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"Alcuni consigli alle famiglie per un buon avvio del nuovo anno scolastico", a cura di Salvatore Nocera

Ore di sostegno, ma anche classi troppo affollate, assistenti all’autonomia e alla comunicazione e assistenza igienica. Proponiamo il facsimile di una lettera che tutte le famiglie di alunni con disabilità possono indirizzare ai rispettivi Dirigenti Scolastici, come promemoria utile ad evitare problemi in vista del prossimo anno scolastico 2011-2012

A integrazione e ideale prosecuzione di quanto già esposto in un’altra recente scheda – che prendeva spunto da una Nota emanata dall’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio (se ne legga cliccando qui) – il vicepresidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) Salvatore Nocera, ha ora curato – sempre per conto dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down), di cui è responsabile del Settore Legale-Osservatorio Scolastico – un nuovo approfondimento, presentato così: «Approssimandosi la scadenza per la formulazione delle richieste in organico di fatto all’Ufficio Scolastico Regionale ed agli Enti Locali per altre risorse dell’integrazione scolastica, sembra far cosa utile alle famiglie e alle Associazioni allegando alla presente un facsimile di lettera promemoria da inviare ai Dirigenti Scolastici».

Il facsimile di lettera – che ha per oggetto Tempestiva richiesta di ore aggiuntive di sostegno in organico di fatto ai sensi della C.M. n° 21/11 e di altre risorse – esordisce così: «Nello spirito di collaborazione tra famiglie e scuola, tra clienti ed Ente erogatore del servizio scolastico, ci permettiamo richiamare la Sua attenzione sulla necessità di una tempestiva richiesta di cui all’oggetto ai fini dell’organico di fatto entro il mese di giugno. Infatti tale Sua richiesta al Direttore Scolastico Regionale e agli Enti Locali, ove necessario, deve essere corredata di un sintetico progetto, redatto da tutto il Consiglio di Classe, comprendente sia le ragioni della richiesta di ore aggiuntive di sostegno, sia gli obiettivi didattici che in una classe con numero ridotto di alunni e/o maggior numero di ore di sostegno si intendono perseguire, sia le metodologie didattiche e gli strumenti di verifica da realizzare per soddisfare le “effettive esigenze” di cui all’art. 1 comma 605 lettera b) della L. n° 296/06; ciò ai sensi e per gli effetti di cui alla Legge 122/10 art. 9 comma 15 e art. 10 comma 5. Ciò vale pure per la richiesta di ore di assistenza all’autonomia e alla comunicazione di cui all’art. 13 comma 3 legge n° 104/92, da rivolgersi al Comune o alla Provincia ai sensi dell’art. 139 del D.Lvo. n° 112/98».

Successivamente, sempre rivolgendosi al Dirigente Scolastico, si sottolinea nel testo che: «Siccome Lei ha già in Suo possesso i dati informativi per effettuare tempestivamente le richieste di ore aggiuntive di sostegno e di eventuale sdoppiamento di classi, o può procurarseli contattando le famiglie interessate, La preghiamo di voler provvedere con la massima sollecitudine possibile alle richieste. Le chiediamo, inoltre, nell’eventualità di accorpamento di classi intermedie e finali dei corsi previsto dalla circolare in oggetto, di tener presente che, in base al DPR 81/09 art 4 e 5 comma 2, le prime classi frequentate da alunni con disabilità (e quindi le successive che da esse derivano) non possono avere più di 20, massimo 22, alunni, e, secondo le Linee Guida Ministeriali del 4 agosto 2009, non più di due alunni con disabilità».

«Queste nostre richieste – si evidenzia in conclusione – si guardano bene dal pretendere deroghe e sdoppiamenti senza limiti; esse vogliono solo essere un contributo a garantire la sempre migliore qualità del servizio scolastico, che giova a tutti gli alunni, di cui l’integrazione degli alunni con disabilità è parte ineliminabile. Siamo infine certi che l’Ufficio scolastico Le fornisca il numero di collaboratori e collaboratrici necessari per l’assistenza igienica degli alunni che ne abbiano bisogno ai sensi della nota min. prot. N. 3390/01 e del CCNL [Contratto Colletivo Nazionale di Lavoro, N.d.R.] del 2007 art 47, 48 e Tab. A, che Lei avrà già certamente richiesto».

