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"La Liguria prende i rifiuti napoletani", di Alessandro Fulloni

No della Lombardia: se vogliono, mandiamo esperti in discariche. La Liguria darà una mano e accoglierà 20 mila tonnellate di spazzatura che stanno marcendo tra le strade di Napoli. Con la Sicilia è prossima un’intesa. Sondaggi sono in corso con Puglia, Emilia Romagna, Marche, Calabria, Toscana e Friuli Venezia Giulia. «Nessun contatto» invece con la Lombardia. Anche se il governatore Formigoni ha messo a disposizione «dei propri specialisti che potrebbero scendere in qualunque momento» nel capoluogo campano per «impostare la soluzione definitiva del problema» . Sono i primi effetti del decreto legge sui rifiuti che favorisce accordi diretti tra Regioni disponibili ad aiutare la Campania a fronteggiare l’emergenza. Una misura però definita dal presidente della Repubblica Napolitano «non rispondente alle attese» , tanto da sollecitare «interventi ulteriori» . Ieri a Napoli erano 1.250 le tonnellate da rimuovere. Circa 15 mila quelle sparse in tutta la provincia dove la situazione è critica e si registrano ancora roghi. Un giro di telefonate tra presidenti ha accelerato le procedure dello smaltimento. «Stiamo superando la criticità attuale, anche se il decreto non rappresenta, da solo, come si è sempre detto, la soluzione per il problema» ha detto il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo. Il governatore campano Stefano Caldoro ha chiesto un sostegno al collega ligure Claudio Burlando che si è detto favorevole, «ma nel quadro di una solidarietà globale, comprendente tutte le regioni italiane» . Dal sindaco del capoluogo ligure Marta Vincenzi comunque c’è già il «via libera» all’accoglimento di 20 mila tonnellate di rifiuti attesi nelle prossime settimane. Possibile la collaborazione, dopo una telefonata, fra Caldoro e il presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo. Differente la risposta giunta dalla Lombardia. Per ora— chiarisce una nota della presidenza — non c’è «nessun contatto» tra governatori, anche se la Regione Campania annuncia che già venerdì è partita la richiesta di aiuto, così come prevede il decreto sui rifiuti che al Consiglio dei ministri non ha ricevuto l’approvazione della Lega. Al pari di altri presidenti (tra cui Vasco Errani, Emilia Romagna) Formigoni ha mostrato subito scetticismo sulle misure prese dal Governo, «non capaci di risolvere il problema. Riteniamo che si debba procedere all’apertura di nuove discariche in Campania» . Sin da ora c’è comunque la disponibilità ad inviare «specialisti— è la precisazione — che possono allestire impianti sia temporanei, sia definitivi» . Più esplicito il rifiuto che viene dall’assessore lombardo al Territorio e urbanistica Daniele Belotti (Lega): «Siamo spiacenti, ma non possiamo accogliere la richiesta di smaltire i rifiuti napoletani in Lombardia. Non siamo certo disposti a fare puro assistenzialismo — chiarisce — smaltendo, per l’ennesima volta, la monnezza napoletana» . E in una lettera inviata in tempo reale al suo dirimpettaio campano Giovanni Romano, motiva il «niet» spiegando che «i 13 termovalorizzatori lombardi non hanno la capacità di smaltire quantità in eccedenza di rifiuti» . Dalla città di Genova la collaborazione sembra totale. Le 20 mila tonnellate di rifiuti «saranno del tipo indifferenziato— ha spiegato l’assessore comunale al ciclo dei rifiuti Carlo Senesi — raccolti nei quartieri napoletani dove si fa una differenziata spinta» . Nei giorni scorsi c’era stato anche un contatto tra sindaci. Quello di Napoli de Magistris aveva scritto a Marta Vincenzi, primo cittadino del capoluogo ligure, chiedendo se fosse attuabile l’aiuto. E adesso proprio da de Magistris arriva il ringraziamento a Genova «che ha compreso la difficoltà del Comune e si è attivata per aiutarci» .

Il Corriere della Sera 03.07.11

«È la solita storia: si usa la previdenza solo per fare cassa», intervista a Cesare Damiano di Bianca Di Giovanni

L’ex ministro difende le misure volute da Prodi: «Noi toccammo gli assegni più ricchi per dare la quattordicesima ai più poveri e aiuti ai precari». Niente di più falso. La nostra manovra era di segno nettamente opposto a quella attuale». Chi prova ad alludere a un parallelismo tra la manovra Prodi e quella attuale con Cesare Damiano, riceve una risposta tranchant: falso. L’ex ministro fornisce le cifre del suo intervento e prospetta i rischi di quello attuale. «Sacconi punta i piedi, Bossi punta i piedi, ma poi alla fine le pensioni ci sono sempre», osserva Damiano. Le trappole per i pensionati sono disseminate in tutti i provvedimenti targati Tremonti. Quanto all’ultimo, il segno è preciso: «Si toglie ai poveri per dare ai ricchi. Esattamente come si fa con le tre aliquote nel fisco».
Eppure, si continua a dire che l’intervento prospettato è analogo a quello sugli assegni d’oro voluto da Prodi. «Niente di più falso. Al tempo del governo Prodi io avevo congelato per un anno la rivalutazione delle pensioni pari a 8 volte il minimo, con un risparmio di 140 milioni l’anno. Contemporaneamente avevo stanziato un miliardo e 300 milioni a vantaggio dei pensionati con un assegno fino
a 700 euro al mese (una platea di 3,5 milioni di persone) attraverso la quattordicesima, che viene ancora distribuita nel mese di luglio. E non è finita qui».
Cos’altro c’era?
«Noi avevamo fatto anche l’intervento per ridurre lo scalone, quello sui lavori usuranti, che è entrato in vigore con tre anni di ritardo, e infine avevamo migliorato il meccanismo di totalizzazione dei contributi a vantaggio dei più giovani, portando la franchigia (cioè il perido contributivo che di fatto si perde, ndr) dai 6 anni agli attuali 3 anni. Per questo, ripeto, la nostra manovra aveva un segno assolutamente diverso rispetto a quella attuale. Oggi vengono coinvolti nei tagli 4,4 milioni di pensionati.
Quello che aggiungo è che mentre Sacconi ripete la litania che le pensioni non vengono toccate, invece accade sempre che con le pensioni si fa sempre cassa. Ricordo che questo governo ha introdotto l’allungamento automatico di un anno (attraverso la finestra unica) anche per chi ha maturato 40 anni di contributi, e per chi esce dalla mobilità, che così resta senza alcun reddito, né la pensione, né lo stipendio. Ciliegina sulla torta: ha agganciato alla speranza di vita l’età di uscita forse già dal 2014, il che significa che ogni 3 anni l’età si alza di tre mesi. Sulle pensioni si è fatto di tutto».
Però Sacconi ha puntatoi piedi sull’innalzamento a 65 anni delle lavoratrici nel privato. Questo glielo riconosce?
«Puntato i piedi? Mi risulta che quella misura c’è, sempre che le indiscrezioni che leggiamo sui giornali siano vere. È solo spostato più in avanti, ma c’è. E qui si tocca la vita di operaie e commesse, donne che fanno lavori faticosi, che si sono sobbarcate anche il lavoro di cura
in casa, che hanno fatto figli e che spesso non riescono ad arrivare alla pensione di anzianità. Non si prevede neanche uno sconto di un anno per figlio, o uno per l’assistenza a familiari portatori di handicap.
Nulla di nulla. Le donne non vedranno niente, così come non hanno finora visto le risorse derivanti dai risparmi dell’innalzamento dell’età per le pubbliche. Tutte promesse non mantenute».
L’innalzamento è molto graduale a partire dal 2020. Forse è presto per lanciare l’allarme…
«Abbiamo di fronte un governo che prima nega, poi fa una misura soft, poi la anticipa. Non mi stupirei se accadesse anche questo. Sarebbe la conferma di una manovra profondamente ingiusta, che si abbatte ferocemente sullo stato sociale».
Tra le tante proteste, oggi c’è anche chi definisce queste misure socialmente giuste, perché i vecchi pagano per i giovani. Cosa ne pensa?
«Mi sembra una tesi ardita, perché non mi pare che ci siano misure in
favore dei giovani. Il Pd chiede ad esempio una misura in cui si dica che ciascun giorno di lavoro valga per la pensione. Sostanzialmente si chiede l’azzeramento della franchigia. Ebbene, non leggo nulla di tutto questo tra le indiscrezioni».
Il governo annuncia anche una delega sul riordino dell’assistenza. Ha timori anche in questo campo?
«Nessuno nega il fatto che i furbi debbano essere colpiti. Ma si finisce sempre per sparare nel mucchio, anche chi ha le carte in regola».
In una manovra da 47 miliardi è difficile
non toccare le pensioni…
«Certo, sono stato io il primo a farlo. Ma va rispettato sempre il principio redistributivo: chi ha di più deve dare. Non mi pare sia così».

