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"La rotta del Titanic", di Vincenzo Visco

Quando nel 2002 il governo di centrosinistra fu sostituito dal governo Berlusconi, l’eredità ricevuta da quest’ultimo era tutt’altro che trascurabile: nel 2000 infatti il Pil era cresciuto del 3,6% (!), il surplus primario era pari al 5-6% del Pil, la bilancia dei pagamenti era in equilibrio, l’occupazione in salita, le tasse in via di diminuzione. Sarebbe stato sufficiente mantenere la rotta per evitare di trovarci di nuovo in una situazione di crisi come quella dei primi anni ’90 e come quella attuale.
Viceversa il governo di centrodestra con cecità assoluta e una evidente inconsapevolezza della realtà economica italiana, in poco tempo liquidò il surplus primario, aumentò il debito, si imbarcò in una serie di misure una tantum che aumentavano l’incertezza sulla tenuta futura della finanza pubblica italiana (condoni a raffica, cartolarizzazioni, finanza creativa), contribuì a far saltare il patto di stabilità lasciò che la nostra posizione competitiva si deteriorasse e si manifestasse di nuovo un deficit nei conti con l’estero, evitò ogni riforma strutturale nella convinzione, del tutto errata, che il modello di sviluppo potesse ritornare ad essere quello degli anni ’70 e ’80 del secolo passato, pur in presenza della moneta unica e di una concorrenza internazionale molto più accentuata che in passato. I due anni del secondo governo Prodi non furono sufficienti a recuperare una situazione per molti versi compromessa. La grande crisi finanziaria ha fatto il resto.
È in questo contesto che va valutata la manovra attuale, varata in una situazione di elevato disavanzo, debito pubblico tornato ai livelli degli anni ’90, crescita asfittica, disoccupazione elevata, disavanzo della bilancia dei pagamenti di 4 punti di Pil, sistema economico sclerotizzato e incapace di riprendersi. La decisione condivisa da tutti i governi europei di riequilibrare le finanze pubbliche in tempi molto brevi e senza fare affidamento su nessun meccanismo di gestione collettiva e condivisa dell’extra debito e delle prospettive di crescita dell’Europa, ha contribuito a rendere la situazione altamente drammatica. L’Italia non è la Grecia (nè l’Irlanda, il Portogallo e neppure la Spagna) ma è oggi sicuramente un Paese a rischio che deve cercare di allontanarsi dal baratro che non è poi così distante.
Tutto ciò si poteva evitare, ma otto anni di governo pressoché ininterrotto della destra ci hanno portato a questa situazione. Oggi l’Italia appare (ed è) un Pese che vive al di sopra dei suoi mezzi e quindi è costretta a “rientrare” con le buone (le manovre) o con le cattive (la reazione dei mercati). È un calice amaro che Berlusconi e Tremonti ci costringono a bere.
Non conosciamo ancora l’impatto effettivo della manovra, né se le misure la cui entrata in vigore è prevista per il 2013 e 2014 siano adeguate e credibili vedremo la reazione dei mercati. Il dubbio che il profilo di rientro adottato sia dettato dal desiderio di spostare in avanti, alla nuova legislatura, l’impatto delle misure più impopolari, è molto serio ed evidente; e tutti ricordano la vicenda dello scalone previdenziale e del “concordato di massa” (condono) lasciati in eredità ai governi di centrosinistra nel 2006. C’è anche il ragionevole dubbio che il centrodestra abbia scontato di andare a elezioni anticipate l’anno prossimo e quindi abbia disseminato la strada di bombe a scoppio ritardato.
Tuttavia il problema di fondo è un altro: è possibile, una volta per tutte, uscire dalla tenaglia composta da tagli e misure di contenimento da un lato, e stagnazione, deflazione, disoccupazione dall’altro? Questo è un problema che il governo non si è posto e non si pone. Eppure è evidente che dalla nostra crisi non si esce senza profonde riforme all’assetto istituzionale dell’economia e della finanza pubblica italiana, misure che riguardano la struttura di governo, lo pseudo federalismo che abbiamo creato, il perdurare dello stallo creato dagli interessi corporativi, il diritto dell’economia, l’evasione fiscale, la iniqua distribuzione del carico tributario tra ricchi e poveri, la corruzione.
Si ratta di riforme difficili da varare perché toccano interessi diffusi e radicati che nessuno ha avuto finora la forza di affrontare e neppure pienamente individuare. Interventi che possono apparire in prima battuta impopolari ma che sono gli unici che ci possono consentire di uscire dal pantano attuale. La destra non sa e non può affrontare questi problemi perché ha paura di disarticolare il blocco sociale che la sostiene. Tocca quindi alla sinistra. Si sarà in grado di impostare su questi problemi la costruzione di una nuova coalizione? In caso contrario il tenore di vita degli italiani si ridurrà ancora (cosa che nella situazione attuale appare pressoché inevitabile) ma non vi saranno prospettive di recupero e di crescita. E proseguiremo lungo il sentiero di un inevitabile declino.

