Latest Posts

"È super-stangata sugli statali 215 euro in meno al mese", di Roberto Petrini

Taglio di 256 mila posti entro il 2014, mobilità obbligatoria. Dalle scuole via mille vicepresidi Insegnanti non idonei trasformati in segretari, Stretta sui giorni di malattia anche per le forze di polizia e per le forze armate. Gli statali vengono pesantemente schiacciati dalla manovra di Tremonti, più del previsto: declassamento di professori a bidelli, occhiute visite fiscali anche per poliziotti e carabinieri, mobilità territoriale obbligatoria e blocco degli stipendi. Il mito dell´impiegato statale sembra duramente colpito.
L´articolo 16 della manovra d´estate, reso disponibile ieri, prepara tempi duri per i circa 2 milioni di dipendenti della pubblica amministrazione coinvolti: l´allungamento al 2014 del blocco della contrattazione, dell´adeguamento all´inflazione dei salari e della retribuzione accessoria dei dipendenti pubblici comporterà, secondo i dati della Cgil, la rinuncia a regime a 200 euro al mese lordi e di 15 euro al mese di salario accessorio. Tutto ciò non sarà compensato neppure dalla indennità di vacanza contrattuale, corrisposta per l´ultimo anno nel 2010 e pari ad 8 euro al mese lordi, ora congelata.
La stretta sul potere d´acquisto, sul tenore di vita e sui consumi degli statali vale 1,5 miliardi e comporta, dopo la rinuncia per il triennio 2011-2013 a 5,9 punti di recupero dell´inflazione, una ulteriore penalizzazione per il carovita che si registrerà nel 2014.
Il taglio effettivo dei salari sarà accompagnato da altre due misure dal sapore biblico: in totale dal 2011 al 2014 la pubblica amministrazione perderà 256 mila dipendenti, che andranno in pensione, di cui solo uno su cinque sarà rimpiazzato a causa del blocco del turn over. Nel solo 2014, anno nel quale il blocco viene esteso, usciranno in 80 mila ma ne saranno rimpiazzati solo in 16 mila. Perdita netta: 64 mila.
L´altra misura che potrebbe cambiare ancora di più la vita degli statali è quella sulla mobilità territoriale, che richiama la sortita leghista sui ministeri al Nord. Il decretone stabilisce che la mobilità è obbligatoria, mentre fino ad oggi era su base volontaria e compensata economicamente.
Infine gli statali pagheranno anche un nuovo prezzo alla strategia anti-assenteismo che viene potenziata inserendo la visita fiscale nel giorno precedente o successivo alle festività. Ma soprattutto la norma estende il trattamento anti-assenteismo anche alle forze di polizia e alla forze armate: poliziotti, carabinieri e militari nei primi dieci giorni di malattia avranno il salario tagliato dagli accessori e dalle indennità (in questi casi la parte più rilevante dello stipendio) e dovranno sottostare, se non hanno compiti definiti ambiguamente «operativi», alla visita medica post-festività.
Mentre ai travet si chiedono sacrifici e l´Ice viene soppressa, rispuntano tuttavia posti apicali: è il caso dell´articolo 18, comma 21, che prevede dopo la soppressione dell´ente di ricerca dell´Inail, l´Ispesl, il recupero del suo direttore generale con conseguente insediamento nell´ente controllante.
Sorprese amare nel mondo della scuola dove spariranno dai piccoli istituti circa mille vicepresidi, ma soprattutto suscita proteste la norma che declassa a bidello, o ad addetto alla segreteria, il docente dichiarato inidoneo per motivi di salute. Infatti gli insegnanti della scuola reputati dalle commissioni mediche non più idonei all´insegnamento verranno trasformati, entro 30 giorni dall´accertamento delle Asl, in impiegati della scuola: qualora non vi siano posti liberi come assistenti amministrativi o tecnici, oppure non dovessero presentare domanda di ricollocamento, verranno assorbiti d´ufficio da un´altra amministrazione pubblica.
Rispetto all´attuale normativa, il giro di vite introdotto dal governo è decisamente forte perché abbrevia i tempi ed introduce il trasferimento coatto: questo riguarderà coloro che non presenteranno «l´istanza ivi prevista o la cui istanza non sia stata accolta per carenza di posti disponibili» e si concretizzerà nel transito nei ruoli del personale amministrativo delle amministrazioni dello stato.

La Repubblica 05.07.11

******

“Il decreto arriva al Quirinale caos sugli incentivi alle rinnovabili”, di Roberto Petrini

Il Pd: Romani e Prestigiacomo dovrebbero dimettersi. Cgil: settore nel baratro. Finale tinto di giallo istituzionale per la manovra da 47 miliardi. L´ultimo caso è quello del taglio degli incentivi alle energie rinnovabili del 30 per cento che dovrebbe scattare dal gennaio del prossimo anno. Dopo una giornata di braccio di ferro all´interno del governo, e nonostante la dura presa di posizione del ministro dell´Ambiente Prestigiacomo, contraria alla riduzione degli aiuti alle energie «verdi», il provvedimento sembrerebbe entrato nel testo. Così almeno riportavano in serata le agenzie di stampa citando ambienti del Quirinale dove ieri è arrivato il testo definitivo.
Ma il condizionale, visto l´evolversi della vicenda e l´intrecciarsi delle dichiarazioni nella giornata di ieri, è d´obbligo. Il taglio agli incentivi era stato tolto dalla manovra nel consiglio dei ministri di giovedì scorso, poi fino a domenica era ricomparso nero su bianco nei testi post-cdm, ieri infine sia il ministro Prestigiacomo che il ministro Romani, in due dichiarazioni ufficiali del pomeriggio assicuravano che il taglio non c´era. Così pure trapelava da fonti di Palazzo Chigi e del Tesoro. Infine le indiscrezioni filtrate sul testo giunto al Colle.
Comunque le opposizioni sparano a zero: «Siamo alla smentita della smentita di due ministri finti: Romani e Prestigiacomo dovrebbero dimettersi», ha detto Ettore Rosato del Pd. Per la Cgil il taglio «spinge il settore nel baratro», mentre le associazioni ambientaliste dal Wwf a Greenpeace parlano di norma «demenziale».
Il polverone del «caso» rinnovabili non copre le altre misure della manovra tutte confermate – dalle pensioni al pubblico impiego ai ticket. Mentre emergono ancora balzelli e rincari: sale il costo del conto titoli che nel 2013 arriverà a 380 euro annui, sale l´Irap per banche e assicurazioni, arriva il superbollo (10 euro per ogni kw oltre i 225). Spuntano anche i parametri per considerare i Comuni virtuosi che prevedono, tra l´altro: il costo del personale, il numero di auto blu e di rappresentanze all´estero.
Sul piano dell´impatto della manovra ieri il segretario generale dell´Ocse Angel Gurria ha dichiarato che «ora che i dettagli sono stati specificati si dà più credibilità e fiducia ai mercati». Anche la Commissione europea valuta positivamente la manovra del governo, ma attende dettagli per poter dare un giudizio complessivo. L´adozione del provvedimento, ha detto il portavoce del commissario Ue agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, è «positiva, poiché è in linea con le raccomandazioni, appena adottate, che chiedevano di prendere tutte le misure necessarie, senza ritardi, per raggiungere l´obiettivo del pareggio di bilancio nel 2014». Il portavoce ha comunque aggiunto: «Dato che i dettagli delle misure non sono ancora disponibili, non possiamo valutarli a pieno in questa fase».
Infine l´agenzia di rating Standard & Poor´s che la settimana scorsa aveva bocciato la manovra ieri è stata «ascoltata» dalla Consob che ha chiesto ragione sulla diffusione del giudizio a mercati a aperti e sulla base di semplici indiscrezioni di stampa. La S&P ha fornito in parte delle spiegazioni e in parte si è riservata di rispondere in prossimi incontri con l´autorità di vigilanza.

