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"Piange il telefono precario", di Bruno Ugolini

Il titolo dell’ultima puntata è “Piange il telefono”. Non è l’ennesima intercettazione di Luigi Bisignani. È il titolo della quarantacinquesima puntata del “Diario di un precario (sentimentale)” trasmessa da Radio Articolo Uno (tutti i venerdi alle 11.30, podcast scaricabili dal sito www.radioarticolo1. com). L’autrice, Maria Antonia Fama, lavora a quei microfoni, come autrice e conduttrice. Ha presentato la prima versione della sua opera in teatro (ritrasmessa su Radio3 e presente su Facebook). La protagonista del diario è Assunta Buonavolontà. Non è un triste racconto, Assunta non si piange addosso. La sua forza sta in un’irresistibile ironia, accompagnata da musiche, voci, rumori. Lo stile assomiglia a quello dei promotori cigiellini sui giovani “non più disposti a tutto”. Eccola, dopo la laurea, intraprendere il cammino dei curriculum, dei colloqui, degli stage. Raggiunge così il Cpi (centro per l’impiego) che lei ribattezza Cpt, non come i Centri di Permanenza Temporanea (per immigrati), bensì come Centri di Permanenza Infinita. E alla fine raggiunge il call center della “Suck up my sock” per vendere aspira- calzini, onde aiutare coniugi disordinati. Esperienze lavorative desolanti che la spingono a consultare uno psicanalista (con una presa in giro un po’ ingenerosa, allaWoodyAllen, di una pur benemerita categoria). Una volta, commenta Assunta, esisteva soltanto il lavoro, determinato o indeterminato. “Che noia, tutto così banale, piatto. Poi, finalmente, è arrivato il lavoro atipico”. Un termine che “suggerisce un senso di trasgressione della regola”. E così, “sono diventata una trasgressiva e perversa precaria, una che ama piegarsi alla flessibilità”.Con un sarcasmo a sfondo erotico: “Perché accontentarsi di un posto fisso, quando si possono avere mille posizioni contrattuali?…Si, noi ragazzi di oggi siamo così, ci piacciono le esperienze estreme, al limite della decenza e della legalità. Ma quali rapporti protetti? A noi gli ammortizzatori sociali ci fanno venire l’orticaria! Previdenza, Inail, Inps, pensione, no! A noi la sicurezza non piace, preferiamo il buggy jumping dalle impalcature! E poi soprattutto siamo amanti del rischio e delle cose fatte di nascosto. E’ per questo che andiamo matti per il lavoro nero, perché ci piace farlo al buio. Meglio ancora se sottopagati e senza contributi, perché si, siamo anche maledettamente sadomaso!… Tra i me e i miei datori di lavoro non c’è mai niente di serio. Abbiamo soltanto rapporti occasionali”. L’ultima puntata racconta di un telefono che piange non perché è intercettato, ma perché Assunta in treno crede di aver trovato il ragazzo che ama ma tutto s’interrompe perché la Sim è scarica, è finito il credito. Anche il telefono è precario. Non resterà che la chat su Facebook a casa. Un Diario vivo. Può incidere più di tanti seriosi discorsi.

L’Unità 27.06.11

"La Rete si organizza contro la censura Agcom", di Anna Masera

Migliaia di siti potrebbero sparire da Internet senza giusto processo

Come preannunciato a marzo, l’Agcom (Autorità Garante per le Comunicazioni) sta per ordinare agli Internet Service Provider (Isp) di rimuovere contenuti per via amministrativa sulla base di semplici segnalazioni dei detentori dei diritti, senza passare per il sistema giudiziario. Migliaia di siti potrebbero sparire da Internet, senza che ne’ gli utenti ne’ i proprietari dei siti ne sappiano nulla, visto che saranno notificati solo gli Isp.

Sarebbe un provvedimento che poggia su basi giuridiche estremamente dubbie e senza precedenti in altri paesi sviluppati, che apre la strada a una potenziale censura su Internet generalizzata perchè senza il vaglio del sistema giudiziario.

