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Osvaldo Napoli: "Hanno ignorato i Comuni, da uomo del Pdl sono deluso e amareggiato", di Francesca Schianchi

Osvaldo Napoli, deputato Pdl e sindaco di Valgioie, guida l’associazione dei Comuni Anci. Una domanda a palazzo Chigi: «Ma come, per la prima volta c’è un presidente del centro destra, e non lo ascolti?»
Devo essere sincero: sono doppiamente deluso e amareggiato. Come uomo delle istituzioni e come uomo che crede in questo governo e questa maggioranza e si aspettava un trattamento, almeno nella forma, un po’ diverso». Osvaldo Napoli è il presidente facente funzioni dell’Anci. Ma è anche un parlamentare del Pdl, vicecapogruppo alla Camera.

Dal governo nemmeno un cenno ai Comuni per discutere della manovra?
«Io mi chiedo: ma come, per la prima volta c’è un presidente dell’Anci di centrodestra, e non lo ascolti? Non dico molto, ma una telefonata dal governo me la sarei aspettata. Invece non solo la manovra l’abbiamo appresa dai giornali, ma non ci hanno degnato neanche di un confronto sul merito delle questioni».

Eppure lei, oltre a rappresentare i comuni, è pure un dirigente del Pdl…
«Infatti il dispiacere è questo, avevano l’opportunità per una volta di ascoltare il territorio… E non voglio fare il primo della classe: se non volevano sentire me, potevano chiamare i sindaci di centrodestra di Roma, di Varese, di Verona: avrebbero detto le stesse cose».

Cioè che questa manovra è troppo sbilanciata sugli enti locali?
«Non c’è dubbio. Questa manovra è uno schiaffo a piena mano dato senza ragione e senza motivi. Tagli, tagli e ancora tagli. Da un lato si puntano i piedi in nome dei Comuni virtuosi, poi si approvano leggi che tagliano del 35% il fondo di riequilibrio del federalismo fiscale. Se avessi saputo che il federalismo fiscale sarebbe diventato questo, non l’avrei votato».

Cosa farà ora l’Anci?
«Chiederò ai nostri uffici di preparare proposte alternative, per dimostrare che si possono raggiungere gli stessi risultati di bilancio senza massacrare i soliti».

Poi mercoledì c’è un incontro con il governo…
«L’Anci probabilmente non sarà presente a quell’incontro. Il confronto doveva esserci prima del Consiglio dei ministri e poi poteva continuare durante l’esame parlamentare. Vederci ora a cose fatte mi sembra del tutto inutile, se non c’è la volontà di modificare la manovra sugli enti locali».

Ma lei avrà cercato di parlare di tutto questo con i suoi colleghi di partito che stanno al governo…
«Se non ci salva Alfano, per ora non c’è la sensibilità all’ascolto, alla condivisione coi principali attori di un provvedimento… Ma il discorso di venerdì di Alfano, che ha parlato di partire dai problemi del territorio, mi conforta che le cose cambieranno».

Ma voi avevate provato a farvi sentire?
«Abbiamo fatto proposte concrete: ad esempio abbiamo suggerito di ripartire i sacrifici in ogni comparto in modo proporzionale rispetto a quanto ciascuno pesa sul deficit complessivo. Neanche ci hanno risposto».

Per voi e le Regioni oltre 9 miliardi in meno, mentre i tagli ai costi della politica possono aspettare…
«In questi anni i tagli sono avvenuti tutti nei confronti degli amministratori locali, quelli che prendono meno di tutti. Un sindaco di una grande città, per le responsabilità che ha, dovrebbe guadagnare il doppio di un parlamentare».

Se la manovra arriverà in Aula così com’è, il deputato del Pdl Osvaldo Napoli la voterà?
«Io sono un uomo di partito e le battaglie le faccio nel partito: se poi perdo, allora mi adeguo alla maggioranza. Ma spero che ci sarà la sensibilità per capire e fare modifiche».

