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"Fammi passare quell'emendamento", di Giovanni Bianconi e Fiorenza Sarzini

Ordini, consigli e indicazioni di voto: l’atteggiamento di Luigi Bisignani, nelle telefonate intercettate, è quello di un ministro, un sottosegretario o un leader di partito. Così, ad esempio, in una telefonata a Italo Bocchino e poi a Cirino Pomicino sollecita il passaggio di un emendamento per il finanziamento dei parchi che interessava al ministro Stefania Prestigiacomo. «Mi raccomando in commissione…» , quasi intima Bisignani ai suoi interlocutori.
Si comporta come un ministro o un sottosegretario, un capogruppo parlamentare, un leader di partito. Invece non è niente di tutto questo, né riveste alcun incarico. Ma dà tanti e tali ordini, consigli e indicazioni di voto che per i pubblici ministeri di Napoli è al centro di un’associazione segreta «diretta a interferire sulle funzioni di organi costituzionali, amministrazioni pubbliche, enti pubblici» e altro ancora. Come? Gestendo informazioni e conoscenze. Spiega ai magistrati il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta: «Luigi Bisignani è persona estroversa, brillante, e ben informata… È amico di tutti, è l’uomo più conosciuto che io conosca. Bisignani è un uomo di relazione» . Niente di strano se non ci fosse quel principio— ricordato dagli inquirenti nella loro richiesta d’arresto per il manager dai mille legami— secondo cui «conoscere ed avere informazioni che altri non hanno è la premessa indispensabile per esercitare il potere» . Anche quello occulto gestito dall’uomo d’affari che quasi ogni giorno interferiva sulla politica di istituzioni e partiti, secondo la prospettazione dell’accusa. Le informazioni riservate di Bisignani riguardano anche il presidente del Consiglio, come si evince dalla telefonata tra lui e la deputata del Pdl Michaela Biancofiore la sera di domenica 16 gennaio 2011. Lui, tifoso laziale, comincia a parlare di calcio, e subito dopo lei accenna a «una cosa importante» che riguarda il figlio di Ilda Boccassini, il procuratore aggiunto di Milano, titolare dell’inchiesta per concussione e prostituzione minorile a carico del premier. Sembra l’anticipazione di una notizia che pochi giorni dopo uscirà su Il Giornale, tanto che i pm chiosano: «Bisignani è riconosciuto come un punto di riferimento al quale riconnettersi affinché determinate informazioni, per così dire infanganti, possano trovare un canale attraverso cui essere propalate» . Ma in quella telefonata c’è dell’altro. Berlusconi è appena apparso in tv per dire che nelle sue feste ad Arcore non accadeva niente di male, annunciando di avere «uno stabile rapporto di affetto» con una donna dopo la separazione dalla moglie. Commenta Bisignani: «Adesso io spero che su questa fidanzata, così come abbiamo detto stasera, cada proprio il silenzio assoluto, che non si deve sapere mai chi è la fidanzata… Noi dobbiamo assolutamente preservare la privacy di questa signora» . La Biancofiore avverte che la caccia è già cominciata, e mostra di conoscere l’interessata. Ancora Bisignani, riferito al videomessaggio di Berlusconi: «Se non ci fosse stata ’ sta cosa della fidanzata era perfetto» . Poi di nuovo un accenno — secondo chi intercetta— alla vecchia storia del figlio della Boccassini, utile a screditare il magistrato. La Biancofiore dice: «Poi domani ti dico quell’altra cosa che vabbè… me ne sono pentita, però… Sai com’è. Come dire (ride)… Uffa (ride)… Ciao» . Con il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, Luigi Bisignani mostra confidenza e «una notevole capacità di influenza sulle stesse modalità di esercizio delle sue funzioni ministeriali» , accusano gli inquirenti. A lei, nel dicembre scorso, l’uomo d’affari rivela che il pm napoletano Woodcock lo controlla. Lei domanda perché, e lui: «Non saprei» . Reazione della Prestigiacomo: «Se ti controlla ti segue, ti da… Mamma mia!! Ma come si può vivere così? Se escono le intercettazioni con me mi rovini!» . Bisignani prova a rassicurarla: «Io cerco di stare sempre attentissimo al telefono» . Nonostante la prudenza, però, alcune sue conversazioni ritenute interessanti dai pm restano incise, sia con il ministro — per la quale ha segnalato al prefetto di Roma «la presenza di cinghiali all’interno di una scuola frequentata dalla figlia» , ma il prefetto l’ha dirottato sulla Guardia forestale — sia con alcuni suoi amici. Come l’onorevole Italo Bocchino, al quale in un messaggio telefonico