In sintesi, secondo la delibera Agcom se il titolare dei diritti di un contenuto audiovisivo dovesse riscontrare una violazione di copyright su un qualunque sito (senza distinzione tra portali, banche dati, siti privati, blog, a scopo di lucro o meno) può chiederne la rimozione al gestore. Che, «se la richiesta apparisse fondata», avrebbe 48 ore di tempo dalla ricezione per adempiere. Cinque giorni per il contraddittorio. Se ciò non dovesse avvenire, il richiedente potrebbe, secondo la delibera ancora in bozza, rivolgersi all’Authority che «effettuerebbe una breve verifica in contraddittorio con le parti da concludere entro cinque giorni», comunicandone l’avvio al gestore del sito o del servizio di hosting. E in caso di esito negativo, l’Agcom potrebbe disporre la rimozione dei contenuti. Per i siti esteri, «in casi estremi e previo contraddittorio», è prevista «l’inibizione del nome del sito web», prosegue l’allegato B della delibera, «ovvero dell’indirizzo Ip, analogamente a quanto già avviene per i casi di offerta, attraverso la rete telematica, di giochi, lotterie, scommesse o concorsi in assenza di autorizzazione, o ancora per i casi di pedopornografia».

Il popolo della Rete si sta attrezzando per respingere il provvedimento, nella speranza di convincere l’Agcom a rivederlo. Qui una pagina che raccoglie le informazioni e i vari link, come la raccolta di firme, i flashmob e le pagine di Facebook.

da www.lastampa.it

"Tremonti nel mirino Pdl: manovra da psichiatra", da www.unita.it

Scontro a quattro giorni dal varo del decreto da 43 miliardi mld, al Cdm di giovedì. Le bozze della manovra di Giulio Tremonti «andrebbero analizzate da uno psichiatra» e dimostrano che il ministro dell’Economia vuole solo «trovare il modo di far saltare banco e governo».

È il durissimo attacco che Guido Crosetto, sottosegretario alla Difesa, lancia all’indirizzo del titolare di via XX settembre, in cui il deputato del Pdl -si dice «stufo» di «sentire pontificare una persona che predica benissimo e razzola malissimo» visto che «l’unico ministero che non ha subito tagli alla spesa corrente, ma anzi l’ha aumentata, è il suo!».

«Le bozze che sono filtrate sulla manovra – dice il sottosegretario che, fino a tre anni, era responsabile economico di Forza Italia -, più che connotate dal punto di vista economico, finanziario e di bilancio andrebbero analizzate da uno psichiatra. E evidente che il ministro dell’Economia vuole trovare esclusivamente il modo di far saltare banco e governo.

In questi tre anni ha fatto di tutto per tenere in vita il malato Paese, ma l’ha fatto tenendolo in coma farmacologico. Ha dimostrato di non volere andare nel dettaglio della spesa pubblica, ma di preferire tagli senza razionalità. Non ha capito che l’economia reale andava aiutata ed anzi l’ha bloccata con regole di oppressione fiscale uniche al mondo che hanno distrutto lo statuto del contribuente».

Crosetto imputa a Tremonti anche altro: «Ha promesso un aiuto alla piccola e media impresa – sottolinea il deputato del Pdl, da sempre molto in sintonia con le idee economiche dell’ex ministro Antonio Martino -, ma in realtà ha flirtato con le grandi banche ed i grandi gruppi. Visto che è una persona di cultura ed intelligenza non comune, lo dimostri proponendo un progetto serio per il Paese al consiglio dei ministri ed alle Camere».

Ma, avverte il sottosegretario, nel farlo «sia aperto ai miglioramenti» perchè «lui non è il depositario del verbo e della verità; e non sono più i tempi nei quali il governo potrà permettersi di approvare in Consiglio una cartellina vuota che verrà riempita in seguito a via XX settembre, da un uomo solo e dai suoi pretoriani».

Insomma, aggiunge, «non è più il momento di tacere per rispetto anche perchè mi sono stufato di sentire pontificare una persona che predica benissimo e razzola malissimo: l’unico ministero che non ha subito tagli alla spesa corrente, ma anzi l’ha aumentata, è il suo! Il ministero nei quali i dirigenti sono più pagati è il suo!».

