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"Il ripetente", di Massimo Gramellini

Per solidarietà coi ragazzi che oggi si cimentano nell’epica impresa, proverò a ripetere, trentadue anni dopo, l’esame di maturità. La seconda volta viene tutto meglio, dicono. Il ministro di allora si chiamava Spadolini, leggeva tre libri al giorno oppure li scriveva, ed era capace di inanellare sette subordinate in un periodo senza tirare il fiato. Come spunto per il tema di attualità, si era ispirato a una frase di Francisco Goya contro le dittature: «Il sonno della ragione genera mostri». Non ricordo più cosa scrissi, ma di sicuro avrò lardellato il mio componimento di auspici. Speriamo, bisognerebbe, è importante che tutti… Ero un auspicatore accanito, all’epoca.

Oggi no. Oggi punterei dritto sul Goya per poi scartarlo con la mossa dell’editorialista provetto: «Ben altro è il problema…». Ben altro infatti è il sonno che ci tormenta. Il sonno della passione. Non che la ragione saltelli garrula nelle teste di certi mostri, che si nutrono ormai soltanto di luoghi comuni. Ma la ragione è la macchina: viene dopo. Prima ci vuole la benzina per metterla in moto. E la benzina è la passione, quell’energia del cuore che sa coniugare i verbi al futuro. «Cosa sarà che ti fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento?», cantavano profetici Ron, Dalla e De Gregori sul palco di Torino, la notte prima della mia maturità. E’ la paura che il mondo, questo mondo, non avrà uno spazio per noi. La paura che genera rabbia, che genera disperazione, che genera mostri. Sarà dura, ma noi non ci arrenderemo, vero? Buona fortuna, ragazzi. Nessun dorma: stamattina e non solo.

La Stampa 22.06.11

Carpi (mo) – Festa nazionale PD Economia sostenibile – Donne oggetto: televisione, web e pubblicità nella sfida per la dignità delle donne

“Donne oggetto: televisione, web e pubblicità nella sfida per la dignità delle donne”
ne parliamo con:
Loredana Lipperini – giornalista, scrittrice, collabora con Radio Tre
Manuela Ghizzoni – parlamentare PD capogruppo alla Camera Commissione Cultura Scuola Università
Emilia De Biasi – parlamentare PD, componente della presidenza della Camera Comitato pari opportunità
Judith Pinnock – psicologa e formatrice (Udi Modena)
Coordina: Luisa Turci – Sindaca di Novi di Modena

nel corso della serata verrà presentata la Conferenza Provinciale delle donne democratiche

I ragazzi: “Che sfortuna essere nati in Italia”, di Francesca Paci

Quattro giovani su 10 sognano di trasferirsi subito all’estero Sotto accusa lo scarso senso civico, la corruzione e la crisi economica
I PAESI. Quelli più ambiti sono la Francia e gli Stati Uniti
LE CAUSE. Poche opportunità di studio e lavoro e strutture inadeguate.
54,2 per cento. E’ il tasso di italiani occupati tra i 25 e i 29 anni
86,7 per cento. E’ il tasso di tedeschi occupati tra i 25 e i 29 anni
85,4 per cento. E’ il tasso di francesi occupati tra i 25 e i 29 anni

