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"Palazzo Koch non è come la Rai", di Marcello Sorgi

La Banca d’Italia trattata come la Rai. La scelta del nuovo governatore, dopo che quello in carica è stato chiamato a Francoforte a presiedere la Bce, condotta più o meno come se si dovesse trovare un nuovo direttore di tg (tra l’altro nemmeno questo il governo riesce a fare). Durissima contro il governo, la nota con cui il Capo dello Stato ha cercato ieri di riportare nei giusti canali istituzionali il difficile negoziato su Bankitalia covava da giorni.

Dall’Inghilterra dove si era recato per ricevere la laurea ad honorem a Oxford, Giorgio Napolitano ha seguito a distanza, con crescente imbarazzo, le polemiche sempre più velenose su via Nazionale, le molte dichiarazioni a vanvera registrate dai giornali, l’anomala convocazione di Mario Draghi, governatore uscente in partenza per la Bce, da parte di Berlusconi. E appena rientrato in Italia è intervenuto con la severità che ritiene necessaria su una questione così seria.

Per il Capo dello Stato non ha senso l’alibi di cui finora il governo s’è fatto schermo, la legge varata sei anni fa dopo le sofferte dimissioni di Antonio Fazio per l’inchiesta su Antonveneta, con il nuovo meccanismo di nomina che prevede una sorta di concerto tra Palazzo Chigi e il direttorio della Banca d’Italia sul nome del candidato individuato dal presidente del Consiglio. Berlusconi finora ha evitato di indicare un nome a via Nazionale perché teme che venga impallinato dal direttorio della Banca, il quale a sua volta s’è riunito solo per far notare che senza il candidato non può esprimere il parere richiesto dalla legge. Di qui una serie di ritardi, e da un paio di giorni, stando alle indiscrezioni, un rinvio definitivo all’autunno, visto che l’insediamento di Draghi a Francoforte è previsto per il primo novembre. Ciò che appunto ha convinto Napolitano, a cui spetta la firma finale sul decreto di nomina, a muoversi e a far sentire energicamente la sua voce.

L’idea che il rinnovo del vertice di un’istituzione così importante come la Banca d’Italia, una volta attivata la procedura di nomina, possa essere lasciato in sospeso – né più né meno come avviene periodicamente per le nomine Rai, soggette ad ogni leggero cambiamento di clima politico, e ridotte a un borsino delle quotazioni che ricorda le corse dei cavalli – è semplicemente fuori dalla realtà. La nuova legge sarà pure infelice, come molte leggi frutto di emergenze e di compromessi dell’ultima ora. Ma non è certo inapplicabile.

Se Berlusconi intende proporre un solo candidato, come sembra orientato a fare, avanzando il nome del direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli, è nel suo pieno diritto. Va detto che si tratterebbe di una candidatura autorevole, come quelle, alternative, del direttore generale di Bankitalia Fabrizio Saccomanni e dell’attuale membro italiano del Direttorio della Bce Lorenzo Bini-Smaghi. Ma se lo fa sapendo che sul nome del professor Grilli esistono riserve interne a via Nazionale, dovute, non alla persona, ma al fatto che è apparso chiaramente come il candidato del ministro dell’Economia Tremonti, il premier, prima, ha il dovere di esplorare a fondo queste perplessità. E proprio perché spetta a lui l’onere della proposta, o fare un nome diverso, o condurre informalmente una trattativa preliminare su più nomi, per arrivare a un accordo evitando alle istituzioni coinvolte nel procedimento di nomina la sensazione di un’imposizione.

Un negoziato chiaro, aperto e trasparente, ancorché riservato, vista la delicatezza del problema da risolvere: che parta dalla considerazione che tutti i candidati hanno le carte in regola per succedere a Draghi, che Palazzo Chigi non vuole a tutti i costi mettere un suo uomo in via Nazionale,ma arrivare alla scelta migliore e più condivisa. Si tratta semplicemente di rispettare lo spirito di una legge complicata, magari, ma esplicitamente mirata a far sì che la Banca d’Italia mantenga la sua indispensabile e connaturata autonomia. A farlo, inoltre, Berlusconi avrebbe tutto da guadagnarci: invece di apparire, come sembra, tirato da una parte e dall’altra e non in grado di arrivare a una decisione, se il prescelto non dovesse essere il candidato del ministro dell’Economia, o quello che appare tale anche a dispetto di se stesso, alla fine potrebbe dire a Tremonti che non è dipeso da lui.