del 4 novembre scorso Bisignani diceva: «Sui parchi mi raccomando in commissione, ora» . E Bocchino: «Tranquillo» . C’era il problema di votare un emendamento per il finanziamento dei parchi, che interessava la Prestigiacomo, alla commissione Bilancio della Camera, e Bisignani chiama anche l’ex ministro Paolo Cirino Pomicino il quale— spiega alla persona che ha davanti a sé — «governa quelli dell’Udc in commissione» . E quando l’ex potente democristiano risponde, Bisignani quasi ordina: «C’è l’emendamento Fallica… sui parchi. Perciò parla con quello perché è una cosa importante… che deve passare» . Cirino Pomicino: «Eh… Mò chiamo» . In una conversazione dell’ 11 novembre, Bocchino dice a Bisignani che Berlusconi «si deve dimettere… mò deve decidere lui, come e quando» , ma poi promette: «Risolvo Tremonti e Prestigiacomo» . Con i pubblici ministeri lo stesso Bocchino ha ammesso di aver assecondato le richieste del manager: «Non ebbi difficoltà ad accogliere le sue indicazioni poiché coincidevano con l’interesse politico del gruppo Futuro e libertà, e cioè mettere in difficoltà il Pdl facendone venire a galla i contrasti interni. Bisignani caldeggiava gli interessi di alcuni ministri non “tremontiani”, cioè la Gelmini, la Prestigiacomo e Frattini» . Proprio a Bocchino, Bisignani attribuisce la prima fuga di notizie che lo mise in guardia sull’inchiesta napoletana a suo carico. Su questa vicenda, che per i magistrati è centrale, tutti gli interessati negano. Almeno finché possono. Nell’interrogatorio del 14 febbraio, Stefania Prestigiacomo ha detto: «Escludo che il Bisignani mi abbia mai potuto riferire di aver appreso di essere intercettato da parte del dottor Woodcock» , ma appena lette le trascrizioni delle conversazione intercettate s’è dovuta correggere: «Ricordo che il Bisignani mi disse di aver appreso di essere intercettato…» . E il sottosegretario Letta, dopo aver garantito che «con Bisignani intrattengo rapporti di amicizia, che io gestisco in modo istituzionale e corretto, come con ogni altro» , informato delle intercettazioni ha messo a verbale: «Non escludo che mi abbia potuto dire che era oggetto di attenzioni da parte dell’autorità giudiziaria; sicuramente non mi ha detto che era intercettato, e che era Woodcock che lo intercettava. Posso aver detto al Bisignani di non parlare troppo al telefono, visto che lui è piuttosto facondo» . Dal governo nazionale, a quello locale. Interrogato come testimone, l’ex capo di gabinetto del sindaco di Roma Alemanno, Maurizio Basile— oggi amministratore delegato dell’Atac, l’azienda dei trasporti pubblici — ha dichiarato: «Non c’è dubbio che Alemanno ascoltasse le indicazioni del Bisignani, compresa la mia nomina, tuttavia non so spiegare come mai il Bisignani potesse vantare tale indubbio “potere contrattuale”sul suddetto Alemanno» . L’ex braccio destro del sindaco del centrodestra ricorda che durante una cena «Bisignani fece parlare al telefono Alemanno e Briatore, e ho potuto apprendere da tale conversazione che il Briatore spiegò ad Alemanno che non c’era alcun interesse reale delle società costruttrici di auto a fare il Gran premio di Roma… In un’altra occasione il Bisignani mi chiese di dare il numero di Briatore ad Alemanno, e si parlò della valorizzazione delle aree dell’Eur che doveva conseguire a tale Gran Premio» . Ma tra tanti affari gestiti su scala nazionale e locale, il chiodo fisso degli interessi dell’uomo d’affari sembrano sempre le notizie sulle inchieste giudiziarie. Quelle che riguardano lui e quelle sulle persone con cui si «relaziona» . In un’intercettazione con l’ex magistrato oggi deputato del Pdl Alfonso Papa, Bisignani parla del «toscano» , e ai pubblici ministeri ha spiegato: «È sicuramente l’onorevole Verdini… Ripeto che il Papa si era impegnato a interessarsi e a prendere informazioni sulle vicende giudiziarie riguardanti il Verdini medesimo» . Così tanto impegnato che in un colloquio del settembre scorso col carabiniere Enrico La Monica oggi latitante, Papa lo striglia: «Mettiti insomma,
questo ramo napoletano della P3 così… tiriamo in ballo pesantemente anche Caliendo (sottosegretario alla Giustizia, indagato nell’indagine romana chiamata P3, ndr)… Noi dobbiamo cercare di sapere quanto più è possibile… Tu questa settimana ti devi proprio concentrare al massimo su questa storia… È importantissimo, hai capito?» . La Monica ripete più volte: «Va bene» ; ma Papa insiste: «Mi raccomando, Benevento e questa cosa napoletana» .