La Stampa 04.07.11

Rispunta il taglia-bollette Nel governo è polemica", di Roberto Giovannini

Sorpresa, l’Italia taglierà drasticamente gli incentivi per le fonti energetiche rinnovabili allo scopo di dare una limatina (la riduzione effettiva sarà solo del 3%) al costo della bolletta elettrica per i cittadini. Poco conta che solo quattro mesi fa – al termine di un lunghissimo dibattito – si fosse deciso di continuare a puntare sull’energia pulita confermando (sia pure con un taglio) le agevolazioni. Poco conta che all’indomani del referendum sul nucleare il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani avesse spiegato che bisognava puntare di più sulle rinnovabili. E a nulla vale che al momento di varare la manovra – come spiega il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo – si fosse deciso di comune accordo in Consiglio dei ministri di non introdurre nessuna novità, anche per il «niet» totale del ministro Romani che a lungo aveva duellato con Calderoli. A quanto si apprende, infatti, nel testo della manovra economica che ancora non è stato consegnato al Quirinale sarebbe stata effettivamente ripristinata la norma che la Lega definisce «taglia bollette», fortemente voluta dal ministro Roberto Calderoli. In pratica, a partire dal primo gennaio 2012, tutti gli incentivi, i benefici e le altre agevolazioni verranno ridotti del 30 per cento. La bolletta elettrica scenderà di circa il 3%, solo di poco quella del gas.

Tra le voci che subirebbero la riduzione sono compresi certamente gli incentivi (pagati in quota parte dagli utenti da molti anni, e lo stesso sarà in futuro) per il decommissioning delle vecchie centrali nucleari chiuse negli Anni 80 e 90. Il taglio riguarda anche i danari erogati per agevolare le fonti energetiche cosiddette Cip6. Uno scandalo italiano: si tratta dell’elettricità prodotta con gli scarti petroliferi e di raffineria e con gli inceneritori di rifiuti. 30 miliardi di euro regalati per anni ai petrolieri italiani e non solo a loro. Ma la mannaia cala anche sulle agevolazioni che rendono più conveniente la diffusione del solare fotovoltaico e dell’eolico, già sforbiciate peraltro con il decreto sul quarto conto energia varato dal governo a marzo.

Secondo il ministro Calderoli e la Lega l’operazione produrrà un taglio del 3% del costo delle bollette elettriche per i cittadini. Un calcolo basato sul fatto che sulle nostre tariffe elettriche attualmente gli «oneri di sistema» incidono per il 13% del valore totale. Di questo 13% di oneri, gli incentivi per le rinnovabili, il decommissioning e soprattutto il «regalo» per chi produce elettricità con le fonti «assimilate» Cip6 (che nel 2009 hanno rappresentato il 71% dei 4,1 miliardi di incentivi erogati dal Gse, l’ente pubblico preposto) rappresentano circa l’80%.

Certamente il «taglia-bollette» sarebbe un durissimo colpo per il nascente settore delle energie veramente pulite (biomasse, solare fotovoltaico, solare termico, eolico). Non a caso nei giorni scorsi le diverse associazioni del comparto avevano protestato definendo «devastante» l’ennesima revisione delle agevolazioni, che peraltro rende materialmente impossibile programmare gli investimenti. Ma a parte questo, parlando concretamente di soldi, sarebbe un po’ una beffa per i consumatori e gli utenti. Una riduzione del 3% a partire da gennaio certamente è meglio di niente, anche se ovviamente il beneficio sarebbe sentito soprattutto dai grandi consumatori di energia, come le industrie. Peccato però che proprio a partire dal primo luglio l’Autorità dell’Energia ha deciso un aumento dell’1,9% delle medesime bollette elettriche. E peccato che con il taglio delle agevolazioni voluto da Calderoli verranno sforbiciati anche i «bonus» sulle bollette della luce e del gas che vengono erogati dallo Stato a 3,6 milioni di famiglie povere, anziani e malati, per un costo di 500 milioni di euro l’anno.

Non resta che aspettare il testo definitivo del pacchetto dei provvedimenti per capire la portata e le conseguenze dell’operazione, che se attuata solleverà grandi polemiche. Per adesso, l’unica reazione – sconcertata – al ripristino della proposta Calderoli è quella del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo. «Non vedo come ciò possa accadere – dice -. Il Consiglio dei ministri, dopo ampio e approfondito dibattito, ha approvato la manovra senza quella norma. Non comprendo come si possa ipotizzare una sua reintroduzione».

