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Province, Zoggia: "Riforma deve essere complessiva, se no inutile"

“Non è cancellando una parola che si risolve il problema dei costi della politica. Esiste una nostra proposta per quanto riguarda il riordino complessivo del sistema delle autonomie locali e delle regioni e in questa si colloca anche quella specifica relativa alle province”

“Non è cancellando una parola che si risolve il problema dei costi della politica. Esiste una nostra proposta per quanto riguarda il riordino complessivo del sistema delle autonomie locali e delle regioni e in questa si colloca anche quella specifica relativa alle province. Un riordino che non deve e non può avvenire indipendentemente da una nuova e più snella visione dello stato, per fornire così servizi efficienti e non duplicazioni burocratiche.

Ecco perché non è sufficiente dire che si aboliscono le province. E’ facile demagogia tracciare un segno sulla parola province, sarebbe una operazione identica a quella fatta da Berlusconi con le grandi opere, con i famosi cartelloni pieni di segni che, da inchiostro, non si sono mai trasformati in infrastrutture.

La nostra proposta è concreta e riorganizza il settore con veri tagli e grandi possibilità di risparmio, essa è già depositata in parlamento ed è visibile sul nostro sito internet all’indirizzo partitodemocratico.it/leggeprovince

Se si vuole fare serio bisogna quindi dire a chi, una volta abolite , vanno le funzioni delle province, almeno quelle essenziali, come verrà dislocato il personale che oggi vi lavora. Altrimenti, parlare di costi della politica solo per le province diventa un modo per eludere il problema, per non affrontarlo mai sul serio.

E i tempi di questa nostra riforma saranno brevissimi. Il paese va riformato e riavvicinato alle esigenze dei cittadini e in questo ci stiamo impegnando”.

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Leggi anche il commento del segretario Pier Luigi Bersani e guarda il video dell’intervento di Dario Franceschini alla Camera
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Di seguito riportiamo il progetto di Legge costituzionale presentato dal gruppo Pd alla Camera dei Deputati il 21 giugno 2011.

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XVI LEGISLATURA

CAMERA DEI DEPUTATI

Proposta di Legge Costituzionale
N. 4439 presentata 21 giugno 2011

d’iniziativa dei deputati

BERSANI, FRANCESCHINI, BRESSA, VENTURA, MARAN, VILLECCO CALIPARI, LENZI, BOCCIA, AMICI, GIACHETTI, QUARTIANI, ROSATO, GIOVANELLI, FONTANELLI, ZACCARIA, BORDO, D’ANTONA, FERRARI, LO MORO, MINNITI, NACCARATO, POLLASTRINI

Modifica all’articolo 133 della Costituzione, in materia di mutamento delle circoscrizioni provinciali e di soppressione delle province, nonché norme per la costituzione delle città metropolitane e il riassetto delle province.

Onorevoli Colleghi! – La presente proposta di legge costituzionale recante modifica dell’articolo 133 della Costituzione in materia di mutamento delle circoscrizioni provinciali e di soppressione delle province, nonché norme per la costituzione delle città metropolitane e il riassetto delle province, deve essere inserita coerentemente nel dibattito in corso sull’attuazione del titolo V della parte seconda della Costituzione. Nella XVI legislatura sono stati approvati la legge delega sul federalismo fiscale (legge n. 42 del 2009) e diversi decreti legislativi attuativi per riconoscere per legge l’autonomia di entrata e di spesa che è prevista dall’articolo 119 della Costituzione per i comuni, le province, le città metropolitane e le regioni.

Il Partito democratico (PD), attraverso il lavoro svolto dai gruppi parlamentari di entrambe le Camere, in particolare all’interno della Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, ha dato il suo contributo per l’approvazione di questi provvedimenti in un’ottica coerente con il quadro di una Costituzione che punta al federalismo e non alla secessione.

Per questo ha sempre ribadito che il federalismo fiscale dovesse essere preceduto o, per lo meno, accompagnato, dal federalismo istituzionale, ovvero da una profonda ridefinizione dei compiti di ogni livello di governo. La discussione sulla cosiddetta «Carta delle autonomie» (atto Senato n. 2259), invece, è andata a rilento: è stata approvata dalla Camera dei deputati ma è restata ferma presso la competente Commissione del Senato della Repubblica per molto tempo ed è ancora in fase istruttoria in Commissione. È invece evidente che occorre procedere rapidamente all’approvazione di questo importante provvedimento in modo da chiarire «chi fa che cosa» attraverso la puntuale individuazione delle funzioni fondamentali di comuni, province e città metropolitane e attraverso la riapertura di un complessivo processo di riordino dell’amministrazione statale e regionale.

Nella cosiddetta «Carta delle autonomie» era stata inserita anche una norma sulla razionalizzazione delle province, che però è stata valutata criticamente dalla Camera dei deputati in quanto non coerente con l’articolo 133 della Costituzione. La presente proposta di legge costituzionale cerca di dare una risposta positiva all’esigenza di un intervento coerente di revisione degli enti di area vasta nell’ambito di una modifica complessiva dell’articolo 133 della Costituzione che tocchi il tema della razionalizzazione delle province, dell’istituzione delle città metropolitane e del più complessivo riordino di tutta l’amministrazione pubblica, non solo nelle regioni a statuto ordinario, ma anche nelle regioni a statuto speciale. Tale proposta è coerente con il programma politico del PD, che ha da sempre ribadito la necessità del superamento delle province con l’istituzione delle città metropolitane, la contrarietà all’istituzione di nuove province e la riduzione delle province esistenti.

