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"«Li ascolteremo. Anche perché un po' ci copiano» Nella legge delega molte delle nostre proposte. No alla patrimoniale", di R. Bagnoli

«L`apertura di Berluscòni? Temo sia uno specchietto per le allodole, però noi vogliamo andare a vedere anche perché molte delle proposte fiscali di cui si discute sono le stesse lanciate dal Pd».
Stefano Fassina, responsabile economico del partito guidato da Pier Luigi Bersani, precisa che un anno fa – «anche se non se lo ricorda nessuno» – il Pd fece una proposta – «Fisco 20-20-20» – che «purtroppo siamo riusciti a fare approvare».
La può spiegare?
«È una convergenza alto%o sia dell`aliquota Irpef, quella sui redditi di impresa e sulle rendite finanziarie. Ora Tremonti e Berlusconi si presentano con un disegno di legge delega che, da quanto trapela sui giornali, saccheggia a piene mani le nostre proposte. Sembra ci sia pure il bonus figli, senza quoziente famigliare, esattamente come avevamo suggerito noi».
Quindi siete disposti ad accogliere l`invito del premier?
«Certo, noi ci siamo, però vediamo di che si tratta in concreto. Berlusconi, nel suo videomessaggio, se ho capito bene non ha detto che presenterà contestualmente la manovra e il disegno di legge delega sulla riforma fiscale. Ha detto prima delle ferie estive».
La proposta fiscale del governo sembra mirare a tre aliquote, 20-30-40. È accettabile?
«Il punto vero sono le aliquote effettive, non quelle formali. Con il meccanismo delle deduzioni e detrazioni tutto può cambiare. Il fisco è una di quelle materie dove il diavolo è nei dettagli. Il governo deve dunque presentare una delega con elementi tali da essere valutati. Così è solo un titolo a fine elettorale».
Il Pd è stato molto critico sul federalismo fiscale- C`è una connessione con la riforma?
«E evidente che c`è. Non potremo certo andare avanti per un anno a discutere una delega che vuol ridurre le tasse sui redditi da lavoro e di impresa, aumentarle sulle rendite e poi facciamo passare un`operazione sul fisco municipale dove viene raddoppiata la patrimoniale sui beni aziendali utilizzati da artigiani, commercianti e piccoli imprenditori. Sarebbe una presa in giro assurda: noi del Pd non ci staremo».
Dove vorreste incidere?
«Diciamo che l`area di massima trasparenza che dobbiamo sostenere sono i redditi medi e bassi. Sull`aliquota massima indicata per ora in discesa dal 43 al 4o%o dobbiamo stare molto attenti perché la riforma va fatta a invarianza di gettito. Nel nostro disegno c`è un impatto di progressività, per favorire i redditi deboli».
E la manovra da 4o miliardi?
«Siamo molto preoccupati. E siamo in ottima compagnia visto che la Confindustria qualche giorno fa ha messo in evidenza il segno recessivo della manovra che, visto l`impatto, avrebbe poi bisogno di un ulteriore intervento da 18 miliardi di euro entro il 2014».
Cosa bisogna fare? «Se siamo in questa situazione non è colpa del destino cinico e baro. Se le riforme di cui oggi si parla, liberalizzazioni e quant`altro, le avessimo fatte nell`estate del 2008, oggi avremmo un po` di crescita in più e un rapporto migliore tra deficit e Pil. Dobbiamo stare attenti perché se portiamo il Paese in recessione, come appare certo con questa manovra, distruggiamo aziende, capitale umano e non centriamo gli obbiettivi».
Gli imprenditori di Assonime propongono la patrimoniale. Vi ha stupito o siete d`accordo?
«Il Pd non è d`accordo con l`ipotesi di una patrimoniale. La strada giusta è quella dell`innalzamento a livello medio europeo della tassazione dei redditi da capitale e sulle rendite finanziarie. Come ha messo in evidenza il condono fiscale di Tremonti, i grandi patrimoni stanno fuori e non verrebbero toccati. Si rischia invece di colpire quella classe media che in questi anni ha sofferto molto e che dobbiamo sostenere».