Il Corriere della Sera 21.06.11

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«Ho un gossip su Vietti» Le assunzioni e i ricatti Le informazioni garantite dagli uomini dei Servizi

In cambio di nomine e assunzioni, Luigi Bisignani poteva contare sulla fedeltà di uomini dei servizi segreti e delle forze dell’ordine. Ottenendone informazioni che, secondo l’accusa, lui e il deputato del Pdl Alfonso Papa hanno usato per mettere in piedi una formidabile rete «informativa» per condizionare, anche con il ricatto, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni. Scrivono i magistrati, a mo’ di esempio: «Risulta che il generale Poletti, vicedirettore dell’Aise (il servizio segreto militare, ndr), abbia legami e consuetudine di frequentazione consolidata con Papa con il quale è solito incontrarsi e “appartarsi”nei locali della libreria Feltrinelli di Roma con sistematica cadenza settimanale. Papa utilizza, ma sarebbe meglio dire ostenta, tali suoi legami o meglio la prospettazione di tali suoi effettivi legami come strumento di pressione nei confronti delle vittime» . I vertici degli 007 e il Copasir A proposito dell’ormai nota visita del direttore dell’Aise Adriano Santini a Massimo D’Alema, presidente del Comitato di controllo sui Servizi, accompagnato proprio da Bisignani, i pubblici ministeri hanno raccolto informazioni diverse e in alcuni punti contrastanti. Santini diceva che Bisignani gli aveva riferito che D’Alema «aveva piacere» di conoscerlo, D’Alema che Bisignani chiamò il suo ufficio per chiedere l’incontro, Bisignani che l’interessamento gli fu proposto da Italo Bocchino, circostanza negata fermamente da Bocchino. Divergenze anche sulla data: Santini sosteneva che l’incontro avvenne prima della sua nomina, mentre secondo D’Alema i due si videro a designazione già avvenuta. Alla fine il generale Santini ha ammesso: «Può darsi che io ci sia andato dopo la nomina ma prima della formale investitura» . Ciò che più interessa i pubblici ministeri, però, è la parte di deposizione in cui il capo del servizio segreto militare dice: «Mi si chiede come mai accettai di andare al primo appuntamento a casa del Bisignani; vi rispondo che non lo conoscevo e che decisi di andarci perché “avevo letto il suo nome sui giornali”e sapevo che era un uomo influente» . In una telefonata con il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro dell’ 8 ottobre scorso, Bisignani parla dei lavori del Copasir, il Comitato guidato da D’Alema. Dice Pecoraro: «Ho saputo che il Copasir vorrebbe parlare di quella cosa che… niente… il nostro (sembra dire) amico… non l’amico mio… ecco perché ci sta quel casotto al Copasir… Cioè praticamente… il presidente del Consiglio…» . E Bisignani: «Sì, sì, ho capito perfettamente» . Secondo i magistrati «appare inquietante che i due parlino dell’ordine del giorno del Copasir, se si pensa che il Bisignani è soggetto assolutamente estraneo alle istituzioni dello Stato» . Chiamato a spiegare quella conversazione, il prefetto Pecoraro ha dichiarato che lui e l’uomo d’affari si riferivano «alla vicenda inerente alle dichiarazioni del figlio di Ciancimino su De Gennaro e Narracci, e cioè al fatto che il Ciancimino avesse detto che il “signor Franco”(presunto anello di congiunzione tra servizi segreti e mafia, ndr) era il mio amico Gianni De Gennaro» . Notizia, questa, divenuta pubblica a dicembre con l’inchiesta per calunnia a carico del figlio dell’ex sindaco mafioso, mentre la telefonata è di ottobre. Il ricatto a Vietti del Csm È l’ 11 settembre 2010 quando viene intercettata una telefonata tra Papa e Bisignani. Papa: «Martedì sarò pronto, ho fatto tutto e tutto a posto, c’avevo un pettegolezzo su Vietti enorme… ti ho mandato pure il messaggio per Dagospia» . Bisignani: «Non l’ho visto, quando me l’hai mandato? » . Papa: «Ieri mattina, tanto ti frego perché nonostante le tue tecniche sappi che quando accendi il telefono lo so in tempo reale… Allora praticamente giovedì sera al ristorante “I Pazzi”Michele Vietti ha offerto una serata a quattro avvenenti ragazze che risultano lavorare all’ufficio legale delle Poste… la serata è stata organizzata dal suo segretario Enrico Caratozzolo» . Bisignani: «Ahhh…» Papa: «Hanno organizzato per la settimana prossima una festa privata in casa Vietti dove ogni ragazza dovrà cucinare una pietanza» Bisignani: «Fantastico… ufficio legale eh?» . (…) Papa: «Va bene però non scopriamo poi troppo la fonte sennò… eh ehe hai capito…» . (…) Bisignani: «Bravo… fantastica» . Papa: «I dettagli della serata possono essere pure quelli interessanti?… Che cosa si sono detti, però ah no…» . Bisignani: «Con la scollacciata insomma» . Papa: «Sì, sì, scollacciata con le avance… promesse… Promesse di interessamento e per qualcuna uscirà pure una promessa di inserimento nel suo staff al Csm» . I magistrati accertano che la «fonte» è Maria Roberta Darsena, amica di Papa. E sottolineano il tentativo «di carpire notizie e informazioni in grado di vulnerare la reputazione di Vietti, sia in ambito privato che pubblico» , in modo da «condizionare il buon andamento di un’istituzione di rilievo costituzionale qual è la vicepresidenza del Csm» . Anche perché nel suo interrogatorio è lo stesso Vietti a chiarire come si trattasse di una cena tra amici, «credo fossimo otto, ed escludo che con la Darsena si sia mai parlato di un inserimento della stessa presso il Csm, così come escludo che con la stessa si sia svolta una cena privata presso casa mia. Escludo che la cena abbia mai assunto toni che non fossero assolutamente corretti» . Del resto la stessa Darsena, interrogata dai magistrati, ha definito «insistenza morbosa» l’interesse di Papa per l’incontro con Vietti. Eni, Finmeccanica e altre nomine Il colonnello dei carabinieri Antonio Ragusa per un periodo è stato nei servizi segreti, attualmente lavora al dipartimento per la gestione degli Immobili di Palazzo Chigi e s’è interessato del contratto con la Italgo per l’informatizzazione di Palazzo Chigi, sul quale sono in corso accertamenti. Durante l’interrogatorio i magistrati gli contestano alcune conversazioni con Bisignani e lui afferma: «Parlavamo del commissario straordinario della Laguna, carica alla quale io ambivo. La signora cui facciamo riferimento è il ministro dell’Ambiente Prestigiacomo, facciamo riferimento alla mia nomina e all’interessamento che avevo chiesto a Bisignani presso la Prestigiacomo… Bisignani si è adoperato per far avere vantaggi professionali a mio nipote Aurelio che lavora in Eni. Incontrando il mio amico generale Savino, consulente di Finmeccanica, il predetto si è prestato a intercedere per far assumere mio figlio in Finmeccanica. Non escludo che abbia chiesto a Bisignani di intercedere e di intervenire su Scaroni— a quel tempo ad di Enel — per far assumere mio figlio in Enel» . Dichiara Lorenzo Borgogni, responsabile delle relazioni esterne di Finmeccanica: «Ho conosciuto Bisignani nel 2002 subito dopo essere arrivato in Finmeccanica con l’ingegner Guarguaglini, lui era una sorta di tutor dell’allora direttore generale e amministratore delegato Roberto Testore che era molto legato agli Agnelli e veniva dalla Fiat… Bisignani si muoveva e veniva individuato come l’uomo di Letta… So che ha le “mani in pasta”in tante cose e credo che il suo grande potere scaturisca proprio dal forte legame con Letta» . Persino per le nomine nel settore degli Spettacoli si rivolgevano a lui. Racconta a verbale l’attore Luca Barbareschi, poi eletto nel Pdl: «Effettivamente fra gli altri mi sono anche rivolto a Bisignani per chiedere un suo interessamento in merito a una mia nomina a direttore artistico del Teatro Stabile di Roma. Lui mi propose un interessamento, ma di fatto non è riuscito a ottenere nulla. Alla fine quel posto è stato assegnato a Gabriele Lavia che non è certo riconducibile al centrodestra» .

