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"Un segnale per recuperare elettori", di Michele Brambilla

Nel discorso della corona di ieri Angelino Alfano a un certo punto ha pronunciato due parole particolarmente care alla cultura della destra: «talento» e «merito». Basterebbe pensare che mentre Alfano pronunciava quelle parole c’era lì, davanti a lui, Nicole Minetti, per convincersi che il neo segretario aveva voglia di scherzare. L’igienista dentale diventata di botto consigliere regionale, senza neppure passare attraverso il voto dei cittadini, è talmente in sintonia con quei criteri di talento e di merito che perfino il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, in un’intervista di qualche settimana fa, l’ha definita «inquietante», aggiungendo: «Adesso sappiamo perché è andata a occupare quel posto. Non è un bell’esempio».

Ma va detto che Nicole Minetti è in abbondante compagnia. Nello stesso listino bloccato che l’ha portata in Consiglio regionale ci sono, ad esempio, un geometra di Arcore e un massaggiatore del Milan.

Esono quisquilie, se paragonate alla pletora di ex dipendenti Edilnord, o Fininvest, o Publitalia eccetera diventati di colpo sindaci, presidenti di Province, coordinatori regionali del partito. Chi poi ha occasione di andare a Montecitorio, e di osservare dall’alto i banchi della Camera occupati dai deputati del Pdl, ha solo l’imbarazzo della scelta fra avvocati del premier, medici del premier, ex dipendenti del premier, amici e amiche del premier e via di questo passo. Ci sarebbe da fare qualche ragionamento anche su alcuni ministri, ma lasciamo perdere.

Tuttavia nessuno può seriamente pensare che Alfano avesse voglia di fare dell’autoironia, quando ieri ha pronunciato quelle due parole, «talento» e «merito». Né si può pensare che non abbia calcolato l’effetto che simili parole avrebbero provocato. Avrà certamente messo in conto che molti avrebbero reagito con il più classico dei «da qual pulpito!». E allora si può ipotizzare, siccome Alfano sprovveduto non è, che abbia voluto lanciare un segnale. Non tanto a Berlusconi, che ancora per un bel po’ resterà il monarca assoluto del Pdl e continuerà a fare quello che vuole e a promuovere chi vuole. Quanto all’elettorato di centrodestra. Alfano è giovane e ha sicuramente un futuro davanti a sé. E probabilmente ha capito che per recuperare consensi il centrodestra ha bisogno di mettere fine a un andazzo che negli ultimi anni lo ha reso ridicolo e soprattutto poco credibile.

Non è un caso che la frase completa di Alfano sia la seguente: «Dobbiamo diventare il partito del merito e del talento». Dicendo «diventare» il neo segretario ha implicitamente ammesso che, per ora, il Pdl non è un partito in cui il talento e il merito sono le principali credenziali per andare avanti. Alfano ha dato l’impressione di guardare al domani, cioè al dopo Berlusconi, anche quando ha detto che non tutti nel Pdl sono onesti; che non tutti sono vittime delle toghe rosse; e che quindi una pulizia è necessaria.

Insomma, pensando al futuro il nuovo segretario ha dato l’impressione di aver capito che il centrodestra non può prescindere da alcuni di quei valori che ne hanno sempre costituito l’essenza. Montanelli, quando chiuse la breve e sfortunata avventura della sua Voce, scrisse: «Noi volevamo fare, da uomini di destra, il quotidiano di una destra veramente liberale, ancorata ai suoi storici valori: lo spirito di servizio, il senso dello Stato, il rigoroso codice di comportamento che furono appannaggio dei suoi rari campioni, da Giolitti a Einaudi a De Gasperi». Valori di cui la destra degli ultimi anni ha fatto carne da cannone, per non dire di peggio.

Citando la meritocrazia, Alfano ha ricordato proprio una delle grandi battaglie di Montanelli: quella contro le carriere per scatti di anzianità, contro le lottizzazioni dei partiti, contro le esagerate tutele di un sindacato che non distingueva tra lavoratori e profittatori. Citando il talento, ha citato un altro valore della destra storica: quello del principio di ineguaglianza. E dicendo che nel Pdl non tutti sono onesti, ha voluto sottolineare che il valore della destra è la legalità, non la filosofia secondo la quale «tutti sono colpevoli e quindi tutti sono innocenti».

Intendiamoci. Sui convincimenti profondi di Alfano non ci pronunciamo: a proposito di legalità, egli è pur sempre il ministro di Giustizia che ha dato il la a più di una legge ad personam. E’ probabile insomma che ieri certe cose le abbia dette per calcolo. Ma non importa. Quel che ci pare una novità da cogliere è che il nuovo segretario del Pdl abbia in qualche modo riconosciuto che certe storture nel Pdl ci sono davvero, e non sono un’invenzione della stampa comunista.