No alla patrimoniale li Pd punta all`innalzamento a livello medio europeo della tassazione dei redditi da capitale e delle rendite finanziarie, Il no alla tassa patrimoniale è motivato dal fatto che i grandi patrimoni, come rivelano puntualmente i condoni, sono al riparo all`estero e ,non verrebbero toccati. Con il conseguente rischio di colpire soltanto la classe media

da Corriere della Sera

"Diritto d'autore Il controllo spetta al giudice", di Juan Carlos De Martin

Ameno di un cambio di direzione dell’ultimo minuto, l’Italia si appresta a mostrare al mondo come un grande Paese democratico possa distrarsi al punto da permettere a un’autorità amministrativa, invece che a un giudice, di decidere cosa è lecito pubblicare. Secondo i resoconti di un recente incontro a Roma tra alcuni esponenti della società civile e il presidente dell’Agcom Corrado Calabrò, infatti, l’Autorità si accinge a varare un provvedimento che si preannuncia a dir poco controverso. In base alle linee guida pubblicate dall’Autorità in occasione di una consultazione pubblica tenutasi a inizio anno, l’Agcom vorrebbe istituire una procedura veloce e puramente amministrativa di rimozione di contenuti online considerati in violazione della legge sul diritto d’autore. L’Autorità potrebbe sia irrogare sanzioni pecuniarie molto ingenti a chi non eseguisse gli ordini di rimozione, sia ordinare agli Internet Service Provider di filtrare determinati siti web in modo da renderli irraggiungibili dall’Italia. Il tutto senza alcun coinvolgimento del sistema giudiziario.

Anche ammettendo che l’Agcom abbia tali poteri sanzionatori su questa specifica materia – e ci sono esperti che lo dubitano – e trascurando per il momento gli aspetti pratici (è in grado l’Agcom di gestire potenzialmente migliaia di richieste di intervento?), concentriamoci sulla modalità – amministrativa invece che giudiziaria. Perché il passaggio da un giudice, in pieno contraddittorio e con tutte le garanzie del caso, è indispensabile? Perché se alcuni casi di violazione del diritto d’autore sono relativamente semplici da determinare, la liceità o meno della pubblicazione di un contenuto genera spesso considerevoli dubbi anche agli esperti della materia. Il diritto d’autore, infatti, è di una complessità a volte notevole, come è possibile riscontrare, per esempio, quanto si cerchi di determinare con certezza se una certa opera è o non è nel pubblico dominio in un dato Paese. Inoltre, anche contenuti protetti dal copyright possono essere utilizzati, con dei limiti, per critica, discussione, insegnamento, ricerca, eccetera. E’ davvero concepibile che possa essere un organo amministrativo, per di più con tempi molto stretti, a decidere, per esempio, se un cittadino possa pubblicare o meno sul suo blog l’estratto di una trasmissione di informazione televisiva per finalità di discussione?

L’Agcom – che pure in passato aveva dimostrato altra sensibilità sul tema del diritto d’autore online (si pensi, per esempio, all’indagine conoscitiva pubblicata a inizio 2010) – ha scelto di percorrere, tra l’altro con una fretta e con modalità che lasciano perplessi, una strada sbagliata e potenzialmente pericolosa.

Innanzitutto, la fretta. Alla pubblica consultazione di inizio anno, infatti, doveva seguire la redazione di una proposta di provvedimento seguita da una nuova consultazione: che fine hanno fatto queste fasi? E perché il relatore del provvedimento, il consigliere Nicola D’Angelo, critico dell’impostazione prevalente in Autorità, è stato esautorato dal dossier senza preavviso e senza motivazione? Su una materia così delicata l’assenza di risposte pesa.

Strada sbagliata perché qualunque materia che riguardi diritti fondamentali deve passare dal Parlamento. Quindi, che si proponga eventualmente una legge e che tale legge venga pubblicamente discussa, come per altro chiesto a febbraio da un’interpellanza urgente a prima firma del deputato Roberto Cassinelli (PdL) e sottoscritta da 45 parlamentari del Pdl, Pd, Udc, Fli e Lega Nord. In Spagna si è seguita tale strada: la legge cosiddetta Sinde, dal nome del ministro della Cultura, che intendeva introdurre un meccanismo simile a quello pensato dall’Agcom, è stata lungamente discussa in Parlamento, che l’ha infine bocciata.

Come ricordato di recente dall’avvocato generale presso la corte di giustizia europea, Pedro Cruz Villalon, l’art. 52 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea recita: «Eventuali limitazioni all’esercizio dei diritti e delle libertà riconosciuti dalla presente Carta devono essere previste dalla legge». L’Agcom è ancora in tempo a fare un passo indietro, lasciando, come è giusto, la parola al Parlamento.

