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"Le liberalizzazioni perdute", di Tito Boeri

Nessuna liberalizzazione in questa legislatura, nessuna nemmeno all´orizzonte perché ormai sono state derubricate dall´agenda politica. Tutte occasioni perse per fare ripartire il nostro Paese.
Per farlo ripartire con interventi a costo zero per le casse dello Stato. La relazione alla Camera di fine mandato del presidente Antitrust, Antonio Catricalà, è un pesante atto d´accusa contro il Governo che non ha mai dato forza di legge alle indicazioni dell´Autorità, come si era impegnato a fare a inizio legislatura, quando aveva introdotto nel nostro ordinamento la legge annuale per la concorrenza. È stata una delle tante operazioni di facciata, uno dei tanti annunci seguiti dal vuoto pneumatico, dato che la prima legge sulla concorrenza non ha ancora visto la luce a più di un anno dal termine ultimo per la sua presentazione. E la bozza che circola, secondo Catricalà, «disattende molte delle indicazioni dell´Autorità» da lui presieduta.
Dell´esistenza di autorità indipendenti rischiamo di accorgerci solo una volta all´anno, in occasione di queste requisitorie. Saranno “prediche inutili” fin quando avremo autorità di regolamentazione dei mercati che possono solo intervenire con la “moral suasion” e queste autorità si troveranno di fronte un governo che ha ben altre priorità e un´opinione pubblica distratta. Ci vorrebbero authority davvero indipendenti, in grado di garantire l´attuazione delle riforme già approvate anche quando il governo pensa ad altro e gli interessi delle lobby sono ben rappresentati in Parlamento. E ci vorrebbe soprattutto una maggiore informazione nel Paese sugli effetti delle poche liberalizzazioni sin qui attuate.
L´esperienza della riforma degli ordini professionali varata nella passata legislatura è molto indicativa a riguardo. La cosiddetta legge Bersani del 2006 ha abrogato una serie di disposizioni anticoncorrenziali introdotte nel corso del tempo dagli ordini, tra le quali l´obbligo di rispettare i minimi tariffari e il divieto di svolgere pubblicità comparativa. Queste restrizioni impediscono a un professionista giovane, non ancora affermato, di poter competere con chi ha già una forte posizione nella professione. La legge però demandava l´attuazione di queste liberalizzazioni agli stessi ordini professionali, che avrebbero dovuto autoregolamentarsi, rivedendo in modo conseguente i propri codici deontologici. Da allora gli ordini hanno fatto di tutto per ritardare l´entrata in vigore della legge Bersani e, in alcuni casi, l´hanno del tutto ignorata, come denunciato a suo tempo dall´Antitrust (nella sua indagine conoscitiva del 2009). La prima legge sulla concorrenza, prendendo atto di questi ritardi, avrebbe dovuto togliere agli ordini, dominati da chi nella professione ha posizioni di rendita, poteri quali la facoltà di concedere un´autorizzazione preventiva alla pubblicità comparativa. E avrebbe potuto demandare all´Antitrust il compito di monitorare l´attuazione della legge, sanzionando gli ordini che tardavano a mettersi in regola. Inutile illudersi: niente di tutto ciò avverrà. Un Parlamento dominato dagli avvocati (sono 134 su 952, e sono concentrati tra le file della maggioranza) ha sin qui dato il via libera, nella commissione Giustizia della Camera, ad una controriforma proposta da un esecutivo con esponenti della professione forense nei cinque ministeri chiave (Tesoro, Interni, Difesa, Giustizia e Agricoltura) che ripristina i minimi tariffari tra gli avvocati e regolamenta in modo estremamente restrittivo la pubblicità comparativa.
Di fronte a resistenze così agguerrite e interessi così ben rappresentati, ci vorrebbe un´opinione pubblica attenta alle sorti delle liberalizzazioni, imprese e famiglie mobilitate, consapevoli del fatto che da queste riforme hanno non poco da guadagnare in termini di miglioramento del rapporto prezzo-qualità dei servizi che ottengono dai liberi professionisti. Eppure neanche il centrosinistra, che potrebbe vantare il patrocinio delle poche riforme sin qui attuate (associate non a caso al nome dell´attuale segretario del Pd), sembra preoccuparsi di valorizzare le liberalizzazioni. Strano perché l´evidenza sin qui disponibile segnala come anche quel poco che è stato fatto ha avuto effetti non trascurabili a beneficio dei consumatori, dei lavoratori e delle imprese in senso lato. Uno studio della Banca d´Italia (a cura di Elena Viviano), ad esempio, ha documentato come la liberalizzazione della grande distribuzione attuata col decreto Bersani del 1998 nelle Regioni in cui è stata attuata ha portato con sé prezzi più bassi per i consumatori, maggior crescita della produttività e dell´occupazione, un più alto tasso di adozione di nuove tecnologie e strutture distributive più efficienti. Anche quello che si sa sulla riforma, più recente, degli ordini professionali è incoraggiante. I dati sugli iscritti alle casse forensi segnalano da allora un incremento del reddito relativo dei giovani avvocati, rispetto a quello dei professionisti già affermati. Forse è proprio per questo che il disegno di legge Alfano vuole tornare indietro. E uno studio di Michele Pellizzari e Giovanni Pica (Università Bocconi e Salerno) indica come dal 2007 in poi la selezione tra gli avvocati sembra operare meglio: escono dalla professione soprattutto i professionisti più preparati e produttivi, mentre prima avveniva esattamente il contrario.
Quel poco che è stato fatto, dunque, sembra servire nell´abbassare i prezzi e migliorare la qualità dei servizi. Ma rimane ancora tantissimo da fare e si rischia di tornare indietro. Come verrà documentato ad un convegno che si terrà il 4 luglio in Bocconi (si veda www.frdb.org per maggiori informazioni), molte professioni continuano ad essere rette da meccanismi di cooptazione di tipo dinastico, in cui aumenta di molto la probabilità di entrare nella professione per chi ha lo stesso cognome di chi è già iscritto all´ordine. Inoltre, queste dinastie professionali sono in molti casi associate a distorsioni nella qualità dei servizi offerti ai cittadini. Ad esempio, nelle province dove le omonimie incidono maggiormente sulle iscrizioni all´albo dei commercialisti, l´evasione fiscale è più alta. Laddove le omonimie incidono maggiormente sulla selezione dei consulenti del lavoro, ci sono più contenziosi lavorativi, spesso riflesso di un´incapacità di ricomporre le controversie per via extra-giudiziale. Insomma, sembrerebbe proprio che la trasmissione ereditaria dei posti in molte professioni corrisponda più a un trasferimento di rendite ai danni degli utenti, famiglie e imprese, che a un trasferimento di conoscenze nell´ambito della stessa famiglia. Con la benedizione degli ordini che continuano ad inserire nelle commissioni d´esame (quelle che decidono chi si può iscrivere agli albi) persone che esercitano queste attività e che hanno tutto da perderci dall´entrata di professionisti più bravi e più competenti di loro. Un meccanismo perverso che noi docenti universitari conosciamo bene perché lo abbiamo visto troppo spesso operare nei concorsi accademici.

