lo spettacolo e le risorse per i beni culturali.
Non sono minori le preoccupazioni degli amministratori locali. Oggi
l’Anci valuterà gli effetti della manovra, e molti si aspettano reazioni infuocate. La manovrà peserà complessivamente per 9,6 miliardi sulle
spalle degli enti locali. Il taglio per le Regioni è pari a 2,4 miliardi (800 milioni nel 2013 e 1,6 nel 2014), mentre per i Comuni si arriva a 3 miliardi (1 nel 2013 e il doppio l’anno successivo). Le Province vedranno i trasferimenti ridotti di 1,2 miliardi sempre nel biennio 2013-14.
Dallo stop alle rivalutazioni si attendono risparmi per 2,7 miliardi in
tre anni. Quanto alla norma cosiddetta «antibadanti», saranno 8mila gli assegni colpiti. Sulla partita pensioni è intervenuto ieri Maurizio sacconi, per gettare acqua sul fuoco. «Dialogheremo con le parti sociali e troveremo una soluzione – ha detto – L’indicizzazione potrebbe essere diversamente modulata verso le fasce più alte». Una vera stangata attende i risparmiatori, che contribuiranno con oltre 8 miliardi attraverso la tassa di bollo sui titoli. Mentre banche e assicurazioni, anch’esse sul piede di guerra, verseranno 1,8 miliardi
in più di Irap.

L’Unità 06.07.11

"Agguati e sparatorie. La Capitale violenta e il flop di Alemanno", di Mariagrazia Gerina

In campagna elettorale aveva promesso più sicurezza, tre anni dopo i fatti di sangue si ripetono e i clan hanno le mani sulla città. Mancano agenti e volanti, il sindaco non fa niente. La criminalità che avanza spargendo piombo e sangue, anche in pieno giorno, anche a due passi dal tribunale. E quella che si-
lenziosamente si è presa anche i bar e i caffé più in vista della capitale. Le «due facce» della criminalità che sta affermando il suo dominio sulla città, si sono date appuntamento ieri mattina a Roma. Mentre in via Grazioli Lante, nel residenziale quartiere Prati, un commando uccideva con nove colpi di pistola Flavio Simmi figlio di uno dei componenti della Banda della Magliana -, a due passi dal Parlamento e dalla sede del Consiglio dei ministri, l’Antimafia sequestrava l’Antico caffé Chigi, finito sotto le grinfie della ‘ndrina dei Gallico. «Alemanno può anche dire che è tutto a posto, ma io di fronte a fatti del genere sono un po’ meno tranquillo di lui», osserva Enzo Ciconte, esperto di criminalità organizzata.
Altro che «Roma sicura», come prometteva la destra, dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani, durante la campagna elettorale che portò Alemanno in Campidoglio. «A Roma oggi c’è un problema di sicurezza grosso come una casa e non mi sembra che chi governi la città abbia fatto nulla fin qui per cominciare ad affrontarlo», avverte Enzo Ciconte. La violenza che ha lasciato a terra il rampollo della Banda della Magliana è l’ultimo di una lunga scia di omicidi, tutti concentrati nel giro di pochi mesi, che raccontano una «recrudescenza» della violenza criminale e una «dinamica tra bande che vogliono affermare il loro predominio». E soprattutto, non si capisce chi se non l’amministrazione comunale dovrebbe far suonare l’allarme sull’infiltrazione della criminalità organizzata nelle attività commerciali, che è l’altro grande corno del problema sicurezza a Roma. «Possibile che la criminalità organizzata si infila nelle attività commerciali ed edilizie e nessuno si accorge di nulla? Possibile che il sindaco non senta nemmeno il bisogno di convocare attorno a un tavolo i commercianti romani?», si domanda Ciconte.
In realtà, a questo punto, neppure Alemanno sembra stare troppo tranquillo. Ieri, dopo l’omicidio di via Grazioli e il maxisequestro antimafia, ha voluto fare il punto della situazione, prima con il prefetto e poi con il questore. E infine ha chiesto un incontro al ministro dell’Interno Maroni. «Ci chiediamo se ci sia qualcosa che non funziona» e «se questa città ha le spalle coperte rispetto ai problemi di sicurezza», spiega candidamente, a tre anni dalla firma del patto per Roma sicura. E la lotta al degrado, le volanti, il poliziotto di prossimità, gli sportelli antiusura promessi nel Patto firmato 3 anni fa? Dati alla mano Siap e Silp Cgil, raccolti dal Pd di Roma in un dossier che fa venire i brividi tra poliziotti e vigili urbani, oggi mancano all’appello almeno 4mila agenti. In un municipio come Tor Bella Monaca, esteso quanto l’intera città di Napoli, c’è un solo commissariato e un solo poliziotto ogni 1.845 abitanti. Ancora peggio va a Ostia dove il rapporto è di un poliziotto ogni 2.302 abitanti. Di notte, ci sono solo 12 volanti in servizio per l’intera città. Ovvero una volante ogni 233mila abitanti, che diventano una ogni 58.300, contando anche le autoradio. «Mentre aumenta la presenza di clan criminali e si registra una escalation di delinquenza e violenza, assistiamo paradossalmente ad una riduzione dell’organico», riassume il Silp Cgil di Roma e del Lazio. «La città potrebbe avere più pattuglie e più uomini ma Alemanno non ha fatto nulla per affrontare il problema», attacca il responsabile sicurezza del Pd Emanuele Fiano. «Ormai dice il capogruppo capitolino del Pd Umberto Marroni siamo all’assalto alla Capitale, ma governo e giunta capitolina sembrano del tutto inadeguati ad affrontare la gravità della situazione». E «in assenza di un presidio da parte delle istituzioni denuncia il consigliere Pd Paolo Masini , il tessuto economico romano è sempre più vittima di traffici, racket e usura».

