Latest Posts

"Scuola, 10 mila genitori in lotta", di Davide Berti

La mobilitazione di genitori e insegnanti in piazza Matteotti ha raggiunto l’obiettivo. I casi di Spilamberto e San Damaso. «A Modena mancano all’appello 123 insegnanti ridateceli». Prosegue la mobilitazione del coordinamento genitori delle scuola della provincia contro il taglio degli insegnanti, le classi sovraffollate e i tanti problemi legati alla riduzione dei costi per l’istruzione. Ieri in piazza Matteotti una nuova giornata per raccogliere adesioni, ora già arrivate a quota diecimila firme.

Da oggi il numero che più conta non sono più i 123 insegnanti che mancano alla scuola modenese, ma piuttosto le 10mila firme che il movimento provinciale dei genitori ha raggiunto. Un traguardo che non ha precedenti e che deve far riflettere: «Se è vero, come abbiamo dimostrato – commenta Beppe Stefani, tra i responsabili del coordinamento – che la scuola non è una questione di destra e sinistra, ci piacerebbe che queste diecimila firme dimostrassero l’interesse di una città intera per un sistema che non funziona più e portassero ad una presa di coscienza di tutti i politici e le autorità per intervenire e risolvere il problema». Terminati gli esami di maturità, comincia il periodo di assegnazione dell’organico di fatto, quello che una volta per tutte traccerà il quadro della scuola modenese, sempre più in deficit non solo economico ma anche di personale. Ieri tra i genitori si sono visti anche alcuni politici, l’onorevole Manuela Ghizzoni e l’assessore provinciale Elena Malaguti. La Ghizzoni ha sottolineato come il problema scuola sia ormai generalizzato e anche per gli adulti – corsi serali e carceri – l’istruzione «non è più garantita». La Malaguti si augura che «l’ufficio scolastico soddisfi le richieste di un territorio che chiede semplicemente ciò che gli spetta», ma la situazione è ancora piuttosto ingarbugliata. Ieri diversi genitori hanno raccontato in piazza Matteotti storie diverse ma di uguale disagio. A Spilamberto Tania Ghiaroni spiega come «da tre anni debba partire la classe dei 3 anni alla scuola materna statale, tra l’altro appena ristrutturata, e invece puntualmente ogni anno da Roma non inviano le maestre». A San Damaso c’è il rischio più che da settembre scompaia il tempo prolungato: «Passare da 36 a 30 ore – racconta Alba Bassoli – significa perdere ore importanti di italiano, matematica, ore di compresenza e recupero che permettono alle classi di rimanere in pari. Tagliando tutto si fanno differenze e la scuola pubblica non dovrebbe essere così». In montagna togliere i pomeriggi diventa un problema sociale: «Il tempo prolungato – spiega Rita Capitani – è una esigenza per le comunità dei paesi più o meno piccoli perchè l’offerta pomeridiana è più scarsa che in città e la scuola aiuta a creare relazioni». Infine l’Ottavo Circolo, dove il presidente Vasco Boscaino ha fatto mettere a verbale che non si potranno costituire classi con 27 ragazzi poichè troppo numerose. Staremo a vedere.