La Stampa 04.07.11

«Solo noi pensiamo ai deboli Così si tradisce il federalismo», intervista a Vasco Errani di Bianca Di Giovanni

Non c’è un’idea di Paese, non c’é una direzione di marcia». Vasco
Errani boccia le ultime indiscrezioni sulla manovra, che sarà vagliata dai governatori solo mercoledì prossimo, quando si terrà l’incontro con
il governo. Le notizie che filtrano sono molto preoccupanti. Pare che inquietino anche la Lega, viste le ultime uscite di Umberto Bossi. Presidente Errani, la questione pensioni minaccia la coesione della maggioranza.
Prevede una crisi?
«Premetto che rispondo come dirigente del Pd, e non come presidente della conferenza delle Regioni. È sempre più evidente che la maggioranza non ha un progetto per il npaese. È questo che mette a rischio la coesione interna. Non si offrono risposte ai problemi del Paese, e questo aumenta le fibrillazioni. Sulle pensioni il nervosismo della Lega è evidente. Non sarebbe la prima volta di uno strappo del carroccio sulla previdenza. Certo, la Lega punta i piedi, ma è difficile fare più parti in commedia, stare al governo e poi aizzare la piazza. Un esecutivo così non può reggere».
Voi non siete stati informati neanche informalmente sui contenuti?
«Assolutamente no. Ne parleremo mercoledì. Sta di fatto che il governo continua a disattendere gli impegni presi con il federalismo fiscale. Nella legge c’è una norma precisa, che impone un confronto preliminare con i diversi livelli istituzionali sulla manovra. Ebbene: non c’è stato nulla di tutto questo».
Questa manovra sembra convincere poco tutti i governatori, a prescindere dall’appartenenza politica.
«Valuteremo nei dettagli mercoledì. Certo, siamo molto preoccupati sulle anticipazioni filtrate sulla stampa. Bisogna capire il contesto in cui nasce questa manovra. Già nel biennio 2011-12 le Regioni e le autonomie locali hanno subito un colpo pesantissimo, sostenendo oltre il 50% della manovra. Abbiamo subito tagli pesantissimi sui servizi per i cittadini e sulle politiche sociali. Sono le cifre a dirlo. nel 2008 i trasferimenti per il welfare erano di 2,4 miliardi, nel 2011 siamo a quota 500 milioni e l’anno prossimo scendiamo a 300. Più chiaro di così».
A cosa hanno rinunciato i cittadini.
«Non è un mistero che il trasporto pubblico locale ha subito tagli, così come la scuola, l’assitenza agli anziani. Lo stesso Istat ha parlato di pesante riduzione dei servizi. Ora,
se si aggiunge un nuovo taglio di 9,6 miliardi come rivelano i giornali, la politica regionale è in una situazione drammatica. Per non parlare
dell’introduzione dei ticket sulla specialistica, doppio danno per la sanità, perché molti sceglieranno alla fine di rivolgersi al privato, e alle strutture pubbliche resteranno i dipendenti che certamente non si possono mandare a casa».
Passando alle misure per lo sviluppo, ci sarebbeanche il taglio degli incentivi alle rinnovabili…
«Questa è davvero bella. Si pensi alla cronologia: in agosto c’è stato
un decreto incentivi, poi lo stop, cioè un errore disastroso per il settore, quindi il recupero in zona Cesarini, e oggi si riparla di tagli. ma non si può andare avanti con questi stop-and-go. Parliamo di una delle poche filiere industriali in crescita, anche rafforzata dopo il referendum. Ecco perché dico che manca un’idea di Paese e di sviluppo. Questo governo non sa che direzione prendere. È gravissimo che non ci sia nessuna misura per la crescita, che oggi è affidata solo all’iniziativa delle Regioni.Nonsi va da nessuna parte solo con i tagli alla spesa sociale, senza immaginare una strada per la ripresa».
Per quello si aspetta il fisco.
«Anche quella della riforma mi pare una barzelletta. Si parla di aliquote, senza parlare di scaglioni di reddito. Cioè, il nulla. Ancora: si annuncia l’eliminazione dell’Irap, poi si aumenta quella delle banche. Anche qui non si capisce il segno della riforma».

