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"Napolitano: La manovra non è ancora arrivata al Quirinale", di Bianca Di Giovanni

«Si precisa che a tutt’oggi la presidenza del consiglio non ha ancora trasmesso al Quirinale il testo del decreto legge». Con una nota telegrafica il Colle mette fine alla ridda di indiscrezioni che davano la manovra già sul tavolo del presidente della Repubblica. Una precisazione che indirettamente rivela anche il lavorio tutto interno all’esecutivo, ancora impegnato a smussare le parti più difficili da digerire per alcune componenti della coalizione. Non è la prima volta che i testi definitivi arrivano qualche giorno dopo il varo. Ma stavolta i motivi per rivedere i dettagli sono tutti politici. Le pensioni mandano in fibrillazione la Lega, mentre sui mancati tagli alla politica anche la base del Pdl mostra mal di pancia. Insomma, la «finanziaria-monstre» non sarà un passaggio tanto pacifico: a confermarlo anche l’appello di Renato Schifani per interventi condivisi in Parlamento. Insomma, la maggioranza traballa e cerca un ancoraggio tra i banchi dell’opposizione. Da cui, però, arrivano per ora solo parole di fuoco. «Quasi la metà dei 47miliardi all’anno previsti a partire dal 2014 sono costituiti da maggiori entrate – denuncia Stefano Fassina del Pd- dai ticket sanitari, all’imposta di bollo sul deposito titoli, dall’ aumento dell’Irap delle banche alla raffica di aumenti di imposte scaricati su Regioni, Province e Comuni attraverso i decreti del federalismo fiscale ». Una stretta che porterà al record di pressione fiscale sul Pil, a quota 45%. Intanto i sindacati annunciano lotta dura. La Cgil «ha preannunciato una mobilitazione il 15del sindacato pensionati: sarà una mobilitazione di tutti i territori per le pensioni, ma anche per la sanità è sui temi della crescita». Queste le parole di Susanna Camusso al Tg3. «Saremo molti come sempre, ma con tanta rabbia in più il 15 Luglio davanti Montecitorio per protestare contro le decisioni del Governo verso i pensionati», ha aggiunto la segretaria dello Spi Cgil Carla Cantone. Camusso ha ribadito i punti più iniqui della manovra. «Quando si parla dei mille e quattrocento euro si parla di mille euro netti – ha detto il segretario – Sono le pensioni di operai, impiegati che spesso hanno raggiunto i 40 anni di lavoro, quel famoso ceto medio che bisognerebbe salvaguardare sul piano dei redditi e quindi dei consumi. Si tratta di un ceto che è stato già penalizzato con riduzioni delle pensioni che spesso gli servono anche a proteggere figli disoccupati». Per trovare risorse per fare la manovra «noi diciamo da lungo tempo innanzitutto che per prendere soldi bisogna rimettere in moto la crescita. E poi si deve prendere a chi guadagna di più», osserva ancora il segretario della Cgil che aggiunge: «Non è vero che non ci sono situazioni dove non si potrebbero trovare risorse quando il 10% famiglie italiane detiene il47%della ricchezza nazionale ». Per questo, conclude Camusso, «noi diciamo che serve un riequilibrio. Si colpisca chi ha determinato questa crisi e si utilizzino le risorse per far stare meglio chi sta peggio e per far ripartire la crescita». RINNOVABILI Quanto al merito, ieri è spuntato di nuovo il taglio agli incentivi alle rinnovabili, che era stato eliminato in consiglio dei ministri. Il governo (soprattutto i leghisti) la chiama norma salva-bollette, perché taglierebbe del 30% la componente variabile delle bollette destinata al finanziamento delle rinnovabili. «Rimettere di nuovo tutto in discussione- attacca il senatore Pd Francesco Ferrante – vuol dire togliere ogni certezza agli investitori, colpendo un intero comparto industriale nazionale e danneggiando la credibilità del nostro paese di fronte agli investitori internazionali».

L’Unità 04.07.11

"I proclami di Bossi sono già lettera morta", di Marco Alfieri

Fatti in tempi certi. Impegno da parte del governo a realizzare 12 punti programmatici nei prossimi 180 giorni entro le date stabilite». L’ultimatum del Carroccio è stilato in una paginetta asciutta, distribuita in migliaia di copie due domeniche fa sul pratone di Pontida. «Caro Silvio, prendere o lasciare», sibilò Umberto Bossi sotto il sole a picco. Proprio oggi scade il primo mini lotto dell’aut aut leghista e se prendiamo alla lettera il Contratto con i padani, già stasera il governo Berlusconi dovrebbe cadere per il ritiro dell’appoggio leghista. Entro due settimane da Pontida, cioè oggi, infatti, si legge, «il consiglio dei ministri deve varare la riforma costituzionale che stabilisce il dimezzamento del numero dei parlamentari e la nascita del senato federale. Tempo per l’approvazione definitiva da parte del Parlamento: 15 mesi». Ma di questo provvedimento non c’è traccia. Solo una vaga notizia di invio all’esame del pre Cdm di una bozza di riforma costituzionale di cui sopra. Ma se anche fosse, e venisse approvata chiavi in mano, sarebbe fuori tempo rispetto al timing di Pontida.