da La Gazzetta di Modena

"Una zattera in tempesta senza timoniere", di Eugenio Scalfari

I rifiuti di Napoli. La manovra fiscale da quarantacinque miliardi. La speculazione contro le banche e contro il debito sovrano. La P4 di Bisignani.
Sono queste le questioni attorno alle quali si stanno riposizionando le figure del teatro politico con una differenza rispetto al passato: non sono più le ideologie a guidare i loro movimenti, ma problemi estremamente concreti e un nuovo vento che ha trasformato i modi di sentire degli italiani.
L´ipnosi in cui da alcuni anni erano caduti è terminata, si sono risvegliati dall´indifferenza e non danno più retta alle promesse: vogliono i fatti e li vogliono subito.
Questo positivo risveglio non è tuttavia privo di rischi e pericoli. La soluzione di problemi complessi e antichi non si improvvisa, l´epoca dei miracoli è finita, non esistono bacchette magiche. I risvegliati debbono partecipare con tenace intelligenza alla costruzione della nuova società; è giusto che chiedano fatti e non parole, ma i fatti non cadono dal cielo, sono le tappe d´un percorso e d´un impegno.
I risvegliati debbono contribuire alla costruzione di quel percorso e garantire il loro impegno, altrimenti il vento nuovo si affievolirà, tornerà la bonaccia e l´indifferenza, l´attesa di improbabili miracoli e d´una nuova figura carismatica che si proponga come l´ennesimo uomo della provvidenza.
Non esistono uomini della provvidenza se non nella fantasia di sudditi che si rifiutano di diventare cittadini.Le esperienze antiche e recenti dovrebbero averci insegnato che il popolo sovrano esiste soltanto se la sovranità viene esercitata ogni giorno, da tutti e da ciascuno, operando al meglio nel proprio privato e partecipando alla costruzione del bene pubblico. Se il vento nuovo servirà ad infonderci questi sentimenti e questi comportamenti, il risultato ci sarà.
***
Berlusconi è sempre più cupo e si rende conto sempre meno di quanto sta accadendo nel Paese e intorno a lui. Bossi versa in analoghe condizioni. Sono i due capi della maggioranza parlamentare ma hanno perduto lucidità e credibilità, avvinti da un comune destino. «Simul stabunt simul cadent».
Maroni lo dice ormai apertamente. Lo dicono Casini e Fini. Lo dice Bersani e perfino Bisignani lo dice con i suoi mille interlocutori.
Tra le cause dell´umor nero del Cavaliere quella più dolorosa per lui è stata la scoperta dei veri sentimenti che i suoi più fedeli sostenitori nutrono nei suoi confronti. Le conversazioni di Bisignani con ministri e ministre, dirigenti di partito, giornalisti a stipendio, manager di enti pubblici, sono state altrettante coltellate per lui che aveva lanciato il partito dell´amore.
In realtà non l´ha mai amato nessuno; le profferte di fedeltà intrise di amorosi sensi erano una mascheratura per ottenere benefici, carriere, ricchezza, potere. La sua cupezza proviene soprattutto dall´aver scoperto questa realtà. Pensava di rappresentare un Paese, un´ampia cerchia di fedeli, un gruppo di innamorati. Si ritrova solo, intrappolato, irriso. E quindi disperato. Ma ancora indispensabile per la cricca.
La cricca si è divisa in gruppi e gruppetti. Se lui facesse adesso il passo indietro la guerra civile si scatenerebbe all´interno del berlusconismo.
Perciò se lo tengono stretto in attesa di nuovi equilibri. Ma quali? Si tratta in realtà di una zattera sconquassata, senza più timoniere né timone, a bordo della quale c´è il governo d´un Paese che è ancora uno dei dieci più importanti paesi del mondo.
Questa è la nostra sciagura, dalla quale prima usciremo meglio sarà per tutti.
***
Il tema dei rifiuti di Napoli ha soverchiato tutti gli altri negli ultimi tre giorni sebbene sia un fatto locale, limitato ad una città e ad una provincia.
Per consentire il trasferimento provvisorio dell´immondizia napoletana in attesa che entrino in funzione gli altri necessari meccanismi previsti dal sindaco de Magistris, è necessario un decreto del governo che superi i contrasti locali e imponga alle Regioni una solidarietà nazionale che altrimenti non si manifesta. Ma la Lega si è messa di traverso, non vuole il decreto e non lo voterà in Consiglio dei ministri né in Parlamento. Calderoli ha parlato a nome di tutto il partito e ha messo nero su bianco il no leghista.
Nel frattempo il Presidente Napolitano ha fatto urgente appello a tutte le parti in causa e in particolare al governo affinché scongiuri attraverso apposita decretazione d´urgenza una calamità sanitaria che avrebbe conseguenze incalcolabili. Ma la Lega non ha cambiato atteggiamento e questa è la ragione che ha fatto balzare i rifiuti napoletani a problema numero uno. Poiché Pontida ha registrato una generale insoddisfazione del movimento leghista e poiché quel partito è dilaniato da una guerra intestina che si svolge ormai alla luce del sole, l´unico modo per superare la difficoltà è quello di alzare al massimo i toni dello scontro. Sembra che Berlusconi risponderà a muso duro ai «niet» di Calderoli anche se il decreto sui rifiuti si limiterà allo stretto necessario.
Restano tre giorni di tempo per vedere se ancora una volta la Lega, dopo aver abbaiato, tornerà a cuccia oppure voterà effettivamente contro il governo di cui fa parte.
Ma nel frattempo incalza l´altro tema fondamentale, quello della manovra fiscale che sta massimamente a cuore della Lega e non soltanto di essa. Sta a cuore ai lavoratori e alle loro organizzazioni sindacali, alla Confindustria e alle imprese, alle famiglie, al lavoro in tutte le sue forme. Sta a cuore alle agenzie di rating, ai mercati, alle banche, all´Europa. E sta a cuore – ovviamente – a Giulio Tremonti che su quel tema e su quella politica gioca la sua credibilità e la sua carriera.
***
La Lega vuole ottenere un allentamento del rigore fiscale che premi soprattutto le aziende della Lombardia e del Nordest, i lavoratori autonomi, le infrastrutture padane e le finanze dei Comuni virtuosi. Ma anche l´opposizione vorrebbe provvedimenti che favoriscano la crescita, fermo restando il rigore e i vincoli di stabilità. Il punto di riferimento di questa politica è il discorso che Mario Draghi pronunciò il 31 maggio scorso nel salone della Banca d´Italia: liberalizzazioni, tagli della spesa mirati e selettivi, doppio pedale di rigore e di rifinanziamento della crescita.
Le differenze tra le richieste della Lega e le proposte dell´opposizione sono quelle che passano tra politica nazionale e interessi localistici.
L´opposizione vorrebbe iniziare un percorso che parta da una diversa distribuzione sociale del carico tributario. La Lega privilegia invece una diversa distribuzione geografica. Tra queste due concezioni la differenza è molto elevata tanto più che l´opposizione accetta il paletto tremontiano delle riforme a costo zero mentre per la Lega (ed anche per Berlusconi) il costo zero è un intralcio e nient´altro.
Tremonti sembra più vicino alle tesi dell´opposizione che a quelle leghiste anche se tenda a collocare la crescita e le relative riforme che la rendano possibile in una prospettiva di tre-quattro anni. Rifugge da interventi immediati che scontentino alcune fasce sociali a beneficio di altre; è scettico su una ripresa dei consumi e non vuole dissipare risorse per obiettivi illusori.
Se vogliamo trarre una prima conclusione da questa analisi diciamo che Berlusconi, Bossi, Tremonti sono tutti e tre in una condizione di estrema solitudine politica, con una differenza: i primi due possono esser rimossi dai loro attuali incarichi senza conseguenze catastrofiche, il terzo è per ora inamovibile a meno di non far ricorso a nomi che diano all´Europa e ai mercati garanzie di tenuta e credibilità. Viene in mente Mario Monti. Purtroppo altri non se ne vedono.
***
Che cosa rappresenta il caso Bisignani, esploso proprio mentre è in atto un positivo risveglio della coscienza nazionale? Il caso Bisignani è l´epilogo d´un regno, d´un costume, d´una devianza strutturale purtroppo non nuova per la società italiana.
Qualcuno ne trae argomento per suggerire la legalizzazione delle «lobbies», ma non si tratto di questo. Il sistema Bisignani non è una «lobby», non tutela alla luce del sole un interesse specifico e legittimo.
Il sistema Bisignani è la messa in comune di informazioni riservate d´ogni genere, provenienti da fonti d´ogni genere, utilizzabili per raggiungere obiettivi d´ogni genere.
Le informazioni riguardano procedimenti giudiziari, appalti, nomine nel governo, negli enti pubblici, nei giornali, nelle televisioni. Le fonti sono ministri, magistrati, uomini d´affari, faccendieri, ma anche uffici riservati dei carabinieri, dei servizi segreti e soprattutto della Guardia di Finanza.
È strano il destino di questo corpo armato dello Stato. È quello che con più tenacia e più lucidità persegue evasori e corrotti ma è quello anche che, specie nei dintorni del suo comando generale, fa parte da trent´anni di cosche e reti di malaffare.
Gli obiettivi di questa P4 sono di procurare vantaggi alle fonti.
Un´immensa massoneria che non ha neppure la forma d´una società segreta come fu la P2. Bisignani fu nella P2, ha esperienza, è stato condannato per le malefatte che compì allora; perciò la sua P4 è una rete molto più estesa ma molto più leggera dove la corruzione è il cemento, l´ex magistrato e deputato Papa è il simbolo più smaccato e Bisignani il confessore di tutti. Tutti si confessano, non per essere perdonati ma perché le loro confessioni hanno un valore di scambio e un valore d´uso. Le confessioni sono il patrimonio e l´avviamento della P4, la loro messa in comune è la ricchezza di Bisignani.
Di reati ce ne saranno una infinità e spetta alla magistratura perseguirli, ma la rete scoperchia una realtà obbrobriosa, un sistema istituzionale metastatizzato, un archivio di malefatte e di gossip di cui Bisignani è il paziente raccoglitore e il furbo custode.
Quando il potere si manifesta con queste fattezze lo schifo ti serra la gola. Il vento nuovo che spira da qualche tempo potrà, speriamolo, dissipare questi miasmi e scacciare i loschi mercanti che hanno venduto l´interesse pubblico alle cupidigie private corrompendo e deformando la democrazia, calpestando la giustizia ed elevando il privilegio a canone d´una politica.
Tutto questo deve finire.