La Stampa 27.06.11

"L’anima del Pd. Le tre D della nuova politica", di Walter Tocci

Durata. Decisione. Differenza. È su questi argomenti che poggia la riflessione per fare del Pd un partito capace di rappresentare una concreta e affidabile alternativa. Le elezioni amministrative e i referendum hanno acceso il dibattito sulle forme nuove della politica e sul modo migliore per riavvicinare i partiti ai cittadini. E viceversa. È giunto il tempo di spiegare perché abbiamo scritto la parola partito nelle nostre bandiere. Perché solo noi in Italia ci chiamiamo partito? E perché ci siamo convinti a questa scelta dopo averla negata per tanti anni? Provo a rispondere con tre parole. Le tre D per il partito democratico: Durata, Decisione e Differenza.
DURATA. Ci è stato riconosciuto di aver aiutato il risveglio italiano. La mitezza di Bersani sotto il palco di Pisapia non è segno di debolezza, ma corrisponde al massimo risultato elettorale del Pd in quella città. Paradossalmente la vocazione maggioritaria funziona meglio quando non viene predicata.
Fin qui tutto bene, ma come prosegue l’aiuto? Tutti i movimenti di quest’ultimo anno si sono posti il problema della durata, di come dare continuità alle loro istanze e di come renderle permanenti nell’agenda politica del Paese. Di ciò, ad esempio, ragiona proprio in questi giorni il movimento delle donne. Spesso la politica attribuisce ai movimenti la colpa di non durare. Ma proprio su questa carenza si dovrebbe far sentire invece l’aiuto della politica. Spetta al Pd assicurare la durata al risveglio italiano. Un partito diventa grande quando è capace di dare durata a sentimenti profondi della nazione. Con le proposte di governo,
con alleanze sociali e soprattutto influendo sul senso comune dei cittadini. Creare le basi di un nuovo ciclo politico è il nostro compito.
DECISIONE. Un nuovo ciclo, però, si afferma sempre in polemica col precedente. Nell’ultimo ventennio la svalutazione dei partiti prometteva un futuro radioso per la politica: più decisione e potere ai cittadini. Promesse clamorosamente fallite. La verticalizzazione delle istituzioni ha fatto naufragio e anche noi eravamo sopra la nave. I leader solitari rimangono facilmente prigionieri del consenso e per rincorrere le tendenze sempre più radicali della società finiscono per dare ragione a tutti e non decidere nulla. L’unica decisione è stata l’euro, poi solo propaganda e gestione corrente. Bisogna frenare la personalizzazione distruttiva e riscoprire le virtù della moderazione, che è il contrario del moderatismo, come insegna ancora Milano. Si dovrà ri-mediare la democrazia. Ri-mediare per correggere le cose sbagliate e per trovare la misura della politica. La decisione ha bisogno di partiti autorevoli che sanno gestire sia il conflitto sia la mediazione. Entrambi i momenti sono essenziali per determinare la volontà nazionale di cui parla l’articolo 49.
DIFFERENZA. La vittoria è frutto della politica del Pd, dell’impegno dei nostri militanti e soprattutto dell’intelligenza dell’elettorato di centrosinistra, forse il migliore in Europa. Elettori che scelgono con saggezza, capiscono quando si giocano partite decisive, sanno ormai organizzarsi da soli, ricorrendo anche all’ironia. Sorride solo chi non si è fatto conquistare la mente dall’avversario.
Siamo sinceri, questo elettorato è spesso più avanti del ceto politico che dovrebbe rappresentarlo e se possibile anche guidarlo. In questa “differenza” c’è una spina e una rosa. C’è il pungolo a cambiare noi stessi e c’è un fiore che può sbocciare se costruiamo un partito democratico all’altezza del suo popolo. Sarebbe imbattibile un partito democratico capace di coltivare la forza dei suoi elettori e dei suoi militanti.
Che cosa ce lo impedisce? Ci sono personalismi, cordate e notabilati che occludono l’alimentazione dalla linfa popolare, mettono in sofferenza le coerenze ideali, diseducano i giovani e mettono perfino in pericolo le alleanze. Vi porto qui l’esempio del Lazio. Pur con un risultato elettorale positivo in quasi tutti i comuni il Pd si è presentato con
due o più liste promosse da suoi esponenti. Questo non è pluralismo, la Dc aveva correnti forti ma non avrebbe mai consentito liste plurime.
Fino a quando assisteremo inermi a questi fenomeni negativi? Non è un destino immodificabile. Ci sono tante risorse positive da incoraggiare nelle nostre organizzazioni. Non facciamoci dare i compiti dal qualunquismo, è dovere nostro ridimensionare il peso del ceto politico e anche i suoi privilegi. Occorrono misure concrete, ne ha parlato Bersani, per aiutare i dirigenti e gli eletti a rendere conto del proprio operato, per premiare i risultati migliori e impedire le degenerazioni.
Il Pd combatte su due fronti, contro l’antipolitica e il populismo. Batteremo questi avversari solo quando saremo riusciti a strappare i rispettivi nuclei di verità, parlando al popolo meglio del populismo e restituendo il prestigio alla classe politica.
Tutto ciò sembrava annunciato nell’invenzione delle primarie, perciò sono diventate il mito fondativo del Pd. Le primarie nel contempo sono state anche una regola di selezione. Oggi, i guai vengono proprio dalla sovrapposizione di queste due funzioni. Nel seminario preparatorio di questa direzione gli studiosi americani ci hanno consigliato di utilizzare le primarie non come una religione, ma come uno strumento, correggendone alcune procedure difettose. È una soluzione di buon senso, che però lascia un vuoto. Un partito ha pur sempre bisogno di un mito fondativo, se non è più nelle primarie, bisognerà cercarlo nel significato più profondo che quella regola ha evocato in milioni di elettori e cioè che siamo decisi nel dare all’Italia un partito mai visto prima, un moderno partito popolare. Dobbiamo progettarlo nell’organizzazione, nella cultura e perfino nella simbologia. Moderno perché vuole andare oltre le vecchie forme. Popolare perché vuole dare il potere a chi non ce l’ha.
Il partito della Durata, della Decisione e della Differenza.

