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"Scuola a maglie strette per disabili e sostegno", di Lorenzo Salvia

Dall’anno prossimo si dovrà rispettare solo il limite per le classi senza disabili: 29 alla materna, 27 alle elementari, 30 dalle medie alle superiori. Salta il tetto al numero degli alunni nelle classi dove ci sono ragazzi disabili. Oggi, dice la legge peraltro non sempre rispettata, possono essere al massimo 20. Ma dall’anno prossimo si dovrà rispettare solo il limite per le classi senza disabili: 29 alla materna, 27 alle elementari, 30 dalle medie alle superiori. Lo stabilisce la bozza della manovra, precisando che dall’anno prossimo la nuova regola varrà solo per le prime classi (come la prima elementare o la prima media) e a patto che sia garantito il rapporto di un insegnante di sostegno per ogni studente disabile. In generale il rapporto resta di due studenti per ogni insegnante di sostegno — come stabilito nella Finanziaria 2007 dal governo Prodi, con una norma poi bocciata dalla Corte costituzionale — e saranno ancora possibili le deroghe per «assicurare la piena tutela dell’integrazione» . Stretta sulle procedure per ottenere la certificazione della disabilità, con l’aggiunta nelle commissioni di un funzionario dell’Inps. Mentre si prevede, in futuro, di coinvolgere nell’integrazione dei disabili non solo gli insegnanti di sostegno ma anche quelli delle materie normali, raccogliendo una proposta di Fondazione Agnelli, Caritas e Associazione TreeLLLe. «Non ci sono tagli— dice il ministro dell’Istruzione — è un provvedimento che non toglie ma garantisce nuovi servizi» . Di parere opposto Manuela Ghizzoni, Pd: «Una rivoluzione a tradimento che colpisce i più deboli» .

IL Corriere della Sera 30.06.11

"Il risveglio civile", di Miguel Gotor

Dopo i successi alle amministrative e al referendum il discorso pubblico progressista è esploso come un tappo di champagne. Gli stessi che per anni avevano fomentato un racconto disfattista del nostro Paese si sono trasformati nei cantori della nuova Italia.
Un´Italia risorta dalle ceneri del berlusconismo, dato all´improvviso come spacciato. Delle due l´una: o sbagliavano allora, descrivendo un popolo diviso tra anime morte, asservite al Cavaliere, e un manipolo di resistenti senza macchia e senza paura, o sbagliano adesso decantando le magnifiche sorti e progressive di un´inarrestabile primavera italiana. In realtà c´è una terza possibilità, quella più urticante: che sbagliassero ieri e oggi, pretendendo di dividere la complessità della realtà nazionale in bianco e nero, apocalittici o integrati, resurrezione o consunzione. In questo discorso pubblico si possono distinguere due filoni principali. Quello egemone ha interpretato il doppio successo in modo tradizionale, come una vittoria della società civile contro i partiti, della politica autorganizzata «da quattro o cinque amici» contro i «politicanti di ogni risma e “giornalisti” spesso più politicanti dei politicanti» (copyright dell´antipoliticante Flores d´Arcais). I primi necessariamente puri e duri, i secondi destinati a morte sicura.