La Stampa 02.07.11

"Se la Lega si mangia anche la pelle dell´orso", di Michele Serra

L´orso nel Trentino può anche ritornare, ma solo sotto forma di braciola. È la sintesi programmatica del parlamentare leghista Maurizio Fugatti, che per protestare contro un piano di ripopolamento del plantigrado in quelle valli e in quei boschi (che furono casa sua per millenni) ha indetto un festoso banchetto a base di carne d´orso.
L´iniziativa, che ha attirato sul carnivoro Fugatti anatemi, maledizioni e sberleffi da mezza Italia, da destra e da sinistra, dal governo e dall´opposizione, sembra uscita da un blog satirico sulla Lega: la caricatura del leghismo prevede, appunto, omoni beceri e dai modi selvatici, disposti a disgustare tutte o quasi le sensibilità e le culture sorte negli ultimi due secoli in tutti e cinque i continenti. Già diversi esponenti della Lega (Borghezio, Boso, Gentilini sono solo i primi nomi che vengono in mente) si sono dati da fare per avvalorare questa natura pre-moderna e in qualche caso anche pre-civile del Carroccio. Ma bisogna ammettere che l´idea del banchetto a base di carne d´orso surclassa ogni precedente tentativo di avvalorare l´immagine della Lega come una specie di scherzo della Storia, di imbarazzante anacronismo.
Come può capire anche uno sciocco, mangiare l´orso è un atto che va molto al di là di qualunque polemica sulla caccia o sulla tutela dell´ambiente o sull´alimentazione. È una specie di grossolana bestemmia ai danni di una bestia quasi estinta, sacra per secoli agli europei (cacciatori compresi), mangiata nella notte dei tempi dai cacciatori soprattutto come atto simbolico perché l´orso era il re degli animali prima che il leone (testimonial dell´egemonia cristiana) lo soppiantasse. Tutto questo, naturalmente, sta scritto sui libri e dunque sfugge al deputato Fugatti. Non dovrebbe sfuggirgli, anche perché basta la comunicazione orale per farglielo sapere, il danno che infligge al suo partito e alla sua Regione, e l´aura di goffo, di violento e di ridicolo che circonfonde gli ultimi atti – tutti perdenti – dell´epopea “padana”.

La Repubblica 02.06.11

Università, PD: Gelmini più occupata con PDL che con attuazione riforma

Dichiarazione di Marco Meloni Responsabile Pd Università. Di 40 decreti attuativi della riforma dell’Università, a oggi solo 1 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Lo scorso 13 aprile il ministro Gelmini ha assicurato che sarebbe stato fatto tutto entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, quindi entro il prossimo 29 luglio.
Premesso che sei mesi sono tempi da calende greche e il Miur avrebbe potuto lavorare ai decreti fin dall’approvazione nel lontano ottobre 2009, il bilancio a oggi è desolante.

Ancora più sconcertante è il fatto che oggi il MIUR affermi che “entro il mese di luglio, 17 decreti saranno completati e pubblicati in Gazzetta Ufficiale”. Non ci sorprenderemmo quindi se nelle prossime settimane il ministro Gelmini decidesse di diffondere un nuovo altisonante proclama per annunciare ulteriori rinvii.

Anziché gettare fumo negli occhi per mascherare il proprio fallimento nella gestione della fase di attuazione della riforma, il Ministro farebbe bene a spiegare le ragioni di questo intollerabile ritardo che da mesi sta paralizzando il funzionamento delle nostre università.

Ma forse è troppo impegnata a seguire le vicende interne del Pdl.

L'Istat smaschera le bugie di Berlusconi

Aumentano i giovani disoccupati in Italia. Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) nel primo trimestre del 2011 sale a 29,6%, dal 28,8% nello stesso periodo del 2010. Bersani: “L’ occupazione non può crescere con una manovra recessiva”

“L’occupazione non può crescere: la manovra sarà ulteriormente recessiva, perchè diminuiranno i consumi, e la produzione che è debolissima non può certo rafforzarsi”, così Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, ha commentato i dati negativi dell’Istat sull’occupazione. “In cento pagine – ha affermato Bersani – non c’è dentro una misura che sia un po’ di stimolo: tagli, tagli, tagli. L’Avvenire infatti oggi titola tanti tagli e una promessa: più o meno è questo”.

Come ha rilevato Stefano Fassina, responsabile economico del PD “i dati sul mercato del lavoro di maggio segnalano che in particolare arriva a un livello ulteriormente più alto la disoccupazione giovanile. Le prospettive per il lavoro diventano ancora più preoccupanti, nello scenario depressivo determinato dalla manovra di finanza pubblica approvata dal Cdm. E il governo Berlusconi-Bossi-Tremonti continua a non voler affrontare il capitolo fondamentale per lo sviluppo, il lavoro e la riduzione del debito pubblico: le riforme strutturali, la politica industriale, gli investimenti per le infrastrutture. L’Italia rimane in grande difficoltà”.

“Nelle stesse ore in cui l’Istat rendeva noti dati sulla disoccupazione dei giovani e delle donne, dati che fanno paura e Standard&Poor’s confermava i rischi sul debito per l’Italia, abbiamo assistito all’ennesimo teatrino messo in piedi dal PDL per l’acclamazione di Alfano a segretario di Berlusconi”, ha affermato Anna Finocchiaro, Presidente dei senatori del PD. “È davvero incredibile – ha detto Finocchiaro – invece di vivere su un quotidiano palcoscenico fatto di bugie che sta ormai crollando, il PDL guardi con onestà la realtà del Paese e si vergogni del suo operato e della manovra che sta preparando per gli italiani!”.

“L’Istat smaschera le bugie di Berlusconi. I sacrifici, in questi anni li hanno fatti i lavoratori, i pensionati, i giovani, le donne, le imprese innovative. Questa è la verità, il resto è attaccamento al potere”, ha detto il vicepresidente vicario dei deputati Michele Ventura, commentando le parole del presidente del Consiglio di fronte all’addomesticata platea del Consiglio nazionale del Pdl, dove ha detto “di aver sacrificato la propria vita per la libertà. “Un giovane su tre è disoccupato, quasi una donna su due, nel Sud, non trova lavoro. Questa è la dura realtà dell’Italia fotografata dall’Istat, cui risponde un governo al fallimento che presenta una manovra che è, come dice Bersani, ‘una bomba ad orologeria’ e un presidente del Consiglio ormai diventato la macchietta di se stesso”, ha concluso Ventura.

