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"Dramma in due atti", di Stefano Fassina

La situazione economica e sociale europea è grave. La Germania è in condizioni decisamente migliori ma non è un’isola. È legata a doppio filo al destino degli altri Paesi euro. La finanza pubblica e l’inflazione preoccupano i mercati finanziari e i banchieri centrali. Il lavoro e i redditi angosciano i mercati rionali. I governi di centrodestra, concentrati sui primi e dimentichi dei secondi, portano la Ue e l’euro fuori strada. Il governo italiano è a rimorchio. Una nave senza nocchiere e senza bussola nella tempesta. L’economia reale ferma e la finanza pubblica fuori target. Non è vero che “i conti sono a posto”. La colpa non è soltanto del governo Berlusconi. Ma, il governo Berlusconi è colpevole. Sin dalla primavera del 2008 ha navigato a vista tra l’attuazione di promesse demagogiche, la difesa di rendite e la martellante propaganda sulle migliori condizioni dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei. Oggi siamo in emergenza. Per provare a rassicurare i mercati e a farsi un curriculum da eroe della patria per il dopo-Berlusconi, il ministro Tremonti ha fissato il sostanziale pareggio del bilancio pubblico per il 2014. Non è un obiettivo “imposto” dalla Ue. Il Patto di Stabilità rafforzato, ancora in discussione al Parlamento europeo, lascia spazi di manovra. Il Documento di Economia e Finanza lo riconosce e indica che il pareggio di bilancio al 2014 è «più che in linea con quanto concordato in sede europea». L’ultimo Rapporto del Centro Studi di Confindustria conferma che gli obiettivi del Def «sono più elevati di quelli richiesti dall’Europa».
Insomma, è stata una scelta politica. Una scelta politica irresponsabile perché l’impegno assunto è irrealistico nei tempi previsti e in assenza di riforme. Tentare di raggiungerlo avrebbe un pesantissimo effetto recessivo su un’economia interamente affidata alla domanda interna, distruggerebbe base produttiva, aggraverebbe disuguaglianze già inaccettabili e comprometterebbe una sostenibile discesa del debito pubblico nel medio periodo.
Il Centro Studi Confindustria, in un’analisi ottimista, ha previsto un’ulteriore manovra di 18 miliardi di euro all’anno per compensare le conseguenze sul bilancio pubblico dell’impatto deflattivo della manovra prospettata. Insomma, è un circolo vizioso, un cappio sempre più stretto intorno al presente e al futuro delle generazioni più giovani. Non a caso, lo “statista” Tremonti e la coppia Berlusconi-Bossi scaricano tutto sul dopo-elezioni: per l’anno in corso e il 2012, interventi limitati a tirare a campare, affidati agli aumenti “federalisti” di tasse e ticket per Regioni, Province e Comuni; poi, per il governo
che verrà, tagli di spesa, in larga misura sociale, per 40 miliardi all’anno e la gestione del miraggio di 40 miliardi all’anno di minor Irap. Che fare? L’alternativa non è la spesa pubblica in deficit. Sono inaccettabili le lezioni di rigore dai neofiti della disciplina a via XX Settembre. L’alternativa è collocare l’aumento dell’avanzo primario lungo un sentiero di sviluppo sostenibile. L’alternativa è un’agenda di riforme per l’equità e l’efficienza. Gli interventi prioritari per innalzare verso il 2%il Pil potenziale sono impegnatavi: impalcatura istituzionale centrale e territoriale, pubbliche amministrazioni, liberalizzazioni, fisco, scuola e università, relazioni industriali, welfare, distribuzione del reddito e della ricchezza. Poi, politiche industriali per la green economy, per i beni comuni e per i consumi di cittadinanza, politiche per l’energia ed investimenti, in partnership pubblico-privata, per le infrastrutture e la logistic.
Nel Programma Nazionale di Riforma Pd, un aumento dell’avanzo primario al 3%, perseguito nell’alveo della strategia riformista indicata, porta il debito pubblico sotto il livello previsto dal governo per la seconda metà del decennio. L’alternativa, per ridurre il rischio Italia, non è il ritorno a Cirino Pomicino: è puntare al pareggio di bilancio attraverso una strada credibile. Non è un discorso economico: è un nodo politico. In Italia, come nella Ue, non sono in gioco solo il debito pubblico, la ripresa, le prospettive delle imprese e il lavoro, in particolare giovanile.
Sono in gioco i caratteri di fondo del modello sociale europeo. È in gioco la qualità della democrazia europea. Oggi, questione democratica e questione sociale sono in cortocircuito perché la politica, prigioniera della dimensione nazionale, non da risposte. Così, i ragazzi e le ragazze di Puerta del Sol a Madrid, i lavoratori e le lavoratrici a piazza Sintagma ad Atene, gli elettori e le elettrici del partito dei “Veri Finlandesi” protestano all’insegna dell’anti-politica, dell’antieuropeismo e della chiusura nazionalistica. Da noi, il risveglio della società civile ha (ancora) un segno positivo e può essere fonte di cambiamento progressivo per l’Italia e per l’Europa. Non sprechiamolo.

