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"La manovra in retromarcia", di Mariantonietta Colimberti

Le agenzie di rating, i rinvii al 2014, l’economia ferma: le misure di Tremonti viste dall’ex Bankitalia Mario Sarcinelli. «Quando Standard & Poor’s scrive che “esiste una possibilità all’incirca di uno a tre che i rating sul debito italiano possano essere abbassati nei prossimi 24 mes” sorge il dubbio che si stia preparando a fare un “regalino” al prossimo governo…Forse al centrosinistra se vincerà le elezioni?».
Non ha peli sulla lingua Mario Sarcinelli, economista illustre, quasi vent’anni in Banca d’Italia di cui è stato vicedirettore generale, ex direttore generale del tesoro, ex ministro del commercio estero, ora presidente di Dexia Crediop. Non perché dia un giudizio positivo sulla manovra del governo («i meccanismi per aumentare il tasso di crescita solo in parte sono compresi nella manovra di cui abbiamo letto»), quanto perché sulle ricette cui fa riferimento il comunicato di S&P (pensioni e competitività del sistema Italia in primis) ha un’idea molto articolata.
«Il tasso di crescita – spiega Sarcinelli ad Europa – è una questione molto complessa che non può essere affrontata con banalizzazioni e semplificazioni eccessive.
Se pensiamo, ad esempio, alla classe imprenditoriale, vediamo che essa stessa è alle prese con un difficile rinnovamento. La verve di una volta appare appannata, abbiamo l’innovazione senza ricerca, cioè l’innovazione in settori (abbigliamento? calzature?) poco significativi sul piano della competitività globale, anche se importanti sotto quella settoriale. Il nostro paese cresce male e cresce in segmenti nei quali è più facile evadere dalle imposte».
Un discorso di fondo, dunque, quello di Sarcinelli. Venendo al merito, «di per sé le osservazioni che S&P fa alle singole misure della manovra non sono molto significative.
Misure come quelle sulla riduzione delle pensioni più ricche vanno fatte per motivi di equità, non certo perché incidano concretamente sul rapporto debito-Pil o sulla ripresa economica». Anche sull’aumento dell’età pensionabile il banchiere economista sfata i facili conformismi: «Lo sappiamo o no che se teniamo i vecchi al lavoro non facilitiamo l’ingresso dei giovani? La verità è che l’Italia è diventata un paese di vecchi.
E lo dice una persona della mia età (76 anni, ndr) che lavora ancora…».
Che sulle pensioni occorresse «fare di più» è invece il pensiero della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che aspetta di «capire bene la manovra, perché mancano dei pezzi».Ieri Giulio Tremonti è tornato sul suo cavallo di battaglia, la riduzione del debito: «Non possiamo continuare – ha detto – a girare debito alle generazioni future. Meno debito vuol dire più stabilità, più sicurezza per tutti, centreremo l’obiettivo». «Il pareggio di bilancio è un obiettivo prioritario – concorda Sarcinelli – perché questo significa che tutte le spese, compresa quella per interessi, vengono coperte dalle entrate correnti e il debito pubblico non aumenta in termini assoluti e tende a scendere in termini relativiin funzione del tasso di crescita del Pil. Con l’attuale tasso di crescita, questo rapporto può migliorare poco».
Ma, osserva ancora Sarcinelli, «il modo migliore per rendere le manovre efficaci è quello del cosiddetto front-loading, cioè del “carico iniziale” che consente al debito di crescere meno. Questo vale per il livello economico, anche se, sotto un altro profilo, può valere anche per quello politico. Certamente, è molto più difficile prendere misure forti in anni pre-elettorali o elettorali». E infatti, «Berlusconi non deve trovare tutti i 47 miliardi, perché ha preferito lasciare l’eredità a chi verrà dopo di lui…».

da Europa Quotidiano 02.07.11

"Festa Pd immigrazione. Regola numero uno: se nasci in Italia sei cittadino italiano" di Livia Turco

