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"Come buttare 14 miliardi senza fare quasi nulla", di Sergio Rizzo

Sono passati più di dieci anni da quando Silvio Berlusconi disegnò a Porta a Porta il grande piano infrastrutturale che avrebbe dovuto modernizzare l’Italia. Per fare un paragone storico, nel decennio compreso fra il 1861 e il 1872 vennero costruiti in Italia circa 5 mila chilometri di ferrovie. Ma senza andare tanto a ritroso, la realizzazione dei 754 chilometri dell’Autostrada del sole, fra il 1956 e il 1964, richiese appena otto anni di lavori.
A un ritmo di 94 chilometri l’anno il Paese cambiò faccia. Non siamo nell’Ottocento e nemmeno negli anni del boom, d’accordo. Resta il fatto che dal 2001 a oggi è cambiato poco o nulla. Tranne qualche eccezione, come il Passante di Mestre (fatto in regime di commissariamento e tuttora commissariato) quelle infrastrutture del sogno berlusconiano sono rimaste segni di pennarello nero su un foglio bianco. A dispetto delle promesse e delle favole che ci vengono frequentemente raccontate. Il 10 dicembre 2010 il presidente del Consiglio ha detto: «Nei prossimi due anni di legislatura apriremo cantieri e ne completeremo per 55 miliardi di euro» . Due mesi dopo ha ammesso che in Italia «c’è il 50%in meno di infrastrutture rispetto a Francia e Germania» , aggiungendo che è colpa tanto del nostro enorme debito pubblico quanto degli «ecologisti di sinistra» . Difficile dire se i protagonisti degli scontri con la polizia in Val di Susa siano qualificabili come «ecologisti di sinistra» . Di solito quando si sconfina nel codice penale la passione politica c’entra poco. Che però spesso un pregiudizio radicale, travestito da malinteso e ottuso ambientalismo, abbia complicato la vita a ferrovie e autostrade, è innegabile. Ma la paralisi delle infrastrutture e il conseguente rischio di perdere anche cospicui finanziamenti europei (come nel caso, appunto della Tav in Val di Susa) non possono essere naturalmente addebitati solo alle pressioni ecologiste. Indipendentemente dalle ragioni, in molti casi legittime, di chi si oppone per motivi ambientali, l’Italia si è trasformata nel «Paese del non fare» . Non fare, naturalmente, le infrastrutture: perché in questi ultimi dieci anni abbiamo comunque consumato territorio a una velocità, accusa Salvatore Settis in Paesaggio Costituzione Cemento, di 161 ettari al giorno, pari a 251 campi di calcio. Si continua ad allagare le nostre pianure con orrendi capannoni industriali e centri commerciali e a distruggere il paesaggio con colate di costruzioni abusive o legali, mentre è diventato quasi impossibile fare un’autostrada o una ferrovia. Per le opere pubbliche non ci sono i soldi, è il ritornello. Ma un bel contributo lo dà anche il nostro curioso federalismo al contrario, con le sue competenze polverizzate fra miriadi di enti locali e le Regioni che a colpi di ricorsi al Tar o alla Corte costituzionale sono in grado di bloccare tutto. Senza citare il colpevole principale: l’assenza della politica. Perché un conto sono le promesse da campagna elettorale e le dichiarazioni per finire sui titoli dei giornali, un altro impegnarsi a far marciare i cantieri. Emblematico è il caso del controverso Ponte sullo Stretto di Messina: ci sono i costruttori pronti, i denari per cominciare e il progetto definitivo. Ma non c’è la volontà politica ed è tutto fermo. Il risultato di questa situazione è sotto gli occhi di tutti. Nel 1970 l’Italia era il Paese con la maggiore dotazione autostradale d’Europa, seconda soltanto alla Germania. Oggi è in fondo alla lista. I nostri 6.588 chilometri sono circa metà degli 11.400 della Spagna, Paese che nel 1970 ne aveva appena 387. L’Italia è oggi al top della congestione europea, con 6 mila autoveicoli per ogni chilometro di autostrada, contro i 2.300 della Spagna e i 3.300 della Francia. Per tacere delle ferrovie (rispetto al 1970 la rete è aumentata di appena il 4%mentre i passeggeri sono aumentati del 50%) e della condizione angosciante nella quale un Paese con 8 mila chilometri di coste abbandona infrastrutture strategiche come i propri porti. E si continua così, complice anche lo stato malandato delle nostre finanze pubbliche. L’Ance denuncia che il governo non ha previsto alcun contributo per gli investimenti dell’Anas e ha tagliato di 922 milioni i fondi destinati alle ferrovie. Uno studio condotto da Agici-finanza d’impresa (di cui è partner l’Associazione dei costruttori) ha calcolato che soltanto negli ultimi due anni il costo per il Paese della «ritardata realizzazione delle infrastrutture programmate» avrebbe toccato 14,7 miliardi di euro. Un terzo della manovra che ci apprestiamo a digerire.

Il Corriere della Sera 05.07.11

"Eternit, le vittime sono tremila. Chiesti 20 anni per i dirigenti", di Vincenzo Ricciarelli

