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"Strategie e silenzio. Stragi nazifasciste senza colpevoli", da redazione Unità

Eccetto Priebke e Kappler gran parte dei crimini restano impuniti
La Germania si rifiuta di individuare i responsabili e risarcire le vittime forte di un verdetto della Corte Costituzionale dell’Aja del 2012

STRAGI NAZIFASCISTE. UNA LUNGA SCIA DI SANGUE INNOCENTE CHE PUNTEGGIÒ L’OCCUPAZIONE TEDESCA IN ITALIA TRA L’ESTATE DEL 1943 E IL MAGGIO 1945, CON EPICENTRO NEL 1944 IN TOSCANA. Solo furore? O anche metodo nella follia, cioè strategia? I numeri. Nel biennio vi furono 400 stragi e il bilancio fu di 15mila vittime civili, tra massacri di inermi e rappresaglie. Mentre per i partigiani passati per le armi, Carlo Gentile e Heinz Klinkhammer parlano di 10mila persone. Dunque Toscana nel mirino, per la sua posizione al centro dell’Appennino, cruciale per il ripiegamento tedesco verso la linea Gotica dopo lo sfondamento a Cassino e la liberazione di Roma il 4 giugno 1944. In Toscana tra aprile e agosto del 1944 i comuni interessati furono 83 e 280 le stragi, con 4500 assassinati. La più famosa, almeno quanto quella di Marzabotto, fu la tragedia di Sant’Anna di Stazzema, il 12 agosto. In tre ore una divisione delle Ss trucidò 560 persone: anziani, donne e bambini. Tutto documentato e occultato nei famosi «armadi della vergogna». Nel gennaio 1960 il procuratore generale militare Enrico Santacroce impacchetta col timbro «archiviazione provvisoria» 695 fascicoli sulle stragi tedesche, seppellendole in un armadio contro un muro. Solo nell’estate 1994 il giudice Antonino Intelisano, a caccia di prove contro Priebke, trova i fascicoli, in uno sgabuzzino di Palazzo Cesi, negli uffici giudiziari militari a Roma.
E la polemica sulla memoria si incendia. Già, perché oltre al processo contro Priebke, è in corso la discussione sulla «guerra civile» in Italia, sul fascismo non più «male assoluto» a differenza del nazismo. Sui ragazzi di Salò, e le responsabilità della Resistenza. Di lì a qualche anno sarebbe fiorita la saga di Giampaolo Pansa contro la Resistenza rossa e le sue vendette, ben dentro la polemica di destra contro il fondamento antifascista della Costituizione a base della democrazia parlamentare, da rifondare in chiave presidenzialista.
Ma torniamo alle stragi. Chi le perpetrava e perché? Chi ne fu complice? E quanto furono punite nel dopoguerra? Ecco le formazioni più feroci di stragisti. La Leibstandarte Adolf Hitler, presente a Boves, Lago Maggiore e Istria. Le unità SS Karstjaeger, attive in Venezia Giulia e Friuli. La 16ma SS Panzer-GrenadierDivision ReichsFuehrer, colpevole di aver soppresso non meno di 2mila civili tra luglio e settembre 1944 in provincia di Pisa, Lucca, nelle Apuane e nell’Appennino Bolognese. Anche Whermacht e Luftwaffe sono in prima fila. «Uomini comuni» e veterani della pulizia ideologica, unità combattenti e specialisti della guerra etnica, spesso reduci dai massacri orientali. Addestrati per il Bandengebiet, il rastrellamento metodico che devasta villaggi e vallate, deporta e cattura ostaggi. Come sapevano fare i 33 «pacifici» SS Bozen incappati nell’attentato di Via Rasella: volontari altoatesini destinati alla repressione e alla mattanza e a tal fine istruiti.
Perciò collera e furore, vendetta e punizione, contro gli italiani traditori che osavano opporre resistenza, già a partire dalle stragi di Nola, Acerra, Caiazzo dell’estate 1943. E a Cefalonia dopo l’8 settembre. Poi guerra etnica: caccia agli ebrei col supporto della Rsi e delle sue leggi (eredi di quelle razziali del 1938 con relativi elenchi). E infine «strategia»: dissuadere le popolazioni dal fornire aiuto ai partigiani. Con ferocia sistematica. E addossando ai resistenti la colpa delle rappresaglie. Era il risvolto psicologico della contro-resistenza contro l’avanzata Alleata sul fronte italiano, inteso come scudo a favore della Germania. Mossa capace di sottrarre uomini e mezzi alleati dal fronte occidentale. E ritardare l’assedio finale al Reich da Ovest, prima della controffensiva delle Ardenne. Poi c’erano i ragazzi di Salò. Apporto logistico, spionistico e materiale ai tedeschi. In nome dell’«onore». E perciò elenchi di persone sospette, carte toponomastiche, e fornitura di plotoni di esecuzione, come a Piazzale Loreto il 10 agosto 1944. Oltre alle rappresaglie fatte in proprio, con l’avallo dei Tribunali speciali: Ferrara, Lovere, Savona, Reggio Emilia, Genova, Villamarzana, Villa Sesso.