Altra scadenza fissata a due settimane: «approvazione in Cdm del decreto legge sulle missioni militari: riduzione dei costosissimi contingenti all’estero». Anche qui. Nulla di ciò è arrivato sul tavolo di palazzo Chigi. La Padania ieri vantava come un successo l’aver bloccato «il tentativo di incrementi per gli stanziamenti per missioni militari». Di più. «A breve, nel decreto legge relativo, chiederemo la loro concreta riduzione». Il fatto stesso che si annunci un decreto a breve, dimostra la (seconda) violazione contrattuale dell’agenda di Pontida. Né basta il solito Roberto Calderoli che minaccia fuoco e fiamme: «O il governo ridurrà l’impegno nelle missioni internazionali o la Lega non voterà il decreto per il rifinanziamento» e avverte e insiste: «O la Lega porta risultati o se ne va e lascia Berlusconi ai suoi divertimenti». «La guerra in Libia? Cesserà a settembre», rincara da Cassano Magnago il Senatùr. Può darsi, per ora di certo c’è solo il seguente comma in manovra: «al fine di prolungare la partecipazione italiana alle missioni internazionali, per il 2011 la dotazione del relativo fondo è incrementata di 700 milioni di euro». Del resto si discuterà al Consiglio supremo di difesa convocato per il 6 luglio. Forse.

Insomma basterebbero queste due violazioni per aprire la crisi di governo carta padana canta – se la Lega facesse la Lega; invece un Carroccio ormai romanizzato e avvinghiato mestamente al Cavaliere decide persino di festeggiarsi. «Primo tagliando dopo Pontida», spara La Padania di ieri, rivendicando il drizzone al governo che l’ultimatum bossiano avrebbe magicamente prodotto. E via con una maxi tabella su 15 punti titolata «Obiettivi di Pontida, tabella di marcia». All’interno ci sono tante cose, alcune raggiunte o avviate, altre solo dei desiderata. Ad esempio la rivendicazione sbandierata su due ministeri decentrati a Monza «entro fine luglio», nel contratto di Pontida non è contemplata, nonostante Bossi continui a ripetere che anche Tremonti si trasferirà a Villa Reale (sic!). E ancora. La celebrazione di alcuni punti fissati ad un mese nell’agenda di Pontida («attivazione delle norme per dare ulteriori forme di autonomia alle regioni che le abbiano richieste; riduzione delle bollette energetiche; riforma del patto di stabilità interno per Comuni e Province; taglio dei costi della politica; finanziamento del trasporto pubblico locale; avvio dell’abolizione delle misure fiscali vessatorie di Equitalia»), secondo la Padania addirittura già centrati, richiedono un chiarimento.

Sulla riduzione delle bollette energetiche va detto che il Carroccio ammette il flop arrendendosi ai rincari di luce e gas previsti in manovra. Ma anche sui costi della politica ci si deve accontentare di un taglio del 10% dei rimborsi elettorali. Il resto è rinviato ad una Commissione e comunque a partire dalla prossima legislatura. C’è poi la promessa solenne di revisione del patto di stabilità per i comuni virtuosi e l’esclusione dai tagli per quegli enti coi conti a posto. «Tremonti lascia stare i nostri comuni, altrimenti i voti non te li diamo», tuonò Bossi dal pratone. In teoria il processo è avviato ma c’è molto scetticismo sul provvedimento. Per gli esperti de Il Sole 24Ore andrebbero «aboliti due difetti importanti degli indicatori di virtuosità: la difficile applicazione e gli effetti distorsivi che premiamo e o puniscono a prescindere dal vero merito della gestione». In ogni caso sarà una riforma in vigore dal 2013. Cioè tra 2 anni. Subito per gli enti locali ci sono i tagli: altri 9,6 miliardi sul biennio 2013-2014 dopo i 14,8 sul 2011-2012 che uccidono in culla il federalismo fiscale. Te lo dicono scoraggiati molti sindaci leghisti, divisi tra ragion di partito e comunità allo stremo.

Solo in Lombardia, se confrontiamo le entrate correnti con le spese di personale e servizi, ci sono mille Comuni su 1536 a rischio default. In Veneto, l’altra Vandea leghista, i Comuni hanno subito tagli al 27% del totale trasferimenti da Roma nel quinquennio 2004-2009. A cui si aggiunge un altro colpo di scure da 260 milioni quest’anno e da 300 nel 2012. Non basta. Nella tabella di ieri La Padania rivendica come punti già messi in cantiere alcune promesse che l’agenda di Pontida fissa a due mesi o scagliona entro l’anno. Si tratta della «definizione dei costi standard da applicarsi alle amministrazioni dello Stato; approvazione della proposta di legge di riforma fiscale con approvazione definitiva in Parlamento per fine anno; soluzione definitiva della questione quote latte; varo codice delle autonomie».