La Repubblica 26.06.11

"Il teatro di Pompei sequestrato ( infine)", di Gian Antonio Stella

Igiudici della Procura di Torre Annunziata hanno sequestrato, finalmente, il teatro di Pompei, sottoposto l’anno scorso a una ristrutturazione con il calcestruzzo che lo ha letteralmente stuprato. Una storia infinita di sprechi e progetti: spesi 79 milioni di euro in due anni. «Ma in quali mani si trovano, gran Dio! Perché mai il Cielo invia tali ricchezze a gente così poco in grado di apprezzarle?» . Così scriveva, nel 1775, Alphonse de Sade, inorridito dalle condizioni in cui erano i capolavori di Pompei. «Ma in quali mani si trovano, gran Dio!» , ripetono oggi i giudici della Procura di Torre Annunziata che hanno sequestrato, finalmente, il teatro di Pompei. Sottoposto l’anno scorso a una ristrutturazione con il calcestruzzo che lo ha letteralmente stuprato. Come fosse fino al 2009 il teatro della città annientata dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d. C. descritta da Plinio il Giovane, si può vedere nelle foto di milioni di visitatori passati in questi decenni e ancora presenti in Internet: i gradini erano stati erosi dal tempo e coperti di erba. Amedeo Maiuri, grande archeologo e «protettore» di Pompei (un uomo di valore tale che quando Mario Resca, già a capo della McDonald’s Italia, si insediò come nuovo direttore generale dei Beni culturali gli spedì una richiesta di collaborare nonostante fosse morto da 47 anni) aveva avuto un’idea. Per consentire nella stagione estiva qualche spettacolo che restituisse la vita all’arena al posto dei gradini era stata collocata una struttura di ferro leggera. Quando c’era un’esibizione, ci posavano sopra delle tavole che, finita la rappresentazione, venivano rimosse lasciando tutto come prima. Finché non arrivò, imposto dall’allora ministro Sandro Bondi, il commissario straordinario Marcello Fiori, stretto collaboratore di Guido Bertolaso. Una decisione contestata dalla Corte dei conti in una delibera che ricordava come per legge la Protezione civile può intervenire nel caso in cui sia necessario difendere «l’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, da catastrofi e da altri grandi eventi» . Tutte cose che con Pompei non c’entravano niente. La reazione della «Protezione» fu irritata: «A nostro avviso la Corte dei conti ha deliberato riconoscendo la legittimità del nostro operato» . No, replicò la Corte spingendosi a fare addirittura un affilato comunicato ufficiale: «Come si evince dalla lettura della delibera, la Corte ha escluso che nel caso dell’area archeologica di Pompei sussistessero i presupposti per la dichiarazione dello stato d’emergenza. Pertanto non appare corretta l’affermazione che la Corte dei conti avrebbe riconosciuto la legittimità dell’operato della Protezione civile» . Come siano stati spesi 79 milioni di euro in due anni (soprattutto nei 18 mesi della gestione Fiori) è da tempo oggetto di inchieste giornalistiche, come quella di Emiliano Fittipaldi e Claudio Pappaianni su l’Espresso, e di amare risate. Per i 55.000 euro spesi per comprare mille bottiglie di vino (mille!) con l’etichetta Villa dei Misteri», della cantina Mastroberardino e per un terzo spedite in giro per le ambasciate e i consolati nel mondo e per due terzi lasciate in un magazzino. Per i 102.963 euro spesi nel «censimento» di 55 randagi al modico costo di quasi duemila euro per ogni cane non allontanato ma «censito» e messo in Internet con una scheda «autobiografica» : «Mi chiamo Menade, ho appena compiuto un anno e, come ogni sacerdotessa del dio del vino, vivo davanti alla casa del mio unico sposo: Bacco. Sono nera e lucida come la notte. Quando danzo alle stelle per lui piena del suo nettare…» . Per non dire dei 3.164.282 euro dati alla Wind per il progetto «Pompeiviva» il cui cuore è, nell’omonimo sito internet, un video stupefacente dove un ragazzo entra nella magica «Villa dei Misteri» , scatta una foto a una donna dipinta sulla parete e tutti i personaggi affrescati si mettono a fare un coretto cantando una cover (in inglese) di «I Will Survive» di Gloria Gaynor. O ancora degli 81.275 euro spesi per la visita (poi annullata!) di Silvio Berlusconi, preparativi che avevano visto il loro surreale capolavoro nella posa, lungo il cardo che porta alla domus di Lucrezio Frontone, di una «moquette» di stoffa poi coperta da un po’ di carriole di ghiaia lavica. Ma fino a qui, con rabbia, si ride. Assai più grave, invece, è la scelta denunciata da Antonio Irlando (presidente dell’Osservatorio archeologico che tenta di arginare gli stupri sulla meravigliosa città d’arte) di avviare la costruzione, ad esempio, tra porta Vesuvio e porta di Nola, in piena area vincolata, di un mostruoso hangar di cemento armato definito «deposito di materiale archeologico e spogliatoi per il personale» . Il tutto 35 anni dopo l’inizio dei lavori dell’Antiquarium, chiuso per restauro nel lontano 1975 in cui Steve Jobs fondava la Apple e si separavano Ike &Tina Turner, e non ancora riaperto. È in questo contesto che il Corriere, con un articolo di Alessandra Arachi, denuncia il 25 maggio 2010 lo scempio oggi al centro dell’indagine della magistratura: «Già il rumore non lascerebbe dubbi: i martelli pneumatici producono quelle vibrazioni perforanti inequivocabili. Ma poi basta scavalcare una piccola recinzione ed ecco che sì, diventa complicato credere ai propri occhi. I martelli pneumatici diventano quasi un dettaglio nel terribile cantiere del Teatro Grande di Pompei, invaso da betoniere, bobcat, ruspe, cavi, levigatrici e chi più ne ha ne metta. Nel condominio sotto casa vostra sarebbero più prudenti nel fare i lavori. E invece qui, roba di archeologia del II secolo avanti Cristo, gli operai si muovono in mezzo alle rovine come elefanti dentro una cristalleria» . Foto alla mano, alla fine di maggio Irlando scrive a Bondi una lettera allarmatissima: «Sono in corso nell’area archeologica lavori definiti nella tabella di cantiere “Restauro e sistemazione per spettacoli del complesso dei teatri in Pompei Scavi”che hanno sin qui comportato evidenti stravolgimenti dello stato originario dei monumenti e dei luoghi archeologici, con gravi danni al loro stato di conservazione. L’evidenza della gravità degli interventi è facilmente e banalmente dimostrabile attraverso una rapida ricognizione dell’attuale consistenza del teatro, in particolare della cavea, che, rispetto a una qualsiasi foto o disegno di diversi momenti della vita degli scavi, risulta completamente costruita ex novo con mattoni in tufo di moderna fattura» . Risposta del ministero? Zero: zero carbonella. Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti: il teatro lasciato fino a due anni fa così come era stato trovato, è stato stravolto. Gradino per gradino sono stati gettati dei cordoli di cemento armato e su questi sono stati posati mattoni di tufo giallognoli che somigliano a quelli usati nell’Appennino meridionale per costruire i tuguri di campagna e i ricoveri per le bestie. I lavori di «restauro» dovevano costare 449.882 euro più Iva: sono costati undici volte di più, cioè 5 milioni 966 mila. Appalto dato (senza gara) a un raggruppamento temporaneo di imprese trainato dalla Caccavo Srl di Pontecagnano, scelta in meno di due anni dal commissario per 26 interventi per un totale di 16 milioni e mezzo di euro. «In quali mani, Gran Dio…» .