La Stampa 01.07.11

"La politica del rinvio", di Claudio Tito

Questo governo è ormai incapace di assumere decisioni. La sua maggioranza è troppo debole e confusa per segnare una linea netta. Ogni scelta diventa un compromesso al ribasso. Quel che è accaduto ieri in consiglio dei ministri rappresenta plasticamente una coalizione che balbetta senza sosta.
Sull´emergenza rifiuti a Napoli si è addirittura spaccata con il voto esplicitamente contrario della Lega al decreto sollecitato anche dal presidente della Repubblica. Sulla manovra economica ha rinviato di fatto ogni risoluzione al 2014: quando l´attuale Parlamento sarà ormai scaduto. E infine ha fatto slittare la designazione del successore di Mario Draghi alla Banca d´Italia.
Un esecutivo dunque condizionato dalle sue debolezze e da una alleanza che si sente precocemente esausta. Come se avvertisse in anticipo la fine della legislatura. Non si spiegherebbe altrimenti il clamoroso capitombolo in cui è incorso mercoledì scorso alla Camera sulla cosiddetta legge comunitaria. Un provvedimento delicato, svanito per le assenze di quasi sessanta deputati del centrodestra e che ora può esporre l´Italia a salatissime sanzioni da parte dell´Unione europea.
Ma a pagare la fragilità del governo è soprattutto la manovra economica. Che al momento si presenta come un contenitore vuoto. Un insieme di “desiderata” da realizzare successivamente. Il suo obiettivo principale sarebbe quello di rispettare gli impegni europei sul debito, che negli ultimi anni è schizzato al 120 per cento. Eppure tutto viene rimandato al 2013-2014. Come una “maxi-rata” per l´acquisto di una vettura. Un modo per scaricare sul prossimo Parlamento e sul prossimo governo l´urgenza di misure draconiane per recuperare in due anni almeno 40 miliardi di euro. Proprio il contrario dell´appello alla «responsabilità» lanciato dal capo dello Stato. E sebbene il presidente del consiglio continui ad assegnare le colpe dell´esplosione del nostro debito sui governi della Prima Repubblica, dimentica che solo quattro anni fa il rapporto debito/pil si attestava al 103%. E che nel 1990 era stabilmente al 99%.
Il punto, comunque, è che tutti gli interventi annunciati sono coniugati al futuro e soprattutto non sono illustrati nei loro contenuti. Non si capisce su cosa inciderà il bisturi del risparmio e come verrà finanziato l´aiuto allo sviluppo promesso. Il governo assicura che ci sarà una graduale riduzione dell´Irap e che i giovani imprenditori saranno incentivati con un forfait fiscale del 5 per cento. Ma la copertura al momento appare ignota. Soprattutto se – come hanno ribadito il premier e il Ministro Tremonti – non verrà aumentata l´Iva. Tutto sembra congelato in un equilibrio talmente precario da rendere ogni passo incerto. Anzi, tutto diventa solo futuribile. Come la riforma fiscale e quella previdenziale. Le tre aliquote irpef contenute nella delega entreranno in vigore entro tre anni. Ossia entro il 2014. Quando, appunto, questo governo e queste Camere non ci saranno più. E la riduzione delle tasse verrebbe finanziata con una revisione del sistema delle detrazioni e delle deduzioni e con il recupero dell´evasione fiscale. Uno strumento, quest´ultimo, che venne criticato già in passato dal Quirinale per un motivo molto semplice: associa uscite certe e entrate incerte. Senza contare che la sforbiciata ai costi della politica non sono affatto immediati: riguarderà, appunto, la prossima legislatura. «Non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani», ha detto Berlusconi preoccupato di non peggiorare il suo tasso di popolarità. In questo caso, però, non le ha messe per togliere ma neanche per aggiungere.
Tutto è rinviato, tutto appartiene al futuro. Ma, come ammoniva John Maynard Keynes, «nel lungo periodo siamo tutti morti».

