Latest Posts

Tagli al personale ATA, il Pd: “Governo irresponsabile”

L’on. Manuela Ghizzoni: “Genitori, insegnanti e studenti costretti ad arrangiarsi”. Gli ultimi dati diffusi dai sindacati della scuola rivelano che, dopo i tagli sui docenti, sono in arrivo anche quelli sul personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA). A Modena e provincia, in base alle tabelle ministeriali allegate alle circolari sugli organici della scuola, mancheranno all’appello 146 unità di personale Ata: 21 assistenti amministrativi, 3 assistenti tecnici e 122 collaboratori scolastici (i bidelli).

“Al ministro Gelmini, la quale sostiene che in Italia ci sono più bidelli che carabinieri – commenta l’on. Manuela Ghizzoni del Pd – noi ricordiamo che ci sono molte più scuole che caserme e molti più bambini che criminali. Il personale ATA è quello che consente alle scuole di funzionare e i collaboratori scolastici sono figure fondamentali per la sicurezza delle scuole. Ci sono scuole di montagna con un solo bidello: chi si occuperà della vigilanza? Ma evidentemente – conclude la parlamentare del Pd – alla Gelmini tutto questo interessa poco. Il messaggio è: arrangiatevi. Ed è infatti quello che genitori, insegnanti e studenti stanno facendo nel disperato tentativo di salvare la scuola pubblica dalle picconate di un governo irresponsabile”.

"Quando a Milano c'erano i furbetti della monnezza", di Antonio Massarutto

Negli anni Novanta il capoluogo lombardo rischiò il collasso-spazzatura. Ma con uno spregiudicato artificio burocratico i rifiuti “urbani” si trasformarono in rifiuti “speciali” e furono smaltiti fuori dalla Lombardia, in impianti localizzati in varie regioni italiane. I trucchi che si possono fare con l’immondizia sono degni di Totò e Peppino e possono diventare ottimi affari. Forse anche i californiani li conoscono bene. Se fior di tecnici che stimo e rispetto non sono riusciti a venire a capo della catastrofe della munnezza napoletana, non sono certo così pazzo da pensare di risolverla dal comodo salotto di casa (dove peraltro stazionano ben cinque pattumiere separate per la raccolta differenziata). Non intendo neppure pronunciare la parola “inceneritore”, onde evitare che la mia casella mail venga bombardata di spam dai grillini di tutta Italia e il sito de lavoce.info venga sommerso dagli strepiti di indignados e anime belle.
Forse, però, prima che qualcuno pensi di indire un referendum anche per la monnezza, una ripassatina alla storia recente farebbe bene a quanti – politici, esperti (veri e fai-da-te), semplici cittadini – stanno in questi giorni assistendo all’ennesima puntata della tragicommedia partenopea.

SMALTIMENTO DI RITO AMBROSIANO

Qualcuno ricorda ancora, per esempio, che negli anni Novanta una crisi simile a quella napoletana fu vissuta da Milano. La leggenda dice che, con un soprassalto di meneghina efficienza, la “capitale morale” si rimboccò le maniche, e in poco tempo mise all’opera un sistema integrato basato sulla raccolta differenziata e il riciclo, ricorrendo – solo per lo stretto tempo necessario – alla solidarietà delle regioni amiche. Ma non andò proprio come ce la raccontano.
Il comune di Milano per gestire il rifiuto realizzò un impianto di selezione, compostaggio e produzione di cdr (combustibile derivato da rifiuti) – più o meno come quelli che sono stati realizzati a Napoli, e non hanno funzionato perché non sono stati in grado di ottenere un compost e un cdr davvero riutilizzabili. Nemmeno Milano ci riuscì, peraltro. Del compost e del cdr che uscirono dall’impianto realizzato sull’area ex-Maserati non fu mai recuperato nemmeno un grammo. Quel compost e quel cdr invenduti, ormai diventati “rifiuti speciali”, potevano però essere legalmente smaltiti in impianti autorizzati collocati ovunque, e presero la strada del Friuli, della Puglia, della Campania, dovunque ci fossero discariche autorizzate per rifiuti industriali.
Anche sul destino del 30 per cento raccolto con la differenziata non metterei la mano sul fuoco: chiunque operi nel settore di rifiuti sa che dei materiali raccolti in modo differenziato si recupera una frazione tanto più grande quanto più il materiale è conferito in modo ordinato e pulito, mentre la frazione di scarti è tanto più alta quanto più la raccolta viene improvvisata (e Milano la improvvisò in poche settimane). Anche quegli scarti, tuttavia, sono rifiuti speciali, che potranno essere smaltiti presso qualunque operatore autorizzato, e dunque non rientrano più nella contabilità della gestione del rifiuto urbano, la quale si esaurisce nel momento della cessione al soggetto che dichiara di avviarli al recupero.