L’Unità 29.06.11

"La pigrizia e il cinismo", di Beppe Severgnini

Alzi la mano chi, nelle ultime settimane, non ha pensato, ascoltato, confessato: «Fatico a leggere i giornali, mi deprimono» . Sentimento comprensibile, ma pericoloso. Comprensibile perché lo stillicidio di cattive notizie mette a dura prova i nervi e la pazienza. Pericoloso perché i protagonisti di quelle brutte storie proprio questo vogliono: che non scriviamo, che non leggiamo, che non pensiamo più a loro. Il marchio delle democrazie è l’imperfezione inquieta; il segno delle autocrazie è l’ignoranza soddisfatta. Esiste un grande rischio per i buoni, e una grande opportunità per i meno buoni: le cattive notizie irritano, la tentazione di rimuoverle è forte. Sulla società occidentale — non solo quella italiana — potremmo appendere il cartello che vediamo sulle maniglie delle stanze d’albergo: «Do not disturb» , non disturbare. Le cameriere al piano devono obbedire; i cittadini di una democrazia, no. L’Italia, da qualche tempo, sembra una repubblica fondata sul lavorìo. Illegale. Da Napoli a Roma, da Parma a Palermo, da Genova a Milano: i moderni trafficanti non si fermano davanti alla possibilità di guadagno e di carriera. La nostra società sembra aver prodotto una nuova specie di piraña civili, pronti a divorare tutto quello che intravedono. Sociologi e politologi si sbizzarriscano sulle cause; gli educatori si preoccupino dei cattivi esempi. Noi giornalisti abbiamo un compito: tenere accesa la luce su ambienti e personaggi che non la amano. Perché è nel buio che campano. Di solito, alle nostre spalle. Non tutti sono d’accordo. Mi ha scritto un sacerdote — un sacerdote!— secondo cui è inutile illudersi: la realtà va accettata. «Nelle democrazie moderne i cittadini imparano a scegliere leader che fanno sia i propri sporchi comodi, sia il bene del Paese secondo la propria personale e limitata (ma sacrosanta) visione» . Gli rispondo con le parole di un suo — non un mio— collega. Il cardinale Carlo Maria Martini, nelle risposte ai lettori, ha scritto domenica sul Corriere: «La coscienza è un “muscolo”che va allenato e, come per l’atleta, l’esercizio richiede una certa disciplina» . Moralismo? No, senso morale. E buon senso. Nessuna trasformazione è possibile, nessuna Italia nuova è pensabile se non sentiremo certi comportamenti come gravi, colpevoli e pericolosi. Il cinismo— si sa— è di gran moda. Ma spesso è solo il soprabito per nascondere le nostre pigrizie. O, peggio, le nostre complicità. Tocca ai magistrati, ovviamente, stabilire se dietro certe conversazioni (Napoli), certe dimissioni (Parma) e certe facilitazioni (Roma) ci sia un reato. Tocca al Parlamento — non ai giornali — decidere quali e quante intercettazioni si possano pubblicare. Ma non cadiamo nella rete astuta dei formalisti, secondo cui è più importante la cornice del ritratto. E il ritratto che vediamo è agghiacciante. Un Paese pronto a giustificare l’ingiustificabile, a paragonare l’imparagonabile, a perdonare l’imperdonabile, se fa comodo alla propria fazione. Venerdì e sabato, a Venezia e a Pavia, avrò occasione di parlare ai neo-laureati. So che dimenticheranno presto le esortazioni da cui un adulto non può esimersi, in certe occasioni. Ma rivolgerò loro un invito; e vorrei lo ricordassero, almeno quello. Non diventate mai cinici, ragazzi. I protagonisti delle tristezze italiane di oggi, trent’anni fa, erano come voi: prendevano la laurea, annusavano il futuro, avevano la luce negli occhi e un’estate infinita davanti. Allora volevano cambiare il mondo; oggi, l’automobile. Meglio se blu, lussuosa e di servizio: così gliela paghiamo noi.

Il Corriere della Sera 29.06.11

"Il Governo non cambia linea: in arrivo un’altra mannaia triennale", di Alessandro Giuliani

Il Governo, su proposta del ministro Tremonti, ha in serbo una nuova manovra economica che oltre all’allungamento del blocco delle retribuzioni di un anno, fino al 2014, come per tutti i dipendenti della pubblica amministrazione, prevede diverse altre disposizioni. Nemmeno il tempo di portare termine l’ultima tranche di tagli previsti dalla Finanziaria di fine 2008 che per la scuola è in arrivo un’altra mannaia triennale: il Governo, su proposta del ministro Tremonti, ha infatti in serbo una nuova manovra economica che oltre all’allungamento del blocco delle retribuzioni di un anno, fino al 2014, come per tutti i dipendenti della pubblica amministrazione, prevede diverse altre disposizioni che come minimo faranno storcere la bocca al personale scolastico, agli studenti ed alle famiglie.
L’ultima bozza del provvedimento di finanza pubblica – attraverso cui il Governo ha intenzione di recuperare 47 miliardi di euro (2 miliardi per il 2011, 5 per il 2012 e 20 miliardi rispettivamente per il 2013 e 2014) – prevede anche l’imposizione al Miur di non far lievitare il numero di cattedre e di Ata complessivi. Rimanendo quindi fermi all’organico della prossima estate, privato negli ultimi tre anni di oltre 130.000 posti: “a decorrere dall’anno scolastico 2012/2013 – si legge nel testo relativo alla manovra economica – le dotazioni organiche del personale docente, educativo ed Ata della scuola non devono superare la consistenza delle relative dotazioni organiche dello stesso personale determinata nell’anno scolastico 2011/2012 in applicazione dell’articolo 64 della legge 6 agosto 2008, n. 133”.
Nel testo sembra essere inoltre accolta, in tempi record, la proposta fatta solo pochi giorni fa da Fondazione Agnelli, Caritas italiana e associazione Treelle a proposito della necessità di formare ad uno livello minimo tutti i docenti della scuola per far fronte al numero crescente di studenti che necessitano del sostegno. Una “mossa”, quella del Governo, che oltre a rendere i docenti più preparati di fronte agli alunni con problemi di apprendimento, renderebbe più facilmente collocabili i docenti di ruolo in sovrannumero (soprattutto alle superiori a seguito della riforma in atto): “nell’ambito delle risorse assegnate per la formazione del personale docente – si legge nella manovra in via di approvazione – viene data priorità agli interventi di formazione di tutto il personale docente sulle modalità di integrazione degli alunni disabili”.
La “stretta” non risparmia nemmeno l’operato delle Commissioni mediche che, attraverso la diagnosi funzionale sull’alunno, reputano se è il caso di assegnare il sostegno scolastic: “le commissioni mediche di cui all’articolo 4 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nei casi di valutazione della diagnosi funzionale costitutiva del diritto all’assegnazione del docente di sostegno all’alunno disabile sono integrate obbligatoriamente con un rappresentante dell’inps, che partecipa a titolo gratuito”.
La manovra metterà mano anche alle dirigenze scolastiche: prima di tutto alle sedi più piccole – con un numero di alunni inferiore a 500 unità, ridotto fino a 300 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche – verranno assegnati presidi assunti a tempo determinato.
Nel testo della manovra si legge anche che, ufficialmente “per garantire un processo di continuità didattica nell’ambito dello stesso ciclo di istruzione”, d’ora in poi “la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado”, saranno “aggregate in istituti comprensivi, con la conseguente soppressione delle istituzioni scolastiche autonome costituite separatamente”.
L’ultimo giorno di giugno, giovedì 30, il Consiglio dei ministri si riunirà per l’approvazione della manovra: è molto probabile che, malgrado i tentennamenti della Lega Nord, alla fine arriverà il sì del Cdm. In tal caso, il Governo farebbe bene a sapere che anche ai sindacati più moderati le novità previste non piacciono; come la Uil scuola, la cui segreteria nazionale ha espresso “netta contrarietà al ventilato blocco delle retribuzioni. Il sistema di istruzione, risorsa virtuosa per lo sviluppo del Paese, ha necessità di personale che veda riconosciuto impegno, professionalità e funzione”, ha concluso il sidacato.
E a poco servono le rassicurazioni del dicastero di viale Trastevere, il quale in una nota del 28 giugno ha ristretto il problema ai tagli al personale: il Miur ha fatto sapere che “al momento nessun taglio agli organici della scuola, ai fondi per l`università e sui finanziamenti alla ricerca è previsto nella manovra economica attualmente in discussione che sarà presentata in Consiglio dei ministri”. Sul resto della manovra nessun accenno.