L’Unità 27.06.11

"Verso un ulteriore blocco dei contratti?", di R.P. da La Tecnica della Scuola

Per contenere il deficit e per rispettare i vincoli di bilancio imposti dall’Europa, il blocco degli scatti di anzianità e degli stessi contratti collettivi potrebbe continuare ancora per altri due-tre anni: la notizia sta ormai circolando da diversi giorni anche perché il Governo ha già fatto sapere che nella prossima manovra finanziaria da 40 miliardi bisognerà prevedere una bella sforbiciata delle spese.
E poiché una delle spese principali del bilancio dello Stato riguarda proprio gli stipendi pubblici, è davvero molto probabile che stipendi e pensioni vengano rivisti e corretti.
Nei giorni scorsi il ministro Renato Brunetta si è comunque affrettato a precisare che non c’è nessuna volontà del Governo di cancellare la contrattazione che, al contrario, rappresenta il pilastro centrale delle relazioni con le organizzazioni sindacali.
Ma c’è il fatto, indiscutibile, che senza risorse sembra un po’ difficile poter contrattare.
A meno che il Ministro non intendesse dire che resta aperta la possibilità di contrattare le risorse destinate alla “premialità”. In un futuro non troppo lontano, gli unici aumenti di stipendio ai quali potranno aspirare docenti e Ata saranno insomma quelli destinati ai “migliori” e saranno ricavati dai risparmi di sistema, e cioè dalla riduzione degli organici.
Duro il giudizio della Flc-Cgil che afferma: “Dopo aver cancellato gli scatti d’anzianità nella scuola e averli ridimensionati nelle università, adesso il Governo Berlusconi vuole eliminare il contratto nazionale per lasciare il campo libero alla legge Brunetta che trasforma i diritti e le retribuzioni contrattuali in elargizione clientelari e unilaterali”.
E questa volta il sindacato di Pantaleo non è solo; pochi giorni fa Raffaele Bonanni è stato chiaro: “Adesso basta, ha detto in sintesi il segretario nazionale della Cisl, o si fa una riforma fiscale seria che consenta una maggiore equità, altrimenti sarà sciopero generale”.
Parlare di unità sindacale ritrovata è forse eccessivo, ma il Governo dovrà certamente tenere conto che penalizzare ancora una volta la scuola e il pubblico impiego potrebbe avere conseguenze imprevedibili

La Tecnica della Scuola 27.06.11

"Ricercatori italiani dei fannulloni? Leggete i rapporti internazionali", di Pietro Greco