La Repubblica 05.07.11

"Tagliano ai pensionati mentre regalano 750 milioni al premier", di Raffaella Cascioli

«Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, tutto brillerà di più…». Cantava nel 1964 nel film Mary Poppins di disneyana memoria una giovane Julie Andrews. Una lezione che il ministro dell’economia Giulio Tremonti ha imparato bene tanto che c’è chi ipotizza che abbia fatto scattare una trappola ad hoc nella manovra triennale, giunta ieri dopo quattro giorni di riflessione al vaglio del capo dello stato. Uno specchietto per le allodole, ovvero il blocco totale e parziale della rivalutazione delle pensioni superiori al minimo a cominciare da chi percepisce 1.428 euro lordi al mese.
Una misura così iniqua (tanto più che la mancata perequazione è disposta per anni di inflazione in aumento) da attirarsi le critiche non solo dei sindacati (tutti), ma anche delle forze politiche di maggioranza (da Cazzola a Storace) e di opposizione. Un taglio tanto più amaro e a danno dei più deboli perché arriva a fronte di un mega regalo contenuto, sempre nella manovra, a favore di alcuni. A cominciare dal presidente del consiglio che, in virtù dell’articolo 37 del decreto, potrà beneficiare del blocco dell’immediata esecutività delle condanne in appello superiori ai 20 milioni dietro il pagamento di “idonea cauzione”. Un regalino da appena 750 milioni di euro (stavolta netti) per Fininvest condannata in primo grado a risarcire Cir nell’ambito della vicenda del Lodo Mondadori.
E se il blocco sulle pensioni, per un triste e malvagio scherzo, fosse lo zucchero che c’è nella pur amara manovra a firma di Tremonti? Ovvero la possibilità offerta al parlamento di togliere il taglio del 55% delle rivalutazione per le pensioni comprese nello scaglione tra i 1.428 e i 2.380 euro mensili lordi o persino di eliminare il blocco per gli assegni previdenziali superiori ai 2.380 euro mensili lordi. In cambio gli italiani dovranno ingoiare l’anticipazione al 2014 dell’aggancio dell’età pensionabile alle speranze di vita, l’aumento dell’età pensionabile delle donne nel settore privato dal 2020 (un principio più che una misura per fare cassa visto che andrà a regime nel lontano 2032). Oltre a qualche regalino a chi potrà dilatare, come ha spiegato la capogruppo Pd in commissione giustizia della camera Donatella Ferrani, il regolare corso della giustizia. Ma c’è di più.
Il polverone sulle pensioni oscura il fatto che nella manovra non c’è nulla per la crescita, presupposto per abbattere il debito pubblico. Ad insinuare il dubbio che si tratti di una mossa calcolata inserita a bella posta nella manovra con l’idea di spaventare, salvo poi strappare il silenzioassenso su misure pesanti, è una lettura approfondita della manovra. Per Pier Paolo Baretta, capogruppo Pd in commissione bilancio della camera, si tratta di una mossa «palesemente fastidiosa al punto da portare a credere che possa essere truccata». E se per Baretta l’intera manovra rischia di essere inefficace tra rinvii di promesse e deleghe tanto più che «non c’è uno scarto di fantasia o una direzione di marcia», i sindacati esprimono un’unanime condanna per i sacrifici chiesti a chi percepisce oggi trattamenti previdenziali. E così mentre la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso parla di una «divaricazione tra la realtà e la politica» tanto che «si taglia e non si pensa a una prospettiva», la condanna per i tagli alla rivalutazione delle pensioni è arrivata anche dai numeri uno di Cisl e Uil, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. Se ieri anche le Acli hanno bocciato la mossa del governo e si sono dette pronte alla mobilitazione, il segretario generale aggiunto della Cisl Giorgio Santini sulla rivalutazione delle pensioni ha spiegato che la misura va cambiata («trovino i soldi da qualche altra parte») e il leader Bonanni ha annunciato al Tgr3 la mobilitazione della Cisl.
D’altra parte nel provvedimento che presuppone per gli italiani misure lacrime e sangue (tagli a comuni e regioni e nella sanità), se non tutte nell’immediato almeno a partire dal 2013, sono diverse le misure ad effetto che servono a coprire un nulla di fatto. A cominciare dal taglio dei costi della politica che dalle prossime elezioni dovrebbero finire per portare gli stipendi dei politici, dei magistrati, della corte costituzionale e delle autorità indipendenti nella media europea. Misure alle quali non crede lo stesso Tremonti, perché possono essere aggirate in virtù del principio costituzionale di autonomia.
In vista di uno scontro che si preannuncia esasperato, il senato si prepara a un luglio di fuoco perché nel puro stile Tremonti a palazzo Madama si sta creando un imbuto. Il senato – che dovrà convertire in legge entro la settimana un blindatissimo decreto sviluppo – riceverà la prossima settimana la manovra che, se tutto va bene, sarà discussa e approvata entro il mese salvo poi passare alla camera per un passaggio niente più che formale prima della pausa estiva. Il metodo Tremonti di utilizzare una camera alla volta sarà rispettato anche in questo caso. Tre i temi caldi dello scontro per Luigi Lusi, vicepresidente della commissione bilancio del senato: patto di stabilità, pensioni minime e riduzione del debito pubblico.

da Europa Quotidiano 05.07.11

******

“Manovra salva-Berlusconi”, di Liana Milella

Il testo modificato a Palazzo Chigi. L´Anm: incostituzionale. Bersani: immorale. Caos sugli incentivi per le energie rinnovabili e stangata agli statali. Spunta una norma per bloccare il risarcimento Mondadori-Cir. Stop di Napolitano. Il governo ha inserito nella manovra una norma che consentirebbe alla famiglia Berlusconi di non pagare i 750 milioni di euro che, come stabilito dalla sentenza di primo grado sul lodo Mondadori, deve alla Cir di De Benedetti. Ma il Quirinale si prepara a stopparla dopo un´analisi «come sempre attenta» del pacchetto. «È un insulto al Parlamento», ha detto il Pd. Mentre l´Anm parla di una misura «incostituzionale». Intanto è caos sugli incentivi per le energie rinnovabili.

Un colpo di mano. All´ultimo momento utile. Poche mezz´ore prima che la manovra lasci le stanze del governo per approdare al Quirinale. Un comma, quattro righe, a misura di Berlusconi contro la Cir di De Benedetti. Scritto proprio dai tecnici del ministero della Giustizia, di cui è tuttora titolare il segretario del Pdl Angelino Alfano. Quello che appena venerdì scorso ha teorizzato che il suo dev´essere «il partito degli onesti» e che ieri ha rinunciato a presenziare a un convegno dove era presente lo stesso De Benedetti. Ebbene, il partito degli onesti ha prodotto l´articolo 37 della manovra, il comma 23, la lettera B. Per legge si stabilisce che, per condanne d´appello che superano i 20 milioni di euro, la sospensione in vista della Suprema corte è obbligatoria. Non c´è, come adesso, alcuna discrezionalità del giudice nel concederla. Del pari, poco sopra, si fissa l´omologo principio che tra primo e secondo grado, se la condanna arriva a dieci milioni di euro, ugualmente la parte condannata non paga. Basta una fidejussione.
Si annida qui “l´aiutino” per salvare la Finvest dal pagare ad horas quanto dovrebbe riconoscere alla Cir qualora i giudici dell´appello – chiusi in camera di consiglio giusto in queste ore e con una sentenza prevista per il fine settimana – dovessero confermare la sentenza di primo grado. I famosi 750 milioni di euro decisi da Raimondo Mesiano, il magistrato oggetto subito dopo di una puntata della “macchina del fango”, per via dei suoi calzini celesti, filmati e riprodotti da Canale 5 quasi fossero la prova di un´anomalia comportamentale.
Era da giorni che, nella manovra, si sospettava potesse entrare la norma per salvare Berlusconi da una sentenza che, dicono dal suo entourage, metterebbe in gravi difficoltà economiche la sua azienda. Dalle menti giuridiche del premier è scaturito un intervento quasi chirurgico. Per spiegarlo, una premessa è d´obbligo. Nel processo civile, al contrario di quello penale dove si aspetta la Suprema corte, le sentenze sono immediatamente esecutive, a patto che il giudice, su richiesta delle parti, non decida di sospenderle. Così è avvenuto tra il primo e il secondo grado nel processo Cir-Finivest, dopo la sentenza Mesiano, tant´è che Berlusconi non ha versato una lira alla Cir.
Qui si decide di operare. Con un metodo che i berluscones hanno già sperimentato. Quello di togliere al giudice la sua libertà di interpretazione, di valutazione, infine di decisione. E allora: ecco i due articoli del codice di procedura civile, il 283 e il 373, a portata di mano per essere modificati. Il primo stabilisce che, tra il processo di primo grado e quello di appello, se il giudice individua «gravi e fondati motivi» per sospendere l´esecuzione, lo decide, imponendo o meno una cauzione cautelativa. Stesso principio per l´articolo 373: se dall´esecuzione della sentenza d´appello «deriva grave e irreparabile danno», il giudice può sospenderla.
Quel «può» cambia in «deve». E il gioco è fatto. Il giudice «è» obbligato a sospendere. Al primo articolo, il 283, si aggiunge che «in ogni caso» è concessa la sospensione «per condanne di ammontare superiore a dieci milioni di euro». Salvo «idonea cauzione». Stesso meccanismo per l´articolo 373, quello cucito addosso a Berlusconi e al suo processo. Tra appello e Cassazione la sospensione è «in ogni caso concessa per condanne di ammontare superiore a 20 milioni». Un´altra “salva Silvio” su misura. In spregio, come dicono subito i giuristi, alla disparità di trattamento. E in barba ai poveri Cristi che continueranno a pagare pronta cassa se il giudice non concederà loro una deroga.