Il senatore democratico Achille Passoni, analizzando i dati giunti dall’istituto di ricerca ha quindi ritenuto opportuno ragguardare il Ministro del Welfare, Maurizio Sacconi: “Dopo la lettura dei drammatici dati Istat di oggi, il ministro eviti la consueta arrampicata sugli specchi, e riconosca piuttosto il fallimento del suo governo che si è totalmente dimenticato di giovani, donne e meridione. Il tasso di disoccupazione giovanile nel primo trimestre del 2011 – ha proseguito Passoni – sale a 29,6%, dal 28,8% dello stesso periodo del 2010, con un picco del 46,1% per le donne del Mezzogiorno. Il Governo Berlusconi è una pesantissima zavorra che sta trascinando a picco il Paese, dunque – ha concluso Passoni – prima esce dal suo bunker da dove continua a difendere lobbies, poteri forti e furbetti vari, prima l’Italia può ricominciare a sperare in un futuro meno drammatico”.

“A Berlusconi interessa soltanto difendere i propri privilegi e quelli delle cricche di potere che gli ruotano attorno”, ha dichiarato il senatore del Pd Giuseppe Lumia. “Infatti proprio nel giorno in cui l’Istat comunica l’ennesimo record sulla disoccupazione giovanile nel nostro Paese, il Presidente del Consiglio insiste sul ddl intercettazioni per ostacolare il lavoro della magistratura e mettere il bavaglio all’informazione. Come al solito pensa ai suoi problemi”, ha concluso tristemente il senatore.

“Il Paese vuole tornare a crescere – ha detto Andrea Lulli, capogruppo Pd in Commissione Attività produttive della Camera commentando i dati Istat – l’aumento dell’8,5 per cento della spesa per interessi passivi sul debito e la contrazione pari al 9,6 per cento degli investimenti fissi lordi, è la certificazione della politica recessiva del governo Berlusconi-Bossi-Scilipoti. Il governo spende per interessi sul debito e non per crescita rischiando di mettere in difficoltà la struttura produttiva del Paese e rendendo più drammatica la crisi”.

Serve invertire il trend, ma la manovra è inadeguata e sbagliata soprattutto nel contesto della pericolosissima recessione occupazionale che stiamo vivendo. Recessione che senza interventi concreti potrebbe assumere veri e propri caratteri di allarme.

Anto.Pro. da www.partitodemocratico.it

"L'impegno del Pd per il federalismo: per un Paese nuovo, equo e solidale", di Davide Zoggia

Intervento alla Conferenza “Innovare il Paese. L’Italia intera”
La riforma avviata con la legge delega n. 42 del 2009 tra le diverse finalità aveva quella di assicurare autonomia di entrata e di spesa per gli Enti Locali e per le Regioni. Nelle intenzioni del Partito Democratico, l’autonomia non doveva pregiudicare la solidarietà tra i diversi territori e la coesione sociale del Paese. Il principale strumento che si doveva utilizzare era quello del superamento della ‘pesa storica’ per giungere ad un nuovo meccanismo di determinazione dei costi per l’erogazione dei servizi di competenza dei diversi livelli di governo. La ‘ spesa storica’ doveva essere sostituita dai cosiddetti ‘fabbisogni standard’, cioè una misura di costo dei servizi che dovrebbe essere equivalente in tutte le parti del Paese, per amministrazioni dello stesso tipo o aventi caratteristiche omogenee. Si riteneva che determinare i costi in modo standardizzato potesse responsabilizzare gli amministratori locali che, in questo modo, avrebbero avuto il quadro esatto delle risorse necessarie per la gestione di ogni servizio, modulando in maniera più consapevole le proprie scelte di bilancio. Parlo al passato e con un senso di grande sfiducia perché, purtroppo, questi principi fondamentali per avviare una corretta riforma federale del nostro Paese, sono stati completamente disattesi dal Governo e dal centrodestra. Il Governo ha usato la legge delega per operazioni propagandistiche e per mere finalità di convenienza politica. Quella che poteva essere una svolta epocale per il nostro paese, peraltro condivisa da una larghissima maggioranza parlamentare, si è trasformata in un disastro per il sistema delle autonomie e uno dei comparti più in salute dell’Italia, rischia di pagare prezzi altissimi, sacrificato sull’altare della demagogia politica.

Come riprendere il ‘giusto’ percorso

Il meccanismo di attuazione del federalismo fiscale (avviato con la legge delega n. 42/2009) prevedeva l’adozione di numerosi decreti legislativi delegati da parte del Governo e un doppio sistema di consultazione/concertazione tra lo Stato centrale e il sistema delle autonomie territoriali. Questo sistema è in larga parte saltato e delle corrette osservazioni formulate in questi mesi dal sistema delle autonomie il governo ne ha tenuto poco o nulla conto. Anzi, il più delle volte, i vari ministri delegati per materia (Tremonti per l’Economia e Finanze, Bossi per Riforme per il Federalismo, Calderoli per la Semplificazione Normativa, Fitto per i Rapporti con le Regioni) hanno completamente ignorato i suggerimenti e i pareri espressi e hanno continuato imperterriti sulla loro strada, creando una matassa giuridico-istituzionale, incomprensibile e dannosa. Non è un caso che anche Luca Antonini, presidente della commissione paritetica sull’attuazione della riforma, abbia iniziato a criticare pesantemente non singoli decreti, ma l’impianto generale della riforma. Inoltre a questa situazione di confusione si è voluto reagire con accelerazioni inconsulte e con forzature, arrivando a mandare un decreto non ancora perfezionato alla firma del Quirinale per vederselo rispedire al mittente.

Per procedere o meglio rivedere l’attuazione della legge 42 ci vogliono serenità, equilibrio e saggezza (Causi – Intervento in discussione generale del 01 marzo 2011 – Comunicazioni del Governo sul federalismo municipale). Il Partito Democratico ha sempre avuto e continuerà ad avere un atteggiamento costruttivo sull’attuazione dell’art.119 della Costituzione, ovvero sulla riforma dei rapporti finanziari tra Stato, Regioni e autonomie locali. E’ stato il centrosinistra a fare la riforma del titolo V della Costituzione ed è stato il Partito Democratico, con la sua iniziativa politica e parlamentare (oltre cento emendamenti approvati) a spostare il progetto ‘leghista’ della legge delega 42 dall’iniziale impostazione di egoismo territoriale all’attuale testo, equilibrato, solidale e garantista. Bisogna ripartire da questo punto, usando i sei mesi di proroga per approvare i decreti attuativi. Su questo sfidiamo la Lega e tutte le forze che si definiscono federaliste e su questo il Partito Democratico avvierà una battaglia per modificare sopratutto il decreto sul federalismo municipale che è dannoso e pericoloso.