Il Corriere della Sera 21.06.11

"Sviluppo, il governo cancella la norma aprigraduatorie", di Alessandra Ricciardi

Il governo cancella l’emendamento di maggioranza Pdl-Lega (nella identica versione presentato anche dal Pd) di riapertura delle graduatorie permanenti. Nel maxiemendamento che riscrive gli interventi corretti al decreto legge Sviluppo, su cui oggi si voterà la fiducia alla camera, l’esecutivo è tornato alla versione precedente dell’articolo. Di fatto così rimettendo fuori dalle graduatorie permanenti, bloccate per legge dal 2008, altri 20 mila docenti, tra quanti sono in possesso della laurea abilitante in scienza della formazione, e non si sono iscritti, e coloro che si sono abilitati o lo stanno facendo in strumento musicale e didattica della musica. Nel novero dei nuovi ingressi erano ricompresi, come ha evidenziato il senatore di Futuro e libertà Giuseppe Valditara, anche coloro che hanno ottenuto abilitazioni all’insegnamento presso università straniere. Il governo sembra riuscito a superare le perplessità del presidente della camera, Gianfranco Fini, che finora ha sempre richiesto il rispetto di una prassi parlamentare secondo la quale gli emendamenti approvati nella commissione di merito debbano essere recuperati in un eventuale maxiemendamento governativo su cui venga posto il voto di fiducia. Una prassi tesa a salvaguardare il lavoro del parlamento rispetto agli interventi del governo, pur legittimi. Si tratta tra l’altro di un modus operandi al quale ha mostrato di essere particolarmente attento anche il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano.

Ma in questo caso, sia Fini che Napolitano hanno evidentemente accolto le argomentazioni prospettate dal Tesoro. La norma in questione era passata con largo consenso, sia di maggioranza che di opposizione, in commissione Bilancio. E aveva avuto anche la benedizione della Flc- Cgil, il sindacato guidato da Mimmo Pantaleo che ne aveva parlato come di un «risultato storico». «La modifica fatta dal governo è grave», spiega Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione cultura, «perché ci sono 20 mila giovani che hanno frequentato dal 2008 i corsi abilitanti promossi in Scienze della Formazione primaria, in Strumento musicale e in Didattica della musica, ai quali però non è concesso l’inserimento nelle graduatorie dalle quali si attinge per assegnare le supplenze annuali e, soprattutto, per entrare di ruolo. Un atteggiamento irragionevole soprattutto alla luce del fatto che il governo, in questi tre anni, si è prodigato nel tagliare ben 87mila posti ma certo non ha impiegato la stessa determinazione», dice la parlamentare, «nel definire le nuove modalità per il reclutamento». Per il governo invece è proprio cancellando la norma che si tutelerebbero i precari della scuola, quelli che già vi lavorano da anni, evitando che le file si vadano a gonfiare di nuovi pretendenti, «alimentando così un precariato senza fine, che la scuola non può assorbire», dicono da viale Trastevere, «senza tenere conto poi del caos burocratico che la riapertura delle graduatorie avrebbe comportato. Così diventa la tela di Penelope». Nel novero dei caduti del dl Sviluppo, vittima per altro del fuoco amico del Pdl, va annoverato anche il superpunteggio del leghista Mario Pittoni: 40 punti in graduatoria al docente che non si sposta. «La norma non è contro il Sud, ci riproveremo nella manovra sui conti pubblici», dice Pittoni.