La Repubblica 05.07.11

******

“Cucinata all´insaputa di Tremonti”, di FRANCESCO BEI

Ora Napolitano vuole vederci chiaro. Dopo aver scoperto la sgradita sorpresa nella bozza del decreto trasmesso da palazzo Chigi, il capo dello Stato ha messo al lavoro tutto il suo staff giuridico per «un´attenta e rigorosa valutazione». Che porterà a stendere un parere pesante e motivato su quella che l´opposizione ha già ribattezzato “norma ad aziendam”.
Anzi, Napolitano la norma contestata avrebbe già deciso di cancellarla dal decreto. Questi sostanziosi rilievi del Colle saranno poi girati a palazzo Chigi, contando su una modifica del testo. Insomma, Napolitano non intende restare con le mani in mano di fronte a un caso di conflitto d´interessi, con il presidente del Consiglio che inserisce di soppiatto, nella manovra a tutela dei conti pubblici, un codicillo per mettere al riparo la sua azienda dalla sentenza sul lodo Mondadori.
Riflettendo sulla genesi della norma, al Quirinale hanno maturato una convinzione: il comma salva-Fininvest non c´era nel testo uscito dal ministero dell´Economia. Ergo, una manina l´ha inserito dopo. Precisamente nel passaggio che c´è stato ieri da via XX Settembre a Palazzo Chigi, prima che il decreto venisse trasmesso al Colle per la firma. Una ricostruzione che coincide con quanto si sussurra nel governo, dove solo in pochissimi erano a conoscenza del blitz che stava per compiersi. Tra i pochi, Giulio Tremonti, che ha tentato con ogni mezzo di opporsi. Gli uomini del Tesoro, del resto, la considerano «una norma suicida», che non ha alcuna possibilità di essere approvata. «Questa cavolata – spiegano fonti del ministero dell´Economia – è stata voluta direttamente dal Guardasigilli. È uscita dalla filiera Berlusconi-Ghedini-Alfano. L´hanno cucinata interamente loro, pur essendo chiaro che non ha alcuna coerenza con l´oggetto del decreto». Inoltre, aggiungono i tecnici di Via Venti Settembre, si tratta di una legge «devastante», perché «introduce il concetto di insolvenza nel privato». Niente da fare, di fronte all´insistenza di Berlusconi. «Mi prendo io la responsabilità di tutto – ha tuonato il Cavaliere -, la porto io al Colle e la gestirò io la trattativa con il capo dello Stato».
Ma sono in molti, nella maggioranza, a non aver digerito un provvedimento che «appare come l´ennesima legge a favore della casta, in un momento in cui tagliamo le pensioni agli italiani». È dunque falso che la norma fosse già stata discussa in Consiglio dei ministri. Diversi testimoni, presenti alla riunione del governo di giovedì sera, non ricordano affatto questo particolare. È vero invece che la trappola, congegnata da Niccolò Ghedini, avrebbe dovuto scattare in seguito, presentandosi sotto forma di un emendamento parlamentare. Una tecnica già sperimentata in passato per le norme ad personam sulla giustizia. Ma la fretta ha spinto il consigliere giuridico del Cavaliere a forzare la mano.
La Corte d´appello di Milano ha fatto sapere infatti di essere pronta ad emettere la sentenza sul lodo Mondadori e la decisione è attesa per sabato. Per Berlusconi si tratta di una corsa contro il tempo per non pagare la Cir di De Benedetti. ««A quello lì – si è sfogato ancora in queste ore il premier – i soldi non li darò mai, piuttosto li devolvo in beneficenza». Un´ostinazione che l´ha portato a dare il via libera alla forzatura di Ghedini, contro il parere di Tremonti e di Gianni Letta.
L´intenzione di Berlusconi, al contrario, è di resistere a tutti i costi alla moral suasion di Napolitano, confermando la norma e piazzando la fiducia per evitare modifiche. «Spiegherò a tutti – ha preannunciato il premier – che si tratta di respingere un´aggressione politica portata avanti con ogni mezzo». Il timore, a questo punto, è che Napolitano si attardi troppo nella controfirma, dando ai giudici il tempo di emettere la sentenza e vanificando così il blitz. Non a caso ieri sono già stati attivati i canali diplomatici tra Gianni Letta e il Colle. Gli uomini di Napolitano hanno in realtà preavvertito il sottosegretario che quel “codicillo” proprio non può andare bene. E il braccio destro del Cavaliere sta tentando una mediazione sapendo però che su quel campo non c´è più nulla da fare.
La controffensiva è stata discussa in una riunione di Berlusconi con i figli alcuni giorni fa. Un vero consiglio di famiglia. Del resto era stato lo stesso Berlusconi a confermare l´oggetto del summit: «Ne parliamo tutti i giorni, è una cosa che incombe». Allarme rosso dunque, per la possibile «mazzata» in arrivo (definizione di Pier Silvio Berlusconi). Una eventualità che ha spinto nei giorni scorsi Fininvest a non attribuire alcun dividendo ai soci per l´esercizio 2010, nonostante un utile netto di 160 milioni.