Il testo integrale del facsimile di lettera, di cui le famiglie di aluni con disabilità potranno dunque utilmente avvalersi, è disponibile cliccando qui.

da www.superando.it

Parte la Festa nazionale dell’economia sostenibile a Carpi con il vice segretario nazionale del PD Enrico Letta

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Oltre 300 persone all’inaugurazione della Festa nazionale dell’economia sostenibile che si tiene dal 24 giugno al 18 luglio presso la zona piscine di Carpi. Al taglio del nastro hanno partecipato i dirigenti del partito locale e nazionale. Al fianco del vicesegretario del PD Enrico Letta, erano presenti all’inaugurazione il segretario provinciale del PD modenese Davide Baruffi, il segretario del PD di Carpi Davide Dalle Ave, la deputata carpigiana Manuela Ghizzoni, l’on. Alessandro Bratti, responsabile nazionale PD per la gestione dei rifiuti, i sindaci dei 4 comuni dell’Unione Terre d’Argine. Leggi…

“«Liberisti per disperazione» nello Stato che non funziona”, di Michele Salvati

Credo di essere stato io, all’inizio degli anni Novanta, a coniare per me stesso l’epiteto di «liberista per disperazione» . Riflettevo allora sul contrasto tra l’industria pubblica francese— ben gestita, capace di progetti lungimiranti, poco inquinata dalla politica spicciola — e l’industria pubblica italiana, diventata il contrario di quella francese dopo la fase gloriosa degli anni Cinquanta e Sessanta. Leggi…

"Nessun bavaglio alla stampa" da Bersani stop all´ipotesi del dialogo, di Goffredo De Marchis

Il leader pd: si riparta dalla nostra proposta, il ddl Mastella sarebbe un passo indietro
Rosy Bindi a Repubblica Tv: non saremmo mai a favore di norme contro la stampa

«Il bavaglio alla stampa non si può mettere», avverte Pier Luigi Bersani. «In nessun modo va impedito alla magistratura l´uso delle intercettazioni», aggiunge. Allora come si spiegano le parole pronunciate dal segretario del Pd alla fine della direzione? «Non vengano divulgate le conversazioni che non ha senso divulgare, che toccano la privacy senza aver pertinenza nelle indagini. Su questa base siamo pronti al confronto», aveva detto Bersani. Il come raggiungere l´obiettivo tiene ancora lontani centrosinistra e centrodestra. I paletti democratici non possono piacere a Berlusconi. No al ddl Mastella proprio ieri invocato dal Cavaliere perché «sarebbe un passo indietro». Sì al disegno di legge Finocchiaro-Casson che modifica la norma attuale solo in punto.
Quale lo spiega Felice Casson, ex pm oggi senatore del Pd. «La tutela della riservatezza viene affidata a una sorta di filtro preventivo sempre nell´ambito degli uffici giudiziari. Un controllo ulteriore del pm e del Gip che toglie le intercettazioni senza rilevanza penale prima del deposito degli atti». Ma non c´è già una norma su questo? «Sì – risponde Casson – . I magistrati dovrebbero rileggersi bene le migliaia di carte e non sempre lo fanno. Con la legge in vigore se qualcosa sfugge non ci sono sanzioni. Nella nostra proposta è prevista invece la sanzione disciplinare grave». Questa è la linea del Pd. Bersani ha dovuto sottlinearla per non lasciare spazio ad equivoci dopo i complimenti del ministro Alfano alla sua apertura della mattina. «Per me non è la priorità – spiega il segretario democratico – . Come su molti altri temi abbiamo le nostre idee, depositate in Parlamento a disposizione della maggioranza. Non siamo quelli che dicono no senza avere una loro proposta. Sulle intercettazioni come su molti altri temi. Ma il confronto parte da lì, non dalle iniziative di Berlusconi».
Il disegno di legge Mastella però è un cuneo che il centrodestra può infilare nelle pieghe dell´opposizione. Beppe Fioroni lo ha richiamato «ma per dire che non si può ragionare sui blitz berlusconiani». Detto questo, il dirigente di Modem ricorda che il progetto di legge dell´ex Guardasigilli fu votato nel consiglio dei ministri del governo Prodi. «Con un voto unanime, dalla Margherita a Rifondazione». A questo punto solo Massimo D´Alema sembra sostenere quella vecchia proposta. Ma è un nome pesante. Due giorni fa il presidente del Copasir aveva stoppato l´ipotesi del decreto. E pragmaticamente aveva fatto osservare: «È troppo tardi per una legge». Ma la sua difesa del progetto Mastella era stata chiara: «Un testo molto equilibrato». E non aveva lesinato dubbi sulle conversazioni pubblicate dai giornali in questi giorni: «Leggiamo una valanga di telefonate che nulla hanno a che vedere con vicende penali e sgradevolmente riferiscono cose private». Sono parole pronunciate molto prima del contropiede berlusconiano sul provvedimento Mastella. Ma restano agli atti.
Anche Bersani legge le intercettazioni sulla P4. E pur essendo favorevole a un futuro filtro, non condanna i giudici di Napoli. «Non so dare una valutazione su quelle conversazioni. Non posso dire quali siano utili e quali non lo siano. Se i magistrati le hanno messe agli atti significa che hanno un peso, un valore», dice il segretario. Quindi dal Pd «nessuna apertura», precisa Andrea Orlando, responsabile giustizia. Anna Finocchiaro invita a partire dal suo testo: «Senza riesumare vecchie proposte – avverte riferendosi al ddl Mastella – . E sapendo che questa legge non è la priorità». A Repubblica tv Rosy Bindi dice: «Se si dovesse parlare di una legge bavaglio il Pd non sarà mai disponibile». È un fuoco di sbarramento che non ammette repliche. Che s´infittisce dopo i commenti favorevoli di Angelino Alfano alle parole di Bersani. Parole che rappresentano «una trappola» per i democratici. Certo, c´è il rischio di uno smottamento interno, se davvero andrà avanti il progetto Mastella. Il ricordo di un governo Prodi compatto e di un voto alla Camera, in quella legislatura, arrivato all´unanimità rischia di rendere più difficile la resistenza del centrosinistra. Ma ormai quel testo è «superato», osserva Donatella Ferranti, «dopo un dibattito lungo due anni su nuove idee». E oggi, con l´inchiesta P4 in corso, «c´è bisogno di più trasparenza e più legalità», aggiunge.