RIFIUTI URBANI E SPECIALI

Il meccanismo era perfettamente legale nella forma, anche se ben lontano dallo spirito del cosiddetto “principio di prossimità e autosufficienza”, in base al quale i rifiuti urbani devono essere trattati nel territorio che li ha prodotti: i rifiuti urbani, appunto (circa 32 milioni di tonnellate, in Italia). Per quelli speciali (107 milioni di tonnellate), ossia i rifiuti prodotti dalle attività commerciali e industriali, vale l’obbligo di affidarli ad operatori autorizzati, ma non il principio di prossimità; se si tratta di materiali almeno teoricamente destinati al recupero, è del tutto lecito smaltire in Calabria o in Danimarca un rifiuto speciale prodotto da un’azienda veneta o marchigiana.
In sé e per sé, niente di male, se non fosse che Milano prima, ma ancor oggi moltissimi operatori del Centro e del Nord, un po’ per necessità, un po’ per convenienza, hanno fatto largo ricorso alla pratica di realizzare impianti di cosiddetto “riciclaggio”, che in realtà non riciclano un bel nulla, ma trasformano i rifiuti urbani in una merce teoricamente destinabile alla vendita, che poi però non vuole nessuno. Se un produttore di mozzarelle non riesce a vendere il suo prodotto prima della data di scadenza, questo diventa un rifiuto speciale da smaltire. E il cdr e il compost milanesi, come tante mozzarelle scadute, presero a girare per l’Italia come rifiuto speciale, eludendo il vincolo territoriale. Un trucco degno di Totò e Peppino, che per una volta sono stati i milanesi a insegnare ai napoletani.

SPAZZATURA CHE PUZZA UN PO’ MA RENDE BENE

Ma poi si può raffinare ulteriormente il gioco. Prendiamo il compost (da rifiuti indifferenziati): è di qualità così bassa che nessuno lo vuole. Ma supponiamo che, invece di collocarlo in discarica come dovrebbe, il suo detentore stipuli un accordo con aziende agricole compiacenti; anzi, supponiamo che se le comperi proprio (al Sud, ma anche al Nord, sono molti i terreni agricoli in via di abbandono, in vendita per un tozzo di pane). Li compera, finge di coltivarli, e dunque li concima col suo compost di bassissima qualità, e incassa pure i contributi europei. E già che c’è, perché fermarsi? In quel compost potrebbe mescolare qualche po’ di altri rifiuti, magari di notte, dopo che un tecnico ha certificato che di compost si tratta. Lo stesso si può fare con molte altre “materie seconde” recuperate nel ciclo dell’edilizia, nelle massicciate, nelle barriere antirumore, per citarne solo alcune. Forme di recupero lecite e meritevoli, si intende: finché qualche manina discola non interviene a mischiare le carte.
Mi fanno sinceramente sorridere le prese di posizione degli amministratori del Nord che oggi strepitano indignati dicendo di “essersi stufati” di venire in soccorso dei napoletani. Ai quali il giochetto (di trasformare gli urbani in speciali) non può riuscire, anche perché nel frattempo tutte le discariche d’Italia sono state riempite di rifiuti (milanesi e più in generale del Nord). Quindici anni fa, una discarica in Lombardia costava già 150 euro per tonnellata o più, e al Sud 10 o 20 volte meno. Ora la pacchia è finita, e anche al Sud la discarica è divenuta merce rara.
Il Nord non è senza peccato, insomma, e farebbe bene a non dimenticare dove i suoi rifiuti sono veramente andati a finire per almeno dieci anni, e in parte continuano tuttora. Vero è che il tempo guadagnato con il giochino servì a Milano per pianificare e realizzare con calma gli impianti di cui oggi può ben andare fiera, e che – oggi sì – possono permetterle di affermare a testa alta di aver risolto i problemi chiudendo la filiera: riciclando, recuperando, bruciando per produrre energia, se non azzerando riducendo in modo sostanziale la dipendenza dalle discariche.
Per realizzare quegli impianti e mandare a regime le soluzioni che caratterizzano un moderno sistema integrato di gestione ci vollero molti anni. Non bastano sei mesi, e solo un ciarlatano poteva pensare che a Napoli ci si potesse arrivare per la scorciatoia del commissariamento e degli impianti presidiati dall’esercito, senza pensare a dove metterli nel frattempo. Già detto, già scritto troppe volte su queste colonne, già verificato sulla pelle dei cittadini. Cos’altro resta da aggiungere?
Ma a Napoli, forse, si prenderà un’altra strada. Pare che ad istruire la nuova giunta su cosa fare sia venuto un guru da San Francisco: quella città che sta facendo credere al mondo intero che i suoi rifiuti vengono riciclati al 75 per cento. Ora, sarebbe interessante che ci si raccontasse cosa accade veramente a quel 75 per cento “riciclato”. Esso viene raccolto con una differenziata multimateriale (ossia: tutti gli imballaggi e i materiali riciclabili vengono messi in un unico contenitore) che avvia il raccolto a un impianto di selezione dove il tutto viene separato, un po’ meccanicamente, un po’ a mano. Quel che ne risulta sono materiali teoricamente riciclabili, per cui anche in America escono dalla contabilità del rifiuto. Ma mi ha detto un uccellino che buona parte di quelle “materie seconde” un mercato lo trova sì, ma in estremo Oriente. Totò e Peppino, dalla tomba, sorridono …