Dicono che i ricercatori italiani siano dei fannulloni. E dei provinciali. Ma questi noti commentatori non leggono i rapporti internazionali su come va la scienza nel mondo. Uno dei più recenti – Knowledge, networksand nations. Global scientific collaboration in the 21st century, pubblicato dalla gloriosa (è il caso di dirlo) Royal Society di Londra – mostra come l’attività di ricerca sia enormemente cambiata a scala globale nel corso degli ultimissimi anni. Sono aumentati gli investimenti: del 45%tra il 2002al 2007. Sono aumentati i ricercatori: da 5,7 a 7,1 milioni (+19,7%). È aumentata la produzione scientifica: gli articoli su riviste con peer review sono passato da 1,09 milioni a 1,58 milioni (+45,0%). È aumentato il tasso di internazionalizzazione: tra il 1996 e il 2007 il numero di articoli frutto di una collaborazione tra scienziati di paesi diversi è passato dal 25% al 35%. È aumentato il novero dei paesi dove si fa scienza: ormai è la Cina il paese che ospita più scienziati al mondo (1,5 milioni; contro 1,4 degli Usa e 1,3 dell’Europa). Tutto questo scenario dinamico ha avuto effetti profondi. Per esempio è diminuito il peso relativo dell’Europa. E persino degli Stati Uniti: nel periodo 1999-2003 gli scienziati Usa hanno prodotto il26%degli articoli scientifici totali; nel quadriennio successivo ne hanno prodotto solo il 21%. In questo tsunami scientifico la comunità scientifica italiana ha mostrato una buona capacità di adattamento. Ha aumentato la produttività scientifica al ritmo del 4% annuo: nessuno tra i paesi delG8ha fatto meglio. Ha conservato la quota mondiale di articoli scientifici prodotti: il 3,5%. Ha aumentato il tasso di internazionalizzazione: nel 1996 solo il 27% dei lavori firmati da italiani aveva un partner stranieri, nel 2008 la quota è passata al 40%. Il resto del paese negli ultimi 20 anni non ha fatto altrettanto. Ese invece di descriverli come fannulloni provinciali, li considerassimo come l’unica parte del paese che si misura quotidianamente con successo col resto del mondo e li assumessimo a modello?

L’Unità 27.06.11

"Ora Silvio lasci Palazzo Chigi a un altro premier di centrodestra", di Umberto Rosso

«Dialogo con l´opposizione? Vada via, lasci Palazzo Chigi. L´anomalia è proprio lui, è lui che blocca il sistema italiano. Senza Silvio Berlusconi in campo, tutto diventerebbe politicamente possibile…».
Le dimissioni del premier, onorevole Franceschini, per il Pd che scenari aprirebbero?
«La strada maestra per noi resta il voto: alle urne, con una nuova legge elettorale. Ma se non fosse possibile, una volta uscito di scena Berlusconi anche altre opzioni potrebbero maturare. Un governo di transizione, di cui si è già parlato, col compito principale appunto di cambiare la legge elettorale. Ma anche l´ipotesi di un nuovo governo di centrodestra, guidato da una diversa personalità di questo schieramento, e con cui il centrosinistra potrebbe provare a riprendere il confronto. Un rapporto finalmente normale, fra maggioranza e opposizione».
Una via percorribile?
«Ogni cosa è meglio di Berlusconi. Ma, certo, di difficile realizzazione. Quasi un´ipotesi accademica, di scuola. Finchè nel centrodestra quelli che si lamentano in privato, poi in pubblico non escono allo scoperto. Sono impauriti perché hanno visto che alle prime critiche Fini è stato cacciato».
Ma dovesse mai prendere corpo un altro governo di centrodestra, che spazio potrebbe aprirsi per il Pd?
«Quello di un confronto costruttivo tra maggioranza e opposizione nella parte finale di questa legislatura».
Le sirene del dialogo che il premier rilancia possono far breccia in qualche altro settore del centrosinistra, per esempio Di Pietro?
«Confesso di essere rimasto senza parole di fronte all´intervento pronunciato in aula da Di Pietro, nel dibattito sulla verifica, e dal suo attacco al Pd anziché al governo. Il compito che abbiamo di fronte è prima di tutto chiudere con la stagione del berlusconismo, e poi ricostruire sulle macerie che purtroppo ci lascerà in eredità. Nessun espediente tattico, di riposizionamento, e nessun trabocchetto, devono distrarci da questo obiettivo. E non si tratta di essere ossessionati, accecati dal “nemico” Berlusconi: si tratta di una necessità storica».
Il Cavaliere annuncia una svolta nel Pdl, con l´arrivo al vertice di Angelino Alfano.
«Non cambierà proprio nulla, sarà sempre Berlusconi a dettare legge. Alfano ha ubbidito ai suoi ordini da ministro della Giustizia, figuriamoci da segretario».
Anche questa è una bufala?
«Berlusconi, proprio mentre lancia i suoi appelli al dialogo con l´opposizione, in piena vicenda P4 si ripresenta in Parlamento con le norme delinquenziali per bloccare le intercettazioni come strumento di indagine, ostacolare il lavoro dei magistrati, tentare di mettere il bavaglio alla stampa e continuare a farla franca. Ci riprova, con la legge che esattamente un anno fa alla Camera l´opposizione fece saltare. E come se non bastasse, mercoledì arriva in aula anche l´emendamento, inserito in modo del tutto strumentale nella legge comunitaria, per inasprire la responsabilità civile dei magistrati».
Ma perché vi tende la mano?
«Perché pensa di non poter andar via, e lancia l´sos. E´ prigioniero di tutti i suoi incubi, a cominciare da quello giudiziario. Quando Berlusconi ha il vento in poppa, usa arroganza e prepotenza. Quando è in difficoltà, tira fuori lo specchietto delle allodole del dialogo. Impossibile cascarci. In un paese normale, in qualsiasi altra situazione, un uomo politico nelle sue condizioni si sarebbe fatto da parte. Se non per il bene del suo paese, almeno per salvare la sua maggioranza».
Anche se ha raggiunto quota 317 alla Camera, la più alta dopo la scissione di Fini?
«Ma i numeri sempre gli stessi, non c´è stato alcun allargamento. I conti sono presto fatti. Dispongono di 320 voti (nell´ultima votazione erano assenti in tre) ma garantiti solo con la presenza massiccia in aula di tutti i ministri e i sottosegretari. Che però si presentano soltanto quando c´è in ballo la fiducia al governo. Per cui, in tutte le altre occasioni, la maggioranza è allo sbando, e rischia di finire sotto. Il risultato è la paralisi completa di ogni attività legislativa. Un governo con in Parlamento una maggioranza raffazzonata, grazie a poltrone concesse e promesse, e che nel paese è minoranza».
Per il risultato delle amministrative?
«Non solo. Anche per quel che hanno dimostrato i referendum. Ha votato il 57 per cento degli italiani, con il 95 per cento di sì alla cancellazione del legittimo impedimento. Ma il 95 per cento di quel 57 significa che la maggioranza degli italiani – visto che è il 54 per cento – ha voltato le spalle ormai a Berlusconi e alla sue leggi ad personam».