Nessun collegamento tra riforma federale e dimagrimento dello Stato

La riforma autonomistica non è solo un passaggio non più rinviabile sul cammino del riassetto politico-istituzionale. Essa è anche uno strumento essenziale per la ripresa economica, per una più forte competitività del sistema Italia, per assicurare la coesione sociale. Per il Partito Democratico il punto politico fondamentale è principalmente affermare l’idea di una riforma che non sia mera redistribuzione di ruoli e competenze tra i diversi livelli di governo, né un’operazione di semplice maquillage organizzativo. E’ molto, molto di più di questo. E’ una delle prime e più concrete azioni che possiamo assumere per il rilancio economico, l’ammodernamento dell’Italia e il rafforzamento di un forte spirito civico. Serve un disegno organico e coerente, che veda insieme Riforma dello Stato ( nei suoi rami alti) e riordino dei poteri regionali e locali: federalismo fiscale e Codice delle Autonomie devono camminare di pari passo. Una visione globale e d’insieme ci vuole. Non si può procedere per sensazioni o, peggio, convenienza. Il Paese non se lo può permettere. Noi siamo il Partito di questo sforzo culturale e politico. Siamo coerenti, rigorosi, siamo il Partito del vero autonomismo. Proprio perché unico Partito a statura e dimensione nazionale, continueremo e intensificheremo questa battaglia. Le Istituzioni che fronteggiano la globalizzazione, la crisi economica mondiale, le nuove rivoluzioni di fondo del pianeta (clima, migrazioni, cibo) non possono essere le stesse del dopoguerra. Bisogna innovare e rilanciare. A Roma e nei territori Lo Stato deve riorganizzarsi e dimagrire notevolmente. Esiste una grande quantità di uffici, sedi decentrate, rappresentanze di vari ministeri, agenzie statali, parastatali che assorbono risorse ingenti in modo improduttivo e talvolta si sovrappongono alle competenze regionali e locali. Anche su questo ha fallito la Lega. Anziché discutere e proporre su questo, ha preferito la retorica del trasferimento dei ministeri al Nord. confondendo ad arte il problema vero e agitando, per l’ennesima volta, spauracchi di vecchio stampo.

Si può attuare il federalismo con il sistema delle autonomie stramazzato al suolo?

La principale differenza di atteggiamento nei confronti del sistema delle autonomie tra centrodestra e centrosinistra è di carattere ‘culturale’. Mentre il centrosinistra considera il sistema degli enti locali come una forza par cercare di risollevare il Paese, il centrodestra lo considera una fonte di sprechi e di cattive politiche. In questo senso i pesantissimi tagli lineari che hanno investito Comuni, Province e Regioni in questi anni. Il tutto ovviamente condito dalla fatidica frase’…tanto avrete il federalismo’.Ci si dimentica inoltre che l’Italia, per le sue caratteristiche e per il momento politico-culturale che sta vivendo, è tra i Paesi al mondo in cui, oggi, è più difficile realizzare un sistema di federalismo fiscale. In questi anni di governo di centrodestra, i comuni, le province e le regioni, sono state dipinte come centri di spesa senza controllo. C’è stato un attacco mediatico nei confronti degli amministratori pubblici. Si è avuta la sensazione di un capovolgimento di situazione. A Roma le cose funzionano, nei territori no. E questo paradosso diventa ancor più incomprensibile se pensiamo che al governo c’è la Lega. Sono anni che come Partito Democratico chiediamo la revisione del patto di stabilità (a saldi invariati) per rimettere un in moto l’economia dei territori e quindi del Paese. Siamo stati sbeffeggiati e derisi dal governo. E con noi centinaia e centinaia di amministratori locali che quotidianamente svolgono i loro compiti con passione e umiltà. Non pagati ( a proposito dei costi della politica) e in trincea per il cumulo dei problemi che ormai investono le famigli italiane. Il Partito democratico propone di invertire questo stato di cose. Più forza e attenzione ai territori per tentare di risollevare il Paese.

Primo impegno del Partito democratico: rivedere immediatamente il federalismo municipale.

Negli ordinamenti ad assetto federale, l’imposta che esprime l’autonomia dei territori è quella sugli immobili di residenza: nel nostro sistema sarebbe l’ICI sulla prima casa, che il governo Berlusconi ha tolto per debito elettorale. Questo ovviamente a prescindere dal reddito, per cui anche i titolari di alti redditi non pagano l’ICI. Lo stesso governo Berlusconi ha invece scelto di confermare con l’IMU una base imponibile anomala, com’è la seconda casa o peggio le attività economiche. Così strutturata, l’imposta non tassa la residenzialità ma diventa una tassazione impropria sul consumo turistico, e beneficia solo le aree del paese dove è maggiore la presenza di abitazioni ad uso diverso dalla residenza. Si perde quindi qualsiasi collegamento logico e causale tra l’utilizzo dei servizi comunali e la tassazione dell’immobile. Inoltre l’IMU sarà a carico delle attività produttive, colpendo quindi ancora una volta i redditi da lavoro e impresa, sorvolando sulle rendite. insomma una sorta di patrimoniale per le imprese. Inoltre lo sblocco delle addizionali comunali all’Irpef e a due contributi di scopo facoltativi, sul turismo e per le opere pubbliche ha disegnato un Paese in cui gli amministratori locali ‘depredati’ dai tagli del governo devono aumentare le tasse ai cittadini, non per migliorare o garantire i servizi, ma per mantenere le strutture che il governo centrale ha contribuito a rendere ‘pachidermiche’. Una situazione inaccettabile e al limite della chiusura dei municipi, cosa che molti sindaci si apprestano a fare. Il Partito Democratico ha maturato una propria proposta sul federalismo municipale. Questa proposta è stata presentata e votata all’assemblea di Busto Arsizio nell’ottobre dell’anno scorso. A quella rimando per modificare questa brutta pagina scritta dal centrodestra.