L’Italia della convivenza si incontra a Cesena, nella seconda Festa Nazionale del Pd sull’Immigrazione per discutere l’agenda di una società più giusta e più sicura. Sono le donne e gli uomini, soprattutto i giovani, italiani e nuovi italiani che hanno sperimentato la fatica ma anche la bellezza della mescolanza e che vogliono che essa diventi un tratto dell’Italia normale. Dobbiamo imparare a vivere insieme perché mescolati si vive meglio: questo è il messaggio che proponiamo. Imparare a vivere insieme è un ingrediente fondamentale della riscossa civica di cui il nostro Paese ha bisogno e che ha cominciato a soffiare con prepotenza, come dimostrano gli esiti del referendum e delle elezioni amministrative. La vittoria del centro-sinistra in città cruciali del nord come, Milano, Novara, Torino, è anche la vittoria della convivenza e della mescolanza sulla paura. Dice che le forze progressiste devono con determinazione costruire la società della convivenza, combattere la paura con una politica della speranza.
C’è già un’Italia della convivenza e a Cesena si esprimerà attraverso i giovani, le donne, i lavoratori, gli imprenditori, gli amministratori locali, i politici, gli scrittori, i cantanti, gli insegnanti, gli animatori sportivi. Questa Italia profonda ma ancora troppo nascosta ci dice una cosa importante a proposito di crisi del multiculturalismo e di modelli di integrazione. Ci dice che la strada per costruire la convivenza è l’adesione a comuni principi costituzionali, è quella di persone diverse che si uniscono per fare delle cose insieme, per costruire insieme qualcosa di utile a tutti. Ciò richiede un impegno individuale nel proprio luogo di lavoro, di studio, di preghiera. E richiede un progetto e una proposta politica, quella che noi nella prima Conferenza Nazionale del Pd sull’Immigrazione abbiamo chiamato «L’alleanza tra italiani ed immigrati per un’Italia migliore». L’alleanza per una nuova cittadinanza europea, per politiche di co-sviluppo, per la dignità del lavoro, per la scuola di tutti e per tutti, per un welfare per le sicurezze per tutti, per una democrazia inclusiva.
In questo contesto assumono grande rilievo le proposte che discuteremo a Cesena per l’Europa, per il lavoro, per nuove modalità di ingresso, per la scuola interculturale, per come combattere in modo efficace l’immigrazione clandestina, per promuovere politiche di cooperazione allo sviluppo. A Cesena diremo NO con tutto il nostro sdegno alle politiche del governo, in particolare quelle che chiudono in carcere gli innocenti. perché questo è l’esito concreto del trattenimento fino a 18 mesi di persone che non hanno commesso reati ma che sono prive di documenti.
A Cesena ribadiremo che chi nasce e cresce in Italia è italiano. Questa è la nostra bandiera, la nostra battaglia, per questo chiediamo fin d’ora che essa sia la prima riforma che verrà varata nella prima riunione del Consiglio dei ministri del futuro governo di centro-sinistra. Anche per questo sosteniamo le proposte di legge di iniziativa popolare promosse da un largo cartello di associazioni sul diritto di voto amministrativo e per la riforma di cittadinanza.

L’Unità 02.07.11

Comuni in trincea contro i tagli "Così muore il federalismo", di Valentina Conte

Anche le autostrade sul piede di guerra: un freno agli investimenti. Anche il primo cittadino di Varese, leghista, si schiera: giudizio negativo su tutti i fronti. Federalismo compromesso. O a rischio morte. Il coro è pressoché unanime. E bipartisan. I sindaci dei Comuni, piccoli e grandi, non ci stanno. Il salasso prefigurato in manovra è un contro troppo alto da pagare. «Insostenibile», ripetono. Alla protesta si uniscono Regioni e Province. E si salda anche il malumore di Confindustria, costruttori dell´Ance, Agi (imprese generali) e Aiscat (concessionari autostrade) che considerano «estremamente dannoso» il tetto del 2%, inserito in manovra, all´ammortamento fiscale dei beni in concessione. «Un serio disincentivo agli investimenti infrastrutturali», lo definiscono. Che comprometterebbe «le concessioni future, praticabili a condizioni poco coerenti con la concorrenza», disincentivando chi ottiene la concessione dello Stato per costruire, ad esempio, strade ed autostrade.
Se i numeri saranno confermati, dunque, sugli enti locali si abbatteranno, da qui al 2014, quasi dieci miliardi di tagli, un quinto della manovra licenziata dal Consiglio dei ministri di giovedì. Nello specifico, si parla di 9,6 miliardi: 5,4 dalle Regioni, 1,2 dalle Province, 3 dai Comuni. «Se i numeri sono questi, il federalismo muore», sibila Mauro Guerra, coordinatore nazionale Anci dei Piccoli comuni. A rischio, i servizi essenziali. «Trasporti, asili nido, sanità, politiche per la cultura e l´integrazione», denuncia Piero Fassino, neo sindaco di Torino. Con lui, anche Pisapia (Milano), de Magistris (Napoli), Renzi (Firenze), Alemanno (Roma). Le grandi città come le piccole.
Bruciano i tre miliardi di sacrifici, sottratti al fondo di riequilibro. Lo stesso fondo che doveva, nelle intenzioni del federalismo fiscale, compensare gli enti in difficoltà dopo il taglio dei trasferimenti statali. «Per un anno abbiamo discusso di come ripartire quel fondo. Abbiamo ragionato sul nulla», prosegue Guerra. «I Comuni sono alla frutta», dice Fassino. «Per fare il federalismo con coerenza non possiamo stritolare gli enti locali», va giù duro Gianni Alemanno, nella veste di presidente del Consiglio dell´Anci. «I Comuni sono l´unico comparto pubblico con un saldo attivo», dice ancora il sindaco di Roma. «Spero ci possano essere modifiche in sede di conversione», auspica Attilio Fontana, sindaco leghista di Varese che all´assemblea dei Piccoli comuni dell´Anci, in corso a Riva del Garda, raccoglie il consenso della totalità dei colleghi, «negativi su tutto il fronte» contro la manovra. «Una decisione miope», per Giuliano Pisapia. «Una pesante tagliola», per Luigi de Magistris. I neo sindaci di Milano e Napoli, alle prese con pesanti buchi di bilancio da ripianare, oltre che con l´emergenza rifiuti per il comune campano, bocciano in pieno «le presunte aspirazioni federaliste di questo governo».
Per mercoledì prossimo, intanto, è atteso un incontro tra Anci e governo, proprio per parlare di manovra. L´Anci porterà sul tavolo la delusione dei Comuni anche sul fronte della revisione del patto di stabilità per le città “virtuose”. I criteri per valutare le premialità, circolati in queste ore, sembrano non premiare nessuno. Altre proteste, infine, si registrano sul fronte delle imprese. «Il calo delle tasse non deve penalizzare i consumi», chiede, Ivan Malavasi, presidente di Rete imprese Italia.