L’Unità 03.07.11

"80 miliardi di rigore senza crescita", di Eugenio Scalfari

È sbagliato sostenere che Tremonti abbia ceduto alle pressioni congiunte di Berlusconi e di Bossi rinviando il grosso della manovra (40 miliardi) al biennio 2013-14. Il calendario era stato concordato da tempo con la Commissione di Bruxelles: i conti pubblici italiani erano considerati in sicurezza fino al 2012 dopo le manovre effettuate nel biennio precedente. Ci voleva una manovra ulteriore per arrivare entro il 2013 all´eliminazione del deficit ed entro il 2014 al pareggio del bilancio.
Perciò – l´ha sottolineato anche Napolitano – tutto procede secondo i ritmi prestabiliti anche se il peso della manovra si scaricherà sui primi due anni della nuova legislatura e del governo che ne sarà l´espressione.
Il Presidente della Repubblica ha anche osservato che decidere oggi quello che dovrà avvenire tra due-tre anni vincola la responsabilità dell´attuale maggioranza. È un auspicio che tenta di stabilire un collegamento e una coerenza di comportamenti tra la maggioranza attuale e quella della nuova legislatura, quale che ne sarà la composizione e il colore; ma è un auspicio scritto sull´acqua perché, fermo restando il fine del pareggio del bilancio, i modi per arrivarci riguarderanno il futuro Parlamento, il futuro governo ed anche il futuro Presidente della Repubblica. Il futuro è sulle ginocchia di Giove, ammesso che Giove da qualche parte ci sia.