Ci risiamo, l’Italia non è decisamente un paese per giovani. Neppure due illustri connazionali che espugnano la prestigiosa top ten della rivista Popular Science, l’Olimpo degli scienziati under 40 più promettenti d’America, riescono a farci recuperare terreno sull’orizzonte allontanatosi da almeno un ventennio. Sì, perché mentre la fisica anconetana Chiara Daraio e l’ingegner Maurizio Porfiri tengono alto il tricolore negli Stati Uniti, il 40 per cento dei loro ex compagni di studi considera la propria permanenza in Italia una vera e propria sfortuna e il 40,6 per cento si trasferirebbe seduta stante altrove, dal Nuovo Mondo (16,1) alla Francia (16,5), dall’Inghilterra (11,9) alla Germania (10,1). I dati, contenuti nel VI Rapporto della Fondazione Migrantes, sono lo specchio di un deserto senza fine in cui, sorprendentemente, poco meno di un intervistato su sei si accontenterebbe perfino della Spagna «indignada» con il suo 21 per cento di disoccupazione: tutto tranne convivere con lo spettro della precarietà che angoscia il 43,5 per cento degli under 24 e il 33,6 per cento dei fratelli maggiori ma ancora entro il critico 34esimo anno d’età.
«Alcuni spazi giovanili importanti come l’università soffrono in Italia di una carenza di opportunità e strutture che rende problematica la formazione e ridimensiona l’aspetto altrimenti arricchente della circolazione delle persone», osserva monsignor Giancarlo Perego, direttore generale di Migrantes. Il punto, sembra, non è tanto il posto fisso, ghiotta eredità del boom economico di cui i nati dopo il 1975 hanno solo sentito vagheggiare nostalgicamente. I nostri laureati, i ragazzi alla pari e i logati Erasmus, i volenterosi trentenni disposti a reinventarsi un mestiere a migliaia di chilometri da casa, i cervelli ma anche le braccia in fuga non emigrano per seguir virtude e conoscenza ma perché hanno perso la speranza. Questo almeno registrano gli studi di settore, da Migrantes all’Istat a Eurispes, secondo cui uno su cinque di loro non studia né lavora e l’inattività femminile è pari al 49 per cento. Sono la cosiddetta «generazione invisibile», motori potenti che però non sono ancora stati accesi.
Il risultato è che la diaspora, temporanea o permanente, cresce a dismisura. A memoria d’anagrafe 4.115.235 italiani vivono al momento all’estero, oltre 90 mila in più del 2010. Rispetto all’anno precedente fanno le valigie con maggior decisione le donne (47,8 per cento), i giovani (gli over 65 sono scesi dal 19,2 al 18,6) e i minori (passati dal 15,4 al 16, ma erano 15,4 nel 2010). I liceali in particolare sembrano sempre più attratti dalla prospettiva di anticipare lo stage universitario e al quarto anno approfittano volentieri di progetti come Intercultura, Wep o Comenius.
«I paesi anglosassoni mantengono una grande attrattiva specialmente per il tirocinio di lavoro ma la vera novità è la Spagna dove negli ultimi 5 anni l’incremento degli italiani registrati all’Aire, l’albo dei residenti all’estero, è stato del 56 per cento», nota Delfina Licata, curatrice del rapporto. Chiunque abbia visitato Barcellona e Madrid non può che confermare l’impressione di sentirsi praticamente a casa.
Chi porta avanti allora, negli atenei e nelle officine, il paese che si sta abituando ad accompagnare all’aeroporto i suoi figli, la società gambero ripiegata su se stessa? Monsignor Perego sostiene che esista comunque uno scambio costruttivo. Se in dieci anni il numero degli italiani emigrati per motivi di studio è passato da 13.236 a 17.754 anche quello degli stranieri in viaggio in senso inverso è cresciuto da 8.739 a 15.530. Certo, restiamo un paese meno appetibile di altri di cui è difficile nascondere che gli imprenditori under 34 sono appena il 12,6 per cento del totale, il 41,5 degli under 35 abita ancora con i genitori e almeno 70 mila vincitori di concorsi pubblici non sono mai stati assunti. Difficile pubblicizzare oltreconfine il brand del Belpaese se oltre alla precarietà lavorativa i giovani italiani scontenti di vivere nel proprio paese menzionano tra gli handicap la mancanza di senso civico (20,6 per cento), l’eccessiva corruzione (19,1), la classe politica (15,2), la condizione economica (8,6), il tasso di criminalità (3,9), lo stato del welfare (1,3). Eppure nei campus americani dove eccellono scienziati del calibro di Chiara Daraio e Maurizio Porfiri il genio italico resiste e sono probabilmente proprio i cervelli fuggiti, più o meno felicemente, a far brillare di luce riflessa il paese nel quale si sono formati.
«E’ chiaro che gli italiani avvertono maggiormente l’incertezza per il futuro e la staticità laddove magari all’estero si spostano facilmente con tanto di lavoro dalla Germania alla Svizzera alla Gran Bretagna», ammette Delfina Licata. Ma la fine di una speranza può anche significare l’inizio di un’altra: «L’idea di movimento è cambiata e gli italiani non fanno eccezione, il paese dovrebbe rendersi più appetibile». In attesa non c’è solo la generazione invisibile, ma c’è quella ben illuminata dai riflettori stranieri che magari, in un’Italia all’arrembaggio dell’orizzonte, potrebbe un giorno tornare indietro.

La Stampa 22.06.11

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“Costretti a giocare in difesa”, di Irene Tinagli

Non si vive di sola pizza e sole. Né di sola mamma. Famiglia e qualità della vita, a lungo considerati gli elementi caratterizzanti della nostra società, non sono più sufficienti a rendere felici i nostri giovani.