Tale lettura nasce nel corso degli anni Ottanta a destra, tra le pagine di politologi insigni come Gianfranco Miglio e Nicola Matteucci, ma si è progressivamente spostata a sinistra, offrendo il sogno di una scorciatoia carismatica e l´idea del partito come foglia secca da spazzare via. In questo modo si è nutrita trasversalmente una spoliticizzazione del pensiero democratico alla cui analisi ha dedicato di recente un libro importante Geminello Preterossi, La politica negata (Roma-Bari, Laterza). All´interno di tale filone la società civile è esaltata a prescindere contro il palazzo e la casta. La trasmigrazione da destra a sinistra di questa ideologia post-politica è il frutto più amaro del fallimento della stagione dei movimenti degli anni Settanta e si iscrive dentro una critica al principio della rappresentanza.
Si tratta di una lettura vecchia, affermatasi nel biennio 1992-1993 con la sua teoria della supplenza (dei magistrati, dei tecnocrati, degli imprenditori, dei cittadini), che ha accompagnato il crollo della prima Repubblica e poi ha contribuito a determinare il successo di Berlusconi. Si parla di egemonia a ragion veduta perché quanti hanno proposto questa interpretazione si sono saldati con gli attendisti, ossia con coloro i quali hanno prosperato nella svalutazione della politica, la principale opzione su cui Berlusconi ha costruito la propria vittoria. Né di qua, né di là, ma in mezzo, a pedalare con ardore per cercare di tenere la bicicletta in piedi, ieri denunciando l´insufficienza dell´opposizione, oggi esaltando le ragioni della società civile contro la casta corrotta perché così si resta sempre a favore di vento. Con una formula si potrebbe dire che il berlusconismo è stato spirito padronale più il puntello del terzismo, una miscela che ha prodotto come reazione l´ossessione anti-berlusconiana. In una fase di crisi del blocco sociale e politico berlusconianleghista, le due minoranze si stanno dando la mano, sostenendosi a vicenda perché il mondo vecchio, nel quale avevano prosperato, non regge più, ma quello nuovo non nasce ancora. L´egemonia di questo posizionamento pubblico deriva da siffatta alleanza implicita tra chi è contro il palazzo e chi è contro la casta, in cui ci si dimentica che se tutti rubano nessuno ruba e se tutti sono dei corrotti nessuno lo è: il discorso così impostato produce irresponsabilità individuale alimentando una fuga dalla politica che è diventato senso comune ed è il prerequisito per l´affermazione, nuova e ventura, di un´altra destra.
Il secondo filone ritiene che la ricostruzione di questo Paese possa avvenire intorno a una rivalutazione della politica che rinnovi anche la forma partito. Alla base c´è la proposta di un accordo paritario con la società civile. Indica un percorso chiaro e nuovo: dalla contrapposizione all´alleanza puntando sul rinnovamento degli strumenti della mediazione e della partecipazione volontaria, dai partiti alle associazioni, dai comitati civici ai corpi intermedi laici ed ecclesiastici, con tutti gli strumenti possibili, dalle nuove tecnologie alle forme tradizionali di militanza e di formazione che sarebbe miope vedere in antitesi: hard power e soft power connessi insieme.
Il progetto di un´alleanza e di un risveglio civile rappresenta una sfida in grado di modificare i vecchi equilibri di potere e proprio per questa ragione viene osteggiato. Esso può rappresentare il propellente di un nuovo impulso riformatore, di un “disturbo” che tutti in Italia auspicano a parole, ma nessuno vuole veramente, preferendo una politica sotto schiaffo e screditata. Da soli o, peggio contrapposti, sia gli uni (i partiti) sia gli altri (la società civile) finirebbero per perdere di nuovo entrambi.