da La Repubblica

"Di Pietro il sensitivo della politica", di Marcello Sorgi

Con una raffica di interviste contemporanee, stile Berlusconi, ai maggiori giornali, Antonio Di Pietro ieri ha cercato di svelare il rebus sul nuovo Di Pietro su cui si arrovellano da giorni i suoi alleati e avversari. Dire che ci sia pienamente riuscito forse è troppo, perché, si sa, il leader di Italia dei Valori comunica più col corpo e la sua inconfondibile mimica che non con le sue stesse parole. Ma adesso si capiscono almeno le ragioni dell’inquietudine che lo ha portato, a sorpresa, il 13 giugno a non proclamarsi vincitore dei referendum, pur voluti da lui, lasciandone il merito ai cittadini che si erano recati alle urne e criticando apertamente per la conversione tardiva al rito della democrazia diretta Bersani, che al momento della raccolta delle firme lo aveva accusato di fare un favore a Berlusconi. La polemica tra i due leader è poi continuata nell’aula della Camera il giorno della verifica, quando Di Pietro ha di nuovo attaccato il leader del Pd e accettato un pubblico ed estemporaneo colloquio tra i banchi dei deputati con Berlusconi. Un Berlusconi che dopo anni di scontri frontali, Di Pietro imprevedibilmente ora non attacca più. Questa serie di gesti inattesi – in uno scenario animato dall’attesa esasperante della fine della stagione del Cavaliere, che al contrario continua a dominare – ha motivato le ipotesi più disparate sulle mosse dipietriste. S’ è detto che Di Pietro, sentendo aria di elezioni, pensava a riposizionarsi.