L’Unità 04.07.11

"I nipoti di Galileo senza risorse" di Giulio Giorello

«Vent’anni fa lavoravo ancora all’Università di Perugia, in un laboratorio di 22 metri quadri e nessuna posizione accademica. Vivevo, con i miei collaboratori, dei finanziamenti che si riuscivano a ottenere da qualche agenzia» , dichiara Pier Giuseppe Pelicci, che attualmente svolge ricerca all’Istituto Europeo di Oncologia fondato da Umberto Veronesi, ed è titolare di Patologia all’Università degli Studi di Milano. «All’inizio degli anni Novanta» , continua Pelicci, «noi dall’Umbria avevamo pensato di sfidare gli dei dell’Olimpo mandando un articolo a “Cell”, una delle più importanti riviste di biomedicina» . La sede di allora non disponeva nemmeno degli animali necessari per controllare la teoria, come esigeva ovviamente qualsiasi seria rivista scientifica. Pelicci e i suoi ne vennero a capo ricorrendo alla nonna di una ricercatrice, che allevava conigli in campagna. «Così prendemmo il coniglio della nonna e lo immunizzammo» . Il protocollo vuole che dopo un paio di mesi si raccolga il suo sangue e si verifichi se contiene qualche anticorpo. In caso positivo si aspetta un altro mese e si fa un secondo prelievo. Ebbene, il primo controllo dette risultato positivo, ma il successivo no. Tutto sbagliato? Non esattamente: una domenica la nonna aveva preso inavvertitamente proprio quel coniglio e se lo era mangiato! «Fummo costretti a ricominciare daccapo» . Infine, Pelicci ha vinto la sua sfida: «Cell» accettò l’articolo, in cui si annunciava l’isolamento di un gene (tecnicamente noto come SHC) «molto importante perché coinvolto nel controllo della proliferazione cellulare» . Oggi il gruppo che Pelicci ha costituito tra Perugia e Milano lavora attivamente su quello che i media ormai chiamano «il gene che controlla la vita» . Ma l’aneddoto è utile per capire la condizione «quasi medioevale» in cui versa la ricerca nel nostro Paese: disponiamo di «qualche castello, robusto e ben attrezzato, capace di reggere qualsiasi assedio, ma tutt’intorno solo campagna coltivata da contadini esposti a ogni angheria» . Questa testimonianza è inclusa in un volume di interviste, raccolte da Pietro Greco che s’intitola I nipoti di Galileo (Baldini Castoldi Dalai, pp. 259, e 18). Giornalista scientifico assai noto, Greco interroga inoltre, circa questo nostro medioevo scientifico, Alessio Figalli, matematico di 26 anni che insegna in un’università Usa («in Italia scarseggiano finanziamenti e meritocrazia» ); il chimico Vincenzo Balzani, vero e proprio profeta del solare («da noi le diseguaglianze danneggiano la coesione sociale» ); l’ingegnere Bruno Siciliano, esperto mondiale di robotica («potremmo attrarre ricercatori da tutto il mondo» , ma la nostra burocrazia «incomprensibile» respinge chi viene dall’estero, specie se extracomunitario); Giacomo Rizzolatti, il neuroscienziato che con il suo gruppo di Parma ha scoperto i neuroni specchio («uno dei maggiori disastri delle nostre università è che per anni non succede niente, e poi arriva una sanatoria e tutti dentro» ). Insomma, mancanza strutturale di programmazione, inerzia dei politici, difficoltà di comunicazione tra il mondo della cultura scientifica e quello dell’economia: è un pesante giogo del passato da cui sembra difficile liberarsi. Dopotutto, siamo il Paese che ha dato alla luce Galileo, ma che ha assistito alla sua condanna. E il «processo alla scienza» non pare ancora finito. Dobbiamo per questo buttarci l’ennesima croce addosso? Per Lucia Votano, prima donna fisico a dirigere il Laboratorio Nazionale del Gran Sasso, i centri di eccellenza italiani potranno collaborare sempre più proficuamente con la Comunità Internazionale solo se sapranno «rinnovarsi adeguatamente con forze fresche» . La preoccupazione principale resta «il futuro dei giovani» . Aggiunge la biologa Elena Cattaneo, una protagonista della ricerca sulle staminali, che coloro che fanno scienza non solo hanno il diritto di «pretendere la massima trasparenza nell’allocazione dei fondi» , ma anche il dovere di resistere e lottare «se la loro libertà è messa a rischio» . Dunque ribellarsi, oltre che legittimo, è essenziale alla vita democratica della società della conoscenza.