E la punizione dei colpevoli nel dopoguerra? Vendette e giustizie sommarie a parte, per lo più i fascisti se la cavano, tra amnistia di Togliatti, epurazioni soft e sconti di pena. Molto più severa sarà la magistratura coi partigiani, spesso accusati di crimini comuni. Ma la vera sanatoria sarà quella per i tedeschi. Uomini e ditte che si riciclano nella vita civile. Amnistiati, graziati, rilegittimati. Come Kesserling, stratega del terrore in Italia, condannato a morte da un tribunale inglese nel 1947, poi graziato e liberato nel 1952 (e divenuto consulente militare di Adenauer nel quadro del riarmo Nato). O come la Bayer nel consorzio «Ig Farbe» che produceva il gas Ziklon b e come la Krupp, la Thyssen e tante industrie germaniche complici della macchina nazista. Quanto alla giustizia tedesca malgrado le Convenzioni dell’Aja e di Ginevra, Norimberga e la Carta dell’Onu mostra ancora riluttanza nel processare i colpevoli di stragi.
Valga l’esempio di S. Anna di Stazzema, su cui si sono pronunciati i tribunali militari di La Spezia, Roma e la Cassazione. La Procura di Stoccarda il 26 settembre 2012 ha archiviato il processo, pur accettando che si trattasse di crimine di guerra. Ma l’archiviazione si basava sulla tesi pretestuosa che dopo dieci anni di indagini, la giustizia tedesca non poteva accertare il ruolo dei singoli imputati. Né si dichiarava comprovato che il crimine fosse stata un’azione pianificata contro i civili, invece di un’azione avvenuta durante lo scontro con i partigiani. I giudici tedeschi dichiararono che la sentenza italiana di La Spezia del 22 giugno 2005 era fondata sul nulla, e che i dieci imputati erano stati giudicati senza fondamento. Eppure c’erano rei confessi, che avevano dichiarato di aver ricevuto l’ordine di massacrare deliberatamente i civili. Inutile il successivo ricorso sempre a Stoccarda, presentato dall’avvocato Gabriele Heinecke e dallo storico Carlo Gentile. Secondo i giudici mancava a Stazzema «un ordine scritto» per appurare la dinamica del crimine! Come dicono i negazionisti sulla Shoa. Ergo, non processabilità degli imputati: 14 inizialmente, poi ridotti a 5 ultranovantenni nel 2013, e oggi rimasti in tre. Infine nuovo ricorso, alla Corte di Karlsruhe stavolta. Ma la Corte nel novembre 2013 ha già sospeso le indagini contro tre degli imputati superstiti, e dichiarato che le condizioni di salute di un quarto non sono compatibili col processo, mentre un quinto imputato è deceduto. Nel frattempo parole solidarietà e comprensione sono venute dal Presidente tedesco Gauck e da Schulz. Ma il punto resta: la Germania si rifiuta di condannare i colpevoli e risarcire le vittime, forte di un verdetto della Corte Internazionale dell’Aja del 2012, avverso ai risarcimenti richiesti ai tedeschi, in nome del diritto «all’immunità giurisidizionale contro i crimini nazisti». Insomma, la Germania di oggi non risponde per quella di ieri. Anche se poi la Germania di oggi, quella nata nel 1989, ha rivendicato l’annessione dell’est in nome della continuità della nazione tedesca. Applicando, ai comunisti della Ddr, un insieme di leggi risalenti agli anni trenta della sua storia (tradimento, secessione, etc). Morale: a parte Priebke e Kappler (poi fatto fuggire) gran parte dei crimini nazisti restano impuniti.
E i tedeschi di oggi al centro dell’Europa e gonfi di egemonia geoeconomica hanno gravi responsabilità al riguardo. Custodi del rigore come stigma etico della loro idea di Europa, riluttano nel punire i loro colpevoli e retrocedono agli anni 60, al silenzio su Auschwitz, rotto dai processi a Francoforte tra il 1963 e il 1968. Infatti, nonostante la fiammata generazionale del 1968, la consegna giuridica fu in seguito questa: non istruire processi e non pagare risarcimenti. Una ferita aperta. Inaccettabile. Che delegittima la Germania democratica di oggi a vantaggio di rancori e populismi. E ne mina a fondo l’immagine di architrave virtuosa del Continente.