Anche qui: sulle quote latte la Lega in effetti ha vinto in anticipo ottenendo in manovra lo stop alle procedure di riscossione coattiva di Equitalia, alla faccia degli allevatori che hanno pagato regolarmente. Sulla riforma fiscale tanto attesa, partirà una legge delega a 3 anni, dunque i benefici saranno molto posticipati. Non è invece menzionato nella tabella di ieri il Codice delle autonomie promesso a Pontida, ma tanto c’è tempo fino a Natale. Sempre che il governo resti in piedi. Da Contratto con i padani, infatti, dovrebbe cadere entro sera…

La Stampa 03.07.11

"Il dovere di distinguere", di Carlo Galli

Per fortuna non c´è stata, in Val di Susa, una replica dei fatti di Genova di dieci anni fa. Come allora, la violenza premeditata si è infiltrata nelle proteste di massa; a differenza di allora la risposta delle forze dell´ordine è stata ferma, ma professionale. E questo è un fatto positivo. Ma c´è stata anche un´altra differenza: c´è stata – da parte di Beppe Grillo – l´offerta di una sponda politica alla protesta, che non ha distinto a sufficienza, e con la dovuta chiarezza, fra critica (anche radicale) e violenza. Parlare di “guerra civile” in corso, affermare “siete tutti eroi”, inneggiare alla “straordinaria rivoluzione” che si oppone alle “prove tecniche di dittatura”, significa che il linguaggio politico sta deragliando.
Che il populismo demagogico grillino sta perdendo il controllo della situazione, e gioca ormai al tanto peggio tanto meglio. Che sta investendo politicamente non solo sull´emozione, come di solito fa, ma sull´esasperazione, sulla confusione.
E invece è cruciale, ora, sapere esercitare la distinzione concettuale – e pratica – fra protesta e violenza: tanto lecita la prima quanto indifendibile la seconda. E fra democrazia e dittatura; all´interno della prima, infatti, ci troviamo, nonostante tutto; e soprattutto in essa ci riconosciamo; mentre la seconda non è all´ordine del giorno, meno che mai nelle forme di violenta e illiberale repressione che si denunciano, e che giustificherebbero la “resistenza” violenta.
Come va attuata, infine, la distinzione fra sommossa e guerra civile: episodica illegalità l´una, che va ricondotta all´interno delle regole e dell´impero della legge, mentre l´altra è la lacerazione del tessuto politico, la fine di una forma politica da cui – con un tragico tributo di sangue e sofferenze – ne esce un´altra.
Un politico anti-sistema – quale Grillo è – può praticare disobbedienze radicali, può attivare movimenti di dura critica alle istituzioni (essendo a sua volta criticato, naturalmente), può operare perché da un focolaio di crisi scaturisca un´energia politica capace di propagarsi all´intero Paese; ma non può confondere la propria lotta – né quella altrui, che egli assume come occasione propizia per sé e per il proprio movimento – con la violenza.
Il rapporto amico/nemico, che viene evocato, non è uno scherzo; è un processo che, semplicemente, non va attivato perché fa saltare i fondamenti della vita civile. Perché mette in gioco la morte, la possibilità dello scontro all´ultimo sangue. E questo, va detto con estrema fermezza, non lo può legittimamente volere nessuno.
Davanti a questa prospettiva tutti devono arretrare: col passo indietro della responsabilità, della chiarezza e della distinzione. Cioè della ragione, e della politica che passa attraverso le istituzioni, e attraverso il conflitto (auto)-limitato.
Si può pensare quello che si vuole della Tav: la si può vedere come un´occasione di sviluppo (quale probabilmente può ancora diventare), oppure come l´intrusione di un ciclopico Leviatano affaristico-tecnologico – su scala europea – che sconvolge le vite di intere comunità.
La si può vedere come un destino a cui è stupido e antimoderno sottrarsi, oppure come una finta necessità, a cui è giusto tentare di resistere pacificamente – i conflitti sono il sale della democrazia, dopo tutto –. Ma non si può pensare quello che si vuole della democrazia: non si possono considerare le sue regole come qualcosa che può essere calpestato per calcolo politico, per impadronirsi di una protesta, per mettere il cappello su un disagio.
La vicenda Tav può essere stata gestita male; il dialogo politico può essere stato insoddisfacente – tutto ciò è opinabile –; ma nulla legittima la violenza. Che non proviene neppure dai diretti interessati – gli abitanti della Val di Susa –, i quali anzi ne sono oggettivamente danneggiati, ma da professionisti dei tumulti estranei al luogo.
Cioè da soggetti che strumentalizzano una crisi, che non ne vogliono una soluzione ma – per fini che con la Tav non hanno nulla a che vedere – solo l´aggravamento e l´estensione: come Grillo, appunto, e, specularmente, come Gasparri, interessato solo a cercare goffamente di coinvolgere il Pd e Sel (che con modalità diverse si sono chiaramente dissociati dalla violenza) nelle malefatte della “estrema sinistra”.
Che è piuttosto un´estrema irresponsabilità, diffusa in buona parte dello schieramento politico, insieme alla confusione e al caos che qualcuno crede possa essere creativo, e che invece rischia di essere solo distruttivo. Delle buone ragioni, per chi le ha; e della democrazia, per tutti.

La Repubblica 04.07.11

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“Ma da Napoli al Piemonte la Base si ribella contro Beppe e il suo guru”, diJACOPO IACOBONI

Avete presente Fight Club ? A un certo punto il progetto di Edward Norton – creare una rete di combattimenti notturni per sfogare la volontà di potenza di maschi americani – va così oltre le intenzioni che sfugge totalmente dalle mani di chi l’aveva iniziato. Ecco.