L’ultimo rapporto della Fondazione Migrantes ci dice che il 40% degli italiani tra i 25 e i 34 anni considera una sfortuna vivere in Italia, e il 51% si trasferirebbe volentieri all’estero. Quando oltre la metà della popolazione di una Paese nella fascia d’età più attiva e produttiva sogna di scappare altrove, c’è qualcosa che non va. E dovrebbe scattare più di un campanello di allarme.
Certamente la crisi economica e le difficoltà occupazionali giocano un ruolo importante nell’alimentare questo malcontento. Tuttavia non è solo una questione legata all’occupazione. D’altronde la crisi economica ha colpito tutti gli altri Paesi industrializzati, anche quelli che gli italiani indicano come mete privilegiate per una loro eventuale emigrazione (Francia, Stati Uniti e Spagna, quest’ultima con un tasso di disoccupazione doppio del nostro). Non solo: le aree del nostro Paese in cui questo desiderio di fuga è più alto sono tra quelle in cui l’incidenza della disoccupazione è più bassa (Centro e Nord). Appare quindi evidente che, oltre alle difficoltà economiche, in Italia cominciano a scricchiolare anche altre dimensioni, e che per le nuove generazioni non basta la vicinanza alla famiglia né il nostro bel territorio a sentirsi fortunati di stare in Italia.
Per chi l’Italia l’ha già abbandonata da anni o per chi è abituato a misurarsi con contesti stranieri, come fanno ormai quotidianamente milioni di italiani tra i venti e i quaranta anni, questi dati non rappresentano una gran sorpresa. Innanzitutto perché sanno che la qualità della vita non è una nostra esclusiva. In fondo il sole c’è anche in Costa Azzurra o in Costa Brava, e la pizza o il formaggio buono si trovano anche altrove, anche quando invece di chiamarsi Parmigiano si chiama manchego o camembert. Ma, soprattutto, perché sanno che la qualità della vita non è fatta solo di buon mangiare e visite familiari, per quanto importanti. La vita, quella vera, è fatta anche di ambizioni, di sogni, di opportunità di crescita, di cambiamento. È fatta di persone e mondi diversi da noi con cui abbiamo necessità e voglia di misurarci, soprattutto a una certa età. E’ fatta insomma di tutte quelle cose a cui l’Italia ha sistematicamente chiuso le porte ormai da troppi anni. Negli ultimi vent’anni l’Italia si è mostrata terribilmente aggrappata all’esistente, terrorizzata da tutto quello che accadeva fuori, costantemente tesa a tentare di proteggersi da tutti gli attacchi dei «nemici» come si fa nei videogame, seguendo una metafora cara al nostro ministro dell’Economia. Un’Italia che prima era spaventata dalle tecnologie e dalla concorrenza degli altri Paesi industrializzati come Germania o Stati Uniti, poi dalla manifattura a basso costo dei Paesi emergenti come Cina e India, e oggi semplicemente dalla fame e dalla disperazione dei Paesi africani come la Libia, la Tunisia o la Somalia, i cui profughi potrebbero rubarci anche i posti da raccoglitori di pomodori. Un’Italia abituata ormai a giocare in difesa, e che nonostante le sfide sempre più difficili non cambia mai squadra, ma ricicla continuamente i soliti giocatori. Basta pensare alle tensioni e agli accordi tra Bossi e Berlusconi di questi giorni, per avere la sensazione di rivivere un film già visto molti, troppi anni fa. Un arco temporale di 15 o 20 anni può sembrare un’inezia a chi calca la scena politica da 30 o 40 anni, ma rappresenta l’unico orizzonte temporale di cui hanno memoria gli italiani che oggi hanno 25 anni. E per questi giovani l’Italia è il Paese in cui non cambia mai nulla e si parla sempre delle stesse cose (senza farle): dal ponte sullo Stretto alla Salerno-Reggio Calabria, dalla riforma fiscale a quella dello Stato. Il Paese in cui, per riprendere la metafora dei videogame amata da Tremonti, i politici giocano ancora al Pac-man, mentre il resto del mondo funziona con la Wii. E’ guardando a questa Italia che si capiscono le ragioni di quei giovani che se ne vorrebbero andare. Sanno bene che altrove troveranno la stessa crisi, ma sperano almeno di poter respirare un po’ di aria diversa, di veder muoversi qualcosa, di potersi misurare con un mondo che gira invece di stare fermo. Chiaramente non tutta l’Italia è così asfittica, ci sono realtà che pur con fatica provano a muoversi suscitando anche begli entusiasmi. Ma la sensazione che ancora prevale è di un immobilismo che sta facendo la muffa. Gli unici a non sentirne la puzza sono quelli che ci sono seduti sopra.

