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"Terremoto e alluvione: via libera a 210 milioni", da Gazzetta di Modena

Il decreto a favore delle vittime dei terremoti e delle alluvioni in Emilia Romagna, è stato convertito in legge grazie al via libera definitivo dato all’unanimità (216 sì e un solo astenuto) dal Senato, stanzia risorse per 210 milioni di euro e mira a garantire la continuità dell’attività di ricostruzione avviata dopo il sisma del maggio 2012 e le alluvioni dell’inverno scorso. Con il provvedimento, il presidente della Regione Vasco Errani viene nominato Commissario con delega ad operare per la ricostruzione, l’assistenza alle popolazioni e la ripresa economica nei comuni indicati per l’intera durata dello stato di emergenza. Alle aziende agricole, presenti nei territori interessati dagli eventi calamitosi, si applicano: la concessione di contributi in conto capitale fino all’80% del danno accertato sulla base della produzione lorda vendibile media ordinaria; di prestiti ad ammortamento quinquennale per le esigenze di esercizio dell’anno in cui si è verificato l’evento dannoso e per l’anno successivo, da erogare a specifici tassi agevolati; la proroga delle operazioni di credito agrario; la proroga (per una sola volta e per non più di 24 mesi, con i privilegi previsti dalla legislazione in materia) delle scadenze delle rate delle operazioni di credito agrario di esercizio e miglioramento e di credito ordinario effettuate dalle imprese agricole); l’esonero parziale del pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali propri e per i lavoratori dipendenti (in scadenza nei dodici mesi successivi alla data in cui si è verificato l’evento). I soggetti che hanno contratto i finanziamenti agevolati per provvedere al pagamento dei tributi, dei contributi e dei premi sospesi dovuti dal 1 dicembre 2012 al 15 novembre 2013 potranno richiedere la sospensione del pagamento dovuto per la restituzione del debito per quota capitale per un periodo non superiore a 12 mesi. «Questo decreto – sottolina il senatore modenese del Pd, Stefano Vaccari – non è risolutivo ma è in grado di dare alcuni importanti risposte: migliore definizione dei poteri del commissario delegato e stanziamento 210 milioni di euro già a disposizione nella sua contabilità speciale per i risarcimenti e la manutenzione delle opere idrauliche, introduzione di benefici a favore dei cittadini e delle imprese danneggiate, sospensione dei pagamenti dei finanziamenti agevolati, rafforzamento del Fondo per le emergenze nazionali che potrà coprire tutte le emergenze 2014 grazie ai 100 milioni previsti dal governo…

La Gazzetta di Modena

Beni culturali, Ghizzoni “Approvata la legge attesa dal 2008”

E’ stata approvata oggi, in via definitiva, la legge sulle professioni dei beni culturali, cosiddetta Legge Madia, di cui la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni è stata co-presentatrice e relatrice. “Con questa legge – dichiara Manuela Ghizzoni – lo Stato riconosce il ruolo fondamentale dei professionisti alle cui capaci mani affidiamo materialmente la tutela, la salvaguardia e la conservazione del nostro patrimonio culturale”. La prima proposta di legge risale al 2008: “L’Esecutivo Berlusconi non volle mai prenderla in considerazione – conferma l’on. Ghizzoni – mentre con i Governi Letta e Renzi, finalmente, si è giunti all’approvazione. Se prima qualcuno pensava che con la cultura non si mangia, ora finalmente ribadiamo che la cultura fa crescere il Paese”.