Mentre Beppe Grillo ieri portava la sua voce in Val Susa a quelli che si battono contro la Tav, sul blog peerates.org Alessandro, uno dei sostenitori dei suoi meet up, commentava amaro: «Grillo mi ricorda un po’ quella scena di Fight club , dove il protagonista perde il controllo del progetto Mayhem, che continua anche senza di lui e contro il suo volere». E il fatto è questo ormai: dopo l’uno-due elezioni amministrative-referendum, sono sempre di più i sostenitori o semplici cittadini che non accettano più l’equazione movimento-uguale-Grillo, e non tollerano più i metodi dell’antico ispiratore. Non è la prima volta che accade, in questi anni, ma ora il malessere ha un senso particolare perché investe la domanda: che facciamo dopo le vittorie elettorali? Il casus belli risale al 18 giugno, le discusisoni duravano ancora ieri. Grillo convoca una riunione a porte chiuse a Milano – di solito avvengono ogni sei mesi – in cui, col divieto di far riprese e raccontare all’esterno (!), prova a strutturare una forma di coordinamento. Se ne occupano due uomini, i fratelli Davide e Gianroberto Casaleggio, che con la loro azienda gestiscono da anni il sito e la strategia del comico di Genova.

L’incontro, dalle 11 alle due e mezzo di pomeriggio, nomina (non elegge) quattro figure, Matteo Olivieri (Reggio Emilia), documenterà i progetti realizzati nelle città; David Borrelli (Treviso), si occuperà delle liste; Vito Crimi, di Brescia, analizzerà e coordinerà i programmi sui vari territori; infine Vittorio Bertola, di Torino, che ha il compito di ritoccare Movable Type, il sistema su cui gira il sito Grillo, per creare una piattaforma informatica per condividere tutto il lavoro prodotto dai consiglieri grillini in Italia. Normale, Grillo si dà una struttura, sia pure leggerissima. Ma lui o qualcun altro per lui? Luca B., dei meet up bolognesi, domanda: «Chi decide questi coordinatori?». Roberto Fico, del meet up di Napoli, attacca: «Con che criterio organizzate gli incontri, potremmo saperlo?».

Davide Bono, consigliere piemontese, ieri in Val Susa ha ribadito ogni solidarietà con Grillo. Però è certo che i modi con cui è avvenuta la strutturazione del movimento non gli sono piaciuti, «altro che spontanee, queste sono candidature spintanee. E tre di loro hanno doppi incarichi». A fine meeting aveva raccontato: «Strappo il microfono alle 14,30 e chiedo lumi, chi ha deciso chi, e se sono ruoli tecnici o politici? Mi si risponde che se qualcuno del territorio me lo chiede devo mandarlo aff…». Siamo a questo: Grillo sfodera il vaffa contro i suoi stessi eletti.

Bertola nel frattempo si autosospende dal coordinamento piemontese, in polemica con Bono. Mauro Conte accusa, «vale il singolo cittadino o sono due tre persone senza nome e senza volto, che scavalcano tutto? Grillo mi manda aff…? Io mando aff… lui». La candidata romana Serenetta Monti dice che Beppe «prende ordini» da Gianroberto Casaleggio. Chi sia quest’uomo dai capelli Galbusera – che ieri se ne stava sereno nel bosco che possiede vicino a Ivrea, nel Canavese – è noto, ma varrà la pena ricordarlo.

Beppe Grillo stesso, nella prefazione di «Web ergo sum», racconta: «Lo incontrai per la prima volta a Livorno, una sera di aprile del 2004. Venne in camerino e cominciò a parlarmi di rete. Di come potesse cambiare il mondo. Pensai che fosse un genio del male o una sorta di San Francesco. Ebbi un attimo di esitazione. Casaleggio ne approfittò. Mi parlò allora di Calimero, il pulcino nero, Gurdjieff». E infatti Casaleggio un po’ ricorda il mistico armeno, con le sue teorie su una rete impalpabile (Gaia) che arriverà a controllare la vita e la politica reale. Sarebbe discorso lungo, il fatto è che Grillo demanda a Casaleggio ormai tutto. E sul web fanno le pulci al network del guru, i suoi esordi nell’Olivetti di Roberto Colaninno, il passaggio in Webegg, un’azienda allora controllata da Telecom (ai tempi Tronchetti Provera), la sua amicizia con un altro socio della Casaleggio,Enrico Sassoon, poi dal 1998 ad d e l l ’ A m e r i c a n Chamber of Commerce in Italy, che raggruppa tra l’altro gruppi come quello dell’Aspen Institute.

Nulla di male, ovviamente; ma nulla che esalti la base. La mobilitazione, web o reale non fa distinzione, cresce, e non accetta più totem, specie dopo le vittorie elettorali. Grillo giura: «Mi chiamo fuori da questa deriva partitica piemontese». Ma il movimento cinque stelle sa di non essere il Pdl.