La Stampa 22.06.11

Bindi: "Per la Lega una bella figuraccia", intervista a Rosy Bindi di Carlo Bertini

Ha presieduto l`aula in una delle sedute più convulse di questa legislatura, cedendo il posto a Fini proprio mentre entrava nel vivo la battaglia sul trasferimento dei ministeri al nord, ma dopo aver letto uno «speech» della presidenza che escludeva la possibilità di mettere in votazione il dispositivo Pdl-Lega se fosse stato approvato quello del Pd che tagliava la testa al toro. Ma poi le cose sono andate diversamente.
Presidente Bindi, la maggioranza esce più forte ma incassa una brutta figura sui ministeri. O no?

«E` una maggioranza tecnica, si poggia sui numeri che in democrazia sono importanti, ma non sufficienti a nascondere la crisi politica che ogni giorno si aggrava. Oggi il governo ha accolto tutti gli ordini del giorno, anche contraddittori tra di loro. Sui ministeri ha detto sì al nostro che preclude ogni possibilità di trasferire financo le targhe e sì anche a quello Pdl-Lega che prevede sedi di rappresentanza operative distaccate».

Ma è la prima volta che succede un fatto dei genere?

«In modo così plateale sì e questo anche se lo strumento dell`ordine del giorno sia stato svalutato, perché come mi disse una volta Vegas, l`attuale presidente della Consob, suscitando le mie proteste, una raccomandazione non si nega a nessuno…»

Perché la maggioranza non voleva mettere ai voti il suo ordine del giorno, frutto di una certosina mediazione politica con la Lega?

«Tanto per cominciare è gravissimo l`atto di disconoscimento del Parlamento da parte della Lega che rifiuta di votare questi atti di indirizzo, con un`offesa alle istituzioni che dimostra come per loro contino solo i proclami e le sceneggiate di Pontida e gli accordi di Palazzo Grazioli con Berlusconi. E non hanno voluto votare perché in aula nel pomeriggio dopo la fiducia sapevano di non avere più i numeri per la maggioranza».

Ma perché al contrario di quanto prevede il regolamento, Fini ha invece fornito la possibilità ai capigruppo di decidere se procedere o meno con il voto?

«Una volta votato il nostro e approvato dall`aula, il loro dispositivo è di fatto considerato precluso, quindi bocciato, pur avendo ricevuto un parere favorevole del governo. Ma Fini ha concesso loro questa possibilità e ciò rientra nelle prerogative di un presidente. Ma non avendo Cicchitto accettato di votarlo, quell`ordine del giorno è da considerarsi superato da un pronunciamento sovrano dell`aula, che per giunta si è ripetuto tre volte con le votazioni sugli altri dispositivi simili di Idv, Udc e Fli».

Ha sbagliato Fini a rivolgersi a Cicchitto con quell`espressione, «la sua è una furberia tattica»?

«Di fatto ha portato a galla la realtà perché era evidente che non sarebbe passato non avendo loro la maggioranza su quel tema controverso. Quindi non se la devono prendere con lui. La Lega si becca una smentita a tutte le richieste di Pontida e anche quel poco che aveva promesso gli è stato negato».