La Repubblica 02.07.11

"Le novità (e i tagli) che Tremonti ha nascosto", di Sergio Rizzo

Diciamolo subito: in un Paese che si appresta a tirare di nuovo la cinghia i tagli agli scandalosi costi della politica dovevano scattare ieri. Che tutto sia rimandato al prossimo parlamento, alle prossime nomine, soprattutto alla prossima maggioranza, e che certi privilegi acquisiti non vengano nemmeno sfiorati, può provocare legittimo sconcerto. La motivazione del rinvio, peraltro già previsto nella proposta originaria di Giulio Tremonti, è che una riforma così radicale non sarebbe mai stata approvata da chi l’avrebbe dovuta subire.Per la serie: «Non si può chiedere al cappone di festeggiare il Natale» . Ma anche se fosse passata, spiega il ministro dell’Economia, difficilmente avrebbe retto alla inevitabile valanga di ricorsi legali. Preoccupazioni che è difficile giudicare infondate. Di certo c’è che, nonostante non colpiscano nessuno nell’immediato, i tagli non sono stati affatto ben digeriti (come dimostrano le polemiche nel consiglio dei ministri di giovedì). E anche se sono finiti (a forza) in un decreto legge sul quale verrà probabilmente posta la fiducia, la strada è ancora lunga e insidiosa. La misura più indigesta è quella che stabilisce, pur se dal prossimo giro, l’adeguamento degli stipendi e delle indennità a una regola aurea: quella della media dell’area dell’euro. Lunghissimo l’elenco dei soggetti ai quali questo parametro, sconvolgente per l’Italia, dovrebbe essere applicato: parlamentari, consiglieri regionali e provinciali, sindaci… La norma è destinata a provocare un terremoto nelle Regioni e nelle Province autonome, dove le retribuzioni degli amministratori sono in alcuni casi elevatissime. Ma anche altrove. Fra gli organismi colpiti, come stabilisce un allegato al decreto, ci sono per esempio il Csm, il Cnel, la Corte costituzionale, delle autorità indipendenti fra le quali l’Antitrust e la Consob. E poi l’Aran, l’Agea, la Civit… Dal 2012, in ogni caso, gli stanziamenti per il Cnel, il Csm e gli altri organi di autogoverno delle diverse magistrature, nonché delle autorità indipendenti, compresa la Consob, saranno ridotti del 20%rispetto a quelli dei quest’anno. Ma il principio del «livellamento europeo» non risparmierà nemmeno i vertici della burocrazia pubblica: segretari generali dei ministeri, capi dipartimento e altri dirigenti generali. Una sorpresina c’è anche per i magistrati (prevalentemente quelli amministrativi) ingaggiati dalle autorità indipendenti e dai ministeri. Costoro non potranno più contare, come avviene finora, sul doppio stipendio: quello dell’amministrazione di appartenenza e quello dell’amministrazione di destinazione. Un cumulo che garantisce trattamenti economici scandalosamente immotivati, e che comunque sarà anch’esso abolito (se la proposta Tremonti passerà indenne) soltanto a partire dai prossimi contratti. Ancora: le riduzioni delle spese di Camera e Senato sono demandate all’autonomia dei due rami del Parlamento. Come quelle che dovranno riguardare la Corte costituzionale. In ogni caso, i risparmi dovranno essere destinati ai seguenti scopi: «Fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione dei beni culturali» . Vedremo. Come vedremo se sarà davvero tassativa la norma che stabilisce l’election day, cioè la concomitanza in una unica data delle elezioni politiche, amministrative ed europee. A proposito: nella prima bozza del decreto pubblicata sul Corriere. it si citava anche il caso dei referendum, riferimento che non compare più nell’ultima versione. Un giro di vite (sempre in futuro) è previsto anche per i titolari di alte cariche pubbliche cessati dal servizio. Non potranno avere più alloggi, né auto, né personale di servizio pagato dallo Stato. L’uso degli aerei blu dovrebbe poi essere rigorosamente limitato al capo dello Stato, al premier e ai presidenti delle Camere. Ogni eccezione sarebbe esplicitamente autorizzata, con l’obbligo di pubblicazione sul sito internet di palazzo Chigi. Entro tre mesi tutti gli organismi pubblici dovranno quindi rendere note on line le proprie partecipazioni societarie, con ogni informazione del caso. Compresi i risultati di bilancio degli ultimi tre anni. E veniamo a una delle note forse più dolenti: il finanziamento pubblico dei partiti, che va oggi sotto l’ipocrita denominazione di «rimborsi elettorali» . Il decreto stabilisce che sarà ulteriormente diminuito del 10%, «cumulando così» , dice testualmente il provvedimento, «una riduzione complessiva del 30%» . Nel caso di scioglimento anticipato delle Camere, inoltre, i contributi pubblici non potranno più essere erogati per l’intero quinquennio, ma soltanto per gli anni effettivi di durata della legislatura. Con un regalino: la frazione di anno sarà calcolata come anno intero. Anche volendo prendere per buona la storia del cappone e del Natale, perché pure il taglio ai contributi dei partiti debba scattare soltanto dopo le prossime elezioni resta francamente un mistero. Ameno che non serva per evitare a Tremonti di fare in Parlamento la stessa fine di Giulio Cesare, come qualcuno a quanto pare gli avrebbe promesso.