da l’Unità

Approvata la legge regionale quadro per la parita' tra donne e uomini, la prima in Italia

Nel corso dell’Assemblea Regionale tenutasi il 25 giugno 2014 è stata approvata la legge regionale quadro per la parità tra donne e uomini, la prima in Italia, frutto di un percorso di due anni a partire dall’istituzione della Commissione per la promozione di condizioni di piena parità tra donne e uomini. Firmatari della proposta di legge approvata sono i consiglieri Roberta Mori (PD), presidente della commissione Parità, i vice-presidenti Rita Moriconi (Pd) e Mauro Malaguti (Misto), Anna Pariani (Pd), Gabriella Meo (Sel-Verdi), Monica Donini (Fds), Thomas Casadei (Pd), Luciana Serri (Pd), Mauro Manfredini (Lega Nord), Sandro Mandini (Idv).

La legge rappresenta una grande novità per contenuti e per metodo che ha visto un ampio e partecipato coinvolgimento di tutte le forze politiche, presenti in Regione, ma soprattutto di soggetti esterni come istituzioni, associazioni di volontariato, ordini professionali, università, enti locali. Durante il percorso che ha portato all’approvazione della legge si sono svolte numerose audizioni pubbliche che hanno consentito un confronto proficuo, il recepimento di esperienze già in atto, l’approfondimento su temi specifici.

Non ultimo l’integrazione nel testo di legge regionale della legge d’iniziativa popolare promosso dalla Conferenza Regionale delle Donne Democratiche che la scorsa estate ha consegnato all’Assemblea Legislativa quasi 12 mila firme raccolte tra cittadine e cittadini, che ha dato un’importante impronta di partecipazione dal basso.

Numerosi gli interventi in aula da parte dei consiglieri del Gruppo Assembleare PD, a partire da Roberta Mori, Presidente della Commissione Parità e relatrice della legge, che ha evidenziato le principali caratteristiche della legge quadro: “La parità è un diritto e una componente essenziale del principio di uguaglianza sostanziale, di qualità e benessere sociale, nonché dello stesso concetto di sviluppo umano. Oggi approviamo una legge che traccia un orizzonte di azioni positive, mette a sistema ciò che abbiamo con la necessità di un coordinamento più efficace ed efficiente, che afferma un’idea di società”.

Nel corso della dichiarazione di voto di Anna Pariani, capogruppo PD, unitamente al ringraziamento a tutti coloro che hanno partecipato a vario titolo alla stesura della legge, ha sottolineato l’importanza del voto di oggi: “La storia dimostra che solo l’avanzamento dei diritti delle donne e la lotta alle discriminazioni consentono evoluzione e crescita per tutti e che anche nella ricca ed evoluta Emilia-Romagna, tra le prime regioni in Europa, è stato necessario ribadire che ci sono ancora diritti non rispettati per le donne”.

La consigliera Rita Moriconi, vicepresidente della Commissione Parità, partendo dalla propria esperienza personale, ha posto l’accento sulle difficoltà affrontate dalle donne nel mondo del lavoro quando ci si impegna nella politica o nell’amministrazione, per il timore dell’abbandono dell’attività professionale o della carriera intrapresa in aziende o altro per 5 anni.

Durante il dibattito in aula Thomas Casadei, componente della Commissione regionale parità, ha dichiarato: “Si tratta di una legge che fa la differenza e che segna profondamente questa legislatura: per il suo percorso – lungo e partecipato; per i contenuti, innovativi ma esito di buone pratiche ormai consolidate; per il metodo di condivisione tra forze politiche, tra donne e uomini, tra tanti soggetti della società. L’auspicio è che tutte e tutti sappiano, insieme, fare di questa legge una pratica quotidiana per rendere la nostra società regionale più libera e più equa”.

Stefano Bonaccini ha espresso il suo plauso per il lavoro svolto: “Mi auguro che questa ottima legge diventi riferimento a livello nazionale anche per le altre regioni. Sottolinea il ruolo positivo della mobilitazione messa in atto dalla raccolta di firme per la legge di iniziativa popolare promosso dalla Conferenza Regionale delle Donne Democratiche. Adesso abbiamo alcuni temi da affrontare quanto prima: la rappresentanza paritaria nella prossima legge elettorale regionale attraverso la doppia preferenza di genere, e un’attenzione specifica sul linguaggio per evitare le spiacevoli espressioni sessiste di cui troppo spesse sono oggetto le donne”.

La consigliera regionale Paola Marani ha evidenziato infine “il ruolo positivo della legge quadro che sarà in grado di orientare tutte le politiche regionali e che contribuirà a migliorare la qualità della vita di tutti cittadini, non solo delle donne”.