Resta il fatto che nel quinquennio 2009-2014 le manovre decise da Tremonti, dal governo e dalla maggioranza ammontano nel complesso a 80 miliardi pagati ovviamente dai contribuenti. Bisogna a questo punto chiedersi a che cosa è servito un prelievo di risorse così imponente ed anche quali sono i ceti che ne hanno sopportato il maggior peso.
Prima però di rispondere a questi due interrogativi è opportuno ricordare che, per quanto riguarda la manovra di 40 miliardi che avverrà nel biennio 2013-2014, è stata finora indicata la copertura per 18 miliardi (Sanità, sfoltimento delle detrazioni, congelamento degli organici e degli stipendi del pubblico impiego, tagli di contributi alle Regioni e ai Comuni). Per oltre 22 miliardi la copertura non è ancora nota ma dovrà esserlo prima che il decreto (ma meglio sarebbe un disegno di legge) venga trasmesso al Parlamento.
È opportuno altresì ricordare che contemporaneamente al decreto (o disegno di legge) concernente la manovra Tremonti presenterà anche una legge-delega per la riforma del sistema fiscale. Si tratta di due operazioni strettamente connesse che incideranno profondamente sull´economia reale ed anche sulla formazione delle risorse e sulla loro distribuzione.
Fa molto bene il Presidente della Repubblica a raccomandare condivisione politica su un fagotto di decisioni e di normative grosso come una montagna; purtroppo anche questa sua raccomandazione, come l´altra già citata, è scritta sull´acqua perché sia Tremonti sia Berlusconi sono disposti soltanto ad accettare che l´opposizione voti le loro decisioni senza tuttavia modificarle perché, come ha detto in proposito il ministro dell´Economia, “quattro deve restare quattro”. E sono anche decisi – Tremonti e Berlusconi – a chiedere la fiducia se lo riterranno necessario, per cui l´esortazione di Napolitano non avrà alcun seguito.
Purtroppo non avrà seguito neppure l´osservazione che il Presidente della Repubblica ha formulato dopo aver firmato il decreto sui rifiuti di Napoli. Calderoli gli ha già risposto sprezzantemente a nome della Lega. La situazione in casa leghista deve essere molto seria se Bossi e i suoi colonnelli trattano con questa disinvoltura i suggerimenti del Capo dello Stato.
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Consideriamo ora i due interrogativi che ci siamo posti: quali sono gli obiettivi che la manovra voleva realizzare e chi ne ha sopportato il peso maggiore. Con due necessarie premesse: l´intera operazione è avvenuta nel corso della grande crisi internazionale che ha investito il mondo intero; la suddetta operazione non contempla però le manovre che nel frattempo sono state compiute dagli enti locali con le poche imposte delle quali essi autonomamente dispongono e con i debiti che hanno autonomamente contratto, da aggiungere al debito pubblico che riguarda direttamente lo Stato. Ed ecco gli obiettivi che avrebbero dovuto essere raggiunti.
Un obiettivo politico che governo e maggioranza si erano posti fin dal 2001 (anzi fin dal 1994) fu la riduzione del carico fiscale. Ma questo impegno era una falsa e irrealizzabile promessa e tale si è dimostrata. Tale resterà anche quando nel 2014 la riforma fiscale sarà entrata in vigore.
Bisognava migliorare i servizi, statali e locali. Ma i servizi non sono migliorati, semmai sono peggiorati.
Bisognava ridurre il debito pubblico. Il debito pubblico è aumentato, attualmente viaggia al 120 per cento del Pil.
Bisognava creare una rete di protezione che desse un senso al lavoro flessibile e impedisse che la flessibilità si trasformasse in precariato. Questa rete non è stata costruita.
Bisognava ridurre le diseguaglianze sociali, ma le disuguaglianze sono aumentate.
Bisognava accrescere la produttività e la competitività del sistema. Sono entrambe fortemente peggiorate.
Bisognava bloccare la spesa corrente la quale è aumentata negli ultimi vent´anni ad un ritmo medio del 2 per cento annuo. Bisognava far crescere gli investimenti e quindi la spesa in conto capitale. È avvenuto esattamente il contrario: la spesa corrente ha continuato nel suo ritmo di crescita del 2 per cento e quella in conto capitale è praticamente vicino allo zero.
Bisognava sfoltire e semplificare la burocrazia e liberalizzare le procedure che governano l´imprenditorialità. Non c´è stata alcuna semplificazione nonostante il falò di leggi abolite dal ministro Calderoli; nessuno ha mai saputo quali carte abbia bruciato quel folcloristico ministro. Sta di fatto che l´obiettivo semplificatorio viene riproposto quasi una volta al mese da alcuni anni. Se ne parla ancora nel progetto di riforma fiscale e se ne è parlato nei recenti provvedimenti sullo sviluppo. Insomma è un mantra ricorrente da vent´anni e mai realizzato. Sarebbe più serio non parlarne più. Doveva essere – la semplificazione burocratica – parte integrante del federalismo, ma anche il federalismo è rimasto allo stato larvale. Perfino i leghisti si sono ormai accorti che con questi chiari di luna il federalismo è diventato una parola vuota.
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Tuttavia quegli 80 miliardi sono stati prelevati. Sono serviti a far diminuire il rapporto tra spese correnti e Pil al netto degli interessi sul debito, ma nel frattempo l´onere di quegli interessi è cresciuto. L´altro obiettivo di quegli 80 miliardi è come sappiamo l´azzeramento del disavanzo di bilancio. Dovrebbe avvenire entro il 2014. Incrociamo le dita.
Si aggiunga che i costi della politica non saranno toccati ora ma se ne parlerà anche per essi nella prossima legislatura.
Questo è il consuntivo. Nient´affatto esaltante.
L´onere della manovra ha pesato finora interamente sul lavoro dipendente e sui pensionati. Nel frattempo l´evasione fiscale è fortemente aumentata. La Guardia di Finanza e l´Agenzia delle entrate hanno quest´anno recuperato 10 miliardi dall´evasione ma nel frattempo l´ammontare complessivo dell´evasione è aumentato di 30 miliardi (cifre Istat, Banca d´Italia, Ministero del Tesoro): recuperano dieci e perdono trenta.
Ci siamo scordati di qualche cosa? Sì, ci siamo scordati della crescita. Sia l´Europa, sia la Bce, sia il Fondo monetario internazionale ci hanno chiesto rigore e rilancio della crescita. Il rigore c´è stato e continuerà, ma di crescita nemmeno a parlarne: non c´è stata e non si prevede che ci sarà, l´encefalogramma dello sviluppo è piatto da vent´anni e tale resterà fino al 2014. Berlusconi voleva, Bossi voleva, ma mettevano una condizione: niente mani nelle tasche. Di chi? Dei ceti abbienti. Tremonti li ha fatti contenti, la crescita aspetterà.
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Nelle ultime ore i complimenti a Tremonti si sono sprecati. L´hanno ringraziato tutti: i ministri, il presidente del Consiglio, i dirigenti del suo partito, i giornali di famiglia, i cugini, anche quelli in quarto grado e oltre. Le autorità europee. Ma di che cosa?
Il debito sovrano è sempre esposto a tutti i venti. Il rendimento dei Btp è arrivato al 5 per cento, record storico. Il differenziale dei titoli italiani rispetto al Bund tedesco viaggia oltre quota 200. Le pensioni minime sia d´anzianità che di vecchiaia sono ferme a 500 euro mensili. I redditi sotto ai 30 mila euro sono tartassati, quelli sopra ai 70 mila sono favoriti dalla riforma fiscale. Il peso delle imposte sarà spostato dalle persone ai consumi e a i servizi.
Per sostenere i massicci rinnovi di titoli pubblici in scadenza, il Tesoro premerà sulle banche affinché sottoscrivano a fermo. Proprio per questo il ministro dell´Economia vuole che la Banca d´Italia diventi una “struttura servente” del Tesoro.
Di che cosa dobbiamo dunque ringraziare Tremonti? Francamente non so rispondere. Mi si potrà dire che poteva andare peggio, ma anche al peggio c´è un limite e a me sembra sia stato toccato.

Post scriptum. Qualche giorno fa il giornale Il Fatto quotidiano ha inventato un “disparere” tra me e il collega Massimo Giannini, vicedirettore ed editorialista del nostro giornale, a proposito delle nostre valutazioni sul ministro dell´Economia. Informo i colleghi del Fatto quotidiano che noi di Repubblica lavoriamo in squadra, fermo restando che non ci sarebbe niente di strano se ci fossero pareri diversi in un libero giornale. Nella fattispecie però quei pareri diversi non ci sono stati. Giannini ha avuto una conversazione con Tremonti e ne ha fedelmente riferito il contenuto con notizie esclusive e importanti sulla manovra. Poi ha scritto alcune considerazioni critiche su quanto il ministro gli aveva comunicato. Due giorni dopo ho scritto un articolo sulla Banca d´Italia che è stato letto, vagliato, messo in pagina e titolato da Giannini. A Repubblica noi lavoriamo così e ne siamo molto contenti.