La Repubblica 22.06.11

"La cultura non è petrolio", di Francesco Bonami

Se vogliamo parlare di cultura eliminiamo prima di tutto una snervante affermazione: «I beni culturali sono il nostro petrolio». Il petrolio è una materia che la gente si trova per destino sotto i piedi. Avere il petrolio non è un merito ma un caso. Avere il petrolio è spesso una buona scusa per nascondere imbarbarimento, inciviltà e dittature. La cultura quindi non è petrolio. La cultura è qualcosa che non si trova ma si costruisce. Caso mai il nostro problema, il degrado della nostra società, è dovuto proprio al fatto che diamo per scontati i nostri beni culturali. Ci comportiamo come se li avessimo trovati facendo un buco per terra. L’arte e la cultura non li sputa fuori la terra ma sono il risultato del lavoro e della conoscenza di uomini e donne che alla ricchezza del territorio hanno voluto unire la ricchezza delle proprie idee e del proprio spirito. La cultura è il contrario del petrolio perché si deve fabbricare, non si può solo consumare. La cultura ci rende ricchi solo se siamo disposti ad essere tutti un po’ più poveri da un punto di vista materialistico. Se abbiamo solo 10 euro dove li spendiamo in un biglietto per un museo o in un paio di birre? Compriamo un libro o una T-shirt? La cultura non è destino è libera, liberissima, scelta. Possiamo scegliere di crescere in un Paese ignorante o di contribuire alla costruzione di un Paese culturalmente forte, dinamico, affascinate. E’ una nostra autonoma decisione. Nessuno ci obbliga ad essere colti, ad essere spiritualmente benestanti. La cultura dipende da noi non dalla geologia.

La cultura dipende dalla nostra crescita civile ed interiore non dal nostro reddito. Noi italiani siamo stati i primi ad inventare il cittadino responsabile fra il Trecento e il Cinquecento con l’Umanesimo e il Rinascimento. Perché l’Italia ritorni ad essere culturalmente una super potenza dobbiamo prima domandarci come è successo che a centocinquanta anni di splendore sia seguita la nostra lunga servitù civile e morale con il suo bagaglio di sudditanza, di menzogne, di opportunismo e di cinismo. Dobbiamo quindi ritrovare la responsabilità culturale e la sana dimensione di un egoismo civile che ci porti a considerare ogni angolo del nostro Paese e della nostra cultura un angolo di cui siamo legittimi proprietari. Un angolo che dobbiamo e vogliamo curare. Un angolo del quale siamo responsabili. Curare nel senso di prendersi cura. Curare nel senso di guarire i malanni che hanno reso la cultura ed i suoi beni un malato, se non terminale, un malato grave. Essendo un curatore di professione, nel bene e nel male, è chiaro che sia convinto che l’Italia abbia necessità di una società e di una classe politica che si prendano la responsabilità di assumere il ruolo di curatori della propria cultura. Curare significa creare un’armonia, una funzionalità, un’efficacia e un dialogo fra parti diverse. Curare significa costruire un sistema funzionante, fruibile e leggibile di tante realtà autonome ma complementari fra di loro. Curare la cultura del proprio Paese vuol dire sentire il dovere e la necessità di rendere percorribile una rete che unisca l’espressività geografica ed artistica del nostro territorio, fatto di così tante e differenti parti, collegando il patrimonio artistico con la contemporaneità. Una contemporaneità che non è fatta solo di musei e di mostre ma è costituita da tanti soggetti e contesti vivi e vivaci; musicali, teatrali, cinematografici, architettonici, artistici. La cultura ha bisogno di moltissimi interventi e di molti meno eventi.

Interventi che devono e non possono venire solo dalla parte politica ma devono principalmente arrivare dalle realtà private. Realtà si badi bene che vanno dall’imprenditoria, grande, media o piccola che sia, al comune cittadino, quindi a noi. La politica è responsabile di creare gli strumenti giuridici, fiscali, amministrativi affinché il privato possa usufruire, partecipare, contribuire al sano funzionamento del sistema culturale del Paese ma non può sostituire il dovere civile di ognuno di noi di farsi curatori del bene culturale che ci circonda e ci arricchisce. Per fare questo è necessario un cambiamento radicale di mentalità, a livello governativo ma assolutamente, e più che altro, a livello personale. Nessuno è escluso da questa trasformazione. Per cambiare una mentalità non esiste la bacchetta magica. Una mentalità civile si costruisce partendo dall’educazione. E’ necessario allora che il bene culturale sia trasmesso e collegato con il sistema dell’istruzione. Essendo noi una superpotenza artistica è fondamentale che la Storia dell’Arte diventi lo strumento obbligatorio con il quale costruiremo nuove generazioni di cittadini capaci di capire e quindi di curare un patrimonio che ci appartiene sia a livello collettivo che a livello individuale. La Storia dell’Arte, come un tempo fu la Religione, dovrebbe essere considerata materia obbligatoria nelle scuole di qualsiasi tipo e indirizzo.[…]

Quando sento definire da parte di autorevoli analisti politici il ministero dei Beni Culturali «Un ministero minore», mi viene la pelle d’oca. La concezione collettiva della cultura in Italia è imbarazzante. Persino i Paesi che si sono ritrovati sotto i piedi il petrolio hanno capito che la loro ricchezza materiale ha i piedi di argilla se non sarà sostenuta da una ricchezza culturale forte e rispettabile. Non a caso un centro economico come Hong Kong ha capito che la propria vitalità futura non potrà basarsi esclusivamente sugli scambi commerciali ma dovrà anche avere una fortissima vitalità culturale. Per questo l’amministrazione di questa metropoli asiatica ha intrapreso aggressivamente una trasformazione della città che vedrà nei prossimi anni la nascita di un epicentro culturale. Un progetto affidato ai più importanti studi di architettura e operatori culturali del mondo. Insomma è sempre più chiaro che il nostro futuro è legato a quello che avevano già capito cinquecento anni fa i nostri antichi parenti e che oggi capiscono tutte le società emergenti del nostro pianeta.