La Stampa 22.06.11

"I bizantini di padania", di Filippo Ceccarelli

«La barra è dritta» ha proclamato Berlusconi; e figurarsi cosa sarebbe accaduto ieri se era pure storta. Super-pastrocchio a Montecitorio sui ministeri che forse se ne vanno a Monza, «in arcana rappresentanza operativa», però restano a Roma, ma grazie al voto dell´opposizione a cui un bel pezzo di maggioranza si è adeguata.
Capito? Fa niente. Più o meno la stessa enigmatica temperie ha segnato il dibattito sulla verifica a Palazzo Madama. Qui il paradosso – che di norma secondo Guido Ceronetti «nasconde più verità di quanta lana copre una pecora» – fugge i bizantinismi procedurali dell´altro ramo del Parlamento, ma ha spinto il Cavaliere, magari anche il suo governo e in qualche modo addirittura la sempre più fantasmatica maggioranza che lo sostiene, ad accogliere una quantità comunque impressionante di scelte e provvedimenti, tutti impegnativi, sia pure rinviandoli a una tempistica che si riassume nell´assai vaga espressione: «Prima della pausa estiva».
Fasciato nel suo monopetto blu a chiusura stagna e con voce che a tratti suonava un po´ sfiatata, il premier ha inteso battezzare l´imminente stangata impostagli dall´Europa per il tramite del suo ministro dell´Economia Tremonti: «Piano di riforme e stabilità». Sono 40 milioni
di euro. E anche per questo francamente, estate o non estate, di cui ieri era il primo giorno, non è che Berlusconi ha fatto capire se davvero abbassa le tasse o no; e quando, molto eventualmente; e con quali soldi, nel caso sempre più remoto che tale evento avesse luogo anche dopo il prelievo da realizzare, questo sì, prima della suddetta «pausa estiva».
La stessa funambolica incertezza, o acrobatica dissimulazione, o magniloquente caprioletta, il presidente del Consiglio ha effettuato nel suo discorso a proposito della guerra in Libia, a cui i leghisti si oppongono, chi più chi meno, per via dei barconi. Ma intanto il viceministro Castelli si è appellato alla libertà di coscienza; mentre per maggior sicurezza il presidente del Veneto Zaia ha chiesto il ritiro dei soldati italiani anche dall´Afghanistan.
In compenso dall´agenda di Palazzo Chigi – anche se probabilmente non da quella di Palazzo Grazioli – è sparita la riforma della giustizia, quella che appena tre mesi fa era stata definita «epocale». Al suo posto ha rifatto capolino la riforma sempreverde «dell´architettura costituzionale» che al primo punto, come l´ha solennizzato il Cavaliere, prevede la riduzione del numero dei parlamentari, e per questo è da questi ultimi sempre così amata, come dimostrano le specialissime peripezie per mantenere il seggio attuate dai cosiddetti «Responsabili».
A proposito: l´onorevole Scilipoti, sempre più determinante sul piano politico e da pochi giorni salito anche agli onori di un´irresistibile satira di Corrado Guzzanti come «´U nanu», è riuscito ieri a portare a buon fine un ordine del giorno che secondo i dispacci d´agenzia sanziona lo «stop alla prescrizione nelle cause di anatocismo». Si tratta di norme antiusura, la sua specialità, che a suo tempo il fondatore e inventore dei Responsabili fece reclamizzare con striscioni da alcune squadrette di extracomunitari.
Altra soluzione a sorpresa: quella che sempre ieri un fronte di onorevoli romani di vari provenienze ha strappato per evitare di far pagare ai cittadini il pedaggio nel Grande Raccordo Anulare, con il che viene scongiurata l´eventualità che il sindaco Alemanno, dopo aver stretto il provvido patto della pajata con la Lega, mantenesse l´impegno di andare con la sua automobile a «sfondare» i caselli.
E insomma: va tutto un po´ così, tra Bisanzio e Bud Spencer, Helzapoppin ed Helter-Skelter, secondo un dominio di rappresentazioni che dal cine-caos comico arriva a quella specie di apocalittico ottovolante che tanto piacque ai Beatles e a Charles Manson, al secolo Satana. Ma altre bizzarre suggestioni, anzi moleste, si delineano all´orizzonte del discorso pubblico mettendo a dura prova il giornalismo politico.
E´ che Bossi, il quale già sul palco di Pontida aveva biascicato che sulla faccenda dei ministeri il presidente Berlusconi era d´accordo, aveva già firmato, ma poi «si era cagato addosso», beh, che ti ha fatto ieri il Senatur? Niente pernacchie e niente versacci, d´accordo. Forse si è voluto addirittura scusare, in ogni caso a suo modo e quindi davanti a una selva di microfoni ha spiegato che gli era scappata, quell´espressione, e l´ha ripetuta sorridendo, «Berlusconi si era cagato addosso»; e poi, evidentemente non pago delle scuse e della fantastica replica, ha pure fatto capire, debitamente sceneggiando il fantastico incontro, che Berlusconi si era anche lamentato, e pare di vederlo, il Cavaliere, poveraccio: «Ma come? Hai anche detto che mi sono cagato addosso!».
Questo è accaduto, strano ma vero, ieri. Oggi, 22 giugno, San Tommaso Moro, alle 8,30 monsignor Leuzzi, che un recente tradizione ha stabilito cappellano di Montecitorio, celebra messa nella cappella di San Gregorio Nazanzieno «per invocare il dono della santità per tutte le donne e gli uomini impegnati nelle Istituzioni pubbliche». E stai a vedere che ancora una volta l´unico rimedio, da affiancare alle elezioni, resta la preghiera.