Il PD, infatti, non è stato mai per l’abolizione dell’istituzione provincia, poiché, ad esempio, le questioni relative ai trasporti, all’assetto idrogeologico, agli aspetti ambientali e alle strade costituiscono una dimensione non più gestibile dal singolo comune e che non dovrebbe essere gestita dalle regioni: in quest’ottica, cancellare con un colpo di bacchetta magica le province ci consegnerebbe una dimensione di confusione totale che sarebbe esattamente l’opposto di quello che i cittadini chiedono, ossia responsabilità, correttezza e trasparenza nell’amministrazione dei propri interessi. Il PD è, quindi, per la ridefinizione delle province anche all’interno della Costituzione.

La presente proposta di legge costituzionale dispone prima di tutto (articolo 1) che il mutamento delle circoscrizioni provinciali o la soppressione delle province siano stabiliti con legge regionale sentiti i comuni interessati, in modo da valorizzare appieno il principio di adeguatezza e di prossimità contenuto nell’articolo 118 della Costituzione stessa e al fine di garantire una maggiore distribuzione di potere politico all’interno del territorio. Con lo stesso articolo, quindi, si stabilisce che non sarà più possibile istituire nuove province.

L’articolo 2 prescrive che le città metropolitane, individuate con legge dello Stato, siano costituite, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge costituzionale, tramite legge regionale, sentiti i comuni interessati. Di conseguenza, all’istituzione delle città metropolitane devono corrispondere la soppressione delle province nel medesimo territorio su cui insistono e il trasferimento delle rispettive funzioni e del personale, per evitare sprechi, sovrapposizioni e inefficienze. È questa la chiave di volta del sistema: razionalizzare ed evitare sprechi di denaro pubblico piuttosto che effettuare tagli indiscriminati che potrebbero comportare anche maggiori inefficienze. Il medesimo articolo prevede, quindi, un intervento sostitutivo dello Stato, per evitare che l’inerzia regionale possa rendere impossibile il riassetto necessario entro i tempi richiesti. Qualora, dunque, la regione interessata non provveda in tempo, il Governo, dopo aver concordato un eventuale ulteriore lasso di tempo per ottemperare, provvede esso stesso con decreto-legge, da convertire in legge dalle Camere entro novanta giorni.

L’articolo 3 stabilisce che con legge dello Stato debbano essere determinate le funzioni fondamentali e proprie delle province il cui territorio risulti compreso all’interno delle regioni a statuto ordinario e speciale (come si fa nella cosiddetta «Carta delle autonomie») e che entro i successivi dodici mesi le regioni a statuto ordinario, con legge da adottare previa consultazione degli enti locali interessati, verificata l’adeguatezza della dimensione territoriale delle province in rapporto alla possibilità di gestione delle funzioni fondamentali di area vasta, debbano provvedere alla revisione territoriale ovvero alla soppressione delle province esistenti. Anche in questo caso, qualora le regioni non intervengano in tempi utili, si attiva il potere sostitutivo del Governo con le modalità di cui all’articolo 2. Il comma 3 del medesimo articolo prevede, infine, che entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge costituzionale, con legge dello Stato, siano rivisti gli ambiti territoriali degli uffici decentrati dello Stato assicurando che nel complesso del territorio regionale essi non superino il numero totale delle province ivi istituite.

Per quanto riguarda, infine, la razionalizzazione delle province nelle regioni a statuto speciale, è previsto, all’articolo 4, che anche esse debbano adeguarsi ai princìpi contenuti nelle leggi dello Stato di cui agli articoli 2 e 3.

PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE

Modifica all’articolo 133 della Costituzione, in materia di mutamento delle circoscrizioni provinciali e di soppressione delle province, nonché norme per la costituzione delle città metropolitane e il riassetto delle province.

Art. 1.
(Modifica all’articolo 133 della Costituzione).

1. Il primo comma dell’articolo 133 della Costituzione è sostituito dal seguente:«Il mutamento delle circoscrizioni provinciali o la soppressione delle Province sono stabiliti con legge regionale, sentiti i Comuni interessati».

Art. 2.
(Costituzione delle città metropolitane).

1. La costituzione delle città metropolitane, individuate con legge dello Stato, è disposta con legge regionale, sentiti i comuni interessati, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale, e comporta la soppressione delle province nel medesimo territorio su cui insistono le nuove città metropolitane e il trasferimento a queste ultime delle rispettive funzioni e del personale.

2. Qualora la regione interessata non provveda ai sensi del comma 1 nel termine ivi indicato, il Governo le assegna un ulteriore termine per adempiere. In caso di mancato adempimento, provvede il Governo con decreto adottato ai sensi dell’articolo 77, secondo comma, della Costituzione, da convertire in legge entro novanta giorni dalla sua pubblicazione.

Art. 3.
(Riassetto delle province nelle regioni a statuto ordinario).

1. Con legge dello Stato sono determinate le funzioni fondamentali e proprie delle province il cui territorio risulta compreso all’interno delle regioni a statuto ordinario.

2. Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di cui al comma 1, le regioni a statuto ordinario, con legge da adottare previa consultazione degli enti locali interessati, verificata l’adeguatezza della dimensione territoriale delle province in rapporto alla possibilità di gestione delle funzioni fondamentali di area vasta, provvedono alla revisione della circoscrizione territoriale ovvero alla soppressione delle province esistenti. Decorso il termine stabilito dal primo periodo del presente comma, il Governo provvede con le modalità di cui al comma 2 dell’articolo 2.

3. Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale, con legge dello Stato sono rivisti gli ambiti territoriali degli uffici decentrati dello Stato assicurando che nel complesso del territorio regionale essi non superino il numero totale delle province ivi istituite.

Art. 4.
(Riassetto delle province nelle regioni a statuto speciale).

1. Le regioni a statuto speciale, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore delle leggi dello Stato di cui agli articoli 2 e 3, provvedono ad adeguare i propri ordinamenti ai princìpi in esse contenuti.

da partitodemocratico.it

"Doppio disonore", di Ezio Mauro

Forse la vergogna, più probabilmente lo stop del Quirinale, hanno portato Berlusconi a ritirare in tutta fretta la norma salva-Fininvest che aveva infilato di soppiatto nella manovra, aggirando il Tesoro e lo stesso Consiglio dei ministri. Era una norma suicida, incostituzionale e soprattutto spudorata, perché trasformava l´interesse economico di una sola persona in legge dello Stato, disprezzando il diritto e l´interesse generale. Una vera e propria prova di forza, che in sole 24 ore si è rovesciata in una nuova sconfitta. Con un disonore politico doppio per il premier: per averci provato, e per non esserci riuscito.
Il capo del governo ha voluto sottolineare, nel momento della ritirata, che la norma «era giusta e doverosa», ma veniva tolta dalla manovra davanti alla «crociata» delle opposizioni. Ha poi minacciato la corte d´Appello che deve pronunciare a giorni la sentenza sul risarcimento Cir per la corruzione con cui Fininvest «comprò» il Lodo Mondadori: se la sentenza di primo grado non fosse annullata, si verificherebbe «un´assurda e incredibile negazione di principi giuridici fondamentali».
La realtà parla tutt´altra lingua. Il Quirinale ha fatto sapere a Palazzo Chigi che la norma era inaccettabile, il presidente della Camera l´ha definita «totalmente inopportuna», l´Anm «iniqua e incostituzionale», le opposizioni vergognosa. Non solo. Tremonti si è smarcato, e la Lega ha fatto filtrare in mattinata lo sconcerto dei suoi tre ministri, Bossi, Maroni e Calderoli. Il Cavaliere ha così toccato con mano la sua debolezza, la forza tranquilla del Quirinale, il concerto delle opposizioni, le reazioni della pubblica opinione e questa volta persino dei giornali che quando il premier era più forte avevano avallato molte leggi ad personam. Ha dovuto prendere atto che non tutto è possibile, l´Italia sta cambiando, le istituzioni riconquistano coscienza e autonomia, persino nella maggioranza di fronte alle continue forzature il vaso comincia ad essere colmo.
La sconfitta è bruciante, a conferma di una parabola in caduta libera. Ma la questione politica, anche dopo la sconfitta, resta intatta. Da chi siamo governati? C´è un premier occidentale che a pochi giorni da una sentenza di risarcimento a carico della sua azienda, in seguito a una condanna per corruzione di magistrati, prova a costruirsi una piccola, miserabile uscita di sicurezza patrimoniale manipolando la manovra con una norma ad hoc. Quest´uomo è evidentemente capace di tutto e non ha timore di nulla, nemmeno della reazione di un Paese che ha appena bocciato a maggioranza enorme un´altra legge ad personam, il legittimo impedimento. Lo muove la disperazione, la consapevolezza che il suo tempo è scaduto. Per questo è pericoloso. Ma la democrazia è più forte e ieri ha dimostrato che non si lascia deformare.

La Repubblica 06.07.11

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“Lodo, Berlusconi si arrende”, di francesco bei