http://www.gruppopdemiliaromagna.it/

"Diamo giudizi ma senza bocciare", di Marco Rossi Doria

Da qualche tempo laFrancia s’interroga sui voti e sulle bocciature. Questo dibattito di Oltralpe è utile anche a noi. Ci aiuta a guardare ai nostri punti di forza o di debolezza. E forse ci suggerisce qualche trasformazione già da tempo matura. In Italia, come ovunque, sappiamo che bisogna raggiungere presto e bene le conoscenze irrinunciabili, ben descritte nelle indicazioni nazionali dove è detto cosa si deve sapere nelle diverse discipline in seconda, in quinta, in terza media e poi nelle diverse scuole superiori. Perciò, tutti sappiamo che ci vuole qualcuno – la maestra, il prof. – che ti dica: «guarda che questa cosa la sai ma quest’altra non la sai o la sai in parte e la devi e puoi apprendere». Il voto numerico è solo un modo, anche abbastanza grossolano, per fare questo. Il principio secondo il quale un adulto educatore vaglia, insieme al suo alunno o studente, le conoscenze e competenze non viene messo in discussione quando si discute del voto numerico. Né in Francia né qui. Quel che si discute oggi in Francia è un sistema centrato su conoscenze misurate solo con prove rigide, secondo scadenze ripetute in tempi non distesi, fin dalle classi elementari, con i docenti a fare medie aritmetiche estenuanti su ogni item di sapere, fino ai decimali e poi o bocciati o promossi. Il dibattito francese guarda finalmente alla possibilità, soprattutto per i più piccoli, di tempi e modi più distesi per favorire e misurare gli apprendimenti – cosa che noi abbiamo iniziato nel 1955. La Francia, poi, si chiede se abbia senso spingere verso classi separate tutti i bambini in difficoltà (o perché appena arrivati da altri paesi o perché disabili o perché in una qualsiasi situazione di fragilità), dato che altri modelli – come quello italiano – integrano gli alunni con bisogni educativi speciali nella scuola ordinaria dal 1977, con buoni risultati per tutti – secondo l’Ocse. I nostri vicini si stanno, infine, chiedendo, se la paura della bocciatura sia davvero la leva più utile per apprendere. E questo dibattito ci riguarda, eccome. Quasi tutte le scuole psico-pedagogiche – anche grazie a estese ricerche, ripetute nel tempo e in ogni cultura – pensano il contrario. Noi bocciamo i più piccoli molto di meno dei francesi: 0,2 % alla primaria, 4,3% alle medie. Ma – attenzione! – ancora l’11,8% alle superiori. E bocciamo soprattutto durante la crisi adolescenziale (15-16 anni) e nelle aree del Paese più povere e povere d’istruzione. E la maggior parte di chi viene bocciato entra a fare parte del 17,8% di ragazzi che ritroviamo a 25 anni senza diploma né qualifica professionale; che hanno rare occasioni di recuperare, che faranno lavori con bassi contenuti di sapere o rimarranno inoccupati, con grave danno per loro, per lo sviluppo economico che è fondato sulle conoscenze, e per la coesione sociale. La scuola deve essere più accogliente ma anche più rigorosa, avere percorsi per tutti ma superare gli eccessi di standardizzazione, favorire l’apprendimento laboratoriale rispetto a quello trasmissivo, fare i conti fino in fondo con il carattere permanente della rivoluzione tecnologica con cui i ragazzi si misurano in ogni momento eppure conservare anche modi di apprendere tradizionali. Ma, detto ciò, non sarebbe meglio strutturare il sistema di conoscenze e competenze richieste per livelli, raggiungibili a scuola o anche dopo la fine della scuola senza dover per forza bocciare? Insomma, è possibile pensare – in Francia e in Italia – a una scuola che abbia un sistema di bilancio partecipativo e di rigorosa certificazione delle effettive competenze sulla base del quale Francesca o Françoise sanno a quale facoltà o programma di apprendimento successivo andare con quanto già sanno o a quale potere andare solo se recuperano quel che non sanno? Ne vogliamo parlare anche noi?