L’Unità 06.07.11

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“Roma criminale, così agiscono i clan” De Cataldo, scrittore e magistrato: “Ma non parliamo di nuova Banda della Magliana”
intervista di Giovanna Vitale

C’è una forte attenzione da parte di cosche e ‘ndrine: la città è ricca e desta molti appetiti, ma è capace di reagire
Si rischia di ripetere l´errore degli anni ’70 trascurando questa emergenza per dedicarsi a politiche securitarie

Tiene molto alla premessa, Giancarlo De Cataldo, magistrato prima ancora che scrittore: «Sull´omicidio in Prati ci sono indagini in corso e bisogna rispettare il lavoro degli inquirenti. Detto questo, non parlate di Banda della Magliana. Quella è tutta un´altra storia».
Ma non intravede dei legami con quel mondo, che pure lei conosce bene per averlo raccontato in un romanzo di successo e in un seguitissimo serial tv?
«Intanto la vittima non era il figlio di un componente della Banda, il padre fu assolto ed è uscito dall´inchiesta. Purtroppo a Roma c´è il vizio di richiamarla sempre, senza considerare che quella è stata l´unica organizzazione criminale che ha avuto contatti con la mafia, i servizi deviati, la politica: ha fatto leggenda e non tutto quello che si poteva scoprire è stato ancora scoperto. Sappiamo molto del livello militare, ma tante penetrazioni del potere non sono state smascherate fino in fondo. È una stagione che non torna più».
Eppure sono in molti a prefigurare la riedizione di qualcosa di simile: a Roma si è tornato a sparare per strada, si moltiplicano i regolamenti di conti con morti ammazzati. Alla fine dei ´70 non iniziò così l´epopea di “Libano” & Co?
«Mah, ci può essere gente che si autodenomina, magari gli piace rifarsi a una Banda che a Roma ha dettato legge, ma da questo a esserlo ce ne passa. Non stiamo parlando della mafia: il Libanese, il Freddo, Dandi durarono 5 anni nel momento di massimo fulgore. Nella capitale esistono famiglie e gruppi di malavita ben radicati».
Quindi non trova alcuna similitudine tra i fatti di allora e quelli di oggi?
«Come scrittore direi che c´è un gruppo di giovani emergenti che vuole farsi largo nel mondo criminale con qualche vecchio che gli sta alle spalle».
Ci vede pure lo zampino dei clan?
«È un fatto che Roma sia molto vicina a zone in cui è accertata la penetrazione di camorra e ‘ndrangheta. Oggi hanno sequestrato il Caffè Chigi: non è il primo e non sarà l´ultimo, sulla città c´è una strategia di attenzione di cosche e ´ndrine. Che a Roma non hanno mai smesso di operare: non è terra vergine, è città ricca che desta molti appetiti ma sa anche reagire. Non c´è l´omertà che c´è altrove, il tessuto sociale è forte, sebbene messo in crisi da un´impennata di violenza».
Fenomeni che si tende a sottovalutare?
«Guardi, la Banda della Magliana fu molto aiutata nella sua espansione dal fatto che le forze dell´ordine erano tutte concentrate sull´emergenza di allora: il terrorismo. Non vorrei che si ripetesse lo stesso adesso: negli ultimi anni ci si è occupati soprattutto di microcriminalità, non si è fatto altro che ripulire le strade da zingari e prostitute, attuare politiche securitarie».
Secondo lei di chi è la colpa del fallimento di queste politiche?
«Sarà sicuramente mia che ho scritto due romanzi sulla Banda della Magliana», ride De Cataldo, una volta persino definito “cattivo maestro”. «Eppure il Caffè Chigi non l´hanno sequestrato a me ma ai calabresi. E quelli non hanno certo bisogno di ispirarsi a un libro per far bene il proprio lavoro».
Lei parla di impennata criminale, sa spiegarci le cause?
«Innanzitutto la crisi economica. Che favorisce due categorie criminali: chi ha i soldi e li deve ripulire, strozza e compra negozi e bar per trasformarli in centri di riciclaggio; e poi i disperati, che si giocano il tutto per tutto alzando il livello di violenza sulla strada».
E poi?
«Il modello di città. La capitale ha perso in termini di solidarietà e di aggregazione. Una certa Roma aperta e solidale è stata sostituita da una Roma impaurita e ripiegata su stessa. E questo è un male».
Come se ne esce?
«Negli anni ´70 l´esperienza dell´Estate romana fu un rilancio dello stare insieme in un momento in cui tutto era consegnato alla cupezza del terrorismo. Bisogna tornare a occupare le strade in modo gioioso per evitare che le occupino i violenti».