La Tecnica della Scuola 29.06.11

"Fermato ancora il turn over nuovo stop alle cattedre", di R.P.

Insegnanti di sostegno, previsto un docente ogni due alunni disabili. Gli impiegati pubblici e la scuola pagano un prezzo alla manovra di Tremonti. É previsto il blocco, o congelamento, degli stipendi e delle retribuzioni accessorie per i dipendenti pubblici fino al 2014: si tratta di una proroga di un anno dello stop impresso dai precedenti decreti.
Come di consueto arriva anche un fermo al turn over nel pubblico impiego ancora per un anno. Esclusi dalla stretta i Corpi di Polizia, i Vigili del Fuoco e le agenzie fiscali. Lo stop riguarderà anche le assunzioni di nuovo personale negli enti pubblici non economici, e in alcuni altri enti come quelli lirici, l´Agenzia spaziale italiana, il Coni, il Cnel, e l´Enac. Prevista anche la trasformazione del Istituto del credito sportivo in spa.
Di fronte alla nuova misura sugli statali già fioccano le proteste. Cgil, Cisl e Uil dei settori del pubblico impiego sono «nettamente contrarie a qualsiasi ipotesi di nuovo blocco dei contratti pubblici» e «in mancanza di risposte chiare e qualora le indiscrezioni dovessero rivelarsi veritiere non esiteremo ad intraprendere tutte le azioni a tutela dei diritti e della dignità dei lavoratori pubblici». Proteste in vista anche dal settore dei medici.
Novità anche per la scuola. Ecco gli obiettivi: impedire che dal 2012 possa tornare a crescere il numero di cattedre e di posti da amministrativo, tecnico ed ausiliario; allargare le competenze sul sostegno agli alunni disabili a tutto il personale docente; aumentare i controlli sulle diagnosi che indicano il supporto didattico agli alunni con problemi di apprendimento; accorpare le segreterie delle scuole materne, elementare e medie, affidare gli istituti più piccoli a presidi temporanei. Anche l´organico degli insegnati di sostegno, attribuito alle singole scuole o a «reti di scuole», dovrà prevedere in media un docente ogni due alunni disabili.
Rassicurazioni giungono tuttavia dal ministero della Pubblica istruzione: «Al momento nessun taglio agli organici della scuola, ai fondi per l´università e sui finanziamenti alla ricerca è previsto nella manovra economica attualmente in discussione che sarà presentata in consiglio dei ministri», recita una nota diffusa ieri in serata.

La Repubblica 29.06.11

"La stangata a orologeria", di Massimo Giannini

Una legge-truffa per galleggiare fino alla fine di questa legislatura. Poi l´abisso, a spese di quelli che verranno. La manovra che il governo Berlusconi approverà domani in Consiglio dei ministri colpisce non per la sua entità (con la quale soddisfa effettivamente i target quantitativi concordati con la Ue) ma per la sua “slealtà” (con la quale scarica colpevolmente gli impegni qualitativi sui prossimi governi). Questa manovra illude gli italiani, inganna l´Europa e imbroglia i mercati.

Il centrodestra, che ha inventato a suo tempo la “finanza creativa”, lancia adesso la “finanza tardiva”. La perfida ipocrisia del decreto è racchiusa non tanto nella sua nella sua dimensione economica, ma nella sua scansione temporale. Dei 47 miliardi di sacrifici totali che lo compongono, i pannicelli caldi saranno somministrati nel primo biennio (1,8 miliardi nel 2011 e 5,5 nel 2012). Le lacrime e il sangue, invece, saranno concentrate nel secondo biennio (20 miliardi nel 2013 e altri 20 nel 2014). La frode politica contenuta nell´operazione è chiarissima. Nei due anni che restano alla coalizione Pdl-Lega i contribuenti sentiranno le carezze. Dall´anno successivo, cioè in concomitanza con il ciclo elettorale, patiranno le stangate. Stangate a orologeria, dunque.
La responsabilità del doloroso ma doveroso rientro dal deficit e dal debito pubblico, in altri termini, sarà in carico al futuro governo, perché quello in carica non ne vuole sapere. E i costi più dolorosi del risanamento dei conti non lo sosterranno i contribuenti che hanno votato per l´alleanza forzaleghista il 13 aprile 2008. Li pagheranno invece le future generazioni, come da collaudata tradizione dei politicanti della Prima Repubblica, abbracciata senza riserve dai replicanti della Seconda.
Nel metodo, alla vigilia del vertice di Palazzo Grazioli la domanda cruciale era: chi vincerà il duello, tra il rigorista Tremonti e il lassista Berlusconi? Alla luce di ciò che vediamo, non ha vinto nessuno dei due contendenti. Ha perso l´Italia. Lo scontro in atto non era tra due irriducibili forze, ma tra due resistibili debolezze. Tremonti – isolato nel governo, privato del sostegno di Bossi e sostenuto solo dalla sponda indiretta di Bruxelles e delle agenzie di rating – ha dimostrato di non avere la forza per mettere alle corde i suoi troppi nemici interni. Berlusconi – azzoppato dagli scandali, fiaccato dall´epistassi della sua piattaforma politica e gravato dal peso del «vincolo esterno» – ha dimostrato di non avere la forza di mandare al tappeto il suo ministro dell´Economia. Il risultato di questo match non poteva che essere un compromesso al ribasso, in perfetto stile doroteo.
Nel merito, è vetero-democristiana l´abitudine a infarcire di ipocrisia le manovre a cui manca la fantasia. Due soli esempi: il ripristino dei ticket sulla sanità e il blocco del turn-over nel pubblico impiego. Non c´è stato governo Andreotti dei fetenti Anni Ottanta che non abbia inserito misure del genere nella sue Finanziarie balneari. Misure che colpiscono i soliti ceti medio-bassi e preferibilmente del pubblico impiego, per altro già ampiamente bastonati dalla Legge di stabilità da 25 miliardi varata l´anno scorso, e notoriamente schierati nell´area elettorale del centrosinistra. La famosa “Italia peggiore” di Brunetta, da colpire senza pietà e senza equità.
Per il resto, le norme buone stingono dentro un quadro di incertezza contabile. L´accelerazione degli interventi sulle pensioni è positiva, ma presupporrebbe un intervento contestuale a vantaggio delle prestazioni minime (ormai da fame) e delle prestazioni integrative (ancora da implementare). Il taglio dei costi della politica sarebbe eccellente, se l´operatività degli interventi non fosse (anche in questo caso) rimandata nel tempo, come nel caso della riduzione degli stipendi dei parlamentari (ma solo a valere dalle prossime elezioni) o della limitazione delle auto blu (ma solo ad esaurimento del parco macchine attualmente in circolazione).
Come si raggiungeranno i 47 miliardi nel quadriennio? Il capitolo della previdenza, quello della sanità, e quello dei ministeri, dovrebbero valere grosso modo 6 miliardi ciascuno. Il totale fa 18. Da dove arriveranno gli altri 29? È un mistero. Dal mistero alla beffa: che dire dell´ulteriore colpo di scure su una scuola già distrutta, con l´accorpamento delle cattedre e il dimezzamento dei docenti di sostegno? E dalla beffa alla farsa: che dire dell´ennesima norma sulle liberalizzazioni? Si prevede un «accesso più facile al settore delle professioni», ma esclusi «i notai, gli architetti, gli ingegneri, i farmacisti e gli avvocati». Non si capisce quali professioni restino, tra quelle da liberalizzare: salvata la rendita delle corporazioni più potenti, il governo aggredirà forse quella dei barbieri, degli idraulici, dei fisioterapisti.
Su queste basi, la legge delega sul fisco non promette niente di buono. E su queste basi, non è affatto certo che le “locuste della speculazione”, invece di essere confortate, non si sentano autorizzate ad aggredire questa povera Italia, fragile nell´economia e irresponsabile nella politica. Del resto, a dispetto degli allarmi e dei penultimatum, questa manovra non è che l´ultimo “test”, per verificare se la crisi di governo si apre subito e si va a votare in autunno. Il compromesso doroteo implicito in questa legge-truffa consente al Cavaliere di resistere, almeno fino al 2012. Se poi sul Paese si scatena il diluvio, poco male. Saranno problemi del centrosinistra, se vincerà le elezioni. Perché devo fare qualcosa per i posteri? Cosa hanno fatto questi posteri per me? Un tempo era il motto di Groucho Marx. Oggi è la regola di Silvio Berlusconi.