La Repubblica 01.07.11

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“LA MANOVRA INIQUA”, di CHIARA SARACENO
Curioso: in una manovra che sposta al 2013-14, cioè dopo la fine della legislatura, gran parte delle misure più significative sia sul piano finanziario che su quello simbolico e della equità (ad esempio riduzione dei costi della politica, riduzione dei vitalizi per i parlamentari), si pensi invece di introdurre da subito quelle che incidono più negativamente sulla vita quotidiana e in particolare sulla vita delle donne, come madri e come lavoratrici. Secondo le bozze che circolano, viene previsto un nuovo, pesante, intervento sulla scuola, che di fatto ridurrà ulteriormente non solo i posti di lavoro (per lo più femminili) ma anche l´offerta di tempo e qualità scolastica. Verrà ulteriormente ridotto il tempo pieno scolastico nelle scuole elementari, mai diventato la norma nonostante tutte le dichiarazioni a favore della occupazione femminile e nonostante oggi la maggior parte delle mamme con bambini in età scolare sia occupata. Un numero crescente di famiglie dovrà affidarsi alla propria creatività e risorse private per tenere assieme occupazione dei genitori, soprattutto della madre, e bisogni di cura e supervisione dei figli, aumentando le disuguaglianze tra famiglie, donne, ma anche bambini. La riduzione del turnover di fatto provocherà anche una ulteriore compressione del tempo che ogni insegnante (i cui stipendi tutt´altro che elevati nel frattempo vengono bloccati fino al 2014) avrà sia per dedicarsi individualmente agli allievi sia per formarsi e aggiornarsi adeguatamente. Ciò avviene proprio in un periodo in cui la crescente diversificazione della popolazione scolastica richiederebbe maggiore attenzione individualizzata e maggiori competenze non solo nelle discipline di insegnamento.
Ha ragione Napolitano a dire che una manovra fiscale è necessaria per tentare di mettere i conti in ordine ed evitare il rischio Grecia. E nessuno potrà essere del tutto esentato da pagarne parte del prezzo. Ma, al di là del merito sulle singole misure su cui pure ci sarebbe da discutere, c´è qualche cosa di insopportabilmente ingiusto nell´utilizzare il criterio del tempo per colpire subito coloro che sono ritenuti socialmente più deboli e meno legittimati a fare valere i propri interessi – gli insegnanti, le donne lavoratrici, i bambini – rimandando a un futuro al di fuori della propria responsabilità l´intervento sugli interessi dei soggetti forti. È inoltre anche fortemente miope: non investire nella scuola, delegittimare e squalificare gli insegnanti – lo sport preferito di questo governo e della sua ministra dell´istruzione – significa non investire nella generazione più giovane, indebolirne in partenza i diritti e qualità di cittadini. Analogamente, continuare ad agire come se le donne potessero farsi carico di tutto – della cura ma anche del lavoro remunerato – pagandone anche i costi sul piano del tempo e della progressione nel reddito e nel lavoro, significa sacrificare le potenzialità di metà della popolazione. Ciò può andare bene a una classe dirigente maschile molto anziana e legata ai propri privilegi monopolistici. Ma è uno spreco che una società in affanno come la nostra non dovrebbe potersi permettere.

La Repubblica 01.07.11

Grande partecipazione alla Festa nazionale dell’economia sostenibile a Carpi per Walter Veltroni.

Oltre 600 persone hanno partecipato all’intervista condotta dal giornalista Luca Ponzi a Walter Veltroni che ha toccato i temi inerenti la legalità, la criminalità e la giustizia. L’ex segretario del PD, che fa parte della Commissione Parlamentare antimafia, ha sottolineato come la legalità sia “una parola chiave. Veniamo da anni nei quali chi ci governa ha manifestato fastidio per la legalità, e questo non può che favorire la crescente illegalità diffusa – ha dichiarato il dirigente del PD – Oggi mafia, camorra e ndrangheta si stanno insediando in interi territorio anche nel Centro Nord del Paese. Tutti devono vigilare, perché non c’è nessuna regione al riparo da questo rischio, e dove c’è un’economia fiorente arriva la spregiudicata azione dei poteri criminali e mafiosi che esercita forme di controllo sociale – ha spiegato Veltroni – dopo aver succhiato sangue alle regioni meridionali, la criminalità organizzata adesso si insedia dove c’è un’economia ricca, prima col traffico della droga e poi con le estorsioni. Con il contante ottenuto acquista imprese, soprattutto in questo momento di credito ristretto dalle banche, o ricicla il denaro sporco con attività commerciali – ha proseguito Veltroni – la criminalità organizzata acquista aziende pulite e partecipa ad appalti, comprando politici con i soldi, i voti o minacciandoli. Questo protocollo si sta estendendo in gran parte del Paese, ma può e deve essere contrastato senza abbassare mai la guardia, con la cultura della solidarietà e con istituzioni forti, come avviene qui in Emilia, dove c’è un alto grado di resistenza della società e della politica. Una società civile strutturata e forte, fondata su solidarietà e idea di comunità è fondamentale per contrastare questi fenomeni”.