Il Corriere della Sera 26.06.11

«Con una manovra così la ripresa ce la scordiamo», intervista a Guglielmo Epifani

Povera Italia. Povera, oltre al resto, anche in senso propriamente economico, con il lavoro che non c’è, gli investimenti fermi, il prodotto interno lordo che secondo le previsioni dovrebbe salire pochissimo e che salirà ancor meno, resterà al di sotto dell’uno per cento, gradino minimo che sembra diventato insormontabile. Povera Italia degli annunci, delle promesse, degli inganni.
«Una situazione economica e finanziaria pesantissima, ben più pesante di quanto i racconti di Berlusconi lascino intendere. La gravità che noi vediamo, e non da oggi, è stata, un’altra volta, confermata di recente dai dati di Confindustria, dati che indicano problemi che s’ingrossano e la necessità di una manovra più dura».
A tratteggiare il quadro è Guglielmo Epifani, l’ex segretario della Cgil, ora presidente dell’istituto Bruno Trentin. Epifani, continuano insomma a raccontarla a modo loro, mentre ci sarebbe bisogno di chiarezza…
«Il primo errore e la prima colpa del governo stanno nell’insistere a sottostimare la gravità della crisi, sbagliando tutti i conti. Non avrebbe avuto senso, ad esempio, in queste condizioni, annunciare che la manovra verrà diluita in tre anni. Come verrà diluita?È stato preso un impegno a Bruxelles per azzerare il deficit corrente entro il 2014. Tremonti ha voluto così, nella convinzione che il prodotto interno lordo risalisse a partire dal 2012. Invece stiamo lontani da quella previsione, con la conseguenza che il quadro della manovra si presenta sempre più incerto e preoccupante. Purtroppo proponendo una manovra di quella dimensione quando il paese è immobile, si mortifica ogni possibile manifestazione di ripresa. L’immagine più appropriata è quella del serpente che si morde la coda: il rilancio dell’economia non si vede, allora diventa urgente ampliare i margini della manovra, ma se la manovra affonda la lama, se è un manovra di tagli e tagli, l’effetto restrittivo sulla crescita è ancora più sensibile. D’altra parte in questo paese, con questo governo, non abbiamo assistito a una sola operazione di stimolo degli investimenti. Hanno pensato che la crescita potesse arrivare dal cielo, un altro miracolo. Il miracolo non si è realizzato, purtroppo. In questa illusione tradita e in quei numeri, che anche Confindustria cita, si legge tutto il fallimento di una politica economica ».
Una politica economica che reca una firma. C’è un problema di responsabilità.
«Intanto il primo dovere del governo sarebbe quello di rivolgersi con chiarezza al paese, al parlamento, alle parti sociali, agli enti locali, smetterla con le falsità e con le promesse…». Ha ragione il presidente Napolitano, con il suo invito al rigore? «Certo che ha ragione. Ha ragione, quando richiama al senso di responsabilità. Ma la responsabilità comincia da una questione fondamentale, dall’esigenza cioè di un confronto trasparente, tanto più necessario quanto più nero è l’orizzonte. Il governo non si rassegna. Vuole continuare da solo insistendo su una logica pro ciclica, mostrando sempre le stesse carte: i tagli, abbastanza indiscriminati, a danno dei comuni, contro la sanità, contro il welfare, negando qualsiasi investimento pubblico. L’altro giorno abbiamo assistito alla protesta delle Regioni… In compenso si risente di nuovo parlare di tfr, come se quelli del tfr non fossero soldi dei lavoratori, che peraltro servono alle piccole e medie impresecome fonte di finanziamento. Si sono persino inventati di aumentare i contributi sociali sulle spalle dei lavoratori precari, mentre avrebbero dovuto ridurre la precarietà, una delle tante facce della debolezza del nostro sistema produttivo, esemplificazione della criticità sociale e industriale del paese”.
E però questo governo varerà la riforma fiscale.
«Ho qualche dubbio. Verrà tutto rinviato a un tempo indefinito. Ma ho dubbi anche nel merito perché tra tante chiacchiere non mi pare che compaiano obiettivi fondamentali: si dovrebbe ridurre l’incidenza delle tasse sul reddito da lavoro e sull’impresa, liberando gli investimenti dai vincoli fiscali e modificando la base di calcolo dell’Irap, cercando insomma di favorire le imprese che danno più occupazione. Si potrebbe fare, se si andassero a cercare le risorse dove esistono, tra le grandi ricchezze e i grandi patrimoni. Invece: niente per il lavoro, niente per l’impresa, mentre, seguendo la strada delle detrazioni, si rischia di penalizzare ancora i redditi medio bassi. Il quadro è assolutamente negativo e sarà inevitabilmente l’oggetto dello scontro politico, dentro e fuori il governo, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi…».
Intanto tornano a galla le pensioni.Da tempo non si sentiva qualcuno predicare il prolungamento dell’età pensionabile. Sarebbe quest la via?Isessantasette anni saranno la nostra ciambella di salvataggio?
«Ci avevano spiegato, proprio l’anno passato, che con le pensioni eravamo a posto, che non se ne sarebbe parlato. Invece siamo lì. Qualcuno s’è sbagliato, quindi, ma dovrebbe alzare la mano.C ’è una logica: si colpisce dove è più facile colpire».
Confindustria invece torna alla vecchia ricetta: moderazione salariale che dovrebbe far recuperare competitività. Ma non s’era detto che i salari sarebbero dovuti crescere per riavviare i consumi?
«Sì, la competitività si recupera innovando, non certo bloccando livelli salariali che sono già fermi da tempo… ».
Non quelli dei dipendenti pubblici, però…
«È la solita storia delle medie. Almeno si distingua tra alta dirigenza e altri ruoli. Comunque si chiariscano le idee: fino ieri avevano sostenuto la necessità di redditi più alti condizione di ripresa dei consumi, condizione a sua volta di rilancio dell’economia. Tanta confusione dimostra che non se ne esce, se non cambia il quadro di riferimento, se non si inverte la politica, se non si riconosce che alle spalle si sono commessi errori gravissimi, compreso quello di immaginare il pareggio possibile nel 2014».
Ma si può cambiare…anche quella data?
«Appena ti muovi però si agitano i mercati finanziari. Sappiamo che cosa può accadere. Lo dimostra la Grecia. Per modificare qualcosa bisogna avere la disponibilità a riconoscere errori e responsabilità, bisogna aver chiaro che non si va da nessuna parte se si continua a colpire il lavoro e l’impresa, che bisogna invece accrescere il tasso di equità della manovra a favore di lavoro e impresa. L’altro passo è ritrovare trasparenza nelle proposte, ricostruire il dialogo con il paese. Se il governo va avanti per conto suo, isolato, se non si stimola la partecipazione, non vedo come si possa mettere assieme la forza per un serio programma di risanamento e insieme di rilancio ».
Ma non pare che questo governo abbia intenzioni del genere e si potrebbe pure chiamare in causa qualche incertezza e qualche divisione tra gli interlocutori, cioè tra le parti sociali in primo luogo…
«Eppure non c’è altra via».
Insistiamo. Il governo non pare abbia granvoglia di mettersi in ascolto. Forse non resta che il ricorso alle lotte. Di nuovo…
«Una manovra ingiusta che finisce per l’affossare la crescita contribuirebbe ad alimentare la tensione sociale, colpendo interessi molto diffusi nel paese. Qui sta l’interrogativo grave, perchè in realtà è difficile pensare che questo governo che ha sbagliato analisi e politica sia in grado di portarci fuori dalla crisi con più crescita e più coesione sociale ».