www.lavoce.info

"Se a Napoli arrivassero gli angeli della monnezza", di Adriano Sofri

Immagino come un dopoguerra, un film di persone che scendano in strada a prendere ciascuna il proprio sacco di spazzatura e se ne rientrino in casa. Confronto la monnezza a Napoli col fango dell’Arno a Firenze nel 1966. Che cos’hanno in comune, direte, a parte l’impiego metaforico del termine alluvione anche a Napoli? Che l’una fosse un disastro naturale e l’altra umano, non è così decisivo. Nel 1966 l’incuria umana trasformò un accidente naturale in disastro: a questi fiumi rovinosi si apprestino argini e ripari nei tempi quieti, diceva Machiavelli, in modo che l’impeto loro non risulti così licenzioso e dannoso. Oggi inettitudine e corruzione di umani danno alla monnezza napoletana la portata di una catastrofe naturale. Ormai è difficile che i grandi disastri avvengano senza un concorso di colpa – come a Fukushima.

Però là c’erano i libri, qua la monnezza. Infatti: sgombrare dall’una vuol dire far posto agli altri, in tutti i sensi. Si pretende che Napoli sia affare dei napoletani. A uno strano finale va avviandosi l’anniversario dell’unità d’Italia. Uno spiazzo padano in cui gridare Secessione. Una città del cuore (dell’aneddoto sul Cavour morente: “Questi nostri poveri napoletani…”) che si vuol mandare alla deriva. Eppure è bella l’idea che l’atto finale delle celebrazioni del 150enario abbia a che fare col riscatto dalla monnezza, e vi metta mano ogni parte del paese. “Quand’è che si vota di nuovo?”, chiede un giovane in una vignetta dei giorni scorsi. La buona volontà c’è, aspetta solo i varchi da cui passare. Si chiamarono angeli del fango, con una dose di retorica melensa, i ragazzi di Firenze 1966, che infatti aspettavano il loro varco. Verrebbero a Napoli, i loro coetanei d’oggi, a passarsi di mano in mano i sacchi di spazzatura, se solo ci fosse alla fine un posto in cui depositarli. Sarebbe bello che ci venissero lo stesso, così, per prendersi il loro sacchetto e tornarsene via, un altro modo per votare, e per dire che abbiamo capito alcune cose semplici. Che i commissariamenti governativi sono serviti a rendere perenne l’emergenza e i suoi guadagni, e a saldare un sistema Commissariato-Impregilo-Camorra. Che si pretende che i rifiuti non partano da Napoli alla volta di altre regioni e si scarica da anni una valanga di rifiuti speciali dal nord alla Campania. Che è davvero possibile raggiungere una percentuale oltre il 60 per cento di raccolta differenziata nel giro di mesi, e che ci sono riuscite Salerno e Portici e Mugnano, che non sono in Finlandia. E che l’impegno per lo sgombero della monnezza coincide con quello contro la camorra: per esempio, spiega Guido Viale, nella discarica vuota nel Casertano controllata dalla famiglia Schiavone. Una tipica situazione risorgimentale, no?