La Repubblica 05.07.11

******

“Fanno cassa sul welfare”, di Cesare Damiano

Una manovra di tagli, ingiusta, per tanti aspetti odiosa, del tutto inadeguata alle necessità di rilancio dell’economia. Per cercare di far quadrare i conti pubblici disastrati, risultato di una gestione sciagurata della crisi basata sui “tagli lineari” di Tremonti, Berlusconi non ha saputo fare altro che tornare a colpire chi già paga: i lavoratori, i pensionati, i malati, gli automobilisti. E dopo essersi vantato (mentendo) di aver tenuto a galla il paese senza mettere le mani nelle tasche degli italiani, le mani ora le affonda senza alcun ritegno e senza ombra di dubbio. Il testo definitivo è ancora in fase di stesura, ma il quadro è chiaro. La manovra punta a far cassa sullo stato sociale e la tanto sbandierata riforma fiscale va in senso opposto a quello che si è cercato di far credere: toglie risorse ai redditi più bassi per destinarle a quelli più elevati. Le aliquote – tre in tutto – ridisegnate da Tremonti sono degne infatti di un Robin Hood alla rovescia.
Minano il principio basilare della progressività dell’imposizione e cancellano ogni possibilità di redistribuzione. Eliminare anche l’aliquota più alta significa regalare ogni anno qualche migliaio di euro a coloro che hanno redditi sufficienti per difendersi dagli attacchi della crisi economica. A scapito dei più deboli.
Toccare contemporaneamente le pensioni, riducendo il loro potere d’acquisto, oltre a far male all’economia del paese, vuol dire colpire i redditi di milioni di persone collocate nella fascia sociale del ceto medio-basso, che hanno già subito processi di progressivo impoverimento.
Forse Tremonti non lo sa, ma toccare le pensioni tra i 1.400 e i 2.400 euro lordi al mese non vuol dire colpire i redditi dei cittadini più ricchi, ma quelli degli operai.
Le cifre ci dicono che con la manovra – per pensioni nette che partono dai 1.050 euro mensili, guadagnate duramente dopo 35- 40 anni di lavoro in fabbrica – si diminuisce del 55 per cento una indicizzazione già debolmente collegata all’andamento del costo della vita. L’obiettivo è di risparmiare nei prossimi due anni, a spese dei pensionati, almeno quattro miliardi e mezzo. Che potrebbero superare i sei miliardi nel caso l’inflazione dovesse mantenere gli attuali trend di crescita. Un provvedimento non proprio all’insegna dell’equità.
Non solo. Oltre alla perdita del potere d’acquisto, si dovranno fare i conti anche con l’aumento dell’età pensionabile dovuto alle diverse misure varate negli ultimi anni. A differenza di quanto promesso dal ministro Sacconi, che ha continuato a giurare che non si sarebbero toccate le pensioni, il centrodestra ha allungato di un anno la finestra di uscita anche per coloro che hanno maturato i 40 anni di contributi e ha introdotto – anticipando ora di un anno la sua operatività effettiva – il collegamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita. Questo, dopo aver portato a 65 anni l’età pensionabile delle dipendenti della pubblica amministrazione senza aver previsto alcuna redistribuzione dei risparmi ottenuti a favore delle donne.
Il tutto senza dimenticare gli annunciati tagli alla spesa sanitaria e l’introduzione di nuovi ticket; un nuovo stop (per il quarto anno) degli stipendi dei dipendenti della pubblica amministrazione.
E senza dimenticare l’aumento delle accise sulla benzina, che già si è scaricata sui consumatori con una raffica di aumenti al distributore, o l’introduzione di nuovi pedaggi.
Niente a che vedere con quanto a suo tempo fatto in Finanziaria dal governo Prodi. Che aveva ammorbidito lo “scalone Maroni”, varato la delega per il pensionamento anticipato a favore di chi fa lavori usuranti, congelato sì le pensioni, ma quelle d’oro, (otto volte il minimo), introdotto la “quattordicesima” per oltre tre milioni di pensionati poveri e abbassato da sei a tre anni la franchigia per la totalizzazione dei contributi.
Una manovra attuata in senso redistributivo, di segno completamente diverso rispetto a quella targata Berlusconi. Una manovra che ha l’obiettivo di far cassa assestando un colpo micidiale allo stato sociale. Questo, il Pd non lo permetterà. Far quadrare i conti è necessario, ma servono obiettivi, economici e sociali, improntati all’equità e allo sviluppo del paese che Tremonti non ha saputo delineare, anche perché preda delle gravi contraddizioni della sua maggioranza.

da Europa Quotidiano 05.07.11

Un comma pro-Berlusconi per bloccare risarcimento a Cir

Prevista la sospensione delle maxicondanne in sede civile. Il Pd: “Una vergogna, lacrime e sangue per il paese, e protezione ai più ricchi”. Idv e Verdi: “Ecco quali sono le vere priorità di questo governo”. Un giudice di Cassazione: “Danni irreparabili”. L’ultimo comma dell’articolo 37: nelle pieghe della manovra un’altra norma ad personam per il presidente del Consiglio e le sue aziende. Viene infatti deciso lo stop in appello all’esecuzione delle condanne civili che superino i dieci milioni di euro e stop in Cassazione per quelle che vanno oltre i 20 milioni, in cambio di una idonea cauzione. Due modifiche al codice di procedura civile che potrebbero influire anche sull’attesa sentenza d’appello del tribunale civile per il Lodo Mondadori, prevista per la fine di questa settimana. Fininvest in primo grado era stata condannata a risarcire con 750 milioni di euro la Cir di Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo Editoriale L’Espresso.

La bozza aggiunge infatti un comma all’articolo 283 del codice di procedura civile che parla dei provvedimenti sull’esecuzione provvisoria in appello e che prevede che il giudice dell’appello, “su istanza di parte quando sussistono gravi e fondati motivi sospende in tutto o in parte l’efficacia esecutiva o l’esecuzione della sentenza impugnata, con o senza cauzione”. Il comma aggiuntivo che sarebbe spuntato nella manovra economica recita: “La sospensione prevista dal comma che precede è in ogni caso concessa per condanne di ammontare superiore a dieci milioni di euro se la parte istante presta idonea cauzione”.
Bersani parla di insulto al Parlamento. La capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, attacca. “Sono senza vergogna, è scandaloso che in una finanziaria che prefigura lacrime e sangue per il paese sia contenuta una norma di classe, che consente ai più ricchi dilatare il regolare corso della giustizia e che, guarda caso, molto probabilmente farà tirare un sospiro di sollievo alle aziende del presidente Berlusconi”. “Altro che partito degli onesti, anche in momenti così difficili il premier non dimentica gli interessi delle proprie imprese”, ha spiegato. E aggiunge la capogruppo pd in Senato, Anna Finocchiaro: “Siamo di nuovo di fronte al conflitto di interessi e a un provvedimento da furbetti”.

Interviene anche Antonio Di Pietro: “Anche le azioni criminali – afferma in una nota il leader dell’idv – hanno un limite per essere credibili, oltre il quale diventano ridicole”. Secondo Di Pietro “se nel testo definitivo della manovra ci fosse una norma criminogena, volta ad assicurare a Berlusconi l’annullamento del pagamento dovuto al gruppo De Benedetti, sarebbe la dimostrazione che il governo ha perso il senso del limite e il senno. Come si può approfittare così delle istituzioni? Un giudice accorto – conclude – dovrebbe disapplicare questa disposizione perché palesemente immorale e incostituzionale”.

Il leader dei Verdi Bonelli parla di una manovra “ad personam”. “E’ davvero incredibile quello che sta succedendo in queste ore. Ecco quali sono le vere priorità di un governo che ha tagliato la spesa sociale, ha imposto i ticket sanitari, ha fatto tagli senza precedenti al trasporto pubblico e ha affrontato le rinnovabili: fermare il risarcimento per il lodo Mondadori”.

Un giudice di Cassazione: “Danni irreparabili”. “Una norma di favore per i grandi debitori destinata a produrre guasti irreparabili, anche perché mette in discussione la stessa credibilità del processo civile, che trova il suo fondamento nel fatto che le sue pronunce di appello sono immediatamente esecutive”. Giuseppe Maria Berruti, giudice della Prima sezione civile della Corte di Cassazione, è fortemente critico con l’Ansa sulle nuove disposizioni del codice di procedura civile che vengono introdotte con la manovra finanziaria. Ma sull’intervento che obbliga il giudice a sospendere l’esecutività delle condanne nel caso di risarcimenti superiori ai 20 milioni di euro (10 in primo grado) dietro il pagamento di una cauzione e in attesa che si pronunci in via definitiva la Cassazione,il suo giudizio è drastico:”E’ una norma di favore per i grandi debitori, come le amministrazioni che non pagano i grandi appalti , le imprese altamente insolventi verso miriadi di consumatori e così via. In sostanza chi in teoria ha fatto più danno si vede mettere a disposizione straordinarie possibilità dilatorie”. Sinora la sospensione “era sottoposta a condizioni stringenti che il giudice doveva esaminare per evitare guai peggiori, come l’insolvenza del debitore”. Ora invece con queste nuove disposizioni congelare i mega risarcimenti diventa una strada obbligata per il giudice di appello: “E’ una facilitazione per i grandi debitori, per i quali si rinvia tutto alla fine del giudizio di Cassazione, cioè alla definitività della sentenza”.