La Stampa 22.06.11

"Il doppio stato", di Carlo Galli

Gli italiani hanno scoperto di esser stati governati per anni da un esecutivo Berlusconi-Bisignani. Ci eravamo abituati a criticare con estrema durezza il potere pseudo-carismatico, mediatico, affabulatorio del premier. A criticare la sua prassi extra-istituzionale di rappresentare i cittadini – trasformati in popolo adorante che si identifica in una icona, in un corpo mistico virtuale –, il suo indirizzarsi contro gli avversari come contro dei ‘nemici´, il suo saper produrre prevalentemente immagini (sogni o incubi) a uso e consumo degli italiani, e il suo interessarsi solo a sé e ai suoi amici per quanto riguarda gli interessi concreti da salvaguardare. A opporci alla sua pretesa di essere sopra la legge, oltre la Costituzione, ai limiti della democrazia (e estraneo alla democrazia liberale parlamentare e alle sue garanzie).
Sembrava, tutto sommato, di avere a che fare con un potere eccezionale, con un concentrato di potenza difficilmente riconducibile alla misura costituzionale, con un´enormità e con un´anomalia che sovrasta (o cerca di farlo) l´ordinamento. Ora, si scopre che tutto ciò è certamente ancora vero, ma che c´è dell´altro: che questo potere – come le scatole cinesi – è a sua volta una maschera, che cela in sé un vuoto; e non solo perché è vuoto di ogni istanza pubblica ed è pieno di una sola istanza privata – quella di Berlusconi – ma perché è abitato da altri, da occulti manovratori, da tessitori di trame economiche, politiche, mediatiche, giudiziarie, dai soliti noti che costruiscono ignote reti di potere, più efficaci del potere ufficiale, dalle quali questo viene distorto, piegato, corrotto. Non soltanto, insomma, abbiamo a che fare col potere gigantesco e iper-visibile del premier, ma anche con il potere oscuro della P4 (e chissà di quante altre P, ancora, ci toccherà apprendere l´esistenza); non solo con un potere che sta (o pretende di stare) sopra la Costituzione, ma con uno, ramificato e pervasivo, che sta dietro e sotto le istituzioni, non visibile ma coperto.
Nel 1941 un esule tedesco, Ernst Fraenkel, scrisse in America un libro intitolato Il doppio Stato, in cui spiegava il funzionamento del potere nazista: secondo lui, allo “Stato normativo”, lo Stato delle istituzioni legali, la Germania di Hitler affiancava un secondo Stato, lo “Stato discrezionale”, che funzionava con l´arbitrio e la violenza, al di là di ogni norma e di ogni garanzia. La differenza rispetto alla nostra situazione – al di là, naturalmente, del fatto che nel nostro Paese non vi è nulla di neppure lontanamente paragonabile al delirio di violenza criminale che caratterizzò il regime nazista – è che oggi, in Italia, i sistemi di potere politico, compresenti, non sono due, ma tre: quello legale-costituzionale, quello carismatico-populistico, e quello occulto delle trame oscure e delle cricche d´affari. Il primo, l´unico che una democrazia liberale può e deve conoscere, ovvero l´unico legittimo, è sotto stress, logorato e minacciato; il secondo, che al primo ha voluto sovrapporsi, ha funzionato per almeno dieci anni come portatore di una legittimità alternativa alla costituzione – formalmente intatta, nonostante i numerosi progetti di manomissione, ma bypassata da un´altra immagine della politica, dallo splendore del carisma populistico –; e infine, ormai logorato anche questo secondo sistema di potere, emerge ora il terzo, un potere indiretto e manipolatorio che ha scavato, come un esercito di termiti o di tarli, all´interno delle strutture pubbliche, penetrandole, corrodendole, piegandole a fini di parte.
Questo terzo potere è l´antitesi del primo, come l´illegalità lo è della legalità, l´opacità della trasparenza; ma è anche la verità del secondo, la logica conseguenza dello svuotamento idolatrico della democrazia che questo ha operato. L´idolo luccicante con cui troppi italiani hanno voluto sostituire la prosa e la serietà dell´impegno civile, e anche la semplice legalità, è stato l´incuatrice – li ha allevati in sé, e li ha coperti – dei robusti, tenaci e voraci animaletti, che all´insaputa dei cittadini hanno scavato cunicoli e gallerie nelle istituzioni, e hanno così minato l´essenza della vita democratica. L´idolo che oggi si rivela pullulante di vite parassitarie, infatti, ha privato gli italiani del diritto di essere liberi cittadini, in grado di decifrare razionalmente la vita pubblica, e ne ha fatto degli ignari spettatori di innumerevoli arcana imperii, orditi da pochi, che li hanno avvolti nelle trame insidiose dei poteri distorti. A ulteriore e tardiva dimostrazione che è soprattutto l´assenza di potere autenticamente democratico a generare mostri e mostriciattoli.

La Repubblica 22.06.11

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“Berlusconi è finito, il governo allo sfascio” Così Bisignani racconta il tramonto del premier, di FABIO TONACCI e FRANCESCO VIVIANO