La Stampa 04.07.11

"Patrimoniale capovolta", di Nicola Cacace

L’Italia non cresce per tanti fattori e il primo è la diseguale distribuzione del reddito: troppa distanza tra alti e bassi redditi, tra precarietà giovanile e privilegi di molte caste a cominciare da quella politica. Metà della ricchezza privata nazionale è nelle mani del 10% delle famiglie, l’80% ne possiede le briciole. Infatti l’indice di Gini, quello che misura le distanze di redditi tra ricchi e poveri è superiore a 0,33, cioè il più alto d’Europa. La manovra Tremonti-Berlusconi di 47 miliardi da oggi al 2014 aumenta le diseguaglianze, invece di ridurle, attraverso i ticket sanitari, i tagli selvaggi agli Enti locali cioè meno servizi ai meno abbienti -, il congelamento degli stipendi degli statali e soprattutto il congelamento di milioni di pensioni da 1400 euro lordi al mese, poco più di 1000 euro netti. Ecco a chi si chiedono sacrifici per riequilibrare i conti!
Come non bastasse, si piange sui 120 miliardi di evasione fiscale e si annunciano manovre di allentamento di verifiche e controlli su autonomi e piccole imprese. Che andrebbero aiutati in altri modi, soprattutto gli onesti, defiscalizzando il lavoro e liberalizzando le professioni.
Il carattere più scandaloso di questa manovra è nel chiaro carattere di “patrimoniale capovolta”. Ticket sanitari, tagli alla scuola ed agli enti locali, congelamento di bassi stipendi e di pensioni “quasi da fame”, da 1000 euro al mese, sono provvedimenti che finiscono per mettere le mani nelle tasche dei meno abbienti molto più che dei ricchi. L’esatto contrario di quello di cui il Paese ha bisogno per rilanciare la crescita.
Nella società della conoscenza, col capitale umano centrale, l’eguaglianza non è solo fattore etico di giustizia sociale, è fattore di sviluppo economico. Tutti i dati, dall’Ocse alla Ue, dalla Banca mondiale alla Banca d’Italia, dimostrano che «negli ultimi 30 anni la globalizzazione, che pure ha prodotto effetti positivi come l’apertura del mercato della produzione e del consumo a miliardi di cinesi, indiani, brasiliani, prima esclusi, ha anche prodotto il più scandaloso aumento di diseguaglianze in quasi tutti i Paesi industriali, tra cui l’Italia». Gli Stati uniti nel mondo e l’Italia in Europa guidano le classifiche della diseguaglianza: L’indice di Gini, che misura le distanze tra alti e bassi redditi, vede gli Usa e il nostro Paese in testa sopra la media Ocse, tra le nazioni a più alta diseguaglianza, mentre Francia, Germania, Olanda e Paesi scandinavi figurano sotto la media come Paesi a più bassa diseguaglianza. Le nazioni a più alta crescita nel 2010 sono state Svezia e Germania, non a caso anche Paesi a più alta eguaglianza. L’uguaglianza fattore di sviluppo è dimostrato anche dalle classifiche della Banca Mondiale sul reddito procapite: tutti i Paesi più egualitari, i quattro Paesi scandinavi più Olanda e Germania, figurano anche tra i più ricchi al mondo. Si parla poco di eguaglianza quando si esamina il “miracolo” tedesco, eppure questo Paese è tra i leader nella equa distribuzione del reddito, occupando il sesto posto su 27 Paesi della Ue per eguaglianza, subito dopo l’Olanda e i paesi scandinavi. Emergono allora due messaggi: Il primo che nell’era della conoscenza i valori dell’eguaglianza, a cominciare dalla scuola, dall’innovazione e dalla famiglia, sono fattori di sviluppo oltre che etici, perciò vanno sostenuti e non depressi. Il secondo è che l’Italia possiede il potenziale di cultura e imprenditorialità per riprendere la crescita. A patto di attuare politiche che consentano al maggior numero possibile di imprenditori e lavoratori di partecipare alla competizione, l’esatto contrario di quanto fatto da questa manovra, vera e propria “patrimoniale dei poveri”.