La Repubblica 30.06.11

"Lega, la corda si spezza?", di Mariantonietta Colimberti

Oggi consiglio dei ministri caldo: il Carroccio minaccia lo strappo.
Non è certo un buon viatico per il consiglio dei ministri di oggi quanto avvenuto alla camera ieri, dove il governo è stato battuto più di una volta sulla legge comunitaria. Umberto Bossi ha negato che si sia trattato di un «avvertimento politico » (soltanto due degli assenti erano della Lega): «Un incidente» ha chiosato, confermando che sulla manovra la Lega porterà le sue modifiche.
Nella giornata di ieri il senatùr ha mandato qualche messaggio, ma nello stesso tempo ha evitato di lanciare proclami irreversibili e qualcuno del suo partito si è spinto anche a espressioni di apprezzamento per aspetti singoli della manovra (come quello per contrastare le pensioni di reversibilità delle badanti divenute mogli).
Primo messaggio di Bossi. A proposito della richiesta di arresto avanzata dai pm di Napoli nei confronti di Alfonso Papa, sulla quale la giunta per le autorizzazioni dovrà esprimersi mercoledì prossimo, ha scelto la provocazione appena dubitativa: «Penso che voteremo sì».
Secondo messaggio, il decreto sui rifiuti napoletani. Nell’ordine del giorno del consiglio dei ministri non compare, ma in serata Silvio Berlusconi ha assicurato ai deputati campani accorsi a palazzo Grazioli che il decreto si farà, ipotizzando anche una riunione del Consiglio dei ministri proprio a Napoli.
E la ministro dell’ambiente Prestigiacomo ha annunciato che oggi porterà il decreto: «Siamo un governo nazionale e dobbiamo farci carico dei problemi di tutto il paese. Occorre rendere possibile la solidarietà fra le regioni, consentendo in via straordinaria, temporanea e controllata, il trasferimento dei rifiuti campani».
I presidenti delle province di Napoli, Salerno, Avellino, tutti Pdl, allarmati per la mancata indicazione nell’ordine del giorno, nel pomeriggio avevano diffuso una nota nella quale sollecitavano «urgentemente» il governo «ad attivarsi e assumere misure immediate e concrete»: la possibilità «di trasportare rifiuti fuori regione». Questo mentre il governatore Stefano Caldoro da Bruxelles tornava a sparare a zero sulla Lega, colpevole di un ritardo «di almeno 15/20 giorni».
Un comportamento per il quale l’esponente del Pdl non aveva esitato a ribadire l’aggettivo di «irresponsabile». Sulla questione rifiuti il messaggio di Bossi è stato diretto: se il decreto verrà presentato «non passa tranquillamente, noi siamo contrari». Il senatùr è tornato ad avanzare l’ipotesi Calderoli: «Napoli tratti con ciascuna regione. Ho in mente una soluzione, un accordo con le regioni limitrofe».
Ma cosa ha in testa Bossi? E come potrà uscire da tutta questa vicenda senza dare l’impressione di aver ammainato la bandiera di Pontida? Nel partito, del resto, non tutti si esprimono allo stesso modo. Il sindaco di Verona, Flavio Tosi, ad esempio, ieri ipotizzava la concessione a Napoli di misure di emergenza per sei mesi al massimo.
Davvero a Bossi potrà bastare la modifica del patto di stabilità per i comuni virtuosi promessa da Giulio Tremonti? Di per sé non si tratterebbe di una vittoria che la Lega può ascrivere a se stessa. Si ricorderà che nel marzo di quest’anno fu il Pd a far approvare in “bicameralina” un emendamento per introdurre l’impegno a rivedere «a decorrere dal 2012» i tagli imposti dalla manovra dell’estate 2010 per le regioni in linea con gli obiettivi del patto di stabilità interno. E il presidente della Corte dei conti ha messo in guardia dal pericolo che i tagli alla spesa pubblica possano penalizzare la ripresa.
Sulla farsa del rinvio della parte forte della manovra agli anni successivi, ieri è intervenuto il presidente Napolitano: «Non c’è dubbio – ha detto a Oxford dove si trovava per ricevere una laurea honoris causa – che oggi ciascuno si prende le sue responsabilità per il domani».

da Europa Quotidiano 30.06.11

"Tagli, meno precari e mancate assunzioni, nella scuola a rischio altri 100mila posti", di Salvo Intravaia

Saranno accorpate un terzo delle 10.452 istituzioni scolastiche per ridurre il personale. La nuova legge permette di non confermare 30mila docenti di sostegno a contratto, Niente immissioni in ruolo e concorso a preside, rivoluzione nelle direzioni didattiche e nelle scuole medie di tutta la penisola, piccole scuole costrette a tirare avanti con un preside a tempo parziale, blocco dello stipendio per tre anni e mano pesante sul sostegno a favore degli alunni disabili.

Ecco l’impatto che, stando alle bozze che circolano in queste ore, la supermanovra economica da 44 miliardi potrebbe avere sulla scuola. Il condizionale è d’obbligo. Ma il mondo della scuola, nonostante le rassicuranti parole del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, è in subbuglio. “Al momento – ha dichiarato – nessun taglio agli organici della scuola, ai fondi per l’università e sui finanziamenti alla ricerca è previsto nella manovra economica attualmente in discussione che sarà presentata in Consiglio dei ministri”. Ma, in effetti, l’articolato suscita più di una preoccupazione. Del resto, se è previsto un intero articolo dal titolo “Razionalizzazione della spesa relativa all’organizzazione scolastica”, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, qualche risparmio sulla scuola l’avrà in mente. Vediamo quali. Il governo intende cancellare i circoli didattici – con sole scuole materne ed elementari – e le scuole medie, costituendo soltanto istituti comprensivi di scuola materna, elementare e media.

La rivoluzione interesserebbe 3.422 istituti: dallo smembramento e successivo riaccorpamento l’esecutivo intende ridurre le istituzioni scolastiche, attualmente 10.452. Una manovra che consentirebbe di risparmiare posti di dirigente scolastico, di segretario e di personale amministrativo. In più, la manovra prevede che le istituzioni con meno di 500 alunni, o 300 se in piccole isole o in comuni montani, non avranno più un preside a tempo pieno. Dovranno accontentarsi di un reggente: un capo d’istituto che guida due scuole. Le piccole scuole sono quasi 2.600. E, a questo punto, potrebbe anche saltare il concorso per 2.386 posti di dirigente scolastico annunciato dalla Gelmini, ma misteriosamente non ancora bandito.