La Repubblica 03.07.11

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Pensioni, no dei sindacati ai tagli. L’opposizione attacca: colpiti i più deboli

Cresce la protesta contro la stretta sulle pensioni varata con la manovra. Il provvedimento colpisce infatti anche gli assegni previdenziali non particolarmente ricchi, quelli sopra 1.400 euro lordi al mese.

Il decreto varato dal governo prevede la mancata rivalutazione per il biennio 2012-2013 delle pensioni superiori a cinque volte il minimo, cioè 2.300 euro al mese, mentre quelle più basse, comprese tra 1.428 e 2.380 euro mensili, saranno rivalutate per tener conto dell’inflazione, ma solo nella misura del 45%. La platea colpita dal blocco riguarda 4,4 milioni di pensioni, su un totale di circa 16 milioni e la stretta, secondo Il Sole 24 Ore, dovrebbe garantire una minor spesa cumulata, nel triennio 2012-2014, pari a 2,2 miliardi.

L’Inps ha oggi precisato che le pensioni tra 1.428 e 2.380 euro mensili saranno rivalutate al 100% nella fascia fino a 1.428 e la rivalutazione al 45% ci sarà solo per la quota eccedente. Le pensioni superiori a 2.380 euro mensili saranno rivalutare invece al 100% nella fascia fino a 1.428 euro, al 45% nella fascia da 1.428 a 2.380 e solo nella quota superiore a 2.380 euro mensili non avranno alcuna rivalutazione.

Il provvedimento mette in allarme i sindacati, pronti alla mobilitazione, e scatena la protesta tra i partiti dell’opposizione, che attaccano a testa bassa il governo. Ma si lamenta anche la base del Pdl che critica i tagli alle pensioni ma anche i rincari sulle auto di lusso. Un coro di “no” arriva anche sulle altre misure, quelle che gravano comunque sui redditi medio-bassi e che tagliano i trasferimenti agli enti locali, incidendo inevitabilmente sui servizi socio-assistenziali.

«Le pensioni non si toccano», ha detto anche il leader della Lega Umberto Bossi durante un comizio nel bergamasco. «Le pensioni delle donne non si toccano fin dopo il 2030» ha aggiunto.

È «un provvedimento ingiusto e socialmente non sostenibile» si indigna il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni che reclama da governo e Parlamento la correzione delle norme che bloccano l’adeguamento all’ andamento dell’inflazione. Anche i pensionati della Cgil parlando di una «vergogna» e sottolineano che ad essere colpiti saranno anche gli anziani che percepiscono assegni da 800 euro netti al mese. «Oltre a essere tassati maggiormente – dice la Spi Cgil – avranno una riduzione drastica dell’assistenza socio-sanitaria, un ulteriore balzello per salvaguardare la loro salute».

«Una misura inaccettabile, inserita in una manovra che ancora una volta colpisce i soliti noti, che non affronta i temi della crescita e che picchia duro sui lavoratori e sui pensionati», afferma il segretario confederale della Cgil, Vera Lamonica, che poi annuncia: il sindacato «si opporrà con forza anche con la mobilitazione».

«L’eventuale mancata rivalutazione delle pensioni vuol dire impoverire una platea molto ampia di cittadini e significa scaricare nuovamente sulle solite categorie il peso della crisi e del bilancio dello Stato», dichiara Giovanni Centrella, segretario generale dell’Ugl.

Ma è dal fronte politico che si prefigura un forte fuoco di fila nei confronti della manovra Tremonti. Non solo ai 47 miliardi annunciati non si arriva «nemmeno lontanamente» ma «almeno 30 miliardi investono direttamente politiche sociali e del territorio, aggredito nei servizi e negli investimenti» denuncia il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. E tutto questo, avverte il leader democratico, avviene «scaricando il problema sui governi che verranno, con l’uso del voto di fiducia da parte di chi non ha più la fiducia degli italiani».

Di manovra iniqua parla anche Marina Sereni del Pd. «È abbastanza chiaro che i tagli, quelli più consistenti, verranno realizzati nell’immediato nei settori della sanità, della previdenza, del welfare, della scuola, degli Enti Locali mentre le scelte per lo sviluppo e per modernizzare davvero il sistema Italia sono rinviate ancora una volta a data da destinarsi. Una manovra sleale verso il Paese, priva di coraggio e di onestà, che lascia in eredità ai futuri Governi un fardello pesantissimo di debito pubblico, bassa crescita e diseguaglianza sociale», sottolinea l’esponente del Pd.

«Mano mano che emergono i dettagli viene fuori il segno sociale di una manovra che ancora una volta è molto negativa per i redditi medi e bassi dei lavoratori e pensionati», attacca il responsabile economia e lavoro del Pd, Stefano Fassina, sottolineando che il dimezzamento dell’indicizzazione per le pensioni di 1.400 euro va a colpire redditi netti che sono di circa mille euro. «Questo è un colpo non solo all’equità ma che ha riflessi evidenti anche sui consumi di queste fasce sociali. È quindi una manovra che ha un effetto sistemico», fa notare Fassina. Se al dimezzamento dell’indicizzazione dell’inflazione, «che non verrà mai più recuperata» si aggiunge che lo stesso gruppo sociale, quello dei pensionati con condizioni di reddito basso e medio, «verrà colpito anche dall’aumento del ticket sanitario, ne emerge un quadro molto preoccupante».

Per non parlare – aggiunge il responsabile economico del Pd – del capitolo dei tagli agli enti territoriali: «si tratta di 9,5 miliardi che si aggiungono ai 13 miliardi dello scorso anno». «In totale sono 24 miliardi di euro che, come hanno detto anche i sindaci leghisti, sono assolutamente insostenibili. Anche questi tagli si scaricheranno sulle prestazioni sociali», continua Fassina che rileva come pure le norme che
aumentano l’imposta di bollo sui titoli si applica su pacchetti di oltre 1.000 euro in titoli, dove l’imposta sale da 34 a 120 euro. Insomma «il segno sociale di questa manovra è quello di colpire i redditi medio-bassi», conclude Fassina.

«La manovra Berlusconi-Tremonti candida chi dirige le amministrazioni territoriali, presidenti di Regione, di Province e sindaci a diventare esclusivamente dei curatori fallimentari», afferma Nichi Vendola, presidente di Sinistra ecologia libertà e della regone Puglia. «La manovra era partita con gli effetti speciali degli annunci, che riguardano sempre il futuro, mai il presente, dei tagli alla casta e alla politica. E poi quando uno osserva il contenuto vero della manovra capisce – guardando ad esempio l’incredibile vicenda del blocco delle pensioni – che si tratta della patrimoniale sui ceti medio bassi del nostro Paese. È – conclude Vendola – la patrimoniale sui poveri. Nientaltro».