La Repubblica/Roma 06.07.11

"Il lungo declino di Villa Adriana" di Sergio Rizzo

Le aree chiuse con il cartello «pericolo di crollo» (scritto solo in italiano, nonostante una maggioranza di visitatori stranieri) sono sempre più numerose. Eppure, per restaurare Villa Adriana, uno dei 45 luoghi italiani che l’Unesco ha dichiarato Patrimonio dell’umanità, sono stati stanziati appena 370 mila euro. Ne servirebbero 2 milioni e mezzo.
Trecentosettantamila euro. Con questi soldi ci si paga a malapena un mese di stipendio (lordo) all’amministratore delegato dell’Eni o della Finmeccanica. Oppure due mesi e mezzo a quello delle Poste. Ebbene, di trecentosettantamila euro ci si dovrà accontentare quest’anno per la manutenzione di uno dei siti archeologici più vasti e preziosi del mondo: la villa dell’imperatore Adriano a Tivoli. La Soprintendenza aveva spiegato che due milioni e mezzo, viste le condizioni, era il minimo. Ma dal ministero dei Beni culturali hanno risposto picche: le casse languono, e 370 mila euro devono bastare. Ormai è un classico. In tre anni, a fronte di richieste per 6,7 milioni, è arrivato un milione e mezzo. Inutile meravigliarsi che le aree chiuse al pubblico con il cartello «pericolo di crollo» (un cartello rigorosamente ed esclusivamente in italiano, nonostante una maggioranza di visitatori stranieri) siano sempre più numerose, come documentano le immagini in questa pagina. Eppure Villa Adriana è uno dei 45 luoghi italiani che l’Unesco ha dichiarato Patrimonio dell’umanità. Forse la testimonianza architettonica di epoca romana più complessa e importante arrivata fino a noi: basta dire che si estende su una superficie di 80 ettari, più vasta di quella di Pompei. Sito che per le sua particolare situazione (i resti sono esposti alle intemperie, senza coperture) avrebbe bisogno di una manutenzione profonda e continua. Non per nulla l’archeologo di fama mondiale Andrea Carandini, subito dopo il crollo della Schola Armaturarum di Pompei aveva dichiarato al Corriere: «Tutti i luoghi come Pompei, Ercolano e Villa Adriana sono a rischio permanente» . Un allarme che cozza con il trionfalismo di iniziative propagandistiche come quella che ha avuto come interprete nientemeno che il premier Silvio Berlusconi. Protagonista qualche mese fa di uno spot sul sito internet Italia. it, esordiva testualmente così: «L’Italia è il Paese che ha regalato al mondo il 50 per cento dei beni artistici tutelati dall’Unesco…» . Una sparata che avrà fatto fare un salto sulla sedia ai signori delle Nazioni Unite. E non soltanto a loro, se è vero che, pur detenendo il record mondiale di beni Unesco per un singolo Paese, ne abbiamo 45 su un totale di 911 sparsi per tutto il pianeta. Ovvero, il 5 per cento. Ci sono poi i risultati impietosi di un dossier stilato nel 2010 da PricewaterhouseCoopers. Secondo il quale, fatta 100 la capacità di sfruttamento ai fini turistici dei beni italiani tutelati dalle Nazioni Unite, quelli spagnoli e brasiliani si collocano a 130, i francesi a 190 e i cinesi addirittura a 270. La Cina, insomma, utilizza i propri siti Unesco quasi tre volte meglio di noi. E si capiscono allora certi numeri. Villa Adriana è stata dichiarata Patrimonio dell’umanità nel dicembre 1999. Da allora ha perduto il 41,8 per cento dei visitatori paganti. Erano 187.202 nel 2000, sono stati appena 108.811 nel 2010: 46 mila in meno di quelli registrati nel 2008 dallo zoo di Pistoia. Non meno imponente è stata l’emorragia complessiva considerando anche i non paganti. Dai 323.231 visitatori del 2000 si è scesi ai 229.885 del 2010. Le ragioni del male oscuro? Secondo la studiosa Federica Chiappetta, autrice del saggio «I percorsi antichi di Villa Adriana» esiste un serio deficit di divulgazione «del suo straordinario significato storico e architettonico» . Carandini sottolinea anche l’accesso «terribilmente scoraggiante» alla Villa e a Tivoli. Di fondo c’è l’incapacità di fare sistema: in nessun altro Paese del mondo la dimora di uno dei personaggi più importanti nella storia dell’umanità sarebbe così tagliata fuori dai circuiti turistici. E ridotta a raccattare le briciole dei fondi pubblici per evitare di andare in rovina. Direte: se questo è il trattamento che viene riservato alla dimora che l’imperatore Adriano fece costruire a partire dal 117 dopo Cristo, figuriamoci che cosa succede agli altri nostri patrimoni… Invece qualche eccezione c’è. Il 9 maggio 2011 il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla ha annunciato che il suo ministero finanzierà con 7,3 milioni di euro «i progetti di eccellenza della Regione Lombardia» , fra cui «la valorizzazione del ramo lecchese del Lago di Como» e del «sito Unesco di Ossuccio» . È una cifra venti volte superiore a quella destinata per il 2011 a Villa Adriana. Inevitabile notare come Michela Vittoria Brambilla sia originaria di Calolziocorte, in provincia di Lecco. Particolare che fa ironizzare un alto funzionario dei Beni culturali: «Forse per salvare Villa Adriana basterebbe spostarla in Lombardia» . Magari insieme a qualche ministero…