Previsti anche due interventi su “limitazione delle facoltà assunzionali per le amministrazioni dello Stato” e proroga delle “disposizioni che limitano la crescita dei trattamenti economici”. Che per la scuola potrebbero significare la cancellazione del pino di 65 mila assunzioni previsto nel decreto Sviluppo e un ulteriore prolungamento, fino al 2014, del blocco degli scatti stipendiali per insegnanti, amministrativi, tecnici e ausiliari. La manovra tocca anche il sostegno. Dopo avere ribadito che il rapporto alunni docenti di sostegno deve essere pari a 2, spiega che “la scuola provvede ad assicurare la necessaria azione didattica e di integrazione per i singoli alunni disabili, usufruendo tanto dei docenti di sostegno che dei docenti di classe”. I presidi quindi potrebbero assegnare ai portatori di handicap anche docenti non specializzati, con l’idea di formare “tutto il personale docente sulle modalità di integrazione degli alunni disabili”. In sostanza, la mossa che ha consentito di ridurre all’osso, in attesa di eliminarli, gli 11 mila specialisti di Inglese alla primaria: con un corso di 340 ore la lingua straniera viene insegnata da docenti comuni. In questo modo, il governo potrebbe sbarazzarsi facilmente dei 31 mila precari di sostegno in servizio quest’anno.

E, nelle prime di ogni ordine in cui è presente un docente di sostegno dedicato ad un solo alunno disabile, potrebbe anche saltare il tetto di 20 alunni per classe. La Gelmini comunque precisa che non è previsto “nessun taglio ai finanziamenti per la disabilità”. Ma per sapere quali saranno i provvedimenti che interesseranno la scuola occorrerà aspettare oggi pomeriggio.

La Repubblica 30.06.11

"Finanziaria: Anche le assunzioni nella scuola a rischio? La logica dice che si faranno", da La Tecnica della Scuola

La norma che preoccupa i precari è quella che introduce il blocco del turn over nel pubblico impiego: tra le eccezioni non figura il comparto istruzione. Poiché nel Decreto sviluppo però si sostiene il contrario – immissione in ruolo su tutti i posti liberi – francamente appare improbabile che il Governo operi in modo così illogico. Le indiscrezioni giunte nelle ultime ore sulla scuola, contenute nella manovra economica di mezza estate, in via di approvazione da parte del Consiglio dei ministri, stanno creando tra i docenti un alone di pessimismo anche sul fronte delle ormai sicure assunzioni su tutti i posti vacanti. Proprio quando sembrava che l’unico punto interrogativo ancora da sciogliere fosse solo quello riguardante la tempistica (tutte le immissioni in ruolo subito oppure “spalmate” nell’arco di tre anni?), è arrivata, diciamo pure un po’ inaspettata, la nuova mannaia da parte del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
La norma che preoccupa non poco i precari della scuola è quella che introduce il blocco del turn over nel pubblico impiego, le sole eccezioni dei comparti che salvaguardano la difesa, la sicurezza, i vigili del fuoco e pochi altri. Ma non la scuola.
In effetti, leggendo il testo contenuto nell’ultima bozza della manovra finanziaria del 2011, il dubbio potrebbe sorgere: il Governo ha deciso infatti di attuare “la proroga di un anno dell’efficacia delle vigenti disposizioni in materia di limitazione delle facoltà assunzionali per le amministrazioni dello Stato, ad esclusione dei Corpi di polizia, del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, per le agenzie fiscali, per gli enti pubblici non economici e per gli enti dell’articolo 70, comma 4, del decreto legislativo n. 165 del 2001”. È probabile, tuttavia, che anche il personale della scuola sia esentato dal blocco: la parola “proroga” è infatti indicativa, poiché negli ultimi sei anni, seppure con il contagocce, le assunzioni nella scuola sono state fatte.
Qualora ci sbagliassimo, se il provvedimento del Governo comprendesse anche la scuola, tutto ciò avrebbe poi il sapore della beffa: nel Decreto sviluppo, anch’esso in via di approvazione, si prevede infatti esplicitamente l’attivazione di “un piano triennale per l’assunzione a tempo indeterminato di personale docente, educativo e Ata per gli anni 2011-2013, sulla base dei posti vacanti e disponibili”. Posti che, ad oggi, secondo stime sindacali solo per i docenti si possono quantificare attorno ai 65mila posti. Francamente appare davvero difficile che il Governo, seppure stia vivendo un periodo difficile e di spaccature interne, possa permettere lo svolgersi di due linee di indirizzo politico così palesemente in antitesi.