La nostra forza per riprendere un cammino di fiducia

Il Paese è stremato. Nell’impianto della riforma si legge chiaramente la ‘sfiducia’ del Governo nei confronti del sistema delle autonomie territoriali, che evidentemente sono ritenute incapaci di organizzare un processo federale. Non fu così nel 1997 quando all’inizio della riforma Bassanini, voluta dal centrosinistra, le regioni e le autonomie locali furono fortemente responsabilizzate nella definizione dei migliori assetti possibili di gestione delle funzioni amministrative. La differenza fra gli scenari sta nell’approccio politico. In quello catastrofico ciò che conta è solo diminuire la spesa pubblica lasciando ai cittadini far da se da soli. In quello virtuoso ciò che conta è fornire servizi pubblici migliori a tutti gli italiani a costi sopportabili, come condizione per accrescerne il benessere e migliorare la competitività del Paese. (Viesti – Il federalismo difficile 5/2010). Noi siamo per questa impostazione. Per l’Italia intera.

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Bersani: “Federalismo, da Lega e Pdl solo chiacchiere e tasse”

Al convegno Pd Innovare il Paese. L’Italia intera, il leader democratico ha ribadito che “senza fare riforme strutturali non convinci nessuno. E nel decreto ci sono solo tagli”. Da Firenze, dove ha concluso i lavori del convegno Pd sul federalismo Innovare il Paese. L’Italia intera, Pier Luigi Bersani ha ribadito che “noi non ci stiamo e in tutti i modi disponibili noi ci metteremo di traverso. Questa minestra non la mangiamo. Confermiamo che per noi l’obiettivo è il pareggio di bilancio, però ci arriviamo con le nostre idee e con il nostro metodo” .

Al convegno hanno partecipato, tra gli altri, Piero Fassino, sindaco di Torino, Matteo Renzi, sindaco di Firenze, Vasco Errani, presidente della regione Emilia-Romagna ed Enrico Rossi, presidente della regione Toscana.

Nessuno sconto al governo, insomma, su una manovra economica a dir poco sbagliata e pericolosa per il futuro a breve e medio termine del Paese.

E il leader dei Democratici, in relazione al metodo che l’esecutivo ha già annunciato di voler adottare (la fiducia), ha affermato che “si aprirà un problema istituzionale perché l’esecutivo non ha più la maggioranza di inizio legislatura”.

Nel merito delle norme previste dalla manovra, Bersani si è detto “scandalizzato”, dal momento che “l’azione del governo mette una bomba a orologeria innescata e non disinnescabile sul 2013-2014. Tutto questo con un premier che a parole apre al dialogo con l’opposizione – ha ribadito il leader Pd – e poi dice che metterà la fiducia. Tutto in una frase, ma noi daremo battaglia”.

Nessuna meraviglia, peraltro, Standard & Poor’s ha emesso un giudizio negativo sulla manovra di bilancio, dato che “senza fare riforme strutturali – ha osservato Bersani – non convinci nessuno. E nel decreto ci sono solo tagli”.

Sull’elezione (per acclamazione) di Angelino Alfano a segretario del Popolo delle Libertà, Bersani, dopo gli auguri di rito, ha voluto osservare di non conoscere “un partito che elegge il segretario con un applauso. Vorrei che ragionassero un po’ così: va bene che c’è il Pdl ma qua c’è anche l’Italia. Hanno la responsabilità del Paese e non possono imbastire una sceneggiata tutti i giorni”.

In contrapposizione a questo modus operandi, Bersani ha auspicato la creazione di “una squadra larga di responsabili, di quelli veri, non di Scilipoti, e farlo senza politicismo o correnti. Davanti c’è l’Italia. Intanto c’è la battaglia sulla finanziaria. Poi nei prossimi mesi lo scenario può cambiare”.