La Repubblica 27.06.11

Crolla il Cavaliere cresce il movimento "invisibile", di Ilvo Diamanti

Grande è il disordine sotto il nostro cielo. Due mesi di consultazioni – elezioni amministrative e referendum – hanno rivelato un cambiamento profondo nel clima d´opinione. Ma non è ancora chiaro come e perché sia avvenuto. I dati dell´Atlante Politico, raccolti da Demos nel sondaggio condotto nei giorni scorsi, offrono al proposito molte indicazioni. Utili a decifrare i motori della svolta elettorale – e politica – di questa fase.
1. La prima causa è la delusione. Nei confronti del governo, di Berlusconi, ma anche della Lega. Il giudizio sul governo non è mai stato così negativo, da quando è in carica. Come, d´altronde, quello su Berlusconi. Apprezzato dal 26% degli elettori. Quasi 10 punti in meno rispetto a sei mesi fa. Perfino Bossi lo supera, seppur di poco. Tuttavia, i suoi elettori sono insoddisfatti. Tanto che, tra i motivi della partecipazione al referendum, i leghisti indicano la volontà di “punire il (loro) governo” in misura maggiore rispetto a tutti gli altri elettorati (43%; 10 punti in più della media generale). D´altronde, non è un caso che il leader più apprezzato sia Tremonti. Cioè: l´alternativa a Berlusconi.
2. La “delusione” verso il governo si riflette negli orientamenti elettorali. Il Pdl, infatti, è superato dal PD. In generale, peraltro, il vantaggio dei partiti di Centrosinistra su quelli della Maggioranza supera ormai i 7 punti. D´altronde, Bossi l´ha detto chiaramente, a Pontida. Se si votasse oggi, la Sinistra vincerebbe. Per cui conviene “resistere”. Asserragliati nel Palazzo.
3. Tuttavia, il cambiamento del clima d´opinione ha altre ragioni, oltre la delusione. Anzitutto, la voglia di partecipazione, che ha spinto quasi il 60% degli elettori a votare, in occasione del referendum. Nonostante l´indifferenza o l´ostilità dei partiti di maggioranza. Nonostante il silenzio di MediaRai. O forse proprio per questo. D´altra parte, ha votato oltre un quarto degli elettori del PdL, ma quasi metà (il 42%, per la precisione) di quelli della Lega. Un orientamento favorito dall´emergere di nuove domande e nuovi valori. Il quesito relativo al “legittimo impedimento” risulta, infatti, il meno importante, secondo l´opinione degli elettori. Scelto dal 13% dei votanti (intervistati da Demos). Molto più larga la componente di quanti attribuiscono maggiore significato ai quesiti sul “nucleare” e sulla “privatizzazione dell´acqua”. Segno che la mobilitazione ha intercettato sentimenti che vanno ben oltre l´antiberlusconismo. C´era nell´aria una domanda di valori (e anche “timori”) diversi da quelli propagati dal “pensiero unico” del nostro tempo. Il referendum ha fornito loro l´occasione di “rivelarsi” ed esprimersi.
4. Tuttavia, il clima d´opinione non cambia da solo. Non bastano la “delusione” e le “nuove paure” – relative all´ambiente, alla salute, al lavoro – a modificarlo. Ci vogliono nuovi “attori”, in grado di ri-scrivere l´agenda pubblica. Imponendo all´attenzione dei cittadini nuovi temi.