La Tecnica della Scuola 30.06.11

"Oltre le quote rosa", di Barbara Stefanelli

Rosa o rosa pallido, la legge sulle quote è passata. È passato il principio che un Paese — soprattutto un Paese che si proponga di uscire da una lunga crisi — non può più permettersi di sprecare il 50 per cento dei propri talenti.
Il punto— come ha spiegato ieri sul Corriere Anna Maria Tarantola, membro del direttorio della Banca d’Italia — non è che le donne siano più brave e debbano per questo essere spinte in alto a costo di forzare il sistema: il punto è che «il giusto mix di competenze femminili e maschili ha un effetto rivitalizzante sulla gestione» . E questo vale in famiglia, in azienda e— perché no, pensando al futuro — in politica. Per noi è quindi un fatto positivo che i Consigli di amministrazione e i collegi sindacali delle società quotate e a controllo pubblico siano stati chiamati, in due fasi dal 2012 al 2015, ad aprirsi fino ad avere almeno un terzo dei componenti donna. È un fatto positivo, che ha un valore simbolico al di là delle trincee nei Cda, anche se in qualche modo triste. Tutti — tutte — ci saremmo augurati di poter partecipare a un’evoluzione naturale e indolore. Ma l’esperienza, non solo italiana, ha dimostrato che senza una norma vincolante il sistema non si sblocca: gli incentivi morbidi non inducono un cambiamento che mette in discussione equilibri antichi e porta scompiglio tra i presenzialisti della governance. Benvenute dunque le quote di genere, nella speranza di poter archiviare al più presto questo che nasce come un rimedio temporaneo a uno squilibrio di sistema: uno squilibrio che non garantiva l’eguaglianza di opportunità tra cittadini che uno Stato liberale promette. Ma possiamo fermarci alle quote per «chiudere» il gap di modernità che affligge l’Italia? In un suo intervento per l’ 8 marzo, Nicholas Kristof — giornalista americano, premio Pulitzer, molto sensibile alle questioni femminili — si chiedeva se le donne leader facciano o no la differenza. E subito sosteneva la maggior utilità di «una massa critica al femminile» alla base della piramide sociale e politica. Secondo Kristof, tante donne attive nelle realtà locali sono più determinanti di Hillary Clinton— o della cancelliera Angela Merkel o di Christine Lagarde neo eletta alla direzione del Fondo monetario internazionale — per produrre cambiamento. Le due cose non si escludono: se donne (meritevoli) ai vertici sono fondamentali per scuotere la piramide e fare rete dall’alto, è anche vero che dobbiamo a questo punto proporci una «agenda D» che aiuti le donne a essere cittadine attive in tutti gli spazi che sono le fondamenta della società. Soprattutto in una fase economica che vede moltissime italiane farsi carico dei compiti -di assistenza, cura, solidarietà -che lo Stato non riesce più ad assolvere. Un paio di proposte sono circolate negli ultimi mesi e possono essere subito rilanciate. La prima idea — scaturita da Bankitalia — è quella di rivedere il sistema degli assegni e delle detrazioni per carichi familiari: l’obiettivo è spostare risorse verso un credito d’imposta capace di incentivare l’occupazione delle donne e in particolare quella delle madri. La seconda idea — avanzata da www. ingenere. it e sostenuta in questi giorni da Emma Bonino— è quella di utilizzare i 4 miliardi risparmiati grazie all’innalzamento dell’età pensionabile delle dipendenti nell’amministrazione pubblica per favorire politiche di conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita (nel 2010 e nel 2011 questi soldi sono già spariti nei labirinti delle manovre finanziarie). È un cammino lungo ma assolutamente possibile. Il passaggio in Parlamento, con un accordo bipartisan, delle quote rosa non ha valore solo in sé e non è una garanzia per élite. È la dimostrazione che i cambiamenti avvengono. Il traguardo verso il quale muoversi è che uomini e donne possano aspirare tanto a un posto in Cda quanto a contratti con orari flessibili che permettano loro di tenere insieme famiglia, lavoro, se stessi.