Il primo progetto di legge a firma Madia-Ghizzoni-Orfini fu presentato alla Camera dei deputati nel 2008: oggi finalmente il provvedimento che disciplina le professioni dei beni culturali è legge dello Stato. “Un lungo elenco di professioni antichissime, come quelle dei bibliotecari e archivisti, e nuovissime, come gli esperti di diagnostica e di scienze e tecnologie applicate ai beni culturali, sono ora parte integrante del Codice dei beni culturali – spiega la vicepresidente della Commissione cultura della Camera Manuela Ghizzoni, co-presentatrice e relatrice della legge – Con questa legge, infatti, lo Stato riconosce il ruolo fondamentale dei professionisti alle cui capaci mani affidiamo materialmente la tutela, la salvaguardia e la conservazione del nostro patrimonio culturale”. Nell’elenco delle professioni dei beni culturali trovano ora riconoscimento giuridico archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi, antropologi fisici, restauratori dei beni culturali e collaboratori restauratori dei beni culturali, esperti di diagnostica e di scienze e tecnologia applicate ai beni culturali, e storici dell’arte. “Questa proposta di legge venne presentata, per la prima volta, nel 2008 – continua Manuela Ghizzoni – e a chi dice, a ogni nuovo governo, che tanto non cambia nulla, voglio ricordare che l’Esecutivo Berlusconi non volle mai prenderla in considerazione, mentre con i Governi Letta e Renzi, finalmente, si è giunti all’approvazione”. La legge sulle professioni dei beni culturali è nata in modo partecipato, frutto del confronto con i rappresentanti del settore e delle istituzioni coinvolte. “Il tema è oggi di stretta attualità – conclude Manuela Ghizzoni – in queste ore si discute il dl Franceschini, meglio conosciuto come Art bonus, provvedimento che conferma il ruolo centrale che per il nuovo Esecutivo ha la cultura nel rilancio del Paese. Tra le tante novità, infatti, c’è anche la misura che consente agli enti pubblici l’assunzione a tempo determinato dei professionisti della cultura, anche in deroga ai limiti previsti. Proprio perché è sulla cultura che si deve investire. Se prima qualcuno pensava che con la cultura non si mangia, ora finalmente ribadiamo che la cultura fa crescere il Paese”.

"Renzi entra in Europa con realismo pensando alle riforme in Italia", di Stefano Folli

Nessuna sfida a Berlino e pochi slogan. Invece un piano per le riforme come chiede l’Unione. Un presidente del Consiglio in versione realista e pragmatica ha in sostanza inaugurato il semestre di presidenza dell’Unione davanti al Parlamento. Lo ha fatto in un giorno sfortunato, poco prima dell’eliminazione della squadra italiana in Brasile, con un discorso in cui non c’era traccia della spavalderia che di solito egli riserva ai messaggi via “Twitter” o agli interventi televisivi. Renzi stavolta ha parlato da presidente dell’Unione più che da politico italiano. Per cui nessun accenno alla revisione dei Trattati, uno dei cavalli di battaglia mediatici della vigilia. E nemmeno sollecitazioni esplicite ad attenuare il patto di stabilità. Un discorso concreto e abile, sotto questo aspetto.
Una parola di troppo e il premier avrebbe corso il rischio di indispettire qualcuno in Europa. Ovviamente in primo luogo Angela Merkel. Ieri mattina i giornali davano giustamente parecchio risalto alle cosiddette “aperture” della Cancelliera sulle politiche economiche. Sembrava quasi che si trattasse di una vittoria lampo del nostro Renzi, prima ancora di cominciare il semestre. Ma in Europa la realtà è molto più complessa e a Palazzo Chigi sono stati attenti a non commettere passi falsi. Se mai ne avessero avuto la tentazione, ci aveva pensato già il ministro tedesco Schaeuble a ricordare che non esiste una crescita economica costruita sui debiti sovrani. Insomma, il peso del debito pubblico resta il punto centrale: come è logico. E considerando la percentuale italiana rispetto al Pil, si capisce quanto sia poco verosimile, per non dire velleitaria, la pretesa di “cambiare verso” all’Europa in quattro e quattr’otto.
Infatti, come abbiamo visto, Renzi si è mosso con estrema attenzione, lasciando intravedere quale sarà il percorso del semestre italiano. I suoi richiami all’esigenza di costruire un’altra Europa non più “matrigna” hanno avuto un sapore soprattutto politico-morale, ma si sono tenuti alla larga dagli “slogan” di facile presa. Per il resto si vedrà. Quello che l’Italia potrà ottenere al tavolo europeo non dipenderà tanto dalla sua forza contrattuale, che è scarsa, quanto dall’impegno riformatore sul piano. E soprattutto dai risultati concreti di tale impegno. Questo è un aspetto che va al di là del semestre: per cui in fondo i mille giorni prospettati dal presidente del Consiglio sono un modo per legare ancora una volta il destino europeo del paese alla capacità politica di rinnovare e modernizzare. Anche qui, meno “slogan” e maggiore percezione di un compito che dovrà essere annoso per essere serio.
Quanto alla richiesta di coinvolgere l’Europa nella gestione dell’immigrazione, le parole di Renzi sono state abbastanza ferme ed efficaci. Ecco un terreno su cui il semestre potrebbe anche produrre qualche esito positivo, a meno che tutto non si risolva in un debole rafforzamento della struttura cosiddetta Frontex. Se poi, come sembra, l’Italia avrà il commissario per la politica estera, che come è noto oggi assomiglia a una scatola vuota, si potrebbe almeno immaginare uno sforzo più incisivo per riportare a casa i due marò fermi in India. Si è detto più volte che l’Italia su questo punto è stata lasciata sola, come negli sbarchi a Lampedusa. Sarebbe l’occasione per cambiare la situazione e dimostrare che la ritrovata influenza di Roma non è solo un tema per i dibattiti estivi.

