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"La trincea del colle", di Aldo Schiavone

Il Capo dello Stato è ormai l´unico punto fermo nella politica estera della nostra Repubblica. Il solo che cerchi di sottrarre la presenza internazionale dell´Italia, il suo ruolo e il suo profilo, a un gioco al massacro di annunci, di sotterfugi e di strumentalizzazioni al quale mai prima d´ora ci era toccato di assistere. L´evidenza di questo dato di fatto – che fuori d´Italia, a cominciare dalla nostra stessa diplomazia, è ormai una realtà indiscutibile – è una prova ulteriore del punto cui si è arrivati, e dei rischi che sta correndo il Paese in questi mesi.
Il pacato ma assai fermo richiamo di Napolitano al rispetto dei nostri impegni in Libia, sanciti peraltro da un voto del Parlamento, è l´ultimo intervento, ma non certo il meno importante, in questa azione di puntellamento, di correzione e di supplenza d´autorevolezza – ma non certo il meno importante – resosi indispensabile dopo i proclami domenicali di Pontida. Che un Roberto Maroni in veste d´agitatore molto più che di ministro abbia poi cercato d´ignorarlo, ribadendo la posizione bossiana, non fa che rendere ancora più grave la situazione, aggiungendovi la misura di una personale, scomposta inadeguatezza.
Diciamolo ancora una volta, con la maggiore chiarezza possibile: qui il pacifismo – l´alta e antica vocazione culturale pacifista dell´Italia, che ci arriva da molte e belle tradizioni – non c´entra niente, ma proprio niente. In questo triste caso, si tratta di ben altro. Solo di un desolante calcolo demagogico. E infatti. A Bossi non importa niente delle bombe, della sofferenza del popolo libico, delle atrocità della guerra, delle grandi ispirazioni culturali del nostro Paese. Importa solo esibire alla sua gente (o, ormai, a quel che crede la sua gente), che egli sta facendo di tutto per fermare l´onda dei profughi, per allontanarla dai nostri confini. Bossi sa benissimo che un disimpegno unilaterale dell´Italia da solo non servirebbe a fermare la guerra, e tantomeno l´arrivo dei fuggitivi. Ma a lui questo importa poco. Importa solo poter dire ai suoi che loro comunque non c´entrano niente; poter evitare che qualcuno pensi che possa esservi un rapporto di causa ed effetto fra le scelte del Governo e l´arrivo notturno di quelle povere barche. La tragedia lo lascia indifferente, forse nemmeno la percepisce (non sa dire altro che: “fora da i ball”). Vuole unicamente lavarsene le mani, in modo filisteo, per essere libero di mettere in campo la sua demagogia isolazionista. In testa non ha la pace: ha i respingimenti, e la loro retorica avvelenata. Se potesse, schiererebbe la flotta, a proteggere il guscio dentro cui star chiusi. E perciò il richiamo di Napolitano è lontanissimo dal collocarsi dal lato della guerra, contro chi invoca la pace: è solo dalla parte del realismo, della consapevolezza della complessità, della prudente valutazione dei nostri interessi nazionali, che non confliggono per nulla con quelli del popolo libico.
Ma il Presidente Napolitano non deve fronteggiare soltanto il disastro di una Lega in fortissima regressione demagogica. Deve anche far fronte al silenzio e alla fuga del Premier.
Si è detto in questi giorni, commentando le ultime desolate vicende della maggioranza, che siamo tornati al peggior costume democristiano, quello degli ultimi tempi prima della caduta.
C´è del vero in questo paragone. Berlusconi che aveva cominciato promettendo una riforma radicale della politica – quasi una rivoluzione – s´è ridotto ormai, per sopravvivere, a ricorrere proprio a quel penoso armamentario di comportamenti e di astuzie che aveva preteso di spazzare in un colpo solo, con il solo carisma della sua presenza. Eppure in quel che sta accadendo c´è qualcosa che va oltre. I democristiani, loro almeno, un tempo, riuscivano a tener fuori la politica estera dai loro intrighi e dalle loro congiure. Fatta una scelta, la seguivano. Ora nemmeno questa coerenza è salva. La rovina di Berlusconi ci sta facendo precipitare ancora più indietro della crisi democristiana, in un avvitamento senza fine. Per quanto ancora?

La Repubblica 21.06.11

Dl sviluppo. Pd, il governo crea precariato nella scuola

Ingiusta esclusione dalle graduatorie di 20mila docenti. “La modifica fatta dal Governo al maxiemendamento che riguarda il mancato inserimento nelle graduatorie dei docenti già abilitati o che si stanno abilitando, è molto grave, nel merito e nel metodo”. Lo dice Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura della Camera. “Sono 20.000 – prosegue Ghizzoni – i giovani che hanno frequentato dal 2008 i corsi abilitanti promossi dallo Stato in Scienze della Formazione primaria, in Strumento musicale e in Didattica della musica, ai quali però non è concesso l’inserimento nelle graduatorie dalle quali si attinge per assegnare le supplenze annuali e, soprattutto, per entrare di ruolo. Un atteggiamento irragionevole soprattutto alla luce del fatto che il Governo, in questi tre anni, si è prodigato nel tagliare ben 87mila posti ma certo non ha impiegato la stessa determinazione nel definire le nuove modalità per il reclutamento. Pertanto, se ancora oggi si entra in ruolo solo attraverso le graduatorie è profondamente ingiusto che giovani formati alla professione ne siano esclusi. La scelta del Governo di abilitare dei docenti per poi tenerli in un indeterminato limbo e nella impossibilità di accedere al ruolo, è l’ennesima manifestazione della totale responsabilità di ‘produrre precariato’ invece che contrastarlo.