L’Unità 01.07.11

"Donne licenziate, sit-in senza colleghi", di Claudio Del Frate

L’azienda manda via solo le dipendenti. Gli uomini non scioperano. Niente pane e niente rose per le operaie della Ma-Vib: il loro datore di lavoro, alle prese con i conti della crisi, vorrebbe licenziare solo le dipendenti donne, ma di fronte allo sciopero di ieri mattina indetto dalla Fiom i colleghi maschi (non tutti) hanno preferito non partecipare. Per la forza lavoro in rosa della piccola fabbrica di Inzago, paese al confine tra le province di Milano e Bergamo, traballa il posto di lavoro (il pane), ma anche quel sentimento di solidarietà e affetto (le rose) che sarebbe dovuto a chi si trova nella loro condizione. Il cinema ha anticipato la realtà: la vicenda delle operaie di Inzago pare ricalcare quella del film di Nigel Cole We want sex: sul set americano così come nella vita reale lombarda ci sono un gruppo di donne che devono lottare il doppio per sconfiggere le discriminazioni sul luogo di lavoro. Ora, importa fino a un certo punto che i titolari della Ma-Vib, azienda che produce motori per condizionatori d’aria, abbiano smentito dopo molte insistenze di aver mai avuto intenzioni sessiste; importa invece sottolineare la reazione (o non reazione) che la situazione delle operaie di Inzago ha determinato. Non sono tempi facili per le piccole aziende come la Ma-Vib i cui responsabili mercoledì avevano incontrato i sindacati nella sede della Confapi di Milano, associazione a cui aderiscono. «La situazione era già di per sé anomala— attacca Fabio Mangiafico, il funzionario della Fiom che segue la fabbrica — perché i quattro mesi di cassa integrazione avevano già colpito solo la manodopera femminile. Al tavolo della trattativa l’azienda ha annunciato di voler tagliare il personale, lasciando intendere che il provvedimento avrebbe riguardato solo le donne “perché tanto loro sono madri di famiglia, possono curare i figli e il loro è il secondo stipendio”» . I proprietari della Ma-Vib solo nel tardo pomeriggio hanno smentito di aver pronunciato quella frase. («È solo una montatura politica, non aggiungiamo altro proprio per tutelare i lavoratori» ). Dette o non dette, resta che quelle parole scatenano una reazione sorprendente: la Fiom indice uno sciopero con presidio davanti al cancello della fabbrica. Tutte le donne (18 su 30 dipendenti) aderiscono, non così i colleghi maschi: secondo il sindacato 6 di loro timbrano regolarmente il cartellino e degli altri uno solo partecipa al presidio. Dettaglio: lì dentro non lavorano né coppie di coniugi né di fidanzati. Almeno la quiete domestica è assicurata, ma la situazione nel suo complesso imbarazza il sindacato. «Qualcuno degli uomini è anche iscritto alla Fiom— si rammarica Mangiafico— e qualche parolina gliela avrei sicuramente detta. Ma questa non è una lotta di maschi contro femmine. Le donne sono quelle che stanno pagando di più la crisi, non solo qui a Inzago, e senza di loro la produzione si ferma» . «Ma uno sciopero in questo momento ci pareva esagerato; le lettere di licenziamento non sono partite, è solo un’ipotesi» si giustifica uno di quelli che ieri ha lavorato in barba alla protesta, ma che vuole restare anonimo. Comune di Inzago e Provincia di Milano hanno già espresso la loro solidarietà alle operaie. E i maschietti? Giusto oggi hanno a disposizione una prova d’appello: alla Ma-Vib è prevista una seconda giornata di sciopero. Non sarà difficile fare la conta degli assenti e dei presenti.

Il Corriere della Sera 01.07.11

"Referendum per il Mattarellum", di Pierluigi Castagnetti

Il Pd è in prima linea da mesi per richiamare il governo e la maggioranza alle proprie responsabilità di fronte ai rischi sempre più concreti di cortocircuito fra la crisi politica, quella sociale e quella economica. Il tema del lavoro in particolare è diventato giustamente la cifra e l’assillo della segreteria Bersani. Ma il partito non ha mai smesso di macinare proposte concrete anche sul piano istituzionale: basterebbe ricordare la proposta di riduzione del numero dei parlamentari all’interno di un progetto di riforma più ampio presentato all’inizio della legislatura o la recente proposta di revisione radicale dell’attuale legge elettorale, il cosiddetto Porcellum, nella consapevolezza che questo snodo è decisivo per ricostruire il filo della confidenza e della fiducia nella politica da parte dei cittadini.
La maggior parte di loro non si riconosce, infatti, nell’attuale ceto parlamentare perché non lo sente come proprio, essendo stato scelto e di fatto imposto dalle segreterie dei partiti, come vuole la legge vigente. Però tutto è fermo. L’asse Berlusconi-Bossi-Scilipoti sta infatti sequestrando e condannando all’immobilismo il parlamento. Di nuova legge elettorale in particolare non vogliono sentirne parlare, prigionieri come sono dell’illusione di poter replicare il furto di uno scandaloso premio di maggioranza anche alle prossime elezioni.
Per questo si pone l’esigenza di fare appello oggi agli elettori perché siano loro, con una spallata simile a quella di poche settimane fa nei referendum, a scuotere il parlamento dalla persistente e colpevole letargia e costringerlo a calendarizzare il dibattito su una nuova legge elettorale, o, in caso di perdurante inerzia, a decidere essi direttamente con quel “potere legislativo sostitutivo” loro riconosciuto dalla Costituzione. Con il referendum appunto, cioè con quello strumento proposto allora da Costantino Mortati quale «estrema forma di controllo a disposizione del corpo elettorale nel caso in cui si fosse creata una discrasia fra orientamento del legislatore e volontà popolare».
Come capita oggi sulla legge elettorale. Per queste ragioni da molto tempo mi permetto di insistere, insieme ad altri colleghi parlamentari, a importanti costituzionalisti e a personalità della società civile, per la presentazione di quesiti referendari che intervengano selettivamente sulla legge 270/2005 in modo da fare rivivere le legge pre-esistente, cioè la “Mattarella”.
Com’è possibile? Semplice. Poiché la legge Calderoli introduce, stravolgendolo, modifiche di varie parti dell’ordinamento precedente, basta eliminare quelle modifiche per fare ritornare “in vita” ciò che si era voluto estinguere.
Oppure, se non si ama parlare esplicitamente di rivivescenza, si può dire che, abrogando quelle parti del porcellum che avevano straziato la legge precedente , resta comunque un testo organico ed efficace.
È il caso di ricordare che la legge Mattarella è già stata applicata in tre precedenti elezioni politiche con effetti positivi per il sistema e soddisfacenti per i cittadini i quali, attraverso l’assegnazione del 75 per cento dei seggi in collegi uninominali composti mediamente da 100.000 elettori hanno avuto la possibilità di scegliere candidati conosciuti e “controllabili”, e l’ assegnazione del restante 25 per cento su liste di partito e sistema proporzionale hanno avuto la possibilità di esprimere una opzione corrispondente al proprio orientamento politico “non mediato”.
È questo allora il modo più appropriato per conservare una forma di maggioritario-mitigato, senza regali scandalosi di premi di maggioranza che non esistono in nessun altro paese democratico al mondo.
È peraltro noto che in questi giorni si sta iniziando la raccolta delle firme per altri referendum abrogativi presentati dal professor Passigli, i quali però, aldilà dei robusti dubbi sulla loro ammissibilità di cui ha parlato su Europa già Stefano Ceccanti, hanno il torto di provocare il ritorno a un sistema proporzionale puro (con il solo limite di una soglia del 4 per cento), senza peraltro restituire all’elettore il diritto di selezionare i propri candidati, non essendo possibile con i quesiti medesimi restituire – come si vorrebbe fare intendere – il voto di preferenza.
Passigli in alcune interviste ha sostenuto che la “Mattarella” ha dimostrato nell’esperienza di costringere a larghe e disomogenee coalizioni nei collegi uninominali, produttive in seguito di una nefasta frammentazione. In parte l’osservazione ha un suo fondamento, ma va detto che la frammentazione della “Mattarella” non è niente rispetto a quella che produrrebbe un sistema proporzionale puro con la sola soglia del 4 per cento.
Quante liste del 4 o 5 per cento avremmo in parlamento, e quale mercato si aprirebbe nella formazione di una maggioranza parlamentare? Non mi pare oggettivamente accettabile tornare alla situazione precedente le elezioni del 1994. Né in Germania, né in Spagna, né in qualsiasi altro posto potrebbe oggi esistere un sistema proporzionale di quel tipo.
Anche per questo credo sia giusto mettere gli elettori nella condizione di poter fare una scelta chiara e consapevole con il voto referendario: o il Porcellum o il Mattarellum, piuttosto che, o il porcellum o qualcos’altro che ci riporta a una stagione giustamente e consapevolmente superata dal popolo italiano.