Infine, un’ultima stoccata sui tagli alla politica: «Se adesso l’ultima crociata di Tremonti, sullo stile di De Magistris, è quella di lanciarsi contro i privilegi – attacca Crosetto -, gli ricordo che ci sono privilegi ben maggiori delle auto blu e degli aerei di Stato che, tra l’altro, se vengono utilizzati nell’interesse del Paese non sono privilegi. Parlo, ad esempio, dei privilegi di poter disporre di migliaia di nomine all’interno dello Stato o altre cose meno evidenti sulle quali il Tesoro non ha mai coinvolti nessuno».

IL PD: IL GOVERNO NON ESISTE PIU’
«Il governo non esiste più, lacerato da continui duelli rusticani, che ne paralizzano l’azione e ne azzerano la già inesistente credibilità e crea danni a tutto il paese, soprattutto al Sud».

Così il parlamentare del Pd Alberto Losacco ha commentato le «offerte di collaborazione» del presidente del Consiglio anche alla luce delle parole del sottosegretario Guido Crosetto che ha definito «da psichiatra» la manovra del ministro Tremonti. «È una fotografia sconsolante – prosegue Losacco – un insieme raccogliticcio tenuto insieme solo da prebende che rende ancora più ridicole le aperture di Berlusconi. Il governo non è credibile. È ridotto ad una patetica rappresentazione allegorica». «Se in grado – conclude il parlamentare Pd – faccia le riforme altrimenti se ne vada a casa, il tempo dei trucchi e delle menzogne è finito».

BINDI: NUOVA CREPA NEL PDL
«Un pesante avviso a Tremonti che non può essere minimizzato. Le parole di Crosetto vanificano le finte aperture del Premier e rivelano la nuova profonda crepa nel Pdl, con una seria ipoteca sull’efficacia e l’equità della manovra». È quanto afferma in una nota la presidente dell’assemblea nazionale del Pd, Rosy Bindi, osservando che «questo esecutivo traballante, rissoso, percorso dai veleni della P4, bloccato dai ricatti della Lega, incapace di affrontare i problemi del paese, dimostra ogni giorno di più di non avere la credibilità necessaria per affrontare le sfide difficili che abbiamo di fronte. A cosa servono i voti di fiducia in Parlamento se poi non sono è in grado di governare bene il paese?», si chiede Bindi, secondo cui «prima se ne vanno e meglio è per tutti».

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“Silvio: «Riforma fiscale, appello a opposizioni», da www.unita.it

“Media scatentati contro di noi”. Berlusconi torna a farsi sentire con un messaggio ai “Promotori della Libertà e vede tutti i media avversi (il che fa immaginare che non guardi il Tg1, il Tg2, i tg Mediaset, che non sono poca cosa, non sfogli il Giornale, Libero…). «Il governo e la maggioranza sono più forti e più coesi – rivendica il premier – Il merito è di tutti noi e anche vostro, cari amici, che anche in questo clima avvelenato, in questo clima in cui i media si sono scatenati – i giornali, le radio e le televisioni – contro di noi, voi avete sempre tenuto alta la nostra bandiera, che è la bandiera della verità, la bandiera della libertà». Off records, ieri alla festa per il matrimonio del ministro Mara Carfagna avrebbe intanto detto che vuol convincere la Lega a votare il decreto per portare in altre regioni i rifiuti napoletani quando Bossi e leghisti hanno già detto chiaramente il loro no.

Nel messaggio il presidente del Consiglio promette: «Il Governo chiederà al Parlamento la delega per la riforma fiscale prima della pausa estiva, in modo da rendere operativa questa riforma, che è voluta da tutti gli italiani, perché‚ bisogna spazzare via quel ginepraio di leggi fiscali che si sono succedute in quarant’anni dal 1970 ad oggi e che sono diventate veramente incomprensibili e controproducenti. Questa riforma si dovrebbe realizzare ed andare in vigore entro 18 mesi da oggi e cioé entro il termine naturale di questa legislatura». Poi un invito «all’opposizione, che da mesi chiede le mie dimissioni, un invito ad operare insieme a noi. Un invito – conclude – rivolto con forte spirito costruttivo».

Quanto alla manovra economica, Berlusconi ne annuncia per questa settimana il varo: «Già da ora grazie alle ricognizioni che abbiamo compiuto con molto scrupolo nei mesi scorsi sui vari capitoli di spesa, sappiamo come dobbiamo intervenire per fare in modo che la manovra e la successiva riforma tributaria non provochino dei buchi di bilancio».