E non è tutto: così “si allenta una fondamentale condizione di credibilità del processo civile che è rappresentata dall’esecutività della sentenza di merito” e tutto questo accade mentre “tutto il mondo va verso un’abbreviazione dei processi e una valorizzazione addirittura delle sentenze di primo grado e mentre si sostiene che i grandi investitori esteri non vengono in Italia perchè hanno timore di non recuperare i loro crediti”. Ma soprattutto per questa via “si sottopone la Corte di Cassazione a pressioni enormi perchè vada oltre il giudizio di legittimità e sconfini nel merito”.

www.repubblica.it

******

Fininvest-Cir, nella manovra norma salva Silvio

NORMA BLOCCA CIR
«Sono senza vergogna, è scandaloso che in una finanziaria che prefigura lacrime e sangue per il paese sia contenuta una norma di classe, che consente ai più ricchi dilatare il regolare corso della giustizia e che, guarda caso, molto probabilmente farà tirare un sospiro di sollievo alle aziende del presidente Berlusconi». Così la capogruppo democratica nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti sul comma della manovra economica che blocca l’immediata esecutività delle condanne in appello superiori ai 20 milioni di euro. «Si tratta di una norma nascosta alla fine dell’articolo 37 della manovra – denuncia – che modificando l’articolo 373 del codice di procedura civile, guarda caso, interviene sul processo Fininvest-Cir, quello sulla vicenda del Lodo Mondadori imponendo l’automatica esecuzione della sentenza che ha condannato Fininvest a risarcire Cir con 750 milioni di euro. Siamo davanti ad una norma ‘pro Berlusconì, altro che partito degli onesti, anche in momenti così difficili il premier non dimentica gli interessi delle proprie imprese».

Bersani: «Sarebbe un insulto al Parlamento»
«Un insulto al Parlamento»: questo, secondo il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, sarebbe, se vera, la norma inserita nella manovra.

STRETTA SULLE PENSIONI
Confermato per il biennio 2012-2013 il blocco della rivalutazione delle pensioni «dei trattamenti pensionistici superiore a cinque volte il trattamento minimo di pensione Inps».

«Per le fasce di importo dei trattamenti pensionistici comprese tra tre e cinque volte il predetto trattamento minimo Inps l’indice di rivalutazione automatica delle pensioni è applicato nella misura del 45%». È quanto prevede il testo della manovra consegnato al Quirinale. Il taglio del 30% di «tutti gli incentivi, i benefici e le altre agevolazioni» presenti in bolletta torna nel testo della manovra inviato al Quirinale.

AUMENTA L’ETA’ PENSIONABILE PER LE DONNE
Confermato l’intervento per l’aumento dell’età pensionabile delle donne nel settore privato. Si parte dal 2020 con un mese in più oltre i 60 anni per arrivare al 2032 con l’ultimo scaglione. È quanto si legge nell’articolo 18 del testo della manovra inviato al Quirinale.

TAGLI ALLE RINNOVABILI ?
«Allo scopo di ridurre il costo finale dell’energia per i consumatori e le imprese – dice l’articolo 35 – a decorrere dal primo gennaio 2012 tutti gli incentivi, i benefici e le altre agevolazioni, comunque gravanti sulle componenti tariffarie relative alle forniture di energia elettrica e gas naturale, previste da norme di legge o da regolamenti sono ridotti del 30 per cento rispetto a quelli applicabili alla data del 31 dicembre 2010». L’entità degli incentivi, dei benefici e delle agevolazioni sarà rideterminata dal ministero dello Sviluppo su proposta dell’Autorità per l’energia entro 90 giorni. Il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo: «Non mi risulta che nel testo della manovra inviata al Quirinale sia stata reintrodotta la norma che prevede il taglio del 30% di incentivi e agevolazioni relative alle forniture di energia elettrica». Sulla stessa posizione anche il ministro Romani. E poco dopo fonti di governo fanno sapere l’articolo in questione ha solo 9 commi. I due commi indicati invece per i tagli erano il 10 e l’11 che il testo inviato al Quirinale non ha.

SFORBICIATA AI FONDI CONSOB
Tagli del 20% a partire dal prossimo anno ai fondi della Consob, delle altre autorità indipendenti, del Csm e della Corte del conti. Lo prevede il testo della manovra trasmesso al quirinale. «A decorrere dall’anno 2012 – è scritto nell’articolo 5 del capitolo dedicato alla riduzione dei costi della politica e degli apparati – gli stanziamenti del consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (cnel), degli organi di autogoverno della magistratura ordinaria, amministrativa, contabile, tributaria, militare, nonchè delle autorità indipendenti, compresa la consob, sono ridotti del 20 per cento rispetto all’anno 2011».

RIDOTTI I VOLI DI STATO
I voli di Stato saranno limitati soltanto alle cinque massime cariche dello Stato, ossia al Presidente della Repubblica, ai Presidenti di Camera e Senato, al Presidente del Consiglio e al Presidente della Corte Costituzionale. Lo prevede la manovra, nel testo inviato al Quirinale. Nell’articolo, si sancisce che le eccezioni a questa regola «devono essere specificatamente autorizzate, soprattutto con riferimento agli impegni internazionali e rese pubbliche sul sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri, salvi i casi di segreto per ragioni di Stato».

TAGLI AL FINANZIAMENTO PARTITI
«Un ulteriore taglio del 10%» al finanziamento dei partiti politici «cumulando così una riduzione complessiva del 30%». Lo prevede l’art. 6 della manovra inserito nel capitolo dei «tagli alla politica» del decreto della manovra che è stato consegnato al Quirinale.

IL SUPERBOLLO
A partire dal 2011, «per le autovetture e per gli autoveicoli per il trasporto promiscuo di persone e cose è dovuta una addizionale erariale della tassa automobilistica, pari ad euro 10 per ogni chilowatt di potenza del veicolo superiore a 225 chilowatt, da versare alle entrate del bilancio dello Stato». Lo prevede il testo della manovra inviato al Quirinale.

STANGATA IRAP
Stangata Irap per banche e assicurazioni. Per gli istituti di credito e per le altre società finanziarie l’Irap sale al 4,65% mentre per le assicurazioni passa al 5,90%. È quanto riporta la bozza del decreto con la manovra consegnata al Quirinale.

STANGATA SUI DEPOSITI TITOLI
Il bollo che si applica alle comunicazioni relative al deposito di titoli può salire infatti fino a 380 euro se ha un ammontare complessivo a cinquantamila euro ed è gestito da una banca. L’importo varierà infatti in base al valore del «conto»: dai 120 euro annuali per le comunicazioni di intermediari finanziari ai 150 per i conti inferiori ai 50 mila euro relativi a comunicazioni di depositi titoli presso banche, fino ai 380 euro annuali se si supera questa soglia. È quanto si legge nel testo della manovra inviato al Quirinale.

www.unita.it

"Asta frequenze fiera dell’inganno", di Paolo Gentiloni*

Lo spettro che si aggira per l’Italia mettendo in allarme i nostri già delicati equilibri finanziari, è elettromagnetico: è la porzione di spettro che è stata messa all’asta. Apertura delle buste e eventuali rilanci sono previsti per inizio settembre su una base d’asta impegnativa: 3,1 miliardi. Se parte di questo incasso non dovesse entrare entro settembre verrebbe compensata da tagli lineari alle spese delle amministrazioni: così è scritto nella legge di stabilità del 2010. Insomma, mentre il Governo è alle prese con la manovra, sul grosso delle entrate di quella precedente gravano serie incognite. L’allarme è giustificato perché la parte più pregiata delle frequenze, la banda 800MHz, è occupata dalle tv locali, molte delle quali non sembrano intenzionate a essere le sole a pagare per liberarla a vantaggio di smartphone, tablet e chiavette usb. A rendere l’affare complicato c’è il fatto che il Governo intende assegnare nelle stesse settimane una seconda porzione di spettro destinata a vecchi e nuovi editori televisivi. In questo caso, però, non con un’asta competitiva ma con un beauty contest. Lo stesso bene pubblico verrebbe in un caso pagato profumatamente e nell’altro concesso gratuitamente. Due dei multiplex gratuiti sono predestinati a Rai e Mediaset. Per convincersene basta guardare il bando per il beauty contest trasmesso dal ministro Romani all’Ue. Non so se tutti gli operatori di telefonia mobile accetteranno di partecipare a un’asta miliardaria per frequenze occupate. Sarà uno dei gialli dell’estate. Certo è che se alcuni decidessero di non partecipare, e se poi l’asta dovesse affogare lentamente in una palude di ricorsi, le conseguenze sarebbero gravi. Non solo per la finanza pubblica, che fa affidamento su quei tre miliardi, ma per le nostre reti di comunicazioni. L’Italia è all’avanguardia per l’accesso alla banda larga da reti mobili e non può certo permettersi di buttare al vento uno dei rari primati nell’uso delle nuove tecnologie.
Per scongiurare questo rischio il Governo ha inserito nella manovra appena approvata misure di ritorsione verso le tv locali recalcitranti e una limitazione alle possibilità di ricorso alla giustizia amministrativa. Una via per provare ad uscire dal pasticcio senza muovere una guerra dagli esiti incerti ci sarebbe. Basterebbe togliere dal beauty contest il lotto B, ossia i due multiplex destinati a Rai e Mediaset, e utilizzarlo per dare frequenze a quelle tv locali che non si accontentano delle compensazioni in denaro previste per liberare la banda 800 MHz destinata all’accesso a Internet. Così il beauty contest, doveroso ma limitato ai 4 multiplex dei lotti A e C, recupera il suo significato: aprire il mercato tv a editori nuovi o non dominanti, ridimensionando le posizioni degli incumbent. A Rai e Mediaset va infatti riconosciuta l’eredità del regime analogico, pari a 4 multiplex ciascuno, ma senza un ulteriore regalo (il quinto multiplex del beauty contest) che l’Ue ha sempre cercato di evitare o almeno di condizionare.
Grazie ai due multiplex non più regalati agli incumbent, il sacrificio di frequenze tv necessario per liberare lo spettro per la banda larga non ricadrebbe più solo sulle spalle delle tv locali. E soprattutto si potrebbe tornare in tutte le regioni a quella proporzione di frequenze –due terzi alle nazionali e un terzo alle locali che è prevista dalla legge e senza la quale i ricorsi alla giustizia amministrativa continuano ad avere molte chance di successo ai danni dell’asta e dei miliardi attesi dalla ragioneria generale dello Stato. Così la tv digitale terrestre potrebbe attenuare la colpa di aver perpetuato la malattia del duopolio dell’era analogica e recuperare parte delle promesse: aprire la tv a maggiore concorrenza e assicurare frequenze alla banda larga. Sarebbe l’uovo di Colombo. Ma a quanto pare Tremonti non se la sente di far prevalere gli interessi dello stato su quelli dell’azienda del premier.
* Responsabile comunicazioni del Pd.

