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"Maxitagli in arrivo. Tremonti pensa all’Europa, non a Silvio", di Raffaella Cascioli

La distanza tra il premier, impegnato nell’aula della camera sulla verifica di maggioranza, e il ministro dell’economia Giulio Tremonti ieri non era solo quella che si poteva calcolare tra i banchi del governo. Il gelo, tra i due, era palpabile.
Tremonti, seduto all’ultimo posto dei banchi del governo, spedirà oggi uno screditato Berlusconi al vertice europeo senza i dettagli della manovra da oltre 40 miliardi di euro. Il colloquio successivo – alla presenza del collega Calderoli – non è riuscito a riscaldare il gelido confronto tra i due.
Tanto più che il bluff di queste ore del premier cadrà la prossima settimana quando si capiranno i sacrifici richiesti agli italiani in cambio di una promessa di riforma fiscale. Una riforma che, come già quella presentata nel 2003, sarà inserita in una delega definita dagli stessi parlamentari della maggioranza light. Sostanzialmente una dichiarazione d’intenti a futura memoria.
Se Tremonti non ha gradito che il premier al senato avesse posto l’enfasi sul taglio delle tasse piuttosto che sulla manovra proprio mentre sui mercati la tensione sui debiti sovrani europei restava palpabile, ieri nell’aula della camera ha di fatto commissariato il governo mettendo una distanza non solo fisica tra sé e il Cavaliere.
Tanto più che per l’immediato futuro ad averla spuntata, anche alla luce degli scenari internazionali, è proprio Tremonti che in queste ore conterebbe anche di incassare un sostanziale via libera per la nomina di Vittorio Grilli alla guida della Banca d’Italia; il che sbloccherebbe di fatto anche il niet di Lorenzo Bini Smaghi a dimettersi dal board della Bce per far posto a un francese visto che gli si aprirebbero nuovamente le porte del Tesoro.
Se il magico mondo di Berlusconi, come raccontato ieri dal premier alla camera, non prevede lacrime e sangue, il ministro è in queste ore in trincea per rendere credibile sui mercati internazionali le scelte che saranno d’ora in poi adottate in tema di finanza pubblica.
E, così, per i primi giorni della prossima settimana, è previsto il varo da parte del consiglio dei ministri della manovra triennale, dal cui dettaglio dipende di fatto la credibilità dell’Italia sui mercati e la valutazione delle agenzie di rating.
Una manovra da 43 miliardi di euro che dovrà essere approvata dal parlamento entro i primi giorni di agosto e che, come lo stesso Tremonti aveva anticipato nell’assemblea di Confartigianato, conterrà misure di semplice manutenzione dei conti per l’anno in corso e per il prossimo, per un totale di circa 7-8 miliardi. Il massimo sforzo per giungere al pareggio di bilancio sarà rinviato al biennio 2013-2014 quando sono previste rispettivamente misure per 20 e 15 miliardi di euro.
Misure che saranno dettagliate ora ma che insisteranno sul prossimo governo; misure che, nel migliore dei casi, non freneranno la crescita ma non la stimoleranno nemmeno con il risultato che l’Italia risulterà ancora il fanalino di coda di un’Europa che è già ultima nella classifica dello sviluppo. Vista l’entità delle risorse da reperire, il ministro non guarderà troppo per il sottile e confermerà il blocco del turn over nel pubblico impiego e il congelamento degli aumenti salariali per i dipendenti dal 2013 sarà portato al 2014. Risparmi di spesa per la sanità, tagli per i comuni e una contrazione delle spese per i ministri faranno il resto.
Sarebbe poi allo studio una nuova manovra sulle pensioni: potrebbe essere anticipato al 2013 l’adeguamento dell’età pensionabile all’aumento dell’aspettativa di vita, previsto oggi per il 2015, e contemporaneamente potrebbe essere ridotto il periodo che intercorre tra una revisione e l’altra. Tuttavia, al momento non si esclude che nella manovra sia previsto anche l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel privato, che sia fissato un tetto alle cosiddette pensioni d’oro e che siano innalzati i contributi per i collaboratori.
Se per il fisco Tremonti, nell’indeterminatezza della delega, starebbe accarezzando l’idea di agitare la scure sulle 476 agevolazioni tributarie al fine di ricavare un gettito da 16 miliardi di euro da impiegare più per ripianare i conti pubblici che per finanziare un’incerta, riforma, sono al momento molte le voci che si alzano per chiedere un’aderenza alla realtà.
A cominciare dall’ex premier Romano Prodi che, in un’intervista a Il Mattino, ha definito lunare il taglio delle tasse a meno non si decida di recuperare l’evasione («ma non mi sembra questo il caso…»). E se Prodi chiede di investire sul futuro e boccia la politica di tagli lineari di Tremonti, il Nens di Visco e Bersani lancia l’allarme su un buco di circa 9 miliardi di euro dovuto a una sovrastima delle entrate per il biennio 2011-2012 e spiega come allo stato attuale ci sia necessità di una manovra correttiva da 50-60 miliardi di euro.
Tutto tace invece sul fronte di un possibile aumento dell’Iva (si era ipotizzato addirittura di portare da 4 a 6% la prima aliquota) per la netta opposizione della Confcommercio che teme un crollo della spesa annua per le famiglie pari a 341 euro con effetti depressivi sui consumi e recessivi sul Pil. E proprio oggi la Confederazione guidata da Sangalli ha convocato la propria assemblea dove non parleranno né Berlusconi, né Tremonti.