da Europa Quotidiano 30.06.11

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Bersani non segue D’Alema-Passigli

Referendum contro referendum? Sulla legge elettorale, tanto per cambiare, il Pd non parla con una voce sola. «Sono d’accordo con voi, vi capisco, ma…».
Incontro riservatissimo, quello che si è svolto ieri a largo del Nazareno fra Bersani e l’insolito trio Veltroni-Parisi- Castagnetti. Tema: il referendum (anzi, i due referendum) sulla legge elettorale.
Il segretario del Pd è stato molto attento alle ragioni dei tre interlocutori. I quali gli hanno spiegato perché il Pd non solo deve battersi contro il referendum di Stefano Passigli ma deve promuovere a sua volta un altro referendum in grado di “resuscitare” il Mattarellum.
Da sempre legato a questo sistema elettorale, Bersani non ha avuto problemi a riconoscere ai suoi interlocutori validissime ragioni. Ma non ha preso impegni formali e la scelta del Pd è rinviata. I tre portano a casa un nyet del segretario al referendum Passigli.
Il leader attende ancora.
Per quanto? Il pressing di Veltroni, Parisi e Castagnetti in queste settimane si è fatto via via più forte. E lo si comprende facilmente, perché Passigli è stato molto rapido a sfruttare l’onda referendaria e a raccogliere per il suo referendum una bella sfilza di nomi altisonanti.
L’antifona d’altronde è di sicura presa, «un referendum per cancellare il Porcellum».
Solo che giorno dopo giorno è diventato più chiaro che l’effetto del “Passigli”, grazie all’abolizione del premio di maggioranza, sarebbe né più né meno che un secco ritorno al proporzionale.
Il punto è che la macchina è partita, forte del sostegno organizzativo e tecnico della Cgil e delle simpatie di una fetta del Pd, quella che si riferisce più o meno direttamente a Massimo D’Alema, senza contare l’appoggio di vendoliani e rifondaroli. 500mila firme entro la fine di settembre, così messe le cose, non dovrebbero essere un grande problema.
Ecco perché è scattato l’allarme rosso in tutta la parte del Pd legata allo sviluppo bipolare e maggioritario della vicenda italiana. Veltroni, Parisi (all’esterno i radicali, che però perseguono una iniziativa autonoma in senso ancora più spiccatamente maggioritaria): ed era scontato. Meno prevedibile il ricompattamento (per ora solo potenziale ma molto credibile) dell’area popolare: di Castagnetti si è detto, ma non solo Fioroni – che sta nel MoDem– ma anche Franceschini, e (più defilata) la stessa Bindi vedono malissimo un addio al bipolarismo e alla scelta dei governi attraverso il voto popolare.
A Bersani è stato spiegato che con il proporzionale il centrosinistra sarebbe svantaggiato.
«Senza il premio le elezioni non le vinceremo mai – è il ragionamento – e la tua stessa candidatura a premier verrebbe messa in forse ». Per i “mattarellisti” infatti D’Alema sta commettendo un «errore catastrofico» perché – si sostiene – «in un governo di coalizione il Pd sarebbe costretto a dare la premiership a Casini».
Il presidente del Copasir negli ultimi giorni avrebbe maturato il proposito di non firmare personalmente ritenendo però il “Passigli” uno strumento utile per premere sul parlamento affinché vari una nuova legge elettorale. È un fatto tuttavia che molti esponenti a lui vicini intendano spendersi in questa battaglia.
Dell’idea di raccogliere le firme per ritornare al Mattarellum (i quesiti sono pronti) è stato informato anche Romano Prodi, da sempre legato a quel sistema elettorale. L’ex premier non ha intenzione di esporsi ma c’è chi ragiona sul fatto che con un sistema proporzionale il centrosinistra non avrebbe quella maggioranza parlamentare necessaria per eleggere il nuovo presidente della repubblica.