L’ECONOMIA INTERNAZIONALE
Il presidente del Consiglio deve ammettere che «la crisi economica, che è una crisi globale, non è ancora finita, la speculazione internazionale è sempre pronta a colpire le prossime prede, cioè quei Paesi che mostrassero segni di debolezza». Aggiungendo: «L’attacco sarebbe sui titoli pubblici degli Stati e se si dovessero riscontrare dei segni di cedimento del bilancio pubblico, la speculazione internazionale sarebbe pronta ad approfittarne sottoscrivendo dei titoli del debito pubblico dei vari Paesi ma chiedendo degli alti, altissimi interessi». Quindi, per il premier, «noi, anche e soprattutto per questo, dobbiamo proseguire nella nostra politica di prudenza e di rigore, nella politica che abbiamo seguito sino ad adesso».

Berlusconi non resiste alla tentazione di incensare se stesso e il suo governo: «Tutti gli organismi internazionali di controllo hanno dato dei pareri molto positivi sulla nostra attività di Governo, hanno riconosciuto che nei primi tre anni di governo abbiamo operato al meglio e abbiamo posto i conti pubblici in sicurezza, al riparo dagli attacchi della speculazione internazionale» e poi annuncia: «Nella politica di bilancio, quindi il Governo manterrà tutti gli impegni. Sia quelli presi con l’Unione europea, sia quelli presi con le famiglie dei risparmiatori e con gli investitori. Per questo già da ora, grazie alle ricognizioni che abbiamo compiuto con molto scrupolo nei mesi scorsi sui vari capitoli di spesa, già ora sappiamo come dobbiamo intervenire per fare in modo che la manovra, che approveremo questa settimana, e la successiva riforma tributaria non provochino dei buchi di bilancio».

Le donne del Pd «Firme per una nuova legge sulla maternità», di S.C.

Il Pd ha avviato una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare: no a dimissioni in bianco, maternità come diritto universale, congedo di paternità obbligatorio e piano straordinario per gli asili nido. Maternità come diritto universale a carico della fiscalità generale; congedo di paternità obbligatorio di 15 giorni; piano straordinario per gli asili nido; abolizione della «vergogna» delle dimissioni in bianco per le donne che vogliono avere un figlio. Sono i principali punti di una legge di iniziativa popolare per la quale il Pd ha cominciato a raccogliere firme. L’iniziativa è stata presentata alla conferenza nazionale delle Democratiche. «L’Istat descrive un paese in declino dice la portavoce delle donne del Pd Roberta Agostini con una situazione peggiorata dopo tre anni di crisi, dove a perdere drammaticamente sono le donne che lavorano sempre meno, costrette a lasciare il lavoro alla nascita del primo figlio, discriminate nella carriera e nelle retribuzioni benché siano preparate, competenti, forti. È giunto il momento di dire basta e avanziamo le nostre proposte su ciò che è necessario fare per migliorare il rapporto tra maternità e lavoro e per arrivare ad una vera democrazia paritaria». In sala ci sono circa duecento Democratiche arrivate da tutta Italia. Il clima è buono, c’è l’indignazione per un governo che invece di risolvere i problemi li lascia aggravare ma c’è anche l’ottimismo per un vento che cambia, per dirla con la frase più utilizzata. Interviene anche Francesca Izzo, del comitato “Se non ora quando” che ha organizzato la manifestazione del 13 febbraio. Quella giornata viene giudicata un po’ unanimemente uno spartiacque, a cui sono seguiti i buoni risultati di amministrative e referendum.
Ma ora servono anche altri atti concreti. Roberta Agostini ricorda che martedì la Camera approva la legge sulle quote rosa nei Cda, ma aggiunge che ora il Parlamento deve modificare la legge elettorale per le amministrative «inserendo la doppia preferenza di genere». Ma ci sono anche altre battaglie su cui si impegneranno le Democratiche. Ne parla la loro portavoce illustrando i capisaldi della legge di iniziativa popolare su cui è partita la raccolta di firme. «Bisogna reintrodurre la norma contro le dimissioni in bianco, perché cessi lo scandalo delle donne costrette a dare le dimissioni magari perché aspettano un figlio dice Roberta Agostini e vogliamo che la maternità sia davvero un diritto universale, estendendo l’indennità al 100% della retribuzione per tutte e tutelando anche le donne che non lavorano». Tra i capisaldi della legge anche il congedo di paternità obbligatorio, «perché vogliamo parlare di condivisione e non solo di conciliazione» e, «per avvicinarci all’Europa», un piano straordinario di asili nido.