Da La Russa a Tremonti, gli sfoghi degli alleati contro il Cavaliere
Luigi Bisignani il gran commis della politica e degli affari italiani, lo aveva previsto. Le informazioni che raccoglieva da uomini dell´alta finanza, militari, magistrati amici ed infedeli, gli sfoghi dei ministri, sottosegretari e onorevoli vari non lasciavano dubbi. Al telefono, nel suo ufficio di piazza Mignanelli, ascoltava. E più ascoltava, più capiva. Che «il Governo è ormai allo sfascio», che «il povero Gianni Letta non ha più nessun tipo di ascendente», che Silvio Berlusconi «si fa male da solo», che «il comportamento dei ministri è da asilo Mariuccia». Bisignani ascolta, passa ore al telefono, annota nomi, muove pedine. La Guardia di Finanza – in un´informativa ai pm – stila una classifica dei contatti più frequenti: in testa, il sottosegretario Daniela Santanché e il ministro Frattini. A seguire Lorenzo Cesa, Raffaele Fitto, Mario Baccini, il ministro Prestigiacomo, Denis Verdini, Clemente Mastella e altri. «Chiedono tutti ripetutamente un appuntamento, o anche solo un contatto al telefono». Lui non si nega.
Gli raccontano di un Consiglio dei ministri che vara la Finanziaria in tre minuti. «Una roba vergognosa, il governo non esiste più». Gli spiegano le faide interne e lui si preoccupa. Teme che Berlusconi possa cadere e andare a processo e «con le regole normali, lo condannano sicuro, finisce la festa per tutti». Cerca di ricucire lo strappo dei finiani, ma gli attacchi di Libero e il Giornale sulla casa di Montecarlo gli scombinano il puzzle. Al grande “confessore” arrivano pure i gossip. Il più succoso: «Mara Carfagna vuole sposare Silvio Berlusconi». Questo lo scenario che si apre agli occhi di Bisignani: ricorda vagamente “le Iene” di Quentin Tarantino, tutti contro tutti, zero fiducia, ansia da fine impero. Una sceneggiatura “scritta” nelle migliaia di intercettazioni, contenute nella richiesta di arresto per Luigi Bisignani e per il deputato del Pdl Alfonso Papa.
GOVERNO ALLO SFASCIO
Il 14 ottobre del 2010 alle 15,23, Roberto Sambuco, il Garante per la sorveglianza dei prezzi, chiama Bisignani. Il Consiglio dei ministri è stato un lampo, appena tre minuti, e Sambuco racconta: «Gianni Letta ha portato la Finanziaria pregando tutti di non intervenire, una roba vergognosa. Non funziona più Luigi, se è così è finita. Lui (Tremonti, ndr) si è fatto pure la conferenza stampa, Paolo Bonaiuti almeno ha avuto il buon gusto di non andare». E le agenzie stampa riportano le parole di Tremonti, quel giorno: «Abbiamo varato la Finanziaria dopo una discussione responsabile».
E che la situazione all´interno del Governo sia esplosiva, Bisignani lo capisce anche da Paolo Scaroni, amministratore delegato dell´Eni. Scaroni:«Devo dire la verità, lui (Berlusconi ndr) parla bene, è un fuoriclasse assoluto. Se soltanto…». Bisignani chiude la frase: «Se soltanto si mettesse a fare il Presidente del Consiglio…». «Infatti – chiosa Scaroni – Berlusconi si fa male da solo». Un´opinione, quella dell´ad dell´Eni, che si rafforza dopo aver incontrato ad Arcore il premier il 25 ottobre: «Ma che tristezza – racconta all´amico Gigi – non sa proprio che pesci pigliare».
IL NEMICO TREMONTI
Lo strappo di Fini, le polemiche sulla casa di Montecarlo, tormentano Bisignani per tutta l´estate: «Questa rottura è una follia – si lamenta con Ciriaco Pomicino, suo amico intimo – Berlusconi è caduto nella trappola di Ignazio La Russa, di Gasparri e di Matteoli che gli hanno fatto fare quello che non sono mai riusciti a fare e che avrebbero voluto fare con Fini». E Pomicino: «Ti devo dire la verità, il vero nemico è l´altro, il ministro Tremonti». Bisignani: «Certo che è l´altro, ha soltanto da guadagnarci…Il povero Letta non ha nessun tipo di ascendente in questo momento, è in balia proprio. Le trattative riservate le sta facendo tale Silvia Rossi (forse Mariarosaria Rossi deputata del Pdl ndr), una che ha l´ottava misura, guarda sono senza parole…». A fine estate il telefono di Bisignani brucia. Lo chiamano l´allora ministro Andrea Ronchi, il ministro la Russa («tu mi puoi aiutare a trovare il bandolo della matassa»). Arriva anche la chiamata di Daniele Capezzone, portavoce del Pdl. «Per organizzare il programma degli interventi alla festa di Milano, sapessi, la fiera delle piccole vanità, a livelli da asilo Mariuccia. E si tratta di ministri, viceministri, sottosegretari… degli spettacoli da ridere. Se sulle cose più banali si fa questo circo, figurati sulle cose serie».
MARA E BERLUSCONI
È il 22 ottobre quando Bisignani chiama il giornalista Roberto D´Agostino. I due parlano del ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna e del gossip riguardo a una sua relazione con Italo Bocchino. «È sempre più matta – dice D´agostino – l´ultima che mi hanno detto è che lei vuole…pretende davvero la mano di Berlusconi, vuole che la prenda…la impalmi». Bisignani: «Ma cose da pazzi». «E non hai idea di cosa sta facendo quell´altro, Mezzaroma (Marco, il fidanzato della Carfagna, ndr). Mezzaroma mezza comparsa ovviamente».
40 parlamentari “IMPAZZITI”
Denis Verdini, coordinatore del Pdl, chiama il ministro Maria Stella Gelmini per ringraziala dell´aiuto. Il ministro informa subito Bisignani e gli racconta di avere affrontato un incontro con 40 parlamentari impazziti, che volevano la testa di Verdini, degli altri coordinatori e dei capigruppo. Gelmini informa ancora l´amico Luigi di aver firmato un patto di non belligeranza con gli ex di An.

Il Corriere della Sera 22.06.11

Camera dei Deputati: Bersani intervienie sull'ennesima fiducia sul governo

Signor Presidente, l’onorevole Reguzzoni ha detto che lui è di Pontida; e io sono di Bettola (Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania), per cui non vedo cosa…chiarito questo punto – ma ne parleremo – vorrei dire questo: il Presidente del Consiglio si è attaccato a un pugno di numeri parlamentari che ha raccolto dal 14 dicembre ad oggi. Ma i fatti indiscutibili sono tre. Primo: da mesi e mesi il Governo è un motore spento. Non governa. Ogni tanto un decreto fatto di piccole cose e un voto di fiducia (siamo ad oltre 40), niente di significativo, un sacco di chiacchiere intorno a questo e il Paese che va col pilota automatico.
Secondo: come ricordava la Presidente Bindi stamattina, potete arrampicarvi sui vetri finché volete, ma la maggioranza non è quella uscita dalle elezioni. Qui c’è un nuovo Governo Berlusconi-Bossi-Scilipoti, di cui Scilipoti ha, diciamo, la golden share (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Siamo al ribaltone, siamo a quello che lei definì ribaltone o ribaltino, siamo al teatrino, al Bagaglino. Voi campate non sul premio di maggioranza, ma sul premio di transumanza (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania). Questo è il vostro premio.
Terzo: i referendum hanno sconfessato le uniche cose sulle quali avevate investito, cioè le leggi ad personam, la privatizzazione forzata e il nucleare. Le elezioni amministrative che lei, signor Presidente, non ha neanche citato, hanno dimostrato matematicamente che non avete con voi la maggioranza degli italiani.