La Stampa 26.06.14

"Se Europa e Maghreb si tenessero per mano", di Tahar Bel Jelloun

Le ultime elezioni europee ci hanno fatto venire i sudori freddi, i brividi, la febbre. Partiti di estrema destra sono arrivati in testa. Quando uso la prima persona plurale, parlo di me. Ho sempre avuto paura degli estremi, sia nello sport che nella politica. L’estremo è ciò che ci avvicina alla morte, e in ogni caso flirta con il pericolo e con il sangue.
In Maghreb abbiamo osservato questa evoluzione con inquietudine. Allo stesso tempo, sappiamo che gli interessi degli europei passano avanti a quelli del Maghreb, ed è normale, perché nessun Paese del Nord Africa fa parte dell’Europa. Eppure questa Europa si è ingrandita. Ha acquisito peso, soprattutto a Est. Certi sostengono che avrebbe perduto un po’ della sua anima, in quell’Est tormentato da tante guerre e divisioni. Al Sud ha i suoi piedi, dei graziosi piedi ben curati, dei piedi che si bagnano nel Mediterraneo, proprio di fronte alle coste del Marocco. Quattordici chilometri soltanto separano i due continenti. Da Tangeri, la sera, si vedono le luci delle case lampeggiare, come se ci invitassero a fare la traversata. Qualcuno ci crede e sale su imbarcazioni improvvisate, e a volte annega prima ancora di arrivare sulle spiagge di Almería o di Tarifa. I piedi dell’Europa nelle acque dello stretto di Gibilterra sollevano onde. La cosa ci diverte, diciamo così. È una metafora. Ci sarebbe piaciuto molto divertirci insieme, suonare, ridere, ballare, insomma vivere insieme. Non vi spaventate! Non parlo di condividere la stessa casa, lo stesso bagno. No, solo che ci sia un posticino per noi, una poltrona, una sedia, anche solo uno strapuntino. Non ce l’abbiamo. Eppure vi amiamo. Vi osserviamo con il binocolo di giorno e di notte. A forza di farlo siamo diventati dei voyeur, dei maniaci. Quello che proviamo per voi è amore. Non un amore folle, ma qualcosa che gli rassomiglia. Non vi preoccupate, non intendiamo invadervi, no, vorremmo scrivere una storia insieme, una bella storia che racconti ai nostri figli e nipoti com’era l’Europa della solidarietà prima di disperdersi in tanti pezzi. Disegneremo insieme una grande cartina geografica dove ci sarà posto per tutti, anche per quelli che ufficialmente non fanno parte della vostra Unione. È un sogno, un’utopia. Perché no? Ah, dimenticavo: la Turchia ha voltato le spalle all’Europa, il suo orgoglio non ha sopportato che certe voci si alzassero a chiedere che le fosse vietato l’ingresso. Eppure che bella avventura sarebbe stata! Ma c’è l’islam. Fa paura. Lo so. La Turchia è laica, ma come ha detto un dirigente europeo, «non se ne parla di introdurre in Europa 75 milioni di musulmani », sottintendendo che ce ne sono già abbastanza così. Un ex presidente della Repubblica è stato più chiaro: «La sua integrazione la fine dell’Europa ». Non parliamone più, è meglio. La Turchia è un grande Paese, una bella civiltà. Ma se non ne volete sapere, non si metterà in ginocchio per supplicarvi. Penso che avrebbe perfino riconosciuto il genocidio degli armeni.
Guardate in che stato è il mondo arabo in questo momento: solo il Marocco e la Tunisia sembrano passarsela bene. Gli altri sono sclerotizzati e immobili, oppure alle prese con guerre sempre più atroci: penso alla Siria, all’Iraq, allo Yemen, al Sudan e così via.
Ecco che l’Europa e il Maghreb sono presi di mira da un nemico comune. Finalmente qualcosa che ci riunisce! Ci daremo la mano e faremo un pezzo di strada insieme. Ci sarebbe piaciuto che a unirci fossero dei progetti culturali, di civiltà, dei ponti gettati dall’una all’altra riva del Mediterraneo. No, quello che ci preoccupa tutti in questo momento è la minaccia del terrorismo jihadista, una sorta di fascismo con una spruzzata di religiosità, la cui azione si inscrive nella peggiore delle barbarie, contro il sapere e il progresso, contro la fratellanza e la solidarietà, un fascismo di tipo nuovo la cui principale attività consiste nel distruggere, massacrare e seminare la paura deturpando l’islam e la storia degli arabi. Appena trent’anni fa, i mass media non parlavano di islam, e ancor meno di islamofobia, perché nessuno aveva paura di questa religione monoteista come il giudaismo e il cristianesimo. Con la rivoluzione iraniana e l’apparizione mediatica di Khomeini, nel 1979, l’Occidente fu preso dall’inquietudine. La faccenda si aggraverà ancora di più e l’ideologia totalitaria dell’islamismo radicale troverà orecchie molto attente tra i giovani europei figli di immigrati.
Invece dei ministri della cultura, a Bruxelles si riuniscono i ministri dell’Interno del Maghreb e dei Paesi europei, per coniugare i loro sforzi e scambiarsi informazioni, con l’obbiettivo di lottare efficacemente contro questo terrorismo che affascina così tanti giovani europei. Prima, quegli stessi ministri dell’Interno si riunivano per studiare il problema dell’immigrazione clandestina, quella che sbarca sulle coste di Lampedusa e che ogni volta precipita il mondo in una disignificherebbe sperazione ancora più grande.
Sì, ci sono i drammi di Lampedusa, c’è l’indifferenza della maggior parte degli Stati europei e maghrebini. Tra il Marocco e la Spagna, gli sforzi comuni sembrano riuscire a limitare queste traversate della disgrazia. Ma l’Italia è lasciata sola ad affrontare queste maree umane che vengono da lontano, dai Paesi subsahariani. Le guerre costringono milioni di famiglie a partire. Oggi l’Europa che non ha saputo o potuto venire in aiuto del popolo siriano, massacrato tanto da Bashar al-Assad, sostenuto inflessibilmente dal signor Putin, che dai guerriglieri jihadisti, dovrebbe almeno dare asilo a queste famiglie straziate. Lo so, non è facile né semplice. Ma i risultati delle ultime elezioni europee non incoraggiano i governi ad aprirsi maggiormente e accogliere quelle persone cacciate dal loro Paese dal crimine di Stato. L’Europa ha bisogno di recuperare se stessa, di ripensare la propria storia e scommettere sulle sfide del futuro. Come dice il poeta italiano Roberto Veracini: «Se è vero/ che quando tutto intorno è oscuro, gli occhi/ cominciano a vedere, ora io vedo/ benissimo… ». Io auguro alla presidenza italiana dell’Europa, che comincia il prossimo 1° luglio, di vedere benissimo e che da questa luce nasca un po’ di pace in questo Mediterraneo che amiamo e che a volte ci fa venire l’emicrania.
Testo del discorso tenuto ieri a Montecitorio (Traduzione di Fabio Galimberti)