La Repubblica 29.06.11

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"Sindacati e Confindustria. Accordo unitario sui contratti", di Giuseppe Vespo

Alla fine l’intesa unitaria è arrivata. Confindustria e sindacati hanno siglato un documento comune sulla validità dei contratti e la rappresentatività delle sigle sindacali. La firma è arrivata dopo un confronto «disteso » e attento, che in quasi sei ore ha affrontato i nove punti della bozza presentata dagli industriali e in parte modificata da Cgil, Cisl e Uil. Sul tavolo i temi caldi del confronto di questi mesi: dalle nuove regole per la rappresentanza sindacale, alle garanzie di efficacia per gli accordi firmati dalla maggioranza dei rappresentanti dei lavoratori, fino ad una definizione degli ambiti di interesse dei contratti nazionali e di quelli aziendali. Non si è parlato di deroghe, un termine che non compare nel testo e che non piace alla Cgil e alla Fiom. I metalmeccanici lo hanno ribadito lunedì al direttivo di Corso Italia, dove Susanna Camusso ha chiesto e ottenuto il mandato a trattare e a chiudere la partita sui contratti. Il segretario delle tute blu, Maurizio Landini, il portavoce della minoranza «La Cgil che vogliamo», Gianni Rinaldini e quello della «Rete 28 aprile», Giorgio Cremaschi, avevano espresso il loro «no» all’ipotesi di raggiungere un’intesa con Confindustria, soprattutto se questa avesse in qualche modo avallato le richieste della Fiat, che spinge sull’associazione degli industriali perché non vengano messi in discussione gli accordi separati firmati con Cisl e Uil negli stabilimenti di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. Un fronte che si riaprirà comunque il 16 luglio, giorno in cui potrebbe arrivare la sentenza sul ricorso presentato dalle tute blu Cgil contro la newco costituita dal Lingotto nello stabilimento campano. OLTRE IL 2009 Il tavolo di ieri aveva come obiettivo dichiarato la firma di un accordo e il superamento delle divisione nate con la riforma del modello contrattuale del 2009, non firmata dalla Cgil. Un risultato importante, auspicato dal ministro Tremonti che ha ringraziato «Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti, Susanna Camusso ed Emma Marcegaglia, per quello che hanno fatto nell’interesse del Paese». Ogni virgola del testo sottoposto alle parti è stata pesata e valutata. La linea seguita per riscrivere le regole delle future relazioni industriali è quella della piattaforma confederale del 2008, che si richiama al modus operandi utilizzato nel pubblico impiego. Quindi la rappresentatività dei sindacati viene tarata sommando il numero certificato degli iscritti a quello delle rsu elette in fabbrica. L’ipotesi di un’intesa aziendale verrebbe così validata dall’ok della maggioranza delle rsu, là dove ci sono. Nelle imprese dove sono presenti solo le rsa – nominate dai sindacati – l’accordo dovrebbe passare il vaglio del voto dei lavoratori. L’ipotesi è che se la rsa dovesse arrivare a un’intesa aziendale, basterebbe l’opposizione di una sola sigla o di una percentuale dei lavoratori in fabbrica per metterlo ai voti. L’altro punto caldo del confronto era la separazione degli ambiti tra contratto nazionale e aziendale, col primoche dovrà definire le regole del secondo.

L’Unità 29.06.11

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“Confindustria e sindacati trovano l’intesa”, di Roberto Giovannini

Quello che Emma Marcegaglia definisce «l’accordo interconfederale trovato nel tempo più breve da sempre» rappresenta forse una svolta. Perché pone fine a una lunga stagione di guerra tra le parti sociali, e di confusione sulle regole delle relazioni industriali. E perché sembra riproporre una volontà di protagonismo di Confindustria e Cgil-Cisl-Uil verso la politica in questo difficile momento economico e sociale. Una volta si sarebbe parlato di voglia di «concertazione».