Il Corriere della Sera 30.06.11

"Come salvare l´arte del Belpaese tra soldi privati e tagli pubblici", di Salvatore Settis

In Francia, malgrado la crisi, è stato deciso di non togliere nemmeno un centesimo ai finanziamenti in questo settore. Anche negli Stati Uniti i musei traggono dai visitatori una piccola parte dei loro incassi Sono decisive le fondazioni grazie agli sgravi fiscali. Mentre si moltiplicano iniziative come il restauro del Colosseo sponsorizzato da Della Valle, lo stato spende sempre meno per la tutela dei beni culturali. Si allunga ogni giorno la lista dei siti abbandonati, dei restauri mancati, dei musei in crisi, dei paesaggi devastati. Perciò è giusto che ogni iniezione di fondi privati ai beni culturali venga salutata da sospiri di sollievo e soprassalti di gratitudine. Senza nulla togliere alle iniziative più benemerite (come quella di Banca Intesa-San Paolo annunciata da Giovanni Bazoli), chiediamoci in quale contesto viene oggi rilanciata in Italia la figura del “mecenate”. La politica di settore del governo ha avuto due momenti caratterizzanti: primo, il taglio di un miliardo e 300 milioni di euro ai fondi del Ministero dei Beni Culturali; secondo, l´istituzione di una nuova direzione generale per la Valorizzazione del patrimonio culturale. Il combinato disposto dei due provvedimenti delinea una strategia davvero inedita, made in Italy, secondo cui si valorizza disinvestendo. Conseguenza inevitabile della crisi? No: in Francia gli investimenti in cultura sono stati sanctuarisés, considerandoli sacri e non tagliando un centesimo. Il ministro Frédéric Mitterrand, per celebrare il ruolo civile della storia dell´arte e l´introduzione dell´insegnamento obbligatorio della materia in tutte le scuole francesi, ha promosso e finanziato (circa 700.000 euro) un grande Festival d´histoire de l´art che si è svolto poche settimane fa a Fontainebleau. La crisi economica è la stessa, le reazioni in Francia e in Italia sono opposte.
La carenza di fondi pubblici rende più preziosi i finanziamenti privati, in ogni caso utili e graditi. Non manca chi, ritenendo il patrimonio culturale di competenza esclusivamente pubblica, vede ogni intromissione del privato come una profanazione. Posizione insostenibile, ma lo è anche quella di chi propugna la veloce eutanasia dell´amministrazione pubblica del settore, e sogna (invano) bilanci museali subitamente in attivo non appena cali dal cielo il sospirato manager privato. La parola d´ordine di una “privatizzazione” sommaria, simmetrica ai tagli “lineari” (leggi: alla cieca) di Tremonti, fa leva sulla mitologia del “museo-azienda” all´americana, efficiente anzi produttore di reddito in quanto privato: singolare invenzione di ministri nostrani che dei musei americani ignorano rigorosamente tutto. Ma negli USA, come in tutto il mondo, tutti i musei (pubblici o privati) sono strutturalmente in passivo, e i loro introiti diretti (biglietteria, libreria, etc.), non coprono mai più del 15-20 % delle spese di gestione. Se il bilancio va in pari, è per via del proprio endowment (oltre 2 miliardi di dollari per il Metropolitan Museum), costruito con donazioni private, anche di poche centinaia o migliaia di dollari, favorite da meccanismi di detassazione che l´Italia ignora: in tal modo, i musei sono finanziati dallo Stato (federale) e dai singoli Stati, che per favorire le donazioni rinunciano a enormi introiti fiscali.
Nel sistema italiano (come in quello francese), nulla di simile è pensabile. È dunque impossibile il mecenatismo privato? Al contrario, l´approdo di fondi privati a dare un minimo di respiro a un settore vitale per il Paese, ma in grande sofferenza, va in ogni modo incoraggiato: purché non diventi un alibi per ulteriori tagli della spesa pubblica. Da esempio può servire la campagna di fund raising che il Louvre ha lanciato per acquistare le Tre Grazie di Cranach: un milione di euro raccolti in poche settimane, ma per integrare i tre milioni di euro di fondi pubblici che già il Louvre aveva gettato sul tavolo. Ma i privati potranno esercitare il loro ruolo in modo costruttivo e virtuoso, se lo Stato è in rotta? Troppo spesso in Italia l´intervento privato è concepito non in sussidio delle pubbliche istituzioni, ma per surrogarne l´assenza, ripianando i buchi di bilancio che lo Stato (su altri fronti assai spendaccione) crea borseggiando se stesso. Un esempio: è giusto cercare fondi (anche privati) per il Colosseo o per Pompei, per Brera o per gli Uffizi, purché non dimentichiamo che qualsiasi seria azione di tutela e valorizzazione (due aspetti inscindibili) richiede altissime competenze tecniche e continuità di azione conoscitiva e amministrativa. E come è possibile, se da anni la pubblica amministrazione dei beni culturali ha cessato di assumere, e il personale tecnico-scientifico in servizio oggi ha un´età media di oltre 55 anni?
Deve poter esistere un mecenatismo privato con alto senso culturale e civile: ma allora non può limitarsi ad aprire i cordoni della borsa (meno che mai cercando guadagni aziendali), ma deve esser capace di idee propositive, di cultura manageriale autentica, e dunque rispettosa delle competenze specifiche di archeologi e storici dell´arte. Deve sposarsi con una rifunzionalizzazione delle strutture pubbliche della tutela, che punti su numerose, urgentissime assunzioni, sulla base del merito, che immettano nei ruoli i moltissimi giovani che abbiamo, finora invano, formato nelle nostre università.
Il ruolo del pubblico e del privato, pur in un momento buio come questo, può e deve essere ridisegnato entro un grande patto nazionale per la tutela, che parta non dalla spartizione delle torte, ma dalle esigenze vitali del nostro patrimonio (paesaggi e monumenti “maggiori” e “minori”, musei e siti naturali e archeologici) e includa Stato, regioni, enti locali, privati. Solo così potremo vincere il superficiale economicismo che svendendo la sostanza profondamente civica dei beni culturali produce una crescente usura dei valori simbolici che li permeano e che cementano la società, incrementandone la capacità di rinnovarsi e di vincere le sfide del futuro.