da Europa Quotidiano 01.07.11

Passa il decreto rifiuti, ma il governo si spacca. E Napolitano lo giudica insufficiente

La Lega non vota il testo deliberato dal Consiglio dei ministri. Bersani: “Mi pare una frittata di portata rilevante”. Bianchi: “Il governo prenda atto della sua inesistenza e si dimetta”. Il governo di Berlusconi ancora una volta dimostra la propria fragilità e assenza di coesione interna, spaccandosi in due sul decreto rifiuti.
Il Consiglio dei ministri ha sì approvato il decreto ormai non più rimandabile sui rifiuti, ma con i soli voti del Pdl, mentre la Lega è rimasta fedele alla linea che aveva annunciato, votando no.
All’indomani del via libera del Consiglio dei Ministri al decreto rifiuti – passato con il no della Lega – il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, lo emana ma ne sottolinea i limiti («non appare rispondente alle attese e tantomeno risolutivo») e chiede, nel contempo, un nuovo e più efficace intervento del Governo.

Il Capo dello Stato auspica anche «l’effettivo superamento di una emergenza di rilevanza nazionale attraverso una piena responsabilizzazione di tutte le istituzioni insieme con le autorità locali della Campania”.
Lo commenta positivamente Andrea Orlando, Commissario del coordinamento provinciale Pd di Napoli: “Il governo accolga la sollecitazione del Capo dello Stato ed emani un provvedimento in grado di risolvere, davvero, la gravissima situazione in cui versa Napoli e la Campania. Interrompa il ridicolo balletto inscenato attorno a questo dramma nazionale”.

“Mi pare una frittata di portata rilevante”, ha commentato il leader del Pd Pier Luigi Bersani. “Invece di chiamare a raccolta la solidarietá, si impostano norme che sollecitano la fuga. Se ne lavano le mani – ha concluso – invece di invocare l’aiuto di chi vuole trovare una soluzione”.

“Come al solito il governo scansa i problemi e lascia gli altri a gestire i suoi fallimenti” ha rimarcato Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Partito Democratico. “Invece di affrontare la drammatica emergenza rifiuti in Campania, adoperandosi per impegnare tutte le Regioni in uno sforzo di solidarietà, l’esecutivo ha abbandonato Napoli e i Comuni della Provincia”.

La responsabile Ambiente ha fatto notare che “se il decreto del governo rimanda soltanto ad accordi tra le singole Regioni, da esso non arriverà nessuna soluzione concreta. C’è poi l’ulteriore sfregio – ha aggiunto Bianchi – ovvero che a questo falso impegno del governo, si somma il voto contrario della Lega”.

“Dopo tre anni di miracoli annunciati e di poteri non esercitati dalla Regione e dalle Province, il rischio che i rifiuti in strada producano un’emergenza sanitaria impone una vera assunzione di responsabilità del governo. Prima che sia troppo tardi, l’esecutivo ascolti i cittadini, costruisca le condizioni per un impegno certo di tutte le Regioni e favorisca l’apertura di nuove discariche in Campania. Se il governo non riesce a far questo – ha concluso l’esponente democratico – si dimetta: prenda atto della sua inesistenza”.

La proposta in particolare prevede che la regione Campania, dopo aver siglato un accordo, non debba poi passare per la Conferenza unificata. L’articolo 1, del provvedimento, che ne contiene tre in totale, deroga la normativa vigente che impedisce di “esportare” i rifiuti fuori dalla Regione e quindi dà il via libera al trasferimento.

Per questo, subito dopo l’approvazione, il decreto è stato bocciato dalle Regioni: “La Conferenza delle Regioni, esaminata la bozza proposta dal governo – ha commentato il presidente Vasco Errani – ritiene che non risolva nella sostanza il problema venutosi a creare. C’è la necessità di procedure certe per l’apertura di nuove discariche nella Regione Campania e tal fine, la Conferenza delle Regioni ritiene necessario dare poteri speciali ai Sindaci”.

“Con il decreto rifiuti il governo dimostra di non essere in grado di svolgere il proprio ruolo, visto che emerge con tutta evidenza che non può far appello alla solidarietà di tutte le Regioni italiane. E’ un grandissimo fallimento di fronte all’emergenza di Napoli nella quale ai rischi per la salute si sommano i devastanti danni alla legalità. Il decreto rappresenta in particolare anche il fallimento del ruolo del ministro dell’Ambiente che non è stato in grado di affrontare una programmazione serie della gestione dei rifiuti su tutto il territorio”. Così Raffaella Mariani, capogruppo PD nella commissione Ambiente di Montecitorio.

“Nel decreto sui rifiuti varato dal Governo si legge un messaggio chiaro a Napoli e agli enti locali: arrangiatevi, noi ce ne laviamo le mani”. Questo il commento del senatore democratico Ignazio Marino che in questi giorni sta raccogliendo dati significativi sui rischi per la salute dei cittadini napoletani legati all’emergenza rifiuti.