Il Sole 24 Ore 25.06.14

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Se Roma allunga le scadenze, di Dino Pesole
Flessibilità senza modificare l’architettura di trattati Ue e regole di bilancio, grazie a un piano triennale di riforme. Matteo Renzi prova ad aprire un varco nel rigore, dopo le prudenti aperture di Angela Merkel. Non sarebbe poca cosa, per un Paese come il nostro, che dalla fine del prossimo anno dovrà affrontare il ben più stringente timing previsto dal «Fiscal compact». Se saremo in grado di presentarci a Bruxelles con un cronoprogramma dettagliato di riforme, con annesso l’effetto atteso in termini di incremento potenziale del Pil, la flessibilità potrebbe tradursi in maggior tempo a disposizione per rientrare dal debito.

Il tutto a fronte del rinnovato impegno a ridurre il deficit strutturale verso l’obiettivo del pareggio, e nella fondata aspettativa che le riforme vengano effettivamente realizzate e diano gli effetti sperati.
Nelle pieghe dei trattati i margini in effetti ci sono. Si possono invocare le «circostanze eccezionali», in presenza di un prolungato ciclo negativo, e l’Italia lo ha già fatto chiedendo lo slittamento di un anno del pareggio di bilancio in termini strutturali. Ora il focus è tutto sulle possibilità di agire con forza sul “denominatore”, sulla crescita. Il punto di partenza è il rispetto assoluto del vincolo del 3% per il deficit nominale, così da provare a sfruttare quei margini, già previsti sia dal Patto di stabilità che dallo stesso Fiscal compact, per i paesi fuori dalla procedura per deficit eccessivo. Aspetto che si tende a sottovalutare ma che in realtà è fondamentale, perché consente di poter rientrare nel cosidetto braccio preventivo del Patto di stabilità. Un insieme di procedure che, a ben vedere, non comportano termini temporali stringenti o precodificati, quali quelli che al contrario vengono imposti ai paesi sottoposti a procedura per disavanzo eccessivo. Non potremo con ciò rilassarci più di tanto, poiché occorrerà comunque assicurare la riduzione del deficit strutturale in direzione dell’obiettivo di medio termine, ma i benefici in termini di spazi possibili della politica di bilancio sarebbero evidenti. Soprattutto (ed eccoci alla seconda rilevante partita politica in corso) se sarà possibile riaprire la trattativa sulla clausola per investimenti, congelata dalla Commissione europea lo scorso novembre per mancanza di certezze sui risparmi della «spending review» e sugli incassi da privatizzazioni. Infine si potrà ragionare su una versione, corretta e aggiornata, dei cosidetti «accordi contrattuali». Nessun automatismo, inviso a Berlino, ma possibili aperture qualora un paese avanzi volontariamente la richiesta di potere fruire di alcuni, mirati incentivi per sostenere il costo delle riforme strutturali poste in essere. Per noi, lo sconto potrebbe concretizzarsi in prestiti della Bei concessi a tassi inferiori a quelli di mercato. Il dossier, istruito lo scorso dicembre su imput del presidente della Ue, Herman Van Rompuy, è finito in un cassetto. Se ne dovrebbe riparlare proprio in ottobre, sotto presidenza italiana, quando si proverà a riaprire anche il dossier di una sia pur embrionale versione della «golden rule», per consentire in tutto o in parte lo scorporo della spesa per investimenti dal calcolo del deficit.

Il Sole 24 ore 25.06.14

"Il tempo giusto delle riforme", di Emilio Barucci

Nel suo discorso alla Camera sul semestre europeo il Premier Renzi ha battuto su due tasti: la necessità di «fare l’Europa» uscendo dal luogo comune che la vede come un soggetto esterno che concede autorizzazioni e vidima i conti pubblici; dare maggior respiro all’azione riformatrice interna con un ampio orizzonte temporale (1000 giorni) per fare le riforme. Da più parti è stato osservato che i due temi si tengono tra di loro. È vero, vediamo perché.