S’è parlato apertamente di un suo patto con il Cavaliere. S’è immaginata ogni possibile sua nuova collocazione, al centro del centrosinistra, al centro del centrodestra o al centro e basta, anche se l’ex pm di Mani Pulite continua a professarsi bipolarista. S’è ragionato su certi malinconici accenni al passato familiare. Come quelli al padre contadino, iscritto alla vecchia Coldiretti e «d’ufficio» alla Dc. O alla propria fede cattolica, all’educazione in seminario, agli anni in cui faceva il poliziotto, prima ancora di diventare magistrato. Da questo a dire che il leader di Italia dei Valori si prepara a ribattezzarsi democristiano, l’ennesimo in un panorama un po’ affollato, tuttavia ce ne corre. Seppure è chiaro che tra le ragioni che lo hanno spinto alla metamorfosi c’è una sorta di gelosia politica per Casini, il potenziale, corteggiato, e finora mancato, alleato con cui Bersani pensa di avere la vittoria in tasca. Per capire davvero cosa ha in testa Di Pietro forse bisogna allontanarsi dalle categorie classiche della politica, tipo geografia delle alleanze e chimica delle coalizioni e dei partiti. E riflettere sul fatto che Tonino è una sorta di sensitivo, nato in una terra dove forti sono ancora i culti irrazionali della magia e del destino. Non a caso, pur essendo ormai da quasi vent’anni uno dei protagonisti del teatrino della Seconda Repubblica, Di Pietro recita ancora la parte del personaggio provvisorio, sempre a disagio tra le maschere del potere, felice solo quando può tornare al suo amato trattore e alla terra da arare. Bene: poiché anche in questa sceneggiata c’è del vero, o del verosimile, si può intuire che Di Pietro sia rimasto colpito, di recente, da due avvenimenti che lo hanno toccato da vicino: il successo, superiore a qualsiasi previsione, di De Magistris a Napoli. E la vittoria dei referendum, ottenuta anche grazie a dieci milioni di elettori del centrodestra disobbedienti alla direttiva berlusconiana di disertare i seggi, che sono andati a votare umiliando il partito astensionista e costruendo il quorum inattaccabile di ben ventisette milioni di voti. E’ chiaramente in quest’ambito che il leader di Italia dei Valori intende muoversi: convinto che la frana nel campo berlusconiano sia solo all’inizio e possa contagiare, tutto o in parte, anche quello del centrosinistra, all’interno del quale il voto cosiddetto di protesta ha eletto Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli. Di Pietro sta rimuginando su un’alternativa che non sia di destra, né di sinistra, né di centro, ma cerchi piuttosto di pescare in più campi, partendo naturalmente da quello martoriato del Cavaliere. A modo suo, ha metabolizzato così, nel bene e nel male, la lezione di Segni e dei referendum del 1991 e ’93.

Dopo quella grande prova di democrazia, infatti, nel ’94, l’idea che dalla crisi della Prima Repubblica e dei partiti che l’avevano governata per quarant’anni si sarebbe usciti a sinistra si rivelò una fatale illusione, che aprì la strada a Berlusconi e alla destra. Vent’anni dopo ripetere quello stesso errore, nutrirsi dello stesso miraggio, scambiando il declino del berlusconismo per la crisi dell’opinione pubblica moderata e di centrodestra, è qualcosa che, prima ancora che accada, al sensitivo Di Pietro fa ribollire il sangue e drizzare i peli sulla pelle. Verrebbe da aggiungere: non a torto.