«E’ un vero e proprio insulto colpire da un lato 13 milioni di pensionati molti dei quali già stentano ad arrivare a fine mese e, dall’altro, pesare con il misurino del farmacista, dilatandoli nel tempo, i tagli dei costi della politica. Questo governo continua a prendere a schiaffi precari, pensionati e dipendenti pubblici con parole e fatti. Non sono questi gli interventi di cui l’Italia ha bisogno», dice il capogruppo dell’Italia dei Valori in Senato, Felice Belisario.

«La manovra è una truffa, scarica il peso sul prossimo governo, non contiene misure strutturali, non rilancia l’economia ed offende pure i cittadini. Taglia sanità e scuola ma non i costi della politica. Un’offesa, una beffa ai danni dei cittadini da parte di una casta sempre più arrogante», aggiunge il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi.

Che la manovra si scarichi sugli anni e sul governo a venire è anche Italia Futura a lamentarsene. «È un assegno post-datato», sostiene il think-tank che fa capo a Luca Cordero di Montezemolo che parla di un provvedimento che è il «minimo sindacale»,con «alcune ridicole prese in giro sui costi della politica». Tuttavia, «considerata la situazione della maggioranza, non era realistico aspettarsi di più» si osserva. Critiche arrivando anche da Fli e dall’Udc, che lamenta l’assenza di sostegni alle famiglie.

«Il governo nazionale coniuga il verbo del risanamento mettendo le mani in tasca ai siciliani e all’intero Mezzogiorno mentre insiste con un federalismo ingiusto e penalizzante per il meridione, riducendo al minimo le perequazioni», afferma il presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo. «La manovra da 47 milioni di euro – aggiunge il governatore – dispiegherà effetti micidiali su bilanci della Regione, delle Province regionali e dei Comuni che verranno letteralmente falcidiati rendendo arduo il risanamento che stiamo portando
avanti tra mille difficoltà. Una vera e propria mazzata. Mi chiedo – osserva il presidente Lombardo – dove si trovavano i ministri e i parlamentari siciliani quando sono stati approvati questi decreti. Oggi più che mai occorre che le Regioni del Sud facciano fronte comune».

I piccoli comuni non ci stanno, meno ancora di Roma, Milano, Torino e Napoli, e minacciano di essere pronti a scendere in piazza. Lo hanno detto chiaro all’XI conferenza nazionale dell’Anci-Piccoli Comuni, a Riva del Garda, in Trentino. I piccoli enti, quelli cioè sotto i 5.000 abitanti, sono il 70% dei Comuni italiani, con popolazione residente pari al 17% del totale e superficie uguale al 54% della complessiva protestano contro una manovra con una manovra «che taglia per altri 3 miliardi di euro i fondi per i Comuni». E per voce di Mauro Guerra, coordinatore nazionale Anci-Piccoli Comuni affermano: «è il momento di fare sentire maggiormente la nostra voce, di prendere iniziative, di partecipare ai tanti tavoli che decideremo di creare e di scendere in piazza, se necessario».

Il Messaggero 03.07.11

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“TROPPO TIMIDI PER CRESCERE”, di MARIO MONTI

C onviene lasciarsi guidare da Giacomo Leopardi, per apprezzare pienamente la manovra varata dal governo: «piacer figlio d’affanno» . In questa prospettiva il sollievo è anzi duplice, perché doppia era stata la tempesta. Alla prima tempesta, la sconfitta elettorale, la maggioranza ha avuto la tentazione di reagire con più spesa pubblica e con una riforma fiscale in disavanzo. Se questo non è avvenuto, lo si deve alla tenacia di Giulio Tremonti e ai vincoli europei, senza i quali gli sarebbe stato forse impossibile resistere alle pressioni del presidente del Consiglio e di quasi tutto il governo. Questa resistenza ha provocato una seconda tempesta, nella maggioranza, tale da mettere in dubbio che il Consiglio dei ministri trovasse un accordo. Invece, la manovra è stata varata, non aumenta il disavanzo e lo porta in linea con i vincoli europei. Non è detto che vi sia quiete nell’imminente discussione parlamentare, ma c’è almeno il piacere di vedere superato il duplice affanno. Se questo non fosse avvenuto, una nuova tempesta avrebbe potuto dirigersi verso l’Italia, proveniente dall’Egeo e dallo Ionio. Riconosciuti questi meriti importanti, va detto che nella politica economica del governo, anzi dei governi Berlusconi— in carica per 8 degli ultimi 10 anni e per 7 anni ispirata e guidata dal ministro Tremonti — sono sempre più evidenti i danni arrecati dal fatto che la grande, risoluta e indispensabile determinazione contabile non è stata e non è oggi ancorata ad alcuna strategia concreta e credibile di politica economica. Se questa manca, non basta rivendicare di avere previsto — prima, molto prima di tutti gli altri — l’evoluzione del cosmo economico-sociale o di avere lanciato nuovi standard etico-legali per governare la globalizzazione. Più modesto, ma più pressante è il compito di avere una visione su come l’Italia possa conquistare più competitività, più crescita, più equità; di coinvolgere in un tale progetto le forze economiche, sociali, culturali e politiche; di attenersi ad esso nell’azione di governo. Altrimenti, un governo può forse vincere la battaglia del numeratore ma, a causa della rivincita del denominatore, è il Paese intero che perde. Il concetto dovrebbe essere alla portata anche dei non economisti. I vincoli europei, ma anche il buon senso, impongono di mantenere entro certi limiti il disavanzo pubblico e il debito pubblico in percentuale del Prodotto interno lordo (Pil). La battaglia del numeratore consiste per un ministro dell’Economia nel resistere alle pressioni dei colleghi che vogliono spendere di più o ridurre le imposte. È quanto Tremonti fa con coraggio e non senza, si direbbe, un raffinato piacere. In passato, soprattutto quando non c’erano ancora vincoli europei, l’incapacità o la non volontà di fare questo era la principale carenza di molti ministri del Tesoro. Nell’attuale manovra — ma il ministro lo negherà — il piacere dev’essere in parte consistito nel fare slittare sul prossimo governo la quota del costo politico del porre in atto davvero le misure per ridurre il disavanzo per il 2013 e il 2014.
il denominatore, cioè il Pil? È ovviamente la variabile cruciale, per due motivi. Costituisce una delle misure dello stato dell’economia e del benessere dei cittadini, cioè uno dei fondamentali obiettivi finali della politica economica. Inoltre, essendo il denominatore dei rapporti disavanzo /Pil e debito /Pil, la sua crescita aiuta anche a rispettare i vincoli europei. Se invece la politica economica non vuole promuoverne la crescita, o non ci riesce, ogni sforzo sul numeratore può venire frustrato. Purtroppo, né nel programma nazionale delle riforme né nella manovra ora varata il governo affronta adeguatamente il tema della crescita, cioè di come fare aumentare il Pil dell’Italia, che da molti anni cresce parecchio meno che negli altri Paesi europei. La Commissione europea, nelle sue raccomandazioni, ha insistito molto sulle misure necessarie a questo scopo. Ma il governo, forse per non creare scontento in categorie sociali che ancora sembrano sostenere questa maggioranza, è stato particolarmente timido. Va nella direzione giusta la liberalizzazione degli orari dei negozi (anche se sperimentale e molto limitata) ma poco o niente viene fatto per immettere più concorrenza nel settore dei servizi in generale, nelle industrie a rete (trasporti, energia, telecomunicazioni), nelle professioni. E poco viene fatto per ridurre, subito e in misura significativa, il peso sull’economia e sulla società italiana degli esorbitanti costi del sistema politico, peraltro scarsamente «produttivo» in termini di decisioni prese tempestivamente per la crescita del Paese. Senza un forte scatto in avanti, difficilmente l’Italia riemergerà nella competizione mondiale. Triste conforto trarremmo allora dal pensare, ancora con Leopardi, che «naufragar m’è dolce in questo mare» .