Partiamo dall’Europa. Il semestre italiano di presidenza europea può essere un’occasione importante ma non risolve i problemi, il premier ha tutte le intenzioni di far cambiare verso all’Europa ma ancora non è chiaro cosa si possa ottenere realisticamente anche perché l’azione dei diversi paesi appare essere poco coordinata. Renzi ha fatto asse con Hollande e con gli altri partiti del Pse per ottenere un allentamento dei vincoli sulla finanza pubblica e per mettere il lavoro e la crescita al centro dell’azione europea piuttosto che confermare l’attenzione ossessiva sulla convergenza dei conti pubblici. Affinché non si tratti di un cambiamento puramente nominalistico e non si rimanga al livello delle pure intenzioni occorre capire bene di cosa si discute. Sul tavolo sembra esservi un allentamento dei vincoli sul rientro dal debito con uno scorporo degli investimenti/costi legati alle riforme. Non è una grande novità. Almeno fino a oggi, non siamo riusciti veramente a discutere delle misure che potrebbero far ‘‘cambiare verso’’ all’Europa. La mutualizzazione dei debiti nazionali non è all’ordine del giorno, così come non si intende discutere effettivamente delle politiche fiscali per favorire la convergenza tra i diversi Paesi. La verità è che, dall’inizio della crisi, l’Europa ha stentato a trovare un momento veramente comunitario, ogni Paese ha portato avanti i propri interessi e a Bruxelles e Francoforte ci si è limitati a fare lo stretto necessario per salvare l’euro: acquisti sui titoli di Stato, Ltro, fondo salva Stati, Unione bancaria. Il perno dell’azione europea è stata la Banca centrale europea, non la Commissione o il Parlamento europeo.

Fino a oggi abbiamo assistito a una politica europea che è andata bene ai paesi forti garantendo loro un ampio mercato. Ma anche per loro il futuro potrebbe essere cupo: difficilmente la Germania continuerà a crescere se gli altri Paesi continueranno a stentare. Bisogna provare a fare di più, il problema è che il difficile equilibrio tra paesi e forze politiche che si va componendo non sembra essere un buon viatico per una vera azione riformatrice a livello europeo, il voto antieuropeo non sembra aver creato le condizioni per avere ‘‘più Europa’’.

Se le cose stanno così, i margini di apertura che si iniziano ad intravedere richiedono una forte azione riformatrice da parte del governo al fine di ottenere un allentamento sul fronte del rientro del debito pubblico. Il governo si è garantito una legittimazione democratica con il voto europeo, questo è molto importante, non vi sono adesso scadenze elettorali significative, è giunto il momento per il governo Renzi di dare fondo all’azione nel medio periodo scrollandosi di dosso l’ansia da prestazione che sicuramente non aiuta. La strategia del governo finora è stata quella di gettare il cuore oltre l’ostacolo, buttare le reti, vedere cosa si raccoglie e provare a finalizzare una riforma. Un approccio non convenzionale che sembra pagare nell’ottica di finalizzare il risultato ma che espone il governo al rischio di portare avanti riforme incoerenti o non efficaci. C’è adesso bisogno di un’azione più sistematica. Le linee d’azione individuate dal governo Renzi vanno nella direzione giusta: riforma della pubblica amministrazione, sostegno dei consumi, rafforzamento della competitività delle imprese, riforma del mercato del lavoro. Iniziative che in larga misura debbono ancora essere messe a punto. Altri tasselli potrebbero aggiungersi come ad esempio una più efficace lotta all’evasione e la ridefinizione di alcune forme del nostro welfare state.

Il Paese ha bisogno di riforme che da un lato riducano lo spazio di rendite ridefinendo il nostro welfare state e dall’altro creino un ambiente favorevole per l’attività economica promuovendo la crescita della produttività che non si ottiene soltanto liberalizzando il mercato del lavoro. Renzi ha il consenso e la capacità di iniziativa politica che i Premier del recente passato non hanno avuto, occorre non sprecare questa occasione senza farsi l’illusione che sia l’Europa a risolvere i nostri problemi. In Europa comunque, come dice il Premier, si deve stare senza alcun complesso di inferiorità, del resto non è che la Francia sia messa molto meglio dell’Italia.

