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"Svolta federalista per l’Europa", di Andrea Bonanni

OGGI comincia l’Europa di Jean-Claude Juncker. E sarà, nel bene o nel male, un’Europa diversa da quella che abbiamo conosciuto. Profondamente diversa, a cominciare dalla designazione del presidente della Commissione europea avvenuta, per la prima volta nella storia, con un voto che mette in minoranza la Gran Bretagna e pone fine a quarant’anni di veti inglesi sulla
politica europea.
La nomina di Juncker non è stata decisa in conciliaboli segreti tessuti nelle anticamere del vertice, come quella di tutti i suoi predecessori. Per diventare presidente della Commissione, l’ex premier lussemburghese ha dovuto ottenere l’investitura dei leader del Ppe come candidato del partito. Il Ppe ha dovuto vincere le elezioni. Il Parlamento ha dovuto costruire una maggioranza basata sulla grande coalizione popolari-socialisti. I capi di governo hanno dovuto inchinarsi alla volontà dei cittadini e dei partiti politici.
E, GRAZIE all’impulso dell’Italia, hanno dovuto elaborare una pur vaga piattaforma programmatica per il futuro governo dell’Europa. Tutto questo non era mai successo. E, ora che è avvenuto, cambia radicalmente gli equilibri di una Unione europea in cui l’Italia ritrova quel ruolo centrale che aveva perduto dai tempi dei governi Berlusconi. Ma come sarà l’Europa di Jean Claude Juncker?
Il più bel complimento al nuovo presidente della Commissione lo ha fatto ieri, senza rendersene conto, il suo nemico giurato David Cameron: «Per tutta la sua vita Juncker è stato al centro del progetto europeo con l’obiettivo di aumentare i poteri di Bruxelles e di ridurre quelli degli stati membri », ha detto il primo ministro britannico per giustificare il suo no alla nomina di un «federalista» come presidente della Commissione europea. Ma la crociata di Cameron è stata inutile, se non addirittura controproducente. E ora questo cristiano-sociale lussemburghese, sessant’anni a dicembre, che fu allievo e pupillo di Helmut Kohl, avrà modo di mettere alla prova la sua consumata abilità di animale politico alla guida del governo dell’Europa per cercare davvero di «aumentare i poteri di Bruxelles ». Non avrà un compito facile.
Il prossimo ostacolo che Juncker dovrà superare sarà quello di trovare una maggioranza politica nel Parlamento europeo. «Sono fiero ed onorato di avere ricevuto oggi il sostegno del Consiglio europeo e contento all’idea di lavorare con i deputati europei per formare una maggioranza in Parlamento prima del voto del 16 luglio», ha twittato ieri al momento della nomina. In teoria il compito dovrebbe essere semplice, visto che la sua designazione è frutto di un accordo tra socialisti e popolari, a cui intendono aderire anche i liberali. I tre partiti gli garantiscono un’ampia maggioranza. Ma il diavolo, come sempre, è nei dettagli. Riuscirà, per esempio, a conquistare il voto dei laburisti inglesi, che hanno condiviso la crociata di Cameron contro la sua nomina? E arriverà a strappare il consenso anche dei verdi e dell’estrema sinistra, diventando così il presidente degli europeisti contrapposto agli euroscettici che certamente gli voteranno contro? Il suo futuro percorso alla guida della Commissione dipenderà anche dal tipo di maggioranza che avrà saputo raccogliere.
Di certo, le capacità e l’esperienza non gli mancano. Entrato in politica nell’84, è stato per sei anni governatore della Banca Mondiale. Poi, per diciannove anni, dal 1995 al 2013, è stato primo ministro del Lussemburgo divenendo il decano dei leader europei.
Ma già nel ‘92, come ministro delle Finanze del Principato, era seduto al tavolo dei negoziati per il Trattato di Maastricht. «Oggi ero l’unico capo di governo che non lo conoscesse personalmente», ha raccontato ieri Matteo Renzi. Per otto anni, fino al 2013, è stato anche presidente dell’eurogruppo, che riunisce i ministri delle finanze della zona euro. E in quella veste ha vissuto in prima persona tutta la difficile gestione della crisi finanziaria e del salvataggio dell’euro e degli stati minacciati di bancarotta.
Sbaglia, però, chi crede che Jean-Claude Juncker sia un profeta dell’austerity in salsa tedesca. Al contrario. Nel corso della sua lunga carriera ha spesso preso posizioni sgradite a Berlino, e anche a Parigi. Come quando si schierò apertamente a favore degli euro-bond e contro la troika. Durante gli anni della presidenza dell’eurogruppo ha spesso criticato la Germania accusata di «trattare l’Europa come una sua filiale», e le politiche di austerity praticate da un’Europa «che punisce invece di aiutare». Quando se ne è andato dalla guida dell’eurogruppo non ha mancato di denunciare «le ingerenze franco-tedesche». Per quanto riguarda l’Italia, non ha mai nascosto la sua profonda insofferenza verso Berlusconi.
Che con simili precedenti Juncker sia riuscito ad ottenere prima l’appoggio dei leader del Ppe, Merkel e Berlusconi in testa, e poi il sostegno di 26 capi di governo su 28 la dice lunga sulle sue capacità di politico. Ora dovrà metterle al servizio della sua nuova mansione. Nel corso della campagna elettorale, il suo slogan è stato tutto centrato sulla necessità di superare le divisioni e le diffidenze che oggi paralizzano l’Europa. Non è un compito facile. E il documento programmatico con cui i capi di governo hanno accompagnato la sua nomina, dalla questione della flessibilità sui conti pubblici voluta dall’Italia a quella delle due velocità nell’integrazione europea voluta dalla Gran Bretagna, sembra delimitare il terreno dei prossimi regolamenti di conti piuttosto che definire una piattaforma consensuale e condivisa.
In questo regolamento di conti la futura Commissione europea avrà un ruolo cruciale. Ma quale sarà questo ruolo dipenderà solo in parte dalla figura del presidente. Decisive saranno anche le personalità dei commissari che andranno ad occupare le poltrone strategicamente più importanti: una partita che si comincerà a giocare al prossimo vertice del 16 luglio.