“La Loggia P2 è stata un colpo di stato, perché di fatto è stata una forma di penetrazione di poteri estranei alla democrazia dentro le istituzioni. Un Paese che non riesce a colmare i suoi buchi e a scoprire la verità sulla sua storia indebolisce la sua democrazia – ha ricordato Veltroni, citando tutti i segreti mai chiariti della cosiddetta Notte della Repubblica e ricordando la strage di Bologna, Ustica e le numerose stragi che hanno segnato il nostro Paese. Sui temi della giustizia e dell’attualità ha affermato: “Tutto ciò che è estraneo alla stretta materia processuale non deve essere pubblicato, in particolare ciò che riguarda la vita privata delle persone – ha precisato Veltroni, ricordando la posizione del PD – ma tutto ciò che è utile alle indagini e può essere intercettato, deve essere intercettato. Purtroppo finché c’è Berlusconi alla guida del Governo non mi pare si possa fare una riforma della giustizia utile al Paese. Se c’è un momento della storia in cui chi governa ha svillaneggiato la parola legalità è il tempo in cui Berlusconi ha governato, un tempo che noi speriamo volga al termine al più presto”.

“C’è una nuova generazione che sta crescendo ed è stanca di questo lungo buio – ha concluso il dirigente del PD – e scuola, ambiente e legalità sono le tre parole chiave per coinvolgerli in un progetto di futuro per il nostro Paese”.

La festa del PD sulla green economy prosegue nel fine settimana con numerose iniziative. Questa sera intervista all’europarlamentare Debora Serracchiani e al segretario regionale Stefano Bonaccini e domani, sabato 2 luglio, alle ore 21 iniziativa sul tema “Donne oggetto: televisione, web, e pubblicità nella sfida per la dignità delle donne”, con le parlamentari del PD Manuela Ghizzoni e Emilia De Biasi, la psicologa Judith Pinnock e Luisa Turci, Sindaco di Novi. Nel corso dell’iniziativa verrà presentata la Conferenza provinciale delle donne democratiche.

Proposta di legge PD sulla qualificazione degli addetti alla tutela e valorizzazione dei beni culturali", di Milena Grieco