Il Corriere della Sera 06.07.11

"E le donne tornano a occupare la piazza", di Laura Montanari

A Siena il 9 e 10 luglio manifestazione nazionale. “Siamo tante, il Paese dovrà ascoltarci”. “Se non ora quando?” non si è mai fermato: con il web ha conquistato terreno e consensi
Single, studentesse, precarie, operaie pensionate: popolo diverso, uguali bisogni. Le adesioni sono lievitate un giorno dopo l´altro spazzando via le previsioni della vigilia. Altro che due o trecento donne in rappresentanza dei 120 comitati di «Se non ora quando?» che avevano animato le manifestazioni del 13 febbraio scorso, dopo il caso Ruby. Sul blog del movimento sono cominciate a piovere iscrizioni da ogni parte d´Italia, da Napoli, da Massa Carrara e da Parma hanno organizzato persino dei pullman per arrivare a Siena. Donne singole, studentesse, professioniste, precarie, operaie, pensionate. Un´onda che approderà sabato 9 e domenica 10 di un caldo fine settimana di luglio, nella città toscana pure lontana dal mare e dai richiami della spiaggia. «È bellissimo questo improvviso caos organizzativo dettato dal fatto che abbiamo più di mille adesioni» racconta Tatiana Campioni, direttrice del complesso museale di Santa Maria della Scala diventato, con le sue sale, presto troppo stretto per ospitare la due giorni di Snoq (acronimo della frase di Primo Levi «Se non ora quando?»). Ieri la decisione di «traslocare» con un palco, un po´ di sedie e un grande striscione usato come tappeto, in piazza Duomo. «Ci confronteremo su lavoro, maternità e rappresentazione delle donne – spiega Francesca Izzo, docente di Storia delle dottrine politiche all´università L´Orientale di Napoli – Questa voglia di partecipazione dice che il movimento del 13 febbraio, non si è affatto disperso e chiede di porre fine alla marginalità dei talenti femminili». Oltre a hotel e bed & breakfast che in centro storico a Siena hanno già esaurito i posti, è stata creata una rete di accoglienza chiedendo alle famiglie di ospitare gratuitamente chi arriva per «Snoq». Una settantina le stanze già rastrellate, però ne servono altre e ieri è stato fatto un appello da parte delle organizzatrici: «Aprite le vostre case, servono posti letto».
Per strade e radici diverse, a Siena si incroceranno donne che vengono dal sindacato, dalla politica, dalla cultura, dall´arte, dalla società civile: da Susanna Camusso (Cgil), a Giulia Buongiorno, Flavia Perina (ex direttrice del Secolo d´Italia), Paola Concia (Pd), Lorella Zanardo (regista del documentario «Il corpo delle donne») Sabina Castelfranco (corrispondente Cbs), Cristina e Francesca Comencini, Teresa De Sio, Sofia Sabatino (Rete degli studenti), Souheir Katkhouda (dell´Associazione donne musulmane) e altre.