A queste tre cose, che sono ben diverse da un voto di metà mandato, voi rispondete davanti ad un Paese attonito e sgomento con delle estenuanti tecniche di sopravvivenza. Ieri abbiamo assistito a questa vicenda da tragi-commedia dei Ministeri. Ad un certo punto abbiamo temuto che per trovare la mediazione decideste di portare i corridoi dei Ministeri al nord e tenere le stanze a Roma. Questo ce l’avete risparmiato (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania).
Ma attenzione, che lo stesso effetto della storia dei Ministeri, caro Presidente, fanno le sue parole di vanagloriosa rivendicazione di meravigliosi risultati: le promesse di fare adesso il piano sud, che seguirà personalmente, il fisco in quattro e quattr’otto e così via. Sono promesse che abbiamo già sentito. E su questa lamentosa litania sull’eredità del passato, scusi, Presidente, voglio dirle una cosa: un bambino che fosse nato nei dintorni della sua scesa in campo oggi farebbe e fa l’esame di maturità. Gli faccio gli auguri e ringrazio gli insegnanti che l’hanno portato fin lì (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Voi, compresa la Lega, quando parlate sembrate gli Indignados, ma governate da otto degli ultimi dieci, altro che gli Indignados (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Unione di Centro per il Terzo Polo – Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania)! Presidente, lei dice che ha governato più di De Gasperi. Ciò è anche vero, pensate come siamo messi noi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti del deputato Buonanno)!

PRESIDENTE. Onorevole Buonanno!

PIER LUIGI BERSANI. Ci vuol dire perché dal 1994 ad oggi, e negli ultimi otto anni, non avete fatto uno straccio di riforma fiscale? Adesso la promettete per l’estate. L’ho già detto che è «un fisco per l’estate», di questo si tratta (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Per l’estate avremo una legge delega che ci consegnerà il risultato «a babbo morto». Ma chi pensate di prendere in giro?
Presidente, basta, la finisco qui con le battute perché noi, Presidente, siamo nei guai ed è incredibile, incredibile, è tre volte incredibile che lei, mentre ci dice che farà una manovra da 45 miliardi di euro, non ci dica niente di cosa succederà fra qualche settimana. Ma è possibile che lei parli di crisi finanziaria, locuste terribili della speculazione, terribili rischi solo quando c’è da dire che il Governo deve stare in piedi? Poi gira pagina: stiamo meglio degli altri, non c’è problema, abbiamo fatto tutto bene. Ma se non c’è problema, non vedo il problema. Presidente, lei deve cominciare a dire la verità a questo Paese. È ora di dire la verità!
Non avete affrontato la crisi, avete raccontato favole, non avete messo il coraggio per riforme vere. Riforma fiscale? Si, perbacco, ma è da tre anni che bisognava metterla in moto. Liberalizzazioni? Si, perbacco, non privatizzazioni forzate. Pubblica amministrazione? Sì, perbacco, non giaculatorie contro gli insegnanti fannulloni. Adesso sento che vogliono dimezzare il numero dei parlamentari. Vi informo che noi da tre anni abbiamo depositato una proposta di legge per il dimezzamento del numero dei parlamentari. Volete portarla qui, che la votiamo? (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania).

Avete messo l’Italia davanti ad un’alternativa drammatica, drammatica, in assenza di riforme che ci dessero la possibilità di dire che cresciamo un po’ di più e allunghiamo un po’ i tempi di un rientro dal debito, perché senza crescita non si può ridurre il debito.
Adesso voi ci avete messo di fronte a questa alternativa: o non rispettare – ed è impossibile e pericolosissimo – un accordo con l’Unione europea o affrontare senza riforme e senza crescita una manovra che può essere solo un «carico da 90» e un elemento di recessione per questo Paese. Vi pronostico: questa è l’alternativa di fronte alla quale ci avete messo. Si parla dell’eredità, che – lei dice – non vogliamo lasciare ai nostri figli. Anche a questo proposito, quando siamo andati via nel 2007, l’avanzo primario era al 3,5 per cento: 60 miliardi di euro.

Avete tenuto in equilibrio i conti? Non ci sono più i 60 miliardi di euro! Il debito dal 2007 ad oggi è aumentato di 309 miliardi di euro, dicasi 600 mila miliardi di vecchie lire (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori)! Poi lo so anch’io che c’è la crisi e servono gli ammortizzatori e minori entrate fiscali. Ma non avete dovuto salvare le banche! Almeno non mettetevi la medaglia – perbacco! – e non dite che non lasciate in eredità un problema. Concludo, perché ho capito che il tempo sta stringendo.
Signor Presidente del Consiglio, voi non potete dire che non si può cambiare perché c’è la crisi, perché la crisi è al buio. Il problema è che il buio siete voi! Ci siamo dentro (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)! E non potete accendere la luce, non potrete fare le riforme che non avete fatto fin qui! Questo è il problema! È ora di liberare le energie nuove che si muovono in questo Paese! Quante ce ne sono? Le abbiamo viste alle amministrative! Perché teniamo bloccato questo Paese, perbacco? Le riunioni, Di Pietro, le faremo finché vorremo. L’alternativa sta lì: in una riscossa civica e morale che riesca ad affrontare i problemi che abbiamo davanti (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)!
Voi dovete consentire che l’Italia si rimetta in movimento con protagonisti nuovi, con sfide nuove. E di che cosa ha paura, signor Presidente del Consiglio, che tanto la sinistra non ha leader? Sanno tutti che lei è più appassionato di sondaggi di me. Lo sanno tutti! Come si spiega che lei è sempre dieci punti sotto ai «non leader» della sinistra? Ha un bel problema davvero (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico e di deputati del gruppo Italia dei Valori)!
Forza vediamo: il Paese si misuri davanti ad una prospettiva nuova e trovi la forza per affrontare i problemi, altrimenti questo tramonto troppo lungo – cari Berlusconi, Bossi e Scilipoti -porterà dei guai molto seri a questo Paese (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Unione di Centro – Congratulazioni)!

www.camera.it

Stato d'emergenza per la gestione dei rifiuti

Il PD ha presentato un disegno di legge per risolvere l’emergenza rifiuti in Campania. Bersani: “Ci prendiamo la responsabilità come partito dell’opposizione di fare quello che un Governo decente si sarebbe dovuto preoccupare di fare”. Bianchi: “Siamo di fronte alla totale assenza di provvedimenti concreti e immediati da parte di governo, regione e province. “Di fronte alla totale impotenza del Governo a fronteggiare un’emergenza conclamata – ha dichiarato il leader democratico – presentiamo un testo di ddl che chiediamo al Governo di trasformare in decreto per intervenire sul drammatico tema dei rifiuti in Campania”.