da Europa Quotidiano 23.06.11

"I ragazzi sedotti dal presente", di Michele Serra

Allo scritto di italiano della maturità quasi la metà degli studenti, il 43 per cento, ha scelto di svolgere il tema sul cibo, che tra i documenti di sostegno comprendeva anche un dialogo (non facile, e irto di implicazioni politiche ed economiche) tra Carlo Petrini e Jeremy Rifkin uscito su questo giornale. Certo, l´argomento è di quelli che soccorrono chi non abbia voglia o preparazione bastanti per affrontare temi più specifici (per esempio quello su Enrico Fermi): qualche cosa di decente, a proposito del rapporto tra uomini e cibo, si può sempre improvvisare.
Ma fino a pochi anni fa, probabilmente anche il cibo sarebbe apparso un tema “specifico”, tecnico-scientifico. Mentre il successo quasi plebiscitario di quel tema tra i ragazzi italiani di oggi lascia intendere una lettura ben più vastamente sociale e culturale del termine “alimentazione”. Ne sarà felice Petrini, che su quel campo si batte, da molti anni, come un leone. E forse non è del tutto illecito mettere in relazione la popolarità di questo tema tra gli studenti italiani con il travolgente successo dei referendum sull´acqua, innescato da un riflessione di massa sui beni primari, sulle risorse materiali, sul ciclo della vita. Riflessione che ha coinvolto una quantità sorprendente di ragazzi, veri protagonisti del ciclone referendario.
Richiedeva una lettura fortemente sociale, anche se di tutt´altro stampo, pure il tema secondo classificato nel gradimento dei ragazzi. Si chiedeva di commentare la celebre frase di Warhol sul “quarto d´ora di celebrità” che la società dello spettacolo promette a ciascuno, e di analizzare la qualità effimera di quella fama. Più di un quarto dei maturandi (il 26 per cento) ha scelto di farlo. Così che i due temi più fortemente legati ai comportamenti sociali di massa, direi i due più “sociologici”, messi insieme hanno quasi monopolizzato il campo, lasciando alle altre cinque tracce proposte (compresa quella politica, che chiedeva di riflettere su destra e sinistra, e quella storica, sul “secolo breve” di Hobsbawm) percentuali molto più basse.
Se i temi di quest´anno, nel loro complesso, davano l´idea confortante di un esame di maturità poco accademico, non sconnesso dalla realtà sociale, come se gli umori e le parole dell´attualità non fossero rimbalzati contro le finestre chiuse del ministero, l´impressione è che le scelte dei maturandi abbiano confermato e rafforzato la tendenza. Non è mai facile cercare di interpretare gli umori giovanili, e sulla scelta di un tema possono influire molti elementi, per esempio la fuga in massa da temi ritenuti “più difficili”. Ma il successo quasi plebiscitario di due argomenti così fortemente legati alla vita quotidiana nella società di massa, all´identità materiale (il cibo) e a quella psicologica (la fama) degli individui e della società intera, dà l´idea di una nuova generazione per nulla distratta o acritica o avulsa dal mondo che la circonda, e al contrario molto interessata ai fenomeni sociali, coinvolta nei loro meccanismi, insomma vigile sul presente anche se (forse) non convinta del futuro.
Probabilmente si è sbagliato, negli ultimi anni, a pretendere che questa partecipazione (anche critica, critica come la frase di Warhol) dovesse assumere forme “politiche” in senso classico, come l´iscrizione a un partito, o l´appartenenza ideologica a uno schieramento. Diventa politica solo quando serve (vedi le recenti tornate elettorali). Cioè quando la politica serve. Ma ha ben presente in quale società vive, di cosa questa società si nutre, e di quale “celebrità” si illude.