Via la norma pro-Fininvest. Napolitano: sulla manovra aspetto altre modifiche. Precipitosa retromarcia di Silvio Berlusconi sulla norma pro-Fininvest infilata dentro la manovra economica. «Ritiro il provvedimento – ha dichiarato – anche se era giusto». Il premier ha minacciato la Corte d´appello che dovrà decidere sul risarcimento alla Cir. Il presidente della Repubblica intanto fa sapere che aspetta altri chiarimenti sulla manovra economica. Da solo «a combattere contro il Quirinale». E da solo a rintuzzare il niet di Umberto Bossi. Una manovra a tenaglia, quella del Colle e del Carroccio, che alla fine l´ha costretto ad alzare bandiera bianca sulla contestatissima norma salva-Fininvest. «E adesso, se mi condannano, sarò costretto a vendere le mie aziende. Ma se la Cassazione ribalterà il verdetto, chi mi assicura che De Benedetti mi restituirà i miei soldi?».
Stavolta intorno al leader si è fatto il vuoto, come dimostra lo scaricabarile dentro il governo. Nessuno si è assunto la responsabilità politica di quanto è accaduto, nessuno ha rivendicato la paternità della legge pro-Mondadori. Non l´ha fatto Angelino Alfano, dai cui uffici, a detta di molti, sarebbe uscito il codicillo incriminato. Non l´ha fatto l´autore della manovra, Giulio Tremonti, che anzi è parso a dir poco imbarazzato ieri pomeriggio per quanto accaduto. Fino a offrire una sponda al Colle per cancellare l´articolo contestato dal «suo» decreto. In verità nessuno nel governo, con l´eccezione di Sacconi, ha preso a caldo le difese del Cavaliere, nemmeno quelli del suo stesso partito. Persino Niccolò Ghedini ha fatto sapere in giro di non saperne nulla. Un gioco degli specchi che ha coperto la prima, vera, battaglia del dopo-Berlusconi, con ciascuno dei pretendenti alla successione in gara per incastrare il rivale. Da titolo di merito, la difesa dell´ennesima norma ad personam stavolta è diventata motivo di vergogna. E ciascuno dei “sospettati” ha fatto in modo che la responsabilità del blitz venisse attribuita ad altri.
Di fronte al caos della maggioranza e alla mancanza di guida politica del premier, a far da supplente è arrivato ancora una volta il Quirinale. Ormai è direttamente a Napolitano che si rivolgono i singoli ministri, nell´assenza di una cabina di regia a palazzo Chigi. «Il presidente della Repubblica – osserva un ministro di primo piano del Pdl – di fatto ha assunto il ruolo politico che in Francia ha l´Eliseo». Un ruolo che relega in secondo piano il premier e mette in evidenza la cura con cui il Colle segue passo passo ogni provvedimento del governo, in primis la manovra finanziaria, per evitare possibili errori. Oltre al caso della norma salva-Fininvest, nel passaggio al Quirinale è saltata la leggina sugli imputati «irreperibili». Il ministero della Giustizia aveva infatti inserito nella manovra una riscrittura dell´articolo 420 bis del codice di procedura penale, con la sospensione del processo per gli imputati irreperibili, in presenza di determinate condizioni, ma Napolitano l´ha fatta cancellare. Una rigidità dettata dal fondato timore che la maggioranza, in sede di conversione del decreto alle Camere, ne volesse approfittare per inserire una “poison pill”, un emendamento «eversivo», al solo scopo di scardinare qualche processo del Cavaliere. Insomma Berlusconi, al volgere della legislatura, è sorvegliato a vista dal capo dello Stato. Che si tiene lontano dalle scelte di merito, ma non esita a far sentire forte la sua voce quando sono in gioco profili giuridici e costituzionali.
Nella trattativa sul “salva-Fininvest” tutte le obiezioni della presidenza della Repubblica sono state comunicate verbalmente a palazzo Chigi, attraverso il consueto canale di Gianni Letta. Con l´avvertenza che, se il governo non avesse proceduto immediatamente a cambiare la norma, dai suggerimenti “orali” si sarebbe passati a un avviso scritto. Una lettera firmata dal presidente della Repubblica, impossibile da aggirare. Ma non ce n´è stato bisogno. Per lettera sono stati invece comunicati altri rilievi minori, più tecnici, e al Quirinale nutrono la ragionevole convinzione che tutti i dubbi sollevati troveranno risposta positiva. In modo da consentire già oggi a Napolitano di controfirmare il decreto, autorizzandone la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e la trasmissione alle Camere. Non ci sarà bisogno di un nuovo Consiglio dei ministri, anche perché la manovra giovedì è stata approvata «salvo intese», la formula che sta a indicare la trattativa con il Colle.

La Repubblica 06.07.11

"Potenziamento INDIRE e INVALSI: ancora una volta ci rimettono i precari" di A.G. da La Tecnica della Scuola

La Finanziaria prevede l’assunzione di personale esterno presso le due strutture. Solo che così salteranno oltre 300 supplenze annuali come docenti e Ata. Quelle assegnate per il personale utilizzato che dal 30 agosto del 2012 tornerà in servizio negli istituti scolastici. Per il personale precario della scuola anche l’unico stanziamento che il Governo ha deciso di avviare a favore della scuola, tramite la manovra economica, quello di potenziare le strutture incaricate di fare valutazione, comporterà non solo il tentativo di elevare il sistema adeguandolo alle procedure attuate nella maggior parte dei Paesi dell’Unione Europa. Purtroppo tra gli effetti della manovra – bene evidenziati nella Relazione tecnica – c’è anche la previsione del taglio di alcune centinaia di supplenze: i circa 15 milioni di euro investiti dal Governo per potenziare l’Indire, che ha lo scopo di formare e aggiornare i docenti, e l’Invalsi, che si occupa della composizione dei test standard di valutazione delle competenze degli alunni, serviranno infatti anche ad assumere centinaia di lavoratori con competenze tali da elevare le prestazioni di queste due strutture sulle quali il ministro Gelmini punta tantissimo.
Solo che entro l’avvio del prossimo anno, ciò produrrà il ritorno nelle rispettive sedi scolastiche di servizio di ben 296 docenti e Ata, oggi distaccati presso l’Indire, ed altri 25 in seno all’Invalsi. Con il risultato di eliminare altri 300 posti, in questi anni andati in supplenza sino al 30 giugno. Sembra poco, ma in tempi di magra, con la terza tranche di tagli della Legge 133/08 ancora da applicarsi, si tratta di ulteriori 300 famiglie che dovranno accontentarsi dei sussidi. E sperare di avere i requisiti per accedere al Salva-precari.