da Affari e Finanza repubblica.it

Corsi di recupero, solo otto/dieci ore tagliati i fondi: appena 27 milioni", di Salvo Intravaia

La denuncia della Flc Cgil: “Somma irrisoria rispetto alle necessità”. Nel 2008, quando fu rientrodotta la possibilità di rimandare, furono circa 210 milioni di euro. Corsi di recupero, solo otto/dieci ore tagliati i fondi: appena 27 milioni. Otto al massimo dieci ore per recuperare le lacune accumulate nel corso di un intero anno scolastico. Al via i corsi di recupero per gli oltre 500 mila gli studenti delle superiori rimandati a settembre, ma i fondi scarseggiano. Il ministero dell’Istruzione ha decimato le risorse assegnate alle scuole per svolgere i corsi e la Flc Cgil protesta. “Per l’anno scolastico 2010/2011 – si legge in una nota della Flc Cgil – scendono a 27 milioni i fondi relativi ai corsi di recupero estivi per gli studenti, una somma assolutamente irrisoria rispetto all’effettivo fabbisogno delle scuole”.

Secondo il sindacato, si tratta di un “taglio a dir poco scandaloso se si considera che l’anno scorso le scuole hanno ricevuto 45 milioni di euro e l’anno prima 53”. Ma quando nel 2008 il ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, reintrodusse la possibilità di rimandare addirittura i finanziamenti erogati, in applicazione delle nuove norme relative al recupero dei debiti formativi, furono di circa 210 milioni di euro. “Come si vede – conclude la nota – continua la riduzione dei finanziamenti e peggiora la tempistica dell’erogazione”.

E le scuole? Si arrampicano sugli specchi e, obbligati dalla norma ad organizzarli, con le risorse di cui dispongono fanno corsi “light”: di otto/dieci ore al massimo. E, in alcuni istituti, solo per alcune classi e alcune materie. Una situazione che non cambia da Nord a Sud. Coloro che volessero avere una preparazione più solida per affrontare con maggiore tranquillità gli esami di settembre dovranno rivolgersi ai professori privati. Stesso discorso per tutte le materie per le quali i corsi, sempre per mancanza di fondi, non vengono neppure organizzati dalle scuole.

Tanto per fare qualche esempio, al ginnasio Manzoni di Milano i corsi di tutte le materie saranno di otto ore. Al liceo scientifico Keplero di Roma, saranno invece di dieci ore, ma soltanto per alcune materie: agli alunni rimandati in prima verranno offerti i corsi di inglese, matematica e latino. Al classico Meli di Palermo saranno dieci le ore di corso ma, anche in questo caso, soltanto per poche materie: latino, greco e matematica per le quarte e quinte ginnasiali; greco e matematica per gli studenti del primo liceo; nessun corso per quelli del secondo.

www.repubblica.it

"Cibo, il mondo ha riserve soltanto per 116 giorni", di Roberto Giovannini

Le riserve Nel 2002 erano il 29,9% del consumo annuo. Oggi siamo solo al 21%. La sopravvivenza di un essere umano richiede 1.800 chilocalorie al giorno. Il livello nei silos è ai minimi mentre riparte la speculazione sulle terre e i biocarburanti. Millesettecentocinquant’anni prima di Cristo gli Egizi accumulavano in appositi depositi riserve di grano e altri cereali. Nel 498 avanti Cristo, la dinastia imperiale cinese degli Zhou orientali costruì degli immensi granai pubblici, acquistando al prezzo «normale» quando i raccolti erano abbondanti, e i prezzi erano bassi, e rivendendo allo stesso prezzo «base» in caso di carestia e prezzi elevati. Anche i Romani misero in piedi un sistema simile per calmierare il prezzo degli alimenti. Quello che fecero egizi, cinesi e romani – invece – non lo facciamo noi oggi. Anche se la sfida di alimentare quasi 7 miliardi di esseri umani è sempre più titanica, anche se una o due stagioni consecutive di raccolti negativi – come avvenne nel 2007-2008 – uccidono decine di milioni di persone e gettano nel baratro della fame e della povertà altre centinaia di milioni, non esiste un sistema coordinato a livello mondiale per gestire le riserve di cibo in modo efficace per arginare le crisi alimentari.

Al recente G20 dell’Agricoltura, in Francia, ad esempio, le proposte per bloccare il land grabbing (l’accaparramento di terre nei Paesi in via di sviluppo da parte di società o stati del mondo ricco), per controllare i biocarburanti, o per utilizzare gli stock di alimenti per contenere la volatilità dei prezzi sui mercati agricoli sono state sostanzialmente accantonate.

Ci si dovrà accontentare di altri studi di fattibilità (gli ennesimi) in vista delle prossime riunioni internazionali. Come spiega Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid Italia, «siamo ancora molto lontani dall’adozione di politiche capaci di riportare stabilità nei mercati agricoli e garantire la sicurezza alimentare». Intanto soltanto nel 2009 in Africa sono state accaparrati terreni pari alla superficie dell’intera Francia da fondi speculativi o sovrani; per i sussidi agli agricoltori dei paesi Ocse si spendono 385 miliardi di dollari, 80 volte gli aiuti allo sviluppo all’agricoltura. E quasi un miliardo di persone vivono in condizioni di fame. C’è solo da sperare che le previsioni della Fao – che stima per il 2011-2012 un aumento della produzione di alimenti e un lieve alleggerimento della pressione sui prezzi agricoli – si rivelino esatte.

Certo è che presto o tardi di un uso coordinato delle riserve alimentari si dovrà tornare a discutere. Coordinato, perché le riserve esistono anche oggi: come è sempre stato nella storia dell’umanità, sono proprio i cereali (grano, riso, mais, soia, miglio, sorgo e così via) gli alimenti che insieme ad altri minori dal punto di vista delle quantità (olii di semi o da piante, latte in polvere, pesce o carne conservata) possono essere manipolati e accumulati per periodi più o meno lunghi prima che siano danneggiati e inutilizzabili. Ovviamente, conservare cereali ha un forte costo: secondo le stime Unctad, ogni anno il costo di mantenere una riserva di cereali è pari al 15-20% del suo valore. Una quantità sconfinata di soldi. Attualmente secondo la Fao le riserve mondiali (pubbliche, cioè statali, o di privati) di cereali ammontano a 493,9 milioni di tonnellate (182,9 di grano, 167,7 di mais e altri cereali per alimentazione animale, 143,3 di riso). Sembra molto in confronto a una produzione mondiale di 2314,9 milioni di tonnellate (673,6 di grano, 1165,4 di mais e altri grani per l’alimentazione animale, 475,5 di riso). Ma se nel 2002 le riserve rappresentavano il 29,9% dell’utilizzo planetario di cereali (rispettivamente 578,2 milioni di tonnellate contro una produzione di 1907,9 milioni di tonnellate) oggi questo rapporto, che indica la «rete di protezione» per l’umanità, è sceso al 21%.