L’intesa firmata ieri nella foresteria di Via Veneto di Confindustria dopo sei ore di trattativa no-stop – che dovrà però essere validata dal voto dei vari organismi dirigenti sicuramente però non metterà la parola fine ai conflitti e alle polemiche. Su un versante Emma Marcegaglia, sull’altro Susanna Camusso avranno delle belle gatte da pelare nei prossimi giorni. La Fiat, infatti, non trova nell’accordo interconfederale né l’alternatività tra contratti nazionali e aziendali, né la conferma della «piena operatività» e validità generale (anche in vista dei pronunciamenti dei tribunali) degli accordi già firmati a Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. Su questo Emma Marcegaglia è stata chiarissima: «l’intesa non guarda al passato, ma al futuro, opera da domani. Se piacerà alla Fiat? Con Fiat parleremo, ma l’accordo va nella logica di rendere più esigibili e certi i contratti aziendali». Quelli futuri: la minaccia di uscita del Lingotto da Confindustria potrebbe dunque diventare realtà.

Ma anche la Fiom insorgerà, e in modo veemente. L’accordo non prevede in modo sistematico il referendum dei lavoratori sui contratti nazionali e aziendali firmati dai sindacati. E soprattutto da domani in poi gli accordi aziendali «alla Pomigliano» (sia pure senza tutte le caratteristiche tanto estreme varate negli stabilimenti Fiat, e con limitazioni fissate nei contratti nazionali) diventeranno effettivamente possibili. E non più contestabili, se firmati dalla maggioranza delle Rsu, le rappresentanze sindacali.

Sono, saranno, i problemi dei prossimi giorni. Intanto c’è l’accordo, nove punti che fissano le regole per i contratti nazionali e aziendali «affiancando» l’accordo del 2009 che la Cgil non firmò. E c’è un allegato che riguarda solo i sindacati: prevede che gli accordi generali vengano votati in una «consultazione certificata» da lavoratori e pensionati, come nel 1993 e nel 2007, e delega alle organizzazioni di categoria la definizione di regole per l’elezione delle Rsu e la firma di contratti nazionali e aziendali «in caso di rilevanti divergenze interne». Non sarà una passeggiata.

Al termine, i commenti dei protagonisti sono tutti positivi. «Sono molto soddisfatta», dice Emma Marcegaglia: «la volontà è di andare avanti assieme spiega – Credo che abbiamo fatto un passo importante e le parti sociali hanno dato un esempio di responsabilità e serietà. Ora si chiude una lunga stagione di divisioni e di separatezza tra di noi». Per Susanna Camusso, numero uno della Cgil, «pensiamo di aver dato un contributo in una situazione difficile per rimettere al centro il lavoro e la contrattazione. Cgil, Cisl e Uil hanno definito norme di democrazia e di coinvolgimento dei lavoratori nell’attuazione degli accordi superando una lunga stagione di incertezze. Abbiamo dato un contributo a rimettere il valore del lavoro e la centralità della contrattazione all’attenzione del nostro Paese e dei lavoratori». «In un momento così delicato per l’economia questo accordo ha un grande, grande valore dice il leader della Cisl Raffaele Bonanni – spero che in questo modo si possa contribuire a ritrovare fiducia nel paese. Un accordo impegnativo e importante che rappresenta anche una occasione di rilancio del movimento sindacale». Per il suo collega della Uil, Luigi Angeletti, è «un accordo molto importante che non serve per regolare i nostri rapporti», ma è stato firmato «nell’interesse dei lavoratori, dimostrando che le regole scritte lontano dai posti di lavoro hanno esaurito la loro funzione». Spara a zero invece Giorgio Cremaschi, presidente del CC della Fiom: «è un accordo che estende a tutti i lavoratori il modello Fiat, è un cedimento gravissimo della Cgil che contrasteremo in Cgil, nelle fabbriche e nel Paese».

Accordi e referendum Ecco tutte le novità

Da scrivere le norme per superare i dissensi sui contratti

L’ accordo firmato ieri non cancella ma integra l’accordo sul modello contrattuale del 2009. Di fatto la Cgil rientra formalmente in quel sistema. Vero è che con poche eccezioni (metalmeccanici e commercio) tutti i contratti siglati dopo sono stati firmati dalle tre sigle rispettando solo in parte le regole del 2009.

I contratti nazionali

Resta fermo il loro ruolo centrale e la non alternatività con i contratti aziendali. Stabiliscono salari e normative per tutto il settore, e gli ambiti possibili in cui i contratti aziendali possono stabilire deroghe. Si possono firmare o non firmare, come oggi, ma il «peso» dei vari sindacati verrà certificato dall’Inps che conterà formalmente il numero degli iscritti alle varie organizzazioni (ponderato con i voti presi alle elezioni delle Rsu). Per sedersi al tavolo un sindacato deve avere almeno il 5% dei lavoratori del settore.

I contratti aziendali

Una volta approvati valgono per tutti i lavoratori e vincolano le organizzazioni aziendali di Cgil-Cisl-Uil. Se stabiliscono clausole di tregua sindacale, le Rsu e i sindacati (ma non i singoli lavoratori, che possono sempre scioperare) devono rispettarle.

Approvare gli accordi aziendali Sono validi se approvati dalla maggioranza dei rappresentanti eletti nelle Rsu. In aziende dove ci sono solo le Rsa (nominate e non elette) sono validi se approvati dai sindacati che hanno la maggioranza degli iscritti certificati dall’azienda. E se un sindacato con il 30% degli iscritti non ci sta, si va al referendum tra tutti i lavoratori.

Deroghe dei contratti aziendali Anche «in via sperimentale» si possono prevedere modifiche rispetto ai contratti nazionali per «specifiche esigenze produttive». Se i contratti nazionali non fissano le regole, per situazioni di crisi o nuovi investimenti (tipo Fiat) si possono stabilire deroghe anche su orari, prestazioni e salario. Ma serve l’accordo dei sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil. Dunque, si possono fare «contratti Pomigliano»; ma devono essere tutti d’accordo.

E se non sono tutti d’accordo?

Il tema resta aperto: i sindacati di categoria, settore per settore, dovranno fissare le regole per fare le piattaforme, far approvare le intese ai lavoratori, e coinvolgerli «in caso di rilevanti divergenze» tra i sindacati.