Creazione di un registro professionale e certificazione per l’accesso alla professione. La proposta prevede un sistema di certificazione per dimostrare di avere i requisiti minimi per accedere alla professione di restauratore, la creazione di un registro nazionale di professioni relative ai beni culturali, e l’adeguamento alle leggi europee per assicurare il libero esercizio dell’attivitá in tutti gli Stati membri.
Queste le principali novitá contenute nel disegno di legge presentato a Palazzo Madama nel corso di una conferenza stampa da Matteo Orfini, responsabile nazionale della cultura del Partito Democratico e da Andrea Marcucci a nome dei senatori democratici della commissione cultura del Senato.
Gli esponenti Pd spiegano che la proposta “riguarda oltre 20 mila persone, in agitazione dal luglio del 2010 per un decreto del governo che garantisce l’accesso alla professione, solo attraverso un determinato percorso formativo o lavorativo, e l’impossibilitá per le regioni di organizzare appositi corsi riconosciuti”.
In modo particolare, ricordano Marcucci e Orfini, secondo il decreto i requisiti devono essere maturati entro il 2001, “vanificando per i giovani restauratori 10 anni di attivitá “.
Si tratta di “un sistema assurdo che va subito riformato”, denuncia Marcucci, primo firmatario del disegno di legge. “Con la nostra proposta – spiega – prevediamo l’attribuzione di un determinato punteggio in relazione a ciascun titolo di studio e a ciascun anno di esperienza lavorativa svolta”.
Secondo i parlamentari democratici “la disciplina transitoria proposta ha inoltre, rispetto a quella vigente, il vantaggio di consentire a coloro che al momento dell’emanazione dei bandi non possiedano ancora tutti i requisiti richiesti, di perfezionare la loro situazione negli anni successivi attraverso l’accumulo dei punteggi ancora mancanti”.
Soddisfatto Orfini: “la proposta che presentiamo al Senato è il frutto di un lungo, appassionato e faticoso lavoro delle associazioni di settore. delle rappresentanze sindacali, di funzionari della PA dei beni culturali che hanno fornito un fondamentale apporto tecnico, giuridico e intellettuale alla stesura di un testo normativo di risoluzione di questo annoso problema. Mi auguro ora che sia rapidamente approvato”.
Soddisfazione anche fra i sindacati e le associazioni del settore: Feneal, Filca e Fillea: “valutiamo con interesse la proposta di riforma dell’art.182 promossa dal Pd nel tentativo di tenere insieme il sapere ed il saper fare.
Proposta che, tra l’altro, tiene conto delle richieste giá avanzate in passato.
Associazione “la ragione del restauro”: ringraziamo tutti coloro che si sono adoperati per rendere possibile la presentazione del progetto di legge – che, pur salvaguardando le esigenze di tutela del patrimonio storico e artistico della Nazione, si caratterizza per la sua semplicità e innovatività
L’Associazione Nazionale Archeologi auspica che, in un momento di grande fragilità per il patrimonio culturale italiano, la proposta venga accolta favorevolmente anche dal Governo e dal Ministro Galan.
La Confederazione Italiana Archeologi: accogliamo con grande soddisfazione la presentazione della proposta di legge del PD finalizzata a risolvere la questione della qualificazione degli operatori dei Beni Culturali.
Ci auguriamo che la proposta di legge possa trovare largo favore tra tutte le forze politiche del Parlamento e che possa essere approvata in tempi rapidi per consentire a decine di migliaia di professionisti di venir riconosciuti anche dal punto di vista legislativo.