Vent’anni di reclusione. È questa le richieste del pm Raffaele Guariniello al termine della sua requisitoria nel processo Eternit che si celebra a Torino contro il miliardario svizzero Stephen Schmideiny e per il barone belga quasi novantenne Louis de Cartier accusati di disastro ambientale doloso in relazione alla dispersione dell’amianto dai loro stabilimenti e omissione volontaria di cautele nel luoghi di lavoro. E sarebbero circa tremila, secondo la procura, le vittime della fibra killer dal 1966a oggi nei quattro stabilimenti italiani della multinazionale dell’amianto, 1600 soltanto a Casale Monferrato. «Una tragedia immane», l’ha definita Guariniello nel corso della sua requisitoria. «In tanti anni non avevo mai visto una tragedia come questa, che ha colpito regioni diverse nel nostro paese, popolazioni di lavoratori e di cittadini, che continua a seminare morte e che continuerà a farlo chissà per quanto». E proprio in relazione alla continuazione del delitto ilpmha chiesto la pena di venti anni rispetto ai 12 previsti per questo tipo di reato. «È praticamente il massimo possibile della pena – ha osservato Sergio Bonetto, legale di parte civile – nè nell’ambito del lavoro nè in quello dell’ambiente sono mai state previste e comminate pene così gravi in Italia». De Cartier e Schmideiny sono ritenuti responsabili in quanto gestori della società, il primo fino al 1972, il secondo fino alla chiusura avvenuta nel 1986. Perché quello dell’eternit, ha accusato Guariniello, è un disastro avvenuto «sotto un’unica regia in italia e in altri paesi del mondo, senza che mai nessun tribunale abbia chiamato a rispondere i responsabili per l’enorme danno cagionato». L’accusa ha chiesto anche tre pene accessorie: l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, l’incapacità di trattare con la pubblica amministrazione per tre anni e l’interdizione temporanea dalla direzione di imprese per dieci anni. Pene severe, certo, di fronte alle quali le famiglie delle vittime hanno espresso la loro soddisfazione. «Siamo certi che la conclusione di questo processo sarà un momento storico e alto per riflettere sulla qualità dello sviluppo economico-industriale e per la giustizia del nostro Paese e non solo», hanno scritto in un comunicato congiunto i rappresentanti dell’Associazione dei famigliari per le vittime dell’amianto (presieduti da Romana Blasotti Pavesi) e dei sindacati Cgil, Cisl e Uil. «Un momento atteso da trent’anni da tutti noi – hanno commentato parenti delle vittime e sindacati – e da coloro che ancora devono lottare nei tre quarti del pianeta dove l’amianto continua a essere estratto o utilizzato, prenotando ulteriori centinaia di migliaia di malattie e di morti di lavoratori e popolazioni, perlopiù ignare e ancora ingannate in modo criminale». Ora la parola passa per le prossime quattro udienze alle parti civili, poi a settembre tocca alla difesa, la sentenza è prevista entro dicembre.