La Repubblica 23.06.11

"In Italia 800.000 studenti lasciano i banchi prima del tempo", da La Tecnica della Scuola

Secondo dei dati ufficiali, emessi il 21 giugno dall’associazione “Save The Children, si tratta del 18,8% della popolazione fra i 18 e i 24 anni. I tassi di dispersione più elevati in Sardegna e Sicilia. A Roma avviato il progetto pilota “In-Contro”. Prima o poi i limiti della scuola italiana si abbattono sull’anello più debole del sistema, gli studenti in difficoltà: basta dire che in Italia ancora di recente si contavano 800.000 giovani, di cui il 60% maschi, alle prese con l’esperienza di abbandono scolastico precoce. Il preludio di questo processo sarebbero le ripetute bocciature, la frequenza discontinua, i cambi di classe o di scuola. Tutte spie che portano poi ad abbandonare la scuola superiore e qualsiasi opportunità di formazione, anche professionale.
Secondo dei dati ufficiali, emessi il 21 giugno dall’associazione “Save The Children, si tratta del 18,8% della popolazione fra i 18 e i 24 anni. “Una percentuale – ha commentato l’associazione – che ci pone a quasi 9 punti di distanza dall`obiettivo del 10% di tasso di abbandono scolastico stabilito nella Strategia Europa 2020. E anche a una discreta distanza dall`attuale media europea del 14,4%”.
Per quanto riguarda la dimensione regionale del fenomeno, i tassi più elevati di dispersione scolastica si registrano nel Sud Italia, con la Sardegna e la Sicilia in testa (rispettivamente con 8,3% e 6,6% di dispersione nella scuola superiore di II grado).
Il Lazio si attesta al 5,5%, pari ad un totale di oltre 14.000 tra interruzioni formalizzate e abbandoni, al di sopra della media italiana che è di 4,7%.
Per queste ragioni Save the Children ha deciso di avviare nel giugno 2010 a Roma il progetto pilota “In-Contro”: l’obiettivo è contrastare la dispersione scolastica nel XII municipio, un`area ad elevato rischio di dispersione. Il progetto è stato portato avanti con l`associazione Pontedincontro, in collaborazione con il Comune di Roma-Assessorato Attività Produttive e Lavoro – con il quale è stato stipulato un protocollo d`intesa – e il sostegno di Sisal e ha voluto fornire un supporto ad ampio raggio, non solo scolastico ma anche sociale, familiare, promuovendo allo stesso tempo il protagonismo e il punto di vista dei ragazzi. Sono circa 800 i minori dai 6 ai 17 anni coinvolti nel progetto, bambini e ragazzi a rischio di dispersione, o che hanno lasciato la scuola media o superiore e ora frequentano un centro di formazione professionale, oppure usciti del tutto dal circuito scolastico.
Riducendo il campo alla situazione della capitale, il fenomeno della dispersione è presente in modo più o meno consistente: i tassi di dispersione aumentano con il progredire dei cicli di studio, attestandosi al 2,3% delle scuole elementari (soprattutto a causa dei trasferimenti), al 6,6% nelle scuole medie e addirittura al 20,1% nelle scuole secondarie superiori. Il fenomeno coinvolge soprattutto i minori tra i 13 e i 17 anni, per lo più di sesso maschile . A livello comunale si registrano sensibili differenze tra municipio e municipio: il record di ritirati,trasferiti e bocciati si ha nel V (Tiburtina, Pietralata, San Basilio con rispettivamente il 6,2% e quasi il 19%), ma anche il I municipio (i rioni del centro storico, Trastevere, Testaccio, Esquilino), il VII (Centocelle, Alessandrino), l`VIII (Torre Spaccata, Tor Vergata, Lunghezza, Torre Angela, Borghesiana), il X (Cinecittà, Don Bosco, Appio Claudio, Morena) e il XII presentano percentuali significative di dispersione: in quest`ultimo municipio essa si attesta intorno a 9%.