La Repubblica 30.06.11

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“I filantropi invisibili”, di FRANCESCO ERBANI

Com´è un mecenate americano, il modello al quale tutti pensano ogni volta che invocano un mecenate? Non occorre andare a Los Angeles, ma basta fermarsi a Ercolano per vedere come si comporta David W. Packard, cognome fra i più altolocati dell´economia internazionale, che dal 2000 ha speso 16 milioni di euro nel sito vesuviano, ma senza che si sappia troppo in giro, niente pubblicità, niente logo appiccicato sui biglietti. Packard adora Ercolano, di cui è diventato cittadino onorario, adora l´Italia e la letteratura latina. Ma le vicende di questi ultimi anni –quattro soprintendenti in ventiquattro mesi, due commissari, fondi e personale ridotti all´osso – minacciano di mettere a rischio l´intero progetto. Sarebbe una iattura, di cui Andrew Wallace-Hadrill, archeologo, a lungo direttore della British School di Roma, ora alla guida del Sidney Sussex College di Cambridge, e responsabile dell´Herculaneum Conservation Project, l´organismo finanziato da Packard, neanche vuol sentir parlare. Packard, inutile dirlo, non incontra giornalisti.
Professor Wallace-Hadrill, che tipo di mecenate è Packard?
«Appartiene a una categoria ben riconoscibile in America, dove tante sono le fondazioni filantropiche senza scopo di lucro e che, per legge, non possono avere ritorni, né profitti né pubblicità».
Ma che cosa lo spinge a spendere in cultura?
«Oltre a dedicarsi all´azienda, ha fatto studi classici – latino, greco, storia antica. E nel 1987 ha fondato la Packard Humanities Institute. È parte di quel mondo di ricchi americani che ritengono un obbligo morale restituire in cultura o in beneficenza qualcosa dei tanti guadagni accumulati».
Sgravi fiscali?
«No. Una fondazione di questo tipo non è tassata, ma i soldi che vi si depositano possono essere solo destinati a scopi culturali o filantropici»
Dove interviene Packard?
«In varie parti del mondo. Archeologia, musica e cinema sono alcuni dei suoi campi di interesse. A Palo Alto ha ristrutturato un cinema degli anni Venti, che ora proietta solo film di quel periodo. Ha sostenuto progetti su Mozart e sul figlio di Bach. Ha pubblicato manoscritti musicali e ha digitalizzato le concordanze lessicali dell´Ab urbe condita di Tito Livio».
E nel 2000 è approdato a Ercolano.
«Un´antica passione. Ma determinante è stato lavorare in stretto rapporto con gli archeologi della Soprintendenza, allora guidati da Pietro Giovanni Guzzo, e con la direttrice degli scavi, Maria Paola Guidobaldi. Non l´azione autonoma di un privato, ma un intreccio sofisticato ed efficiente di pubblico e privato».
E insieme avete avviato restauri?
«Anche, ma soprattutto sottoscritto un impegno pluriennale, una gestione del sito che dura oltre la vita del progetto».
Mi fa un esempio?
«Abbiano recuperato la rete fognaria antica e allestito un sistema di grondaie che convoglino l´acqua nei condotti di età romana, evitando le infiltrazioni che provocano umidità e crolli».
Quei crolli che hanno funestato Pompei. Resterete a Ercolano?
«È nostra intenzione rimanere. Ma il ministero e lo Stato non si possono sottrarre ai loro compiti. C´è il progetto di togliere alla Soprintendenza il 25 per cento dei suoi fondi per distribuirlo altrove. Sarebbe un errore grave. Un´altra cosa: per ogni restauro paghiamo il 20 per cento di Iva. Siamo noi che finanziamo lo Stato, altro che sgravi fiscali».