"Pensioni, la metà non arriva a mille euro", di Giuseppe Vespo

«Generazione mille euro» i nipoti, generazioni sotto i mille euro i nonni. Quello che da tempo ripetono i sindacati e gli osservatori più attenti ieri ha trovato la certificazione dei dati Istat: per 7,7 milioni di italiani la pensione non supera i tre zeri dei mille euro. Parliamo di quasi la metà dei titolari di trattamenti pensionistici, che complessivamente sono 16,2 milioni di persone. Nello specifico, secondo l’Istituto di statistica che prende in esame valori del 2009, il 39,1 per cento degli assegni, destinati a 2,5 milioni di persone, è inferiore a 500 euro; il 31,4 è compreso tra 500 e mille euro mentre il 13,4 per centoha importi tra mille e 1.500 euro mensili; il restante 16,1 per cento del totale ha importi mensili superiori a 1.500 euro. Unafotografia impietosa, che restituisce pensioni misere ma allo stesso tempo sempre più costose. Nel 2009 l’assegno complessivo è stato il più alto mai staccato: 254,4 miliardi di euro, in crescita del cinque per cento sul 2008. Per avere un’idea, parliamo del 16,68 per cento del prodotto interno lordo italiano. E il trend è in costante crescita dal 2006. LA METÀ AL NORD Oltre la metà della spesa pensionistica complessiva si concentra al Nord, dove viene erogato oltre il 47 per cento delle pensioni (11.159.600 trattamenti) per più di 127 miliardi di euro. Al Nord i pensionati sono quasi otto milioni, con un reddito mediodi 16.242 euro l’anno. Al Centro sono state riscosse nel 2009 quasi cinque milioni di pensioni da oltre tre milioni di persone, con una spesa complessiva di 54 miliardi di euro (il 21,5% del totale). Il reddito medio nel centro Italia è il più alto, 16.568 euro. Mentre nel Mezzogiorno sono state erogate 7.359.155 pensioni a oltre cinque milioni di aventi diritto. La spesa complessiva è stata di poco sotto i 70 miliardi di euro (il 27,8% del totale) e il reddito pensionistico pro capite è di 13.708 euro, inferiore a quello medio del Paese (15.511 euro). Sui costi complessivi incide ovviamente la crisi economica maanche il numero di persone che usufruiscono del trattamento. Troppe in rapporto a chi è ancora al lavoro. L’Istat rileva che ci sono 71 titolari di pensione ogni cento lavoratori. Dei beneficiari, il trenta per cento ha meno di 64 anni e c’è un 3,6 per cento super baby pensionati con meno di 40 anni. Dati che si spiegano con la presenza di norme diverse a seconda del tipo di prestazione. Per la vecchiaia, al momento, l’uscita dal lavoro è prevista a 60 anni per le donne e a 65 per gli uomini, ma ci sono poi prestazioni legate all’anzianità contributiva, all’invalidità sul lavoro e a quella civile, e molte altre ancora. I dati diffusi dall’Istat dimostrano che per gli anziani c’è «un rischio povertà soprattutto in alcune regioni d’Italia – commenta Enrico Giovannini, presidente dell’Istituto di statistica – Non solo povertà economica, ma anche di esclusione sociale perché molti anziani vivono da soli». Più preoccupato dei costi che delle persone è Giuliano Cazzola, pidiellino presidente della commissione Lavoro della Camera, che domanda: «Con questi chiari di luna potrà la previdenza non dare il suo contributo alla importante manovra di finanza pubblica che si annuncia nei prossimi mesi?». Per la Cgil risponde la segretaria confederale Vera Lamonica, secondo cui il problema non è l’equilibrio del sistema, che tiene,mal’alto numero di pensioni povere: «Abbiamo un grande problema sociale da risolvere: l’inadeguatezza delle pensioni per tutti quei lavoratori e lavoratrici che hanno carriere fragili». Inoltre, «il tema del rapporto tra occupati e pensionati, non possiamo separarlo dagli effetti pesantissimi di una crisi non ancora superata». Cisl e Uil pressano invece sulla riforma fiscale, per la quale hanno manifestato sabato, convinti che sia l’unica via per garantire l’adeguatezza dei trattamenti. Mentre per l’Ugl i dati confermano un sostanziale equilibrio del sistema.

L’Unità 22.06.11

"Test Invalsi, caos correzioni I sindacati: risultati sbagliati", di Flavia Amabile

Secondo il ministero dell’Istruzione si tratta di un problema minimo e subito risolto, per i sindacati invece il danno è enorme e il ministero è allo sbando. Oggetto del contendere è il test Invalsi. Si sono verificati problemi di correzione delle prove svolte due giorni fa da quasi 600 mila ragazzi di terza media, in cui sono incorsi una parte di docenti: è stato infatti accertato che in alcuni casi (solo per gli studenti che hanno totalizzato 16 risposte corrette nelle prove di italiano e per chi ha risposto correttamente alle domande D2 e D9 della prova di matematica), il programma della maschera elettronica per la traduzione del punteggio in voto, fornita dallo stesso Invalsi come strumento sostitutivo dei calcoli manuali, ha prodotto dei risultati errati.