È vero che a parte l’elevato costo di mantenimento, le riserve di alimenti spesso producono effetti di distorsione dei mercati, penalizzando certe produzioni e certi produttori. E – soprattutto – aprono la strada a tremendi fenomeni di corruzione e malagestione. Specie in certi paesi poveri dove anche gli aiuti internazionali vengono incamerati dalle élites corrotte che controllano il potere. Non è un caso se negli anni 80 molti sistemi nazionali di gestione delle riserve vennero abbandonati. Vero è che come spiega un recente rapporto di Oxfam, se nel 2007-2008 fossero state messe sul mercato 105 milioni di tonnellate di cereali, al costo di 1,5 miliardi di dollari, il boom dei prezzi sarebbe stato bloccato. Una bella spesa in cifra assoluta, non c’è che dire. Ma soltanto 10 dollari a testa per ognuno dei 150 milioni di umani travolti dalla fame per colpa di quella crisi. Tra l’altro, già oggi esistono riserve «anticrisi» in paesi come Cina, India, Brasile, Indonesia, Mali, Canada e Malawi. E altri 35 (Burkina Faso, Cambogia, Camerun, Etiopia, Kenya, Nigeria, Pakistan e Senegal tra questi) le hanno attivate durante l’emergenza alimentare del 2007-2008.

La richiesta delle Ong – ActionAid, Oxfam, e molte altre – supportate da studi della Fao è quella di varare un sistema efficiente e «pulito» di riserve su base regionale, in grado di cooperare tra loro in caso di bisogno. Ancora, gli acquisti dovrebbero privilegiare i piccoli produttori e le colture sostenibili, aiutando così lo sviluppo di un’agricoltura più moderna e migliorando la condizione di milioni di poveri. Anche stavolta, però, i «Grandi» hanno rinviato la decisione.

La Stampa 04.07.11

******

“Energia, sta per scoppiare la Guerra dei Trent’anni” di MICHAEL T. KLARE

La produzione del petrolio facile da estrarre comincerà a calare tra pochissimi anni. Il greggio “non convenzionale” costa molto di più e comporta rischi enormi, come in Louisiana. Da qui al 2040 petrolio e carbone andranno in crisi. Chi saprà sostituirli dominerà il mondo
Una guerra lunga trent’anni per il controllo dell’energia? Nessuno se l’augurerebbe, neanche in condizioni disperate. Ma purtroppo siamo arrivati a questo punto e non c’è modo di tornare indietro. Secondo molti storici, l’attuale assetto geopolitico degli Stati nazionali ha origine dal trattato di Vestfalia che nel 1648 pose fine all’europea «Guerra dei Trent’anni». Nei prossimi tre decenni, il Pianeta dovrà porre le basi per un nuovo ordine, determinato dalla gestione energetica. Non potremo così che imbarcarci in una nuova «Guerra dei Trent’anni», meno sanguinosa ma altrettanto decisiva per un semplice motivo: l’attuale sistema energetico non potrà soddisfare il fabbisogno mondiale, e dovrà essere sostituito o integrato da nuove energie utili a evitare un disastro ambientale di proporzioni inimmaginabili. Saranno i vincitori di questa guerra a decidere il modo in cui vivremo e lavoreremo, mentre i perdenti saranno per sempre esclusi. Durante questi anni a venire, mentre si arriverà a sfruttare su scala industriale alcune delle nuove energie oggi in via di sperimentazione, è probabile che l’uso di risorse fortemente inquinanti, quali il petrolio e il carbone, cali drasticamente.

Le conseguenze economiche saranno di notevoli proporzioni per i giganti del petrolio come BP (British Petroleum), Chevron, ExxonMobil e Royal Dutch Shell, che saranno costretti ad adottare nuovi modelli di mercato e ad affrontare la sfida dei gruppi emergenti nel campo delle rinnovabili. E al futuro di questi giganti è legato il destino delle nazioni, la cui sicurezza dipende dal controllo dell’energia.

Per comprendere la natura del conflitto, si consideri che, secondo la Bp, nel 2010 il nostro Pianeta ha consumato 13,2 miliardi di tonnellate di energia, di cui il 33,6% petrolifera, il 29,6% carbonifera, il 23,8% ricavata dal gas naturale, il 6,5% idroelettrica, il 5,2% nucleare e solo l’1,3% proveniente da fonti rinnovabili. Ogni tentativo di mantenere, di qui a 30 anni, queste proporzioni, aumentando per di più la produzione energetica del 40% per soddisfare il fabbisogno mondiale, è impossibile per due cause: la scarsità di petrolio e il cambiamento climatico. Per la maggior parte degli analisti, l’estrazione del petrolio convenzionale – ovvero quello più facile da ricavare – raggiungerà il picco nei prossimi pochi anni prima di iniziare un declino irreversibile, mentre l’utilizzo del cosiddetto petrolio «non convenzionale» avrà l’unico effetto di rimandare il problema. Ma ancora più grande sarà il danno provocato dall’accelerazione del cambiamento climatico – innalzamento dei livelli dei mari, siccità e caldo prolungati – che imporrà un freno ai consumi.

Ma se petrolio e carbone sono destinati a perdere posizioni, che cosa li sostituirà? Una soluzione di «transizione» potrebbe essere il gas naturale, meno inquinante e che, grazie alle moderne tecnologie di estrazione, si è rivelato più abbondante del previsto. Secondo le previsioni del Dipartimento dell’Energia americano, entro il 2035 il consumo di gas negli Usa sorpasserà quello di carbone, anche se sempre dietro al petrolio. Alcuni analisti hanno addirittura parlato di «rivoluzione del gas naturale», ma il rischio legato all’inquinamento delle acque per l’estrazione suggerisce cautela. Quanto al nucleare, il disastro giapponese della centrale di Fukushima ha spinto molti Paesi, quali l’Italia e la Svizzera, a fare marcia indietro. Nonostante altri, come la Cina, proseguano nel programma atomico civile, e gli entusiasti del nucleare (incluso il Presidente statunitense Barack Obama) promuovano lo sviluppo dei cosiddetti piccoli «impianti modulari» meno inquinanti e più sicuri, è improbabile che sia questo il futuro dell’energia.

Si può invece affermare che nei prossimi 30 anni il mondo ricorrerà al solare e all’eolico in misura significativamente maggiore. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, queste due fonti passeranno da una fetta di circa l’1% del consumo globale nel 2008 al 4% nel 2035. Per raggiungere tale obiettivo, però, sarà necessaria una «rivoluzione tecnologica» nella progettazione di turbine, pannelli solari e sistemi di stoccaggio. La Cina, la Germania e la Spagna hanno già fatto una serie di investimenti in questo senso, che le avvantaggeranno. Molti esperti vedono un futuro promettente anche nei biocarburanti, specialmente dopo che l’etanolo – basato sulla fermentazione dei cereali e della canna da zucchero – è stato sostituito dai carburanti di seconda e terza generazione derivati dalla cellulosa delle piante e dalle alghe. Anche se il processo di fermentazione richiede calore, ovvero energia, e l’impiego di tali materie prime si sposa male con l’aumento del prezzo degli alimentari, molte compagnie, come la ExxonMobil, stanno testando tecnologie promettenti. Lo stesso Dipartimento della Difesa americano sta investendo nei nuovi carburanti con l’obiettivo di trasformare l’esercito Usa divora-energia in una macchina più ecologica.