L’Unità 26.05.11

"Le sconfitte elettorali e la politica immobile", di Nadia Urbaniti

Continuare come se nulla fosse successo nel frattempo, come se il crollo di fiducia nella politica della destra non ci sia stato, come se la sconfitta di Milano, che prima del 15 maggio sembrava impensabile al premier, sia stata un fatto assolutamente irrilevante. Come se la grande disobbedienza del 12 e 13 giugno sia capitata in un altro paese. Tutto ciò che prima sembrava determinante, una volta avvenuto é stato rubricato in fretta nel capitolo della cronaca antica. Siccome i cittadini non hanno votato a elezioni politiche, essi non hanno espresso alcun giudizio su questa maggioranza di governo quando hanno votato a favore di coalizioni di centro-sinistra e quando hanno detto No all´insistente suggerimento di Berlusconi di non andare a votare ai referendum.
A leggere i giornali di questi giorni sembra che niente di nuovo ci sia sotto il sole italiano: il clientelismo con i quale si é cementata questa alleanza di governo mostra un altro spezzone del suo carattere sistemico, perpetrato con studiata intelligenza, per distribuire incarichi proporzionalmente al nord come al sud, nelle posizioni di rilievo politiche, amministrative e aziendali. Come a riconfermare il carattere endogeno che lo contraddistingue dal primo giorno del suo insediamento, il governo ha deciso di tenere conto solo delle opinioni che gli sono favorevoli, di dar segno di rispondenza solo a quella parte della società e della cittadinanza che é in sintonia con il suo fare. Gli altri, le opinioni degli altri, non esistono, non hanno peso, non contano. Indifferente all´opinione autorevole che i cittadini hanno voluto far giungere chiara e forte a Roma, il governo della Repubblica, che nella costituzione e nei manuali di dottrine della politica é definito come un potere dipendente e in questo senso servente rispetto a quello sovrano rappresentato in Parlamento e prima ancora nelle urne, persiste nella sua opera di occultamento e indifferenza.
La P4 rispecchia l´identità proteica dell´ideologia berlusconiana, poiché nonostante gli sforzi che facciamo per connotare onorevolmente le ideologie, interpretazioni di parte ma pur sempre politiche dei fini indicati nella costituzione, questa che ci governa da anni é un´ideologia. I cui caratteri principali e facilmente riconoscibili sono: il non rispetto delle regole poiché, si fa credere, limitano la libertà e l´intraprendenza di chi governa e al cui giudizio carismatico solo é bastante rifarsi se si vogliono conoscere le regole di ciò che conviene o non conviene; la giustificazione della necessità dell´emergenza quando l´ordinamento resiste alla volontà di potenza; la propaganda di ciò che si vuole il popolo creda e pensi; l´instancabile demolizione della dignità dell´opposizione, un intralcio al potere della maggioranza invece che un necessario controllo; la privatizzazione del bene pubblico, nel quale vanno messe prima di tutto le regole del gioco che non sono proprietà di chi le usa, oltre che le risorse dello stato, tra le quali la legge é certamente quella più importante; il fare delle istituzioni luoghi per portare a compimento prima di tutto ciò che é nell´interesse privatissimo di chi governa, anche a costo di “mettere un velo” sulla legge (ovvero sulla libertà), per parafrasare il “divino Montesquieu”; infine e a compimento di tutto questo, la certosina e diremmo quasi perfezionistica attenzione a praticare l´arte del nascondimento. Dimostrando per contrario quanto Kant avesse visto bene nel cuore umano quando aveva scritto che si nasconde perché si sa e si presume che ciò che si fa é sbagliato. La pubblicità come segno di onestà e quindi anche di libertà, poiché mette tutti nelle condizioni di poter sapere e quindi giudicare e decidere con competenza o comunque in buona coscienza.
Nascondimento prevede inganno; inganno presume un potere supremo e senza limiti. Siamo sempre qui, sempre al punto iniziale con il quale il governo era entrato sulla scena politica, riconfermando che la doppiezza e la manipolazione sono le sue caratteristiche endogene, senza le quali non sarebbe o cadrebbe. E non a caso, ogni volta che il marcio affiora si ricorre al rimedio estremo: cambiare le norme perché come sono non consentono il nascondimento.
La contraddizione tra questa pratica sistemica e le regole del gioco democratico costituzionale é stridente, insanabile. Sappiamo che la nostra democrazia é forte, perché la vitalità e ragionevolezza della cittadinanza si sono mostrati con sobria e pubblica chiarezza, senza infingimenti, propagande e parole roboanti. Le due parti del dramma che viene calcato sulla scena politica italiana sono ben definite e fingere che una delle due non esista o sia apparsa e scomparsa come una cometa nell´attimo della conta dei voti é oltre che sbagliato, improvvido per chi finge. Come ha scritto Ezio Mauro, la memoria dei post-it é ancora fresca e riprendere la lotta contro i tentativi di oscurare la verità, di impedirci di sapere quel che succede nelle stanze dei palazzi non sarà né irrealistico né difficile. La discrepanza tra il dentro e il fuori delle istituzioni é ormai marcata. Sentire fastidio per ciò che é stato detto con il voto, fingere che non sia successo nulla, continuare a razzolare come prima e anche più caparbiamente di prima puó essere improvvido. Certo é un segno di timore di perdere il potere, di debolezza quindi, non di forza.

La Repubblica 26.05.11

"La previdenza femminile del futuro", di Morena Piccinini

Sebben che siamo donne, paura non abbiamo… così recitava una canzone popolare a fine ‘800. Ebbene, ancora oggi nel 2011 dobbiamo continuare ad affermare che non abbiamo paura!
Non abbiamo paura della precarietà, non abbiamo paura di mettere in secondo piano il lavoro per accudire i figli e del difficile reinserimento successivo, della differenza di salario prima e di pensione poi fra donne e uomini, insomma, non abbiamo paura ad essere donne. Se pensiamo al passato, ci rendiamo conto che le donne hanno sempre avuto non solo difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, ma anche a conservare il lavoro in presenza di un doppio carico, di lavoro e familiare. L’organizzazione del lavoro spesso comporta la considerazione del lavoro femminile come ancillare, non solo nel rapporto familiare ma in ugual modo nelle relazioni lavorative. Non a caso gli uomini erano solitamente salariati fissi e le donne erano invece avventizie ed il lavoro a domicilio era una prerogativa femminile, così come il lavoro domestico era ed è esclusivamente
femminile. Ma non solo. In passato la differenza dell’età nell’accesso al pensionamento, e anche qualche elemento di miglior favore per l’integrazione al trattamento minimo, non erano derivati da un riconoscimento di tipo esclusivamente assistenzialistico, ma costituivano una sorta di riconoscimento postumo a questo gap che le donne in particolare subivano nella loro vita lavorativa.
Tutto questo ci porta a chiederci cosa sarà della previdenza femminile del futuro, in un contesto lavorativo e di norme pensionistiche che determineranno un peggioramento delle condizioni, consegnandoci fra vent’anni una situazione pensionistica vicina ai livelli assistenziali.