Il Corriere della Sera 02.07.11

"L'Italia è ormai incapace di usare il suo capitale umano", di Laura Matteucci

L’unico segnale non negativo è la lieve diminuzione della disoccupazione, soprattutto femminile. Per il resto si confermano dati disastrosi: quello sulla disoccupazione giovanile, di dieci punti percentuali più alta rispetto alla media europea, peraltro già elevata, e quello sulle donne disoccupate nel sud. Tra quante cercano lavoro, che già sono poche, praticamente la metà è disoccupata ». Da Berlino, la sociologa Chiara Saraceno commenta i nuovi dati Istat su occupazione e (soprattutto) disoccupazione italiana, che – ce ne fosse bisogno – riportano alla realtà del Paese all’indomani di una manovra che lei stessa definisce «scandalosa nella sua totale irresponsabilità». Nuovi dati, in realtà sempre gli stessi: ormai la situazione è sclerotizzata. «L’Italia è un Paese che nonè in grado di utilizzare il proprio capitale umano, e che esclude una parte significativa della popolazione, impossibilitata a rendersi autonoma, a fare progetti per il futuro. Abbiamo la più alta percentuale in Europa di giovani che non sono impegnati nè a scuola nè al lavoro. Quello che sconvolge è il fatto in sè, e anche che non riesca ad entrare nell’agenda politica del governo. Che non venga considerata una priorità». I ministri Sacconi e Brunetta hanno più volte liquidato la questione sostenendo che i giovani non si vogliono adattare. «Si adattano eccome, moltissimi sono precari, tanti occupati in finti stage e lavori molto meno qualificati di quelli per i quali hanno studiato, e tutti sono sottopagati. Ricordo anche che i salari d’ingresso in Italia sono tra i più bassi d’Europa. Si può casomai dire che c’è ben poca coerenza tra formazione e domanda di lavoro, ma questo è un altro problema». Che cosa c’è nella manovra di contrasto a questa situazione? «Assolutamente nulla. Questa manovra è a futura memoria, e con un’operazione scandalosa tipicamente all’italiana rimanda ad altri ogni responsabilità. Se gli interventi sono urgenti e decisivi per i nostri conti pubblici, bisogna cominciare ad attuarli subito, seppure con gradualità. Invece qui l’unica cosa chiara è che si scarica tutto sui più deboli, con i tagli alla scuola, il blocco degli stipendi degli insegnanti, che ovviamente va a colpire soprattutto le donne, e con la stangata su Comuni e Regioni, usati come cassa di compensazione. Le misure più incisive sono proprio quelle che affidano ai Comuni il ruolo del cattivo. Il governo scarica la rabbia dei cittadini sui governi locali, ed è particolarmente spudorato perchè da un lato proclama il federalismo, mentre dall’altro, oltre all’Ici, toglie ai Comuni qualsiasi possibilità di autonomia. Questo significa colpire non solo l’organizzazione delle famiglie,ma soprattutto i più giovani e i più svantaggiati». È una manovra per galleggiare aspettando Godot? «È la manovra di un governo che non sa dove andare. Non c’è una sola idea dico mesi riprendano i consumi, l’occupazione, la crescita. Non hanno avuto nemmeno il buon gusto di ridursi qualche privilegio, rimandando anche questo ai posteri. Questa è la cifra della classe politica che ci governa. Vorrei almeno vedere l’opposizione dare battaglia per una riduzione, anche solo del 10% degli stipendi dei parlamentari, o contro il vitalizio. Come si fa a non farlo, di fronte a milioni di persone che vivono con mille euro al mese, e anche di meno?».

L’Unità 02.07.11

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“Un posto di lavoro? Missione impossibile per giovani e donne” di Laura Matteucci