da La Repubblica

"Dall'asilo all'università, scuola vuol dire sfiducia", di Raffaello Masci

I numeri del Censis raccontano la delusione degli italiani. Meno iscritti e più abbandoni: e aumentano i ricorsi al Tar

La scuola ha deluso. Mettiamola così: è sempre il veicolo principale del sapere, è sempre quel percorso da cui non si può prescindere. Ma la promessa che si sintetizzava nello slogan «più studi, più lavori (e più guadagni)» non è più credibile. Almeno per i ragazzi italiani degli anni della crisi: ci si iscrive di meno alle superiori, si abbandona più facilmente e si diserta l’università ogni giorno di più. È la fuga dall’istruzione quella su cui fa un focus il Censis in una ricerca presentata ieri? Forse no. È presto per dirlo. Ma è certo che «aumenta la sfiducia nella scuola come strumento di mobilità sociale», come annuncia il centro studi presieduto da Giuseppe De Rita. Non si crede più, in sostanza, che studiando si possa migliorare la propria condizione sociale ed economica. E i numeri assecondano questa sensazione, tant’è che se si osserva la generazione dei ventenni di oggi che hanno una occupazione, si rileva che solo il 16,4% fa un lavoro che lo colloca in un gradino sociale superiore a quello dei suoi genitori, e addirittura il 29,5% quel gradino lo ha disceso e sta peggio di mamma e papà. Alla faccia della maggiore istruzione. Non solo. Se andiamo a vedere quelli che di scuola ne hanno fatta tanta e sono riusciti a laurearsi, si scopre che fanno, in quasi il 37% dei casi, un lavoro talmente dequalificato da rendere inutile la loro laurea. E lo stesso discorso vale per il 32% dei diplomati. Si penserà che la colpa è delle lauree «deboli», quelle in Lettere, Filosofia e chiacchiere varie, ma non è così, perché la sottoccupazione vale per queste lauree in misura del 43,7%, mentre per quelle «spendibili» economia, statistica si arriva addirittura al 57,3%, e perfino i tanto osannati ingegneri si ritrovano a fare lavoretti in ragione di uno su tre. E dunque «chi se ne frega della scuola» è il nuovo sentire dei giovani italiani, che si avvicinano alle aule con sempre meno motivazioni. Tant’è che cambiano indirizzo con frequenza e con altrettanta frequenza abbandonano: il 28% di chi comincia le superiori non le finisce, consolidando un tasso di dispersione scolastica di 10 punti superiore alla media europea. Una catastrofe. E uno spreco di risorse economiche e umane. Quanto all’università, peggio ancora: le immatricolazioni si sono ridotte del 3,3% da un anno all’altro (9.500 studenti in meno) e dopo il primo anno abbandona più de115%. Per contro, cresce la massa di chi va a studiare all’estero: «Tra il 2007 e il 2011 il numero di studenti italiani iscritti in università straniere è aumentato del 51,2%». Non meraviglia, allora, che gli insegnanti siano più sfiduciati degli studenti: «Il 33,5% dei dirigenti scolastici lamenta che l’atteggiamento prevalente tra il personale è la demotivazione, mentre il 24,6% sottolinea che l’atteggiamento collaborativo da parte delle famiglie è diminuito». E che nessuno si azzardi a bocciare: sono 1.500 i ricorsi al Tar solo per lo scorso anno, il 17% in più dell’anno prima.