L’Unità 26.06.11

"Tangenti, spie e burattinai la corruzione al potere", di Guido Crainz

«C´era un Paese che si reggeva sull´illecito»: lo scriveva Italo Calvino nel 1980, in un fulminante Apologo sull´onestà nel paese dei corrotti che segnalava con lucidità un mutamento decisivo. In quei mesi infatti la tangente Eni-Petromin, lo scandalo dell´Italcasse e altri venivano a confermare un imporsi della corruzione come metodo rivelato già nel 1974 dalle tangenti petrolifere. Quello stesso 1974 in cui era iniziata la parabola discendente di Michele Sindona, inutilmente contrastata da pressioni politiche e criminali (con l´aggressione alla Banca d´Italia di Baffi e di Sarcinelli, e l´assassinio dell´avvocato Ambrosoli). Nel frattempo lo scandalo Lockheed aveva coinvolto, oltre a ex ministri, anche figure di mediatori come Antonio e Ovidio Lefebvre. E ancora nel 1980, mentre Craxi faceva aprire in Svizzera il conto “Protezione”, Licio Gelli usciva allo scoperto sulle ospitali pagine del Corriere della Sera. Poco dopo le liste della P2, rinvenute dai giudici Turone e Colombo nelle indagini su Sindona, faranno emergere meglio la trama che ha i nomi del Banco Ambrosiano di Calvi, dello Ior, della Rizzoli. Ed evocheranno inoltre sia oscure ombre precedenti o presenti (dalle trame eversive del passato sino al ruolo dei servizi durante il rapimento Moro o alla strage alla stazione di Bologna), sia inaspettate proiezioni nel futuro. Anche a prescindere, naturalmente, dai nomi di Berlusconi o di Cicchitto (che sarà allontanato per alcuni anni dal pur comprensivo Psi di allora). Figura in quelle liste, ad esempio, il socialista Teardo, che sarà al centro di uno dei due scandali che nel 1983 fanno già intravedere – in Liguria, appunto, e a Torino – quella devastazione della vita pubblica che crescerà negli anni Ottanta sino all´esplosione di Tangentopoli. Esplosione che ha la sua massima espressione nell´affare Enimont, che culmina tragicamente con i suicidi di Gabriele Cagliari e di Raul Gardini (preceduti da quello – avvolto in più oscure nebbie – di Sergio Castellari). Fra i condannati al processo Enimont vi è un altro nome già presente nelle liste della P2: Luigi Bisignani.
Un commentatore pur moderato come Sergio Romano osservava allora che gli storici della “prima Repubblica” avrebbero letto gli atti giudiziari di Mani Pulite come gli storici della Rivoluzione francese leggono i cahiers de doléances inviati agli Stati generali: affreschi entrambi di due profondissime crisi di regime. Occorrerà comprendere meglio perché – dopo lunga incubazione e inascoltati segnali – siano poi riesplosi quei fenomeni giganteschi di corruzione e di distorsione delle istituzioni che le intercettazioni sulla “cricca” hanno ampiamente rivelato nel febbraio del 2010. Svelando, ad esempio, che la Protezione civile, lungi dall´essere strumento dell´emergenza, si era trasformata nello svuotamento quotidiano della democrazia, completamente privata di norme e controlli: una deformazione che stava per essere istituzionalizzata al livello più alto. In quell´occasione molti hanno osservato che rispetto agli anni di Tangentopoli il “rubare per sé” appare oggi molto più diffuso del “rubare per il partito”. Osservazione sin troppo scontata, dato che i partiti, nella forma di allora, non esistono più: e sciaguratamente questo ha portato talora ad affrontare in proprio, per così dire, i “costi della politica”. Così come ha dato un peso crescente alle cricche e a quelle forme di relazione che le cronache di questi giorni hanno illuminato di luce cruda. Ricordandoci la vecchia intervista di Gelli al Corriere: da piccolo, disse, volevo fare il burattinaio.