Il Corriere della Sera 03.07.11

"Da insegnante precaria a disoccupata. Il rito del passaggio", di Cristina Ventura

Il Centro per l’Impiego di Milano, in Viale Jenner, apre alle 9.00. Ma il primo luglio, alle 7.45, ci sono quasi centocinquanta persone davanti alle porte. Il solito disoccupato organizzato, evidentemente esperto, tira fuori carta e penna e invita i presenti a scrivere il proprio nome secondo l’ordine di arrivo. Per evitare ressa e colpi di mano quando gli uffici apriranno.
Al momento di inserirsi nell’elenco, due disoccupati nervosetti vengono alle mani. I presenti devono separarli.
Arrivo alle 9.00 in punto e, dopo una piccola coda all’ingresso, raggiungo l’atrio, dove un impiegato urla “Insegnante?” , mi consegna un modulo da compilare e un bigliettino verde.
Sono l’utente numero 302.
Il primo luglio è il giorno della transustanziazione, proprio così: migliaia di insegnanti passano dallo stato di precari a quello di disoccupati. Un evento-miracolo che si ripete ogni anno, dopo la scadenza di gran parte dei contratti a tempo determinato il 30 giugno.
Siamo tutti lì a richiedere la “ Dichiarazione di disponibilità al lavoro”, al fine di poter inoltrare all’INPS la domanda di disoccupazione ordinaria che, se accettata, consentirà ai precari di sopravvivere l’estate senza stipendio.
Gli uscieri ci stivano (o giù di lì) in due sale e comincia l’attesa di almeno un’ora. Intanto compiliamo il modulo che ci hanno consegnato all’ingresso: l’agognata “Dichiarazione”.
Mi guardo intorno. Siamo insegnanti, tutti laureati, la maggioranza ha quasi 40 anni. Mi chiedo come tutto ciò sia possibile in un paese civile. Capisco che è meglio non pensare troppo alla risposta.
Ci chiamano a blocchi di 40-50 per immetterci (deportarci? La percezione è, per un attimo, un po’quella) in un grande cortile sotto il sole. La voce dell’usciere che chiama “dal numero x al numero y” non riesce a sovrastare il nostro brusio.
Per paura di non sentire la chiamata ci affacciamo sulla porta e facciamo muro. Questo innervosisce i nostri Caronte perché invadiamo l’atrio e blocchiamo l’ingresso alle altre centinaia di persone che stanno arrivando.
Possibile che abbiano tanta diffidenza verso di noi? Dopotutto siamo gli insegnanti dei loro figli, siamo quelli che se ne prendono cura per buona parte della giornata. Perché ci guardano insofferenti? Siamo gente che si è costruita una professionalità il più delle volte a sue spese; viviamo, in genere, con passione questo nostro delicato mestiere. L’unico forse a non volerlo sapere è il signor Brunetta, per sua esclusiva fortuna, ministro di questa nostra Repubblica. L’attesa in cortile dura quasi un’altra ora, poi a blocchi di 45 ci chiamano per la meta finale. Qui tutto scorre in modo veloce. La dichiarazione ce la siamo compilata da soli, gli impiegati l’hanno solo fotocopiata e hanno messo due timbri. Visto che da quest’anno la richiesta di disoccupazione all’ INPS dovremo farla tramite web, non era proprio possibile ottenere la Dichiarazione on-line? Mah! L’impiegato che si occupa di me è sulla quarantina e molto gentile. Quando sta per mettere i timbri, un suo collega si avvicina e gli sussurra: “Ce ne sono ancora altri 200”. Lui ha un moto di stizza, non riesce a trattenersi e mi dice che a loro tocca fare gli straordinari mentre l’amministrazione ha lasciato a casa i suoi colleghi a tempo determinato. Hanno fatto una dura lotta senza risultato. Gli chiedo se anche lui è precario. Lo è.
Me ne vado pensando “ Di che reggimento siete, fratelli”?

da ScuolaOggi 03.07.11

"Carceri, la catastrofe umanitaria", di Luca Ricolfi

Credo che ben pochi italiani abbiano avuto notizia dello sciopero della fame di Marco Pannella, iniziato il 20 aprile scorso, dunque 75 giorni fa. Pannella e i Radicali protestano contro la situazione inumana delle carceri italiane, un problema che si protrae ormai da anni, e ogni estate assume tratti drammatici. Nelle carceri italiane sono rinchiusi quasi 70 mila detenuti, a fronte di una capienza che non raggiunge i 45 mila posti. Molte strutture sono fatiscenti, i detenuti sono costretti a convivere in spazi angusti e sovraffollati, largamente al di sotto degli standard minimi europei (7 metri quadri a detenuto in cella singola, 4 in cella multipla), con servizi igienici e condizioni di accesso ai medesimi spesso umilianti. Il tasso di suicidio è circa 20 volte quello del resto della popolazione. Da anni e anni innumerevoli rapporti, ricerche, studi, resoconti di visitatori testimoniano quale inferno siano diventate tante carceri italiane (non tutte, per fortuna). E la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha già richiamato più volte l’Italia per le condizioni dei detenuti nelle carceri.