L’Unità 05.07.11

"Lo spettacolo che non fa ridere", di Salvatore Settis

La sindrome di Salò che assedia l´armata Brancaleone al governo fa spettacolo ma non fa ridere, perché trascina il Paese nel baratro bloccandone la crescita in nome di falsi bersagli. Di un regime (da operetta, non da tragedia) agli sgoccioli ci sono sintomi e stimmate: concordia in superficie e risse dietro le quinte, proclamato attivismo e sostanziale paralisi, fedeltà di facciata ai Capi (Berlusconi e Bossi) che tutti considerano “bolliti”. Una “tenuta” apparente, una caduta imminente. Con spietata lucidità, Eugenio Scalfari ha fotografato in queste pagine (3 luglio) un fallimento epocale: mancata riforma fiscale, aumento del debito pubblico e della spesa corrente, crescita selvaggia dell´evasione fiscale, peggioramento dei servizi, crescita della disuguaglianza sociale, radicalizzazione del precariato, netto calo di produttività e competitività, una manovra fiscale che pesa solo sul lavoro dipendente, sui pensionati, su Regioni e Comuni. Intanto l´Italia è precipitata al 167° posto al mondo (su 179 Paesi considerati) nel rapporto percentuale Pil/persone, condivide con l´Irlanda il record europeo di dottori di ricerca costretti a emigrare, mantiene un sistema di (scarse) assunzioni allergico al merito (dati e valutazioni dell´Economist). La spesa primaria (cioè al netto degli interessi sul debito pregresso) è la più bassa d´Europa: il che vuol dire non solo esorbitante debito pubblico, ma anche bisogni pubblici non adeguatamente soddisfatti (F. Galimberti, Il Sole, 29 giugno). Il bilancio netto è la «macelleria sociale» di cui ha parlato Mario Draghi, aggiungendo: «e io credo che gli evasori fiscali siano tra i responsabili».
Sarebbe tuttavia un grave errore credere che, in tanta immobilità, non succeda proprio niente. Si accentua al contrario (altra caratteristica dei regimi sul letto di morte) l´economia di rapina, la produzione di provvedimenti ad amicos, lo smontaggio dello Stato e la spartizione del bottino. «Mangia tutto quel che puoi mangiare», la frase sinistra di Luigi Bisignani, è il vero motto dell´Italia di oggi. La grande abbuffata corrompe e tacita i potenti, anche i più onesti , sensibili comunque all´odore dei soldi; il facile guadagno di oggi acceca i più, vieta uno sguardo lungimirante. Macelleria sociale ed economia di rapina sono le due facce della stessa moneta (falsa), l´unica che abbia corso oggi nei corridoi del potere. Sacrificando il domani di tutti (delle generazioni future) all´immediato profitto dei pochi, la scuola viene taglieggiata, la ricerca e l´università sono mortificate dall´ormai congenita mancanza di risorse; le spese per la cultura, il teatro, la musica, le arti, la tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico sono considerate non (come in altri Paesi anche governati dalla destra: vedasi la Francia) come un investimento produttivo, ma come un lusso da evitare.
Fra le vittime designate di questa stagione infelice, il paesaggio. Il decreto 70 sul cosiddetto “sviluppo” si ostina a considerare l´edilizia come il motore primario della crescita, ignorando che proprio nella “bolla edilizia” americana è la radice della crisi economica mondiale. Dovremo così subire il silenzio-assenso in materia di autorizzazioni edilizie; dovremo fare i conti con l´attenuazione delle procedure di valutazione ambientale, mentre le Regioni dovrebbero entro sessanta giorni (!) legiferare sulla riqualificazione delle aree urbane, inclusa la ricostruzione di edifici esistenti con «il riconoscimento di una volumetria aggiuntiva come misura premiale». Si concede ai privati l´edificazione sugli arenili, con l´etichetta bugiarda di “diritto di superficie”, ma accatastando i relativi immobili; anzi, i territori costieri vengono trasformati in “distretti turistico-alberghieri”, zone a “burocrazia zero”, con deregulation delle procedure autorizzative, anche per porti turistici e pontili. Si estende da 50 a 70 anni la soglia temporale oltre la quale gli immobili pubblici o di enti no profit sono soggetti a valutazione di interesse culturale, e si abolisce l´obbligo di comunicare alle Soprintendenze il cambio di disponibilità degli immobili vincolati (una petizione al Capo dello Stato su questo punto ha raccolto in pochi giorni migliaia di firme). Intanto, il Senato ha già approvato una perversa norma sulla «insequestrabilità delle opere d´arte arrivate in Italia per mostre od esposizioni», che garantisce impunità anche quando si accerti che un quadro, in Italia per una mostra, sia stato rubato o, poniamo, razziato dalle SS a una vittima dell´Olocausto. Quest´ultima disposizione violerebbe gli artt. 24 e 133 della Costituzione, come quelle sul silenzio-assenso in materia di beni culturali violano l´art. 9 (lo dicono le sentenze 26/1996 e 404/1997 della Corte Costituzionale).
Di fronte a tanti sintomi degenerativi, l´opposizione è prigioniera di un inerme attendismo. Assai più svegli si stanno mostrando i cittadini, con le numerose associazioni a difesa dei beni pubblici (ormai oltre duemila in tutta Italia). Il risultato più vistoso è stato certamente il recente referendum, che ha raggiunto il quorum contro alcuni partiti (come il Pdl) e malgrado alcuni altri (come il Pd); ma anche i risultati elettorali di Napoli e di Milano si spiegano come la pacifica rivolta degli elettori contro gli apparati di partito. Lo stesso si può dire delle imponenti manifestazioni anti-Tav in Val di Susa, alle cui ragioni civili nulla tolgono gli scontri che pur vi sono stati. Non meno importanti sono i successi delle azioni popolari contro l´inerzia o l´inefficienza delle pubbliche amministrazioni: il Consiglio di Stato ha approvato la class action contro la scuola modello Gelmini, poiché il taglio ai docenti provocherebbe il sovraffollamento delle aule; in Molise, l´azione di 136 Comitati contro l´eolico selvaggio sta ottenendo importanti risultati.
Quel che resta della sinistra può far proprio il patrimonio di idee che viene dalle associazioni, o buttarlo via. C´è un precedente poco incoraggiante: nel referendum del 2006 votarono contro una riforma costituzionale di marca leghista 15.791.293 italiani (il 61,3 % dei voti espressi), oltre due milioni di più degli elettori del maggior partito (il Pdl) nelle elezioni del 2008, che furono 13.629.464, pari al 37,3% dei voti espressi in quell´occasione. Fu la dimostrazione che il “partito della Costituzione” è il più robusto schieramento italiano; ma, come osservò allora Oscar Luigi Scalfaro, la sinistra non seppe cogliere il messaggio degli elettori e trarne le conseguenze. Umberto Eco ha ricordato opportunamente (Repubblica, 2 luglio) la dura dichiarazione di D´Alema (1997) contro «la politica che viene fatta dai cittadini e non dai partiti», col corollario che «l´idea che si possa eliminare la politica come ramo specialistico per restituirla ai cittadini è un mito estremista che ha prodotto dittature sanguinarie o Berlusconi». Questa avversione alla società civile in nome degli apparati di partito sa di muffa. Sarebbe tempo di ricordarsi che non i partiti, ma i cittadini sono i protagonisti della politica, l´anima pensante della polis, di cui i partiti dovrebbero essere espressione. Di fronte a un´opposizione che pare ansiosa di prendere il posto di Berlusconi come partner della Lega in un qualche federalismo, sarebbe tempo di cercare nelle associazioni spontanee dei cittadini il meccanismo-base della democrazia, il serbatoio delle idee per un´alternativa di governo ancora priva di un progetto. Senza dimenticare che la pessima legge elettorale che espropria il cittadino del diritto di scegliere per nome i propri rappresentanti, prima di diventare legge dello Stato, fu introdotta da una regione “di sinistra”, la Toscana. Dagli apparati di partito, appunto.