da www.lastampa.it

"Il partito dei veleni", di Marco Rossi-Doria

Quando la terza città d’Italia è a rischio di epidemia, gli incendi diffondono la diossina ovunque, c’è vero pericolo per la salute soprattutto dei più deboli e vi sono segnali di una pericolosa esasperazione della popolazione, è tempo di politica alta, di politica vera. Ci vuole uno spirito che sia repubblicano e, al contempo, operativo, pragmatico. L’appello del presidente Napolitano ha significato questo. È la voce della ragione, quella che invoca il senso della comunità nazionale. E che oggi significa cose molto concrete.
In primo luogo il governo nazionale deve subito emanareun decreto che consenta di trasferire i rifiuti nelle regioni che hanno dato la disponibilità ad accoglierli, secondo lo spirito evocato dal Presidente della Conferenza unificata Stato-Regioni, che ha subito risposto positivamente all’appello del Presidente della Repubblica. Nessun localismo o polemica irresponsabile e strumentale della Lega Nord è ammissibile.Comedel tutto inaccettabile è il gravissimo alt che il ministro Calderoli ha posto al governo di cui egli stesso fa parte: un “rifiuto tossico” che un paese civile non ignorare e tanto meno subire.
In secondo luogo è bene che tutti sostengano i primi segnali di cambiamento positivo che stanno avvenendo a Napoli e in Campania, per quanto iniziali
e incerti. È infatti possibile che vi siano i primi passi che vanno nella direzione giusta.
Il primo riguarda l’avvio di un coordinamento tra Regione Campania, Provincia e Comune fondato finalmente sul principio di responsabilità condivisa e di riconoscimento reciproco delle diverse competenze.
In tale spirito la Regione deve continuare a stabilire bene i flussi dell’immondizia raccolta, proporre i luoghi per le discariche e rimettere in moto le linee di Acerra ora in avaria. La provincia deve trovare presto la soluzione per l’umido in discarica e potenziare gli impianti di cui è responsabile, poiché a febbraio aveva preso l’impegno di siti capaci di contenere un milione di tonnellate di rifiuti e bisogna passare ai fatti. Il Comune deve rapidamente rivoluzionare i modi della raccolta, cosa che, ad onor del vero, si è subito messo a fare con i primi decreti di de Magistris, che invertono un’inerzia colpevole, durata dieci anni. In questo spirito vanno subito portate via dalla Campania le 2200 tonnellate che oggi sono per strada.
Su questo fronte ilComune sta facendo uno sforzo enorme. Ha portato le azioni di rimozione a un ritmo di 24 ore su 24 e garantisce di prendere da terra ogni giorno le 1200 tonnellate quotidianamente prodotte più un’eccedenza di altre 400. Sta attivando isole ecologiche mobili e quattro siti di trasferenza.
Maoggi, subito, ha bisogno dell’aiuto di tutta Italia per trovare le destinazioni di tale raccolta straordinaria.
Inoltre, l’incontro di ieri tra il ministro Prestigiacomo e il sindaco de Magistris può significare che quasi un quarto dei 150 milioni di euro dei fondi Fas siano destinati all’avvio vero della raccolta differenziata a Napoli. Avvio vero: perché i due decreti del sindaco sulla differenziata e la riduzione dei rifiuti vanno in questa direzione e perché il suo staff, fatto di persone di provata competenza, sta finalmente costruendo, in poche ore, un piano operativo dettagliato di raccolta differenziata in tutti i quartieri, che può partire a pieno ritmo a settembrema che già sta potenziando i risultati positivi nei quartieri pilota.
Presto sarà tempo di fare anche i bilanci duri per le molte occasioni perse. Perché tutta Italia possa imparare dalle colpe e dagli errori di chi non ha saputo o voluto costruire una politica responsabile a Napoli.
Ma oggi chi si muove per il cambiamento non può pagare per le colpe dei predecessori. E si tratta di sostenere un’occasione di riscatto che non tornerà.

L’Unità 25.06.11

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“Berlusconi, da Napoli non si scappa”, di Stefano Menichini

Se Berlusconi pensava che la sconfitta elettorale di Napoli l’avesse liberato da ogni responsabilità rispetto alla tragedia dei rifiuti, il capo dello stato col suo brusco richiamo gli ha tolto l’illusione. E se il premier dovesse sperare di tornare a lucrare sull’emergenza, come dal 2008 ha fatto cinicamente per due anni (fino alla delusione finale), farà meglio a ricredersi presto.
Il colossale problema di Napoli continua a essere soprattutto suo, del governo nazionale e, adesso più che mai, di una maggioranza dilaniata da guerre intestine. Berlusconi assaggia il frutto avvelenato del caos delle competenze incrociato con la sua cattiva propaganda.
Non avesse scelto Napoli come principale teatro della propria rappresentazione da salvatore della patria, il presidente del consiglio non sarebbe oggi nell’occhio del ciclone.
L’operazione che ha tentato lui, l’hanno fatta anche gli altri. E così Napoli, invece di essere trattata come una città da tirare fuori dai guai con razionalità, pazienza e programmazione, è diventata per tanti un simbolo da utilizzare. A cominciare dalla Lega che, se non riesce a combinare nulla di buono per la gente del Nord, vuole almeno riuscire a punire gli odiati terroni napoletani boicottando il soccorso nazionale allo smaltimento.
E la Lega, Calderoli, Salvini eccetera, sono un problema politico di Berlusconi. Impossibile scaricarlo su de Magistris, tant’è vero che lo scontro si è subito aperto fra leghisti e pidiellini del sud, stretta replica della recente rissa fra Castelli e Alemanno.
Chiaro che in questi giorni di dramma anche altri stanno seguendo corsi accelerati di senso di responsabilità. Come il vicesindaco Tommaso Sodano, costretto a fare (parziale) ammenda dei suoi anni da deputato di Rifondazione: allora comandava le barricate contro il governo Prodi e contro le nuove discariche, adesso ne chiede cinque nuove, anche se solo «per l’emergenza».
La spazzatura va tirata via con urgenza, con ogni mezzo necessario: ma magari Napoli facesse il miracolo di smaltire anche i propagandisti sulla pelle degli altri.