www.partitodemocatico.it

"Da dove verranno i nuovi tagli per l’istruzione?" di Osvaldo Roman

Credo che sia necessario avviare una riflessione sul fatto che il governo presenti in questi giorni in Parlamento una manovra economica, che riguarda ancora una volta nuove riduzioni per l’istruzione, senza che sino ad oggi sia stato oggetto di adeguate valutazioni, nel mondo della scuola, il contenuto in materia del DEF 2011.
Con questo documento il Governo Berlusconi si era già proposto di ridurre la spesa in materia d’Istruzione e di Università portandola, nel 2015, dal 4,2% del 2010 al 3,7 %, del PIL.
Si tratta di una riduzione strutturale della spesa nel settore, che riguarda i bilanci del MIUR e degli Enti locali, di quasi 8 miliardi di euro. Poiché, dei 4.651 milioni, a regime nel 2012, derivanti dai tagli sugli organici previsti dalla finanziaria 2007 e dall’art.64 della legge 133/2008, nel 2010 erano stati conseguiti strutturalmente 2.809 milioni, i residui 1.752 si conseguono nel 2011 e nel 2012. Risulta così che la prevista riduzione di 8 miliardi della spesa necessita di un nuovo taglio di 6.248 milioni. Questa è l’entità della riduzione strutturale della spesa per l’istruzione, che il governo Berlusconi si ripropone di realizzare dal 2013 al 2015, in barba alle medesime Direttive europee in materia di sviluppo-capitale umano approvate anche dal nostro Parlamento.
Nel PNR non è assolutamente previsto come realizzare tale taglio.
Finora si è tentato di nasconderlo ma è molto evidente che esso non potrà che derivare dalle retribuzioni del personale a cominciare dall’effetto che determinerà nei futuri bilanci la soppressione del triennio di servizio 2010-12 di un milione di dipendenti della scuola Con la manovra in atto si continua a tenere in ombra il problema si cerca di introdurre un primo intervento strutturale (obbligo di accorpamento negli istituti comprensivi) già nel 2012 prefigurando quelli successivi che dovranno essere gestiti dal nuovo governo.
Vedremo in un’altra occasione cosa significano, nel loro insieme, i nuovi tagli previsti dalla manovra estiva 2011, ma non si può al riguardo ignorare quello che è già previsto dalla legislazione in atto e che attende solo di essere attuato. Esaminiamolo con un minimo di informazioni:
• la legge n. 122 del 2010, art.9- comma 23, ha cancellato, per circa un milione di dipendenti, docenti ed ATA, la validità giuridica ai fini della carriera economica degli anni di servizio 2010,2011,2012; la relazione tecnica al disegno di legge di trasformazione del decreto legge n.78/10 quantificava in 18,7 miliardi di euro tali tagli per i successivi quaranta anni;
• le modifiche introdotte dal governo al comma 23 nel corso della conversione parlamentare del Decreto non hanno cambiato tale contenuto normativo limitandosi a indicare una copertura finanziaria già in bilancio(il 30% dei tagli derivanti dalla riduzione degli organici inizialmente destinato al merito) al fine di garantire il solo trattamento economico derivante dagli scatti maturati nel triennio;
• a tale bisogna, per l’anno 2011,(con i fondi immessi nel bilancio 2010) ha provveduto il D.I. n 3 del 14 gennaio 2011;
• il governo non mai confermato ufficialmente quanto sostenuto dalle organizzazioni sindacali “più responsabili” che hanno condiviso tali scelte riguardo al fatto che tale cancellazione giuridica sarebbe stata progressivamente rimossa dai Decreti ministeriali che per quei tre anni saranno chiamati, consentendolo le disponibilità indicate, a retribuire gli scatti maturati.
• nella Decisione di finanza pubblica 2011-13 tali tagli, indicati rispettivamente alla Tabella 2.10 in 320, 640, 960 milioni di euro, risultavano come componenti del saldo primario;
• risulta significativa al riguardo la conferma, riportata nel DEF 2011, che i tagli apportati dal comma 23 dell’art.9 della legge 122/2010 effettivamente incidono sul saldo primario, come riportato nella Tavola VI.I della medesima Sezione I, : per 418 milioni di cui 320 della scuola nel 2011, per 812 mln (640) nel 2012, per 1124mln (960) nel 2013;
• sempre nel DEF 2011 il valore degli investimenti per l’istruzione rispetto al Pil, calcolato il 4,2% nel 2010 è destinato a scendere al 3,7% nel 2015 e al 3,5% del 2030;
• sicuramente tali tagli alle retribuzioni dei docenti e degli ATA uniti a quelle che i regolamenti adottati come schemi (ma ancora non resi noti) dal Consiglio dei ministri lo scorso 5 maggio stanno preparando per i docenti e i ricercatori universitari, contribuiranno in maniera sostanziosa e analoga (scatti triennali anziché biennali e valutazioni del merito a cui legare le retribuzioni riservate ai “nuovi” ma aperte alle adesioni volontarie dei “vecchi”) al conseguimento dell’ obiettivo della riduzione della spesa per l’istruzione.
A me pare che una riflessione che derivi da una lettura complessiva delle misure di riforma illustrate all’Europa nella griglia allegata al PNR non consenta di individuare gli strumenti e le modalità di tale prelievo.
Infatti tale griglia propone i seguenti elementi:
1) la misura n° 43 collocata nella macroarea innovazione e capitale umano viene presentata come Riforma della scuola;
2) la misura n°44 riguarda i modesti fondi aggiuntivi per l’Università stanziati prevalentemente dalla legge 220/2010 non sono indicati i tagli che pure potrebbero determinarsi con la mancata riassegnazione dei risparmi realizzati con la riforma delle carriere economiche di tutti i docenti e dei ricercatori;
3) le misure n° 44-45-46-47-48-49-52-53-54 riguardano come innovazione e capitale umano varie misure su Ricerca e Università;
4) la misura n.58 nell’area innovazione capitale umano sono destinati all’istruzione 4,3 miliardi di Fondi strutturali;
5) la misure n° 75 riguarda il Fondo per il merito di cui all’art.4 della legge 240/10: non sono previsti stanziamenti statali; 6) la misura n° 84 sempre nella macro area Innovazione capitale umano come misura destinata a migliorare il capitale umano(sic!)per prevenire “l’abbandono scolastico” e per rendere “il lavoro più attraente” si prevede un programma di rafforzamento infrastrutturale dell’edilizia scolastica. Si tratta di un programma che non prevede spese statali. Volontariamente attuabile(?) dagli enti locali. Non vengono specificati i soggetti attuatori!
Come si è visto con questo programma nazionale di riforme non si spiega assolutamente come si potrà ridurre al 2015 la spesa strutturale per l’istruzione di altri 6.248 milioni.
E tale obiettivo non risulta neppure conseguibile, stando a a una prima valutazione, delle misure previste nel Decreto approvato a fine giugno dal Consiglio dei ministri.
Infatti la proroga del blocco delle retribuzioni fino al 2014, di cui si parla nella manovra finanziaria in corso di definizione, non rappresenterebbe un taglio strutturale della spesa a meno che non si voglia renderla permanente unitamente a quelle che derivano dalle modificazioni della carriera economica del personale della scuola e dell’Università di cui si è trattato dianzi.
Degli altri tagli previsti nella manovra, da esaminare con attenzione, forse potranno avere un carattere strutturale solo quelli legati alla riduzione del numero di dirigenti scolastici che si potrà ottenere con l’accorpamento coatto negli istituti comprensivi e con l’aumento del numero degli studenti necessario per garantire l’autonomia dei medesimi.
Per fare un calcolo preciso occorrerà nei prossimi giorni valutare la relazione tecnica che accompagna il Decreto legge per ora si può segnalare che tale materia riguarda la razionalizzazione della rete scolastica e che essa rappresenta una competenza legislativa delle Regioni.
Quindi la norma proposta dal Governo é chiaramente incostituzionale. Ma già il primo comma dell’art 1 del D.P.R. n° 81 del 3 luglio2009 lo è in quanto in contrasto con quanto stabilito in materia dalla sentenza n°200/2009 della Corte Costituzionale.
Questa disposizione resta in piedi solo perché il Consiglio di Stato non ha voluto esaminare il ricorso proposto dal CIDI, dal CGD e dal 126° Circolo didattico di Roma che ne richiedeva l’abrogazione. Se il Governo insiste si potrà tornare sull’argomento anche in sede giudiziaria.