“Ci prendiamo la responsabilità come partito dell’opposizione di fare quello che un Governo decente si sarebbe dovuto preoccupare di fare. È incredibile che davanti a una situazione di questo genere siano rimasti con le mani in mano dopo avere venduto miracoli a iosa”, ha continuato Bersani.

“Noi ci siamo occupati della questione dei rifiuti a Napoli e in Campania, di fronte a una totale impotenza del governo e della catena di comando su questa partita a fronteggiare un’emergenza che è ormai più che conclamata. Dunque siamo qui a presentare, come si conviene a un partito di opposizione, un disegno di legge che chiediamo che il governo trasformi in decreto per intervenire sul tema drammatico”.

Il Pd aveva già presentato a novembre “una proposta per mandare il sistema nella logica dell’ordinario. “A noi non piace la logica dell’emergenza che pure inseriamo in questo provvedimento, ma l’idea si è rivelata impossibile per la totale assenza di iniziativa in particolare della regione Campania”.

Per questo “ora indichiamo una procedura d’emergenza che tuttavia mette dei paletti sia temporali sia in termini di assunzione di responsabilità da parte della Regione Campania e determina un meccanismo di solidarietà attiva da parte delle altre Regioni. Anche idee generose di soluzione del problemi se rimangono nel ristretto ambito urbano sono di scarsa fattibilità”, ha concluso Bersani.

“Ancora una volta siamo di fronte alla totale assenza di provvedimenti concreti e immediati da parte delle istituzioni competenti, governo regione e province, a fronte di una emergenza che diventa sempre più drammatica nella città di Napoli e nella provincia, con rischi per la salute dei cittadini e un danno evidente alla dignità del paese”. Così Stella Bianchi, responsabile ambiente Pd, che ha sottolineato che “questo sì è il momento di un decreto legge che ha tutti i requisiti di necessità e urgenza ed è la proposta che il Pd chiede al governo di raccogliere: dichiarazione dello stato di emergenza per un periodo limitato fino a dicembre 2011, in vista di un piano regionale che porti all’autosufficienza della regione Campania, per costruire ora le condizioni per una solidarietà attiva e un impegno di tutte le regioni italiane e per accelerare la realizzazione di un piano regionale per le discariche che ancora manca. Insieme a questo, sblocco immediato dei finanziamenti già previsti a valere sui fondi Fas per rafforzare in particolare la raccolta differenziata e competenze ai comuni per il rientro nella gestione ordinaria”.

Il progetto del Pd prevede che il decreto fissi “sei mesi di stato di emergenza fino alla fine del 2011” e in questo lasso di tempo- ha illustrato il parlamentare Fulvio Buonavitacola – saranno “regolati i trasporti extra regione” dei rifiuti.

Ma siccome “non si può chiedere alle regioni di avere una solidarietà attiva se non si dimostra di volere chiarezza” nella gestione dell’emergenza, il Pd chiede che “il presidente della Regione Campania sia inchiodato alle proprie responsabilità con poteri sostitutivi immediati da parte del ministro dell’Ambiente”, e che si programmi il “rientro nella gestione ordinaria delle competenze ai comuni. In questi sei mesi, inoltre, occorre individuare le discariche in Campania”.

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Art.1 – Dichiarazione di emergenza

Allo scopo di garantire l’ adozione urgente di idonee misure volte ad affrontare la gravissima situazione che si è determinata nella regione Campania, anche sotto il profilo igienico-sanitario, a causa dell’accumulo di ingenti quantitativi di rifiuti in siti di stoccaggio, impianti di trattamento e luoghi pubblici e’ rinnovata, ai sensi dell’articolo 5 della legge 24 febbraio 1992 n. 225, la dichiarazione dello stato di emergenza nella gestione dei rifiuti nella Regione Campania fino alla data del 31 dicembre 2011. Con la presente legge sono disciplinati gli interventi urgenti per il superamento dello stato di emergenza ed alcune misure per favorire l’attuazione di un Piano di gestione del ciclo dei rifiuti nel rispetto del principio di autosufficienza funzionale in ambito regionale.

Con Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri ai sensi dell’articolo 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225, in conseguenza della dichiarazione di cui al comma 1, sono definiti i compiti della Unità operativa di cui all’art. 2 del decreto-legge 30 dicembre 2009, n. 195, convertito nella legge 26 febbraio 2010, n. 26, i cui oneri di funzionamento cedono a carico del Fondo per la protezione civile per la parte preordinata alla gestione delle emergenze.

L’Unità Operativa, nel periodo di emergenza di cui al comma 1 , oltre alle funzioni di cui all’art. 4 del decreto-legge 30 dicembre 2009, n. 195, convertito nella legge 26 febbraio 2010, n. 26 e ferme restando le competenze in capo agli organi di cui al successivo articolo 3, assume le competenze in materia di coordinamento e gestione dei flussi dei rifiuti avviati a smaltimento in ambito provinciale, interprovinciale ed interregionale.

Art. 2- Conferimenti extraregionali

Entro 10 giorni dall’entrata in vigore della presente legge, il Governo promuove una seduta straordinaria della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano, finalizzata, anche sulla scorta delle intese già intercorse, all’approvazione di un Accordo quadro interregionale che impegni tutte le regioni italiane per il superamento dello stato di emergenza dichiarato all’art. 1, mediante lo smaltimento in ambito extraregionale dei rifiuti provenienti dagli impianti di trattamento intermedio-Stir operanti in Regione Campania.