L’Unità 03.07.11

"I medici a rischio estinzione tra 10 anni sparito uno su due", di Michele Bocci

Record di uscite e pochi nuovi laureati: mancheranno internisti e pediatri. Più radiologi, meno pediatri ecco chi sale e chi scende nelle corsie degli ospedali. Le previsioni per il 2021: mancherà un medico su due. Ogni anno si specializzano 5mila professionisti ma ne servirebbero quasi il doppio. Addio a 140 reparti di medicina interna, a 67 di chirurgia generale e a 41 di ginecologia. Ma eccone 71 in più di radiologia. Nei prossimi dieci anni, in Italia andranno in pensione più medici di quelli che saranno specializzati dalle università. E per certe discipline negli ospedali sarà crisi.
Che il saldo tra chi entra e chi esce sia negativo ormai è noto da tempo, sta scritto pure nel piano sanitario nazionale, ma una cosa è prendere in considerazione il totale dei camici bianchi che se ne vanno, un´altra è andare a vedere cosa succede nelle singole specializzazioni. Lo ha fatto il sindacato ospedaliero Anaao Assomed in una ricerca basata sui numeri del ministero della Salute, della Federazione degli ordini dei medici, delle università. Si parte dal dato più preoccupante: stiamo per entrare nella “gobba pensionistica”: circa la metà degli ospedalieri italiani sono nati tra il 1950 e il ‘59 e acquisiranno i requisiti per la pensione tra il 2012 al 2021. L´anno con il maggior numero di uscite sarà il 2017, quando oltre 7mila medici chiuderanno i loro contratti. In tutto andranno via 61.300 persone e se ne specializzeranno 50mila. Di questi ultimi, però, non tutti andranno a lavorare in ospedale. In media, un 30 per cento di neospecializzati va a lavorare nel privato, si sposta all´estero o smette con la medicina. Entreranno così in 35mila, di cui circa 5mila faranno i medici di famiglia e non andranno in corsia.
La crisi peggiore colpirà la medicina interna, che pure sta vivendo un ritorno di vocazioni. Il problema è che a fronte di 4.200 uscite in dieci anni le entrate saranno 2.250. La differenza fa 1.950: 140 reparti da 14 medici. I chirurghi generali, invece, saranno 950 in meno. «Questi dati rappresentano un problema per le specializzazioni generaliste, quelle sempre più necessarie di fronte a malati che invecchiano e soffrono di più malattie contemporaneamente», dice Carlo Palermo della segreteria nazionale del sindacato, autore dello studio. Diminuiranno anche i ginecologi (meno 580) e gli anestesisti (meno 380). Caso particolare quello dei pediatri: tra gli ospedalieri e quelli di famiglia ne verranno a mancare ben 3.400. Un deficit enorme su cui il ministero aveva promesso di intervenire. In controtendenza, la radiologia: specializzazione per la quale lo studio prevede mille professionisti in più.
Il ministro Ferruccio Fazio nei giorni scorsi ha parlato di un numero adeguato di medici nel nostro paese (4,1 per mille abitanti contro il 3,3 di altri paesi occidentali), ma ha anche ammesso che si potrebbero far entrare gli specializzandi negli ospedali due anni prima del termine del percorso di studi, che dura in media 5 anni, con contratti a tempo determinato. «Lo chiediamo da tempo» dice Costantino Troise, segretario nazionale dell´Anaao. «È un provvedimento che potrebbe risolvere le cose nei prossimi anni».
In Italia oggi si iscrivono a medicina circa 9.500 giovani l´anno. Ma saranno laureati tra 11 anni, alla fine della gobba pensionistica. Le specializzazioni hanno numeri più bassi: sfornano 5mila professionisti ogni dodici mesi. Troppo pochi: le Regioni si sono riunite e hanno stimato il loro fabbisogno in 8.851 nuovi specializzati l´anno. Si cerca anche di coinvolgere le università, per aumentare i posti nelle specializzazioni più in crisi e diminuire quelli nelle altre. Per dare una mano, le amministrazioni locali, come Lombardia e Toscana, stanno siglando accordi con gli atenei e tirando fuori soldi per aumentare il numero di borse di studio e orientare l´offerta formativa.

La Repubblica 03.07.11

«Se non ora quando un Paese per donne? Ecco perché è tempo di tornare a parlarci», di Valeria Fedeli