www.partitodemocratico.it

"Contratti, il coraggio di guardare avanti", di Tito Boeri

Ci sono voluti 18 anni. Ma alla fine l´accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria sulle nuove regole della contrattazione e sulla rappresentanza è arrivato. Compie passi in avanti importanti su due aspetti cruciali: il decentramento della contrattazione e l´esigibilità dei contratti.Le parti sociali mostrano di avere capito la gravità del momento dando un segnale importante per chi vuole investire nel nostro paese. È un gesto di responsabilità che contrasta con il comportamento di quei politici che ci stanno condannando a pagare tasse più alte chiedendo di abbassare le imposte e opponendosi a ogni taglio della spesa pubblica, con l´unico risultato di far aumentare gli interessi sul debito pubblico. Contrasta ancor di più con lo scherzare col fuoco di un governo che continua a non fare nulla per la crescita del Paese e che rinvia ai futuri governi l´onere politico dell´aggiustamento fiscale.
Le parti sociali, come è giusto che fosse, hanno deciso in piena autonomia, senza interferenze della politica. Significativo che il ministro del Welfare abbia commentato un accordo che torna ad affiancare le sigle di Cgil, Cisl e Uil rimarcando “il pluralismo sindacale accentuato” presente nel nostro paese. La costante nelle scelte di Maurizio Sacconi, prima da sottosegretario poi da ministro, è stato il tentativo di dividere il sindacato. Si tratta di una politica miope e suicida soprattutto quando sono in gioco le regole della contrattazione che devono forzatamente essere condivise da tutti i maggiori agenti contrattuali. Come sottolineato a suo tempo su questo giornale, il protocollo siglato nel gennaio del 2009 sotto il diktat del ministro del Welfare nasceva già morto, proprio perché escludeva la Cgil. Era un´esclusione voluta, perché non cercava un´intesa su entrambi gli aspetti, livelli della contrattazione e rappresentanze sindacali, trovando un equilibrio fra le richieste di Cisl e Uil (che puntano fortemente sul decentramento della contrattazione) e Cgil (che, da sindacato maggioritario, è sempre stata favorevole a far valere i numeri degli iscritti). Per fortuna questa volta Sacconi è rimasto fuori dalla trattativa.
L´accordo siglato ieri rafforza il peso della contrattazione decentrata, azienda per azienda. Lo fa stabilendo che i contratti nazionali possano contenere “clausole d´uscita” come quelle in vigore ormai da vent´anni in Germania. Offrono alla contrattazione aziendale la possibilità di derogare ai minimi salariali fissati dalla contrattazione nazionale «al fine di gestire situazioni di crisi o in presenza di investimenti significativi per favorire lo sviluppo economico e occupazionale dell´impresa». È la clausola che ha permesso alle imprese dell´Est della Germania di contenere le emorragie occupazionali dopo l´unificazione e che, durante la Grande Recessione ha permesso di evitare massicce perdite di posti di lavoro (in Germania la disoccupazione è addirittura diminuita nel 2009!) grazie a scambi virtuosi fra, da una parte, riduzioni di orari e salari e, dall´altra, mantenimento dei livelli occupazionali. Questa innovazione esplicitamente introdotta in un accordo interconfederale è molto importante in un paese come il nostro dove c´è moltissima eterogeneità nell´efficienza delle imprese: alcune si possono permettere di pagare salari molto più alti di quelli fissati dal contratto nazionale, mentre altre vengono sospinte verso il sommerso da minimi retributivi troppo alti per gli standard di produttività che riescono a conseguire.
L´accordo compie passi in avanti significativi anche sul piano dell´esigibilità dei contratti, vale a dire della natura vincolante degli impegni che il sindacato può prendere in sede di negoziato con i datori di lavoro. È il nodo emerso nei casi di Pomigliano, Mirafiori e Garlasco dove un sindacato diviso non poteva garantire il rispetto da parte di tutti degli accordi presi prima dell´attuazione del piano di investimenti proposto dall´azienda. Un sindacato che non può prendere impegni vincolanti non può negoziare e un investitore non accetterà mai di mettere tanti soldi in un´azienda se sa che l´accordo raggiunto può essere rimesso in discussione dopo che l´investimento è stato attuato. L´accordo siglato martedì definisce (pur con una certa macchinosità) le rappresentanze sindacali e le vincola tutte al rispetto degli impegni sottoscritti dalla maggioranza. Le regole sono inevitabilmente diverse per le imprese in cui i contratti sono negoziati da rappresentanti dei lavoratori (aziende con Rappresentanze sindacali unitarie, Rsu, votate dai lavoratori) e in quelle dove esistono soltanto delegati sindacali (Rappresentanze sindacali d´azienda, Rsa) scelti dagli iscritti anziché da tutti i lavoratori. Nel primo caso (si tratta soprattutto di aziende nell´industria ad eccezione del metalmeccanico) basterà l´accordo della maggioranza della Rsu per imporre il rispetto dell´accordo per tutti. Nelle aziende con Rsa per rendere il contratto vincolante per tutti ci vorrà l´accordo di tutte e tre – Cgil, Cisl e Uil – oppure un referendum, presenti almeno il 50 per cento dei lavoratori. Se i sindacati in minoranza dovranno così rispettare le scelte della maggioranza, non per questo perderanno il diritto ad avere diritto di cittadinanza in azienda, come invece accaduto a Mirafiori.
Non è un accordo che guarda al caso Fiat: varrà solo d´ora in poi e non retroattivamente come chiedeva il Lingotto. Ma, come si è visto, tiene conto delle lezioni di Pomigliano e Mirafiori. Dovrebbe anche evitare di ideologizzare il confronto come avvenuto, spesso sulla pelle dei lavoratori, in quei casi. Nell´affrontare il nodo delicato e per lunghissimo tempo irrisolto della democrazia sindacale, può stimolare maggiori investimenti in Italia e diffondere regole retributive che leghino più strettamente salari e produttività, stimolando la crescita del paese. Bene che i contratti nazionali che verranno d´ora in poi siglati recepiscano i principi di questo accordo interconfederale, a partire dalle clausole d´uscita, e riconoscano che ci sono tante aziende in cui non ci sono né Rsu, né Rsa. Per queste aziende dovrà essere direttamente il contratto nazionale a definire regole che permettano di legare salari e produttività, salvando posti di lavoro e permettendo, nelle imprese più efficienti che non hanno contrattazione aziendale, incrementi dei salari senza dover ricorrere alla contrattazione individuale.