La Repubblica 26.06.11

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“L´uomo che trama nell´ombra”, di Filippo Ceccarelli

Per i suoi interlocutori è uno che “sponsorizza”, “sonda”, “suggerisce”, “intercede”. Ma non solo. È soprattutto colui che possiede lo stomaco per fare ciò che altri non vogliono o non possono fare. Ecco, da Machiavelli ai giorni nostri, il mansionario di chi lavora alle spalle della Repubblica
Un ambasciatore debbe su tutto ingegnarsi d´acquistar riputazione, e come la si acquisti Quali siano le cose di chi debbe dar parte al suo signore, e quali d´esse facili e difficili Debbe stringer amicizia co´ faccendieri delle corti, e perché Come dovrà con essi contenersi
Il capostipite è uno dei protagonisti del caso Montesi (1953), il marchese Ugo Montagna di San Bartolomeo Vent´anni dopo si va senz´altro a sbattere sulla figura di Licio Gelli, avventuriero della variante pseudoesoterica nonché attuale presidente onorario della categoria. Tra il pelo sullo stomaco e le mani in pasta si misurano gli inesorabili tratti, e così italiani, del faccendiere. Parola di nobili e sintomatiche ascendenze (Machiavelli, 1513) messa in circolazione per designare una figura quant´altre mai ricorrente nella penombra della storia, che di solito corrisponde al buio profondo del potere.
«Uomo di relazioni» si definisce Gigi Bisignani, e non per caso Gianni Letta ha ripetuto pari pari l´espressione. «Uomo di mondo» avrebbero potuto entrambi dire sciogliendo il volto in un lieto sospiro ormai pacificato, perché via, insomma, è inutile far finta: «certe cose» qualcuno deve pur farle. Per sé, s´intende, ma più spesso di quanto si immagini anche per gli altri.
«Amico di tutti», «il più conosciuto che io conosca» secondo Letta. «Fa cortesie», «aiuta politicamente», «aiuta ad aver contatti», «ha rapporti particolari» articola la Prestigiacomo. Utile esercizio ricostruire il mansionario di Bisignani attraverso le parole rese alla Procura dai suoi più o meno abituali interlocutori. «Sponsorizza persone», «mette in contatto», «ha ottimi rapporti con», «sonda», «suggerisce» (Masi). «Interviene» (Montezemolo). «Ha indubbio potere contrattuale», «presenta», «promette interessamento», pure passando la cornetta del telefono (il manager Basile). «Si adopera per far avere dei vantaggi», «ha aderenze», «intercede» (il generale Ragusa). «Può arrivare un po´ dovunque» (l´onorevole attore e producer Luca Barbareschi).
Ecco, pare tutto questo abbastanza filantropico; ma al tempo stesso suona parecchio ambiguo. I due termini, nel faccendiere, non si elidono, ma anzi si fondono in un´inconfondibile atmosfera in cui l´aiuto confina con la minaccia, la lusinga sfuma nel tornaconto e quindi l´esibita premura può sempre rivolgersi nel ricatto.
Sarebbe bello poter classificare i faccendieri secondo comodi criteri politici, ma non si può e non solo perché ne esistono dappertutto, in tutte le epoche in tutti i partiti e di tutti i tipi. Craxi, per dire, aveva architetti anche raffinati e abbronzatissimi reduci da Murorua e Curacao che gli portavano i quattrini e gli riempivano il frigorifero di champagne, «che poi Martelli si ciucciava» disse poi uno di loro con legittimo risentimento. Così come attorno ad Andreotti giravano tipi anche coloriti e grevi, pure rivali fra loro, uno fu detto dai rivali «l´acquaiolo», veniva dal Msi e poi mercato ittico, finì per mettere su cliniche e giornali. Così come non riescono a trovare pace, nella cronaca giudiziaria, un paio di venditori e/o comproprietari della rinomata barca dell´ex gran nocchiero della sinistra, diciamo. Interessante sarebbe notare come, sospinti dalle rispettive professionalità, i faccendieri si attraggano l´un l´altro, a maggior gloria della specie.