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Scuola: ecco il testo della manovra

Pubblichiamo qui di seguito il paragrafo della manovra intitolato “7. Razionalizzazione della spesa relativa all’organizzazione scolastica”.

1.
L’organico dei posti di sostegno è determinato secondo quanto previsto dai commi 413 e 414 dell’art. 2 della legge 24 dicembre 2007, n. 244, fermo restando che è possibile istituire posti in deroga allorché si renda necessario per assicurare la piena tutela dell’integrazione scolastica.
2.
L’organico di sostegno è assegnato complessivamente alla scuola o a reti di scuole allo scopo costituite, tenendo conto della previsione del numero di tali alunni in ragione della media di un docente ogni due alunni disabili; la scuola provvede ad assicurare la necessaria azione didattica e di integrazione per i singoli alunni disabili, usufruendo tanto dei docenti di sostegno che dei docenti di classe. A tal fine, nell’ambito delle risorse
assegnate per la formazione del personale docente, viene data priorità agli interventi di formazione di tutto il personale docente sulle modalità di integrazione degli alunni disabili.
3.
A decorrere dall’a.s. 2011-2012 le classi iniziali delle scuole ed istituti di ogni ordine e grado, ivi comprese le sezioni della scuola dell’infanzia, che accolgono alunni con disabilità, ove il rapporto docenti di sostegno-alunni disabili sia pari a 1, sono costituite con il numero di alunni minimo e massimo previsto per i diversi gradi di scuola, rispettivamente, dagli articoli 9, 10, 11 e 16 del DPR 20/3/2009, n. 81.
4.
Il sistema scolastico, in base alle norme vigenti, provvede esclusivamente ad assicurare l’intervento di natura didattica, restando invece a carico degli altri soggetti istituzionali la fornitura delle risorse professionali e materiali a sostegno di tale funzione e necessarie per l’integrazione e l’assistenza dell’alunno disabile.
5.
All’alunno disabile può essere assegnato in ogni caso non più di un docente e nei limiti dell’orario di servizio contrattualmente previsto per ciascun grado di istruzione.
6.
Le commissioni mediche di cui all’articolo 4 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nei casi di valutazione della diagnosi funzionale costitutiva del diritto all’assegnazione del docente di sostegno all’alunno disabile, sono
integrate obbligatoriamente con un rappresentante dell’inps, che partecipa a titolo gratuito.
….
1. Per garantire un processo di continuità didattica nell’ambito dello stesso ciclo di istruzione, la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado sono aggregate in istituti comprensivi, con la conseguente soppressione delle istituzioni scolastiche autonome costituite separatamente da direzioni didattiche e scuole secondarie di I grado; gli istituti compresivi per acquisire l’autonomia devono essere costituiti con almeno 1.000 alunni, ridotti a 500 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani,
nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche.
2. Alle istituzioni scolastiche autonome costituite con un numero di alunni inferiore a 500 unità, ridotto fino a 300 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche, non possono essere assegnati dirigenti scolastici con incarico a tempo indeterminato. Le stesse sono conferite in reggenza a dirigenti scolastici con incarico su altre istituzioni scolastiche autonome.
….

1. Il comma 4 dell’articolo 459 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, come modificato dall’articolo 3, comma 88, della legge 24 dicembre 2003, n. 350, è abrogato
….

1. A decorrere dall’anno scolastico 2012/2013 le dotazioni organiche del personale docente, educativo ed ATA della scuola non devono superare la consistenza delle relative dotazioni organiche dello stesso personale
determinata nell’anno scolastico 2011/2012 in applicazione dell’articolo 64 della legge 6 agosto 2008, n. 133, assicurando in ogni caso, in ragione di anno, la quota delle economie lorde di spesa che devono derivare per il bilancio dello Stato, a decorrere dall’anno 2012, ai sensi del combinato disposto di cui ai commi 6 e 9 dell’articolo 64 citato.
2. Il comitato di verifica tecnico finanziaria di cui al comma 7, dell’articolo 64 della legge 6 agosto 2008, n. 133 provvede annualmente al monitoraggio ed alla verifica del conseguimento degli obiettivi di cui al comma 1, allo scopo di adottare gli eventuali interventi correttivi, in caso di scostamento rispetto agli obiettivi stabiliti.
3. Al fine di garantire il conseguimento degli obiettivi di cui al presente articolo, si applica la procedura prevista dall’art.1, comma 621, lett.b), della legge 27 dicembre 2006, n. 296.
…….
1. All’articolo 64 della legge 6 agosto 2008, n. 133, dopo il comma 4 sexies aggiungere il seguente comma: Comma 4-septies “ Le dotazioni organiche del personale docente, educativo ed ATA, sulla base della revisione
dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico del sistema scolastico definito con i regolamenti emanati ai sensi del comma quattro del presente articolo, sono determinate annualmente con decreto del Ministro
dell’Istruzione, dell’università e della ricerca di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze”.