da La Stampa

"Dalla verità su Ustica nasca una nuova politica estera", di Daria Bonfietti *

Nel XXXIV anniversario della strage di Ustica il nostro pensiero deve andare ainnanzitutto alle 81 vittime innocenti e nello stesso tempo affermare con determinazione che c’è ancora bisogno di verità. C’è bisogno di scrivere l’ultima pagina, la definitiva.
Per questo sento di rivolgermi direttamente al presidente del Consiglio perché l’impegno per la verità su Ustica diventi un tema dominante della politica estera e perché proprio nel semestre di presidenza Italiana, che sta per cominciare, l’Europa, nel suo complesso e nelle sue istituzioni, comprenda che il confine italiano è il confine dell’intera comunità e che quindi, quella notte, sono stati lesi i diritti di tutti i cittadini europei.
Ustica è la storia di una verità immediatamente comprensibile già dai tracciati radar di Ciampino e dalle telefonate nei siti militari di quella stessa notte, ma fatta scomparire, inabissata come il relitto, sottratta, prima con la grande menzogna di un cedimento strutturale in un cielo che si afferma completamento sgombro, poi con una vergognosa catena di falsità, soppressione di prove, depistaggi, false informazioni, occultamenti e distruzioni di documenti.
Dopo tanti anni di impegno civile dell’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica, dopo una straordinaria mobilitazione che ha visto coinvolti la società civile, il mondo della cultura, dell’arte e dello spettacolo, esponenti prestigiosi della politica, possiamo ben dire di aver conquistato la verità.
La magistratura, pur con un percorso lungo e pieno di ostacoli, con le sentenze definitive della Cassazione, ha definitivamente affermato: il DC9 Itavia è stato abbattuto e i ministeri dei Trasporti e della Difesa sono responsabili, l’uno per non aver saputo difendere la vita di innocenti cittadini, l’altro, perché i comportamenti di tanti militari hanno ostacolato in ogni modo il raggiungimento della verità.
Ma da oggi l’impegno deve essere quello di creare le condizioni per poterla scrivere tutta la verità, ci vogliono anche i responsabili materiali e lo scenario nel quale ha potuto verificarsi l’abbattimento di un aereo civile in tempo di pace.
In concreto questo significa fare in modo che abbiano successo le indagini che sta svolgendo la Procura della Repubblica di Roma per delineare il quadro preciso degli aerei in volo sul Tirreno e la dislocazione di altri «mezzi» militari (ad esempio portaerei) che possono aver avuto un ruolo determinante nell’accaduto. Ma la momento–al di là di una qualche disponibilità francese si deve denunciare che non hanno avuto la minima risposta le rogatorie rivolte ad altri Stati.
Si tratta, tra gli altri, degli Stati Uniti, che avevano ad esempio in volo nella zona della tragedia un aereo speciale proprio per i rilevamenti radar, del Belgio che aveva aerei in esercitazione in quei giorni nella zona e della Libia, da sempre collegata alla tragedia.
È chiaro che per le sue indagini la Magistratura italiana può avvalersi soltanto di rogatorie internazionali la cui «forza» deve essere affidata alla determinazione della politica estera del governo. E bisogna prendere atto che fino ad ora non sono stati adeguati né l’impegno degli esecutivi italiani nel chiedere né la disponibilità alla collaborazione degli altri Stati.
È questo cambiamento che chiedo al presidente Renzi e alla politica tutta. Prendo atto che su interessamento della presidente Boldrini in questi giorni alla Camera fa passi importanti il provvedimento presentato dagli onorevoli Verini -Amendola e Migliore per la ratifica della Convenzione europea per la collaborazione in materia giudiziaria del 2000. Ma ci vuole davvero un diverso impegno e al Presidente Renzi, che ha messo in atto una apprezzabile iniziativa per la trasparenza sui documenti riguardanti le stragi nel nostro Paese, voglio chiedere un impegno particolare perché sulla strage di Ustica, sulla quale ripeto è in atto un’inchiesta giudiziaria, sia fatto da subito ogni sforzo, per la disponibilità di ogni genere di documentazione in giacenza presso Ministeri e altre Istituzioni dello Stato.
Oggi, mi sento di dire, la verità sulle cause della tragedia è conquistata, ma l’ultima pagina può scriverla la magistratura soltanto con l’aiuto forte e determinato del governo. Ed è quello che chiediamo.
*Presidente Ass. parenti vittime strage di Ustica

da L’Unità

"Il rapporto di Federculture. In cultura si spende sempre di meno", di Antonello Cherchi