Il Corriere della Sera 04.07.11

"Lo statale perde fino a 43mila euro", di Gianni Trovati

Fino a 43mila euro lordi in cinque anni per gli alti vertici delle amministrazioni centrali, ma oltre 2mila anche per un bidello che ne guadagna 23mila all’anno. È il conto che, a consuntivo, potrebbe essere chiesto ai dipendenti pubblici dall’effetto combinato delle ultime due manovre. Quella approvata la settimana scorsa torna a concentrarsi sul pubblico impiego, blinda i risparmi previsti con le misure del 2010, e propone al Governo un pacchetto di opzioni per ridurre la spesa di 1,1 miliardi nel 2013-2015 e di altri 370 milioni annui dal 2016. Tra le scelte aperte dal nuovo intervento, la più probabile è un ulteriore blocco di incrementi e contrattazioni, che potrebbero rimanere congelati fino al 2015. Una certezza: quelli chiesti al pubblico impiego non sono risparmi temporanei, da recuperare passata la buriana, ma sono strutturali e andranno consolidati nei prossimi anni. Un sospetto fondato: il nuovo rinvio che pende sui rinnovi contrattuali, che dovrebbero ripartire nel 2013 ma possono slittare al 2015. Un punto interrogativo sulle misure che arriveranno dal 2016 in poi.
Sono questi gli snodi principali delle misure sul pubblico impiego contenute nella manovra approvata giovedì scorso dal Consiglio dei ministri. Nel cantiere della manovra, in realtà, erano circolate anche ipotesi più dure, compresi un nuovo blocco esplicito della contrattazione e l’appesantimento dei tagli operati sulle buste paga più alte, ma sono state accantonate. Il fuoco di fila partito dalla Funzione pubblica, evidentemente, ha funzionato meglio rispetto all’anno scorso, e ha portato a una formulazione inedita e «flessibile» per la nuova cura ai dipendenti pubblici. In pratica, la manovra blinda i risparmi previsti dal Dl 78/2010 e ne aggiunge di nuovi, da 1,1 miliardi nel periodo 2013-2015 e da 340 all’anno «a decorrere dal 2016». Proprio quest’ultimo aspetto mostra il carattere strutturale dei tagli, che dovranno far diminuire il peso degli stipendi pubblici in modo progressivo nei prossimi anni fino ad attestarsi dal 2016 in poi circa 1,5 miliardi sotto i tendenziali previsti lo scorso anno.
Drastica sui numeri, la manovra scritta la scorsa settimana è (per ora) possibilista sulle misure concrete per raggiungerli. Saranno dei Dpr, su proposta della Funzione pubblica, a scegliere le carte giuste nel mazzo della manovra, che (si veda il grafico a fianco) propone fra l’altro la proroga per un anno dei vincoli al turn over e quella al 2014 del blocca-stipendi, cioè la misura che impedisce ai trattamenti accessori di portare le buste paga sopra ai livelli del 2010. Nei fatti, è questa seconda ipotesi, insieme al contesto generale di tagli, a mettere a rischio la ripresa effettiva nel 2013 dei rinnovi contrattuali, perché appare difficile mettersi a discutere di inflazione programmata (Ipca) per far crescere il tabellare e di incentivi per i migliori in un contesto di stipendi congelati.
Anche nella versione “ammorbidita”, insomma, il piatto servito dalla nuova manovra può determinare un conto salato agli statali, che si aggiunge a quello portato lo scorso anno. La tabella qui a fianco calcola per le diverse categorie del pubblico impiego gli effetti della vecchia manovra (blocco dei contratti e tagli sopra i 90mila euro) e quelli possibili per un nuovo stop ai contratti. Nella colonna più a destra, che va dai 2.116 euro del personale Ata della scuola – bidelli e tecnici – fino agli oltre 43mila euro per i dirigenti di prima fascia degli enti pubblici non economici, è indicato il conto totale lordo che sarebbe pagato da ogni categoria per gli anni 2011-2015. L’entità del sacrificio, naturalmente, dipende dal livello dello stipendio «base», cioè la retribuzione media registrata prima dei tagli: i mancati rinnovi contrattuali incidono sullo stipendio tabellare, a cui le intese aggiungono gli incrementi inflattivi, mentre non è possibile da calcolare l’effetto del blocco sulla dinamica del salario accessorio, che rimarrebbe comunque soggetta a troppe variabili. Anche nel secondo periodo considerato, cioè il 2013-2014, il sacrificio per gli stipendi più alti è maggiore, anche perché fino al 2013 rimangono in vigore i tagli alle quote retributive che superano i 90mila euro l’anno.