La Repubblica 30.06.11

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“La democrazia e il mercato”, di MARC FUMAROLI

La figura di Mecenate, discendente da una dinastia reale etrusca, amico e ministro di Augusto, celebrato dal poeta Orazio come un fratello spirituale oltre che proprio benefattore, è certamente uno degli esempi più fecondi di cui la Roma antica abbia fatto dono alla civiltà europea, sia pagana sia cristiana.
La Roma repubblicana si era sempre mostrata ostile alle lettere e alle arti dei graeculi e per questo, milleottocento anni dopo, Rousseau la additò come esempio per le repubbliche a venire. Rousseau vuole ignorare gli Scipioni, grandi cittadini della Repubblica romana e tuttavia amici delle lettere e delle arti. Preferisce la Roma di Catone e la Sparta di Licurgo all´Atene di Pericle, i cui ricchi cittadini praticavano in larga scala l´evergetismo, la forma greca del “potlach” degli Indiani d´America cari a Marcel Mauss e a Aby Warburg, finanziando generosamente lo splendore delle feste religiose, tra cui il culto di Dioniso e la tragedia ma anche la bellezza apollinea dei templi e delle statue. Passando sotto silenzio Mecenate, che simboleggiava l´alleanza della Roma imperiale con le arti della pace, Rousseau escludeva che un impero o una monarchia, a cominciare da quella della Francia del XVIII secolo, potesse non essere una tirannia o un dispotismo.
Il Terrore rivoluzionario del 1792-1794, russoviano, soppresse in Francia ogni traccia di mecenatismo alla romana e di evergetismo alla greca. Solo David, il pittore eletto dalla volontà generale, ne diresse l´espressione artistica. L´Impero napoleonico, e sulla sua scia i successivi regimi francesi del XIX secolo, a cominciare dalla III Repubblica che doveva allontanare da sé ogni sospetto di terrorismo russoviano, tornarono a essere mecenati pubblici e diedero l´esempio per il mecenatismo dei privati, per sottolineare la loro distanza da dispotismi e tirannie. Per molti aspetti, la supplenza assicurata per molti secoli dalla Chiesa romana al mecenatismo augusteo e all´evergetismo greco nell´Europa occidentale ha fortemente contribuito ad aumentare la parentela tra il mecenatismo delle lettere e delle arti e il potlach delle società prepolitiche e a preservare lo spirito disinteressato della bellezza artistica, dell´emozione poetica e della contemplazione mistica: tutti contrappesi alla predazione e alla sete del male. Il “rovesciamento di valori” che da mezzo secolo avvicina sempre più il mecenatismo artistico e letterario al calcolo cinico da pubblicità commerciale, l´artista e l´uomo di lettere a uno spirito commerciale senza scrupoli, l´”Arte” a una collezione di titoli di credito quotati in borsa e il cui corso è garantito da un eterno “insider trading”, è un altro modo di seguire il terrorista Rousseau. L´austera iconofobia puritana si è trasformata in ignobile iconolatria del kitsch.
Contrariamente alla III Repubblica francese, che si ispirava al modello ateniese e ha vincolato il suo liberalismo politico al rispetto delle lettere e delle arti, le democrazie attuali tendono a svalutare le arti e le lettere riducendoli a prodotti di mercato, rinunciando a vedere in esse il principio del dono disinteressato che per tanto tempo ha reso fecondo il mecenatismo della Chiesa, dello Stato e di istituzioni e persone private. Eppure proprio questo principio ha potuto impedire a ciascuno dei regimi descritti e definiti da Aristotele – la monarchia, l´aristocrazia e la democrazia – di ruzzolare giù per la china del conformismo tirannico del gusto e dalla bassezza di spirito nelle lettere e nelle arti. L´etica del mecenatismo e la spiritualità del suo esercizio sono oggi questioni di altissima importanza, tanto politica quanto estetica.
(traduzione di Elda Volterrani)

La Repubblica 30.06.11