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“Una firma che apre un’era nuova”, di Nicoletta Picchio

Più di sei ore di trattativa, anche con momenti di difficoltà. Poi, quasi alle dieci di sera è arrivata la firma. Stavolta unitaria: tutti d’accordo, Confindustria, Cgil, Cisl e Uil. Un accordo che segna un passaggio storico nelle relazioni industriali e che riguarda la rappresentatività delle sigle sindacali e l’esigibilità dei contratti aziendali.
ROMA
Confermando le previsioni della vigilia, l’intesa firmata ieri stabilisce che se un accordo aziendale viene approvato dalla maggioranza delle Rsu, le rappresentanze sindacali unitarie, oppure delle Rsa, le rappresentanze sindacali aziendali, le norme sono efficaci per tutto il personale “in forza” dell’azienda” e vincolano tutte le organizzazioni sindacali che hanno firmato l’intesa. Nel caso degli accordi siglati dalle Rsa è previsto un referendum abrogativo.
È stato uno dei punti più delicati della trattativa, insieme all’aspetto delle possibile modifiche che può contenere il contratto aziendale rispetto a quello nazionale. Nel 2009 è stata proprio la possibilità delle deroghe uno dei motivi per cui la Cgil di Guglielmo Epifani decise di non firmare la riforma della contrattazione.
Ieri, pur con termini diversi, si apre comunque la porta ad «intese modificative» anche in via sperimentale e temporanea.
Una possibilità che vale sia per quelle categorie il cui contratto collettivo le ha già recepite, come hanno fatto per esempio i metalmeccanici (articolo 4 bis), sia per quelle categorie che dovranno ancora farlo. In questo caso vengono specificati gli argomenti su cui si può intervenire: prestazione lavorativa, orari e organizzazione del lavoro. Intese che, viene detto esplicitamente nel testo, hanno efficacia generale come disciplinata nel protocollo.
È stata messa da parte però, per le resistenze della Cgil, la proposta di specificare la validità retroattiva delle norme sull’esigibilità delle intese aziendali. Un articolo che si sarebbe potuto applicare alle intese Fiat di Pomigliano e di Mirafiori, che sono già state firmate nei mesi scorsi (se l’accordo ci fosse già stato, Fiat non avrebbe avuto bisogno di creare newco fuori da Confindustria e di fare nascere le Rsa per avere quanto più possibile la garanzia di gestire gli investimenti).
Il protocollo, comunque, inserisce oltre all’esigibilità degli accordi aziendali approvati a maggioranza dalle Rsu e Rsa, anche il principio di tregua sindacale, proprio per evitare che una volta approvata l’intesa ci sia qualche sigla che proclama scioperi. Saranno i contratti aziendali a definire le clausole di tregua sindacale per garantire l’esigibilità delle intese. L’effetto sarà vincolante per le organizzazioni sindacali che hanno firmato l’intesa e non per i singoli lavoratori (per evitare di incappare nell’incostituzionalità).
Il protocollo, al punto primo, affronta anche la questione della rappresentatività delle sigle sindacali. Il punto di riferimento è stato l’accordo di Cgil, Cisl e Uil del 2008: ci sarà un mix tra deleghe e voti.
Il numero delle deleghe viene certificato dall’Inps e trasmesso al Cnel, che dovrà ponderarlo con i voti delle Rsu. Per la legittimazione a nagoziare è necessario che il dato di rappresentatività per ogni organizzazioni superi il 5% del totale dei lavoratori.
© RIPRODUZIONE RISERVATAUN ACCORDO IN OTTO PUNTI È stato siglato ieri l’accordo interconfederale unitario tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil che in otto punti ha fissato le nuove regole sulla rappresentanza sindacale dopo 17 mesi di divisioni sindacali. L’intesa ha fissato la possibilità di intese modificative ma le parti hanno concordato di mettere da parte la proposta di specificare la validità retroattiva delle norme sull’esigibilità delle intese aziendali EFFICACIA IN PRESENZA DI RSA
pIn aziende in cui sono presenti le Rsa (Rappresentanze sindacali aziendali) i contratti collettivi aziendali sono efficaci se approvati dalle Rsa destinatarie della maggioranza delle deleghe. I contratti vanno sottoposti al voto dei lavoratori entro 10 giorni. Per la validità della consultazione serve la partecipazione del 50% più uno degli aventi diritto al voto. L’intesa è respinta con il voto della maggioranza semplice ESIGIBILITÀ p I contratti collettivi aziendali che definiscono clausole di tregua sindacale finalizzate a garantire l’esigibilità degli impegni assunti con la contrattazione collettiva hanno effetto vincolante esclusivamente per tutte le rappresentanze sindacali dei lavoratori e associazioni sindacali operanti all’interno dell’azienda e non per i singoli lavoratori RETROATTIVITÀ p Secondo quanto fissato ieri, i criteri introdotti in materia di rappresentanza ed esigibilità non avranno valore retroattivo. È stata messa da parte, infatti, per le resistenze della Cgil, la proposta di specificare la validità retroattiva delle norme sull’esigibilità delle intese aziendali. Un articolo che si sarebbe potuto applicare alle intese Fiat di Pomigliano e di Mirafiori, che sono già state firmate nei mesi scorsi DEROGHE p I contratti collettivi aziendali possono definire, anche in via sperimentale, intese modificative delle regolamentazioni dei contratti collettivi nazionali di lavoro (ccnl) nei limiti e con le procedure previste dagli stessi ccnl. Ove non previste i contratti collettivi aziendali possono definire intese modificative sugli istituti del ccnl che disciplinano prestazione lavorativa, orari e organizzazione del lavoro CERTIFICAZIONE p Per la rappresentatività delle organizzazioni sindacali si assumono come base i dati associativi riferiti alle deleghe conferite dai lavoratori. Il numero delle deleghe viene certificato dall’Inps. I dati così raccolti e certificati saranno da ponderare con i consensi ottenuti nelle elezioni periodiche delle rappresentanze sindacali unitarie da rinnovare ogni
tre anni CONTRATTI AZIENDALI pIl contratto collettivo nazionale di lavoro ha la funzione di garantire certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori del settore. La contrattazione collettiva aziendale si esercita per le materie delegate, in tutto o in parte, dal contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria o dalla legge
EFFICACIA IN PRESENZA DI RSU p I contratti collettivi aziendali per le parti economiche e normative sono efficaci per tutto il personale in forza e vincolano tutte le associazioni sindacali firmatarie dell’accordo interconfederale operanti all’interno dell’azienda, se approvati dalla maggioranza dei componenti delle rappresentanze sindacali unitarie elette secondo le regole interconfederali vigenti

Il Sole 24 Ore 29.06.11

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“Contratti, firmato l´accordo tra Confindustria e sindacati Sì della Cgil, ma da Fiat è gelo”,