da Europa Quotidiano 25.06.11

"Svolta sui contratti, verso l’accordo unitario", di Rosaria Talarico

Marcegaglia: firma possibile martedì. Camusso: ci sono temi da approfondire

Sui contratti e rappresentanza sindacale la svolta è vicina. Dopo mesi di schermaglie, vertenze aspre come quelle della Fiat di Pomigliano o dell’ex Bertone col loro strascico di polemiche anche violentissime, Confindustria e sindacati hanno trovato un primo punto di equilibrio. Per la prima volta tutti, compresa la Cgil, hanno concordato sulla necessità di arrivare ad una intesa unitaria. E soprattutto di arrivarci in tempi rapidi. Dopo l’incontro di ieri presso la foresteria di Confindustria in via Veneto, la leader degli industriali Emma Marcegaglia, ed i segretari generali di Cgil Cisl Uil, Camusso, Bonanni ed Angeletti, si sono dati appuntamento a martedì per mettere nero su bianco l’accordo. «Quella di oggi è stata una discussione molto costruttiva – ha spiegato la presidente di Confindustria -. Nessuno al tavolo ha posto pregiudiziali su nessuno dei temi portati al tavolo. Nessuno è arrivato dicendo: oltre questo punto non vado». «Abbiamo fatto una buona discussione, utile, che ha permesso di ragionare sulla possibilità di un accordo, sulla misurazione della rappresentanza e l’efficacia della contrattazione» ha commentato a sua volta Susanna Camusso.

A segnare la svolta è stata la percezione collettiva che di fronte alla crisi occorresse fare uno scatto per dotare il Paese di strumenti che consentissero di recuperare produttività. La «consapevolezza, condivisa da tutti» come ha spiegato Marcegaglia è che «il paese sta vivendo un momento molto difficile, con problemi di competitività e di occupazione. Ognuno di noi si sente responsabile e pensiamo che la risposta giusta che possiamo dare è anche quella di fare un buon accordo».

Quali sono i punti della possibile intesa? L’idea di fondo è quella di effettuare una sorta di «tagliando» alla riforma del modello contrattuale, non firmato dalla Cgil nel 2009, cancellando l’«opzione» deroghe al contratto nazionale e individuando piuttosto dei criteri di «adattabilità» dei contratti aziendali secondo una griglia prestabilita da concordare e inserire a livello nazionale. Per quel che riguarda la rappresentanza, invece, si dovrebbe procedere lungo le linee individuate con l’accordo unitario tra Cgil, Cisl e Uil del 2008 secondo cui il peso di ciascun sindacato sarà dato dal mix tra iscritti, certificati dall’Inps, ed i voti ricevuti nelle Rsu da tutti i lavoratori. Così, per validare un accordo, sarà sufficiente che le Rsu firmatarie rappresentino il 50%+1 dei lavoratori, senza la necessità di alcun passaggio referendario. Consultazione referendaria che invece sarà obbligatoria nel caso che a stipulare un accordo siano le sole Rsa, che non sono elette da tutti i lavoratori ma dai soli iscritti al sindacato; anche in questo caso è necessario il 50%+1 degli aventi diritto al voto.

Dunque, già martedì l’intesa potrebbe andare in porto. «C’è la volontà di tutti di farlo» annuisce Marcegaglia. Più cauta Camusso: «Gli accordi vengono quando sono pronti. Di qui a martedì approfondiremo i temi che vanno approfonditi: siamo impegnati a lavorare per trovare le soluzioni che sono necessarie». Il fatto che dopo il vertice di ieri tutte le parti abbiamo deciso di fissare una data così ravvicinata fa ben sperare Angeletti («è un segnale significativo», spiega), mentre Bonanni va anche oltre. «Quando faremo uno, due, tre accordi assieme alla Cgil ci potremo vedere più spesso tutti insieme. E se facciamo un accordo oggi penso che si possa dire che ci saranno sempre maggiori speranze». Plaudono alla svolta il ministro del lavoro Sacconi («l’accordo unitario può aprire una nuova stagione nelle relazioni industriali» ed il Pd. Unica voce dissonante la Fiom, che avverte: «il contratto nazionale non è derogabile». E annuncia battaglia al direttivo Cgil di lunedì

da La Stampa