Resistere per andare avanti. È la parola d’ordine che Roberto Grossi ha lanciato ieri a Roma nel corso della presentazione del 10° rapporto di Federculture, l’associazione delle aziende pubbliche culturali di cui è presidente. Stiamo vivendo un periodo di «nuove passioni, ma anche di grande incertezza», un momento di transizione che – ha affermato Grossi – ha bisogno di «una rivoluzione, un nuovo progetto per il Paese, che solo la cultura può guidare».
La prospettiva di rinascita deve prender atto della sconfortante situazione in cui si trova il Paese. Quest’anno lo Stato ha destinato alla tutela del patrimonio solo 87 milioni di euro e all’intero settore culturale 1.595 milioni, ovvero lo 0,19 della spesa pubblica. Risorse che negli ultimi dieci anni si sono ridotte del 27%. È la conseguenza, ha commentato Grossi, «di un’indifferenza verso questo settore pulsante del Paese e di un’arrogante ignoranza che la storia giudicherà».
La crisi economica ha sicuramente contribuito. Si è fatta sentire sulla spesa delle famiglie in cultura e ricreazione, che ha continuato a puntare verso il basso: già nel 2012, dopo dieci anni di crescita continua, si era verificato un calo del 4,4% e l’anno scorso ci si è fermati a 66,5 milioni di euro, registrando un ulteriore -3,3 per cento. Siamo all’ultimo posto in Europa in termini di partecipazione culturale: nel 2013 solo il 30% degli italiani ha visitato un museo (rispetto al 52% degli inglesi, il 44% dei tedeschi e il 39% dei francesi) e quasi 6 su 10 non hanno letto neanche un libro.
È da qui – ha sostenuto Grossi – che bisogna ripartire, ampliando la partecipazione culturale grazie a politiche che puntino su educazione e formazione, che sappiano migliorare il sistema dell’offerta con attività sempre più di qualità, che pensino anche a incentivi fiscali, come la detrazione delle spese culturali che le famiglie sostengono.
Il riferimento è l’artbonus, il credito d’imposta per chi tutela il patrimonio che il Governo ha varato di recente. Una misura che Grossi ha accolto con favore, anche se ha chiesto che vengano innalzati i tetti delle somme che possono beneficiare dello sconto e, soprattutto, venga allargata la platea degli interventi agevolabili, comprendendo anche i soggetti con personalità giuridica di diritto privato, come le fondazioni di enti pubblici.
L’artbonus è stato richiamato anche dal ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, che ha lanciato l’idea di uno school-bonus: «è uno degli spunti – ha spiegato – a cui stiamo lavorando nel provvedimento sull’istruzione». Giannini ha, inoltre, ribadito la volontà del Governo di incentivare lo studio delle materie umanistiche, a partire dalla storia dell’arte (proposta lanciata la scorsa settimana nel corso degli Stati generali della cultura organizzati dal Sole 24 Ore) e di creare un’alternanza scuola-lavoro, come quella che già esiste negli istituti tecnici, anche per i beni culturali. «Perché – si è chiesta – non dovrebbe esserci una scuola di restauro a Pompei dove ospitare gli studenti?».