Valutando tutto ciò che sta evolvendo, le preoccupazioni non diminuiscono, ma aumentano. Le riforme succedutesi dagli anni ’90 in poi hanno cambiato le condizioni pensionistiche e previdenziali per tutti, ma soprattutto hanno chiesto un sacrificio consistente alle donne perché l’innalzamento dell’ anzianità necessaria per l’accesso alla pensione coniugata con l’innalzamento dell’età è indubitabile che ha pesato di più sulle donne.
Avevamo visto nella riforma Dini anche l’introduzione di parziali correttivi a questo irrigidimento che nel processo legislativo precedente si era venuto a creare. Correttivi nel senso che accanto alle condizioni paritarie tra uomo e donna nell’accesso al pensionamento, veniva, al contempo, ripristinata un’idea di flessibilità, perché soprattutto il lavoro femminile ha bisogno di flessibilità nei tempi di lavoro, nelle modalità del lavoro, ma anche nella possibilità di uscita per pensionamento, in modo da poter meglio rispondere alle esigenze personali e familiari. Quello che avevamo salutato positivamente con la riforma Dini, ora lo stiamo vedendo compromesso con la legge attuale che intaccato proprio quella flessibilità in uscita che era il cardine delle riforme degli anni ’90, che peraltro non pesa assolutamente sul sistema previdenziale e sul suo equilibrio finanziario, dal momento che il rendimento pensionistico è calcolato in modo inversamente proporzionale all’aspettativa di vita al momento del pensionamento. Il peso di questi provvedimenti sulla condizione femminile è molto grave: significa di fatto la eliminazione della possibilità per le donne di accedere alla pensione di anzianità, con la equiparazione dell’età per la vecchiaia con la soglia minima di età per il pensionamento, aggravato dal fatto che ancora oggi sono pochissime le donne che possono raggiungere i 40 anni di anzianità prima dell’età pensionabile. Si manifesta così un atteggiamento che, nel nome di una parità mal interpretata, di fatto diventa particolarmente punitivo proprio verso le donne.

Oltretutto, oggi, il lavoro femminile non si può dire sia in una condizione sia quantitativa che qualitativa soddisfacente, e tutto ciò avrà ripercussioni anche sulla condizione pensionistica futura. In passato, e fino ad ora, queste difficoltà sono state solo parzialmente superate dall’istituto della integrazione al trattamento minimo, istituto che il sistema contributivo a regime non prevede più. Se vogliamo evitare di ragionare solo di quali possibili interventi assistenziali o simili, a valle di una difficile storia lavorativa, abbiamo bisogno di ragionare su come il lavoro possa essere sostenuto anche dal punto di vista previdenziale nel corso del suo svolgimento, soprattutto per quanto riguarda il lavoro femminile nel rapporto con il lavoro di cura e nel rapporto con quelle professioni più povere che ancora oggi sono prevalentemente professioni ricoperte da donne.
Sento dire sempre più spesso che le donne, oggi, riescono ad entrare nel lavoro anche attraverso forme di lavoro flessibile, ma non è così. La nostra legislazione penalizza esattamente queste forme di lavoro. Abbiamo salutato positivamente la legge 53 in materia di congedi parentali, ma oggi non solo registriamo come sia diventato più difficile usufruirne per effetto di una maggiore precarietà nelle forme di lavoro, ma come quegli stessi permessi siano poi resi ancor più inaccessibili dalla mancanza o insufficienza di copertura figurativa ai fini pensionistici, con conseguenze previdenziali non indifferenti proprio per quelle donne che si vorrebbero agevolare.
Per non parlare poi dell’ennesima proposta di aumentare l’età pensionabile a 65 anni per le donne del settore privato, proposta che si configurerebbe come una mannaia sociale che verrebbe ad aggiungersi alle tante altre discriminazioni che pesano sulla vita lavorativa e sociale delle donne. Quindi, non dobbiamo aver paura di continuare a combattere per avere una legge previdenziale che si possa adattare anche alla specificità del lavoro femminile.
Peraltro “Se non ora, quando?”

www.zeroviolenzadonne.it

Bindi: «Se il vento sta cambiando è anche merito delle donne»

«Se il vento cambia è anche perché le donne hanno dato inizio alla stagione del cambiamento dal 13 febbraio scorso. Le donne sono il motore determinante». Così Rosy Bindi, presidente del Pd, nel suo intervento alla conferenza nazionale delle donne che si sta svolgendo al Radisson hotel di Roma. «Siamo dentro una fase politica delicata – ha aggiunto – c’è uno scollamento tra società italiana e chi rappresenta con la maggioranza il parlamento. Questo scollamento ci preoccupa perché è molto distante da ciò che esprime il Paese con le ultime elezioni e con i referendum».

Bindi ha poi voluto «ringraziare chi ha diretto l’Unità in questi anni. Un grande ringraziamento a Concita De Gregorio per il suo impegno».

Sulla polemica che ha investito il manifesto della festa dell’Unità a Roma, ha preferito invece alleggerire gli animi: «Oggi mi sono messa i pantaloni. Anche se non diamo più di tanto peso al manifesto, è però necessario riflettere sugli stereotipi». Chiarendo: «Si poteva evitare la manipolazione un po’ maldestra di un manifesto più famoso. Non ci scandalizzano due belle gambe, e se siamo contente di aver regalato lo slogan lo siamo un po’ meno perché non è stata rispettata l’integrità della nostra persona». Ciò detto, la presidente del Pd invita «a non enfatizzare oltre e a non dare importanza a questa vicenda».

La riunione è stata convocata per annunciare una legge di iniziativa popolare sulla quale il Pd intende raccogliere migliaia di firme per chiedere la maternità universale a carico della fiscalità generale, il congedo di paternità obbligatorio di 15 giorni, un piano straordinario di asili nido, l’abolizione delle dimissioni in bianco a causa delle quali, secondo le promotrici, 800 mila donne sono costrette a lasciare il lavoro alla nascita del primo figlio.

Tra i molti interventi previsti quelli di Roberta Agostini, Anna Finocchiaro, Rosy Bindi, Marina Sereni. Parteciperanno inoltre le donne della segreteria nazionale del Pd e numerose rappresentanti degli enti locali, del mondo imprenditoriale e delle associazioni.

www.unita.it

******

Conferenza nazionale delle Donne democratiche.

“Il nostro tempo è adesso”, Relazione di Roberta Agostini, portavoce delle donne del PD

Lo slogan che abbiamo voluto per la seconda riunione della Conferenza, “il nostro tempo è adesso”, è stato, come sapete, lo slogan dei giovani precari e delle manifestazioni che qualche mese fa hanno occupato le piazze italiane e riprende quel “se non ora quando”delle donne il 13 febbraio. Sono state mobilitazioni che hanno rimesso in movimento un Paese che pareva addormentato, incantato dalle promesse e dalla retorica berlusconiana e che hanno ruotato intorno a richieste molto concrete (la scuola, l’università, il lavoro, le politiche sociali) ma anche intorno alla rinascita di nuove passioni civili e di nuovi sentimenti pubblici e collettivi.