Il ministero dell’Istruzione ha spiegato che si è trattato di «alcuni particolarissimi casi». E che gli errori avranno effetti minimi «in termini statistici» ma anche pratici perché alle scuole coinvolte negli errori sono state inviate «le istruzioni per la ricorrezione automatica dei punteggi e per la relativa traduzione in voti».

Secondo il Miur quindi nessun danno ai professori perché non saranno «richieste agli insegnanti attività ulteriori per la correzione, già effettuata, delle prove» e che quindi non ci sono le condizioni per «montare un caso che è privo di fondamento e che non ha provocato nessun disguido».

Rino Di Meglio, coordinatore della Gilda, ha parlato, invece, di un episodio «di una gravità inaudita e non si può catalogare né liquidare come un semplice disguido: poiché i risultati concorrono alla formazione della media, gli errori contenuti nelle griglie di valutazione inviate alle scuole dall’istituto inficiano non soltanto queste prove, ma tutto l’esame». E, quindi, vi sarà «un danno enorme sia per i docenti, che saranno costretti a ripetere tutto il lavoro, sia per gli studenti la cui serenità viene turbata in un momento importante»Di Meglio chiede l’eliminazione dei test dall’esame di terza media e sottolinea anche un altro aspetto piuttosto critico: «La somministrazione e la correzione delle prove non spetta agli insegnanti, ma allo stesso Invalsi ».

Molto duro anche Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil: «Dopo aver sbagliato i tempi di emanazione delle norme sugli esami di stato del I ciclo, aver dato indicazioni contraddittorie sulla prova scritta della seconda lingua comunitaria, il Miur naufraga sulla prova nazionale predisposta dall’Invalsi». Per il sindacalista della Cgil si tratterebbe della conferma «di un ministero ormai alla sbando e non più in grado di governare in maniera dignitosa la complessa macchina del sistema scolastico nazionale».

La Stampa 22.06.11

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Scuola, è bufera sui test Invalsi, mail ufficiale: “Ci sono degli errori…”, di Salvo Intravaia

Le coordinate nel programma l’attribuzione dei voti ai test sostenuti ieri da circa 600mila studenti nell’esame di licenza media contengono errori. Dall’Istituto comunicazione urgente alle commissioni: “Arriveranno le griglie corrette”. Insegnanti sul piede di guerra. L’Invalsi sbaglia il programma di voto per le correzioni delle prove svolte ieri dagli studenti di terza media 1 e i docenti devono ricominciare le valutazioni. La comunicazione è arrivata alle scuole attorno alle 20 di ieri sera, quando parecchie commissioni avevano già ultimato il lavoro di spoglio dei questionari e di caricamento dei punteggi al sistema. E questa mattina, quando sono stati avvertiti che occorreva continuare, alcuni pensavano fosse uno scherzo. E invece no. E sono partite le proteste. 2

IL TESTO DELLE COMUNICAZIONI DELL’INVALSI 3

“In seguito alle segnalazioni di alcune scuole si è riscontrato un problema tecnico della maschera per l’attribuzione del punteggio in alcuni casi particolari (da verificare individualmente su ogni studente) che le illustro schematicamente”, recita la missiva inviata via e-mail alle scuole dal responsabile del servizio nazionale di valutazione, sottoscritta da Roberto Ricci. In buona sostanza, i professori che ieri sera hanno lavorato, in alcuni casi, fino a mezzanotte, dovranno rimettersi attorno ad un tavolo di santa pazienza e riprendere in mano tutti i fascicoli degli quasi 600 mila studenti alle prese con l’esame di terza media. Il tutto, gratis.

“Se il punteggio di Italiano è uguale o superiore a 21 – spiega in modo consolatorio Ricci ai commissari d’esame – , allora non ci sono problemi per la parte di Italiano. Se il punteggio di Italiano e minore o uguale a 20 – continua – , bisogna controllare il numero di risposte corrette del gruppo A. Se le risposte corrette del gruppo A sono esattamente 16, allora bisogna ricalcolare il punteggio e il voto mediante la nuova maschera che può scaricare dal sito dell’Invalsi. Se, invece, il numero di risposte corrette è diverso da 16, allora non ci sono problemi”.