da Il sole 24 Ore

"Ue, la sconfitta più grande di Cameron", di Andrea Bonanni

Il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy ha un senso molto andreottiano dell’ironia. Ma non c’era malizia quando ha scelto Ypres, un luogo entrato nella mitologia delle glorie militari britanniche, per ospitare il vertice che registra la più bruciante sconfitta di Londra in quarant’anni di battaglie europee. E forse segna l’inizio del processo di fuoriuscita del Regno Unito dall’Ue.
Il lungo e inutile massacro di Ypres durante la Prima Guerra Mondiale non ebbe nè vincitori né vinti. La battaglia delle nomine che vi si è svolta ieri tra i capi di governo europei, e che si concluderà oggi a Bruxelles, delimita invece con grande evidenza chi ha vinto e chi ha perso. Sul fronte dei vincitori ci sono Angela Merkel, Matteo Renzi e il Parlamento europeo. Su quello degli sconfitti troneggia il premier inglese David Cameron.
La Merkel conferma il proprio ruolo di asse portante dell’Europa. Nella battaglia delle nomine era partita male, costretta a rinunciare al potere assoluto dei capi di governo per condividere la scelta del presidente della Commissione con i partiti politici e il Parlamento europeo. Ha esitato a lungo prima di accettare la designazione di un candidato del Ppe, che è stato l’ultimo tra le forze politiche a indicare il proprio campione. Ma alla fine ha scelto Jean-Claude Juncker. E dopo le elezioni lo ha difeso contro attacchi di ogni genere fino a riuscire ad imporlo nonostante il veto britannico, la freddezza dei socialisti e le perplessità di molti governi.
Ma la Cancelliera non si è fermata qua. E’ stata lei a sbloccare la trattativa tra Ppe e Pse, accettando l’elezione di Martin Schulz a presidente del Parlamento europeo in cambio dell’appoggio degli eurodeputati socialisti a Juncker. E’ riuscita a confermare il commissario tedesco Oettinger sulla poltrona cruciale dell’Energia, che nel prossimo quinquennio sarà forse il portafoglio più strategico dell’intera Commissione. Inoltre si presenta oggi come il vero «king maker» per le altre cariche di vertice della Ue: quella di presidente del Consiglio europeo e quella di Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione. Poltrone che vedono tra i possibili candidati due italiani: Enrico Letta e Federica Mogherini.
Anche Matteo Renzi era arrivato alla battaglia delle nomine in una posizione difficile. L’Italia resta un sorvegliato speciale in Europa per i suoi conti pubblici e per un debito totalmente fuori dai parametri del Patto di stabilità. I continui avvicendamenti alla guida del governo non avevano contribuito ad aumentare la nostra
credibilità in vista del semestre di presidenza italiana che si apre a luglio. Ma il trionfo alle elezioni europee ha cambiato le carte in tavola, dando al premier italiano una legittimazione politica che non ha eguali in tutta l’Unione. Inoltre Renzi si è mosso con abilità spostando il dibattito dai nomi dei candidati al programma della
prossima Commissione e guadagnando una apertura di credito, almeno teorica, per una politica di bilancio più flessibile. Nel lungo mese di negoziati dopo le elezioni, il leader italiano è riuscito di fatto a soppiantare il presidente francese Hollande, bastonato dal voto, come punto di riferimento per il fronte dei socialisti europei. Con
simili risultati, potrebbe già considerarsi soddisfatto. Se poi portasse a casa una delle due poltrone di vertice ancora da assegnare potrebbe vantare anche un nuovo primato affiancando un secondo italiano a Mario Draghi tra i quattro o cinque massimi dirigenti dell’Ue.
Ma il vero vincitore della battaglia delle nomine è senza dubbio il Parlamento europeo. Grazie al paziente lavoro del suo presidente Martin Schulz, l’assemblea di Strasburgo oggi di fatto è l’arbitro delle sorti della Commissione e ha sottratto ai capi di governo il potere di nomina del presidente dell’esecutivo comunitario. Era, questo, un vecchio sogno democratico dei padri fondatori dell’Europa, in particolare di Jacques Delors, che pareva irrealizzabile.
David Cameron esce dalla battaglia di Ypres come il grande sconfitto. Se nella notte non si troverà un accordo per evitare lo scontro in extremis, oggi si voterà per designare Juncker alla testa della Commissione e Cameron sarà messo in minoranza. La sua minaccia di portare Londra fuori dall’Europa non ha funzionato. Dopo aver condizionato (in peggio) con i suoi veti la nomina di almeno due presidenti della Commissione e del presidente del Consiglio europeo, la Gran Bretagna perde il potere di ricatto sull’Ue che ha esercitato per quarant’anni frenando il processo di integrazione.
Di fronte alla sconfitta, Cameron non si tira indietro e alza i toni dello scontro. Lo fa per motivi di politica interna, pressato com’è dagli indipendentisti dell’Ukip che lo hanno sonoramente battuto alle elezioni. Ma una condizione di guerra dichiarata tra la Gran Bretagna e l’Unione europea potrebbe alla fine fare il gioco dei rivali del premier conservatore, accelerando davvero il processo di uscita del Regno Unito dall’Ue. E questo trasformerebbe la sconfitta di Cameron in una catastrofe di proporzioni storiche.