Una tendenza allarmante fa segnare un altro record per la disoccupazione giovanile: la quota di under- 25 alla ricerca di un posto sale al 29,6% nei primi tre mesi del 2011. Non era mai stata così alta nei corrispondenti trimestri, a partire dall’inizio delle serie storiche del 2004. E il dato peggiora se si guarda alle donne tra i 15 e i 24 anni del Mezzogiorno, con il tasso che schizza al 46,1%. Quindi se nel Paese, complessivamente, è un giovane su tre a restare a casa, nel Sud siamo a una giovane ogni due. Sono ancora loro, dunque, a pagare il prezzo più alto della crisi. Mentre continua a crescere il numero dei dipendenti a termine (+4,1%, 84mila unità), in gran parte nell’industria in senso stretto. Il tasso di occupazione complessivo resta inchiodato intorno al 57% dall’ultimo trimestre del 2009, ben al di sotto della media europea che nel 2010 era del 68,6%. Unica nota positiva nella fotografia scattata dall’Istat, su gennaio-marzo la quota totale di senza lavoro cala all’8,6% dal 9,1% dello stesso periodo dello scorso anno. Saltando a maggio il quadro cambia. Il tasso è all’8,1%, in aumento rispetto ad aprile di 0,1 punti. Continuano, quindi, le oscillazioni intorno all’8%, con il numero delle persone alla ricerca di un impiego che torna sopra la soglia dei 2 milioni (+17mila in un mese, anche se rispetto a maggio scorso sono 118mila in meno). Per la prima volta dall’inizio del 2008 il numero dei disoccupati segna infatti un calo annuo (-5,2%), che riguarda sia gli uomini sia soprattutto le donne e si concentra nel centro-nord. In parallelo, sul fronte occupazione (gli occupati sono 22.914mila), l’Istat registra un aumento di 21mila unità, lo 0,1%, rispetto ad aprile, che riguarda quasi la sola componente femminile. Ma i tecnici dell’Istituto fanno notarecome l’occupazione abbia smesso di scendere, senza avere però ancora trovato una forte spinta propulsiva. Aumenta significativamente (+276mila unità) l’occupazione straniera, ma il relativo tasso di occupazione è ancora in discesa rispetto allo stesso periodo del 2010, dal 62,8% al 62,4%. Fuori d’Italia, intanto, Eurostat stima una disoccupazione stabile al 9,9% nell’Unione monetaria(20%per giovani). Guardando ai settori, dopo una caduta durata oltre tre anni, inizia a recuperare l’occupazione nell’industria (+1,5% tendenziale, ovvero 70mila unità), e il terziario registra un nuovo risultato positivo (+0,9%, inattiva, coloro i quali non hanno un lavoro e non lo cercano. Il tasso di inattività si porta al 37,8%, due decimi di punto in più rispetto a un anno prima. All’allarme dei sindacati si aggiunge quello delle forze di opposizione. «La scelta esasperata del governo – attacca Cesare Damiano, Pd – di privilegiare la flessibilità si è risolta in lavoro precario che, in quanto effimero, è stato cancellato dall’impatto della crisi penalizzando le giovani generazioni. Per le donnedel sud siamo al dramma: una persona su due è condannata alla marginalità economica e sociale e diventa preda del lavoro nero e illegale. E la manovra del governo conferma il suo segno regressivo che non incentiverà lo sviluppo del Paese e aumenterà le diseguaglianze sociali».v 140mila unità). L’Istat sottolinea il rallentamento della discesa dei lavoratori con contratto indeterminato, mentre prosegue il rialzo annuo del numero di dipendenti a termine. Cresce comunque la popolazione

L’Unità 02.07.11

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“Disoccupato un giovane su tre”, di Gabriele Dossena

Senza lavoro uno su tre. E al Sud va anche peggio: la quota dei giovani disoccupati tra i 15 e i 24 anni sale al 40,6%. È un dato (medio) che ne nasconde un altro ancora più drammatico: quello relativo solo alle donne, che registra nel Mezzogiorno un picco del 46,1%, contro il 37,4%degli uomini. La fotografia dell’Istat sulla disoccupazione giovanile rilevata nel primo trimestre dell’anno è impietosa. E in drammatica crescita: dal 28,8%dei primi tre mesi del 2010 è salita al 29,6%di quest’anno. Una tendenza che, complessivamente, riporta oltre la soglia di 2 milioni il totale dei disoccupati in Italia a fine maggio, con un tasso che si attesta all’ 8,1%(anche se, come evidenzia l’Istat, su base annua il tasso risulta in calo: nel maggio 2010 si attestava infatti all’ 8,6%). Per quanto riguarda i primi tre mesi dell’anno, l’istituto di statistica ha rilevato un incremento (+0,5%) del numero degli occupati (116 mila), grazie in particolare allo sviluppo dell’occupazione femminile. Risulta inoltre aumentata significativamente, nello stesso periodo, l’occupazione straniera (276 mila occupati in più). Passando poi all’analisi per comparti, l’occupazione nell’industria in senso stretto manifesta, dopo la caduta durata oltre tre anni, un moderato recupero tendenziale (+1,5%pari a 70 mila unità) e il terziario registra un nuovo saldo positivo (+0,9%, pari a 140 mila unità). Per la Cgil quello che emerge da questi dati conferma una «pericolosissima recessione occupazionale, che senza interventi concreti potrebbe trasformarsi in peggio, assumendo veri e propri caratteri di allarme» . Secondo il segretario confederale Fulvio Fammoni si tratta di «un grandissimo problema che la propaganda del governo non solo non prende mai in considerazione, ma tenta di nascondere» . Anche il lieve incremento dell’occupazione di quest’anno rispetto al primo trimestre del 2010 «pur positivo, deve fare riflettere» , perché «il nuovo lavoro che si produce è a grande maggioranza precario o a part-time involontario e questo conferma le difficoltà della produzione, la sua scarsa qualità e una quantità oraria di lavoro che non cresce» . Ecco che, aggiunge Fammoni, «per questo non basta certo il nuovo apprendistato, bisogna togliere le tante forme di precariato che si usa e di cui si abusa» . Da Cisl e Uil arriva qualche proposta. «È necessaria l’attuazione in tempi rapidi del credito d’imposta per le assunzioni nel Mezzogiorno, ma soprattutto governo, Regioni e parti sociali devono chiudere al più presto l’accordo sulla riforma dell’apprendistato» , è l’auspico del segretario generale aggiunto della Cisl, Giorgio Santini. Per Guglielmo Loy, della segreteria Uil, «ora più che mai si deve intervenire con terapie d’urto attraverso consistenti e mirati incentivi verso quelle imprese che hanno resistito alla crisi, ma che non fanno il salto di qualità occupazionale» . E secondo Loy «ci sono le risorse necessarie per far ripartire il bonus occupazionale al Sud e ridurre l’Irap solo alle imprese che assumono lavoratori con contratti stabili»