Se da 17 anni si è fatto in modo di perpetuare un’emergenza della spazzatura che danna l’intera vita economica e civile di una metropoli mediterranea ed europea, è evidente ora il desiderio di trarne una rivalsa nei confronti del bruciante risultato elettorale: qualcosa come il “cacerolazo” cileno del 1972. La nuova amministrazione napoletana è stata investita da un voto che indica un desiderio irruento e profondo di rinnovamento e di pulizia. Ha ereditato la montagna di rifiuti. È grottesco che l’eccesso di zelo di De Magistris sui “cinque giorni” (nella città, del resto, delle Quattro Giornate, e c’era ben altro da spazzar via), gratuito com’era, faccia da pretesto a un impudente rovesciamento di responsabilità, e che Berlusconi arrivi a dire che dovrà ancora pensarci lui. Sarà bene che ci pensiamo tutti quanti, e che i governi di regioni che hanno dichiarato la propria solidale disponibilità, e lo fecero già in passato, sentano il sostegno dei cittadini, e si vergognino quelli che ostentano il proprio egoismo. (Si rilegga il riconoscimento dell’ex sindaco Formentini su Milano invasa dalla monnezza e soccorsa dal Bersani presidente dell’Emilia Romagna nel 1995).
Chiunque, se gli chiediate che cosa associa al nome di Napoli negli ultimi anni, risponderà “la monnezza”. Lasciategli un minuto in più, e gli verranno in mente altre cose. Un presidente della Repubblica, naturalmente. E il libro italiano di gran lunga più amato, Gomorra. Un altro libro esce ora, e così nettamente l’editore Sellerio lo presenta: “Era dal tempo della Lettera a una professoressa che non leggevamo pagine così emozionanti”. Si intitola Insegnare al principe di Danimarca, l’ha scritto Carla Melazzini, racconta fatti e riflessioni di un’esperienza ardua e formidabile come quella dei maestri di strada del Progetto Chance, che raccolgono ragazzi “dispersi” della Napoli un tempo operaia di Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio, oggi ribattezzata “il triangolo della morte”. Scarti, quei bambini, che vengono ordinariamente smaltiti nel “Sistema”. Quanta ricchezza contengano, e quali lezioni vengano sulla città e il nostro tempo dal punto di vista di chi si dedica a loro, è difficile da immaginare per chi segua, fra l’angoscia e il fastidio o l’abitudine, le cronache sui mucchi di monnezza. “Un insegnante di media cultura e umanità è presumibilmente disponibile a commuoversi sul dramma del giovane principe di Danimarca, e a riconoscere le ragioni dei suoi atti, anche i più estremi. Ma quanti insegnanti sarebbero disposti a riconoscere la stessa legittimità ai sentimenti di un adolescente di periferia che vive il tradimento della propria madre con l’intensità e la consequenzialità del principe Amleto?”

Non si fa letteratura in questo resoconto, caso mai la si traduce nelle cose: “Lessi in una classe le prime righe della Metamorfosi, poi chiesi ai ragazzi chi dei membri della loro famiglia, secondo loro, avrebbe accettato di prendersi cura del povero Gregor Samsa trasformato in un immondo scarafaggio. I maschi all’unanimità risposero “la mamma”. Perché? Ovvio: perché “pure ‘o scarrafone è bello a mamma soja”. Il giorno dopo ero in biblioteca, si affaccia Gianni, il più piccolo e brutto della classe, chiedendo timidamente: “Professoré, lo tenete qui il libro dello scarrafone?””.

Scriveva l’autrice (è morta un anno fa, immaturamente): “Quando le nostre alunne vogliono significarci che non sono venute a scuola per poter fare i servizi domestici, fanno un ampio gesto col braccio che mima lo svuotamento a terra di un intero recipiente di detersivo… Lo sporco deve essere espulso, finché non ne rimanga traccia dentro la casa… La stessa ossessione espulsiva è vigente nei confronti di mosche e altri insetti, del sudore, degli odori (a questi ragazzi è difficilissimo far fare esercizio fisico, perché non tollerano di sudare). Gettano ogni cosa nello spazio esterno a sé. L’essenziale è che sia “fuori”. Quelli per i quali l’essenziale è che i rifiuti siano “fuori” sono i diretti discendenti di quelli che con i rifiuti hanno coabitato per tanto tempo, che come rifiuti sono stati sempre trattati. Il ragazzo che dieci anni fa ci disse “spendite tanti soldi pè munnezza comme nuje!”, aveva una casa luccicante di pulizia ed era, come gli altri, un consumista coatto. Successivamente ha fatto in modo di mettere in pratica il concetto che aveva di se stesso”.
Di una rivoluzione ha bisogno, e però ha un’imprevista opportunità, Napoli, e noi con lei. Sgombrare la monnezza e imparare a riusarla non è che la premessa. Issarono un tricolore sul mucchio di spazzatura. In un certo senso, era una buona idea.