Il Sole 24 Ore 04.07.11

"La differenza fra un treno e un golpe", di Michele Brambilla

Sarebbe fin troppo banale condannare la guerriglia in Val di Susa dicendo che mai e poi mai si può giustificare l’uso della violenza, che una cosa sono le proteste pacifiche e un’altra i lanci di pietre e di bombe carta, eccetera eccetera. Tutte considerazioni ovvie, anche se doverose. Ma questa volta crediamo che si possa dire qualcosa di più, oltre alla solita litania di «sdegno», «indignazione», «ferma condanna» e così via.

Il punto è la distinzione tra la manifestazione del mattino e quella del pomeriggio. La prima è stata pacifica, con famigliole in corteo. La seconda la gazzarra che sappiamo, con i famigerati black bloc in azione. Tra i manifestanti del mattino e quelli del pomeriggio, o se volete tra gli storici comitati No Tav e i professionisti della violenza, c’è dunque una differenza netta. Questa sarebbe appunto la considerazione scontata e banale.

Quella meno scontata e meno banale, invece, riguarda i toni, le dichiarazioni, i discorsi che purtroppo abbiamo sentito anche dai manifestanti non violenti. Abbiamo sentito parlare di militarizzazione della valle, di violenza di Stato, di polizia assassina. Beppe Grillo poi ci ha messo il suo carico da novanta.

Ieri è venuto in Val di Susa e dalla sua arringa abbiamo estrapolato parole come «dittatura», «guerra civile», «rivoluzione», «eroi». Mettendo in ordine queste parole pesanti come pietre, Grillo ha in sostanza detto che in Val di Susa il regime sta facendo prove di dittatura, che siamo ormai alla guerra civile e che i No Tav faranno una rivoluzione che li renderà, appunto, degli eroi.

Ma di che cosa stiamo parlando? Si può pensare ciò che si vuole dell’alta velocità. Ma occorre anche stare ancorati alla realtà, e la realtà è che in Val di Susa si stanno scavando delle gallerie per far passare un treno. Belle o brutte, ma gallerie per un treno. Punto e stop. Dove sono le prove di dittatura? Inoltre, mettendo tutto nel medesimo minestrone, i capi della protesta attribuiscono a Berlusconi il tentato golpe della Tav, che invece è stata decisa da governi precedenti e di diverso colore, che è scolpita in un accordo intergovernativo tra Italia e Francia e rientra tra le grandi reti europee che disegneranno i trasporti per almeno un secolo. Se la Torino-Lione non si farà, un pezzo consistente di Italia sarà tagliato fuori da questa rete e non per quattro o cinque anni, ma per il futuro. È una faccenda che va guardata con un’elementare prospettiva storica, specie nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia perché proprio allora si decise il traforo del Fréjus. Cosa sarebbero stati il Piemonte e l’Italia senza quella linea ferroviaria voluta da Cavour? È possibile che un sistema economico sia prigioniero di una minoranza localistica condannata a diventare l’alibi dei professionisti della guerriglia? Che c’entra Berlusconi?

L’altro giorno l’ex sindaco Chiamparino, che certo non è un berlusconiano, ha ricordato l’elementare principio secondo il quale la democrazia ha delle regole, per cui un’opera ormai decisa e deliberata non può essere messa in discussione all’infinito. Oltretutto, prima di dare il via all’opera, ci sono stati centinaia di incontri con i sindaci, variazioni del tracciato, e via dicendo. Insomma non si può dire che non si siano ascoltate anche le ragioni di chi era contrario.

Pure le accuse rivolte alla polizia ci paiono deliranti. Si è parlato di cariche di tipo sudamericano. A noi pare che, a differenza di quanto accadde dieci anni fa a Genova, la polizia sia stata attentissima a non compiere alcun abuso. Si è difesa, certo: non doveva? L’elenco dei feriti però parla chiaro: la stragrande maggioranza sono poliziotti, non manifestanti. E comunque anche qui c’è una sproporzione stupefacente tra la realtà e la sua raffigurazione fornita da alcuni capi della protesta: la polizia ha cercato di garantire l’apertura di un cantiere, non è venuta a reprimere un’espressione di libero pensiero.