Ciò è avvenuto in occasione del referendum – e prima delle amministrative. In questo esatto momento è avvenuta la “scoperta del movimento”. Formula semplice e un po´ semplificatoria, attraverso cui si è cercato di definire la mobilitazione sociale – inattesa – alle amministrative e ai referendum. In effetti, non di “un” movimento, si tratta. Ma di una molteplicità di esperienze: diverse, diffuse e articolate. Nella società e sul territorio. Hanno agito e scavato per – e da – molto tempo, in modo carsico. Oltrepassando l´area tradizionalmente “impegnata”, prevalentemente composta da uomini, di età matura. I dati dell´Atlante politico di Demos tratteggiano, al proposito, una radiografia piuttosto precisa e chiara. Diversa dalla tradizione. Proviamo a ricostruirla, risalendo (o ri-scendendo), un ramo dopo l´altro, “l´albero della partecipazione”.
a) Se il 57% degli elettori italiani ha votato al referendum, il 16% ha fatto campagna elettorale. Oltre un quarto dei votanti. Tanti, se si pensa agli stereotipi che vorrebbero la società amorfa e conformista.
b) In secondo luogo: quasi il 60% di chi ha partecipato alla campagna elettorale (il 9% dell´elettorato) non l´aveva mai fatto prima. Si tratta di una partecipazione “nuova”, caratterizzata da componenti sociali tradizionalmente periferiche, rispetto all´impegno politico. In primo luogo e in particolare, le donne e i giovani. Un terzo dei “nuovi” impegnati, infatti, ha meno di trent´anni. Una misura doppia rispetto a quel che si osserva nell´ambito degli impegnati di “lungo corso”. Parallelamente, nell´area della “nuova” partecipazione appare molto ampio il contributo degli studenti – ma anche degli operai. La partecipazione “tradizionale”, invece, è ancora animata da pensionati e impiegati pubblici.
c) Quanto alle modalità e ai canali di partecipazione, solo il 18% circa delle persone impegnate in campagna elettorale ha adottato modelli di “militanza” esclusivamente tradizionali. Partecipando a comizi, manifestazioni, distribuendo volantini, ecc.
Metà di coloro che si sono impegnati nel referendum, invece, ha praticato una sorta di “campagna leggera”. Realizzata attraverso contatti personali. Con amici, genitori, nonni, zii, cugini. Parenti e conoscenti. Infine, la rimanente parte dei cittadini impegnati (circa un terzo) ha seguito un modello “reticolare”. Ha, cioè, utilizzato le nuove tecnologie della comunicazione e in particolare la Rete.
Si tratta di due modelli altrettanto importanti. Il primo perché penetra nelle pieghe della vita quotidiana. Plasma il senso comune. Coinvolge persone altrimenti escluse dai messaggi politici. L´altro modello, invece, sfida la – e si sottrae alla – comunicazione tradizionale. In particolare, al/la televisione e a/i suoi padroni. Pubblici e privati.
Entrambe queste modalità di partecipazione, peraltro, sono poco visibili. E per questo non sono state colte per tempo.
I “nuovi” protagonisti dell´impegno politico – donne, giovani e studenti – si sono caratterizzati per un elevatissimo utilizzo del modello “reticolare”.
5. Quelli che hanno votato al referendum, quelli che si sono impegnati per militanza consolidata o per la prima volta. Hanno un orientamento politico trasversale. Prevalentemente di Centrosinistra. Ma molti di essi sono di Centro e di Destra. Oppure incerti e disillusi. Canalizzarne il consenso: non sarà facile per nessuno. Non può venire dato per scontato da nessuno. Neppure nel Centrosinistra. Dove si sono già accese le liti e le dispute – partigiane e personali. Per contendere il “nuovo” clima d´opinione. Per intercettare le molecole della “nuova” partecipazione. Largamente inattesa e invisibile. Anche a Centrosinistra