La Repubblica 28.06.11

Due domande al ministro…

Gli studenti della Rete scrivono alla Gelmini: “Ci hanno insegnato che merito vuol dire premiare chi arriva per primo partendo dalle stesse possibilità, perché invece nella scuola italiana chi rimane in dietro è abbandonato a se stesso?” In queste giorni post-esami di maturità, in cui il ministro Gelmini ringrazia i docenti e tutto il personale della scuola -che poi licenzia- per come tutto sia filato liscio senza inconvenienti, è interessante leggere quel che gli studenti della Rete degli Studenti scrivevano al ministro in occasione della prima prova di maturità. “Vorremmo poter parlare delle tracce dei temi -si legge nella nota che accompagna la lettera aperta inviata alla Gelmini- dell’ansia prima di entrare a scuola, o della nottata passata sui libri ma purtroppo siamo costretti a denunciare, in un momento di cosi forte attenzione mediatica, la situazione disastrosa della scuola pubblica italiana. Vogliamo in particolar modo cogliere l’occasione per fare alcune domande al Ministro della pubblica istruzione Maria Stella Gelmini. Tante sono state le dichiarazioni del ministro durante l’anno, tanti i proclami, quello che noi vediamo però sono semplicemente le macerie delle nostre scuole”.

E visto che il ministro parla continuamente di rigore, merito e qualità, la Rete degli Studenti chiede alla Gelmini di soffermarsi su un paio di questioni: “Nel 2008 a Rivoli in provincia di Torino Vito Scafidi muore sotto le macerie di una scuola, ancora. Nel 2009 a Nuoro crolla un solaio in una scuola elementare facendo decine di feriti, ancora. Ministro da anni lei parla di un’anagrafe dell’edilizia, e nonostante gli enti locali abbiano fornito i dati, non ce n’è traccia. Le chiediamo perché non viene pubblicata? Da anni millanta finanziamenti, perché non esistono in nessuna finanziaria? Come pensa di risolvere questa situazione continuando ad operare solo tagli?
Lei parla della scuola del rigore, ha inasprito le regole sul voto di condotta, sulle insufficienze, addirittura sulle assenze, per avere una scuola “meritocratica”. Ci hanno insegnato che merito vuol dire premiare chi arriva per primo partendo dalle stesse possibilità, perché invece nella scuola italiana chi rimane in dietro è abbandonato a se stesso? Le scuole non possono svolgere i corsi di recupero perché non ci sono i soldi, i costi a carico di studenti e famiglie aumentano continuamente (libri, contributi “volontari”, corsi di recupero, attività extracurriculari ecc…). Vorremmo chiederle, come fanno gli studenti che non hanno le possibilità economiche a frequentare ed andare avanti in questo modello di scuola che Lei ha creato? Aspettiamo delle risposte dal Ministro”.

La lettera al Ministro Gelmini

Caro Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini,

in questi giorni si svolgeranno in tutta Italia gli Esami di Stato e lei come ogni anno, ringrazia e incoraggia gli studenti a fare del proprio meglio. Nel frattempo si dimentica di aver lasciato a noi studenti e a tutto il Paese le macerie della scuola pubblica Italiana e le condizioni in cui gli studenti sono stati costretti a studiare per tutti questi anni.

Abbiamo deciso di scriverle perché siamo stanchi di essere presi in giro. Ci sembra inaccettabile che lei non abbia mai voluto confrontarsi seriamente con gli studenti ed ora alla fine dell’anno, ci venga a spiegare quanto siamo stati bravi o cattivi durante l’anno. Per questo motivo abbiamo deciso di chiederle di rispondere del suo operato e in particolar modo proprio dei suoi cavalli di battaglia che tanto continua a sbandierare, cioè qualità, merito e rigore.

Esiste qualità se le scuole ci crollano in testa?