Noi ci siamo. Siamo stati parte di un movimento di riscossa e ne abbiamo raccolto la spinta progressiva ed ideale incrociando le domande che sono salite dal paese con la nostra proposta ed il nostro profilo politico e progettuale. Lo abbiamo fatto con il lavoro messo in campo in questi mesi, con le assemblee nazionali che hanno discusso ed approvato proposte: sul fisco, sull’ambiente, sulla scuola, sulla cultura.Con la manifestazione nazionale che abbiamo organizzato al Circo Massimo. Con la Conferenza sul Lavoro che si è svolta qualche giorno fa, con la nostra Conferenza nazionale delle Donne, con il lavoro che tutti i giorni i circoli, gli amministratori, gli iscritti fanno sul territorio. Lo stiamo facendo con la discussione che ieri si è aperta in Direzione sul Partito e che proseguirà con la conferenza d’organizzazione.

La vittoria ai referendum e alle elezioni amministrative che segnano un passaggio decisivo nella vita politica del paese è anche il frutto anche del lavoro di tutte noi. I quattro mesi che ci separano dalla prima conferenza nazionale sono stati intensi ed appassionanti. In moltissime città che sono andate al voto, le conferenze sono state attive protagoniste della battaglia politica. Ci siamo date parole d’ordine ed una consapevolezza comuni, 10 impegni per una città amica delle donne, e nella campagna elettorale, nei comitati, nelle liste, da elettrici moltissime donne sono state protagoniste attive. Oggi le città nuove hanno anche tante donne nelle giunte: a Bologna, Torino, Milano, Napoli, Trieste, Cagliari il vento è cambiato anche per le donne. In queste città l’impegno per le giunte paritarie è stato rispettato ed è stato il simbolo del cambiamento delle classi dirigenti e delle priorità della politica. Questo risultato è stato anche un nostro successo, il frutto di un lavoro politico e culturale che ha segnato la nascita del partito e che è contenuto in due parole del nostro statuto: democrazia paritaria.

La strada da fare è ancora molta, pensiamo alla difficoltà dell’elezione delle donne nei consigli comunali, o agli ostacoli che ha incontrato la legge sulle quote rosa nei Cda. Ma dove abbiamo lavorato in squadra i risultati sono venuti e se questa forza collettiva la costruiamo intorno a contenuti proposte regole io penso che possiamo accorciare le distanze che ci separano ad esempio da molti paesi europei. Martedi prossimo la Camera licenzierà definitivamente la legge sulle quote rose sui cda. I nostri gruppi parlamentari, con grande tenacia, sono stati protagonisti ed hanno reso possibile la speriamo prossima approvazione definitiva del testo. Ora chiediamo con grande forza che il Parlamento approvi una modifica della legge elettorale per i comuni che contenga la doppia preferenza di genere. La ministra all’inizio della campagna elettorale ha depositato un testo simile al nostro. Bene, siamo contente. Ora la si approvi, prima della prossima tornata amministrativa. Raccoglieremo migliaia di firme e organizzeremo una campagna nazionale perché siamo stanchi delle false promesse di un governo ormai logoro. Dobbiamo interrogarci e capire fino in fondo la fase nuova che sembra essersi aperta in Italia Per la prima volta dopo tanti anni forse si è incrinata la narrazione che il centro destra ha proposto al paese, la ricetta individualista, populista e plebiscitaria è stata messa in discussione dalla crisi e dall’inefficacia delle politiche del governo.

Forse cominciano a fare meno presa le risposte basate sul mito di un ruolo taumaturgico del mercato, sul’illusione protezionista, sull’erosione del welfare come risposta alla crisi, sull’ostilità verso gli immigrati, sulla marginalizzazione del lavoro, dei giovani delle donne Il nesso tra questione democratica e questione sociale che abbiamo tenuto come stella polare della nostra impostazione politica ha incrociato la voglia di partecipazione popolare, la richiesta di un nuovo rapporto tra democrazia e mercato, di un nuovo ruolo di governo dei processi economici e sociali da parte della politica. L’Italia ci ha detto che cambiare è possibile e che intorno ad un nuovo senso civico e di comunità si può provare a cambiare strada e che questo Paese non si salva se si aggravano disuguaglianze e povertà.

Per prime lo hanno detto le donne. Il punto di svolta è stato il 13 febbraio e le grandi manifestazioni che hanno attraversato il paese perché hanno colpito al cuore i caposaldi i fondamenti i comportamenti del berlusconismo rivendicando la dignità, come ciò che non ha prezzo e non può essere comprato e venduto, come il cuore della condizione umana che accomuna uomini e donne e che è insopportabile che per le donne non valga perché possono essere comprate e vendute anche sul mercato della politica e nello stesso tempo rivendicando di essere una forza per il futuro del paese e protestato per la marginalizzazione e l’esclusione crescente dalla scena pubblica del paese. I dati Istat ci parlano di una condizione delle donne italiane ormai insostenibile, aggravata da tre anni a questa parte: bassissimo tasso di attività femminile, grande peso del lavoro di cura, il tasso di natalità è il più basso d’europa. Le donne italiane fanno una gran fatica ad entrare in un mercato del lavoro che poi le penalizza in termini di carriere, posizioni di responsabilità e retribuzioni, ne sono espulse, spesso con la pratica delle dimissioni in bianco, quando provano ad avere un figlio, si fanno carico di un lavoro di cura sempre più gravoso a fronte di un welfare debole ed inadeguato. Nello stesso tempo il 60% dei laureati è donna. A fare i conti con le interruzioni forzate del lavoro sono le giovani e le donne del sud.

Questa situazione non è più sopportabile. Le donne sono state il pilastro sul quale si è retto il nostro sistema di welfare. Cosa il governo pensa di fare di fronte all’evidenza che sotto i tagli al welfare, le donne, come giustamente sottolinea l’Istat, non ce la fanno più? La destra al governo ha fatto una scelta strategica: ha deciso di ridurre il welfare e di utilizzare le famiglie come ammortizzatore sociale; è andata avanti con tagli ciechi alla spesa, come denunciamo da tempo, soffocando l’economia ed alimentando fenomeni recessivi ed aumento della disoccupazione. Solo qualche giorno abbiamo organizzato la primavera delle politiche sociali, mobilitandoci x rendere evidenti i danni della cancellazione di servizi, un vero e proprio ritiro delle strutture dello stato sociale e cancellazione dei diritti sostituiti –forse – dall’elemosina del ministro Tremonti. Siamo stati in piazza con le associazioni per protestare contro i tagli al fondo sociale, che sono tagli che bruciano perché pesano su coloro i quali avrebbero maggiore bisogno di tutele e sostegno.

Le donne sono state le più penalizzate dentro una politica che dura ormai da tre anni e non ha portato il Paese da nessuna parte, ma solo alla stagnazione e all’immobilismo. Non solo tagli, cancellazioni di leggi, ma elevare l’età pensionabile delle donne del pubblico impiego senza restituire nulla di quei 4 miliardi di risparmi in 10 anni alle politiche di sostegno al lavoro femminile e alla conciliazione è un vero e proprio scippo, che continuiamo a denunciare contro il quale ci siamo opposti in Parlamento e abbiamo dato e daremo il nostro sostegno alle decine di associazioni che hanno protestato contro questo Ma alla destra ancora non è bastato: non è sufficiente che sulle donne italiane ricada per intero il peso del lavoro di cura e che nulla sia previsto per riequilibrare una situazione che vede le italiane lavorare in casa in media 4 ore di più dei coetanei uomini. Ora si annuncia l’aumento dell’età pensionabile anche nel settore privato per continuare a fare cassa sulle spalle delle donne. Il quadro desolante che emerge dalle intercettazioni che sono sui giornali di un governo trincerato nei palazzi e colluso con i poteri occulti, l’inerzia sulle questioni economiche e sociali, l’assenza di prospettiva ci dice una cosa: che questo governo se ne deve andare.