Chi guida a viso scoperto la protesta, non mette il passamontagna dei delinquenti e vuole sinceramente mantenere il tutto nell’ambito della manifestazione pacifica, dovrebbe riflettere sull’effetto che certe iperboli hanno sulle teste calde. Si sa che ci sono, le teste calde. Se si continua a far credere che in Val di Susa invece che un treno passerà un golpe, sarà più difficile operare distinzioni nette tra le manifestazioni del mattino e quelle del pomeriggio.

La Stampa 04.07.11

"Le piccole scuole restano senza preside", di Francesca Milano

Scompariranno circa mille piccole scuole. O, meglio, scompariranno i loro presidi. È questa la conseguenza della norma sugli istituti sottodimensionati prevista dalla manovra. Viene infatti stabilito che – a partire dal prossimo anno scolastico – scuole dell’infanzia, scuole primarie e scuole secondarie di primo grado verranno aggregate in istituti comprensivi, «per garantire un processo di continuità didattica», come è scritto nel testo in attesa di pubblicazione.
Alle scuole con meno di 500 alunni (che scendono a 300 nelle piccole isole, nei comuni montani e nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche) non sarà assegnato un dirigente scolastico, ma l’istituto verrà diretto da un “reggente” con incarico su un’altra scuola. In più, per acquisire autonomia, gli istituti comprensivi dovranno contare su almeno mille iscritti (500 per le scuole localizzate nelle isole e nelle comunità montane).
Secondo le stime dell’Associazione nazionale presidi, il numero di scuole coinvolte nelle cura dimagrante sono 2mila. Per queste “resisteranno” solo mille presidi. «Ma se le scuole si accorpano – spiega Giorgio Rembado, presidente dell’Anp – il carico di lavoro aumenta perché non è lo stesso dirigere un istituto con 500 alunni o uno con mille». I presidi dei plessi accorpati, quindi, si vedranno complicare il lavoro. «Per questo – spiega Rembado – chiediamo che le risorse risparmiate con questo taglio vengano usate per raggiungere la perequazione retributiva».
Sul fronte dei presidi c’è anche un’altra novità, slegata dalla manovra: domani le organizzazioni sindacali rappresentative dell’area V della dirigenza sono state convocate al ministero dell’Istruzione per parlare del bando di concorso ordinario per il reclutamento dei dirigenti scolastici che metterà in palio 2.386 posti. L’ultimo concorso ordinario risale al 2004 e quest’anno circa 1.350 scuole (su 10.421) sono andate avanti grazie a un preside “reggente”, titolare in un altro istituto. Il bando è in ritardo: avrebbe dovuto essere pubblicato già un mese fa, ma «speriamo che non ci siano altri intoppi e che il bando arrivi presto in Gazzetta», afferma Rembado.
Un altro appuntamento atteso al ministero riguarderà il piano triennale delle assunzioni. Il Miur ha stimato che nel triennio saranno assunti 65mila tra insegnanti e personale Ata. Ma il numero stabilito dal ministero cozza contro le previsioni dei sindacati che considerano la stessa cifra solo per il 2011-2012 (si veda la tabella). «Le stime del ministero parlano di 65mila posti, ma bisognerà fare bene i conti» dice Massimo Di Menna (Uil scuola).
Ma è il nodo stabilizzazione dei precari a tenere banco. Anche per Mimmo Pantaleo, segretario della Flc Cgil, i posti da coprire solo per il 2011-2012 sarebbero 66mila (26mila docenti più 40mila Ata). «Il piano triennale, dunque – spiega Pantaleo – coprirebbe solo i posti previsti per il prossimo anno scolastico». Gli fa eco Rino Di Meglio, della Gilda degli insegnanti: «Sono ridicoli 65mila posti in tre anni». La Gilda avanza al Governo anche un’altra richiesta: «È tempo – dice Di Meglio – di far partire nuovi concorsi». L’ultimo risale al 1997.
La manovra esclude la scuola dal blocco del turn over, ma conferma invece lo stop fino a tutto il 2014 del rinnovo del contratto: «Una misura penalizzante e che non ci aspettavamo», sottolinea Marco Paolo Nigi, numero uno dello Snals-Confsal. E il «no all’ulteriore rinvio del rinnovo», arriva anche da Francesco Scrima, segretario generale Cisl scuola.