“Invece del disinteresse servirebbe uno slancio di solidarietà e un’assunzione di responsabilità, come è avvenuto nel 1995 quando di fronte a una Milano sommersa di rifiuti fu l’Emilia Romagna a venire in soccorso del sindaco leghista Formentini. L’atto del governo è ancora più grave perché finge di ignorare che Napoli è una città in cui negli ultimi giorni ci sono stati oltre trecento roghi di rifiuti che hanno prodotto più diossina di un termovalorizzatore in dieci anni.
Non esiste un monitoraggio dell’aria e delle polveri sottili – ha spiegato Marino – e dai dati a nostra disposizione rileviamo che nel capoluogo campano si registrano ogni giorno nove casi di tumore, tre dei quali su persone che non fumano. Di fronte a questo vero e proprio allarme serve un’azione di coordinamento da svolgere a livello nazionale perché Napoli è un problema nazionale”.

Insomma, la situazione emergenza rifiuti è rimasta immutata. Ed a farne le spese sono sempre e solo i cittadini e questo non è più tollerabile. L’Italia è stufa è satura, come i cassonetti di immondizia in Campania.

www.partitodemocratico.it

"Tav, il riformismo passa dalla Val di Susa", di Sergio Chiamparino*

Caro direttore, lo Stato italiano, se vuole, c’è. Lo ha dimostrato con la mite determinazione messa in campo per sgomberare i blocchi con cui si voleva impedire l’avvio dei cantieri per la Tav in Val di Susa. Lo ha affermato contro chi pensa in barba ad ogni regola di democrazia e di rispetto delle opinioni e delle decisioni della maggioranza del Paese di poter essere, come recitava uno degli ultimi cartelli no Tav: «padroni a casa nostra», come se l’Italia fosse un vestito d’Arlecchino in cui ognuno possiede il proprio spicchio. L’egoismo è deleterio comunque, non importa se milita sotto bandiere verdi o rosse.

Grazie alle forze dell’ordine che con estrema professionalità hanno respinto pesanti provocazioni ed hanno costretto gli autonominati liberi cittadini «della Maddalena» a ripiegare con le pive nel sacco. E grazie a tutta la «filiera» del coordinamento dell’operazione, dal questore al prefetto al ministro. Stanno anche emergendo le differenze fra la stragrande maggioranza dei valsusini che può anche essere, legittimamente, contraria alla Tav, ma è democratica e non violenta, e, viceversa, l’estremismo di frange che nulla hanno a che vedere con la valle né con la Tav, al punto che persino alcuni «duri» dei centri sociali torinesi sono apparsi spiazzati.

Ora, naturalmente, non si può pensare che un’opera di questa natura e di questa durata possa essere realizzata con un dispiegamento permanente così massiccio di agenti. Dopo la consegna del cantiere esplorativo che dovrebbe convincere l’Unione Europea della volontà dell’Italia di rispettare tempi già troppo lunghi, devono tornare in primo piano la politica e l’amministrazione.

I governi, quello nazionale soprattutto per accompagnare più efficacemente l’azione dell’Osservatorio e dei governi locali che in questi anni ha permesso di tenere conto di molte richieste provenienti dal territorio, che, però, non sempre, sono state tempestivamente trasformate in azioni amministrative ed in finanziamenti.

La politica per affermare nettamente, più di quanto si sia fatto finora, tre cose. La prima che è eticamente, prima ancora che istituzionalmente, necessario che lo Stato affermi il rispetto delle regole tanto più quando coinvolgono altri Stati ed il rispetto della volontà delle maggioranze. In altri termini, l’interesse generale costruito in decenni (non anni!) di discussioni deve prevalere sui particolarismi. Ed affermare con nettezza che non esiste un interesse generale ed una legalità autoproclamate da una minoranza come se, parafrasando una ben nota affermazione, interesse generale e legalità si pesassero e non si contassero.

La seconda che la Tav non è un mostro ma assai semplicemente il modo con cui si fanno le ferrovie a media e lunga percorrenza nel XXI secolo. Meno energivore e più veloci perché grazie alle tecnologie di scavo non c’è più bisogno di salire a 1500 metri per forare una montagna. Un po’ come gli elettromotori hanno sostituito le vaporiere nel XX secolo.

Terza, infine, che questa è soprattutto una sfida fra chi pensa che possa esistere un percorso di crescita sostenibile in Paesi di antica industrializzazione come l’Italia, e chi ritiene che l’unica strada sia, nei fatti, la decrescita ovvero la gestione del declino. Ed è dunque più che mai, anche simbolicamente ormai, un tema che decide a sinistra ma anche a destra, su qualità e credibilità di un programma di governo. Si potrebbe dire che per tutti il riformismo passa dalla Val Susa.

* Ex sindaco di Torino

La Stampa 01.07.11

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“Tav, il futuro non passa da quella linea”, UGO MATTEI * LIVIO PEPINO **

Caro Direttore, Poche ore prima dell’«apertura» del cantiere a Chiomonte abbiamo organizzato un appello alla politica e alle istituzioni per evitare, in Val Susa, l’uso della violenza. L’appello non è stato accolto ed hanno vinto fin qui le ragioni della forza.

Ma la partita non finisce qui. Il movimento No Tav, radicatissimo in Val Susa e sempre più rappresentativo del clima culturale nuovo che si respira nel Paese, continuerà a fare la sua parte. Lavorare in queste condizioni avrà costi sociali insostenibili. Da giuristi e cittadini riteniamo quindi doveroso continuare a difendere le ragioni del buon senso e delle generazioni future contro la legge del più forte. A tal fine poniamo alcune domande circa il progetto Tav concepito oltre vent’anni fa per assecondare un modello di sviluppo che, col voto referendario, una maggioranza del Paese ha detto di voler ripensare.