Accordo fatto sulla contrattazione e la rappresentanza sindacale. Dopo sei ore di trattativa ininterrotta, la Confindustria e le confederazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil hanno raggiunto ieri sera l´intesa sulle regole per la validità e l´efficacia dei contratti. Quasi una svolta nelle relazioni industriali dopo la rottura del 2009 con la Cgil che non sottoscrisse il nuovo modello di contrattazione. «Si chiude una stagione di divisioni», hanno infatti detto, quasi usando le stesse parole, la presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, e la leader della Cgil, Susanna Camusso, subito dopo la firma.
Un´intesa benedetta, quella di ieri, dal ministro dell´Economia, Giulio Tremonti: «Grazie a Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti, Susanna Camusso ed Emma Marcegaglia. Grazie per quello che hanno fatto nell´interesse del nostro Paese». Una presa di posizione dal doppio valore: da una parte una implicita polemica con la maggioranza che stenta a comprendere fino in fondo la gravità del contesto economico; dall´altra la chiara indicazione del “blocco sociale” (quello dei ceti produttivi) al quale il ministro intende fare riferimento.
D´ora in poi un contratto sarà valido per tutti se sarà firmato dal 50 per cento più uno delle Rsu (le rappresentanze sindacali unitarie) che saranno costituite seguendo due criteri: il voto di tutti i lavoratori e la certificazione degli iscritti alle singole organizzazioni da parte dell´Inps. In sostanza il modello che già si applica nel pubblico impiego. Dove non saranno elette le Rsu e ci saranno solo i rappresentanti scelti dai sindacati (le Rsa) si dovrà fare il referendum e perché passi l´accordo servirà il 50 per cento più uno dei consensi. Il sistema contrattuale resta con due livelli: il nazionale e l´aziendale. Quest´ultimo non potrà esplicitamente derogare al contratto nazionale bensì “adattare” alla singola impresa le regole generali.
Ma la nuova architettura per le relazioni industriali potrebbe non essere sufficiente a trattenere la Fiat-Chrysler all´interno della Confindustria, anche se la Marcegaglia ha detto che risponde alle «istanze» del gruppo automobilistico. Ieri l´amministratore delegato della multinazionale, Sergio Marchionne, ha seguito dal suo ufficio del Lingotto la trattativa romana. Valuterà insieme ai suoi giuslavoristi cosa fare nei prossimi giorni. Ma da quel che scaturiva ieri da Torino il passo successivo sembra ormai quello dell´uscita da Confindustria. Marchionne, d´altra parte, lo ha detto più volte alla Marcegaglia e l´ha spiegato a Bonanni e Angeletti in un incontro a Roma una quindicina di giorni fa. «È stato fatto anche un buon lavoro, ma non sufficiente per risolvere i nostri problemi», è nella sostanza la tesi della Fiat. I cui problemi si chiamano Fiom e i ricorsi giudiziari che i metalmeccanici della Cgil hanno promosso contro i contratti per gli stabilimenti di Pomigliano d´Arco e Mirafiori, costituiti in newco e già fuori dal perimetro confindustriale. Marchionne voleva un “avviso comune” delle parti sociali al governo che poi lo traducesse in una norma di legge. L´unica a poter bloccare i ricorsi della Fiom, destinati in buona parte ad essere accolti favorevolmente dai tribunali. Ma la strada dell´”avviso comune” avrebbe impedito l´intesa anche con la Cgil. «Noi – disse la Camusso – facciamo gli accordi, se ci sono le condizioni, non gli avvisi comuni». Marcegaglia spinta anche da un pezzo della sua base ha scelto di non rompere un´altra volta con la Cgil, dove la Fiom si è comunque schierata contro l´intesa. Per la soluzione indicata da Marchionne si era speso anche il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che ieri ha cercato di ricomprendere nell´accordo anche il caso Fiat: «Pomigliano e Mirafiori hanno aperto la strada

La Repubblica 29.06.11

Donne nei Cda, 'sì' bipartisan. Camera dà il via libero definitivo

Il ddl è stato approvato con 438 sì, 27 no e 64 astenuti. La componente femminile nei Consigli dovrà essere di un quinto a partire dal 2012 e di un terzo dal 2015. La Camera ha approvato in via definitiva il testo sulla parità di accesso nei Cda delle società quotate in mercati regolamentati. La legge è passata con 438 sì, 27 no e 64 astenuti. Il via libera bipartisan arriva dopo quello avuto dal Senato: il testo passa ora alla firma del capo dello Stato per la promulgazione e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale.
A favore hanno votato tutti i gruppi parlamentari, mentre hanno dichiarato in aula la loro astensione i sei parlamentari radicali eletti nel Pd. “Come Radicali siamo sempre stati contrari alle quote”, ha spiegato Rita Bernardini. Con loro, in dissenso dai rispettivi gruppi, le deputate leghista Manuela dal Lago e dell’Udc Luisa Capitanio Santolini.

La legge in pillole. Ecco, in sintesi, cosa stabilisce la nuova legge:
– QUOTE ROSA DI UN TERZO: I consigli di amministrazione e gli organi di controllo delle società quotate e delle controllate pubbliche non quotate dovranno essere composti da un quinto di donne a partire dal 2012 e da un terzo dal 2015.
– SANZIONI: in caso di inadempienza ci sarà una diffida da parte della Consob a reintegrare il cda o i collegi entro quattro mesi; in caso di ulteriore inadempienza scatteranno un’ulteriore diffida di tre mesi e le sanzioni pecuniarie: da 100 mila a 1 milione di euro per i cda e da 20 mila a 200 mila per i collegi sindacali. Qualora le società non si dovessero adeguare entro i sette mesi concessi dalle due diffide scatterà la decadenza del consiglio d’amministrazione o degli organi di controllo.
– ENTRATA IN VIGORE: la legge entrerà in vigore dopo un anno esatto dalla pubblicazione del testo sulla Gazzetta Ufficiale.

Favorevoli e contrari. Contro la legge, diversamente dal proprio e dagli altri gruppi, si sono espressi in aula i deputati Pdl Andrea Orsini, Fabio Garegnani, Emerenzio Barbieri, Giancarlo Lernher. “Il sistema delle quote lo considero – ha detto Orsini- illiberale e grave: lo stato non può scegliere in tutto o in parte la composizione di Cda societari. La libertà di impresa e i diritti di ogni cittadini, non sono divisibili: devono andare tutti nella stessa direzione che non è certo quella delle quote” . “Le quote – ha fatto eco Garegnani- sono profondamente discriminatorie: e sono profondamente offensive per la diginità della donne, non a sua tutela”. “Le quote si conciliano ben poco – ha aggiunto Barbieri- con lo spirito liberale del nostro movimento politico: rinnegano la meritocrazia, creano riserve indiane”. “Sono offensive per le donne e un grave vulnus al principio di vera uguaglianza”, ha aggiunto Lerner. “Io sono al di là delle quote rosa, sarei favorevole delle quote azzurre, quelle maschili: trovo le quote avvilenti”, ha voluto mettere agli atti per parte sua Alessandra Mussolini. ”Si tratta di una norma che colma un ritardo storico, perché spinge in una direzione che porta il Paese più vicino all’Europa”, è stato il commento di Dario Franceschini, che ha anche sottolineato che si tratta di un’iniziativa parlamentare del Pd.