Nonostante tutto ciò il tema non è mai, non dico al centro, ma neppure alla periferia del dibattito politico. Semplicemente non se ne parla, salvo nei rarissimi momenti in cui il governo annuncia misure di svuotamento delle carceri o fantomatici piani di edilizia carceraria (i nuovi posti promessi sono sempre tantissimi, quelli effettivamente realizzati negli ultimi anni sono poche migliaia, circa un decimo del fabbisogno).

L’inerzia dei media, per una volta, accomuna tutti indistintamente: destra, centro e sinistra; televisione, giornali, Internet. Se tacessero anche i Radicali e alcune rare, isolatissime voci di singole personalità, il silenzio sarebbe totale. Come è possibile ?
Una spiegazione è che all’opinione pubblica italiana delle condizioni di vita dei detenuti semplicemente non importi un fico secco. O, se vogliamo essere più benevoli, che il problema delle carceri – pur essendo noto a molti – sia entrato nel novero dei fatti cui la gente si è abituata al punto da considerarli ormai alla stregua di eventi naturali. I politici rubano, i fiumi esondano, le scuole sono a rischio sismico, i napoletani non fanno la raccolta differenziata. E, naturalmente, le carceri scoppiano: del resto siamo in Italia, il Paese più bello del mondo.

Non so se le cose stiano così (sospetto che sì). Ma quale che sia l’atteggiamento prevalente nell’opinione pubblica, a me pare che una classe dirigente che ignori il problema dell’inferno carcerario non sia all’altezza del proprio ruolo. Ci permettiamo di criticare la violazione dei diritti umani in Cina, in Russia, in Libia, in Siria. Ci scandalizziamo ogni volta che un leader occidentale visita un Paese totalitario (con cui tuttavia ci piace commerciare) e omette di fare il suo bravo discorsetto sui diritti umani. Abbiamo avuto il coraggio (o la faccia tosta?) di entrare in guerra con la Libia «per evitare una catastrofe umanitaria», con il risultato di provocare e tenere in piedi una guerra civile che è già costata migliaia di morti. Però non vediamo la catastrofe umanitaria che noi stessi apparecchiamo e tolleriamo ogni giorno nelle nostre carceri, e che è lì, davanti ai nostri occhi, solo che ci degniamo di prestarvi attenzione.
No, c’è qualcosa che non va. L’eventuale indifferenza dell’opinione pubblica non assolve la classe dirigente, e quando dico classe dirigente non parlo solo dei politici, ma della sensibilità di tutti coloro che hanno responsabilità nelle imprese, nelle banche, nei sindacati, nelle associazioni, nei media, nelle università, nelle professioni.

Si possono avere i dubbi e le riserve più radicali sulle proposte di Pannella, e io stesso non condivido almeno la metà delle cose che dice e pensa, a partire dall’idea che la soluzione del problema del sovraffollamento carcerario sia una grande amnistia. Però non si può ignorare il problema che Pannella solleva, perché quella delle condizioni dei detenuti nelle carceri italiane è una questione di civiltà. Una questione che si può affrontare lungo linee libertarie (depenalizzazioni, indulti, amnistie, misure alternative al carcere), oppure lungo linee sicuritarie (ammodernamento delle carceri esistenti, costruzione di nuove carceri), o ancora con una miscela dei due approcci. E che tuttavia un Paese occidentale non può permettersi di rimuovere, o di vivere come qualcosa che non tocca la sua identità, la sua morale, la sua coscienza collettiva.

Si parla tanto di modernizzazione dell’Italia, della necessità di riforme che ci consentano di tornare a crescere. E tuttavia in questo gran parlare di riforme, cui io stesso non di rado prendo parte con i miei studi, forse si sta lasciando un po’ troppo in ombra un aspetto, e cioè che modernizzazione non significa solo modernizzazione economica, e che in Italia esiste anche un drammatico problema di modernizzazione civile. Un problema che ovviamente chiama in causa i comportamenti di ognuno, ma che è prima di tutto un problema di civiltà giuridica nei rapporti fra lo Stato e i singoli cittadini.

Oggi in Italia, di fronte allo Stato e ai suoi apparati, troppe volte il singolo cittadino è inerme, sottoposto a ogni tipo di vessazione, arbitrio, ricatto, abuso, negligenza, sordità. Sotto questo profilo, a 150 anni dall’Unità d’Italia siamo ancora sudditi, e non cittadini. E lo siamo ovunque, sia quando siamo ancora liberi e ci troviamo di fronte ad apparati che violano le regole e abusano del loro potere, sia quando incappiamo nelle maglie della giustizia e, fin dalla condizione di detenuti in attesa di giudizio, sperimentiamo l’inferno delle carceri italiane.
Perciò, non auto-inganniamoci. Lo sciopero della fame di Marco Pannella sembra parlare solo dei detenuti, ma parla anche di noi.