La Repubblica 30.06.11

Roma – Festa dell'Unità – La conoscenza, bene comune

Martedì 5 luglio ore 20.30 – palco Caracalla
Festa dell’Unità di Roma http://www.pdroma.net/festaunitaroma/

La conoscenza, bene comune.
L’università per il futuro. Un futuro per l’università.

Intervengono
Manuela Ghizzoni (capogruppo PD in Commissione Cultura della Camera dei Deputati)
Marco Meloni (responsabile Università e ricerca del Partito Democratico)

Francesco Sylos Labini (fisico e autore, con Stefano Zapperi, del libro “I ricercatori non crescono sugli alberi”)

Giovanni Rosa (Circolo PD Sapienza – docente di fisica sperimentale all’Università la Sapienza di Roma)

Alessandro Ferretti (portavoce nazionale della Rete 29 Aprile)

Rappresentanti dell’associazione Studenti Democratici e del Coordinamento Precari dell’Università

Coordina

Lucia Zabatta (responsabile università e ricerca PD Roma)

«Licenziamo solo le donne così stanno a casa con i figli», di Laura Matteucci

«Licenziamo le donne così possono stare a casa a curare i bambini, e poi quello che portano casa è il secondo stipendio…». Anno domini 2011 dopo Cristo, profondo nord. Siamo a Inzago, comune in provincia di Milano sulla strada che porta a Bergamo: qui galleggia tra crisi e ripresa la Ma-Vib, piccola azienda che produce motori elettrici per impianti di condizionamento, con 30 dipendenti, 18 donne e 12 uomini. Oggi scioperano, presidiano e decidono il da farsi, dopo le ultime prese di posizione di una proprietà ineffabile, uscita fresca fresca dall’italietta paternalistica degli anni Cinquanta e mai approdata al XXI secolo. Qualche calo produttivo, e la cassa integrazione inizia già quattro anni fa a corrente alternata, poi negli ultimi mesi si fa più massiccia (e senza anticipi), con una media di incidenza di 2-3 settimane al mese. Ma il punto è un altro: i dipendenti messi in cig sono solo donne, con l’eccezione di un uomo che sembra davvero confermare la regola. La motivazione, così come informano i sindacati, è grottesca: «Ci hanno spiegato che “le donne possono stare a casa a curare i bambini e che comunque il loro è il secondo stipendio” – dice Fabio Mangiafico della Fiom Cgil di Milano, che segue l’azienda manifatturiera –È purtroppo vero che la discriminazione nei confronti delle donne è una costante nei luoghi di lavoro, ma fatta in un modo così becero è un caso più unico che raro». L’incontro di ieri con i vertici aziendali ha fatto precipitare la situazione: ai sindacati che proponevano il contratto di solidarietà (si lavora meno, a stipendio ridotto ma senza licenziamenti), l’azienda ha opposto l’idea di aprire la procedura di mobilità (leggi, licenziare) una decina di dipendenti a partire da settembre, nonostante la prima opzione alleggerirebbe i conti esattamente come la seconda. Si tratterebbe, va da sè, delle stesse persone già colpite dalla cassa integrazione, ovvero praticamente solo donne. Anna (nome di fantasia, perchè la paura di rappresaglie è diffusa) lavora alla Ma-Vib da parecchi anni, di figli non ne ha (e non è l’unica), lo stipendio le serve eccome: «Il privato dei dipendenti è privato e a loro non deve interessare – dice – In azienda gli uomini sono un po’ protetti, la proprietà li vede come capifamiglia, e noi finora abbiamo subito la situazione, ma non intendiamo continuare a stare lì a guardare». Alla Ma-Vib in età di prepensionamento non c’è nessuno, e comunque i sindacati parlano di una situazione finanziaria e imprenditoriale con qualche difficoltà, qualche calo produttivo, ma senza i problemi drammatici che in questi anni di crisi molte altre aziende hanno invece dovuto fronteggiare. Le donne licenziande, tra i 30 e i 40 anni, sarebbero peraltro tutte operaie che montano i motori, quindi anche la strategia imprenditoriale resta oscura. «Se l’azienda dovesse insistere con i licenziamenti – riprende Mangiafico – è chiaro che non sarebbe difficile dimostrarne in sede legale il comportamento discriminatorio, ma intanto i tempi si allungherebbero, e molte dipendenti rimarrebbero fuori dalla fabbrica».

L’Unità 30.06.11