L’Unità 25.06.14

"Partito della Nazione: cosa vuol dire", di Alfredo Reichlin

Sull’espressione un po’ enfatica di “partito della nazione” si sta facendo confusione. Io la uso per una ragione molto semplice e molto chiara: perché è dalla crisi della nazione italiana che bisogna partire. Una crisi senza precedenti che riapre molti problemi che l’Unità ha lascito irrisolti. Il fatto nuovo è che proprio su que- sto terreno, molto più vasto rispetto ai tradizionali conflitti sociali, le forze del progresso e quelle della reazione giocano oggi una partita decisiva e la sinistra italiana rischia la sua stessa esistenza.
Altro che rinuncia al cambiamento e alla lotta contro la destra rispolverando l’inganno di un «partito unico». Significa non aver capito la natura di una lotta che ormai travalica i vecchi confini dello Stato e delle classi e non rendersi conto a che cosa si riducono i diritti e i poteri degli italiani e soprattutto dalle classi subalterne se non si ferma il processo disgregatore della trama sociale, degli assetti democratici e dello stare insieme di questo paese.
È una questione nuova rispetto a una vecchia cultura politica della sinistra. Si tratta essenzialmente del problema di come rappresentare e dare potere a una umanità che si confronta con una realtà che, insieme a nuove opportunità presenta rischi inediti e quindi bisogni e domande diverse dal passato. Le risposte sono difficili ma una cosa mi sembra chiara: non basterà affidarsi al mercato che si autoregola né alla tradizione socialdemocratica. Bisognerà andare più nel profondo dei problemi sociali e culturali. Muovere da essi in nome di una visione più alta dell’interesse generale, e quindi di una nuova idea del progresso. Dopo molto tempo e a fronte dell’avvento al potere di una nuova generazione è molto importante che tornino in campo i grandi temi.
Sono sommarie riflessioni. Le faccio non per nostalgia di «sinistrismo» oppure in nome di non so quale nuova «narrazione» ma come necessità di una risposta al modo come nel tessuto democratico occidentale ha fatto irruzione questa forma di economia a dominanza finanziaria che obbedisce non solo a logiche di profitto (questo è ovvio) ma tali da distruggere il legame sociale, a rompere quei compromessi e quei valori che sono il necessario presupposto dei regimi democratici. So che questo tema è molto ostico al pensiero «liberal» di questi anni. Tuttavia è un fatto che gli effetti sono stati catastrofici. E non solo quelli economici (la bolla speculativa) ma quelli perfino antropologici: un sistema economico basato sull’azzardo morale, sul debito che genera debito e sul denaro che produce denaro, non può che condurre alla devastazione delle risorse naturali e all’impoverimento dei ceti laboriosi. Al dilagare della corruzione. Tutto quindi spinge a pensare che la questione più concreta su cui far leva è il destino e il ruolo del lavoro. È vero che nella società moderna il lavoro non è tutto ma ciò che sembra venire meno è il grande edificio storico della modernità. Quell’Europa nella quale la storia fece un salto. Cessarono di essere centrali le figure del non lavoro (nobili, soldati, sacerdoti, avventurieri mentre il lavoro era solo il sottosuolo della società, il mondo dei servi) e diventavano protagoniste le nuove grandi forze produttive. La borghesia e il proletariato. Ed è attraverso il loro conflitto, che il mondo occidentale intraprese la costruzione di un nuovo ordine civile: i diritti e i doveri universali, la libertà e la democrazia.
Non siamo oggi di fronte a un problema di questa natura? Servono allora nuove idee. Noi da anni non inventiamo niente. Ci flagelli a mo con la crisi della sinistra ma forse non si rendiamo conto che puri n presenza di società parcellizzata si è aperta anche una nuova grande domanda: l’esigenza di un nuovo «noi». Un «noi» che guardi oltre i singoli territori, (e basterebbero le sfide ormai ineludibili dei diritti umani e della protezione dell’ambiente per rendercene conto). Un «noi» che ci chiede di pensare una forma nuova della politica come il luogo delle grandi scelte collettive. Perciò i partiti sono più di prima necessari. Ma a differenza del passato dovrebbero poggiare su una pluralità di organismi intermedi, il cui tratto comune sia il protagonismo della gente ispirato dalla consapevolezza che il mondo è a rischio e che governarlo è una impresa comune. Insomma un orizzonte di valori moderni all’interno dei quali ogni formazione politica e culturale si colloca a suo modo.
La questione sociale non è più riducibile alla contesa tra l’impresa e gli operai. È l’insieme del mondo dei produttori, cioè delle persone che creano, pensano, lavorano e fanno impresa che subisce una forma nuova di dominio e di sfruttamento. Ma se è così ci sono le condizioni per alleanze più larghe. Sia il modello socialdemocratico come il paradigma neo- liberista sono obsoleti. La politica deve rappresentare la ricchezza della vita sociale. Deve offrire soluzioni ai problemi collettivi che sfuggono alle vecchie identità. Torno così all’Italia. È perfino ovvio che il complesso di ristrutturazioni che ormai attendono il nostro Paese, sicuramente non potranno essere portate avanti in un clima di guerra di tutti contro tutti. Ed è qui che si ritrova la ragione fondante del partito democratico. Un partito che non ha nulla a che vedere con una forza personalista e autoritaria.