La Repubblica 26.06.14

"La vera partita dell’Europa", di Paolo Guerrieri

Si svolgerà oggi e domani un Consiglio europeo che si annuncia sotto molti aspetti decisivo, tanto sul fronte delle nomine ai vertici delle rinnovate istituzioni europee che sull’agenda delle cose da fare in Europa in vista del prossimo semestre a guida italiana. L’Italia, anche per l’entità della vittoria elettorale del Partito democratico, potrà giocarvi un ruolo assai importante.
Ma l’esito del Vertice è incerto e tuttora aperto.
Dopo lo choc del voto europeo del 25 maggio si è formata un’ampia convergenza sulla necessità che l’Europa fornisca risposte politiche nuove che siano all’altezza delle grandi sfide da fronteggiare, soprattutto sul terreno economico. La situazione della maggior parte delle economie dell’area euro, fatta salva la ritrovata stabilità dei mercati finanziari – un fatto certa- mente positivo – , continua a essere a dir poco preoccupante. La ripresa in corso è fragile e per il futuro si profila il rischio di un prolungato ristagno economico unito a una strisciante deflazione, che potrebbe durare per tutto il decennio in corso.

Sono pertanto necessari profondi cambiamenti nelle politiche di rigore finora adottate. Crescita e occupazione come si legge nella bozza di documento preparata in vista del Vertice europeo da Herman Van Rompuy devono diventare i due obiettivi chiave della nuova strategia europea. Ma sulle politiche da varare le posizioni dei paesi e delle maggiori forze politi- che in campo sono tuttora distanti.

Un po’ tutti si dichiarano a favore della necessità di riforme strutturali da portare avanti nei singoli paesi. Anzi là dove possibile andrebbero intensificate e accelerate. Ma ci rende conto che tali riforme di per sé non saranno sufficienti a rilanciare la crescita e, soprattutto, l’occupazione in Europa. Di qui una prima proposta avanzata dal Governo italiano sull’introduzione di una maggiore flessibilità nei tempi e modalità di attuazione delle regole del Patto di stabilità e crescita e del Fiscal compact, in modo da garantire una loro maggiore compatibilità con le esigenze di riforma dei singoli paesi. Si è già acceso un intenso dibattito a favore e contro tale proposta, con un ampio riflesso mediati- co, particolarmente animato in Germania. Ora non c’è dubbio che un’applicazione più flessibile delle regole degli accordi europei potrebbe rivelarsi di per sé assai utile, soprattutto per un paese a elevato debito come il nostro. Ma non bisogna sopravalutarne l’impatto economico, destinato a rivelarsi nel suo complesso molto limitato.

Assai più rilevante per il rilancio della crescita è sostenere il varo a livello europeo di politiche e interventi cosiddetti di sistema, che siano in grado di interessare la zona euro nel suo insieme e non solo i singoli paesi. È un dato difficilmente contestabile che siano state formulati poco e male in questi anni. Politiche di sistema servirebbero oggi per sostenere la domanda interna europea, la cui debolezza è la principale causa del ristagno dell’area euro. Si potrebbero attuare attraverso meccanismi di aggiustamento simmetrici tra paesi debitori e paesi creditori, che impongano a entrambi misure di aggiustamento tra loro complementari e compatibili. Ciò significherebbe, ad esempio, chiedere alla Germania impegni in favore di politiche di sostegno e rilancio della sua domanda interna, da cui potrebbero discendere effetti positivi per gran parte dei paesi dell’eurozona, a partire da quelli oggi più impegnati – come il nostro – in processi di risanamento dei conti pubblici. Non sarebbe necessaria alcuna revisione degli accordi, quanto la piena applicazione da parte della nuova Commissione delle regole in essi contenuti, a differenza di quanto avvenuto in passato.

Altre politiche di sistema andrebbero invocate per effettuare investimenti a me- dio e lungo termine, pubblici e privati, a livello europeo in tutta una serie di com- parti (energia, telecomunicazioni ricerca, digitalizzazione, educazione, mobilità sostenibile, e altre) che potrebbero rapidamente trasformarsi in nuovi motori della crescita sostenibile. L’impatto sarebbe assai rilevante sia sulla domanda sia sull’offerta produttiva dell’area euro nel suo insieme, purché il volume di investimenti superi una certa soglia e i tempi siano relativamente brevi. Il che comporta il reperimento di rilevanti risorse finanziarie a medio e lungo termine, pubbliche e private, per assicurare la loro copertura. Ma si pos- sono trovare a livello europeo e nazionale da varie fonti (Banca europea degli investimenti, project bond, bilancio comunitario), tenendo conto d’altra parte che mai come oggi le condizioni dei mercati finanziari sono state tanto favorevoli in termini di disponibilità e costo del denaro.