La Stampa 03.07.11

Così il Cavaliere controllava Rai e tg", di Walter Galbiati ed Emilio Randacio

Opera nell´ombra, senza farsi vedere. Funziona così, per usare le parole di Joseph Conrad, la Struttura Delta. Forse esiste anche oggi in Rai, ma nel 2005 i vertici erano Alessio Gorla, Gianfranco Comanducci, Clemente Mimun, Fabrizio Del Noce e Deborah Bergamini, come testimoniano le intercettazioni del processo Hdc, la società fallita di Luigi Crespi. Era l´alba del 5 aprile, il giorno successivo alle Regionali in cui il centrodestra venne sconfitto per 12 a 2 dal centrosinistra. La Struttura si deve riorganizzare, tirare le fila del lavoro fatto e decidere il proprio futuro. A metterla in moto è Mimun, ex direttore del Tg1, in una telefonata con la Bergamini (allora vicedirettore marketing della Rai), in cui commentano la puntata elettorale di Bruno Vespa, colpevole di aver messo «l´Italia in rosso». «C´è chi capisce e chi non capisce», dice la Bergamini, riferita al conduttore di Porta a Porta. «Qualcuno ha sentito il capo, qualcuno ha avuto il coraggio?», le chiede Mimun. «L´ho sentito ieri alle sei per dirgli questa cosa che Cattaneo voleva dare anche i dati del riepilogo. Ringhiava non parlava: “Tu chiamati Clemente, chiamati Mazza, non esiste”». Il capo è il premier Silvio Berlusconi. Per Mimun, ognuno ha le sue responsabilità, Berlusconi avrebbe dovuto ammettere la sconfitta. E qualcuno glielo dovrebbe dire: «Non possiamo fare come quelli che dicevano al Fuhrer (parlo di cose che mi fanno schifo) che la guerra sarebbe vinta» e poi le cose vanno male, confida alla Bergamini. «Adesso vedrai che è colpa nostra. Intanto stamattina c´è in discussione il mio contratto per i prossimi cinque anni, un paio di cocuzze all´anno», aggiunge Mimun. «Senti tu domani c´hai impegni a pranzo?», chiede la Bergamini. «Mi tengo libero comunque», risponde Mimun, aggiungendo però che «era importante farlo prima l´incontro». Ora «tutte le nostre sedi sono vacanti».
Pochi minuti dopo la telefonata con Mimun, la Bergamini avverte Comanducci (responsabile del personale Rai): «Che ne pensi se domani, se estendiamo, e ne approfittiamo per fare un piccolo raggruppamento, ho già parlato con Clemente, ora chiamerei anche Fabrizio e Alessio». E così avviene. Gorla (consigliere Rai) riferisce di aver chiamato il premier: «Ieri ho chiamato il dottore per un problema che riguarda il contratto di Vespa, l´ho trovato tranquillo e mi ha detto comunque che noi ci dobbiamo vedere la settimana prossima». «Se ci sei – dice la Bergamini – facciamo un momento di raccoglimento con Fabrizio, Clemente e Comanducci, prima di vederlo la settimana prossima. Se andiamo al Cicerone va bene? Saremo noi cinque e basta». L´appuntamento è fissato per l´una e mezza del 6 aprile all´Hotel Cicerone, lontano da occhi indiscreti, perché in Rai, loro cinque insieme «farebbero notizia», dicono nelle intercettazioni.
Il 6 aprile, poco prima del pranzo programmato, Mimun chiama di nuovo la Bergamini: «Facciamo in modo che oggi decidiamo una roba, tra poco ci friggono. Sai come titola l´Unità? Ciao Mimun». E chiede di nuovo: «C´hai parlato con lui (il premier, ndr)?». «Gli ho mandato un documento molto duro sulle ragioni della sconfitta e su cosa fare», risponde la Bergamini. «È giusto vedersi insieme, ma abbiamo ruolo e responsabilità diverse. Tu sei Eva Brown, sei morta a prescindere, io sono morto a prescindere, Del Noce è morto a prescindere, Comanducci pure. In ogni caso sono posizioni molte diverse. Bisogna impiccare i traditori e vedere cosa si può fare. Dovevamo farlo prima delle Regionali».
La riunione successiva è fissata per l´8 aprile, sempre a pranzo, ma non ci sono Gorla e Mimum, si vedono solo la Bergamini con Del Noce (ex direttore di Rai Uno) e Comanducci, che suggerisce di vedersi in Rai, tanto non c´è nessuno per la concomitanza con i funerali del Papa («Chiedi a Fabrizio, dà nell´occhio se c´è Clemente, Gorla, ma se siamo io te e lui facciamo qui»).
La Struttura Delta ora ha parlato, si è confrontata, è arrivato il momento di riferire al capo. È l´11 aprile, Marina la segretaria di Berlusconi convoca la Bergamini: «Il dottore mi ha detto che mercoledì deve vedere gente Rai, Mimum e altri («Deborah sa tutto», sono le parole di Berlusconi). L´appuntamento è prima spostato, da Palazzo Grazioli a casa Cantoni (Giampiero, senatore del Pdl), poi salta e infine viene rinviato a quando la Bergamini tornerà da Las Vegas. Ma i temi dell´incontro sono fissati: «Raccomandare un direttore generale visto che Cattaneo ha trovato l´accordo su dove andare», un direttore da scegliere tra qualcuno di «quelli che sta seduto a quel tavolo lì» e schedare «giornalisti, artisti e programmi», perché «la Rai così non gli serve». «Perché averla senza averla?», si chiede la Bergamini, alla quale fa eco Mimum: «L´informazione deve essere un presidio antiguai».

La Repubblica 03.07.11

Dibattito sull’immagine della donna alla Festa del PD di Carpi

Sabato sera, nel corso della Festa nazionale del PD sullo sviluppo sostenibile, si è discusso di “Donne oggetto: televisione, web e pubblicità nella sfida per la dignità delle donne” con le parlamentari del PD Manuela Ghizzoni e Emilia De Biasi, la psicologa Judith Pinnock e il Sindaco di Novi Luisa Turci. Il dibattito, coordinato dal Sindaco Turci, che ha ricordato le discriminazioni delle donne nel lavoro e il recente caso dell’azienda che ha licenziato tutte le lavoratrici donne, è stato aperto da una carrellata di immagini commentate da Judith Pinnock, che ha messo in luce l’uso strumentale del corpo femminile in una selezione di manifesti pubblicitari, spiegando il progetto ‘Immagini amiche’ nato sull’onda di una risoluzione del Parlamento europeo, per la quale l’Italia è ancora inadempiente.

“Io non penso naturalmente che la pubblicità sia un male, ma il problema è quando le immagini offendono la dignità femminile, e aggiungo maschile, con tendenze maniacali e sessuofobiche, o quando, come accade nel web, anche i minori vengono bombardati da immagini di questo tipo – ha sottolineato la parlamentare del PD De Biasi – Da questo punto di vista c’è una responsabilità grande del sistema dei media e della televisione, in particolare privata, che ha progressivamente trasformato l’immagine della donna in donna oggetto, così come c’è una responsabilità enorme di un certo modo di fare politica, di cui lo scandalo Ruby e tutto ciò che ha svelato rappresenta un caso esemplare”.

“Sono contenta che si possa parlare di un tema così importante in una festa tematica dedicata ad altro – ha sottolineato la deputata carpigiana Manuela Ghizzoni – perché ciò significa che abbiamo compreso che il vento è cambiato e che se è cambiato è in gran parte merito delle donne, come ha dimostrato la grandissima manifestazione delle donne del febbraio scorso”.

“Abbiamo assistito in televisione ad una corruzione progressiva del modello femminile, con l’immagine stereotipata delle donne che ha di fatto impedito che emergesse invece il contributo fondamentale dato dalle donne nel mondo del lavoro, dell’economia, dello spettacolo, della cultura e della politica – ha concluso l’on. Ghizzoni – c’è però da fare ancora molto per arrivare al pieno rispetto dell’articolo 3 della Costituzione, che prevede la pari dignità sociale di tutti i cittadini al di là del sesso, e della piena affermazione della parità tra uomo e donna nel mondo del lavoro, dell’economia, della politica e più in generale nella società”.

A conclusione dell’iniziativa è stata presentata inoltre la Conferenza provinciale delle donne democratiche.