La Repubblica 27.06.14

Quei medici volontari della pillola del giorno dopo “Così evitiamo gli aborti”, di Maria Novella De Luca

«Perchè lo facciamo? Perché altrimenti tutti questi “errori” diventeranno aborti, e spesso di ragazze giovanissime. E io non voglio più vedere quindicenni spaventate che vengono in ospedale per interrompere una gravidanza». Lisa Canitano, ginecologa, una vita “di frontiera” tra consultori, ambulatori e reparti della legge 194, dice con amarezza che oggi è più difficile che mai: «Avere la ricetta della pillola del giorno dopo è diventato un vero e proprio calvario». Anzi il paradosso tutto italiano di un farmaco legale che nessuno vuole prescrivere. Una silenziosa e nascosta obiezione di coscienza. Illegale però. E così per averlo le donne e soprattutto le ragazze, devono tortuosamente cercare vie alternative. Racconta Caterina, 16 anni, di Catania: «Ci è successo di notte, si è rotto il preservativo, era sabato sera. Con il mio ragazzo abbiamo vagato come fantasmi per ore. Nessuno voleva farci la ricetta. Ci trattavano come delinquenti…». Il telefono della dottoressa Canitano, presidente dell’associazione “Vita di donna” squilla in continuazione: «Ciao, come possiamo aiutarti?». «I farmacisti la negano, i consultori chiudono alle due del pomeriggio, i pronto soccorso sono ostili. E più passano le ore più aumenta – spiega Canitano – il rischio di avere una gravidanza indesiderata. Così chiamano noi… ». Dove “noi” vuol dire una rete di quasi cento medici (ginecologi e non solo) che resiste al boicottaggio nascosto contro il Levonorgestrel, nome del principio attivo di quella pillola che presa subito dopo un rapporto a rischio, impedisce di restare incinte. Una rete di volontari che in tutta Italia si rende disponibile e reperibile ogni giorno fino alle sette di sera e il sabato fino a mezzanotte. Eppure quattro mesi fa l’Aifa, cioè l’agenzia italiana del farmaco ha definito con chiarezza la pillola del giorno dopo un “contraccettivo” e non un “abortivo”, rispetto al quale dunque non è lecito alcun tipo di obiezione.
Accade invece, al pronto soccorso del reparto di ginecologia di un grande Policlinico romano, che tutti i medici di turno siano obiettori. Paola ha il cuore in gola: sono già passate dodici ore dal suo incidente… E così, dice Lisa Canitano «senza farsi vedere un’infermiera scarabocchia il nostro numero dell’associazione Vita di donna su un foglietto, e Paola ci trova, corre da noi, e ce la fa». Oppure ci sono i ragazzini, quindici, sedici anni, che magari non hanno un soldo in tasca. «Ci rintracciano su Internet, arrivano con il motorino, spaventati e smarriti, per comprare il farmaco fanno la colletta tra gli amici».
Quasi un gioco dell’assurdo. Perché parliamo di un medicinale perfettamente legale, che previene una tragedia assai più grande e cioè l’aborto. Ma le testimonianze svelano invece un paese oscuro, dove escluse alcune aree felici (Emilia, Toscana, Piemonte) “l’errore” durante il rapporto sessuale, ma soprattutto il non accettarne le conseguenze, viene ancora colpevolizzato. Marina ha 25 e vive a Bari, dove al Policlinico, rivela Canitano, «per avere la prescrizione alle donne viene incredibilmente imposta la visita ginecologica, e il pagamento di un ticket da 80 euro».
Ricorda Marina: «Sono sposata da un anno, ma mio marito ed io siamo ancora così precari che avere oggi un figlio sarebbe una pazzia. L’incidente è avvenuto a marzo: di notte si è rotto il profilattico. Era così tardi che sono andata al consultorio soltanto la mattina dopo. La dottoressa di turno mi ha fatto entrare e sedere, poi quando ha saputo perché ero lì, mi ha fatto uscire dalla stanza dicendomi brutalmente che le pazienti in gravidanza, quelle che davvero volevano un figlio, avevano la precedenza…». Marina viene ricevuta dopo quattro ore, quando finalmente le viene prescritto il Norlevo. «Attenta, si sentirà malissimo», conclude lugubre la ginecologa del consultorio.
Certo, il ricorso sempre maggiore alla “contraccezione d’urgenza”, con un aumento del 60% di confezioni vendute in pochi anni, è la prova indiretta di quanto invece le coppie e i giovani siano inesperti della contraccezione preventiva. Anche se gli ultimi dati dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, dicono con chiarezza che il 65% delle donne che si ritrova a dover utilizzare la pillola del giorno dopo, in seguito pianifica meglio la propria vita sessuale. «Il nostro numero di telefono – aggiunge Lisa Canitano – ormai è scritto sulle porte dei consultori, sui vetri dei reparti di maternità, siamo costretti a sostituirci allo Stato semplicemente per aiutare le donne a non abortire. Ed è assurdo che medici e farmacisti che si dichiarano obiettori di coscienza, di fatto spingano proprio verso quella scelta».
Anna ha diciassette anni e la sua testimonianza la scrive su Facebook. «Abito a Imola e sono stata fortunata, all’inizio. Al consultorio mi hanno fatto subito la ricetta e nessuno ha minacciato di chiamare i miei genitori. È andata peggio in farmacia: quando hanno letto la prescrizione mi hanno guardata bene in faccia e mi hanno chiesto i documenti. Minorenne, niente da fare. Per fortuna alla farmacia dopo non cui sono stati problemi. Ma continuo a chiedermi: ci sono forse dei limiti d’età se si vuole evitare un aborto?».