06.07.11

"Quando manca la coscienza", di Barbara Spinelli

Vale la pena meditare su cosa significhi precisamente partito degli onesti, visto che a proporlo è stato il nuovo segretario del Pdl. Ossia della formazione che sin qui non aveva la rettitudine come stella polare. Può darsi che Alfano abbia emesso un mero suono, un flatus vocis senza rapporto alcuno con la realtà, ma i realisti che credono nella consistenza delle parole hanno tutto l´interesse a ripensare vocaboli come onestà, morale pubblica, virtù politica. A meno di non essere incosciente, il ministro della Giustizia non può infatti ignorarlo: i passati diciassette anni non sono stati propriamente intrisi di probità (lui stesso ne è la prova vivente, avendo aiutato Berlusconi a inserire nella manovra economica un codicillo ad personam, che tutelando il premier dalla sentenza sul Lodo Mondadori nobilita a tutti gli effetti il concetto di insolvenza nel privato). Alle spalle abbiamo un´epoca corrotta, molto simile al periodo dei torbidi che Mosca conobbe fra il XVI e il XVII secolo, prima che i Romanov salissero al trono e mettessero fine all´usurpazione di Boris Godunov.
Meditare sull´onestà dei politici significa che da quest´epoca usciremo – se ne usciremo – a condizione di capire in concreto cosa sia la morale pubblica, e come la sua cronica violazione abbia prodotto una propensione al vizio quasi naturale, che va ben oltre la disubbidienza alle leggi. Soprattutto, significa guardare al fenomeno Berlusconi come a qualcosa che è dentro, non fuori di noi: la cultura dell´illegalità, i conflitti d´interesse vissuti non come imbarazzo ma come risorsa, non sono qualcosa che nasce con lui ma hanno radici più profonde, non ancora estirpate. Sono un male italiano di cui il premier è il sintomo acutizzato: chiusa la parentesi non l´avremo curato ma solo preteso d´averlo fatto. L´inferno non sono gli altri, ogni giorno lo constatiamo: dal dramma dei rifiuti a Napoli alle vicende che scuotono il partito di Bersani e D´Alema.
Il fatto è che ci stiamo abituando a restringere la nozione di morale pubblica. L´assimiliamo a una condotta certamente cruciale – l´osservanza delle leggi, sorvegliata dai tribunali – ma del tutto insufficiente. Perché esistano partiti onesti, altri ingredienti sono indispensabili: più personali, meno palpabili, non sempre scritti. Attinenti alle virtù politiche, più che a un dover-essere codificato in norme scritte. Precedenti le stesse Costituzioni.
Di che c´è bisogno dunque, per metter fine alla leggerezza del vizio che riproduce sempre nuovi boiardi e nuovi disastri trasversali come la monnezza napoletana e la corruttela? Gli ingredienti mancanti sono sostanzialmente due: una memoria lunga della storia italiana, e un´idea chiara di quelle che devono essere le virtù politiche a prescindere dalle norme scritte nel codice penale.
La memoria, in primo luogo. Non si parla qui di un semplice rammemorare. Le celebrazioni ci inondano e forse anche ci svuotano; esistono date che evochi continuamente proprio perché sono stelle morte. Per memoria intendo la correlazione stretta, e vincolante, tra ieri e oggi: ogni atto passato (come ogni omissione) ha effetti sul presente e come tale andrebbe analizzato. Diveniamo responsabili verso il futuro perché lo siamo del passato, di come abbiamo o non abbiamo agito. Il ragionamento di Tocqueville sull´individuo democratico vale anche per le sue azioni, specialmente politiche: la «catena aristocratica delle generazioni» viene spezzata, e lascia ogni anello per conto suo. Così come avviene per l´individuo, l´atto – sconnesso dalla vasta trama dei tempi – «non deve più nulla a nessuno, si abitua a considerarsi sempre isolatamente (…) Ciascuno smarrisce le tracce delle idee dei suoi antenati o non se ne preoccupa affatto. Ogni nuova generazione è un nuovo popolo (…) La democrazia non solo fa dimenticare a ogni uomo (a ogni azione) i suoi avi, ma gli nasconde i suoi discendenti e lo separa dai suoi contemporanei: lo riconduce incessantemente a se stesso e minaccia di rinchiuderlo per intero nella solitudine del suo cuore».
La citazione si applica perfettamente alla calamità napoletana. Sono settimane che i leghisti sbraitano, negando la solidarietà con una città che precipita. Se la memoria funzionasse, non potrebbero. Dovrebbero dire, a se stessi e agli italiani, la verità: se Napoli e la Campania sono diventate un´immensa mefitica discarica di rifiuti tossici e non tossici, è perché il Nord da vent´anni ha perpetuato quello che Tommaso Sodano, ex senatore e oggi vice di de Magistris, chiama lo «stupro del Sud»: una «specie di guerra etnica, giocata con l´arma del rifiuto, alimentata dalla camorra, ma anche da una catena di falsificazione e di enti di controllo assenti». Il Nord è responsabile di quanto avviene a Sud, quali che siano le colpe delle amministrazioni campane. La sua industrializzazione ha prodotto rifiuti tossici smaltiti senza trattamento nel Sud, sancendo con la connivenza di clan camorristi la morte del Mezzogiorno, e avvelenando uomini, animali, fiumi, piantagioni (Tommaso Sodano, La Peste, Rizzoli 2010).
Il secondo ingrediente, essenziale, è la virtù personale del politico. Indipendentemente dal codice penale, essa dovrebbe escludere frequentazioni di mafiosi, connivenze con personaggi come Cosentino, assuefazione infine alla droga che è il conflitto d´interessi. Piano piano cominciamo a capire come mai, sul conflitto d´interessi berlusconiano, la sinistra non ha mai fatto nulla, anche quando governava: il conflitto era droga anche per lei. Come definire altrimenti il caso Franco Pronzato? Ecco infatti un uomo, vicinissimo ai vertici Pd, che nello stesso momento in cui agiva nel consiglio d´amministrazione dell´Enac (Ente nazionale per l´aviazione civile), era coordinatore nazionale del trasporto aereo nel Pd. Pronzato ha percepito tangenti sulla rotta Roma-Isola d´Elba e il suo corruttore, Morichini, ha fatto favori finanziari a D´Alema. «L´incarico pubblico assegnato senza neppure mascherare la sua finalità lottizzatoria viene notato ora solo perché Pronzato va in carcere», ha scritto Gad Lerner su Repubblica (30 giugno).
Lo scandalo esiste solo quando la magistratura interviene: qui è il male italiano che precede Berlusconi, e per questo è urgente pensare la morale pubblica. Il mondo si rimette nei cardini così: individuando il punto dove la legge non arriva, e però cominciano le indecenze, le cattive frequentazioni, la triviale leggerezza del politico. Non tutte le condotte sono perseguibili penalmente (il doppio incarico di Pronzato non è illegale) ma politicamente non denotano né probità né prudenza: due virtù fra loro legate. Si parla di giustizialismo, del potere dei giudici sulla politica. Se questo accade, è perché la morale pubblica ha come unico recinto la magistratura, e non anche la coscienza.
Borsellino ha detto, in proposito, cose che restano una bussola: «La magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire: ci sono sospetti, anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica (…) Però siccome dalle indagini sono emersi fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi». Se le conseguenze non sono state tratte, «è perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza». (La presenza di grossi sospetti) «dovrebbe quantomeno indurre, soprattutto i partiti politici, non soltanto a essere onesti ma a apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche non costituenti reati». Era questo il fresco profumo di libertà che augurava all´Italia, prima d´esser ammazzato. Non era flatus vocis, il suo, anche se è stato preso per tale da un´intera classe politica.
Dopo Berlusconi, la morale pubblica sarà da reinventare: non uscirà come Afrodite dalle acque. S´imporranno farmaci forti, perché gli italiani osino fidarsi del Politico. Oggi non si fidano: i No-Tav pacifisti di Val di Susa dicono questo. Possiamo sprezzarli, possiamo denunciare la sindrome Nimby (Not In My Backyard, «non nel mio cortile»). Ma non senza dire, prima, che tutti soffrono la stessa sindrome, a cominciare dal Nord di Bossi.