Non possiamo crederle quando ci racconta di una scuola italiana sempre più di qualità, vedendo lo stato dell’edilizia scolastica italiana. Il 60 % delle scuole è stato costruito più di trent’anni fa, molte scuole sono allestite dentro ad edifici storici, altre in condomini affittati ai privati. Come si può pretendere che gli studenti imparino l’italiano, la matematica o l’inglese, se le strutture sono ricavate dove capita e non c’è un piano di finanziamenti per adeguare l’edilizia alle materie che vengono insegnate. La legge 23 del 1996 prevedeva che fosse istituita un’ anagrafe dell’edilizia scolastica italiana in modo da avere un rapporto dettagliato su qual è lo stato dell’arte e programmare gli interventi. Sappiamo che da tempo gli enti locali le hanno consegnato i dati sulla condizione delle scuole città per città, ma nonostante le nostre notevoli sollecitazioni, dell’anagrafe non vi è traccia. Ci chiediamo per quale motivo non è ancora stata pubblicata? Quando e con quali risorse il Ministero avrà intenzione di risolvere una situazione che è disastrosa da decenni e che si è dimostrata estremamente pericolosa per chi la scuola la vive ogni giorno, come dimostrano i casi di Rivoli nel 2008 e di Nuoro del 2009?

Se non ci possiamo permettere di andare a scuola, esiste il merito?

Parlando di merito lei ci racconta da ormai tre anni la favola che ogni studente raggiungendo una valutazione alta e impegnandosi potrà andare avanti. La verità è che le sue politiche, oltre a rivelarsi fallimentari, sono contrarie alle sue stesse dichiarazioni. Infatti in Italia grazie a lei, solo chi ha i soldi ed è di “buona famiglia” può andare avanti nel percorso di studi, visto i costi sempre più alti che le famiglie devono sostenere per andare a scuola. Durante l’estate dovrebbero attivarsi per legge i corsi di recupero gratuiti, invece molti istituti sono costretti a farli pagare con cifre molto alte o a non organizzarli proprio per mancanza di fondi. Per non parlare del “contributo volontario” che ormai di volontario non ha proprio niente, visto che le famiglie a settembre sono obbligate a pagare cifre sempre più alte, per iscrivere i figli a scuola. Ci chiediamo quando lei, signor Ministro darà la possibilità a tutti di diventare meritevoli, sviluppando le proprie capacità individuali e permettendo a tutti una parità di condizioni di partenza senza svantaggiare chi nasce in una famiglia più povera?

A cosa serve il rigore senza la libertà di espressione e di pensiero?

Il suo provvedimento sul limite di assenze ha l’unico effetto di tappare la bocca a chi in questi mesi ha contestato le sue politiche e il suo operato. Punire chi protesta bocciandolo è un modo meschino e tirannico che dimostra semplicemente quanto poco rispetto lei abbia per i valori democratici su cui si fonda la nostra Repubblica.

Inoltre non essendo neanche stata in grado di emanare per tempo le specifiche al provvedimento, ha lasciato le scuole nel caos per gran parte dell’anno e accorgendosi solo all’ultimo minuto della sua inadempienza ha provato a riparare emanando una circolare a Marzo. Le sue mancanze hanno comportato che gli studenti che hanno difficoltà a raggiungere l’istituto scolastico, che lavorano o che magari hanno problemi famigliari di ogni genere si sono trovati in gravissime difficoltà. Ora noi le chiediamo se crede che sia realmente funzionale allo Stato Italiano una scuola che con ogni pretesto possibile boccia gli studenti aumentando quindi la dispersione scolastica e creando i presupposti per una futura disoccupazione di gran parte dei giovani del nostro Paese?