La Repubblica 05.07.11

"Ora basta ambiguità", di Gianfranco Morgando

In Valle di Susa il confine tra la legalità e l’illegalità sarebbe superato. Le violenze di domenica rappresentano una sconfitta per gli amministratori locali le cui legittime critiche al progetto e richieste di confronto hanno finito per essere travolte dall’incapacità di distinguersi da chi ha costruito la piattaforma della manifestazione sulla parola “assedio”. E dimostrano che non è più possibile la convivenza tra chi intende rappresentare gli interessi delle comunità locali e chi li strumentalizza per finalità di violenza ed illegalità.
Dissentire è legittimo, ma la vergognosa aggressione portata contro le forze dell’ordine e gli operai non è avvenuta per caso, perché è stata chiaramente annunciata e preparata. I fatti di domenica sono la logica conseguenza delle irresponsabili parole d’ordine pronunciate da parte di chi ha invocato l’assedio al cantiere, nonché del clima di paraguerriglia creato da chi ritiene di poter agire al di fuori delle leggi dello stato. Una minoranza fanatica ha “militarizzato” la Valle prima usando linguaggi bellicosi (parlando di «truppe», di «battaglia di tutte le battaglie» o invocando pericolosi parallelismi con i Paesi Baschi), poi erigendo barricate e check point, come se la Valle di Susa fosse una zona “santuario” per la quale le leggi italiane e le decisioni assunte in Europa, nel parlamento, in regione Piemonte e in provincia di Torino non avessero alcuna rilevanza. Questa minoranza fanatica non è interessata al dialogo, ma solo allo scontro e gli amministratori locali non sono mai stati in grado di isolarla e contrastarla.
Siamo consapevoli delle criticità di un’infrastruttura così imponente e siamo convinti che si debba realizzare nel modo meno impattante per la Valle e i suoi abitanti.
Non siamo di fronte a un’opera che porterà dietro di sé scenari apocalittici, di distruzione ambientale e di perdita di vite umane come qualcuno, in male fede, vuole far credere ai valsusisni. Ci troviamo di fronte a un percorso elaborativo ed approvativo particolarmente garantista ed esiste tutto il tempo per affrontare le questioni più delicate (in particolare la cantierizzazione), se si accetta di discutere del merito e non di condurre uno scontro ideologico. Per questo i sindaci devono accettare un confronto politico e tecnico sulle caratteristiche di questa infrastruttura e sulle sue modalità di realizzazione.
L’avvio dei lavori a Chiomonte per l’allestimento del cantiere del tunnel geognostico ha segnato un punto di non ritorno nella complessa vicenda della realizzazione della Torino-Lione.
Siamo a uno snodo cruciale: o verrà rispettato il cronoprogramma indicato dall’Ue oppure i finanziamenti saranno dirottati altrove e il Piemonte perderà l’occasione per realizzare un’infrastruttura strategica.
Il dibattito intorno al “se” fare l’opera è archiviato da tempo, ora si tratta di dare piena attuazione a quanto promesso, in particolare garantendo la certezza delle risorse finanziarie per le compensazioni, per il trasporto pubblico locale e per gli interventi previsti dal piano strategico.
Grazie al lavoro del Pd in parlamento, il governo ha precisato che il progetto della Torino-Lione non è sottoposto alla nuova norma che riduce dal 5% al 2% le risorse previste per le compensazioni ed ha garantito l’impegno ad aggiungere altrettante risorse per gli interventi previsti in Valle di Susa.
Il Partito democratico è la forza politica che in questi anni si è battuta con m a g g i o r e determinazione e coerenza per giungere a un progetto che tenga conto delle esigenze del territorio (l’attuale progetto preliminare è radicalmente diverso da quello del 2005) e per garantite reali ricadute positive per la Valle di Susa.
Siamo convinti che la realizzazione della Torino-Lione rappresenti una grande occasione di sviluppo per la Valle di Susa, rimettendo la Valle e tutto il Piemonte al centro dei flussi internazionali e scongiurando un destino fatto di isolamento, di declino e di marginalità economica.
Abbiamo più volte detto, e lo ribadiamo con fermezza, che il Pd non accetterà alcuna confusione tra chi pratica o giustifica la violenza da un lato e i rappresentanti dei cittadini e i propri dirigenti dall’altro, pertanto non vi deve più essere alcuna partecipazione comune a manifestazioni o iniziative.
Il tempo delle ambiguità e degli abili è finito. È giunto il tempo della coerenza e, soprattutto, della responsabilità politica e istituzionale.

da Europa Quotidiano 05.07.11

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“Non sarà un ecomostro”, di Antonio Saitta

Mi occupo della Torino Lione ormai da un decennio.
Sono stati anni lunghi e difficili, caratterizzati all’inizio dalla sottovalutazione nazionale e locale del tema fino alla svolta del dicembre 2005, quando lavorando con determinazione abbiamo istituito l’Osservatorio tecnico affidato a Mario Virano. Con l’obiettivo di dotarci di una sede per il confronto tecnico e la discussione collegiale tra i diversi soggetti – lo stato, la regione, la provincia, le amministrazioni locali – e fornire gli strumenti necessari a una decisione consapevole sull’opportunità ed i modi di realizzazione di una linea ferroviaria.
Parliamo di un’infrastruttura che collega all’Europa il nostro territorio, indispensabile per trasferire il traffico merci dalla strada alla ferrovia liberando le linee tradizionali per il trasporto pubblico locale.
Eppure oggi sembra che si voglia creare un ecomostro! L’Osservatorio è stato per anni uno strumento di governance unitaria, un’esperienza inedita nel panorama italiano. Ha ricercato una soluzione concordata e condivisa con le comunità locali, rivedendo da cima a fondo un progetto che all’inizio le Ferrovie avevano disegnato solo sulla carta. Ha affrontato subito il tema dell’opportunità e delle modalità di realizzazione e nel giugno 2008 a PraCatinat ha raggiunto un accordo tra i diversi rappresentanti sulla necessità di attivare immediatamente sulla linea storica esistente azioni concrete per il trasferimento modale delle merci dalla gomma al ferro, dare immediata attuazione alla nuova strutturazione e a un’efficace organizzazione del trasporto passeggeri su ferrovia, azzerare tutte le progettazioni precedenti, riavviare una nuova fase di progettazione preliminare unitaria. Si è deciso di progettare tenendo conto delle caratteristiche e delle esigenze del territorio fin dalla fase di impostazione, estendendo il tema della progettazione dall’opera (la ferrovia) al territorio.
Si è deciso di superare la logica meramente compensativa puntando sulla qualità degli interventi e dei requisiti del territorio come minimizzare ulteriori carichi ambientali, nuovo consumo di suolo e duplicazione di corridoi infrastrutturali.
La terza fase dell’osservatorio è iniziata nel febbraio 2009 con l’approvazione del documento di specifiche tecniche che ha dato il via alla progettazione preliminare dell’opera; è stato sottoscritto da tutti i componenti il piano dei 91 sondaggi nei territori interessati, omologo a quello dei 169 sondaggi effettuati in Francia. Il piano ha preso l’avvio a inizio 2010 con una mole di documentazione acquisita preventivamente da ben 104 Enti interpellati, che ha consentito di predisporre un database di cui i nuovi sondaggi colmano proprio le lacune conoscitive.
Le specifiche tecniche alla progettazione sono entrate a far parte integrante del bando di gara e nel gennaio 2010 l’Osservatorio ha approvato il documento sugli indirizzi operativi che costituisce il riferimento per la redazione del progetto preliminare, conclusa a giugno 2010. Un percorso progettuale accompagnato da attività parallele: lo studio di impatto ambientale, l’analisi costi-benefici e l’esame puntuale delle ricadute territoriali attese in base al progetto e alla cantierizzazione nel solco dell’esperienza francese della démarche grand chantier.
Senza dimenticare che nel marzo 2009 la provincia di Torino ha redatto il piano strategico dei territori interessati alla Torino-Lione, su incarico del ministero delle infrastrutture, dal quale risulta necessario utilizzare nuovi strumenti per rendere l’opera infrastrutturale vantaggiosa anche per le collettività territoriali; il 5% dell’ammontare dell’intero progetto sarà destinato al territorio e c’è già la traccia da seguire.
Fin qui la sintesi di anni di confronto e riscrittura del progetto, dal 2005 in poi. Dopo tanto confronto, non posso sentire chi ci accusa di non aver ascoltato il territorio, non posso pensare che i sindaci che sfilano ancora a fianco dei no tav stiano interpretando al meglio il loro ruolo istituzionale. Ci sono stati anni di tavoli e di confronti, occasioni che qualcuno di loro ha sprecato. Se questi amministratori vogliono rendere un vero servizio alla Valle, riflettano all’indomani della domenica di violenza pura che abbiamo vissuto e si rendano conto di aver abdicato, per incoscienza prima, forse per paura poi.
Non sono stati loro i condottieri della protesta no tav. Ieri i violenti li hanno esautorati per l’ultima volta, prendendosi con le molotov e i bastoni uno spazio senza ritorno. Ora i sindaci no tav hanno una sola possibilità: rivendicare il lavoro compiuto negli ultimi anni dall’Osservatorio per migliorare il progetto e tornare ad essere interlocutori meno spaventati e più seri. Per il bene di tutti.