La Repubblica 06.07.11

"Emilia Romagna: Duemila precari a rischio umiliati i docenti malati", di Claudio Visani

Bocco degli stipendi e del turn over, cancellati i vice presidi e chiusi gli istituti con meno di mille iscritti. Morsia (Cgil): «Così non si regge, subito in piazza». L’ ultima umiliazione è per gli insegnanti con problemi di salute ritenuti dalla commissione medica dell’Asl inidonei all’insegnamento. Qualche migliaio in Italia, alcune centinaia in Emilia-Romagna. Docenti che per patologie diverse non possono più avere un rapporto diretto con la classe, e per questo fino ad oggi impegnati nelle biblioteche o in altre mansioni educative. Insegnanti in prevalenza di una certa età, che però vedono di anno in anno allontanarsi il traguardo della pensione. Ebbene, nel testo della manovra di Tremonti è stato inserito una norma che destina questi insegnanti a fare gli impiegati di segreteria o gli assistenti di laboratorio. Il Governo li vuole mandare a coprire i buchi del personale Ata. E se non accetteranno il “demansionamento” verranno messi in “mobilità intercompartimentale”, cioè destinati ad altri settori della pubblica amministrazione, anche fuori regione.

DUEMILA POSTI A RISCHIO. La scuola è tra i settori più colpiti dalla manovra, con i tagli che si vanno a sommare ai problemi cronici di organico e risorse. Per questo la Cgil scuola è la prima a scendere in piazza, oggi davanti al Senato, contro le misure previste. Che sono: blocco degli stipendi e del turn over fino al 2014, chiusura delle scuole con meno di mille alunni (500 in montagna), soppressione della figura di vicepreside negli istituti con meno di 55 classi (80 nei circoli didattici) e, per l’appunto, insegnanti malati al posto degli assistenti. «Una norma scandalosa – dice Raffaella Morsia, segretaria regionale della Flc-Cgil – che fa salire ad almeno duemila i posti di lavoro precari a rischio in Emilia-Romagna». E aggiunge: «Ricordo che ad oggi mancano 2.000 docenti e 1.000 assistenti per assicurare il corretto funzionamento delle scuole nella nostra regione. Una situazione drammatica, che voglio sperare si possa almeno in parte recuperare con la definizione degli organici di fatto, dopo che a luglio-agosto i dirigenti scolastici avranno dichiarato il fabbisogno di personale».