L’Accordo quadro di cui al comma 1 definisce:
a) l’entita’ di rifiuti conferibili, distinti fra i siti ricadenti nei territori delle diverse Regioni , limitatamente alla durata della fase emergenziale per il periodo di vigenza della dichiarazione di cui al precedente articolo 1;
b) un Protocollo standard cui dovranno uniformarsi, anche a modifica delle intese già’ intercorse, i singoli Accordi operativi fra la Regione Campania e le altre regioni italiane, contenente, tra l’altro, le norme tecniche sulle modalità di controllo e trasporto dei rifiuti conferibili, ai fini di tutela ambientale dei territori interessati dai previsti flussi e conferimenti;
c) le misure di compensazione ambientale in favore dei territori sub b).
Entro 7 giorni successivi all’approvazione dell’Accordo quadro di cui al comma 1, la Unita’ Operativa del Dipartimento della Protezione civile di cui all’art. 2 della legge 26/2010, sentita la Regione Campania, provvede a ripartire l’entità di cui al comma 2 della precedente lettera a) fra le diverse province della Regione Campania, in ragione del prevedibile fabbisogno di conferimento fino alla data del 31 dicembre 2011 e che non puo’ essere soddisfatto con l’utilizzo delle discariche operative in ambito regionale.

Art. 3- Discariche in ambito regionale

Al fine di garantire che in regione Campania, alla scadenza della fase emergenziale dichiarata dal precedente articolo 1, i conferimenti in discarica avvengano con esclusivo ricorso all’utilizzo di siti attrezzati in ambito regionale, in deroga ad ogni altra disposizione precedente in materia, il Presidente della Regione Campania individua i siti da attrezzare a discarica idonei a soddisfare il fabbisogno di conferimento in ambito regionale, da stimarsi su base previsionale triennale 2012-2014, avuto riguardo alle previsioni d’incremento della raccolta differenziata e delle dotazioni impiantistiche esistenti e/o attivabili nel predetto arco temporale.

L’individuazione dei siti di cui al comma 1 è disposta entro 15 giorni dall’entrata in vigore del presente decreto, in conformità alle vigenti norme ambientali di cui al decreto legislativo n. 36/2003, anche secondo criteri di perequazione ambientale fra territori, in considerazione dei carichi ambientali già sostenuti. A tale scopo sono utilizzate in via prioritaria , in attuazione della disposizione di cui al comma 3 lett. b) dell’art. 1 del decreto legge 26 novembre 2010, n. 196, convertito con modifica nella legge 24/01/ 2011 n. 1, nel rispetto della normativa ambientale di settore, le cave abbandonate e dismesse, individuate dal Piano regionale delle attività estrattive (P.R.A.E.) approvato con Ordinanza del Commissario ad Acta n. 11 del 7 luglio 2006, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Campania n. 27 del 19 giugno 2006.

Ove il Presidente della Regione non adempia a quanto previsto dal precedente comma 2, in via surrogatoria ed entro 15 giorni dalla scadenza del termine di adempimento, provvede il Ministro dell’ Ambiente e della Tutela del territorio e del mare.

Gli organi che agiscono nell’esercizio delle funzioni di cui al presente articolo si avvalgono delle procedure in deroga di cui all’art. 9 comma 5 del d.l. n. 90/2008, convertito nella legge n. 123/2008, nonché, per l’esecuzione urgente degli interventi di sistemazione dei siti, delle deroghe a tal fine occorrenti fra quelle indicate dall’art. 18 del d.l. n. 90/2008, convertito nella legge 123/2008. Gli atti d’individuazione dei siti precisano contestualmente gli interventi di compensazione ambientale in favore degli Enti locali interessati, da inserire in apposito atto aggiuntivo all’Accordo di programma di cui al comma 3 dell’art. 2 della legge 1/2011, la cui dotazione finanziaria e’ allo scopo aumentata in misura di 30 milioni di euro con le medesime modalità’ di copertura ivi previste.

Art. 4- Competenze dei Comuni

In attuazione del principio di sussidiarietà di cui all’art. 118 della Costituzione, nonché in conformità a quanto previsto dal d. Lgs. 152/2006 e dalla legge regionale n. 4/2007, come modificata dall’art. 1 comma 68 della legge regionale n. 2/2010, i Comuni della Regione Campania esercitano le funzioni inerenti la gestione del ciclo dei rifiuti nei rispettivi territori, ivi compresa la riscossione delle relativa tariffa. E’ in facoltà dei Comuni esercitare le rispettive funzioni in forma associata ai sensi dell’art. 30 del D.Lgs. 267/2000, ovvero di promuovere la conclusione di Accordi ai sensi dell’art. 15 della legge 241/1990 con gli enti istituzionali sovraordinati, per l’esercizio di funzioni d’interesse sovra comunale.

In situazioni di gravi e perduranti criticità nell’afflusso dei rifiuti agli impianti Stir, per il tempo occorrente al ripristino del regolare funzionamento di detti impianti, i Comuni della regione, nell’osservanza delle prescrizioni tecniche indicate nel protocollo standard di cui al precedente art. 2 lett. b), sono autorizzati a conferire direttamente rifiuti urbani non pericolosi presso altri impianti di trattamento che risultino muniti delle prescritte autorizzazioni regionali ai sensi delle vigenti norme ambientali.

Art. 5- Dotazioni finanziarie

In deroga alle procedure di rimodulazione dei fondi Fas, il finanziamento di 150 milioni di euro previsto dal comma 3 dell’art. 1 della legge 1/2011 e’ utilizzabile ad horas dalla Regione Campania per essere destinato:
a) in misura di 30 milioni di euro, per studi preliminari, progettazione e sistemazione dei siti di discarica di cui al precedente art.3;
b) in misura di 20 milioni di euro, per studi preliminari, progettazione e lavori di realizzazione, anche di completamento e/o ampliamento di impianti di compostaggio in ambito regionale, con priorità per interventi con cofinanziamento di capitale privato mediante utilizzo delle vigenti norme in materia di finanza di progetto ;
c) in misura di 100 milioni di euro, per l’incremento della raccolta differenziata da parte dei Comuni della Regione Campania.
La destinazione dei fondi di cui alla lettera c) e’ disposta dalla Regione in favore dei Comuni impegnati nella raccolta differenziata, con erogazione di un contributo in misura analoga a quella già prevista dal comma 3 dell’art. 3 dell’ O.P.C.M. 14 dicembre 2005, n.3479, pari ad euro 0,40/kilogrammo-organico.