In realtà alle spalle di Bisignani, più ancora della storia, c´è probabilmente la natura umana, con le sue fragilità. In buona sostanza, il faccendiere è colui che possiede il fegato e lo stomaco, appunto, per fare ciò che gli altri non vogliono fare per non sporcarsi le mani. Ma da cui, una volta compiuto, e con le conseguenze anche più gravi per la vita pubblica, traggono indubbio anche se provvisorio e rischiosissimo vantaggio.
La letteratura, il teatro, la poesia abbondano di queste figure. Così, se Calibano, nella Tempesta di Shakespeare, può considerarsi un faccendiere primordiale, tanto selvaggio quanto insidioso e servile, lo stesso Mefistofele del Faust tesse intrighi con sornione cinismo, più di ogni altro consapevole della posta in gioco e dello scambio che con tutta evidenza si stabilisce patteggiando col demonio.
Però l´Italia resta un caso un po´ particolare, o se si vuole un paese pittorescamente e insieme desolatamente faccendiero. Per restare al passato prossimo, il capostipite è uno dei protagonisti del caso Montesi (1953 e seguenti), quel marchese Ugo Montagna di San Bartolomeo, nobile sospetto e già venditore di tappeti, ex fascista pronto a offrire proibiti servigi, compresi stupefacenti e bunga bunga ante litteram, ai nuovi potenti democristiani. Amante del mistero e furfante gentiluomo, scrisse Montanelli che Montagna era «generoso come tutti quelli che pagano di tasca altrui»: e questa è il primo segno di riconoscimento del mestiere. Il secondo, annotato da Gigi Ghirotti, è di natura psicoattitudinale e consiste nel «saper scoprire il debole degli uomini e nel conoscere la malizia della strizzatina d´occhio».
In questo senso, trascorsi vent´anni, si va senz´altro a sbattere sulla figura di Licio Gelli, virtuoso dell´occhiolino e della telefonata fatta ascoltare di soppiatto, avventuriero della variante pseudoesoterica nonché attuale presidente onorario della categoria. Fin da bambino sembra che il Venerabile si esercitasse a prendere la merendina dei compagni per poi fargliela ritrovare, con il che ottenendo la più fiduciosa e malriposta gratitudine.
Con qualche sgomento si può riconoscere che Gelli – che lavorava in coppia con Umberto Ortolani, donde il nomignolo «Il gatto e la volpe» – fu sostituito da quelli che nell´Italia sotterranea degli anni Ottanta divennero i suoi successori.
Uno, il sardo Flavio Carboni, aveva addirittura l´hobby della prestidigitazione e si appiccicò al povero Calvi con tale ardore da presentarsi come «il dottor Penicillina». Con la stessa allegra disponibilità, poteva fornire protezione, affari, forme di pecorino, incontri con monsignori e anche altro. L´altro, Francesco Pazienza, che si muoveva con aerei privati e Rolls Royce, faceva immersioni subacquee e accompagnava i dc oltreoceano, recò in dote al mestieraccio il più scoperto armamentario dello spionaggio, sia pure trovando il suo Tacito in un ruspante imprenditore capitolino, si chiamava Alvaro Giardili, che così ne tratteggiò il profilo davanti a una commissione parlamentare: «Francesco ciaveva un cervello diabbolico, parlava cinque o sei lingue e se li incartava tutti».
Perché in Italia di solito si ride, si ride, si ride: del più surreale dei faccendieri, quell´Igor Marini, pure lui pseudo nobile ed ex cadutista del cinema, che tra fantomatici archivi svizzeri e giganteschi diamanti a Singapore s´inventò cose incredibili su Telekom Serbia provando a sporcare questo e quello. «Cose da pazzi» direbbe forse Bisignani strizzando l´occhio furbo e lisciandosi la pelliccetta che ogni rispettabile uomo di potere e di relazioni si fa crescere attorno allo stomaco.