da Europa Quotidiano 05.07.11

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“Se manca la visione del futuro”, di IRENE TINAGLI

Tra le tante strumentalizzazioni e ambiguità che in questi giorni hanno accompagnato le proteste del movimento No Tav colpisce soprattutto quella di chi vuol far passare la ribellione in Val di Susa come parte di una nuova coscienza civile che si sveglia in Italia, di un vento che ha iniziatoa soffiare con i referendume le amministrative.

Vento nuovo? Al di là dell’ovvia osservazione che le proteste contro la Tav hanno ormai radici decennali, ciò che queste vicende fanno riemergere è, al contrario, una delle piaghe più antiche della vita sociale, politica ed economica italiana.

Un Paese in cui ogni progetto, visione o investimento che travalichi i confini geografici e temporali del qui e adesso si scontra con un mostruoso mosaico di opposizioni particolari. Interessi e prospettive non solo incapaci di coagulare in una visione congiunta di bene comune, ma spesso foraggiati e incoraggiati dagli stessi politici che quella visione unitaria dovrebbero invece contribuire a ricomporre. Un Paese quindi perennemente imprigionato nei localismi, nel «fate quel che vi pare, ma non a casa mia», il Paese in cui tutti puntano il dito contro tutti ma nessuno è mai disposto a mettere in discussione i propri piccoli grandi interessi, dai deputati agli allevatori di mucche, dai ministri ai tassisti.

Il Paese dove i rifiuti traboccano inondando interi paesi, ma dove nessuno vuole un inceneritore, un Paese dove l’energia costa il 35 per cento più che altrove, stroncando la competitività delle imprese, ma dove è impossibile fare un piano energetico di qualsiasi tipo. Un Paese iper-cementificato, ma dove gli avversari della cementificazione gridano inorriditi all’idea di un grattacielo che da solo potrebbe sostituire centinaia di bifamiliari con giardinetto, restituendo all’ambiente chilometri di terra libera.

E tutti, tutti hanno un unico argomento: «ma in fondo c’è proprio bisogno di questa opera?». No, certo che non ce n’è bisogno. Non c’è mai un bisogno schiacciante di una cosa nuova che prima non c’era. L’Italia in fondo esisteva anche quando non c’erano autostrade, fogne, ferrovie ed elettricità. Ma è proprio questo il senso degli investimenti, il senso di una programmazione che guarda in avanti. E’ lì che sta la vera anima rivoluzionaria di un Paese e di un popolo. Non tanto nel saper affossare i governi o ghigliottinare i potenti, ma nel saper guardare al di sopra delle proprie spalle, saper intuire quello che ci può essere e contribuire tutti insieme a costruirlo, assumendosene anche i rischi. Sapersi chiedere cosa può succedere «se».

«Cosa succederebbe se ci fosse un ponte che collega la Svezia alla Danimarca?», si devono esser chiesti un giorno i governanti dei due Paesi. Lo hanno scoperto nel giro di pochi anni. Il ponte di Öresund che collega la città svedese di Malmö alla capitale danese Copenhagen fu completato in meno di 4 anni, dal 1995 al 1999, e aperto al pubblico nel 2000. Inizialmente il traffico era inferiore alle aspettative, d’altronde le abitudini di vita e di lavoro delle persone, le attività economiche, non cambiano dalla sera alla mattina. Ma, alla fine, nemmeno tanto lentamente: già nel 2007 non solo era aumentato molto l’utilizzo del ponte, ma anche la crescita delle aree interessate dall’infrastruttura. In quegli anni Malmö ha registrato un tasso di crescita della popolazione due volte superiore alla media nazionale e un raddoppio del proprio capitale umano.

Il fatto è che il rapporto tra infrastrutture e crescita è complesso: spesso le infrastrutture anticipano e guidano certi percorsi di sviluppo, e il loro effetto futuro non si può prevedere sulla base dell’utilizzo delle vecchie strutture e tecnologie. Sarebbe stato come se negli Anni Novanta l’Italia avesse deciso che era inutile portare qua Internet e l’e-mail perché il flusso di missive delle Poste italiane era un po’ in calo. Certamente l’Italia sarebbe sopravvissuta. Ma a quale prezzo? Anche se forse nel caso della Tav è una forzatura dire che senza quella tratta Torino e l’Italia saranno escluse dall’Europa: lo sono già. L’Italia non solo è fanalino di coda tra i Paesi europei per chilometri di alta velocità, ma è quella che ne ha meno in cantiere, quella che ne costruirà meno in futuro.