1. La linea ferroviaria ad alta capacità TorinoLione servirà – si dice – ad assicurare che Torino e l’Italia non siano tagliate fuori dall’Europa nel trasporto delle merci. Ora, è vero o non è vero che l’attuale linea internazionale a doppio binario, che corre nella valle utilizzando il traforo del Fréjus, è tuttora perfettamente operativa e utilizzata al di sotto del 30% delle sue potenzialità? Ed è vero o non è vero che tutti i dati degli ultimi anni dicono che il traffico merci lungo l’asse Francia-Italia è in calo? E, dunque, in forza di quali previsioni si ritiene che questo trend sia destinato a subire una inversione nei prossimi anni? E perché non potenziare la linea esistente (la cui minore velocità non è certo decisiva per il trasporto di merci), rinegoziando, come altri Paesi hanno fatto, i possibili contributi europei? I minuti di percorrenza nel trasporto delle persone che si potranno risparmiare fra 25 anni a progetto realizzato potrebbero essere tagliati oggi a costo zero riorganizzando i controlli che arrestano i treni per oltre mezz’ora a Modane.

2. I costi della nuova linea ferroviaria sono stimati in 16-17 miliardi di euro, da impiegare nei prossimi dieci anni, e il famoso contributo europeo è una parte minima. Ora, anche a prescindere dal fatto che non c’è grande opera nel nostro Paese i cui costi non siano lievitati strada facendo, la domanda è inevitabile: in tempi di crisi economica come gli attuali dove si pensa di trovare quei fondi?

3. La linea ferroviaria ad alta capacità consentirà – si afferma – uno spostamento del traffico merci dalla gomma alla rotaia, notoriamente meno inquinante. Siamo proprio sicuri che la realizzazione un’opera colossale, con oltre 70 chilometri complessivi di gallerie, vent’anni di lavori e di cantieri, un numero incalcolabile di viaggi di camion, enormi materiali di scavo (ricchi di uranio e di altre sostanze nocive) da smaltire e il corrispondente consumo di energia non finirebbero per vanificare i vantaggi del trasferimento finale dal trasporto stradale a quello ferroviario?

4. La costruzione della «grande opera» – si ripete – darà lavoro e benessere alla valle e a tutta l’area circostante. Ma ne siamo davvero sicuri? Non si era detto altrettanto per l’Olimpiade invernale del 2006 che ha interessato la stessa valle? Non sarebbe più utile cominciare dal risanamento del territorio, dalla messa a punto delle risorse idriche, dalla tutela del patrimonio artistico? E siamo certi che progetti del genere non avrebbero adeguato sostegno a livello europeo?

5. Da quando si è cominciato a parlare della ferrovia ampi settori della popolazione locale (e i loro rappresentanti, i sindaci) hanno chiesto confronti pubblici e predisposto, con l’aiuto di tecnici di livello internazionale, proposte alternative. Ora, è vero o non è vero che questo confronto è stato eluso e che si è accettato di discutere solo sul come realizzare l’opera e non anche sulla sua effettiva utilità?

L’adattarsi con umiltà alle circostanze che cambiano ci pare segno di intelligenza politica e lungimiranza. Fermiamoci!

* Professore di Diritto civile all’Università di Torino
** ex Magistrato

La Stampa 01.07.11

"Tagli alla politica solo nella prossima legislatura", di Alberto Custodero

«Non puoi chiedere se non dai, non puoi ridurre se non autoriduci». È questa la filosofia che ispira i tagli ai costi della politica, che però partiranno solo dalla prossima legislatura, presentati ieri da Giulio Tremonti, ministro dell´Economia, e dal premier Berlusconi. La sforbiciata ha preso in esame tutti i capitoli che più generano nell´opinione pubblica sentimenti anti-casta, dalle auto blu agli aerei di Stato, dagli stipendi ai politici agli emolumenti alle cariche pubbliche, al finanziamento ai partiti. Ma la «livella» di Tremonti quali criteri seguirà per «l´autoriduzione» dei costi della politica? I tagli (che «non andranno a intaccare i diritti acquisiti», ha precisato il Cavaliere), saranno commisurati «alle prassi europee». «Noi pensiamo – ha spiegato il ministro dell´Economia – di importare in Italia un paradigma europeo per quanto riguarda il costo dei parlamentari e il costo degli stipendi delle cariche pubbliche». Per fare questo, ha aggiunto, «abbiamo istituito una commissione presieduta dal presidente dell´Istat. Pensiamo di adottare come esempio i sei più grandi Paesi dell´area-euro. Si fa la media, poi in Italia si prende quanto in Europa, non di più, né di meno». Per quanto riguarda il privilegio degli aerei di Stato, ne avranno «diritto – ha precisato Tremonti – il Capo dello Stato, i presidenti delle Camere, il presidente del Consiglio e quello della Corte Costituzionale. Tutti gli altri ne hanno diritto solo per impegni internazionali e motivati e tutto sarà sul sito». Le modalità operative per l´uso delle auto blu saranno definite dal ministro della Pa Renato Brunetta. In ogni caso non potranno superare, se non per le più alte cariche dello Stato, i 1.600 cc. La sforbiciata contempla pure «l´election day», cioè l´accorpamento in una sola giornata delle elezioni ad esclusione dei referendum che, ha precisato Tremonti, «per la Costituzione devono essere autonomi». Il livellamento ai paradigmi europei, se da un parte riduce stipendi e prebende, dall´altra potrebbe paradossalmente aumentare lo stipendio del presidente del Consiglio. Lo ha rivelato lo stesso premier: «C´è il rischio – ha detto il capo del governo – che il mio successore guadagni più del sottoscritto che versa il proprio salario da premier, 2400 euro al mese, in beneficenza». A proposito dello scandalo denunciato da l´Espresso dei due nuovi elicotteri di Stato acquistati di nascosto e costati a Palazzo Chigi 50 milioni, Berlusconi ha precisato che «la presidenza del Consiglio aveva velivoli vecchi di 40 anni. Siamo stati chiamati a sostituzioni da una lettera proveniente dal Quirinale, abbiamo acquisito due elicotteri, ma io non ne usufruisco e ho la sicurezza solo quando salgo sui miei, a mie spese, con i miei piloti…».