da ItaliaOggi 21.06.11

"Così funzionava la macchina del fango", di Liana Milella

Se l´erano scritto da soli l´Undicesimo comandamento. Si declinava così: «Il possesso d´informazioni genera potere».
Lo pensava già Licio Gelli. Lo ricopiano loro. E lì s´incardina, trae linfa e s´accresce la “macchina del fango”. Con un faro puntato su palazzo Chigi e sugli uomini di Berlusconi. Esso regola ogni passo della loro giornata e della loro vita. È il grimaldello per giustificare lo spregiudicato obiettivo di penetrare all´interno dello Stato, sia la magistratura, le polizie, gli 007, o nelle imprese pubbliche e private, o nella la stampa. Tutto è piegato ad esso. Solo per questo lavorano la mente Luigi Bisignani, uomo di loggia di lungo corso, e Alfonso Papa, la toga asservita, solerte, ma vittima del suo debordante debole «per le femmine». Che, senza soldi, è costretto a farsi pagare da altri. I pm Francesco Curcio ed Henry John Woodcock definiscono quell´Undicesimo comandamento «un´evidenza solare». Si traduce in quattro, semplici mosse: «Acquisire indebitamente notizie, intimidire, blandire, poi passare al ricatto e alla richiesta di favori».
Uno scenario devastante e del tutto privo di scrupoli. «Un vero e proprio sistema criminale, illegale e surrettizio» scrivono i due pm, quasi increduli perfino loro, pur dopo un anno di indagini, di intercettazioni, di interrogatori. Nel quale si accumulano i racconti delle vittime, degli imprenditori finiti «in uno stato di soggezione», nel mirino degli ultimi eredi del “metodo” Gelli. I De Martino, i Gallo, i Fasolino, i Petrillo, i Boschetti, i Casale. Per tutti la stessa tecnica pesante e ormai rodata, raggiunti sul cellulare da un sedicente poliziotto o carabiniere, «intimiditi» da un possibile interrogatorio, «minacciati» da un imminente arresto, blanditi da un´offerta di protezione, coinvolti e sporcati con una richiesta di “prestazioni” per migliaia di euro. Un metodo che in tutto e per tutto assomiglia a quello della mafia. Che ti avvicina, ti macchia, alla fine ti si prende. Questo faceva Papa che poi correva a informare Bisignani. Lui, un magistrato, uno che aveva lavorato al ministero della Giustizia, un parlamentare. Corrompeva per strappare le indiscrezioni sulle inchieste, le passava a Bisignani, chiedeva favori per sé.
Una «filiera criminosa», la mente e il braccio. Che una parola d´ordine se l´erano data: «infangare». Curcio e Woodcock la decrittano come la manovra che consenta loro «di esercitare indebite pressioni su esponenti delle istituzioni». E citano i due casi più clamorosi che hanno sotto mano, quello del procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini e del vice presidente del Csm Michele Vietti. Per la prima si distorce su un vecchio incidente del figlio. Per il secondo si specula su una cena. Il metodo Boffo assurge a regola di comportamento. Aspira ad istituzionalizzarsi. Conta ormai su precedenti che fanno scuola, i calzini azzurri del giudice Mesiano, la casa di Fini Montecarlo, il dossier sul fidanzato della Boccassini. Investigare, raccogliere, sporcare, ricattare, delegittimare, condizionare, cacciare via. Diventa «un sistema davvero perverso». Gestito da quelli che Curcio e Woodcock definiscono «veri e propri “mercanti in nero” di notizie e di informazioni segretate e riservate». Mercanti pericolosi, «ben consapevoli dell´enorme potere che può discendere dalla disponibilità e dalla strumentalizzazione, intesa come uso distorto, delle medesime notizie e delle informazioni sensibili».
La macchina del fango punta a far suo lo Stato. I magistrati fotografano «l´indubbia capacità di Bisignani di condizionare organi, enti, istituzioni che svolgono un ruolo centrale nella vita di uno Stato democratico». La loggia si fa essa stessa Stato. Non lo teorizzano Curcio e Woodcock, ma citano centinaia di trascrizioni di conversazioni telefoniche in cui emergono «i rapporti tra Bisignani e la Rai, tra Bisignani e l´Eni, tra Bisignani e gli organi di informazione, tra Bisignani e la presidenza del Consiglio, con membri del governo, con parlamentari, tra Bisignani e i vertici del mondo bancario». La loggia lavora così: i suoi componenti si associano col fine di «condizionare» lo Stato.
L´arma utilizzata è sempre la stessa, un sistema «costante negli anni», ormai sperimentato. Identico a se stesso. Il «depistaggio». I due pm la definiscono come «una ben organizzata e sistematica attività di inquinamento, di vero e proprio depistaggio, espletata nelle più delicate e complesse vicende processuali che hanno dominato e caratterizzato la storia giudiziaria degli ultimi anni». Guardano a Napoli, Curcio e Woodcock, ma non solo. Vedono quel «mercato parallelo di notizie e di informazioni» che aveva nella toga infedele Alfonso Papa un suo puntello quotidianamente in azione.
Vero e falso si mescolano, un sistema che affonda nei lontani dossier degli anni Novanta contro Antonio Di Pietro. Allora tutti sospettavano che fosse Cesare Previti a muoverli e architettarli. Ruieccoli adesso, per come li hanno ricostruiti i pm di Napoli, ecco «l´indebita propalazione e la commistione di notizie vere, illecitamente attinte da fonti giudiziarie, con quelle verosimili, se non addirittura in qualche caso false». Alla fine l´obiettivo, tutto politico, interamente finalizzato a favorire chi siede a palazzo Chigi, è «destabilizzare il sistema», è creare «un gravissimo vulnus al sistema giudiziario». Ma è soprattutto «influenzare il funzionamento delle istituzioni dello Stato».