La Spagna ha inaugurato la prima linea veloce nel 1992 e in meno di dieci anni ha costruito circa 2700 chilometri di alta velocità, il triplo dei nostri, e ne ha in cantiere altri 1800 (contro i nostri 92). La Cina ne ha operativi più di seimila e ne sta costruendo oltre quattordicimila, investendo 309 miliardi di dollari. Per non restare troppo indietro Obama sta spingendo per massicci investimenti nell’alta velocità anche negli Stati Uniti (e proprio in questi giorni il dibattito sull’alta velocità è caldissimo anche lì). E sappiamo che la strategia complessiva dell’Unione Europea sull’alta velocità andrà comunque avanti, con o senza il passaggio dall’Italia. No, quel pezzo di alta velocità, di per sé, non cambierà probabilmente le sorti italiane, sarà uno dei tanti anelli mancanti del nostro Paese, uno dei tanti ospedali incompiuti, dei capannoni abbandonati, o una delle migliaia di piste ciclabili ammezzate che terminano nel nulla, simbolo perfetto di un Paese eternamente in partenza ma incapace di capire dove vuole arrivare.

La Stampa 05.07.11

"Il prof diventa Ata per salvarsi", di Alessandra Ricciardi

Sono anni che i docenti inidonei al lavoro, per motivi di salute, sono in attesa di capire il loro destino. I numeri oscillano tra i 5 mila e i 6 mila. La mobilità intercompartimentale, anche a causa delle resistenze delle amministrazioni riceventi, è sempre rimasta sulla carta, lasciando così sullo sfondo il rischio finale del licenziamento. Ora prova a risolvere una volta per tutte il problema la manovra finanziaria, messa a punto dal ministro dell’economia, Giulio Tremonti: i docenti hanno 30 giorni di tempo, dalla conversione in legge del dl, per chiedere di assumere il ruolo di assistenti tecnici e amministrativi nelle scuole della stessa provincia. Purché ci siano posti disponibili nell’ambito del piano di assunzioni «previsto dalla normativa vigente». Il che significa che se tutti decideranno di transitare nelle piante organiche degli assistenti, rischiano di sparire i posti che dovrebbero essere disponibili per il prossimo anno nell’ambito delle immissioni in ruolo previste dal decreto Sviluppo. Ma se i docenti non dovessero fare domanda, scatterà la mobilità verso altri comparti: amministrazioni statali, agenzie, enti pubblici non economici e università. Sempre che ci siano assunzioni. Cosa difficile vista la stretta sul turn over che si applica a quasi tutto il resto del pubblico impiego. Ecco perché il passaggio nel ruolo degli Ata potrebbe essere molto appetibile. Anche perché, per la mobilità intercompartimentale la manovra prevede che, se non ci sono disponibilità nella stessa provincia e nella stessa regione dove si è inquadrati, ci possa essere il trasferimento in altra regione. Un esodo forzoso, che sarà deciso con decreto del ministro dell’istruzione nel giro di 90 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del dl. Una previsione che ha fatto gridare all’indignazione i sindacati.

Il decreto è intervenuto anche sull’assegnazione dei docenti di sostegno, con qualche modifica rispetto all’articolato iniziale della manovra: è salva la possibilità di assegnare il docente in deroga rispetto al rapporto di un insegnante di sostengo ogni due alunni disabili. È invece saltata la previsione che con un solo disabile per classe si debbano istituire classi normali, non sottodimensionate rispetto ai parametri ordinari. Confermata la norma che la scuola debba, per assicurare il supporto didattico per l’integrazione dei ragazzi, utilizzare «tanto dei docenti di sostegno che dei docenti di classe». Occorrerà vedere se si tratta di una collaborazione tra specializzati en on oppure se è l’inizio di un percorso di riduzione degli organici dei prof di sostegno, un po’ come già fatto con docenti specialisti di lingua straniera alle elementari. Che sono stati sostituiti con i docenti di cattedra comune. Per capirlo, è necessario aspettare la relazione tecnica e verificare se sono previsti o meno, per questa voce, risparmi di spesa.

È confermata poi la razionalizzazione della rete scolastica, competenza che è delle regioni in quanto a realizzazione. Dello stato, invece, in quanto ad assegnazione dei dirigenti e del personale di segreteria: le scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado saranno aggregate in istituti comprensivi. Per avere autonomia, dovranno avere almeno 1000 alunni, che diventano 500 nelle piccole isole e comuni montani: se ne dovrebbero accorpare circa 2 mila. Chi è sottodimensionato non ha diritto a un proprio preside. Saltano le deroghe ai parametri di 40 classi per avere il docente in esonero, il cosiddetto vicepreside. Tra le misure della manovra, un piano straordinario di assunzioni per Invalsi e Ansas, nel limite delle loro piante organiche e dell’80% delle proprie entrate. Sono gli istituti impegnati nella valutazione del sistema. Previsto infine un nuovo decreto di armonizzazione dei sistemi di formazione e istruzione professionale.