STIPENDI E ORGANICI BLOCCATI. Il blocco dei salari e del turn over sarà prolungato di un altro anno, fino al 2014. «Da una parte Tremonti ci lascia senza contratto di lavoro, dall’altro Bunetta dice che si può contrattare il merito, ma con quali risorse?», commenta Morsia. Gli esperti intanto calcolano che questa misura a regime, nel 2014, significherà 200 euro lordi mensili in meno in busta paga. Con gli organici sempre più sottodimensionati. «Dovrebbero essere tarati sul numero degli studenti iscritti – spiega la segretaria della Cgil scuola – i giudici del lavoro hanno cominciato ad accogliere i nostri ricorsi, a giudicare illegittimi i tagli. Così il Governo è intervenuto con una “interpretazione autentica” per bloccare gli adeguamenti di organico, al di sopra della legge».

VICE PRESIDI SOPPRESSI. Sono in genere docenti precari che nelle scuole più grandi aiutano il preside nei compiti di direzione e sono esonerati dall’insegnamento. La manovra li abroga. «Una misura che farà precipitare nel caos l’organizzazione scolastica», dice Morsia. Andrà a sommarsi all’accorpamento degli istituti, «cosicchè ci saranno presidi che si troveranno a dover dirigere 2-3 scuole, da soli». La chiusura delle piccole scuole dovrebbe invece risparmiare l’Emilia- Romagna, che la riorganizzazione l’ha già fatta e oggi è ha il dimensionamento più alto d’Italia, con una media di 900 iscritti per istituto.

PRECARI A CASA.«Siamo ai tagli dentro i tagli. Il governo i precari li vuole fuori – dice Morsia – e ha fatto una norma che addebita alle scuole i costi dei loro ricorsi, quando li vincono, come accade».

L’Unità 06.07.11

"E alla fine il premier rimase solo", di Marcello Sorgi

L’ affondamento dell’ultima norma «ad personam», inserita nel testo della manovra finanziaria di nascosto e ritirata precipitosamente ieri dal premier, porta con sé una novità, si direbbe un segno dei tempi, mai emerso finora così chiaramente: come ha dovuto ammettere nel comunicato vergato, non a caso, in prima persona, Berlusconi, al cospetto dei suoi guai giudiziari, è rimasto solo. Completamente solo. Gli uomini che gli sono sempre stati al fianco, in numerosi e difficili frangenti come questi, si sono defilati uno dopo l’altro.

Ghedini, proprio lui, il deputato-avvocato autore dei tanti lodi con cui il Cavaliere è riuscito a fasi alterne a limitare le conseguenze dei suoi processi, ha disconosciuto il testo con cui si tentava di dilazionare gli obblighi derivanti da sentenze civili che impongono risarcimenti molto onerosi. Tipo quello che l’azienda di famiglia del premier rischia di dover sopportare se i giudici di appello di Milano, nel prossimo fine settimana, confermeranno il verdetto che ha imposto il pagamento, prima di 750, poi di 490 milioni, per l’acquisizione della Mondadori, strappata al gruppo Cir di De Benedetti grazie alla decisione di un giudice condannato per corruzione.

Alfano, il ministro di Giustizia e neosegretario del Pdl che venerdì aveva auspicato dal palco della sua elezione un «partito degli onesti», è rimasto silenzioso. E Tremonti, che dopo una trattativa difficilissima aveva licenziato una manovra diversa da quella poi mandata al Quirinale con l’aggiunta della norma contestata, ha addirittura fatto saltare la conferenza stampa convocata per illustrare le misure del governo.

Un fuggi-fuggi generale. Poiché è impossibile, al di là di quel che vorrebbero far credere, che le persone più vicine e più direttamente coinvolte nella vicenda non sapessero, o non fossero intervenute, nel fine settimana in cui il testo da trasmettere al Capo dello Stato è stato rimaneggiato e adattato alla bisogna, se ne ricava che Berlusconi è stato abbandonato al suo destino e mandato a sbattere contro un muro proprio dai suoi, come il suo comunicato personale, al di là delle accuse di prammatica all’opposizione, testimonia chiaramente.

Si dirà che non c’era altra possibilità per evitare che il Capo dello Stato fosse costretto a respingere l’intero testo della manovra viziato dal codicillo «ad personam». Ed è un bene che la conclusione della vicenda sia stata questa: un rinvio della finanziaria avrebbe determinato conseguenze economiche gravissime e reazioni internazionali sconcertate, in un momento in cui l’Italia è un Paese sotto osservazione. Magari avranno provato tutti insieme – Ghedini, Alfano, Tremonti, per non dire di Letta, che doveva materialmente inviare il testo al Colle -, a convincere il Cavaliere dell’impraticabilità della soluzione proposta. In una manovra in cui – non è ancora certo, si vedrà – è atteso anche un taglio dei privilegi della classe politica, figuriamoci se poteva esserne inserito uno a parte, tutto nuovo, ritagliato su misura per soccorrere nuovamente il premier. Sia come sia, la novità sta nel fatto che alla fine Berlusconi è stato mollato. E, infuriato, ha dovuto suonarsi da solo la ritirata.

Intendiamoci, era già successo in passato che il Cavaliere avesse dovuto far marcia indietro sulla scelta di un ministro o su una proposta di riforma. Ma mai in materia di giustizia e mai sulla guerra senza quartiere che da anni lo oppone alla magistratura. Proprio perché il Pdl gli ha sempre riconosciuto la condizione di perseguitato, il terreno dei guai giudiziari è rimasto fuori da qualsiasi faida interna di partito, e talvolta ha funzionato, come lo stesso Alfano ha dovuto riconoscere all’atto della sua elezione a segretario, da comodo ombrello anche per quelli che in tutta evidenza perseguitati non erano. Per questo, fino a sei mesi fa, o a poche settimane fa, quando il Pdl a Milano organizzava manifestazioni davanti al Palazzo di giustizia nei fatali lunedì delle udienze del premier, nessuno si sarebbe sognato, non soltanto di dissentire, ma neppure di accarezzare il nervo più scoperto del Cavaliere.