Ad alcune proposte avanzate nelle direzioni prima ricordate, anche da parte del Governo italiano, le prime reazioni, soprattutto in Germania, sono state a dir po- co eterogenee e volutamente ambigue. Ora non bisogna né esagerarne il significato – come fatto da alcuni – né sminuirlo – come fatto da altri. Bisogna in realtà esse- re consapevoli che le resistenze e gli ostacoli da superare a livello europeo per affermare una nuova strategia in favore della crescita e dell’occupazione saranno comunque numerosi e molto forti. Lo dimostra l’affossamento di analoghe proposte avanzate in passato come nel caso del ‘pia- no della crescita’ approvato su pressione dell’allora neo-eletto Presidente francese Francois Hollande al Consiglio europeo del giugno 2012 e poi rimasto lettera mor- ta. Lo shock del recente voto europeo ha comunque convinto molti che un cambia- mento in Europa sia comunque necessario, per assicurare un contesto in espansione in grado di rendere possibili e efficaci i ‘compiti a casa’ da svolgere per i singoli paesi. Ma bisogna far presto perché questa fase così favorevole a livello internazionale di abbondante liquidità e bassi tassi di interesse è destinata in 12-18 mesi a chiudersi. Poi sarà tutto più difficile.

L’Unità 26.06.14

"Cosche all’ombra dei campanili", di Guido Ruotolo

«Mentre gran parte dell’opinione pubblica è incline a pensare che il trasferimento dei clan al Nord sia guidato dalle opportunità di impiego di capitali di provenienza illecita nella Borsa e nella finanza, da cui il primato di Milano come piazza finanziaria per eccellenza, in realtà la diffusione del fenomeno mafioso avviene soprattutto attraverso il fittissimo reticolo dei comuni di dimensioni minori, che vanno considerati nel loro insieme come il vero patrimonio attuale dei gruppi e degli interessi mafiosi». È la cronaca in presa diretta della colonizzazione del Nord della ’ndrangheta. Sembra la trama di un film di fantascienza sugli alieni che si impossessano della Terra, il primo rapporto trimestrale sulle aree settentrionali – che non lascia molte speranze – dell’Osservatorio Criminalità organizzata dell’Università degli studi di Milano, coordinato da Nando Dalla Chiesa, commissionato dalla Commissione Antimafia guidata da Rosy Bindi, che sarà presentato oggi a Torino.

Il lavoro di ricerca si basa su fonti sostanzialmente giudiziarie e istituzionali: il censimento dei beni confiscati; il numero delle «locali» (è la struttura intermedia che mette insieme diverse ’ndrine del territorio); il numero di omicidi.

Dunque indicatori molto selezionati e attendibili. Va detto subito che in vetta alla classifica della massima presenza mafiosa al primo posto c’è la provincia di Milano, seguita da Monza-Brianza, Torino e Imperia.

Perché la scelta dei piccoli comuni? «È soprattutto nei piccoli comuni – scrivono nel loro rapporto i ricercatori – che si costruisce la capacità di controllo del territorio, del condizionamento delle pubbliche amministrazioni, di conseguimento di posizioni di monopolio nei settori basilari dell’economia mafiosa, a partire dalla movimentazione terra. È nei piccoli comuni che è possibile costruire, grazie ai movimenti migratori, estese e solide reti di lealtà fondate sul vincolo di corregionalità o meglio di compaesanità, specie se rafforzano da vincoli di parentela di vario grado e natura».

Il rapporto è pieno di dati e statistiche. E anche di ricostruzioni storiche suggestive, interessantissime per chi non mastica la materia. Si divertono, i ricercatori, a mettere in risalto le piccole dimensioni dei comuni che hanno fatto la storia di questa colonizzazione aliena. Ha 3000 abitanti Buguggiate (Varese), che ospitò il primo boss calabrese del Dopoguerra, Giacomo Zagari. Aveva meno di 10.000 abitanti (oggi nei ha 27.000) Buccinasco (Milano) quando divenne «la Platì del Nord». E 7000 abitanti San Vittore Olona (Milano) dove si infiammò il sogno «secessionistico», finito tragicamente, di Carmelo Novella, ucciso nel 2008. E ancora 10.000 abitanti Sedriano, il primo Comune sciolto per mafia in Lombardia nel 2013 e 12.000 Rivarolo (Torino) sciolto per mafia nel 2012.

Scegliere i piccoli comuni è come partire dalla Kamchatka a Risiko per conquistare tutti gli eserciti. Mossa strategica vincente: «Per l’inesistenza o per la debole presenza di presidi delle forze dell’ordine; per il cono d’ombra protettivo steso sulle attività criminali per un interesse oggettivamente ridotto assegnato alle vicende dei comuni minori dalla grande stampa e dalla politica nazionale. E infine perché nei piccoli centri bastano poche preferenze per l’accesso alle amministrazioni locali».