La Repubblica 01.07.11

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Comuni e Regioni, 9 miliardi di tagli Città d´arte, negozi aperti la domenica”, di R.P.

Resta la tassa su Suv e auto potenti, ma oltre 301 cv. Sì al blocco degli stipendi nel pubblico impiego. Innalzamento della età pensionabile. Negozi ad apertura libera nei festivi nelle città turistiche e visite fiscali per i dipendenti pubblici fin dal primo giorno di assenza, soprattutto dopo le feste. Resta il superbollo sui Suv (sale oltre 225 kw, 301 cavalli), e Silvio Berlusconi in persona che si preoccupa di fornire la conferma in conferenza stampa. Scompare di fatto l´Ice, l´istituto per il commercio estero che finirà sotto lo spettro di azione della ambasciate italiane, e in questo caso la spiegazione spetta al ministro dell´Economia Giulio Tremonti.
La manovra da 47 miliardi in quattro anni destinata a portarci, nella prossima legislatura – nel 2014 – al pareggio di bilancio, si gioca anche su questo. L´entità è notevole: ieri le cifre finali indicavano che l´aggiustamento per quest´anno sarà di 1,5 miliardi (un po´ meno del previsto), per il prossimo il sacrificio sarà di 5,5 miliardi, poi nel biennio di fuoco, 2013-2014 tagli di 20 miliardi per ciascun anno. Le tre gambe sulle quali si muove la manovra sono pensioni, pubblico impiego e sanità. Per tutti ci sarà un innalzamento dell´età di pensionamento a partire dal 2014 (un anno prima del previsto) di tre mesi ogni tre anni; per le donne – dopo un pressing Sacconi-Lega – si è scelta la strada più soft e l´età di pensionamento per le dipendenti del settore privato crescerà di uno-due mesi l´anno dal 2020 al 2032. Brutta sorpresa per le pensioni più alte: nessuna rivalutazione se superano cinque volte il minimo, rivalutazione al 45 per cento se superano il minimo di tre volte.
Colpiti i dipendenti pubblici che subiranno il blocco del turn over, il congelamento degli stipendi anche nel 2014 e anche una stretta sulle visite fiscali: previsti controlli immediati se l´assenza per malattia si verifica nelle giornate precedenti o successive a quelle festive. Anche la sanità prospetta sacrifici: fin dal prossimo anno torneranno i ticket su diagnostica e specialistica (10 euro) e sui codici bianchi del pronto soccorso (25 euro). Nel mirino sono finite anche Regioni ed enti locali, che sono già sul piede di guerra: in totale i tagli che subiranno ammontano a 9,3 miliardi. Inevitabili le reazioni: “Servizi fondamentali a rischio, addio federalismo”.
Scatta anche la spending review: il processo, destinato ad intervenire chirurgicamente sulla spesa, partirà dal 2012 e non avrà più il paracadute dei tagli lineari (eliminati dall´ultima versione del testo). In tutto si parla di risparmi di 5-6 miliardi. Dai tagli sono esclusi il fondo per il finanziamento ordinario delle università, le risorse destinate alla ricerca e all´istruzione scolastica.
Previsti interventi per il mercato del lavoro: sarà confermato anche per il 2012 un bonus produttività che, sentite le parti sociali, servirà al sostegno fiscale della contrattazione. Prevista anche una liberalizzazione del collocamento. Altre norme, tra le quali spunta anche un finanziamento di 43 miliardi per Palermo, prevedono un taglio delle cause pendenti Inps fino a 500 euro. In vendita le case dell´e Iacp mentre i benzinai potranno vendere anche quotidiani e sigarette.

La Repubblica 01.07.11

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“Voli blu, è spreco record”, di Gianluca Di Feo

Due nuovi super elicotteri per Berlusconi: 50 milioni di euro l’uno, tutti pagati dai contribuenti. Più di trenta aerei a disposizione del governo, sempre a spese nostre. E 8.500 ore di volo nel 2010, il massimo di sempre: per soddisfare ogni capriccio di ministri, viceministri e sottosegretari. Ecco tutti i numeri della vergogna

Silvio Berlusconi sbarca da un aereo di StatoIl regalo potrebbe venire consegnato a fine settembre, giusto in tempo per festeggiare il suo settantacinquesimo compleanno: un dono coi fiocchi, degno dell’anniversario speciale. Anche perché a pagarlo saranno tutti gli italiani, che hanno contribuito ad acquistare il nuovo elicottero presidenziale di Silvio Berlusconi. Alla faccia dei tagli e del rigore, sulla pista di Ciampino atterrerà uno sfavillante Agusta-Westland Aw-139 con interni in pelle e optional hi-tech: la nuova ammiraglia del trasporto di Stato. Un gioiello potente, silenzioso, sicuro e lussuoso che offre a cinque passeggeri il meglio del meglio, dall’aria condizionata agli schermi al plasma. E il Papi One non resterà solo: confermando la passione del Cavaliere per le gemelle emersa dall’inchiesta sul bunga bunga, nel giro di qualche mese sarà raggiunto da una seconda fuoriserie dei cieli. Un altro Aw-139, con lo stesso sfarzo e qualche poltrona in più per addolcire le trasferte di governo con lo staff di consiglieri (e spesso segretarie molto particolari). La coppia di macchine dovrebbe costare intorno ai 50 milioni di euro, ma il contratto è stato abilmente nascosto nei bilanci, come accade per tutta la contabilità dei jet di Stato diventati il privilegio supremo della politica.