L’Unità 25.06.14

"Meno burocrati e più computer. Così si cambia", di Mario Deaglio

Nonna Angela si è lasciata davvero convincere dalle parole del nipotino Matteo e dalla necessità di una maggiore flessibilità e di obiettivi più ambiziosi perché l’Europa non avvizzisca? Forse sì: se Angela Merkel è saldamente alla guida del più potente Paese europeo da quasi nove anni è perché ha saputo riconoscere i segni del cambiamento, li ha forse talora smorzati ma non si è mai messa per traverso. Si può quindi supporre che non si lascerà troppo tirare per la giacca dal suo eccellente ministro delle Finanze, Wolfgang Schauble che ha subito messo le mani avanti per dire un giustificato «no» a un allentamento puro e semplice delle regole sul debito pubblico. Nella sua costante ricerca di soluzioni pragmatiche, Angela Merkel non può non tener conto del peso sopportato dai bilanci famigliari di centinaia di milioni di europei, e in particolare dagli oltre trenta milioni di disoccupati e sottoccupati, per rimettere deficit e debito su una carreggiata sostenibile. E’ quindi ragionevole che guardi senza preclusioni all’impostazione del giovane primo ministro italiano e all’accattivante prospettiva di mille giorni per fare le riforme.

A questo punto il problema è molto semplice: come si fa, soprattutto in Italia, a trasformare le parole in programmi, i buoni propositi in leggi, l’utopia dell’efficienza pubblica in realtà? Almeno per l’Italia, la risposta, nelle sue linee generali, è anch’essa molto semplice anche se di non facile realizzazione: si tratta trasformare uno stato che si regge ancora su una poderosa impostazione organizzativa «sabauda» in uno stato «californiano», un termine che si riferisce alla rivoluzione organizzativa e civile che, partita dalla California, ha scandito, negli ultimi trent’anni, i tempi del rinnovamento informatico.

In questo senso, le attitudini «rottamatorie» del presidente del Consiglio troveranno amplissimo spazio per esercitarsi. Attualmente, gli organi pubblici si bilanciano e controbilanciano, fino a rallentare assurdamente, o spegnere del tutto, ogni nuova iniziativa (tanto da indurre il presidente della Confindustria a parlare di «sabotaggio della crescita» da parte dell’amministrazione pubblica). Si tratta di passare a un’amministrazione pubblica dai percorsi decisionali meno tortuosi, con un numero minore di gradi gerarchici e con garanzie per i dipendenti non superiori a quelle dei normali lavoratori.

E’ necessario abbandonare la cultura dei «diritti acquisiti» – che, portata al limite, impedisce di fare qualsiasi cosa – per la cultura del «futuro da acquisire». Non hanno spazio in uno schema di questo genere le assemblee sindacali «selvagge», come quella che ha bloccato le visite a Pompei in piena stagione turistica e occorre superare il tabù del «mansionario»: in base al «mansionario», almeno fino a non molto tempo fa, i bidelli delle scuole per contratto non potevano usare una scala, con il risultato che per pulire la parte alta dei vetri delle aule bisognava chiamare un’impresa esterna, magari indicendo una gara, al termine della quale era possibile un ricorso da parte di chi non aveva vinto. Per cui l’anno scolastico finiva (finisce) prima che i vetri fossero (siano) puliti.

Questi principi guida devono essere applicati a una realtà in cui l’informatica permette radicali miglioramenti di qualità del servizio. Tentativi di rinnovamento in questo senso non mancano ma hanno finora avuto carattere episodico. L’invio a domicilio a milioni di contribuenti del modello 730 personalizzato e precompilato mostra come cercar di realizzare un diverso rapporto tra burocrazia e cittadini. L’informatica oggi permette di riorganizzare la sanità pubblica dando sempre maggiore spazio alla prevenzione, con diagnosi precoci e risparmio di spese per i ricoveri. Sempre l’informatica può consentire la rimodulazione dell’insegnamento, quanto meno nelle università e nelle scuole superiori, superando i calendari fissi degli esami e degli appelli, non troppo diversi da quelli dei tempi del buon re Carlo Alberto.