23.06.11

"A sinistra è l’ora di decidere", di Federico Geremicca

La crisi lenta ma inesorabile dell’attuale maggioranza – e il conseguente calo di consensi nel Paese – è infatti solo uno degli «ingredienti» necessari affinché la coalizione di centrosinistra possa puntare a vincere le prossime elezioni: l’altro, in tutta evidenza, sta nella credibilità dell’alternativa proposta. E su questo, la strada da fare pare ancora lunga. Un paio di giorni fa, un sondaggio Ipsos ha confermato con evidenza come le cose stiano precisamente così: giudizio negativo sul governo, fiducia in Berlusconi ai minimi, il Pd che supera il Pdl ma ben il 60% degli interpellati che giudica «non credibile» l’alternativa di governo rappresentata dalle opposizioni.

Come fare, allora, a convincere gli elettori che il «nuovo» centrosinistra non pensa minimamente di riproporre l’indimenticata esperienza dell’Unione, che tanto condizionò (e poi affondò) l’ultimo governo di Romano Prodi? Intanto, evidentemente, fissando paletti che limitino l’alleanza a partiti realmente omogenei tra loro; quindi – e di conseguenza – lavorando a un programma che non ricordi nemmeno da lontano le 280 pagine di bizantinismi che in campagna elettorale costarono non pochi consensi al Professore; e infine individuando e proponendo agli italiani un candidato premier credibile per esperienza, consensi e autorevolezza. Il percorso non è certo facile, ma è sufficientemente obbligato perché si possa pensare di cominciare a muovere i primi passi. E il compito di indicare la rotta, oggi, non può che toccare al Pd.
Pierluigi Bersani – leader dal passo lento ma sicuro, come hanno dimostrato i risultati delle amministrative e dei referendum – non pare smaniare dalla voglia di cominciare: e a parte l’annotazione che non si ha nemmeno un’idea vaga di quando si andrà alle urne, e la considerazione che il lavoro iniziale sarà certo il più aspro, c’è un’altra circostanza che può forse spiegare la prudenza del leader democratico. E riguarda la possibilità che alle elezioni ci si vada con una legge elettorale diversa dall’attuale. Come è chiaro, si tratterebbe di una novità non da poco: capace essa stessa, per altro, di risolvere almeno un paio dei problemi che sono di fronte al Partito democratico.
Il primo riguarda la qualità (e l’eterogeneità) delle alleanze da fare: una legge che non prevedesse più premi di maggioranza per la coalizione, renderebbe più semplice scegliere e selezionare gli eventuali compagni d’avventura. Il secondo riguarda senz’altro la premiership: un sistema elettorale che non rendesse vincolante e obbligatoria (nemmeno in maniera fittizia, come quello attuale) l’indicazione del premier, probabilmente svelenirebbe non poco l’intricata – e discussa – faccenda delle primarie. Si tratta di novità sulle quali anche altre forze politiche (dalla Lega al Terzo polo) stanno cominciando a riflettere: tanto che il problema di una riforma della legge elettorale probabilmente sarà – assieme allo stato dell’economia – il tema centrale del prossimo autunno.
I tempi, però, potrebbero comunque non esser lunghi: soprattutto se la crisi del centrodestra rendesse inevitabili elezioni nella prossima primavera. Per il Pd, dunque, il tempo delle decisioni potrebbe arrivare in fretta: e si tratterà di scegliere se praticare fino in fondo il tentativo di varare una nuova legge oppure fare quanto necessario per affrontare al meglio le urne con questo sistema elettorale. Sarebbe bene cominciare a pensarci, perché conta poco il fatto che oggi il vento sembri soffiare nelle vele delle opposizioni. Il Pd, infatti, non può aver dimenticato come si concluse la campagna elettorale della primavera 2006: sembrava vinta a mani basse, alla fine Prodi la spuntò per ventimila voti (con tutto quello che ne seguì). Errare è umano, insomma: perseverare, per di più alla luce di un’esperienza così recente, sarebbe invece imperdonabilmente diabolico…