Da Carfagna a Mosca: “Un grande giorno”. “È un grande giorno per il Paese. Una grande occasione per dimostrare non siamo democrazia dimezzata. È un testo condiviso, equilibrato, avanzato: mi onoro di averla proposta e portata avanti; è una legge epocale di cui ringrazio tutti: governo, ministro Carfagna, gruppi parlamentari e le commissioni e le centinaia di donne che mi hanno sempre sostenuta”, ha detto in Aula Lella Golfo, deputata Pdl, coautrice con la Pd Alessia Mosca della proposta di legge approvata.
“L’Italia ha preso oggi una decisione di portata storica, ha fatto un importantissimo passo in avanti sulla strada della valorizzazione del talento e delle energie femminili”, è stato il commento di Mara Carfagna, ministro per le Pari Opportunità. “Grazie a un percorso condiviso di maggioranza e opposizione, al lavoro di donne e uomini di valore e a una discussione franca ma mai eccessiva, è stata scritta una legge equilibrata, graduale e temporanea, che consente una maggiore partecipazione delle donne senza compromettere la libertà di impresa” conclude il ministro. “Ringrazio tutti coloro che hanno collaborato per questa legge: purtroppo i maschietti di questo Parlamento quando si tratta di ‘tutelare’ le donne si prodigano mentre quando si tratta di attribuire responsabilità di potere si tirano indietro “, ha detto dai banchi del Pd Paola Concia. “Le quote – ha affermato fra l’altro in un appassionato intervento la presidente Fli della commissione Giustizia Giulia Bongiorno – sono oggi necessarie, ma per prime le donne sanno e devono impegnarsi perché siano transitorie e limitate: un momento di mero passaggio”.

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“Rivoluzione rosa nelle aziende donne obbligatorie nei cda”, di Luisa Grion

Dal 2012 al femminile un posto su cinque, dal 2015 uno su tre. La riforma diventa legge dello Stato e riguarda società quotate e società pubbliche. Per chi non rispetterà le quote previste multe e decadenza degli amministratori. Le quote rosa sono legge: le società quotate in Borsa e quelle a partecipazione pubblica dovranno far spazio, nei loro vertici, alle donne. Più che una spontanea apertura al femminile, quindi, si tratterà di un obbligo: i consigli di amministrazioni e gli organismi di controllo delle due tipologie d´impresa dovranno essere composti, a partire dal 2012, da un quinto di donne (il 20 per cento). Ma dal 2015, con il nuovo mandato, la presenza femminile dovrà salire ad un terzo (33,3 per cento).
Trattandosi di legge, il mancato rispetto sarà punito: prima con un semplice richiamo, poi con una sanzione pecuniaria, infine con la decadenza del cda o dell´organismo di controllo. O meglio: se le quote non saranno rispettate la Consob invierà una diffida alla società chiedendo di mettersi in regola entro quattro mesi. Se l´azienda persisterà nel suo comportamento, scatterà un´ulteriore avvertimento a tre mesi e l´obbligo di pagare una multa che potrà andare dai 100 mila a 1 milione di euro per i cda e dai 20 mila ai 200 mila euro per i collegi sindacali. Ma se, nonostante i ripetuti interventi, le femmine resteranno ancora senza la quota minima di poltrone, dopo sette mesi scatterà la decadenza del cda o dell´organismo di controllo stesso.
La legge è stata varata ieri, in via definitiva, dalla Camera con un voto bipartisan: 438 sì, 27 no e 64 astenuti. Le nuove norme, entreranno i vigore ad un anno esatto dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ma per via delle naturali scadenze dei mandati, saranno a pieno regime nel 2015. Nel frattempo hanno prodotto molta soddisfazione e qualche nota polemica.
L´idea di ottenere un riconoscimento al lavoro femminile attraverso il meccanismo delle quote non è infatti mai piaciuta ai radicali: ieri i loro sei deputati sono stati fra i 46 astenuti, ma a votare «no» sono stati anche alcuni rappresentanti della maggioranza e dell´opposizione, sia maschi che femmine. «E´ una legge contraria al rispetto del diritto civile e delle istituzioni» ha detto Fabio Garagnani del Pdl. Ma anche da sinistra è arrivata qualche critica: «Non c´è niente di peggio delle quote. Lo dico io che sono abituata ad essere una quota per definizione, vorrei che le donne arrivassero ai vertici per quello che valgono, non perché rientrano in quote» ha commentato Ileana Argentin deputata del Pd donna e disabile.
Ma di gran lunga è prevalsa la soddisfazione e la sensazione di aver varcato una soglia importante: «La decisione è di portata storica» ha detto il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna; «un passo avanti che fa onore al Parlamento» ha commentato la collega dell´Ambiente Stefania Prestigiacomo. Stesso entusiasmo per l´opposizione: dal capogruppo del Pd Dario Franceschini, secondo il quale «la norma colma un ritardo storico e ci porta più vicini all´Europa», a Rosy Bindi. «Qualcosa si muove – ha detto – ora vigileremo sull´attuazione». La più soddisfatta di tutti è stata Lella Golfo, parlamentare del Pdl, prima firmataria del testo approvato: «Questa legge – ha detto – è un passaggio importante che riguarda le donne fortunate, perché già in possesso dell´ esperienza e dei requisiti necessari per entrare nei cda, ma anche quelle meno fortunate, perché le norme possono creare un circolo virtuoso e fare da traino».
Ora, incassato il risultato per le società quotate e quelle partecipate molto resta da fare, specialmente per quanto riguarda la politica: anche qui la tendenza è bipartisan. «Diamo il buon esempio: bilanciamo la composizione per sesso anche per l´ufficio di presidenza e del collegio dei questori della Camera» ha chiesto Alessandra Mussolini, Pdl, definendosi «al di là delle quote rosa». «Ora la politica ha meno alibi – ha detto Anna Finocchiaro del Pd – è chiaro che il prossimo passo è portare più donne in Parlamento».

La Repubblica 29.06.11