Noi, abbiamo la consapevolezza della complessità delle forze che si sono messe in movimento e abbiamo la responsabilità di consolidare questa fase che si è aperta nel paese e di darle una prospettiva, uno sbocco politico di aprire le porte e di recuperare il rapporto con la vita delle persone ed i problemi del paese. La nostra conferenza nazionale sul lavoro ha messo al centro da tre parole: lavoro, persone democrazia. Io credo che per dare corpo e sostanza a queste tre parole non possiamo non partire dalla condizione descritta dall’Istat. Non è un caso se al centro del nostro programma di riforme c’è l’obiettivo strategico dell’incremento del tasso di occupazione femminile: 3 milioni di donne in più al lavoro avrebbero un effetto straordinario in termini di crescita del paese. Quali politiche attivare dentro quel grande piano per l’occupazione femminile e giovanile che è la nostra proposta. Io credo che dobbiamo ripartire dal grande tema del lavoro di cura che con la crisi, con l’erosione del welfare pubblico e con la trasformazione delle famiglie è diventato un grande questione politica urgente, uno di quei bisogni attorno ai quali organizzare la risposta sociale, al centro di una strategia di innovazione e rilancio del welfare.

Facciamo 4 proposte in base alle quale scrivere una legge di iniziativa popolare.

Primo: chiediamo di reintrodurre la norma vs dimissioni in bianco, che questo governo ha cancellato nei primi mesi dal suo insediamento, perché cessi lo scandalo delle donne costrette a dare le dimissioni, magari perché aspettano un figlio. L’Istat ci ha parlato di 800.000 donne che lasciano il lavoro e non tutte volontariamente.

Due: vogliamo che la maternità sia davvero un diritto universale, estendendo l’indennità al 100% della retribuzione per tutte e tutelando anche le donne che non lavorano. Dobbiamo riaffermare il valore sociale della maternità.

Tre: Introduciamo il congedo di paternità obbligatorio, perché vogliamo parlare di condivisione e non solo di conciliazione. Attraverso una cultura nuova che redistribuisca le responsabilità equamente nello spazio pubblico ed in quello privato.

Quattro: dobbiamo almeno avvicinarci all’Europa attraverso un piano straordinario di asili nido, che non solo consente alle donne di lavorare, ma innesca un processo virtuoso perché mette al lavoro imprese e persone. Noi crediamo che soprattutto in un momento di crisi e di tagli di bilancio, le risorse vanno impiegate laddove c’è più bisogno e laddove innescano processi di crescita.

Sono proposte che possiamo fare perché poggiano sulla nostra storia, su leggi che hanno nomi e cognomi, che hanno cambiato la vita delle donne e che sono state fatte tutte da noi. Tutta la buona legislazione italiana che tutela la maternità ed il lavoro delle donne e che spesso è disapplicata o non adeguatamente finanziata è stata varata negli anni del centro sinistra al governo: le leggi che stabiliscono il diritto all’assegno universale di maternità (448 e 488), la legge 53 sui tempi, la legge 188 sulle dimissioni in bianco, la legge sull’imprenditoria femminile e potrei continuare. Puntare sulle capacità femminili e sulle donne come risorsa per la crescita del paese, significa davvero costruire un’alternativa radicale al disastro rappresentato dal governo e alla cultura politica che il centro destra esprime. Non si tratta solo di un elenco di proposte. Faremo una grande campagna, raccogliendo firme ed interloquendo con i movimenti, le donne e gli uomini perché vogliamo dare un messaggio chiaro e vogliamo che a cambiare sia la cultura del paese. In questi giorni si è accesa una polemica sui manifesti del Pd di Roma.: in molti li hanno criticati, altri li hanno difesi; io dico sinceramente che, come ho già avuto modo di spiegare, quei manifesti li avrei fatti diversamente e che la festa si poteva pubblicizzare bene anche uscendo dagli stereotipi e che questa si sarebbe stata una novità. Non penso che sia moralismo.

Bisogna prendere atto che è cresciuta una sensibilità sul tema della rappresentazione del corpo e del ruolo delle donne che anche noi come PD abbiamo contribuito a far crescere con le battaglie negli enti locali, in Parlamento. Io so che in chi ha scelto quei manifesti non c’è stata ovviamente nessuna intenzione offensiva, ma dobbiamo tutti insieme interrogarci su quanto è accaduto negli ultimi anni, sulla cultura del paese, e sul senso comune che attraversa tutti, i generi, le generazioni, e mi auguro che davvero, come è già stato detto dalla segreteria di Roma, la festa possa essere la sede di un dibattito pubblico molto serio e nel merito. Quest’anno è la prima volta della nostra festa: le donne democratiche per la prima volta a Marinella di Sarzana in un bellissimo posto di mare organizzano 10 giorni, dal 7 al 17 luglio, per incontrarsi, discutere approfondire tutti i temi della nostra agenda politica. Parleremo anche li di rappresentazione del corpo delle donne, di economia e lavoro, di sociale e di cultura, di democrazia paritaria e di Europa. Sarà l’occasione per rilanciare temi e proposte politiche ma anche una festa per conoscersi di più con quante vorranno partecipare. Ad ottobre, il 21 ed il 22 di ottobre, un venerdi ed un sabato abbiamo in programma una grande assemblea nazionale delle amministratrici, per confrontarci sulle politiche locali e su come essere possano rappresentare uno snodo fondamentali delle riforme che proponiamo al paese.

Dal 3 al 5 novembre stiamo lavorando con Livia Turco e la fondazione Jotti ad un seminario rivolto alle donne più giovani sulle leggi che hanno cambiato il paese e sulla storia ed il pensiero delle donne. Io credo che entro dicembre noi dobbiamo completare il percorso di insediamento delle conferenze regionali che ancora mancano Questo è il programma di lavoro che vi propongo Nello slogan “il nostro tempo è adesso” c’è un’urgenza che preme nel paese. Molte di noi andranno a Siena il 9 ed il 10 discuteremo di come proseguire nella strada che si è aperta il 13 febbraio, su quali proposte e con quali modalità. Io la sento anche come una nostra responsabilità, quella di dare seguito al movimento. Il bellissimo video che convoca l’assemblea finisce con le due attrici che lasciano le buste della spesa e dicono “ora senza le donne non si governa”. Io vorrei dire che noi stiamo da protagoniste dentro questa fase di cambiamento ed in questa assunzione di responsabilità abbiamo promosso la conferenza con l’ambizione di rappresentare con le nostre diverse storie, esperienze, culture politiche e con il nostro progetto la speranza di cambiamento per il Paese .

www.partitodemocratico.it

qui gli interventi alla Conferenza delle donne democratiche