Il Corriere della Sera 02.07.11

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“Disoccupati oltre i due milioni un giovane su tre senza lavoro”, di Lucio Cillis

In Italia ci sono due milioni di disoccupati mentre la carenza di lavoro per i giovani entro i 24 anni tocca livelli da emergenza nazionale. I dati Istat relativi a maggio 2011 e al primo trimestre dell´anno, mostrano una crisi senza precedenti che tocca da vicino milioni di famiglie: un giovane ogni tre (il 29,6%) e quattro su dieci al Sud (40,6%), non hanno un lavoro, con le giovani donne del Meridione, in particolare, che soffrono la carenza di posti: una su due risulta disoccupata.
Anche il confronto medio col resto d´Europa è impietoso: la differenza è di quasi 10 punti percentuali. Sono numeri impressionanti che non trovano precedenti nella serie che l´istituto di Statistica ha inaugurato sette anni fa e all´interno dei quali, al momento, si intravedono solo dei timidi segnali di miglioramento.
Nella media la disoccupazione si attesta all´8,1% con un incremento dello 0,1% su aprile mentre su base annua si registra una diminuzione di mezzo punto. Il numero complessivo dei disoccupati si riporta quindi al di sopra dei 2 milioni di persone.
A maggio è invece cresciuto il tasso di occupazione, rispetto al mese precedente (+0,1%), ma questo dato resta al palo se paragonato col 2010: le persone con un lavoro in tasca sono poco meno di 23 milioni (22.914.000), in aumento dello 0,1% (21mila in più) rispetto ad aprile; nel confronto con lo stesso mese del 2010 l´occupazione cresce dello 0,2% (+ 34mila), un risultato che favorisce soprattutto le donne. Appare invece in calo dello 0,3% (meno 47 mila unità) il numero degli inattivi rispetto al mese precedente.
Passando all´analisi dei dati per sesso, la disoccupazione maschile monitorata a maggio è al 7,4%: il tasso di disoccupazione aumenta di 0,2 punti percentuali rispetto ad aprile, ma diminuisce su base annua (-0,2 punti percentuali). La disoccupazione femminile, invece, tocca il 9%: diminuisce dello 0,1% mensile e dell´1% su base annua.
A livello generale ci sono dei segnali positivi che nel corso del primo trimestre 2011 vengono messi a segno dall´industria dove, dopo una caduta dei posti di lavoro durata per tre anni consecutivi, si segnala un recupero dell´1,5% dell´occupazione, pari a 70mila unità in più. Dati positivi anche per il terziario, con un incremento di quasi un punto percentuale e 140 mila unità. Allo stesso tempo, sempre nei primi tre mesi dell´anno, rallenta l´emorragia di posti a tempo indeterminato (meno 0,1%) mentre continua a salire il numero di contratti a termine: +4,1% pari a 84mila unità.
Infine, su base trimestrale, per la prima volta dall´inizio del 2008, i disoccupati calano se il raffronto viene fatto su base tendenziale: nei primi tre mesi del 2011 sono uscite da questa condizione 118mila persone E sono soprattutto donne residenti nel Centro-Nord.

La Repubblica 02.07.11

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“Il lavoro che non c’è”, di Tommaso De Berlanga