La manovra taglia i presidi alle scuole con meno di 500 alunni, accorpandole ad altri istituti. Per acquisire autonomia le scuole devono avere almeno mille alunni
La scuola non è interessata dal blocco del turn over previsto per le altre amministrazioni e la manovra conferma il piano triennale di assunzioni introdotto dal Dl sviluppo
I docenti dichiarati non idonei all’insegnamento per motivi di salute assumono la qualifica di amministrativi o tecnici. Se si rifiutano, vengono messi in mobilità intercompartimentale

Cosa cambia per prof e dirigenti
LE SCUOLE COINVOLTE
Secondo l’Anp 2mila scuole rischiano di non avere il preside
IL NUMERO MINIMO DI ALUNNI
Con meno di 500 alunni non si avrà diritto a un preside
SENZA DIRIGENTE
Nel 2010/2011 oltre 1.300 scuole hanno avuto un reggente
GLI ISTITUTI COMPRENSIVI
Per essere autonomi gli istituti dovranno avere mille iscritti
GLI EFFETTI
Agli istituti sottodimensionati non saranno più assegnati dirigenti scolastici con incarico a tempo indeterminato

Le nomine di assunzioni ma secondo i sindacati il numero di posti in palio per insegnanti e personale Ata non è sufficiente
Il reclutamento Via libera al piano triennale
Se un docente non può più insegnare a causa di un problema di salute deve fare domanda per diventare Ata oppure viene messo in mobilità

Il Sole 24 Ore 04.07.11

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Il docente non idoneo diventa «bidello» (ma tiene lo stipendio)

Il prof con problemi di salute perderà lo status di docente e diventerà assistente tecnico o amministrativo (Ata), mantenendo però lo stipendio. A stabilirlo è la manovra varata dal Governo, che mette nero su bianco le regole applicative di una vecchia norma: ad oggi, infatti, i 4mila-5mila docenti che, per motivi medici permanenti, non possono più insegnare vengono dirottati verso biblioteche, sale di informatica o laboratori linguistici. Ma se, finora, anche l’insegnante impiegato in biblioteca resta un «docente», con la manovra le cose cambieranno.
Da prof a “bidello” il passo è più breve di quel che sembra. E per chi non presenta la domanda entro 30 giorni dalla data del certificato medico è prevista la mobilità intercompartimentale, ossia lo spostamento in altre amministrazioni pubbliche. La manovra prevede che il personale venga reimmesso in ruolo su posto vacante con priorità nella provincia di appartenenza e mantenga il maggior trattamento economico. In ogni caso, comunque, le immissioni nei ruoli Ata saranno vincolate al piano di assunzioni.
Secondo la Gilda con questo provvedimento «si va a chiarire una situazione già esistente, visto che dal 1984 i docenti che non possono insegnare trovano altri ruoli», spiega Rino Di Meglio, segretario del sindacato insegnanti.
Le amministrazioni pubbliche verso cui saranno dirottati i docenti che non presenteranno l’istanza saranno individuate in un decreto che arriverà entro 90 giorni dall’entrata in vigore della manovra.
La novità non preoccupa il segretario della Uil scuola, secondo cui «se un insegnante ha una patologia depressivo-psicologica che gli impedisce di essere a contatto con gli alunni va utilizzato in altri ambiti, che possono essere scolastici o non, in base alla sua decisione di presentare l’istanza».
Contrario, invece, Mimmo Pantaleo della Flc scuola: «È una norma palesemente penalizzante per i professori, che si troverebbero a ricoprire ruoli da personale Ata. Altra cosa è, invece, la mobilità, che rappresenta una soluzione più idonea perché salvaguarda le competenze e la professionalità del lavoratore».
L’ipotesi del prof che diventa bidello non convince del tutto anche perché «rischiano di aprirsi numerosi contenziosi», avverte Pantaleo. Perché se è vero che si conserva lo stipendio da insegnante, è altrettanto vero che si perde lo status di docente.

Il Sole 24 Ore 04.07.11