La Repubblica 27.06.14

"La politica si fa in tre" di Michele Ciliberto

La politica, nonostante le apparenze e tante chiacchiere, ha leggi precise, «obiettive», perché fondate su interessi che, prima o dopo, si fanno sentire. È bene che Grillo e Casaleggio se ne siano resi conto, anche se è stato necessario il duro «farmaco» della loro sconfitta elettorale nella quale ha, certamente, inciso il modo duro, violento, con cui si sono mossi, prima del voto.
Di fronte a un linguaggio minaccioso (si pensi all’evocazione di tribunali popolari sulla Rete) molti hanno preferito altre strade ritenute altrettanto innovative, ma più certe, più sicure e comunque lontane dalla violenza per fortuna solo verbale dei due capi del Movimento.
Un indizio che ci fosse una resipiscenza rispetto ad atteggiamenti e a giudizi del passato, era stata la dichiarazione con cui Grillo aveva riconosciuto che il presidente del Consiglio aveva ottenuto, con il 40.8%, una legittimazione di carattere popolare sanando con il voto la ferita che aveva inferto alla democrazia facendo cadere il governo presieduto da Enrico Letta. Posizione, questa, che in effetti non sorprende se si tiene conto che nella ideologia del M5S il rapporto diretto con il «popolo» è il fondamento ultimo e inalienabile del potere, tipico delle ideologie imperniate sul primato della democrazia «diretta».
L’incontro di mercoledì tra il segretario del Pd e una delegazione del Movimento non è stato né accidentale né improvvisato, ma scaturisce da una scelta politica meditata. Il che ne accentua l’interesse, perché, se così è, da esso possono effettivamente scaturire effetti positivi per il Paese e la democrazia. Tenere bloccata una forza ampia e di matrice, certo, anche popolare come il M5S, non giova infatti a nessuno né al Movimento e agli obiettivi che si propone, né al nostro Paese che ha bisogno, per il processo di modernizzazione che si sta avviando, anche del contributo delle forze che questo Movimento rappresenta nella società e nel Parlamento. Ed è positivo che il segretario del Pd abbia compreso l’entità della posta in gioco e lo sforzo fatto da Grillo e Casaleggio per imboccare una strada diversa intervenendo in prima persona. Non è stato, come qualcuno ha detto, un tatticismo di tipo andreottiano. Quella su cui si sta iniziando ad avviare un confronto è la riforma della legge elettorale, cioè la ristrutturazione del nostro sistema politico: un problema aperto da quasi mezzo secolo e che non può essere risolto d’improvviso, con una bacchetta magica. Coinvolgere tutti in questo processo è un gesto di responsabilità politica, specie se e quando si ha la guida del Paese. Proprio per questo, attendersi in tempi brevi una convergenza su posizioni comuni sarebbe insensato: importante era cominciare a discutere estendendo, e questo è un fatto decisamente positivo, il campo degli interlocutori da coinvolgere in una questione di ordine generale che deve essere affrontata, per la sua stessa natura, da tutte le forze disponibili senza alcuna pregiudiziale conventio ad excludendum. Qui siamo sul terreno dei «vincoli» che tengono insieme una comunità, una nazione.
È stato perciò utile che il segretario del Pd e gli esponenti del Pd abbiano messo sul tappeto le differenti opzioni su punti centrali, senza nascondere i punti di dissenso sui problemi dirimenti. Fare diversamente sarebbe stata, non politica, ma propaganda, tanto più dannosa perché fatta di fronte a milioni di persone. Ha fatto bene, ad esempio, il segretario del Pd ad insistere sulla «governabilità» come punto dirimente e qualificante della riforma elettorale: qualunque sia il sistema che si sceglie, occorre passare attraverso questa cruna, sapendo, quando si aprono le urne, chi è il vincitore al quale è affidato il governo del Paese. A meno di non voler cedere alle sirene dei governi delle «larghe intese» che vanno invece consegnati al passato: se si vuole un compiuto sviluppo della nostra democrazia occorre muoversi secondo prospettive alternative, in un sistema tendenzialmente bipolare.