I numeri vanno letti e capiti. Specie quando si parla di statistiche. Altrimenti le contraddizioni confondono le idee. E i dati sulla disoccupazione diffusi ieri dall’Istat richiedono un po’ di attenzione. Nel primo trimestre del 2011, viene infatti detto, il tasso di disoccupazione (la percentuale dei disoccupati rispetto alle persone in età attiva) è sceso dal 9,1 all’8,6% (stesso periodo dell’anno scorso). Il numero complessivo dei disoccupati è però aumentato, superando i due milioni.
A pagare di più, nonostante la retorica di imprese e governo, nonostante una serie di «riforme» che dovrebbero facilitarne l’occupazione in cambio di salari bassi e contratti precari, sono ancora una volta i giovani tra i 15 e i 24 anni. Per loro (e senza nemmeno calcolare i coetanei che frequentano scuola o università) il tasso di disoccupazione, a maggio, è arrivato al 29,6% (era al 28,8 un anno prima). Peggio accade solo per le donne meridionali, che sono costrette a restare inattive (o meglio: senza salario) per il 46,1%.
Il quadro dettagliato è però assai differenziato. Per esempio, risulta in calo il numero degli occupati «indigeni», ovvero italiani (-160.000 unità), mentre aumenta l’occupazione straniera (+276.000), in generale più ricattabile, debole, quindi obiettivamente «incentivata» a lavorare di più per meno soldi, meno sindacalizzata e priva di livelli di welfare familiare. Conferme indirette arrivano dalla dinamica occupazionale dell’industria, in lieve ripresa (+1,5%) dopo tre anni di calo rapido, così come il settore dei servizi (+0,9). Ma la nuova occupazione è spesso registrata nelle forme «autonome». Tra i dipendenti, invece, calano ancora quelli con contratto a tempo indeterminato (-0,1%), mentre le «assunzioni» crescono solo se si accetta il «part time involontario» (+2,3), oppure un contratto a termine (+4,1).
Di conseguenza, cresce anche la popolazione inattiva, ormai al 37,8% (+0,2) rispetto al 2010). Fenomeno, anche questo, fondamentalmente giovanile; al punto da far parlare ormai di una «generazione né né» (non studia e non trova lavoro).
Ma anche se si voleva vedere il «bicchiere mezzo pieno» – il calo del tasso di disoccupazione – diventa difficile ignorare il crollo dell’attività manifatturiera registrato nel mese di giugno. Una contrazione in parte attesa, ma che mette fine a 18 mesi di crescita continua, pur se del tutto insufficiente a recuperare i livelli produttivi pre-crisi (siamo ancora sotto del 5% circa rispetto al 2007. Soprattutto – fa notare l’indagine Markit Economics – l’indice Pmi (che misura l’attività produttiva e le attese relative) è sceso dai 52,8 punti di maggio ai 49,9 di giugno. Un calo drastico e preoccupante, anche perché «quota 50» è convenzionalmente citata come il discrimina tra l’espansione economica e la contrazione.
È il punto più basso fatto segnare dall’ormai «lontano» ottobre 2009, a un anno di distanza dal croci di Lehmann Brothers che aveva innescato un blocco dell’attività economica globale. Per quanto riguarda lo specifico italiano, inoltre, la responsabilità principale di questo calo viene addebiatat alla «debolezza della domanda interna». In altre parole: la popolazione consuma meno, compra meno merci, le imprese vendono meno e tagliano sia la produzione che l’occupazione (questi fenomeni non avvengono contemporaneamente, ma con un timing abbastanza studiato da risultare «scientifico»). Il problema è che tutte le ricette o «riforme» economiche – consigliate dalla Ue e creativamente adattate dal governo – prevedono ulteriori riduzioni di reddito disponibile. Ancora meno consumi, dunque; e quindi nuovo calo di produzione e occupazione.

Il Manifesto 02.07.11

Gelo di Napolitano «I l decreto rifiuti non è risolutivo», di Marzio Breda

Il capo dello Stato Giorgio Napolitano dà il via libera al decreto rifiuti ma ritiene il provvedimento «non risolutivo» e auspica ulteriori interventi del governo. Per il presidente della Repubblica serve ben altro «per assicurare l’effettivo superamento di un’emergenza» di rilevanza nazionale. Commenta il leader della Lega Umberto Bossi: «Lo capisco, è originario di lì. Però la gente del Nord i rifiuti di Napoli non li vuole» Non aveva alternative, e dunque ha firmato. Ma con una forte riserva morale. Perché il decreto legge sui rifiuti di Napoli e dintorni «non appare rispondente alle attese e tantomeno risolutivo» del problema. Serve ben altro, e lo segnala, «per assicurare l’effettivo superamento di un’emergenza» che ormai ha assunto «rilevanza nazionale» . Servono «interventi ulteriori» . Vale a dire «una piena responsabilizzazione di tutte le istituzioni, insieme con le autorità locali della Campania» . Va ben oltre gli «auspici» di rito, il richiamo reso pubblico ieri con una nota ufficiale dal presidente della Repubblica, subito dopo aver emanato le «misure urgenti» (ma «pilatesche» , le ha definite il sindaco de Magistris, e «insufficienti» per il governatore Caldoro) che hanno scontentato tutti e che certo non possono risolvere il disastro della spazzatura nella capitale del Mezzogiorno. È una staffilata severa al governo, quella che cala dal Quirinale, e in particolare al partito — la Lega — che non ha avuto remore a sabotare il provvedimento predisposto già da tempo, impedendo così di superare le difficoltà di questi giorni. Per il capo dello Stato non ha senso, su un fronte simile, muoversi in base a calcoli di convenienza politica (mettendo di nuovo il Nord contro il Sud, magari per recuperare i consensi perduti alle ultime elezioni), come è emerso da molti retroscena del Consiglio dei ministri e dalle stesse dichiarazioni di diversi leader leghisti. Non a caso, la partita di Napoli mette in gioco l’interesse del Paese e la sua reputazione internazionale, visto il rilievo mediatico che la faccenda ha assunto. Insomma: l’emergenza, che rischia di diventare presto anche sanitaria, impone un «impegno solidale delle Regioni italiane» . Tutte. Napolitano lo ha chiesto infinite volte, e l’ultima appena una decina di giorni fa, il 23 giugno, rispondendo ai tanti appelli che gli erano giunti dalla sua città e confessando «l’allarme» e «l’inquietudine per la mancata approvazione» , in due successive riunioni del governo, del decreto studiato ad hoc. La formula ambigua — minimalista e rinunciataria, altro che «massimo sforzo» — uscita l’altro ieri da Palazzo Chigi lo ha deluso profondamente. Proprio perché contraddice «lo spirito dell’intesa che, con un apprezzabile sforzo unitario» , era stata raggiunta in origine, anche se non messa nero su bianco. Questo era l’assillo del presidente, che aveva sollevato l’argomento direttamente con il premier, ricevendone rassicurazioni, l’ultima volta in cui aveva avuto un faccia a faccia con lui, la settimana scorsa. Pure allora aveva espresso la consapevolezza del «lavoro duro e di lunga durata» necessario sul fronte della Campania. Infatti, Napolitano sa bene che, quando sarà superata la fase dell’emergenza, bisognerà comunque mettere mano alle «misure strutturali» indispensabili per risolvere il problema alla radice. Il che significa studiare e programmare — come ha sollecitato a più riprese— un sistema integrato di raccolta differenziata, siti di trasferenza, discariche, inceneritori, termovalorizzatori e quant’altro fosse necessario per l’intera regione. Qui entra in gioco soprattutto la responsabilità diretta delle amministrazioni locali. A loro, del resto, il capo dello Stato non ha mai risparmiato critiche severe.