La Repubblica 21.06.11

"Insegnare? Professione per pochi", di Alessandra Ricciardi

Il ministero ha stimato il fabbisogno di nuovi docenti fino al 2015. Nelle università corsi a rischio. A una prima lettura, sembra tutto ok, anzi. Sapere che la scuola italiana, da qui a 4 anni, ha bisogno di 23 mila nuovi docenti da abilitare alla professione può apparire addirittura consolante, dal punto di vista delle opportunità formative ma anche occupazionali. Ma quando si leggono i dati disaggregati per grado di scuola e per classe di concorso, la percezione cambia radicalmente. Perché i 23 mila docenti che le università potranno formare fino al 2015 si traducono tra primaria e secondaria, spalmati tra matematica, lettere, inglese e lingue, storia e filosofia, latino e greco, e poi suddivisi su tre annualità accademiche, in una manciata di posti. Risicate chance lavorative che parlano di una professione in declino, in cui c’è poco spazio per nuovi docenti. In alcuni casi, come per esempio la classe 050 alle superiori, ovvero Lettere, vi sarebbero in tutta Italia solo 75 posti disponibili da occupare. Del resto, ci sono già circa 230 mila insegnanti abilitati, quelli delle graduatorie permanenti, che vanno immessi in ruolo. Una situazione choc che, se confermata, renderebbe l’organizzazione di alcuni nuovi corsi un affare in perdita per le università. Già, perché i nuovi percorsi abilitanti previsti dalla riforma Gelmini (laurea magistrale e tirocinio attivo) sono blindati: per evitare il formarsi di nuovo precariato, gli atenei formeranno solo in base ai flussi programmati a livello regionale. Le prime stime sul fabbisogno di nuovi docenti fatte dal ministero dell’istruzione, università e ricerca sono state trasmesse in questi giorni ai direttori scolastici regionali. Obiettivo: prendere contatto con le varie università del territorio perché queste abbiano l’ordine di grandezza dei corsi di laurea a decorrere dal 2012. ItaliaOggi ha avuto modo di leggere le stime. Complessivamente, ci sono 23.200 disponibilità per la formazione: 4.550 per il 2012/2013; poco più di 7.400 per il 2013/2014 che salgono a 11.200 per il 2014.2015. L’ordine di scuola più affamato sarà la scuola media con 8.200 nuovi docenti, seguito dalla secondaria di secondo grado con 5.100 e poi la scuola dell’infanzia quasi a quota 5 mila e la primaria a poco meno di 4.900. Le stime sono state elaborate tenendo conto, su un organico di 605 mila unità, dei posti vuoti in organico e delle cessazioni dal servizio che si avranno, a legislazione vigente. Sommando i due dati, vanno poi sottratti gli abilitati ad oggi già iscritti in graduatoria. Ovviamente le stime non sono in grado di dire cosa accadrebbe in caso di ulteriori strette sugli organici.

A spulciare i dati emerge per esempio che per la Campania alle superiori la classe di concorso A013, Chimica, avrà una disponibilità di 4 posti; A034, ovvero elettronica, in Abruzzo avrà un fabbisogno di zero docenti per il 2012, sempre zero per il 2013 e un solo nuovo docente per il 2014/2015. Va meglio per Igiene, A040: a livello nazionale quasi 400 posti, sempre su tre anni ovviamente. Per A036, ovvero Filosofia e pedagogia, ce ne saranno nel triennio 75; 184 per Storia e Filosofia. Difficile immaginare che le università possano realizzare corsi per un solo potenziale aspirante o comunque poche decine. Ecco perché il ministero sta studiando integrazioni legislative per accorpare presso un solo ateneo regionale o anche nazionale i corsi di laurea più poveri. Se la strategia, avviata dal precedente governo di centrosinistra, è quella di non formare più docenti di quelli che presumibilmente potrà assorbire il sistema, per un po’ di anni bisognerà inevitabilmente mettere il lucchetto ad alcune classi di concorso. Ed evitare che, come invece avvenuto per le Siss, le maglie per l’accesso vengano via via allargate.