da ItaliaOggi 05.07.11

"Il padrone del paese", di Giuseppe D'Avanzo

Chi si era illuso che Berlusconi, avvilito dagli scandali e depresso per le bocciature elettorali, fosse ormai al capolinea, è servito. L´uomo sarà anche all´ultimo atto – arriva sempre e per tutti un ultimo atto – ma non ha alcuna voglia o possibilità di abbandonare la scena, come lascia intendere con mosse teatrali incoronando capo del suo partito una comparsa, un attor giovane, Angelino Alfano. La cruda verità è che Berlusconi non può abbandonare. Deve restare lì, al governo e al potere, al riparo di un macroscopico conflitto d´interessi per proteggere la sua roba e il suo destino. L´Egoarca non ha altra preoccupazione che se stesso e non è una novità, ma ormai la consapevolezza di ventisette milioni di italiani che hanno cancellato nel voto referendario il «legittimo impedimento», di fatto dicendogli che non avrebbero più tollerato leggi personali. L´Egoarca non se ne dà per inteso. Si fece leader politico per venir fuori dai suoi guai finanziari. Era più o meno alla rovina nel 1994. Aveva debiti a medio-lungo termine per 2927 miliardi di lire e a breve per 1528 miliardi a fronte di un capitale netto di 1053 miliardi. Per non farla lunga, un fallito. Dopo diciassette anni e dopo il suo ennesimo fallimento – questa volta, politico – stiamo ancora qui a parlare dei suoi soldi, delle sue utilità, di che cosa gli conviene, di che cosa non gli conviene.
Così mentre il governo chiede agli italiani – e agli italiani più deboli, i pensionati, i precari, i giovani – di versare lacrime e sangue per riequilibrare i conti dello Stato, Berlusconi si apparecchia il solito codicillo «ad personam» o «ad aziendam» che permetterà a lui – il Tycoon miliardario della Fininvest – di fare festa in tempi di stenti risparmiando di pagare un risarcimento di 750 milioni di euro.
I fatti sono noti e non può far velo a Repubblica prendere posizione anche se il beneficiario di quel risarcimento è l´editore di Repubblica. La ragione di questa serenità è che all´inizio di questa storia c´è un fatto provato, accertato, indiscutibile: la corruzione di un giudice. Quindi, un delitto, un reato. È un «dettaglio» che – per nulla misteriosamente – scompare sempre nelle ipocriti o servili ricostruzioni del caso.
Dunque, due imprenditori, due privati cittadini, Berlusconi e De Benedetti, hanno una contesa d´affari. In gioco è la proprietà della Mondadori. Finiscono in tribunale. Berlusconi si compra chi deve decidere della controversia, il giudice Metta. La corruzione della toga viene accertata al di là di ogni ragionevole dubbio in tre gradi di giudizio. La sentenza è definitiva e ha uno strascico: come risarcire chi si è visto privato di un bene con un crimine? Un altro giudice – un giudice civile, poi aggredito e degradato per vendetta dalla «macchina del fango» – decide che il prezzo giusto per il danno subito da De Benedetti è di 750 milioni di euro. Berlusconi si appella. La decisione è attesa di qui a qualche giorno, ma l´Egoarca la teme. Se ne lagna, con pose da vittima, appena può. Al funerale del suo miglior amico. Al matrimonio della sua ministra. Tace di aver corrotto il giudice. «Vogliono colpirmi nel patrimonio» dice trascurando di aver colpito il patrimonio altrui. Lavora in silenzio. Non lascia trapelare un sospiro. Anche se qualche traccia rimane nel terreno. Nei giorni scorsi, quando i manager della Fininvest presentano il bilancio della holding, svelano di non aver messo in conto nessun accantonamento, a copertura dell´eventuale risarcimento alla Cir. Sanno che «il Dottore» si sta muovendo per salvare se stesso e i conti del gioiello di famiglia. Nella bozza di manovra presentata nel pre-consiglio dei ministri il codicillo non c´è. Non c´è nella bozza consegnata ai ministri, giovedì scorso. Appare tra sabato e domenica – dunque quando materialmente il documento è ancora a Palazzo Chigi. Devono averla affatturata gli avvocati del premier. È proprio il tira e molla tra presidenza del Consiglio con i suoi legulei e il ministero del Tesoro con i suoi tecnici deve aver ritardato la trasmissione del documento al Quirinale. A scrutinare oggi il decreto legge si scorge un metodo rituale: cambio un comma di una legge, neutralizzo la giustizia, incasso il vantaggio privato. In questo caso, si manipolano due commi del codice di procedura civile. Finora il giudice poteva sospendere le pronunce di condanna in attesa della sentenza di Appello o di Cassazione. Ora riformati il primo comma dell´articolo 283 e dell´articolo 373, il giudice deve obbligatoriamente in forza delle legge «ad personam», pensata per proteggere la Fininvest del Cavaliere, sospendere il pagamento del risarcimento. Così l´Egoarca che nei prossimi giorni – la sentenza era prevista in settimana – avrebbe dovuto sborsare alla Cir di Carlo De Benedetti tra i 750 e i 500 milioni di euro può tenere la borsa chiusa e attendere tempi migliori per cancellare tutto, magari con un´altra legge, con un altro codicillo, con un colpo di mano che – altro che ultimo atto! – lo porti al Quirinale che poi magari dal Colle più alto è più facile ottenere obbedienza dei giudici e sentenze accomodate.
Ora a occhio nudo possiamo vedere quel che accade ancora una volta, per la ventesima volta (tante – venti – sono le leggi ad personam). Berlusconi pretende che il suo destino sia il destino dell´Italia. Con questa convinzione, si è impadronito della «cosa comune» e ne fa una «cosa propria». Impone leggi personali corrompendo la nostra democrazia. Per proteggere la democrazia dalla corruzione esiste la Costituzione. Per dirlo con le parole di Gustavo Zagrebelskj, la funzione della Costituzione «è precisamente di evitare che qualcuno, una parte soltanto, s´impadronisca della “cosa di tutti”». Come si è impadronito Berlusconi deformando a proprio vantaggio addirittura la manovra finanziaria per la quale saremo giudicati dai nostri creditori, dai Paesi con cui condividiamo l´euro, dai mercati.
Declinato così questo nuovo caso di corruzione della democrazia italiana, bisogna allora guardare al Quirinale. Giorgio Napolitano firmerà il decreto legge? Quali sono gli eventi che rendono quel codicillo (il giudice deve sospendere l´esecutività di una condanna di ammontare superiore a venti milioni di euro) «necessario e urgente» come prevede l´articolo 77 della Costituzione? È sufficiente il buon senso per rispondere. Non si avvista alcun fatto nuovo, se non la prossima soluzione di un singolo caso – la contesa Fininvest-Cir, Berlusconi-De Benedetti. Sarà per questo che la firma del decreto, come conferma la presidenza della Repubblica, non c´è stata ieri e non ci sarà oggi perché è ancora in corso un´«attenta e scrupolosa valutazione», formula che lascia trasparire tutte le perplessità di Napolitano.
Il Colle ferma così l´orologio per chiedere al governo, a Berlusconi, a Tremonti, un ripensamento. Questo più o meno il ragionamento: il governo ha inviato soltanto una bozza. Come ogni lavoro provvisorio e non definitivo, è ancora possibile emendarla e correggerla e il testo della manovra va corretto nella forzature privatistiche imposte dagli interessi di un Egoarca attento alla sua roba. La finestra che ha aperto il capo dello Stato consentirà a molti di mostrare di quale pasta sono fatti e al Paese di apprezzarne responsabilità e senso dello Stato. Potrà Tremonti conservare intatta la credibilità di moralizzatore della finanza pubblica se non si spenderà a favore dei dubbi del Quirinale? E quali parole di sostegno alla «leale collaborazione» di Napolitano sentiremo invece da Angelino Alfano, indicato come il “cuoco della frittata” e l´ambizioso capo di un partito che si vuole “degli onesti”? Ancora poche ore e sapremo.