Un mondo eterogeneo, trasversale anche per anagrafe e provenienza geografica. «Si è come risvegliata la voglia di partecipare – spiega Paola Concia – Il vento è cambiato da quel 13 febbraio e noi vogliamo guidare quel vento, da capitani della nave, non da marinai». Laura Sabbadini dell´Istat racconterà cosa dicono i numeri sull´Italia al femminile, per esempio che in un anno 800mila donne hanno lasciato il lavoro alla nascita del primo figlio. «Questo movimento – dice Giulia Bongiorno di Futuro e libertà – è una spinta nuova che pone fine alla sonnolenza sulla discriminazione delle donne. Tema sempre attuale visto che nella Finanziaria sono stati tagliati guarda caso fondi destinati agli asili e a chi rientra da una gravidanza». Dopo un dialogo in rete andato avanti per mesi nei forum, il movimento per la prima volta si ritrova in una piazza a dialogare: «C´è una energia positiva, la voglia di costruire – spiega l´attrice Lunetta Savino che ha curato la festa serale con reading e musica – E poi viene dalle donne che rappresentano le fondamenta del nostro welfare». Racconta di aver letto dell´appuntamento senese e di essersi fatta subito avanti la cantautrice Teresa De Sio: «Mi sorprende un movimento così trasversale composto da persone che invece di dividersi si parlano per portare avanti una battaglia di intelligenza e passione che dice basta a quell´immagine femminile così maltrattata e tradita rispetto alla realtà».

La Repubblica 06.07.11

Legge elettorale: la proposta del PD

Bersani: “Siamo per un maggioritario a doppio turno con collegi e recupero proporzionale”

“Il Partito democratico ha la sua proposta di riforma della legge elettorale che non è un ritorno al proporzionale ma prevede i collegi e il doppio turno”, ha chiarito il segretario del Partito Pier Luigi Bersani, in merito alla linea del Partito sulla legge elettorale. “Ora incontrerò i direttivi dei gruppi e la presenteremo in Senato chiedendo che sia incardinata rapidamente”, ha spiegato il segretario del Pd annunciando così la presentazione in Parlamento della proposta di riforma elettorale approvata nell’ultimo ‘caminetto’ del Pd e messa in discussione con altre iniziative che puntano al referendum.

“Io voglio che in questa proposta emerga il profilo del Pd – ha affermato Bersani – e credo che univocamente il Pd abbia la sua proposta da discutere in Parlamento. La proposta del Pd è un maggioritario a doppio turno con collegi e recupero proporzionale ed è univocamente – ha affermato il segretario – la proposta del Partito. I referendum, invece, sono appannaggio della societá civile. E’ la mia idea di fondo: i partiti hanno il loro da fare in Parlamento e lo facciano perbene, la societá civile, che ha la sua politicitá, esprima 2-3 anche 7 referendum e il Pd dirà come si attesta ma sosterrà la sua proposta. I referendum sono uno stimolo per trovare una soluzione parlamentare”.

Anche perchè, ha evidenziato il leader Pd, “la via referendaria di per sè non dá soluzioni soddisfacenti” e anche se “ho sempre detto che il Mattarellum è preferibile, non risolve i problemi ed infatti dopo il Mattarellum abbiamo avuto l’Unione”.

E a chi, tra i referendari, evidenzia che il referendum è l’unico modo per riformare il Porcellum, Bersani ha ribattuto: “Dire che il Parlamento non realizza le cose non mi pare una buona affermazione per un partito”.

da www.partitodemocratico.it