Potersi imbarcare sugli aerei blu è lo status symbol numero uno, con la corsa di ministri e sottosegretari a prenotare decolli illimitati. Nel 2010 lo stormo che si occupa delle trasferte governative ha bruciato quasi 8.500 ore di volo, segnando un nuovo record dello spreco di denaro pubblico: è come se ci fosse stato un velivolo sempre in cielo, notte e giorno, senza sosta per un intero anno. Un viaggio ininterrotto lungo 365 giorni: quanto basta per andare su Marte e tornare indietro. Un paragone ridicolo? Anche i nostri politici spesso ordinano missioni assurde: «Per due volte un membro dell’esecutivo ha preteso un jet che lo portasse da Milano Linate a Milano Malpensa. Il Falcon è partito da Roma Ciampino, è atterrato a Linate per caricare l’autorità e ha compiuto la trasferta di cinque minuti per poi rientrare nella capitale. Una spesa senza senso solo per assecondare i capricci di un ministro», racconta a “l’Espresso” un alto ufficiale dell’Aeronautica.

La manovra che riesce meglio ai ministri è proprio quella che ogni weekend li fa atterrare accanto a casa. Mentre il costo di questi sfizi d’alta quota resta un mistero, protetto dai burocrati di casta. Il valore commerciale delle ore di volo – ossia quello che si pagherebbe per noleggiare gli stessi aerei da una compagnia privata – è di oltre 100 milioni di euro l’anno. Ma sull’amministrazione pubblica pesano soltanto carburante, ricambi e manutenzione per un totale che dovrebbe comunque superare i 60 milioni.

Non solo: i politici viaggiano due volte a sbafo. Palazzo Chigi si dimentica di rimborsare le somme spese dall’Aeronautica. E non si tratta di cifre secondarie: lo studio della Fondazione Icsa, il più importante think tank italiano di questioni strategiche, mostra un debito di ben 250 milioni di euro. L’analisi presentata dal generale Leonardo Tricarico, ex comandante dell’aviazione ed ex consigliere di Berlusconi, evidenzia come in un decennio la presidenza del Consiglio si sia lasciata alle spalle una montagna di quattrini anticipati dai militari per le trasferte ufficiali e le gite dell’esecutivo. Solo lo scorso anno l’Aeronautica si è accollata 25 milioni di euro per i viaggi a scrocco; nel 2009 sono stati 23 milioni e nel 2008 altri 20, quasi tutti sborsati dopo il ritorno di Silvio al potere. Il primato risale al vecchio esecutivo del Cavaliere, con i 30 milioni regalati nel 2004 per i decolli frenetici della campagna elettorale delle Europee che videro il trionfo del centrodestra.

Ma queste somme rappresentano soltanto una parte dello sperpero alimentato dagli habitué dei voli blu: sono l’extra dell’extra. Ogni dicembre la Difesa preventiva uno stanziamento molto frugale per l’anno successivo, assecondando i buoni propositi di Giulio Tremonti: per il 2011 sono stati ipotizzati 4 milioni. Una cifra beffarda, che basta appena per qualche mese di combustibile. Così a giugno si rifanno i calcoli e si cerca di ripianare le fatture per lo sfrecciare dei politici alati. Che sono più veloci dei fondi e si lasciano una scia di euro bruciati oltre tutti i limiti. Nel 2009 ci sono state 1.963 “missioni di Stato”: più di cinque al giorno, includendo sabati e domeniche. Un attivismo impressionante, proseguito nel primo trimestre 2010 con altre 486 spedizioni. Impossibile decifrare quale sia stata la spesa globale: si ritiene che nell’ultimo decennio abbia superato di gran lunga gli 800 milioni.

L’Espresso 01.07.11

"Le assunzioni ci saranno, ma in che misura?", di S.L.P. da La Tecnica della Scuola

La Gelmini rassicura i precari della scuola: le assunzioni si faranno come previsto nel decreto Sviluppo. Il piano riguarda circa 65mila precari. Ciò significa, che, malgrado qualche ora di trepidazione dopo la presentazione della manovra finanziaria che prevede il blocco del turn over in larga parte del pubblico impiego, è certo, da quanto dichiarato dalla Gelmini stamattina in un incontro a Roma, che la scuola non rientrerà in questo piano.

Nelle prossime settimane, ha aggiunto il Ministro, ci sarà un tavolo tecnico a palazzo Chigi per definire le modalità di questo piano, tanto attese da tutti il mondo dei precari storici. Secondo le previsioni del governo per assorbire tutti i precari in lista potrebbero bastare anche meno di sei anni, in quanto il Piano triennale per le immissioni in ruolo prevede “l’assunzione a tempo indeterminato di docenti” e Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari) “su tutti i posti disponibili e vacanti in ciascun anno”.
Quest’anno i posti vacanti sono 67 mila: 30mila docenti e 37mila Ata. E dovrebbero essere proprio 67 mila i posti assegnati a settembre.
Con una clausola che fa riflettere: il piano dovrà essere «annualmente verificato » dai tre ministeri. Insomma, le cifre si scriveranno anno per anno.
Siamo tutti memori, però, di un altro famoso piano di assunzioni, quelle del ministro Fioroni: per il triennio 2007/2010, 150.000 assunzioni docenti e 30.000 Ata, che erano “ fondamentali per restituire alla scuola pubblica di questo Paese una condizione di qualità nel funzionamento, che si avvale, prima di tutto, della risorsa docenti e della continuità didattica che la stabilizzazione dei posti può assicurare.”
Di queste cifre i precari della scuola sono ancora in paziente attesa. Tanto più che, secondo le ultime indiscrezioni, l’autorizzazione da parte del Mef arriverà solo per 10.000 assunzioni di docenti e 6.500 Ata. Le assunzioni ci saranno, e già è qualcosa. Ma quante?

La Tecnica della Scuola 01.07.11