Per muoversi in questa direzione è necessario uno sforzo coordinato per il ridisegno di ogni tipo di organo dell’amministrazione pubblica. Può essere realizzato in tempi non solo certi ma anche brevi, come mostrano quotidianamente le grandi riorganizzazioni delle multinazionali e deve essere integrato da un piano di investimenti, soprattutto di carattere informatico.

Tutto ciò fa sorgere problema – alla base di molte resistenze sotterranee alle riforme amministrative – del personale pubblico in eccesso. Non ci sono risposte preconfezionate ma bisogna costruirle strada facendo, privilegiando la via del consenso. La mobilità obbligatoria del posto di lavoro, entro i cinquanta chilometri, la flessibilità degli incarichi e delle qualifiche, contenute nel recente decreto approvato dal governo, rappresentano un passo in una direzione accettabile. Si potrebbe poi considerare, a livello dirigenziale, l’introduzione, dove ragionevolmente applicabile, di un sistema retributivo simile a quello da tempo in vigore nelle imprese private, con un’importante componente variabile, legata al raggiungimento di obiettivi fissati per le diverse funzioni, e a una base fissa, ovviamente più bassa dell’attuale.

Naturalmente non è detto che l’esperimento di Renzi possa davvero aver luogo né che produca i benefici sperati. In Italia, il «sabotaggio del nuovo» non riguarda soltanto le imprese; nel Dna del Paese c’è una tendenza atavica a non cambiare mai nulla. Per fortuna, lo stesso Dna ha anche molte altre componenti che in passato hanno consentito cambiamenti insperati e di portata eccezionale, come il «miracolo economico» degli Anni Cinquanta e Sessanta. Quello che oggi serve è un «miracolo burocratico», senza il quale non riusciremo a imboccare la via della nuova crescita e nel giro di un paio di decenni l’Italia si ritroverà in uno stato di povertà relativa. E un’Europa che parlasse soltanto di tagli alle spese ci seguirebbe a ruota.