Il Corriere della Sera 02.07.11

"I burattini del Cavaliere", di Curzio Maltese

Nel teatro delle marionette del basso impero berlusconiano, ieri è stato il giorno del pupo Alfano, eletto segretario del Pdl o di Berlusconi, come dice Bersani, per acclamazione. Niente primarie, niente congressi. Negli spettacoli per bambini basta battere le mani. Per la prima volta Berlusconi è stato costretto dal calo di consensi a far acclamare un altro, e questa è la novità, il segno dei tempi.
Per il resto siamo appunto a un teatrino di marionette. L´ultimo divertimento del capo, che ormai ha tanto tempo libero. I magistrati cattivi l´hanno costretto a rinunciare ai bunga bunga e governare non deve, non può, non sa più fare dal dicembre scorso, quando fu approvata la legge Gelmini. Ultimo e sventurato atto di governo. Da allora, il nulla. Con l´ultima manovra, il governo Berlusconi ha addirittura ammesso a chiare lettere che non è nemmeno più in grado di compiere l´atto di governo per antonomasia, la finanziaria, e l´ha rinviata alla prossima legislatura, quando forse l´Italia avrà un governo vero. Nell´attesa, nella noia del tempo libero, Berlusconi s´è messo dunque a fabbricare marionette. Alcune gli si sono rotte fra le mani, come Capitan Terremoto, al secolo Guido Bertolaso, e il ministro della polemica inutile, Renato Brunetta. Altre gli sono venute malissimo fin dal principio, per esempio quel Frattini del quale si vedono troppo i fili. Altre ancora reggono, come il fantoccio di Umberto Bossi, ridotto ormai a maschera regionale della commedia dell´arte, al governo da un decennio, ma sempre bravissimo a fingere ogni mese di farlo cadere. Un piccolo capolavoro è il burattino di Giulio Tremonti, il Quintino Sella de noantri, che ha riscosso successo anche presso le scolaresche di sinistra. Fenomenale l´ultimo show di Giulietto che, manovrato dall´alto dal Mangiafuoco di Arcore, ha presentato la finanziaria del proprio successore, spiegando che il risanamento dei conti pubblici si faranno «nel medio termine». Quando, come diceva il grande John Maynard Keynes, saremo tutti morti. Nel magazzino di Mangiafuoco si contano poi centinaia di altri piccoli pupi a forma di giornalista, dirigente Rai, ministro e ministra, deputato «responsabile», ma non vale nemmeno la pena di parlarne.
Angelino Alfano è una via di mezzo fra Tremonti e Frattini, ma con il rischio di finire come Bertolaso. Per quanto siciliano, non appartiene alla grande e coloratissima tradizione dei pupari, ma piuttosto alla più grigia genia delle marionette da ventriloquio. Certi giorni però può sembrare che parli davvero di suo. Ti accorgi che non è vero perché, non appena esprime un giudizio all´apparenza autonomo, subito ci attacca un lungo (auto) elogio di Berlusconi. Talvolta con lieve inflessione milanese. Ieri per esempio ha ammesso che nel Pdl ci sono anche corrotti e delinquenti, ma prima e dopo, a scanso di facili equivoci, ha ricordato che Berlusconi è un perseguitato dalla magistratura. Il suo programma è di fare del Pdl il partito degli onesti, al cui confronto l´utopia di Tommaso Moro era uno scherzo.
Berlusconi muove i fili, assistito da qualche Bisignani, e sta alla cassa. Non può più presentare la propria faccia, per quanto ritoccata, deve affidarsi a maschere e burattini e perfino fingere di guidare un partito democratico. Questo è già qualcosa. Lo spettacolo non è gran cosa, ma i biglietti sono omaggio. L´impressione però è che alla lunga ci costerà moltissimo

La Repubblica 03.07.11