Il 9 e il 10 luglio ci ritroveremo a Siena: una piattaforma aperta per dare voce a chi si è riconosciuto nel movimento del 13 febbraio. Quello che ha detto «basta» e che ora vuole scrivere l’agenda per l’Italia di domani, Tornano le donne del 13 febbraio. Non siamo più solo noi, donne di snoq, le promotrici di quella straordinaria e inedita
giornata di mobilitazione nazionale, a considerare questa data uno spartiacque fondamentale dell’avvio del cambiamento nel nostro Paese. La centralità politica delle donne nel determinare il cambiamento che stiamo vedendo nei risultati delle elezioni amministrative, nei referendum, dice molto di quanto quella giornata, con la partecipazione di donne e uomini di ogni età e condizione, cultura, appartenenza, ha segnato l’avvio del risorgimento civile, etico e democratico di questa fase storica dell’Italia. Una partecipazione popolare guidata da donne! Attorno alle parole e ai contenuti di quella giornata, si sono riconosciute quel milione di persone che hanno riempito le piazze e che hanno rappresentato il Paese che vorremmo.
È apparso chiaro che la forza e la determinazione espressa dalle donne il 13 febbraio, ha rappresentato il più profondo sommovimento culturale, civile ed etico per cambiare questo Paese. Ha creato fiducia, speranza. Reso credibile e possibile cambiare lo stato di cose in questo Paese. Ha sbloccato il Paese. Ha dato energia e voglia di riprovare a partecipare per cambiare a tanti che si erano assuefatti allo stato di cose esistenti. Quel «basta» collettivo , urlato nelle piazze, allo stato di cose esistente, nel Governo del Paese, nella cultura dominante, nell’arretratezza della convivenza civile, nelle drammatiche condizioni di lavoro e di vita di tante donne , ha riacceso il futuro con luce differente. Una straordinaria voglia di cambiare il Governo complessivo del Paese, della rappresentazione e uso del corpo delle donne nell’immagine pubblica e nella comunicazione. Una rinascita del valore della differenza di genere, della libertà e dell’autonomia delle donne. Un risveglio che chiama in modo nuovo alla responsabilità la politica, le imprese, le organizzazioni sociali e ogni decisore pubblico. Una responsabilità che deve proporre il cambiamento della precarietà del lavoro che è prevalentemente femminile e del sud d’Italia. Siamo il Paese che ha la più bassa occupazione femminile. Siamo al penultimo posto rispetto ai Paesi europei.Siamo il Paese che considera la maternità un ‘rischio’ anziché un valore sociale per l’insieme della società. Che vede, come certifica per la prima volta l’Istat quest’anno, 800.000 donne che lasciano il lavoro alla nascita del primo figlio. Un Paese che ha scaricato sulle donne e sulla famiglia, la crisi economica e quindi ha fatto regredire tutta la società. Un paese, che ha assistito pochi giorni fa, alla notizia di una azienda che ‘mette fuori le donne’ perché tanto loro hanno altro da fare a casa e tiene gli uomini al lavoro retribuito. E gli uomini , accolgono come normale questa scelta dell’azienda, e quindi non sostengono la lotta delle donne che difendono il loro diritto al lavoro.
È a questo Paese che le donne di SENONORAQUANDO, hanno detto basta! E, ora, dopo il 13 febbraio, quelle donne e quegli uomini, quelle ragazze e quei ragazzi, vorrebbero andare avanti per costruire una società diversa, un Paese diverso, un Paese per donne. Consapevoli che un Paese per donne è un paese in cui anche gli uomini possono vivere meglio. È necessario, per cambiare davvero questo Paese, per avere un futuro credibile e positivo per tutti, per superare la pesante crisi economica e sociale, rimettere al centro il valore del lavoro e la priorità del lavoro delle donne. L’occupazione femminile deve diventare la priorità dell’Italia. La sfida dell’innovazione, della modernità, della valorizzazione delle competenze per qualificare il cambiamento passa da qui! Questa è l’opzione per lo sviluppo sostenibile, per la crescita e l’equità e la giustizia sociale. Per una società e una democrazia duale, di donne e uomini, in ogni ambito della vita politica, culturale e nel lavoro. Che riscopra e attui i contenuti della Costituzione Italiana anche a questo fine, come ci ha ricordato il Presidente della Repubblica in occasione dell’8 marzo.
Quella partecipazione ha consegnato alle promotrici una responsabilità enorme, importante. Si sono avviate nuove connessioni tra le donne nelle diverse realtà del Paese, tra associazioni che da anni elaborano e agiscono per questo cambiamento. Tra nuove associazioni, tra le giovani generazioni che hanno scoperto l’importanza dell’impegno e della partecipazione diretta. C’è il desiderio e la ricerca di una nuova dimensione collettiva dell’impegno, dello stare insieme. Il “noi” che sostituisce, con grande gioia, l’io solitario. E le donne di senonoraquando hanno reso visibile e possibile questo “noi”‘. Ogni realtà si è ritrovata dopo il 13 febbraio. Ha creato rete, dialogo, connessione. Ogni luogo ha avuto nuova linfa, forza, energia. Le parole delle donne hanno riacquistato un senso profondo, qualificato. Con il 13 febbraio si è rotta la solitudine delle “appartenenze” di molte realtà e di molte donne.
Nessuna appartenenza in cui ciascuna vive e opera è più sufficiente a contenere il desiderio di partecipare a cambiare questo Paese; per costruire un Paese per donne. Una nuova stagione del movimento delle donne italiane non solo è ora possibile, ma è la condizione e la speranza per un futuro migliore per tutti gli italiani. Per contribuire a questa speranza, abbiamo organizzato l’appuntamento di Siena del 9 e 10 luglio. Questa la nostra lettera: «Il 13 febbraio abbiamo riempito le piazze per difendere la nostra dignità di donne e riscattare l’immagine del Paese. La mobilitazione ha contribuito a portare tante donne al governo delle città e a risvegliare uno straordinario spirito civico. Ma sono solo i primi segnali. La fotografia dell’ultimo rapporto Istat ci conferma che l’immagine deformata delle donne, così presente nei media e nella pubblicità, è solo l’altra faccia della diffusa resistenza a fare spazio alla libertà femminile. I dati ci dicono che le donne italiane studiano, si professionalizzano, raggiungono livelli di eccellenza in molti campi. Ma sono donne, vogliono esserlo, e questo basta, nel nostro Paese, perché non entrino nel mercato del lavoro (il 50% è senza occupazione) o perdano il lavoro, spesso precario, se scelgono di diventare madri. Sembrava fino a ieri che dovessimo aver solo un po’ di pazienza, che la società italiana, forse più lentamente di altre, avrebbe accolto la libertà femminile. Ma così non è. Occorre prenderne atto. Vogliamo difendere noi stesse, il nostro presente e il nostro futuro perché una cosa è chiara: un Paese che deprime le donne è vecchio, senza vita, senza speranza. Mettiamo a punto le nostre idee. Rilanciamo, forti delle nostre diversità, un grande movimento», Vi aspettiamo a Siena. Un incontro per confrontarci, ascoltarci. Per scegliere insieme le nostre parole, i contenuti, le azioni. Per riconoscerci e costruire insieme la nostra forza. Per avere un Paese per donne e quindi per vincere.