Dunque il Nord. La Lombardia è la pecora nera: «Le ultime indagini giudiziarie hanno mostrato un sistema politico e istituzionale sempre più permeabile alle infiltrazioni delle organizzazioni mafiose e un’imprenditoria spesso omertosa, talvolta collusa». Il Piemonte «è una tra le regioni del Nord più penetrate, benché in forme e a livelli assai diseguali, dal fenomeno mafioso».

La Stampa 26.06.14

"La svolta tripolare", di Piero Ignazi

L’incontro tra Pd e M5S porta tre novità nella politica italiana. Offre un’immagine meno decisionista e più dialogica ad un Pd che sembrava voler procedere nelle riforme con un passo da Blitzkrieg. Mostra un Movimento 5Stelle lontano anni luce dall’arroganza post-elezioni politiche . Modifica, in prospettiva, le dinamiche del sistema partitico, fin qui ingessato in una diarchia, a volte conflittuale, a volte consensuale, tra Pd e centro-destra.
Il Pd sta prendendo atto, giorno dopo giorno, del peso e della responsabilità conseguenti all’essere diventato il partito di gran lunga maggioritario del nostro Paese. Le pose eccessivamente assertive della leadership democratica dei primi tempi hanno lasciato posto ad una certa ponderatezza, frutto di una maggiore, autentica, sicurezza. L’obiettivo dei mille giorni, cioè di una governabilità di lungo periodo nel corso della quale realizzare il programma riformatore, conferma questo nuovo respiro del governo. Le stesse dichiarazioni di Matteo Renzi all’indomani delle elezioni europee avevano il tono grave di chi è consapevole che, con quel voto, le responsabilità crescevano di scala. Vale a dire che, dopo maggio, non ci sono più alibi: grava tutto sulle spalle del Pd. Agli onori elettorali corrispondono gli oneri del governare, o meglio, del ben governare. Da questa consapevolezza sono venuti la disponibilità all’incontro con il M5S nonostante le polemiche durissime di questi ultimi mesi e l’atteggiamento aperto e dialogico durante il vertice di ieri. Rispetto al prendere o lasciare di qualche tempo fa, (forse tattico per evitare di incagliarsi al proprio interno) sentire Renzi che, pur ponendo le sue condizioni, si dice disposto a discutere i punti avanzati dai pentastellati, il cambio di registro è indubbio (e positivo).
Ben altro cambio è quello del M5S. A sentirli ieri, sembrava passato un secolo dallo streaming con Pierluigi Bersani, per non dire degli insulti di Grillo a Renzi nell’incontro di rito per la formazione del governo. Il mancato sorpasso, e anzi la voragine apertasi tra i due partiti, ha fatto fare un bagno di realismo ai grillini. Nell’arco di poche settimane, non si sa però attraverso quale procedura deliberativa interna, la strategia dei 5Stelle ha cambiato verso. Dalla contrapposizione frontale al dialogo.
Il governo e il Pd non sono più l’immagine stessa del male, una banda di farabutti e malfattori da spazzar via perché origine e causa della crisi italiana, bensì interlocutori legittimati dal voto di una larga parte dell’elettorato. Questa inversione non può essere che benvenuta: finalmente un partito rilevante (tuttora nettamente secondo, con cinque punti di vantaggio su Forza Italia) rientra in gioco invece di limitarsi ad urlare
il proprio sdegno contro tutto e tutti. Rimane però un interrogativo. Ovvero: il M5S ha espresso e incanalato una rabbia sociale profonda che, inutile nasconderlo, ancora esiste anche se alle Europee si è un po’, ma solo un po’, attenuata. Le fortune elettorali dei grillini derivano proprio da questa loro capacità di incanalare la protesta, in quanto partito nuovo, vergine rispetto a malversazioni e scandali, e soprattuto “antagonista” al sistema. I 5Stelle hanno sfondato perché hanno sfumato le loro tradizionali tematiche ambientaliste e post-moderne facendo irrompere la protesta, molto più redditizia in termini di voti. Il passaggio alla fase costruttiva dopo tanta enfasi sulla distruzione non potrà non avere delle ripercussioni nel mondo pentastellato. Per molti, la contaminazione con «gli altri» verrà vista come un tradimento. E infine, dall’altra parte, la componente più ecologista e progressista continua a non digerire la scelta euroscettica del rapporto con Farage.
Ad ogni modo questo ingresso nella politica da parte del M5S modifica le dinamiche del sistema partitico. Fin qui vi erano due soli attori in gioco, il Pd e il centro-destra, con rapporti variamente intrecciati, di cooperazione su alcuni tavoli — quello governativo con il Ncd di Angelino Alfano e quello delle riforme con Forza Italia ed embrionalmente anche con la Lega — ma di opposizione su altri. Questa diarchia sghemba viene alterata dall’uscita dal ghetto dei grillini. Ora il sistema si articola su tre poli, nessuno dei quali escluso dal gioco politico. Vedremo chi trarrà maggior vantaggio dal nuovo assetto.

La Repubblica 26.06.14