da ItaliaOggi 21.06.11

"Vinto il concorso pubblico? Niente lavoro per 70 mila", di Maria Grazia Gerina

Più che l’ultima frontiera del precariato sembrano il frutto di una assurda sperimentazione sociale. Perché in quale paese normale può accadere che uno vince un concorso e poi non viene assunto? Accade in Italia, a circa 70mila più o meno giovani vincitori di concorso pubblico. Non sanno neppure loro come chiamarsi. «Vincitori non assunti. Precari anche noi», hanno scritto su uno striscione, prima di andare a Montecitorio, con una maschera da «vecchi neoassunti», a mescolarsi agli altri. Precari della scuola. Precari in presidio permanente. Almeno se dici «precario» la gente capisce. Ma come la spieghi la storia di decine di concorsi finiti su un binario morto? Come lo spieghi che ministeri, enti di ricerca, istituti di previdenza continuano persino a bandirli i concorsi mentre il governo ha deciso che non si assume più nessuno? Storia di Giulia Nicchia, 32 anni non ancora compiuti. Giulia parla tre lingue: inglese, francese, russo. Ha una laurea in Scienze Politiche, un Master in Studi europei, un dottorato. Il concorso per 107 posti all’Istituto del commercio estero, bandito nel 2008, sembrava fatto per lei. E infatti, su 15mila, Giulia è arrivata 57ma. «È fatta», ha pensato, davanti alla graduatoria, aprile 2010. Poi «Tremonti se ne esce con la storia che l’Ice andava soppresso… ». Alla fine l’ente si salva, i futuri neo-assunti no. Finora sono entrati solo i primi 4. E la cosa assurda è che i 107 sono già conteggiati nella pianta organica. «Se va bene ci mettono dieci anni ad assumervi», ha pronosticato l’ex direttore del personale, prima di andare in pensione. Sempre che nel frattempo non scadano le graduatorie, che è quello che sta avvenendo per i concorsi più vecchi. «Ci assumono o no? Almeno vorremmo una risposta», spiega Alessandro Ronchi, 31 anni, vincitore del concorso per 30 informatici all’Inps, bandito nel 2007. Per ora continua a fare la partita Iva, a Forlì. «Le nostre storie sono tutte abbastanza assurde », si schermisce Carmen, spagnola, in Italia dal ‘99. Lei ha vinto il concorso per entrare all’Inail: 404 posti, su 15mila partecipanti, lei è arrivata 117ma.Madi assunzioni ne sono state autorizzate solo 67.ECarmen, perciò, a 38 anni, resta vincitrice precaria. Ci sarebbe da scendere in piazza come gli indignados.«Ma bisognerebbe essere in tanti ed uniti». E invece ieri i vincitori non assunti del «comitato 27 ottobre» avevano anche timore di urtare la suscettibilità degli altri precari. Perciò prima di andare a Montecitorio si sono ritrovati nella sede della Cgil, dove con Fabrizio Fratini (Cgil Fp) e Cesare Damiano (Pd) hanno discusso la strategia da qui ai prossimi mesi: proroga delle graduatorie, sblocco del turn over. Ma su quello il governo non cede. Ànzi «la manovra annunciata potrebbe persino segnare un passo indietro », avverte Damiano. Sempre che il governo non cada. «A quel punto ci aspettiamo subito l’inversione di rotta»».

L’Unità 21.06.11

"I giovani «inattivi» senza opportunità. E il 40% torna a casa", di Gabriela Jacomella

È la generazione «che quando prova a buttare il cuore oltre l’ostacolo, se lo vede rilanciare indietro» (Alessandro Rosina, professore di Demografia alla Cattolica di Milano, 42 anni). Quella che «non siamo inattivi, ma certo c’è una parte di rassegnazione, la soglia di resistenza è più bassa quando il reddito è finito» (Eleonora Voltolina, ideatrice del sito — che è anche un libro— repubblicadeglistagisti. it, 32 anni). Quella che «dovrebbe pagare la mia pensione, e invece fatica a trovare risorse per accedere alla casa, pianificare un figlio» (Chiara Saraceno, sociologa della famiglia, 70 anni). È il confronto, non i dati in sé, a togliere il fiato. Tre momenti nella storia del Paese: 1971, 1991, 2011. Una lunga corsa, dalla speranza a ridosso del boom fino all’arresto di fronte al baratro. Il quadro l’ha tratteggiato, ieri, il Sole-24 Ore. Stessi indicatori, anni diversi. E alcuni progressi incontestabili: il balzo in avanti nell’istruzione, dall’ 1%al 15%di lauree tra gli under 30. Che spiega, in parte, quel 71,6%di «inattività» (chi, pur senza lavoro, non lo sta cercando) tra gli under 25, rispetto al 58%del 1990. Non si va a caccia di un impiego perché si suda sui libri. Il problema è che l’investimento formativo non sempre paga, almeno sul medio termine. Nel 1991, nella fascia 25-34 anni, erano quasi 7 su 10 a portarsi a casa uno stipendio; oggi siamo scesi di 2,6 punti percentuali. E il 41,5%di under 35 vive con i genitori. Nel 1971, erano il 10%. Siamo, commenta Chiara Saraceno, «una società che si ripiega su se stessa» . Un Paese-gambero, che torna sui suoi passi e rischia l’implosione: economica, sociale. Dove i soldi non circolano, e i consumi ristagnano. «Quando sento una 35enne dire “non posso permettermi un figlio”, penso che è una deprivazione forte. In termini personali, ma anche sociali. Non è solo un problema demografico. Siamo diventati una società che si affida, su tutto, alla famiglia. Senza interrogarsi sulla tenuta del sistema. Al momento c’è una combinazione favorevole: i “figli”sono ancora abbastanza numerosi, i “vecchietti”hanno fatto in tempo a beneficiare del welfare, la pensione garantisce risorse per il consumo. Ma basta spostare lo sguardo più in là: meno pensioni, capacità di risparmio diminuita, meno ricchezze da investire. Terrà per 15 anni, poi…» . Già ora, «in ricerca e sviluppo (quindi nell’espansione dei settori più innovativi, dove il “nuovo”capitale umano può fare la differenza) investiamo il 50%in meno della media europea — commenta Rosina —. Conseguenza: meno opportunità per i giovani, meno crescita per il Paese» . Nel 2009, Rosina era in libreria con Non è un Paese per giovani (Marsilio); oggi, ci ritorna con Goodbye Malthus (Rubettino), sottotitolo: «dalla crescita della quantità alla qualità della crescita» . «In questo secolo vincerà chi investe sulla qualità della crescita, ma l’Italia fa fatica. Siamo di fronte a una generazione di “frustrati”: si riducono le opportunità, e ad afferrarle non è chi ha più talento ma chi ha una famiglia forte alle spalle» . Pronta a tappare i buchi di un welfare inesistente, «rispetto all’Europa spendiamo molto di più in pensioni, molto meno in disoccupazione e housing sociale» . Risultato, «la “sindrome da figliol prodigo”: il 40%di chi esce di casa perché ha trovato un lavoro, non ce la fa e torna dai genitori. Un esempio scoraggiante per tutta la rete sociale» . La crisi, ovvio, ha aggravato il tutto. «Ma sarà negli anni futuri che la pagheremo: meno tutele per i giovani (nati ereditando un debito pubblico che già anni fa ha sfondato il tetto del Pil), meno possibilità di carriera, meno sviluppo. Il periodo fertile delle nuove generazioni si è trasformato in stagnazione» . «Diciamo la verità: tutto, purtroppo, ruota intorno al denaro» , sintetizza Eleonora Voltolina. «Le retribuzioni sono basse e discontinue, i contratti troppo brevi, risparmiare è impossibile. Non è vero che siamo “inattivi”: in Italia ci sono 500mila stagisti e circa 200mila praticanti, che a livello statistico non si sa nemmeno dove piazzare… Se una volta uscivi da un percorso formativo e l’inesperienza non ti precludeva un’opportunità, oggi sembra si debba diventare fisici della Nasa prima di intravvedere un contratto» . «Il nostro è un sistema che incentiva i giovani ad essere più dipendenti che autonomi— chiude Rosina —. Le competenze non sono valorizzate, ma frustrate. E questo, oggi, compromette lo sviluppo futuro del Paese» .