Come partecipare
Sono già centinaia le adesioni. E tu che aspetti?
Centinaia di donne riunite, in rappresentanza degli oltre 120 comitati locali scaturiti dalla mobilitazione nazionale del 13 febbraio per parlare del futuro dell’Italia e del ruolo che le donne avranno. È lo scopo dell’incontro nazionale organizzato a Siena il 9 e 10 luglio. Sono già 730 partecipanti registrati fino a questo momento. Per chi non sarà a Siena, sarà possibile seguire l’evento sul web con una diretta streaming radio e tv, tramite il blog di Se non ora quando, la pagina Facebook e Twitter. Sul blog da oggi le indicazioni su come contribuire alla raccolta fondi per finanziare l’evento e altre indicazioni per partecipare.

L’Unità 03.07.11

"Scuola: la Lega ci prova ancora", di Marina Boscaino

La manovra economica interesserà pesantemente la scuola. Ghizzoni (capogruppo Pd alla commissione Cultura della Camera), spiega come vengono messi in ginocchio i precari (quelli percossi davanti a Montecitorio): esclusione dall’applicazione della norma europea sulla trasformazione a tempo indeterminato del contratto svolto per tre anni consecutivi nello stesso ente o azienda; fantomatico piano di assunzioni 2011-13, privo di quantificazione; estromissione in extremis di 20 mila giovani abilitati e abilitandi da graduatorie di accesso a ruolo e supplenze annuali. Presto conosceremo gli ulteriori tagli. È noto che l’emendamento al Dl presentato dalla Lega sul “bonus residenza”, ultimo tentativo di avviare la creazione di un sistema scolastico autarchico e privilegiato, è stato stralciato. Ma non abbassiamo la guardia. “La norma non è contro il Sud. Ci riproveremo nella manovra sui conti pubblici” è la promessa dell’ideatore, Pittoni. Il bonus si integra molto bene in un programma politico scandito da appelli a segregazione, divisione, negazione del principio di uguaglianza: di individui, lavoratori, opportunità. L’intenzione affermata anche stavolta era consentire ai docenti delle regioni del Nord di non esser sorpassati nelle liste dagli aspiranti professori del Sud. La proposta: 40 punti ai residenti nella provincia in cui si vuole insegnare. Nel 2008, del resto, il programma elettorale sulla scuola della Lega era il meno ambiguo, il più esplicito: tradizioni locali, regionalismo, federalismo della separazione e dell’esclusione.
DA ANNI LA LEGA NORD propone soluzioni per tutelare i docenti indigeni purosangue, con tutto il loro presunto apparato di ampolle sacre e miti nordici. Anni fa ci mise lo zampino persino Ichino, uno degli esegeti della retorica dell’insegnante-fannullone, grazie a cui parte dell’opinione pubblica ha creduto alla bufala dei “tagli” di ore di lezione spacciati per “risparmi” di spesa. Egli consegnò alle pagine del Corriere un identikit dell’insegnante standard, e consigliava all’allora ministro (Padoa-Schioppa) il risparmio di una partita stipendiale, con licenziamento immediato del prof. M, ritardatario, nullafacente, assenteista, che era – indovinate un po’ – meridionale e immigrato in un liceo milanese. Una quadra abbastanza puntuale tra furore contro il pubblico impiego del castigamatti dei precari – Renato Brunetta – e difesa dei (presunti) diritti della Padania, prima cura di Bossi & co. Ma la “trovata” del bonus merita ancora qualche riflessione. Il contrasto più clamoroso, ottuso e quindi sospetto, è con l’art. 3 della Costituzione. Il bonus era proposta vera o piuttosto testimonianza opportunistica di coerenza ideologica a una base scontenta di batosta elettorale e posizioni ambigue sui referendum? L’ennesimo ululato alla luna vale l’ulteriore, infelice e conclamato conflitto con i principi costituzionali di eguaglianza tra i cittadini, come hanno rilevato le polemiche sulla proposta Pittoni? La Lega dimostra ancora una volta di non saper rinunciare alle sue due anime contraddittorie: quella aggressiva e dogmatica, che attenta a principi costituzionali per perseguire i propri obiettivi autonomisti; e quella blanda e conciliante, che sfuma – tra velate minacce e diffusi brontolii della base – l’intransigenza in mefitica capacità di compromesso e copertura strategica delle malefatte del Capo. Che però, nel loro linguaggio – quello sì ambiguo – e nelle loro idee confuse si è tradotto ora in proposte indecenti in serie: impronte digitali ai bambini rom, classi-ponte (eufemismo per ghetti in cui relegare la diversità), quota del 30%; ora in azioni inutilmente stravaganti e provocatorie, come marchiare un edificio pubblico (una scuola, per giunta, ad Adro) con simboli secessionisti; ora con proposte di legge (Goisis e Pittoni) guidate da una mania vera e propria: reclutamento e carriera scolastica tutta giocata tra simili, carta di identità, certificato di residenza, atteggiamento linguistico e culturale padano doc. A quando una boutade sulla quarantena per i meridionali, ostinati usurpatori dei diritti dei docenti padani?

Il Fatto Quotidiano 03.07.11