La Stampa 23.0.11

Di Pietro a sorpresa: "la minoranza non è solo di sinistra", di Fabio Martini

L’incipit di Tonino è una sviolinata che incuriosisce anche Berlusconi. Il premier alza gli occhi dalle sue carte e sogguarda Di Pietro, che esordisce così: «Signor Presidente del Consiglio, innanzitutto la ringrazio per ascoltare questa volta anche la voce dell`opposizione», «ho seguito con attenzione il suo intervento, lei ha tracciato alcune fotografie che sono un dato di fatto…». Proprio così: alle sei della sera del 22 giugno 2011, in piena aula di Montecitorio, il lapidario Antonio Di Pietro sembra essersi trasformato in monsignor della Casa, con espressioni da galateo: la ringrazio, l`ho ascoltata con attenzione. Quello che sta parlando nel dibattito sulla verifica di governo è lo stesso Di Pietro che non molto tempo fa aveva etichettato Berlusconi come una reincarnazione di «Hitler». Per qualche minuto i deputati di tutti i gruppi, si chiedono dove diavolo stia andando a parare Di Pietro. Tanto più che, qualche minuto prima, avevano tutti assistito ad una scenetta spiazzante: nell`emiciclo Berlusconi si era avvicinato all`ex pm e i due eterni duellanti avevano parlottato assieme per un po’.

Ma ora che Tonino sta parlando, si capisce che quell`incipit così gentile con Berlusconi, ma anche così «scandaloso», è un modo per richiamare l`attenzione sulla clamorosa svolta politica che Di Pietro ha preparato nei giorni scorsi con i suoi e che ora sta per annunciare in aula: «Non ci sto più a sentir dire che noi tutti siamo l`opposizione di sinistra! L`opposizione a questo governo è fatta non solo dalla sinistra», ma da forze politiche che devono mettere assieme la solidarietà della sinistra» e «la legalità della destra». Primo messaggio, il più importante: l`Italia dei Valori si stacca l`etichetta sinistrorsa degli ultimi tre anni, allontana la propria immagine da quella di Grillo e di Vendola e si candida a diventare l`ala legalitaria ma moderata del centrosinistra, in concorrenza – non ancora dichiarata ma imminente – con l`Udc di Casini e con il potenziale elettorato del Fli di Fini. Ma non è finita qui. Dice ancora Di Pietro: «Quale è il programma del centrosinistra? Quale la nostra coalizione? Come si sceglierà il premier? Devo dirlo pubblicamente: non lo so! Perché non ho avuto ancora una riunione con gli altri leader dell`opposizione».

E poi, rivolto in modo irrituale a Pier Luigi Bersani, seduto sugli scranni del Pd: «Amico Luigi, comincia tu, perché a te spetta l`onore di convocarci». Insomma, caro Pd, vogliamo costruirla finalmente una coalizione alternativa? Un leader che però non sia Vendola, al quale Di Pietro allude quando esorcizza «un oscuro premier che magari parla bene, affabula ma poi in concreto non si sa abbia in capo la libera concorrenza…». Svolta brusca, annunciata in modo ruvido, quella di Tonino. Come dice Arturo Parisi, uno che lo conosce bene: «Lui è uno che quando ti fa un regalo, te lo tira.. E se deve fare una svolta moderata, la urla…». Una svolta talmente brusca da spiazzare gli indignati di sinistra che si fanno sentire subito.

Sul blog dell`Idv arrivano proteste:

«Caro Tonino stavolta hai toppato!». Spiazza soprattutto quella chiacchierata con Berlusconi: «Proprio tu ci hai insegnato a non parlarci». E naturalmente la cultura del sospetto, alimentata per anni da un partito come l`Idv, produce un effetto boomerang.
Anche perché gira voce, poi smentita, che Berlusconi abbia mandato un bigliettino di complimenti a Di Pietro. Un cambio di passo così bruciante da spiazzare tutti. Il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto in aula vellica l`ex pm: «Bersani, Di Pietro vi ha dato una lezione di strategia!». E quando la seduta in aula si chiude, nel Transatlantico di Montecitorio si accendono le interpretazioni. Un deputato dell`Udc, che nel passato ha avuto a che fare col Di Pietro pm, non trovando spiegazioni plausibili, scherzosamente evoca «chissà quali carte ha in mano al Cavaliere!».
Ma è soltanto una battuta. Tanto più che la svolta non è un fulmine a ciel sereno. Con la scomparsa della sinistra radicale dal Parlamento del 2008, l`Idv ne aveva occupato lo spazio, diventando un partito di estrema sinistra. Ma l`emersione elettorale di Vendola e di Grillo ha spiazzato l`Idv che ora si cerca lo spazio altrove, valorizzando una intuizione già emersa nel passato, come spiega Felice Belisario, presidente dei senatori Idv: «Due anni fa alla festa di Vasto parlammo di passare dalla protesta alla proposta e al nostro congresso abbiamo detto che bisognava preparare un`alternativa di governo. Ora che Berlusconi è avviato alla fine della sua esperienza, dobbiamo pensare al, dopo. Proponendoci una missione che gli altri trascurano: intercettare gli elettori di centrodestra delusi».

La Stampa 23.06.11

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“Il nuovo Di Pietro adesso piace più a Berlusconi che a Bersani”, di Stefano Folli –

Se n’erano accorti quasi tutti: da tempo Antonio Di Pietro aveva corretto e aggiornato la sua linea politica. Del resto l’ex magistrato è piuttosto rapido di riflessi. Ha dimostrato di esserlo anche in questa occasione, quando ha colto i due fenomeni in atto: da un lato il lento, ma inevitabile declino di Berlusconi; dall’altro l’ascesa dei movimenti iper-giustizialisti legati a Beppe Grillo, cui si accompagna la crescita impetuosa della sinistra di Vendola.

Di Pietro ha compreso che non ha senso restare immobili in un mondo che cambia. Anche perché l’Italia dei Valori non ha motivo d’essere soddisfatta dei risultati delle amministrative. De Magistris, è vero, ha vinto a Napoli: ma non è un amico del leader. Altrove il treno dipietresco arranca, segno che soffre i nuovi concorrenti. Eppure l’uomo di Tangentopoli si è preso una rivincita straordinaria con i risultati del referendum, perché senza dubbio è lui l’autentico ideatore e paladino dei quesiti. Preparati e messi in campo quando nessuno credeva al successo finale. Poi, certo, è arrivato il disastro in Giappone…
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Sta di fatto che ieri Di Pietro è riuscito a prendersi i riflettori di Montecitorio con una mossa di notevole astuzia. Nelle ore in cui i capi del centrosinistra snocciolavano la consueta geremiade sulle colpe di Berlusconi, lui ha attaccato l’assenza di una proposta alternativa da parte del centrosinistra. Da notare che da due giorni il premier batte, pour cause, sullo stesso tasto: l’opposizione non riesce a essere coerente, è divisa in fazioni, non è forza di governo, eccetera. Di Pietro non si è spaventato per la coincidenza e ha affondato il colpo.

Ha fatto di più, come è noto: qualche minuto di colloquio a tu per tu con il diavolo in persona, ossia il presidente del Consiglio. Abbastanza per lasciare allibiti via internet i militanti dell’Idv e per irritare non poco Pier Luigi Bersani. L’attacco infatti era rivolto tutto contro di lui, il segretario del Pd, accusato di inerzia circa il programma e le alleanze, tutte da definire, del centrosinistra. Qui Di Pietro coglie senza dubbio un punto di debolezza. Ma cosa vuole ottenere, in realtà? È possibile azzardare un’ipotesi. L’ex magistrato intende sciogliere due nodi politici a breve termine e un traguardo strategico a scadenza più lunga.

Vuole in primo luogo contare di più perché ritiene – non a torto – di aver interpretato il paese referendario meglio di altri. Osserva perciò con sospetto la tendenza di Bersani a discutere e magari litigare quasi in esclusiva con Vendola, considerando l’Idv già acquisita all’alleanza (e in forme marginali). Poi è molto diffidente verso i segnali che s’incrociano fra Lega e centrosinistra a proposito della legge elettorale. Dunque, obiettivo numero uno: obbligare Bersani a negoziare con lui. Obiettivo numero due, sottinteso: negare allo stesso Bersani il lasciapassare per emergere fra qualche tempo come il candidato premier del centrosinistra.