L’ECCEZIONE E NON LA NORMA
Insisto su questo perché si tratta di un punto decisivo sul piano sia politico che culturale, ed anche su quello dell’etica pubblica. I governi, e le politiche, fondati su forze antitetiche possono essere necessari in momenti eccezionali, di particolare debolezza e fragilità del Paese, come quello che stiamo attraversando; ma devono essere l’eccezione, non la norma. Quando vengono assunte come regola, queste politiche generano processi di carattere trasformistico che screditano la democrazia e non giovano al Paese. Per questo è importante che il segretario del Pd abbia ribadito l’ipotesi del doppio turno, ed è da considerare con particolare attenzione la disponibilità o per lo meno la non-chiusura dei rappresentanti del Movimento rispetto ad una opzione di questo genere: se si vuole imboccare la via del cambiamento, questa è la strada maestra. Su tutto si può discutere, a cominciare dalle preferenze, ma sulla questione della governabilità, no. È il Pd, come Lutero, deve dire: qui sto, non mi muovo. Sulla «governabilità» non ci sono margini di trattativa; si può discutere sulle forme, non sulla sostanza.
Sono molti i punti sul tappeto su cui occorre discutere, come è auspicabile che avvenga. Intanto è positivo che il Pd abbia trovato, su questo terreno delicato, altri interlocutori, oltre Forza Italia e Berlusconi: così si comporta una forza che ha a cuore il destino del Paese e della nostra democrazia. La domanda ovviamente è cosa faranno nei prossimi giorni Grillo e Casaleggio: resteranno sul terreno della politica, che hanno rifiutato in modo pervicace per tanti mesi, o sceglieranno nuovamente la strada della propaganda, della invettiva, dell’insulto personale? È difficile prevederlo, ma ci sono alcuni elementi, e interessi, che lasciano immaginare uno scenario nel quale l’opzione politica possa continuare a giocare un ruolo nelle discussioni e nelle decisioni del Movimento: la sconfitta elettorale e le ragioni che l’hanno provocata; l’importanza della legge elettorale e di ciò che essa rappresenta per la ristrutturazione del nostro sistema politico; il fatto che il Movimento 5S è, nel suo campo e con i suoi modi, espressione di una effettiva volontà di cambiamento, che non può essere compressa oltre una determinata soglia.
Ma c’è un punto di ordine generale che occorre tener presente e che è confermato dal travaglio di altre forze politiche: il sistema politico italiano sta entrando in una nuova fase di scomposizione di vecchi assetti e di riaggregrazione intorno a nuove forze e a nuovi leader, che interpretano l’esigenza e l’ansia di cambiamento che sale dal profondo del nostro Paese. Viene da lontano, dagli ultimi decenni del secolo scorso dagli anni Settanta e non è mai stata soddisfatta. Ha attraversato come un fiume carsico tutta la nostra storia recente, compresa quella della cosiddetta Seconda Repubblica. Ora è risalita in superficie in modo violento, risentito, per certi aspetti incontrollabile. Fenomeni come il «nuovo» Pd e lo stesso Movimento di Grillo e Casaleggio sono espressione, in modi alternativi, di questi sommovimenti profondi, che chiedono di essere riconosciuti, valorizzati ed anche governati. È interesse di tutti, anche del Movimento, cercare di farlo, senza aspettare che si aprano cateratte che possono travolgere ogni cosa. C’è un tempo per nascere e un tempo per invecchiare, dice l’Ecclesiaste: parafrasando si può dire che c’è un tempo per la propaganda e un tempo per la politica. L’auspicio è che anche i dirigenti del M5S leggano, ogni tanto, le sacre Scritture.

L’Unità 27.06.14