Dieci anni fa, molti esperti vedevano il futuro nell’idrogeno. Abbondante nell’acqua e nel gas naturale, oltre che non inquinante, l’idrogeno richiede però sofisticati – ed energeticamente dispendiosi – processi di estrazione, oltre che costose tecniche per il trasporto e lo stoccaggio. Esiste poi un’altra serie di nuove fonti, alcune tutte da esplorare, oggi allo studio dei migliori laboratori mondiali. Tra le più promettenti, l’energia geotermica, quella delle onde e delle maree, tutte scarsamente inquinanti ma con altri possibili rischi da valutare: l’energia geotermica, per esempio, comporta profonde trivellazioni che potrebbero innescare piccoli terremoti. L’efficienza energetica, infine, ovvero la capacità di ottenere il massimo risultato con il minimo consumo, farà sicuramente la differenza.

A vincere la nuova Guerra dei Trent’anni saranno cioè quei Paesi in grado di sviluppare innovazioni nei trasporti, nell’edilizia e nelle tecniche di produzione orientate al risparmio energetico. A me piace scommettere sui sistemi «decentralizzati», più facili da installare e da gestire, alla stregua dei computer portatili che usiamo oggi paragonati ai macchinoni degli anni 60 e 70. In questo senso le energie rinnovabili, più facilmente spendibili a livello urbano e di quartiere, fanno meglio sperare rispetto ai pesanti impianti nucleari e carboniferi. I Paesi che riusciranno ad abbracciare questa visione arriveranno vincenti nel 2041 e – visto lo stato in cui il nostro Pianeta verserà – appena in tempo.

La Stampa 04.07.11

"Il suicidio del cavallo di viale Mazzini", di Vittorio Emiliani

La Rai è come una balena che non respira più, galleggia e forse “si spiaggia” stremata e disperata. Silvio Berlusconi ha utilizzato dal 2001 in qua tutte le tecniche di indebolimento e di affondamento, dopo che il centrosinistra nulla aveva fatto per metterla “in sicurezza” alla maniera delle consorelle europee.
Risorse: ha fatto annullare dal fido Gasparri la vendita a Crown Castle del 49 % di Rai Way che avrebbe portato in cassa (dopo le tasse) 724 miliardi di lire, decisivi per il digitale terrestre. Ha consolidato, con la legge Gasparri, la sua quota di spot (66% circa pur con ascolti calanti) e mantenuto il canone Rai al più basso livello europeo, 110 euro contro i 160 dell’Irlanda, i 186 del Regno Unito, i 206 della Germania, i 263 dell’Austria, ecc. Di più, ha esortato gli abbonati a non pagarlo per “punire” Santoro e C.: l’evasione è balzata dal 22-23 % a oltre il 40, contro una media UE dell’8-10. In Campania, zona Casalesi, non lo paga il 90 % delle famiglie. Per la Rai rappresentava la metà delle risorse. Il suo bilancio è oggi seriamente pericolante.

Nomine: abolita la legge del ’93 che le assegnava ai presidenti delle Camere, ha fatto eleggere 7 dei 9 membri del CdA alla Commissione di vigilanza, cioè ai partiti, mentre un altro consigliere e il presidente li designa il ministro dell’Economia. Caso di dipendenza dai partiti unico in Europa. Dal 2002 ad oggi si sono susseguiti in Viale Mazzini ben 7 presidenti (due volte Claudio Petruccioli) per una durata media sui 15 mesi e 8 direttori generali per una durata media di 13 mesi e mezzo. Dieter Stolte direttore della potente ZDF tedesca è durato vent’anni prima di andare in pensione. Come si può governare con questa nevrotica fragilità di fondo, tutta indotta dalla politica, un’azienda con oltre 11.000 dipendenti e con un ventaglio di attività amplissimo, fra radio e tv?

Garanzie: non essendoci né una Fondazione all’inglese né un Consiglio Superiore dell’audiovisivo alla francese a “garantire” Rai e utenti, ci si è inventati, per i CdA a maggioranza berlusconiana, “presidenti di garanzia” attribuiti al centrosinistra. Con risultati molto modesti da ogni punto di vista. Soprattutto da quello della programmazione e della sua qualità. Il Tg1 prima con Mimun e poi, soprattutto, con Minzolini è stato impoverito e stravolto, reso “docile” da ogni punto di vista. La redazione che aveva sfiduciato Bruno Vespa per aver definito la Dc “il mio editore di riferimento”, non ha quasi reagito all’atto di denuncia della più popolare fra le conduttrici, Maria Luisa Busi che ha lasciato il video. Gli ascolti sono crollati, a tutto vantaggio del Tg7 di Enrico Mentana. Lo speciale elezioni è stato battuto da quello del Tg3 di Bianca Berlinguer.
Il centrodestra ha piazzato nelle reti e nei Tg gente sempre più mediocre che ha portato con sé collaboratori ancor più mediocri. I due anni di direzione generale di Mauro Masi sono stati forse i più disastrosi dal punto di vista del picconamento della Rai dall’interno e della sua devitalizzazione professionale, meritocratica.

Infiltrati: fin dal 2002 Berlusconi ha immesso in Rai, suo concorrente diretto, elementi fidatissimi quali la propria consulente per la comunicazione Deborah Bergamini (ora deputata del Pdl) che, come risulta dalle più recenti, scandalose intercettazioni, informava Mediaset sulla programmazione Rai e chiedeva una controprogrammazione più incisiva per “oscurare” i risultati elettorali sfavorevoli al Pdl. Un conflitto di interessi che occupa ormai militarmente la Rai.

Suicidio:una Rai così stravolta e sfibrata ci ha messo e ci sta mettendo anche del suo per farsi del male. Come le balene moribonde che si suicidano arenandosi sulle spiagge. Casi esemplari? La rinuncia al maggior successo di ascolti dell’anno, “Viene via con me” di Fazio e Saviano. La eliminazione di “Annozero” di Santoro da Raidue nonostante l’altissimo share e il forte richiamo pubblicitario, un harakiri. Ora, anche questo assistere immobili come statue di gesso (chiedendo le scuse per una intervista troppo dura, ma andiamo) alle dimissioni di Lucia Annunziata bravissima “In mezz’ora” pur collocata nell’ora delle più sonore dormite domenicali. La disperante renitenza a fornire le doverose garanzie legali ad una trasmissione di inchiesta come “Report” di Milena Gabanelli, una delle più prestigiose e consolidate ormai. E non entrerò nel discorso della radiofonia, un tempo Divisione a sé, oggi come abbandonata a se stessa, nonostante l’oggettivo successo e recupero, per esempio di Radio3.

Paradosso: il dissanguamento, in buona parte voluto, della Rai avviene nel momento in cui Mediaset non sta bene, il valore delle sue azioni è crollato dai 6,5 euro di aprile ai 3,26 di venerdì scorso, il bilancio 2010 non dà utili, l’intero gruppo (come ha notato un esperto vero quale Stefano Balassone) è regredito dal 38 al 33 % negli ascolti “contro la Rai di Masi!”, con Striscia e Grande Fratello giù del 4 %. Un gruppo invecchiato, con poco respiro (pure Endemol va male), che ha paura di tutto, anche de “La7”. E magari di Michele Santoro a “La7”.

Che fare in positivo per la Rai? Rendere ancor più incessante, continua, documentata la denuncia del degrado meritocratico, delle arroganze partitiche e di governo, dei tentativi di indurla al “suicidio”, all’auto-affondamento. Difendere con più energia quanto essa ha ancora in sé di professionale, di creativo, di intelligente. Ma anche avanzare proposte che “spariglino”. Detto con franchezza, non penso proprio che il super-amministratore delegato di un vertice nominato, più o meno, dai partiti sia una magica ricetta. Pensate se Masi avesse avuto quei poteri…Manca sempre un organismo di garanzia a protezione dell’autonomia della Rai. Ma è pure premente la necessità di dare agli abbonati la possibilità di contare.

A me sembra perciò stimolante, in sé, l’idea di Roberto Zaccaria e di Beppe Giulietti di distribuire agli abbonati, col bollettino del canone, una scheda nella quale segnalare 2 nomi di possibili amministratori e di scegliere, obbligatoriamente, fra i primi 50 indicati il nuovo vertice aziendale pubblico. Insomma, diamo, anche attraverso gli utenti più affezionati, al cavallo bronzeo di Viale Mazzini la spinta per rialzarsi e per correre di nuovo. Non costringiamolo a sdraiarsi e a defungere. Lentamente, ma inesorabilmente.

L’Unità 04.07.11

******