Ed è scoppiata la polemica. Dalla Gilda alla Cgil i sindacati degli insegnanti parlano della ennesima brutta figura, della “ennesima prova di un ministero allo sbando” e sostanzialmente in molti chiedono l’abolizione dei test. Polemiche alle quali il ministero risponde con una nota nella quale afferma che “qualcuno vuole montare un caso che è privo di fondamento e che non ha provocato nessun disguido”. L’errore – prpsegue il Ministero – “riguarda il programma della maschera elettronica per la traduzione del punteggio in voto. Il problema è stato tempestivamente individuato dai tecnici dell’Invalsi ed è stato risolto. Sono state inviate infatti alle scuole le istruzioni per la ricorrezione automatica dei punteggi e per la relativa traduzione in voti. Non sono pertanto richieste agli insegnanti attività ulteriori per la correzione, già effettuata, delle prove”.
“Almeno nelle mail riservate alle scuole l’Invalsi si scusava per l’aggravio di lavoro – ironizza il segretario della Flc Cgil Mimmo Pantaleo -. Sarebbe il caso che il Ministero prendesse atto dell’ennesima figuraccia e delle conseguenze che l’errore ha avuto sui docenti. La verità è che va fatto un ripensamento su un Istituto che opera con sempre minori risorse e ricorrendo al precariato ed è alla vigilia del commissariamento. Comunque evitiamo la presa in giro di voler chiudere tutto con un disguido tecnico”.

La Repubblica 22.06.11

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Test, errori nella correzione nuova bufera sull’Invalsi

I prof arrabbiati. Il ministero: polemica ridicola, la prova è valida
Test Invalsi senza pace. Le prove nazionali spesso contestate dai docenti finiscono di nuovo nella bufera per un problema nel sistema che doveva calcolare automaticamente il voto dello scritto proposto agli esami di terza media. Lunedì 600 mila ragazzi hanno fatto i test di matematica e italiano. Tutto regolare, poi lo scivolone: nella tarda serata, l’Invalsi ha scritto alle scuole (porgendo le proprie scuse) per avvertirle che nelle griglie elettroniche utilizzate per calcolare il voto finale del test c’erano degli errori. Il cervellone calcolava dei punteggi sbagliati per due quesiti di matematica e alcune domande di italiano. Tutto a posto per chi aveva corretto i compiti a mano. Ma ieri molte commissioni hanno dovuto rimettere mano a scritti già archiviati.
Il Miur si difende: la prova è «pienamente valida», le polemiche «ridicole e prive di fondamento». Ma i prof non l’hanno presa bene. «Lunedì sera abbiamo finito tardi di lavorare – racconta Rossella Sonnino, preside dell’Istituto comprensivo Regina Elena e presidente di commissione alla scuola media Virgilio di Roma – la mail è arrivata dopo le 20, non l’abbiamo nemmeno vista. Stamattina (ieri per chi legge, ndr) ci siamo rimessi a controllare tutto, intanto sono cominciati gli orali. Poi alle 11 ci è arrivata un’altra mail che annunciava una nuova griglia di correzione che era in grado di verificare automaticamente eventuali punteggi non corretti».
Lo stop and go non è piaciuto agli insegnanti. Non tutti hanno protestato (alla scuola media Boccioni di Roma, per esempio, avevano verificato da soli che c’era un errore) ma l’intoppo è pesato. «Bisogna stare più attenti- spiega Stefano Stefanel, preside della scuola media Piazza Garibaldi di Udine – da noi c’è chi è passato dall’insufficienza alla sufficienza dopo la correzione dell’errore. Sono d’accordo con il test, ma non si possono fare questi scivoloni viste le polemiche che circondano l’Invalsi. I ragazzi non si accorgeranno di niente. Il problema è stato tutto per i docenti che hanno dovuto fare un lavoro doppio».
Anomalia funzionamento maschera: è l’oggetto della mail che ha angosciato le commissioni. L’autore è Roberto Ricci, responsabile del sistema di valutazione dell’Invalsi che spiega ai prof che i compiti degli studenti che hanno preso dai 20 punti in giù alla prova di italiano vanno revisionati controllando. Se sono 16 allora bisogna «ricalcolare il punteggio». Capitolo matematica: per le domande D2 e D9 la griglia di correzione ha dato il massimo del punteggio solo a chi ha risposto a quattro quesiti su quattro, ma ne bastavano tre. Stesso messaggio da Francesco Scrima, segretario della Cisl Scuola: «L’incidente tecnico è deprecabile, ma non può mettere in discussione la qualità del lavoro svolto dall’Invalsi». Per la Gilda e i Cobas invece il test va dall’esame. Per la Flc Cgil di Mimmo Pantaleo il ministero ha fatto «una figuraccia». La verità è che all’Istituto mancano le risorse come hanno testimoniato i precari che ieri hanno protestato sotto al ministero: in 56 sono in scadenza, solo in 22 hanno contratti stabili. «Siamo in pochi- rivela una docente- e gestiamo una macchina infernale. In Italia siamo in cinque a preparare i test di matematica». Con più risorse, forse, l’errore non ci sarebbe scappato.

Il Messaggero 22.06.11