www.partitodemocratico.it

"Quando i violentatori sono dei ragazzini", di Anna Oliverio Ferraris

Sabato scorso, durante la Notte bianca di Fano, nelle Marche, una ragazzina di 15 anni viene stuprata da tre liceali sedicenni di Città di Castello (Perugia), che la trascinano dietro un capanno sulla spiaggia e la violentano a turno, coperti dal frastuono della musica. A Villaricca, piccolo centro nell’ hinterland napoletano, due minorenni (un diciassettenne e un sedicenne, quest’ ultimo figlio di un personaggio affiliato al clan Ferrara-Cacciapuoti) sono stati arrestati con l’accusa di aver ripetutamente violentato, per un periodo di circa 4 mesi, due ragazzine di 12 e 14 anni. Sono solo gli episodi più recenti di violenza commessa da giovanissimi a danno di coetanee. Stupro di tre minorenni su una quindicenne a Fano durante una festa sulla spiaggia. Stupri continuati a Napoli su due ragazzine di 12 e 14 anni. E se i minorenni di Napoli sembrano provenire da famiglie malavitose, quelli di Fano sono dei liceali sedicenni di famiglie come tante. Se gli stupri di ragazzine siano in aumento rispetto al passato è difficile dirlo in assenza di statistiche certe. Certo è invece che si tratta di una forma di violenza— quella di gruppo in particolare— estremamente dissestante per le vittime, ma anche per i loro familiari e sicuramente in molti casi anche per i familiari dei giovani stupratori. Ci vuole del tempo, per una ragazzina, per rimettersi da un trauma del genere, a volte degli anni e per qualcuna la ferita psicologica rischia di non rimarginarsi, con conseguenze sulla sua vita sentimentale futura. Ma perché degli adolescenti apparentemente normali si lasciano andare ad atti del genere?
Certo, c’è la sessualità prorompente dell’età, ma c’è anche una totale mancanza di preparazione all’uso di questa sessualità, a cui spesso si aggiunge l’ iperstimolazione degli spettacoli porno, delle musiche psichedeliche, delle droghe e dell’alcol. La sessualità di un adolescente va incanalata attraverso una educazione sentimentale che inizia negli anni infantili e una educazione sessuale che inizia nella preadolescenza e che va a fondersi con la prima.
Entrambe insegnano il rispetto dell’altro e il controllo dei propri impulsi. Insegnano anche che certe forme di pornografia possono portare completamente fuori strada. Ai maschi un padre, o chi per lui, dovrebbe trasmettere il rispetto per la donna e l’arte del corteggiamento. Non solo, ma anche favorire la costruzione di un solido senso di responsabilità individuale. Non è un caso infatti se queste forme di violenza vengono perpetrate in gruppo: l’essere in due o più, ha l’effetto di ridurre il senso di responsabilità personale. Le ragazze, infine devono essere messe in guardia dal dare confidenza a chiunque. C’è infatti una semplificazione nei rapporti tra giovani che va segnalata con fermezza: la comunanza dì età, di gusti, di abbigliamento e di stile di vita, porta a pensare che si è tutti amici, che si è parte di una grande famiglia, la realtà però è ben diversa, come sono (molto) differenti gli adulti tra di loro così lo sono i ragazzi.

Il Corriere della Sera 28.06.11

"Effetto maestro prevalente: via 52mila posti", Claudio Tucci

L`introduzione del maestro prevalente alla scuola primaria, a parità di popolazione scolastica, farà ridurre del 20% il personale docente nei primi cinque anni. Praticamente, nel 2015, su circa 260mila insegnanti in organico alle elementari nel 2009/2010, anno di entrata in vigore delle nuove norme sul maestro unico targate Gelmini (legge 169 del2oo8), se ne perderanno 52mila. La stima arriva dalla Ragioneria dello Stato che nei giorni scorsi ha pubblicato una simulazione, fino al 2027, del fabbisogno scolastico.

Attenzione: lo studio è puramente teorico, precisa via XX Settembre, e ricalca per grandi linee le previsioni contenute nel Quaderno bianco sulla scuola del 2007. Ma è interessante perché, per la prima volta, vengono analizzati gli effetti delle riforme della scuola messe in campo dall`attuale Governo. Per esempio, tornando al maestro prevalente, nel lungo periodo, cioè fino al 2027, le riduzioni stimate di docenti sono più incerte: oscillano da un taglio di “maestri” del 10%-2o% al Nord e al Centro, fino ad arrivare al 30%-38% al Sud. Non tutte le province però avranno un calo di insegnanti: nel breve periodo a Milano, Modena e Prato la domanda di maestri è prevista in crescita, per effetto dell`evoluzione demografica favorita pure dall`immigrazione. Anche se, in due scenari su tre, la platea scolastica totale è stimata in calo rispetto al 2010 (anno scelto a campione dallo studio): tra le 150mila e le 600mila unità. E solo in un caso, considerato «il più ottimistico», la popolazione studentesca è calcolata in aumento, di circa 300mila unità.

Passando poi alle medie, con l`arrivo del tempo prolungato (36 ore settimanali, elevabili a 40, ma utilizzato nel 2009/2010 appena dal 23% delle classi) la domanda di docenti è prevista in crescita tra il 4% e 7% fino al 2020. Al Centro-Nord c`è la richiesta maggiore di personale, mentre al Sud la dinamica è opposta: nei primi cinque anni la domanda di docenti cala del 3%, per poi aumentare del 15% nel lungo periodo. Alle superiori infine, dove si è assistito a una riduzione del tempo scuola, il fabbisogno di docenti è stimato in calo dell`8% nei primi cinque anni, in parte riassorbito (-4%) grazie alla ripresa della domanda scolastica nel 2027. Anche qui però a “differente velocità” sul territorio e con il Nord a recuperare il gap teorico di domanda di docenti già a partire dal 2017.