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Franceschini: «Vogliono trattare? Bene ma prima si dimettano», di Maria Zegarelli

Si deve dimettere. Questa maggioranza non è più forte dopo il voto di fiducia. È sempre più sgangherata». Dario Franceschini, capogruppo Pd a Montecitorio, respinge con decisione al mittente l`invito al dialogo. E stavolta i mittenti sono due: Silvio Berlusconi, che apre all`opposizione parlamentare per un confronto sulle riforme e Umberto Bossi che si dice disponibile a parlare di legge elettorale. «Inaffidabili» e «inattendibili» entrambi. Chiuso il discorso.

Franceschini, il Pd continua a chiedere le dimissioni, ma il premier è saldo in sella. 317 sì alla Camera.

«In qualunque altro paese del mondo o in qualsiasi altra stagione politica in Italia un presidente del Consiglio nelle condizioni di Silvio Berlusconi si sarebbe dimesso. Nell`arco di tre anni ha registrato il fallimento del suo disegno politico, perché gli è sgretolato il Pdl in mano; lo sfaldamento della sua maggioranza, perché un pezzo, guidato dal presidente della Camera, è uscito ed è passato all`opposizione, è protagonista di scandali legati alle sue vicende personali e giudiziarie: chiunque, ripeto chiunque si sarebbe fatto da parte non solo per il bene del Paese ma anche per salvare la sua maggioranza e il suo partito. Invece Berlusconi è nella logica “muoia Sansone con tutti i filistei” e il risultato è l`ingovernabilità di cui è prigioniera l`Italia».

Cicchitto dopo il voto di fiducia ha detto: «abbiamo la maggioranza assoluta». Invece no?

«È una maggioranza che politicamente non esiste, continuano a prendere sempre gli stessi voti, 320 quando sono al gran completo. La realtà è che si tengono insieme per attaccamento alle poltrone o per la promessa di poltrone, come dimostra lo sfaldamento arrivato poco dopo la fiducia con il voto sul nostro ordine del giorno sul trasferimento dei ministeri al Nord. Poi, vale la pena ricordare che la maggioranza di cui parla Berlusconi è solo quella raffazzonata che ha messo insieme in Aula perché nel Paese c`è un`altra realtà. come ha dimostrato il voto delle elezioni amministrative e dei referendum. Per questi ultimi si è recato alle urne il 57% degli elettori e oltre il 95% ha detto no alle politiche del governo. Stiamo parlando della maggioranza assoluta degli italiani. L`opposizione in parlamento, ormai maggioranza nel Paese, non può far altro che continuare sulla strada intrapresa: incalzarli e fare esplodere le loro contraddizioni».

Non crede agli impegni assunti ieri dal premier al Senato su Fisco, piano per il Sud e riforme?

«Non voglio neanche sentirlo quell`elenco, sono tutte parole scritte sulla sabbia. Sono quindici anni che dice delle cose che poi svaniscono al vento. Proprio come Bossi».

Nessuna apertura al dialogo, dunque?

«Ogni offerta di dialogo da parte di chi in 15 anni ha dimostrato di essere culturalmente e psicologicamente impedito ad ogni normalità democratica, è assolutamente inaccettabile. Prima se ne vada e dopo tutto diventa possibile, sia in Parlamento sia nel Paese. Berlusconi è una montagna insormontabile per ogni intesa tra maggioranza e opposizione».

Berlusconi ha invitato apertamente l`Udc ad appoggiare il governo, Bossi ha aperto le porte ad un`intesa sulla legge elettorale. Solo tentativi di spaccare l`opposizione?

«Il ruolo del Pd è quello di tenere insieme le opposizioni che siedono in Parlamento e quello fuori. Anche l`iniziativa che abbiamo preso su questa assurda proposta di spostamento dei ministeri al Nord e poi il successivo pasticcio che hanno fatto Pdl e Lega per cercare la quadra, ha impedito che si realizzasse il solito copione».

Cioè quale?

«Parole roboanti in padania con la minuscola e brache calate a Roma».

Il governo dà parere favorevole ad un odg del Pd che dice il contrario di quanto sostenuto dalla maggioranza proprio sullo spostamento dei ministeri.
Che è successo?

«Con il nostro ordine del giorno, in sostanza, abbiamo impegnato il governo a non delocalizzare i ministeri, compresi dipartimenti e sedi decentrate. Loro hanno dato parere favorevole perché sapevano che sarebbero stati battuti in Aula, motivo per cui la Lega non ha partecipato al voto e il Pdl si è astenuto. Sapevano che sarebbero stati battuti sul loro stesso ordine del giorno e quindi hanno preferito rifugiarsi nel parere positivo del governo. Questa è la situazione».

Finirà così anche per le missione all`estero e la Libia?

«La Lega farà la stessa cosa, alzerà la voce e poi si allineerà perché le poltrone romane sono troppo appetibili. Ormai credere a Bossi è impossibile come credere a Berlusconi. E inutile perdere tempo».

Anche parlare con Maroni è una perdita di tempo?

«Un ministro dell`Interno che aveva acquisito una certa credibilità, ma poi sale su un palco e inneggia alla Padania libera, alla secessione e parla di barbari, mi pare che non possa essere considerato un interlocutore».

Dopo l`ennesima fiducia incassata, si allontana l`ipotesi di un voto anticipato?

«Il momento del voto anticipato dovrebbe essere obbligato rispetto a quello che il Paese ha chiesto con le amministrative e i referendum, ma purtroppo temo che la maggioranza resterà attaccata alle proprie poltrone. Pdl, Lega e Responsabili sanno che se si andasse al voto per loro sarebbe una disfatta. Per questo penso che la fase finale del berlusconismo sarà la più complicata. Non solo non possiamo illuderci di avere la vittoria in tasca, ma dobbiamo tenere alto di livello di attenzione. Sarà importantissimo mantenere l`unità di tutte le opposizioni e la mobilitazione nella società civile».

Berlusconi dice che non c` è un`alternativa a questa maggioranza.

«Qualunque alternativa sarebbe migliore per il Paese, ma Berlusconi non riesce a pensare a qualcun altro al suo posto a Palazzo Chigi. Finché potrà farà del tutto per restare al suo posto».

L’Unità 22.06.11