Siamo dunque a una svolta. Maturata nel caos, come accade sempre attorno a Berlusconi, ma gravida di conseguenze. Se davvero il premier non è più padrone di se stesso, né del suo partito, le cose possono cambiare più rapidamente di quanto si poteva immaginare fino a qualche giorno fa. Il suo lento declino, che si trascina da mesi, potrebbe diventare inesorabile. Per ragioni politiche, oltre che giudiziarie, e con conseguenze terribili: come fa presagire il desiderio di vendetta che si affaccia tra le righe dell’ultimo, furioso, comunicato, uscito da Palazzo Chigi.

La Stampa 06.07.11

"Sarà un anno di lacrime e sangue", da La Tecnica della Scuola

Lo sostengono i senatori Pd che fanno parte della Commissione Istruzione: preoccupa la terza tornata di tagli agli organici mentre cresce il numero degli alunni. Critiche alla Finanziaria: in una scuola con 700 alunni non ci sarà il preside, il vicepreside andrà in classe e crollerà la presenza del personale ausiliario. Sarà un anno scolastico di lacrime e sangue. Ne è convinto il Partito democratico, subito dopo aver preso visione dell’ulteriore “razionalizzazione” delle spese per la scuola decise dal Governo attraverso la Manovra economica 2011. A farlo presente ai rappresentanti del Governo e della Commissione Istruzione del Senato è stata la senatrice del Pd Vittoria Franco, durante un’audizione tenuta il 5 luglio.
“Sta passando sotto silenzio – ha detto Franco – ma il prossimo anno sarà di lacrime e sangue per la scuola italiana. La ministra Gelmini chiama razionalizzazione e rimodulazione un vero e proprio piano di tagli che metterà la scuola ancora di più in sofferenza: tagli al corpo docente e Ata mentre cresce il numero degli studenti; tagli agli insegnanti e alle classi, che diventano sempre più affollate. Le scuole perderanno autonomia e i relativi vantaggi in termini di qualità dell’offerta formativa”.
La senatrice del primo partito d’opposizione ha voluto prendere come esempio la Toscana, dove “a fronte di un aumento degli alunni del 2%, si prevede una riduzione delle classi del 38%, delle cattedre del 17% e degli insegnanti di sostegno del 5%, con gli organici peraltro destinati a restare bloccati nei prossimi anni, secondo quanto prevede la manovra appena approvata”.
“Diventa difficile in questo modo – ha continuato Vittoria Franco – la prevenzione della dispersione scolastica o il sostegno per l’handicap, ridotto ulteriormente, come sembra dalle prime notizie, sempre nella prossima manovra economica. Mancano persino le risorse per pagare le ore di recupero degli studenti con debiti formativi: dai 200 milioni di euro nel 2007 si passa ai 27 di quest’anno. Mentre si è creata una vera emergenza per l’edilizia scolastica. Tutte difficoltà che rendono più complicata anche la piena attuazione della legge sulla dislessia proprio nei passaggi fondamentali nei quali si prevedono piani di studio personalizzati e individualizzati. Insomma – conclude Vittoria Franco – si colpisce in maniera ottusa un bene primario come l’istruzione. Non c’è proprio nulla da difendere sull’operato del governo purtroppo per la nostra scuola”.
Un altro senatore del Pd, Antonio Rusconi, capogruppo in commissione Istruzione, se la prende con il ministro Gelmini sostenendo che dentro il testo della Finanziaria si nascondono dei preoccupanti tagli al settore istruzione. In particolare l’accorpamento delle direzioni di scuole d’infanzia, primaria e media, a cui si aggiunge l’abbattimento di esoneri dalle lezioni per i vicepresidi che operano in realtà scolastiche con non troppe classi. “Ha un bel dire il ministro – ha dichiarato Rusconi – che la misura degli istituti comprensivi non danneggia le famiglie. Si capisce che non è abituata a frequentare le scuole, soprattutto quelle dei piccoli paesi e di montagna”.
Rusconi pone un esempio di caso reale: “in una scuola elementare, più una scuola media – spiega il senatore Pd – per esempio, per un totale mettiamo di 700 alunni, non ci sarà, grazie alla manovra, il preside, il vicepreside sarà a tempo pieno in classe e, grazie all’esternalizzazione dei servizi, sarà drasticamente ridotta la presenza del personale ausiliario. Chi garantirà la sicurezza, anche fisica, dei ragazzi? Ma l’importante, si sa, è fare cassa”.
L’ultima considerazione di Rusconi apre uno scenario dagli effetti sinora probabilmente non considerati. “È falso dire – sostiene il senatore – che il piano triennale dei tagli si esaurirà quest’anno, perché andranno a regime nei prossimi tre anni le cosiddette riforme del maestro unico e della scuola superiore, con i relativi tagli di monte ore e relativo personale. Ma quando potremo dire a un giovane capace che fare l’insegnante è una professione importante nel nostro Paese e che potrà essere assunto senza fare dieci anni di precariato?”.

06.07.11