La Repubblica 27.06.11

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“Sprint del Pd, sorpassato il Pdl fiducia in Berlusconi al minimo e tra i leader vola Tremonti. Ora il 52% scommette sul centrosinistra vincente”, di Roberto Biorci e Fabio Bordignon

Nel centrodestra trend negativo sia per gli azzurri sia per la Lega. Il Terzo polo perde colpi, soprattutto nella componente finiana. Il movimento 5 Stelle di Grillo al 4%
Nelle intenzioni di voto rilevate da Demos il partito di Bersani guadagna più di 5 punti in quattro mesi e sfiora il 30%. Balzo anche per l´Idv, in frenata Sinistra e libertà
Nella classifica dell´appeal Bossi e Berlusconi ultimi La radicale Bonino al secondo posto
In dicembre il 60% degli intervistati “vedeva” vittoriosa nelle urne l´attuale maggioranza

Pd primo partito; centrosinistra che, nelle preferenze degli elettori, “stacca” le forze di governo: gli equilibri elettorali sono notevolmente mutati, negli ultimi mesi, in particolare dopo le tre “sberle” ricevute da Pdl e Lega alle elezioni amministrative e ai referendum.
Più in generale, l´Atlante Politico di Demos rileva un clima d´opinione segnato da importanti novità. Le previsioni sull´esito delle prossime consultazioni politiche colgono meglio di ogni altro indicatore i cambiamenti in corso. Se a dicembre oltre il 60% degli intervistati prevedeva una vittoria del centrodestra, oggi la maggioranza considera favorito il centrosinistra (52%).
Le intenzioni di voto hanno, come sempre accade, un´evoluzione più lenta, ma mostrano tendenze difficilmente equivocabili. A beneficiare dell´attuale momento politico sono soprattutto Pd e Idv. Il primo sale di oltre cinque punti rispetto ai valori di inizio anno e lambisce la soglia del 30%. Il partito di Di Pietro, forte del ruolo da protagonista svolto nella campagna referendaria, incrementa in modo rilevante i propri consensi, tornando sui livelli del 2009 (7.8%). Cresce d´altra parte la fiducia per l´ex-magistrato (39%), che fa segnare un balzo di sei punti rispetto a febbraio. A un livello superiore si attesta la fiducia per Vendola (41%), che però appare in calo, mentre il successo degli esponenti di Sel alle recenti amministrative si traduce solo in misura limitata in intenzioni di voto per il partito a livello nazionale (5.6%). Complessivamente, salgono nettamente i consensi per una possibile coalizione formata da Pd, Idv, Sel e altre forze di centrosinistra: come somma dei singoli partiti e, ancor più, in un (ipotetico) confronto maggioritario.
Le aspettative di cambiamento prodotte dalla recente tornata elettorale, peraltro, sembrano rafforzare, nell´opinione pubblica, la prospettiva bipolare. Complicando il percorso del neonato Terzo Polo: il cartello centrista, negli ultimi quattro mesi, ha perso quasi un quarto dei potenziali consensi. In flessione risultano anche i partiti e i leader di quest´area: nelle intenzioni di voto, si assottigliano le preferenze per l´Udc (6.7%) e, soprattutto, per Futuro e libertà (3.7%). Tra le forze che corrono al di fuori dei due principali schieramenti, va segnalata la progressione del Movimento 5 stelle, oggi al 4%.
La polarizzazione delle opzioni di voto non favorisce però, se non in modo marginale, il blocco di centrodestra. Sia la Lega (10.8%) sia il Pdl (26.4%) arretrano, e ancora di più si contrae l´apprezzamento dei rispettivi leader. Bossi (27%) e Berlusconi (26%) occupano le ultime due posizioni di una graduatoria dominata da quello che, sempre più, si configura come un avversario interno: il ministro dell´Economia Tremonti (55%), seguito dalla radicale Bonino (42%). Del resto, i giudizi positivi per l´esecutivo sono al minimo storico (27%), e i due partner di governo devono affrontare problemi complessi, di non facile soluzione. L´elettorato leghista è attraversato da inquietudini e insofferenza, diviso tra il sostegno al governo e il desiderio di riprendere un ruolo autonomo. Nell´elettorato che in passato aveva votato Pdl esiste, invece, una componente molto ampia di indecisi che non esprime per ora una precisa intenzione di voto: non conferma la precedente scelta, esita per una opzione diversa e può essere tentata dall´astensione.

La Repubblica 27.06.11