Il Corriere della Sera 21.06.11

"Il vuoto sotto gli slogan", di Marcello Sorgi

Cos’è, cos’è diventato nell’Italia del 2011 un accordo di governo che prevede impegni e scadenze stringenti e un programma concordato da rispettare? Se Berlusconi si fosse posto subito, domenica, questa domanda, invece di tirare platealmente un sospiro di sollievo perché Bossi aveva scelto di nuovo la strada del «penultimatum», non si sarebbe trovato ieri a fare i conti con un alleato impossibile da accontentare e con il Capo dello Stato che richiama il governo alle proprie responsabilità.

Bastava semplicemente guardare con attenzione ciò che è successo sul pratone di Pontida e che molte tv, non la Rai, hanno trasmesso in tutte le salse. Un leader malandato, esausto, quasi privo di forze e del tutto a corto di argomenti, che appoggiandosi a malapena sugli altri oratori chiamati sul palco snocciola una serie di proposte alla rinfusa, roba trita e ritrita a cui lui stesso non sembra più credere.

Ma davvero Bossi ritiene ancora, dopo venti e più anni in Parlamento, che la gente del Nord beva la storiella del taglio dei parlamentari e dei loro stipendi? O che il problema delle auto blu si risolva consigliando ai ministri di comprarsi una macchina? Che Tremonti taglierà le tasse solo perché lui lo chiede e l’altro non può dirgli di no? E tralasciamo, per carità di patria, il computo delle mucche morte su cui l’Europa, secondo Calderoli, vorrebbe far pagare le multe e la Lega promette che non ci riuscirà.

Ma la cosa più grave è stato l’intervento di Maroni, fino a qualche tempo fa considerato il più istituzionale del gruppo dirigente della Lega, e ieri, e non solo ieri purtroppo, in tutt’altra veste. Può il ministro dell’Interno di un Paese che sta celebrando i 150 anni della sua storia unitaria inneggiare alla «Padania libera»? Può tacere davanti ai militanti che gridano «secessione»? Può dire che l’unico modo di fermare l’onda degli immigrati è por fine alla guerra con la Libia, il che equivale ad affermare che è meglio far soccombere i profughi alla più sanguinosa delle repressioni? E può ignorare che Berlusconi non ha il potere di fermare, e neppure di imporre un termine, all’intervento della Nato a Tripoli?

Invece di spiegare ai leghisti le difficoltà in cui si trova la Lega al governo, come avrebbe fatto un leader politico che, almeno nelle aspirazioni del suo partito, potrebbe in futuro ricoprire l’incarico di presidente del Consiglio, Maroni sorprendentemente s’è distaccato dal suo ruolo di ministro e s’è rimesso la camicia verde.

Se da presidente del Consiglio qual è si fosse posto queste domande – o anche una sola: la Lega è tuttora un partito di governo? – Berlusconi non avrebbe passato ieri l’ennesima nottata a cercare di rammendare la sua tela ormai troppo piena di buchi. Se ci avesse riflettuto su, avrebbe subito realizzato che il primo a essere stato danneggiato dalla mediocre messa in scena leghista è proprio lui, il premier che tiene così tanto alla sua immagine internazionale, che soffre più di tutto l’approssimazione, i rinvii, le brutte figure. L’«uomo del fare» alle prese con le mucche morte! Possibile? Possibile: e la cosa peggiore è che a Berlusconi è toccato pure far finta di niente per timore di appesantire il clima già incerto in cui si apre oggi la verifica in Parlamento.

E’ toccato così nuovamente al presidente Napolitano intervenire. La durezza dei suoi toni, la severità dei contenuti e l’urgenza con cui ha deciso di prendere la parola fanno intuire che le conseguenze della sceneggiata di Pontida sul piano internazionale stavano già propagandosi, e si era resa indispensabile una messa a punto degli impegni nei confronti degli alleati con cui l’Italia collabora nelle missioni di pace. Un’ennesima toppa, che terrà quanto potrà, visto che ormai il guaio è fatto. E che potrebbe essere smentita oggi stesso, se la Lega sulla Libia insisterà, come sembra, per mettere Berlusconi con le spalle al muro.

La Stampa 21.06.11