È evidente che in questo giro tattico Berlusconi resta un avversario, ma non è più un nemico con cui è impossibile prendere il caffé. Tanto è vero che i due hanno picchiato su Bersani con toni non così dissonanti. Quanto alla strategia a lungo termine, Di Pietro guarda all’oceano dei voti di centrodestra ibernati da Berlusconi. Il giorno che il premier uscirà di scena si aprirà una partita con molti giocatori. Il capo dell’Idv si prepara a essere uno di loro. E non in una posizione secondaria.

Il Sole 24 Ore 23.06.11

"Tagliare è un obbligo, sulla scuola un delitto", di Maurizio Ferrera

La crisi greca sta mettendo a dura prova la tenuta dell’Unione Europea. Il pericolo immediato è il default del debito sovrano di Atene. Ma la vera sfida è più generale e riguarda tutti: come conciliare stabilità delle finanze pubbliche, crescita economica e coesione sociale dopo la grande crisi? La nuova architettura di governance messa a punto negli ultimi mesi affida la gestione della stabilità alle autorità sovranazionali, in base a regole molto stringenti. Crescita e coesione restano invece di competenza dei governi, sostenuti in modo soft dalla cosiddetta strategia Ue-2020. Sulla carta, nulla da eccepire. Nei fatti però questa architettura sta producendo tensioni sempre più forti. La conciliazione fra i tre obiettivi può funzionare bene solo in Germania e nei Paesi nordici. Qui la crisi sembra ormai acqua passata, il suo impatto sociale è stato assorbito dal welfare e l’economia ha ricominciato a tirare. Portogallo, Irlanda, Grecia, e (in parte) la Spagna si trovano all’estremo opposto: per i quattro «pigs» (l’acronimo spregiativo che in inglese significa maiali) il recupero della stabilità è un insidioso percorso a ostacoli, richiede enormi sacrifici sociali e sta già provocando marcate turbolenze politiche. La crisi non ha peraltro allentato la morsa, il Pil è fermo o ancora in diminuzione. Fra questi due estremi stanno gli altri Paesi dell’eurozona. Alcuni (come l’Olanda) sono più vicini al gruppo dei virtuosi, altri (come il Belgio e soprattutto l’Italia) sono più vicini ai viziosi. Tutti si trovano però a fronteggiare lo stesso «trilemma» : il pareggio di bilancio entro il 2014 e la successiva riduzione del debito richiedono imponenti tagli di spesa; ma se si taglia il welfare, saltano coesione e consenso politico; se invece si tagliano gli investimenti (infrastrutture e capitale umano), l’economia arranca. Di fronte al dramma greco, le difficoltà dei Paesi «in mezzo al guado» possono sembrare superabili. Eppure è proprio qui, nella pancia continentale dell’Unione (Germania esclusa), che si gioca la vera scommessa. Se il circolo virtuoso della crescita inclusiva non decolla, l’Unione economica e monetaria potrebbe disgregarsi ed il consenso popolare nei confronti dell’integrazione potrebbe erodersi in misura irreversibile. L’attenzione delle istituzioni e dei leader europei è in questi giorni comprensibilmente concentrata sulla crisi greca. Nei circoli di Bruxelles e nei principali think tanks europei è però già emersa la consapevolezza che gli attuali assetti di governance debbano essere ricalibrati. Sul piano delle proposte, gli orientamenti sono essenzialmente due, peraltro complementari fra loro. Il primo riguarda il bilancio Ue, che dovrebbe essere interamente mobilitato verso il raggiungimento degli obiettivi di crescita e inclusione, senza sprechi e dispersioni. L’Unione dovrebbe poi varare al più presto i cosiddetti Euro project bonds per finanziare grandi progetti d’investimento. In questo modo la strategia Ue-2020 si trasformerebbe da una semplice cornice programmatica e di coordinamento ad un vero e proprio piano di azione corredato da adeguate risorse finanziarie. Il secondo orientamento riguarda i bilanci nazionali. Qui occorrono incentivi per assicurare la qualità delle manovre di consolidamento. È preoccupante constatare che in una buona metà dei Paesi membri vi è stata una significativa riduzione della spesa per istruzione a fronte di una stabilità (o aumento) di quella pensionistica. Ben sappiamo che senza potenziamento del capitale umano non vi può essere crescita «buona» ed equa. Quali incentivi? Si potrebbe ad esempio stabilire che, a certe condizioni (poniamo: innalzamento dell’età pensionabile, come vorrebbe la Merkel), alcuni consumi nel settore dell’istruzione possano essere trattati come investimenti, beneficiando di un trattamento di favore nel computo dei saldi di bilancio. Qualcuno propone la stipula di un vero e proprio «Patto per gli investimenti sociali» che si affianchi al patto «Euro-plus» : sostegni finanziari dall’Europa e permessi condizionati di spesa, ma solo per giustificati motivi di investimento sociale, soprattutto a favore dei giovani. Nell’appello pubblicato ieri dal Corriere, gli Amici dell’Europa esortano i leader Ue a rilanciare il progetto d’integrazione con iniziative capaci di rassicurare l’opinione pubblica. L’obiettivo della crescita inclusiva ha un forte potenziale di richiamo. Ma servono risultati concreti, in tempi rapidi. E dunque una leadership politica finalmente all’altezza della situazione.