Il Sole 24 Ore 28.06.11

"Rifiuti, il trucchetto della Lega", di Mariantonietta Colimberti

Un’altra grana gigantesca: il governo deve decidersi sulla munnezza napoletana, ma il Carroccio cosa farà? Potrebbe essere il replay dell’atteggiamento tenuto sulla vicenda Libia la linea del Piave del Carroccio, se oggi dal vertice di maggioranza non emergeranno soluzioni considerate accettabili o scambi convenienti. La Lega, cioè, potrebbe decidere di non partecipare al voto se nel consiglio dei ministri di giovedì si materializzerà il famigerato decreto per consentire il trasferimento dei rifiuti campani in altre regioni.
In occasione del voto di marzo scorso, l’unico ministro presente a palazzo Chigi, Roberto Calderoli, si astenne, e il documento a favore della partecipazione dell’Italia alle operazioni militari per l’applicazione della Risoluzione Onu fu approvata dalle commissioni esteri e difesa della camera con i voti dell’Udc e del Pd, ma non della Lega, i cui esponenti non erano presenti alla votazione.
Ma una soluzione del genere potrebbe non essere sufficiente questa volta per la Lega, che sul “no ai rifiuti dei napoletani” si gioca molta della sua credibilità presso il suo elettorato. Perché un esito “modello Libia” non eviterebbe il trasferimento dell’immondizia di Napoli anche senza il consenso delle regioni. Se, infatti, il consiglio dei ministri approvasse il decreto che equipara i rifiuti solidi urbani ai rifiuti speciali, si supererebbe anche la necessità di intese istituzionali. Questo la Lega non può accettarlo e non è la sola, a giudicare da quanto detto da Roberto Formigoni: disponibilità a inviare i propri uomini «per collaborare alla costruzione di una soluzione definitiva dell’emergenza rifiuti a Napoli», ma niente accoglienza per la “monnezza” sotto “la madunina”.
Il governatore lombardo, però, ha tenuto a esprimere la sua solidarietà a Stefano Caldoro, messo sotto inchiesta per epidemia colposa: «Trovo che Caldoro abbia perfettamente ragione. È allucinante, parossistico identificare in lui il responsabile dell’emergenza rifiuti». E allora? Come potrà uscire Silvio Berlusconi dall’impasse che rischia di far esplodere i rifiuti di Napoli sul tavolo rotondo di palazzo Chigi, insieme alla manovra e alla agognata riforma fiscale? Perché la faccenda, nonostante il miglioramento sul piano quantitativo della raccolta registratosi ieri in alcuni quartieri del capoluogo campano, è lontana dal risolversi da sola. Il ministro della salute Ferruccio Fazio ha ammesso un 2% di aumento dei problemi respiratori manifestati dai bambini napoletani in seguito all’emergenza rifiuti e denunciati in questi giorni dai pediatri ed ha annunciato per oggi una riunione con i pediatri, Iss, Nas e regione al ministero della salute.
«Non mi piace sentire che dei bambini a Napoli respirano quell’aria» ha detto ieri Pier Luigi Bersani, ricordando che negli anni ’90 l’Emilia Romagna, di cui era presidente, si fece carico dell’emergenza rifiuti scoppiata a Milano, in quel momento governata da un sindaco leghista, Marco Formentini.
Umberto Bossi domenica sera ha detto che «Napoli deve trattare con tutte le regioni». Questo significa che la Lega non è disposta a dare il via libera al decreto senza condizioni, ma il sentiero per un compromesso appare, anche tecnicamente, molto stretto. Lo scontro tra il Pdl locale e i lumbard, intanto, è vicino alla deflagrazione, dopo che Caldoro ha definito «irresponsabili » i leghisti, annunciando l’abbandono dei tavoli istituzionali presso il governo e la prefettura.
Anche il presidente della provincia Cesaro ha chiesto «più fatti e meno politica agli amici della Lega Nord». E oggi i parlamentari campani del Pdl si riuniranno per fare il punto sulla situazione. Berlusconi qualche giorno fa disse: «De Magistris non è capace, arrivo io». Pronto?

da Europa Quotidiano 28.06.11