La Repubblica 26.06.11

"Le trombe leghiste e le campane di Napoli nella disfida della spazzatura", di Stefano Folli

Nel paradosso quotidiano che è ormai la politica italiana, c’è anche chi tira in ballo Pier Capponi, il condottiero fiorentino che mise un freno all’esercito francese con la famosa frase: «se voi suonerete le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane». All’epoca, verso la fine del Quattrocento, la minaccia indusse il re di Francia a ritirarsi da Firenze. Oggi a cosa servirebbe?
A parere di due parlamentari del Pdl, Landolfi e Nespoli, le campane napoletane sono chiamate a contrapporsi alle trombe leghiste. L’argomento è naturalmente la spazzatura che invade le strade e che nessuno riesce a eliminare. Il neosindaco De Magistris è già con le spalle al muro e a Roma non sono pochi quelli che si rallegrano in silenzio per il suo fallimento. Ma, com’era inevitabile, ora il nodo gordiano dovrà tagliarlo il governo Berlusconi attraverso un decreto. È lo stesso Quirinale a chiedere che l’esecutivo faccia in fretta il suo dovere, perché quello che si prospetta è «un lavoro duro». Ma la Lega si è subito messa di traverso in base al principio che i napoletani non possono pretendere di rovesciare su altri, più virtuosi, la loro immondizia.

E qui si arriva a Pier Capponi, evocato dai due «nazionalisti» napoletani contro i «secessionisti» leghisti. La storia presenta un risvolto grottesco, ma dice molto sulla condizione del paese. Di fatto la demagogia continua a essere il filo conduttore di troppi comportamenti. Il neosindaco ed ex-magistrato è stato eletto in modo trionfale grazie alle promesse populiste, e a quanto pare irrealizzabili, fatte in campagna elettorale. Ed è con una forte inclinazione al populismo che Berlusconi, all’inizio del suo mandato nel 2008, ha usato la vicenda napoletana contro i vecchi amministratori della sinistra: senza per questo risolvere sul serio il rebus della «monnezza».

Con altrettanta demagogia la Lega alza oggi la voce sull’emergenza rifiuti. Può darsi che in linea generale e astratta Calderoli e i suoi abbiano ragione. Ma in termini politici hanno torto. E si capisce perché: essi sono parte, come leghisti, di un governo di coalizione che non può disinteressarsi di ciò che sta accadendo a Napoli. Compresi i rischi che si scateni qualche epidemia.

Questa mini-secessione dalla spazzatura del Sud ha tutta l’aria di un espediente per sfuggire sul piano mediatico alle difficoltà che attanagliano il Carroccio. Assomiglia alla grande campagna fallita sul trasloco dei ministeri al Nord. Parole forti per esiti minimi. Difatti è impensabile che il governo di Roma si disinteressi della catastrofe partenopea. Potrà modulare il suo intervento (e quindi il testo del decreto) in modo da caricare una parte degli oneri sulle spalle dei napoletani. Ma è del tutto irrealistico immaginare che Berlusconi non accolga rapidamente l’appello del Quirinale. E a meno di credere che la Lega voglia aprire una crisi di governo sulla spazzatura, c’è una sola soluzione: il partito di Bossi dovrà acconciarsi a un compromesso, come si conviene a una forza di governo.

Sullo sfondo di questi sussulti maleodoranti, acquista spessore il dramma di Marco Pannella. Il contrasto non potrebbe essere più evidente. La protesta del leader radicale riguarda i problemi delle carceri, ma suona soprattutto come rivendicazione di una nobiltà della politica che coincide con il riscatto delle istituzioni rispetto alle miserie e forse all’impotenza dei partiti. Non è poco nell’ora attuale e il capo dello Stato lo ha capito.

Il Sole 24 Ore 25.06.11

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"Rifiuti, il viaggio sospetto dalla Campania a Messina", di Guido Ruotolo

Ogni giorno 200 tonnellate sbarcano in Sicilia: ma non si sa perché

Arrabbiati e incappucciati stanno incendiando Napoli. E non solo con i roghi dei rifiuti. Sono loro, gli incappucciati, quelli manovrati da una regia di interessi criminali, per dirla con il sindaco De Magistris. Una regia composita, con dentro la camorra, il disagio sociale che vive ai confini, border line, con i clan della città.

Sono loro i piromani della monnezza, manovrati dalla disperazione e da interessi criminali. Gli incappucciati li trovi tra i 1.600 «bros», i disoccupati di lungo corso, dieci anni almeno di corsi professionali