da La Tecnica della Scuola 02.07.11

Manovra. Una bomba ad orologeria

Bersani: “Una manovra finanziaria depressiva e di tagli che abbassa la crescita. Le misure del governo lasciano l’Italia con il cappio al collo”. Fassina: “La scelta di affrontare con una genericissima delega la riforma dell’Irpef indica la finalità elettorale del provvedimento”. Una ricetta a dir poco bizzarra è quella che il Consiglio dei ministri ha varato per centrare l’obiettivo del deficit zero nel 2014. Una manovra da 47 miliardi così ripartita: 1,5 miliardi sul 2011, 5,5 nel 2012 e 20 miliardi sui due anni successivi. Insomma un ”regalo” pesantissimo per gli italiani e, soprattutto, per il prossimo governo che a partire dal 2012 non sarà di certo guidato da Silvio Berlusconi, destinato al dimenticatoio dopo i fallimenti degli ultimi 17 anni.

Ma la furberia non finisce qui. Dietro alle richiesta di facciata del premier di richiedere la collaborazione da parte delle opposizioni c’è l’ennesima richiesta della fiducia parlamentare che, di fatto, cancella ogni possibile discussione sul testo che non aggiunge nulla per i prossimi, non taglia nessuna tassa (come sbandierava Berlusconi) ma che lascia una dura ipotetica di sacrifici e di impopolarità per il prossimo governo. La fiducia alla Camera è stata calendarizzata per il prossimo 25 luglio.

Nel testo della manovra troveranno spazio nuove tasse, poche liberalizzazioni (professioni e orari), tagli alle Regioni, Province e Comuni, accorpamenti di enti, ticket sulla Sanità, allungamento a 65 anni delle pensioni rosa e imprecisate riduzioni ai costi della politica.

Insomma si tratta di una “bomba ad orologeria innescata da impreparati. Questo è stato il primo commento del segretario del PD, Pier Luigi Bersani. “Va bene la responsabilità, perché sappiamo cosa vuol dire dover raddrizzare la barca, ma che non ci dicano mangiate questa minestra o saltate la finestra perché noi questa minestra non la mangiamo”. Il leader del PD Bersani non ha dubbi: “E’ una manovra depressiva e di tagli che abbassa la crescita. Le misure del governo lasciano l’Italia con il cappio al collo”.

“Non possiamo andare avanti cosi’ un altro anno e mezzo nascondendo la polvere sotto il tappeto. Dobbiamo chiedere che questo governo se ne vada” ha concluso Bersani.

Per Stefano Fassina, responsabile economico del PD, “la scelta di affrontare con una genericissima delega la riforma dell’Irpef indica la finalità elettorale del provvedimento. Le tre aliquote formali sbandierate da Tremonti non dicono nulla. Per capire quali sono le aliquote effettive, cioè quanto pagherà ciascun contribuente, è necessario conoscere i limiti degli scaglioni e l’importo delle detrazioni. Il Ministro Tremonti può rassicuraci indicando che la sua riforma dell’Irpef avrà un impatto progressivo, ossia migliorerà le condizioni dei redditi bassi e medi? La scelta di abbassare dal 43 al 40% l’ultima aliquota Irpef implica il contrario. In una fase difficilissima per la finanza pubblica e per le condizioni della stragrande maggioranza delle famiglie italiane ogni euro svincolato dall’abbattimento del deficit andrebbe concentrato su chi è in maggiore difficoltà. Tanto più che mentre il Parlamento si intratterrà con un disegno di legge delega che non darà mai origine ai decreti attuativi, il federalismo leghista dispiegherà i suoi effetti con aumenti dell’addizionale comunale all’Irpef, con l’imposta di scopo, con l’imposta di soggiorno, con il raddoppio dell’Ici sui beni strumentali di lavoratori artigiani, commercianti e piccoli imprenditori.“

Per Davide Zoggia, responsabile PD Enti Locali, “la manovra affossa definitivamente il federalismo e fa giustizia della propaganda della Lega, che lo ha usato in maniera strumentale. La retorica del partito dei territori si è rivelata una buffonata, non a caso la Lega ha approvato tutte le misure ammazza autonomie volute da questo governo. I tagli di Tremonti prima, e poi il federalismo fiscale e quello municipale, avevano già compromesso il cammino. Oggi con i nuovi tagli contenuti nella manovra abbiamo avuto la conferma definitiva di questo disinteresse. Noi ci batteremo con ogni forza contro chi come questo governo, vede negli enti locali un peso o, nel migliore dei casi, una cassa continua. Gli enti locali sono, invece, una occasione per la crescita del Paese. Anche per questo, domani a Firenze, presenteremo nel corso del convegno “Innovare il Paese. L’Italia intera. Le nostre idee per il federalismo”, le proposte per una vera riforma federale. Quella del governo, ad oggi, possiamo tranquillamente dire che è mai esistita.”

“Berlusconi e Tremonti non riescono più a fare la manovra economica in nove minuti e mezzo, un record di cui si sono spesso vantati. L’allungamento dei tempi della discussione all’interno del Consiglio dei ministri, tuttavia, non è di per se un buon segnale per il paese. Ci pare dalle anticipazioni che le misure sono di due tipi: quelle che entreranno in vigore subito, cioè tagli alla spesa, sempre lineari, e stangate, e quelle rinviate ad una futuribile legge delega, come tassazione rendite finanziarie e riforma del fisco. In attesa di conoscere almeno una bozza del provvedimento, per ora di sicuro c’è solo che siamo passati dalla finanza creativa alla finanza dei furbetti. Tutto ci si può chiedere, tranne un atto di responsabilità che si trasformerebbe in un gravissimo danno agli italiani”. Lo ha detto Francesco Boccia, coordina ore delle commissioni Economiche del Gruppo del PD alla Camera.

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