La Stampa 25.06.14

"La scuola dei bei voti", di Anais Ginori

Finalmente una riforma popolare. Il governo francese vuole abolire i brutti voti. Secondo il ministro dell’Istruzione bisogna essere più «clementi» con i ragazzi, incentivarli anziché scoraggiarli. Ecco dunque che avanza l’idea del 6 politico. Tutti con la sufficienza. Un cambio di linea radicale per un sistema, come quello francese, che è centrato su pagelle severissime e medie aritmetiche per accedere alle migliori scuole, in una selezione durissima che comincia nelle
grandi città già per l’ingresso alle scuole medie proprio in base ai voti ottenuti alle elementari.
Il ministro dell’Istruzione, Benoit Hamon, ha annunciato ieri che sarà lanciata una grande consultazione di esperti per arrivare
a un metodo di valutazione più giusto. L’esito ancora non è chiarissimo: il nuovo sistema probabilmente sostituirà i “numeri in pagella” con un nuovo criterio di formulazione dei giudizi, ma anche se sarà mantenuto l’istituto della bocciatura, quel che si annuncia è una rivoluzione. Perché nel paese dell’ egalité il divario tra buoni e cattivi alunni è tra i più forti del mondo occidentale, senza però che questa severità si traduca in risultati sull’apprendimento. La Francia perde infatti posizioni nella classifica Pisa dell’Ocse e un quinto degli alunni che arrivano in prima media non padroneggiano l’ortografia. Più di metà degli alunni (57%) è stato bocciato almeno una volta e ogni anno 130mila ragazzi abbandonano il sistema scolastico, senza diploma né altri titoli di formazione. Un fallimento clamoroso per la République che ha istituito la scuola laica e dell’obbligo già alla fine dell’Ottocento con il famoso ministro Jules Ferry.
«Dobbiamo abbandonare l’ideologia del voto» dice Benoit Hamon. Il titolare del dicastero ha deciso di aprire un dibattito «senza tabù» su uno dei dogmi più forti del paese, tanto che in passato alcuni studiosi hanno citato il metodo sanzionatorio negli istituti francesi tra le possibili motivazioni del proverbiale malumore dei cugini d’Oltralpe. In Francia i voti si calcolano su un massimo di 20, ma anche la sufficienza (10) è considerata come un “brutto voto”, mentre chi ottiene 15 o 16 viene spesso poco valorizzato. La mania delle graduatorie è propedeutica a un modello scolastico in cui molto presto si va formando un’élite di giovani che dovrebbe poi integrare, dopo la maturità, le Classes Préparatoires e le Grandes Ecoles come l’Ena. Anche in questo caso, le candidature ai concorsi post-diploma si basano sui voti al Baccalauréat, in una sfrenata competizione tra alunni.
«È un modello per happy few che non ha più senso nella realtà di d’oggi», commenta il giornalista britannico Peter Gumbl che, dopo aver insegnato brevemente a Sciences Po, ha pubblicato un pamphlet contro il sistema francese, On achève bien nos écoliers , ovvero come uccidere gli alunni a colpi di umiliazioni e mortificazioni continue dei maestri. Nel mondo accademico anglosassone, spiega Gumbl, per la valutazione complessiva di un alunno contano anche esperienze formative di altro tipo, l’attitudine al lavoro in gruppo, l’emancipazione e l’espressione della propria personalità. Senza contare, aggiunge l’autore, che i giovani vengono spinti a prendersi un “gap year” dopo la maturità per conoscere se stessi e sviluppare la curiosità.
Il voto, insomma, non può essere l’unico parametro. In Gran Bretagna, molti studi hanno dimostrato che i giudizi costruttivi sono più utili che un numero in pagella. L’idea di paragonare alunni tra di loro non aiuta a migliorarli ma anzi li convince di non essere all’altezza. I giudizi, hanno spiegato gli studiosi inglesi, dovrebbero essere fatti usando come metro di paragone l’evoluzione didattica, rispetto a sforzi e limiti, e non mettendo i ragazzi in competizione con gli altri.
«L’istruzione in Francia ha sempre insistito sullo sviluppo
della ragione, inseguendo un ideale unico della cultura», ricorda Philippe Meirieu, autore di un Manifesto per il «piacere di imparare », pubblicato qualche mese fa. Professore in scienze dell’Educazione a Lione, esperto in pedagogia, Meirieu è convinto che bisogna superare le attuali rigidità del sistema. «La scuola continua a imporre una norma. I nostri modi di controllare e valutare scoraggiano la creatività, l’impegno personale dell’alunno». I ragazzi partecipano poco alle lezioni, temono di fare domande o di essere criticati se dicono qualcosa di sbagliato. Un sistema che promuove il conformismo e non incentiva la curiosità intellettuale, l’iniziativa personale. La classe, continua Meirieu, dovrebbe essere uno spazio senza minacce in cui non si ha paura di sbagliare o di rischiare.
Il modello di riferimento per chi si batte per il 6 politico è la Finlandia, dove vige “l’auto-valutazione”. Il paese nordico non impone griglie numeriche fisse e lascia invece libertà ai professori che devono seguire un unico principio: incoraggiare gli alunni. Molto presto, i bambini cominciano a capire da soli dove e come possono migliorarsi rispetto agli obiettivi didattici fissati dal governo. Esistono solo due pagelle durante l’anno, senza voti ma con giudizi che sottolineano gli apprendimenti già effettuati e descrivono i progressi ancora da fare.
I voti compaiono solo al sesto anno del ciclo scolastico, su un massimo di 10.
Qualche anno fa, alcuni intellettuali francesi avevano firmato un appello per importare il sistema finlandese, criticando «l’ossessione » per le graduatorie della République. «Un meccanismo che impedisce di far crescere la fiducia in se stessi, favorendo una piccola élite ed escludendo invece la maggioranza degli alunni», è scritto nell’appello firmato, tra gli altri, dallo psicologo Boris Cyrulnik e dallo scrittore-professore Daniel Pennac.
La proposta del governo socialista ora riapre il dibattito. Entro dicembre, il ministero dell’Istruzione spera di ottenere un “consenso” su un sistema di voti più indulgente. Le prime reazioni sono state positive. «Il fatto che se ne discuta è già una conquista», ha commentato Frédérique Rollet, rappresentante del sindacato degli insegnanti che auspica anche una semplificazione dei parametri. Secondo le attuali regole, ci sono diversi sistemi di valutazione tra medie e liceo che complicano ulteriormente il compito dei maestri. Molte associazioni di genitori fanno l’esempio di alcune scuole sperimentali, a Parigi e nel resto della Francia, che hanno felicemente abbandonato i voti. È una piccola avanguardia. Ma forse è da qui che la Francia può fare la sua nuova rivoluzione.

La Repubblica 25.06.14