La Repubblica 05.07.11

"Contro ogni logica", di Carlo Federico Grosso

L’ art. 373 del codice di procedura civile stabilisce nel suo comma 1, che «il ricorso in Cassazione non sospende l’esecuzione delle sentenze». Soggiunge che «tuttavia il giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata può, su istanza di parte, e qualora dall’esecuzione possa derivare un grave ed irreparabile danno, disporre con ordinanza non impugnabile che l’esecuzione sia sospesa o che sia prestata congrua cauzione».

Il significato di questa disciplina è chiaro. La sentenza civile d’appello è esecutiva ed il ricorso in Cassazione non vale a sospendere tale esecutorietà. Cionondimeno il giudice che ha deciso «qualora dall’esecuzione possa scaturire un danno grave ed irreparabile», ad evitarlo «può» disporre che l’esecuzione sia sospesa o che sia prestata idonea cauzione in attesa della sentenza definitiva. Norma ragionevole, dato che mira ad evitare danni irreparabili, previa valutazione discrezionale del giudice, e sentite le ragioni delle parti in causa.

Il governo ha approvato un decreto recante «disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria». Nel suo art. 37, contenente «disposizioni per l’efficienza del sistema giudiziario e la celere definizione delle controversie», è stato inserito (proprio al fondo, al suo punto 23 lettera b), una norma che precisa che nel menzionato art. 373 del codice di procedura civile dev’essere inserita la seguente ulteriore disposizione: «La sospensione prevista è in ogni caso concessa per condanne superiori a venti milioni di euro se la parte istante presta idonea cauzione». Sembrerebbe che tale disposizione non figurasse nelle bozze del decreto che erano circolate in giornata, e che sia improvvisamente comparsa nel testo ufficiale inviato alla Presidenza della Repubblica.

L’aggiunta appare, di per sé, stupefacente. Perché mai la sospensione della esecuzione della esecutorietà della sentenza dovrebbe essere «in ogni caso» concessa se la parte istante presta idonea cauzione, essere in altre parole concessa a prescindere da qualsiasi valutazione di danno grave ed irreparabile da parte del giudice? Perché mai questa strana disposizione derogatoria rispetto alla discrezionalità giudiziale dovrebbe valere per condanne «di ammontare superiore a venti milioni di euro», creando pertanto, quantomeno, una discriminazione nei confronti di chi, ad esempio, sia stato condannato a pagare venti milioni esatti, o diciannove milioni, diciotto e via dicendo?

Ma soprattutto. Che senso ha inserire una norma siffatta in un provvedimento legislativo concernente la stabilizzazione finanziaria? E ancor più, dato che la nuova norma figura in un articolo destinato ad assicurare «l’efficienza del sistema giudiziario» nonché «la celere definizione delle controversie», che cosa c’entra, la disposizione di cui si discute, con tale dichiarato obiettivo generale? Rendere «in ogni caso» concessa la sospensione dell’esecutività di una sentenza civile se l’istante presta idonea cauzione significa, semplicemente, favorire una parte a danno della parte avversa, parte che fra l’altro ha vinto la causa, e che ha diritto, in mancanza di danno irreparabile alla parte soccombente, di non vedersi privato del suo sacrosanto titolo ad essere risarcito.

Quale è, infine, la ragione «di urgenza» che giustificherebbe l’ «innovazione» introdotta all’ultimo momento nel testo del decreto sottoposto al Capo dello Stato? Nessuna, apparentemente. A meno che, ovviamente, l’urgenza sia individuabile nell’imminenza di qualche sentenza che potrebbe incidere sugli interessi di qualcuno. Tutti sappiamo, ad esempio, che è attesa fra pochi giorni la sentenza d’appello concernente il Lodo Mondadori che, se confermasse la sentenza di primo grado, condannerebbe una società del Presidente del Consiglio a pagare una somma superiore ai settecento milioni di euro.

Al di là di questo possibile profilo, che spiegherebbe ovviamente l’altrimenti inspiegabile realtà della specifica innovazione della quale stiamo discutendo, rimangono, comunque, le gravissime discrasie di carattere generale.

Ci troviamo di fronte ad una nuova norma che modifica illogicamente una disciplina che appare, oggi, logica a ragionevole; di fronte ad una norma che non trova nessuna sua collocazione razionale nel contesto di un decreto finalizzato a risanare, se possibile, la nostra economia; di fronte ad una norma che costituisce un corpo estraneo rispetto alla stessa finalità specifica, di celerità ed efficienza della giustizia civile, cui vorrebbe rispondere l’articolo nel quale essa risulta inserita. Ci troviamo, infine, di fronte ad una norma che non ha nessuna valenza generale d’urgenza. Si tratta di una norma che, davvero, può pertanto legittimamente permanere nel testo del decreto nel quale è stata, all’ultimo momento, più meno furbescamente inserita?

La Stampa 05.07.11