Il Corriere della Sera 23.06.11

"In pensione a 65 anni? Donne italiane spremute come limoni", di Vittoria Franco

Nel suo ultimo rapporto come governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi è tornato a ribadire un concetto ormai condiviso da tutti gli studiosi di economia: la marginalità delle donne nel mercato del lavoro, nelle carriere, nei luoghi decisionali è un elemento di arretratezza; è una carta non spesa per lo sviluppo del Paese. Il governatore continua a essere inascoltato, come inascoltati sono altri soggetti politici e sociali che sostengono la medesima posizione. La domanda allora è: se promuovere il lavoro femminile è una carta di riserva così importante per far sviluppare il Paese, perché essa non viene giocata? E anzi, al contrario, le donne vengono ricacciate in casa oppure spremute fino all’impossibile, mentre passa solo ciò che è punitivo nei loro confronti e ciò che serve a promuoverle procede lentamente o viene boicottato? Non è facile rispondere a questa domanda. Sicuramente scontiamo una cultura tradizionale familistica, basata sulla divisione naturale dei ruoli. Ma oggi questa spiegazione storico – culturale non basta più. Si tratta invece di una scelta politica strategica che la destra ha fatto soprattutto negli ultimi anni, accentuata in epoca di crisi economica.
Ha individuato nella famiglia il maggiore ammortizzatore sociale. I tagli al welfare ricadono tutti sulle spalle delle famiglie e, dunque, delle donne: il tempo pieno che si riduce nelle scuole, la nonautosufficienza che scompare dalle voci di bilancio, i servizi all’infanzia e alla persona che si riducono per effetto dei tagli alle autonomie locali. Aumenta il peso del lavoro di cura. E intanto, viene elevata l’età pensionabile nel pubblico impiego da 60 a 65 anni, senza dare loro niente in cambio di quei5 anni considerati dal legislatore a suo tempo come risarcimento proprio per il lavoro di cura svolto.
Ora si paventa l’elevamento dell’età anche per il privato al fine di realizzare altri risparmi. Donne spremute e sfruttate. Niente riconoscimenti del loro valore, solo precarietà e fatica. Vi ricordate la legge sulle quote nei CdA? Si sta perdendo nella notte dei tempi, non avendo il governo dato l’autorizzazione per un iter più veloce alla Camera dopo i cambiamenti apportati al Senato, dove molti nel Pdl hanno votato contro con le motivazioni più assurde, ma che si riducono a una: non possono esistere «privilegi» per le donne. Si parla di privilegi in un Paese nel quale, come ha dimostrato Monica D’Ascenzo nel suo documentato «Fatti più in là». Donne al vertice delle aziende: le quote rosa nei CdA (Gruppo24ore)», siamo agli ultimi posti in Europa e nel mondo! Mentre la svolta di cui l’Italia ha bisogno per tornare a crescere ha bisogno del contributo delle donne. Vincerà chi saprà valorizzare i loro talenti, la loro voglia di contribuire alla costruzione civile, sociale, economica del Paese.

L’Unità 22.06.11