Ma la decisione del Governo è altrettanto grave nel metodo, poiché interviene sul testo uscito dalla Commissione, peraltro su una proposta che ha trovato un sostegno trasversale. Che faranno, ora, i deputati Pagano del Pdl e Goisis della Lega promotori dell’emendamento, analogo a quello del Pd, accolto dal governo in Commissione ed ora cancellato con un colpo di spugna dalla Gelmini? Faranno mancare la fiducia dopo che l’esecutivo si è preso gioco delle decisioni parlamentari?”.

L’economia verde al centro della Festa Pd di Carpi

Si terrà dal 24 giugno al 18 luglio a Carpi la manifestazione dedicata
allo sviluppo sostenibile. Con Letta, Veltroni, Franceschini e D’Alema. Si parlerà d’ambiente ma non solo alla Festa del Pd dedicata all’economia sostenibile. Tra gli ospiti della manifestazione, che si apre a Carpi venerdì 24 giugno in zona piscine, Enrico Letta, Walter Veltroni, Dario Franceschini e Massimo D’Alema che chiuderà la festa il 18 luglio. Per la serata d’inaugurazione il programma prevede un’intervista a Enrico Letta, vicesegretario nazionale del Pd, che risponderà alle domande di Antonio Ramenghi, direttore della Gazzetta di Modena.

Da segnalare inoltre – giovedì 30 giugno – l’intervista a Walter Veltroni, condotta da Luca Ponzi della Rai, sul tema dell’illegalità; venerdì 1 luglio l’intervista al segretario regionale Stefano Bonaccini e all’europarlamentare Debora Serracchiani, condotta da Pierluigi Senatore di Radio Bruno; martedì 5 luglio l’incontro con Vasco Errani e Matteo Richetti, rispettivamente presidente della giunta regionale e dell’Assemblea legislativa regionale; domenica 17 luglio l’incontro con Dario Franceschini, capogruppo Pd alla Camera. In tutto 16 appuntamenti con politici, amministratori, parlamentari, rappresentanti delle imprese e delle associazioni economiche che discuteranno di energia rinnovabile e tecnologie ambientali ma anche di legalità, finanza e occupazione.

“ Parlare di sviluppo sostenibile – dice il segretario del Pd di Carpi Davide Dalle Ave – oggi vuol dire parlare di futuro del nostro Paese. La Green Economy è ormai una necessità, una strada obbligata in una visione di prospettiva. Per questo – conclude Dalle Ave – abbiamo scelto di organizzare una seconda edizione della Festa nazionale Pd sullo Sviluppo sostenibile . Sarà l’occasione per contribuire, anche da qui, al dibattito sull’Italia che vogliamo, quella che sa scommettere su se stessa e sul suo futuro”.

“Organizzare la festa sulla green economy in Emilia-Romagna – dice il segretario regionale Stefano Bonaccini – è l’ennesima dimostrazione di come i temi ambientali debbano essere al centro dell’agenda del Paese”.

Per Stella Bianchi, responsabile nazionale Ambiente del Pd, “la green economy è una prospettiva strategica nella nostra proposta politica, l’unica via per uscire dalla crisi e per creare posti di lavoro. Una risposta concreta alla volontà dei cittadini che con il referendum hanno bocciato il nucleare e chiesto una diversa politica energetica da perseguire attraverso lo sviluppo delle energie rinnovabili e il rispetto del suolo”.

Letta: "Il Pd non appoggerebbe mai un governo Maroni", di Carlo Bertini

Questa è la fotografia del crepuscolo di un leader che, dopo aver contribuito a far cadere la Prima Repubblica, ora ricorda l`Andreotti del tirare a campare. Anzi questo finale doroteo di un leader che ricorre al catenaccio lo fa assomigliare più a Forlani e a Trapattoni»: per il vicesegretario del Pd Enrico Letta, « questa giornata è finita nel peggiore dei modi per gli italiani e questo governo o fa subito la manovra oppure se ne vada ».
Quindi le minacce dei Senatùr non sono l`antipasto di una crisi
«Da questa pagina triste emerge la completa inadeguatezza di Bossi a guidare un movimento come la Lega . Ha contribuito ad alimentare questo clima infame gonfiando le illusioni che si possano ridurre le tasse , con l`Italia sotto tiro delle istituzioni internazionali. Il secondo messaggio è: stiamo con Berlusconi ma anche lui è alla fine e quindi galleggiamo; terzo, l`avvertimento a Tremontì, basta sacrifici , certifica che l`asse si è incrinato».

Il quarto messaggio sono gli striscioni su Maroni premier. Voi lo appoggereste un governo a guida leghista?

«No, assolutamente. E comunque da Pontida arriva la conferma che non ci sarà un governo Maroni , ma il tentativo di andare avanti ancora un po`. Penso che ormai bisogna andare al voto , non mi pare ci siano alternative sotto mano. Ma la cosa pesante è che questo governo ha negoziato 40 miliardi di manovra con Bruxelles e quindi o la fa o si dimette . E invece Bossi sostiene l`opposto, mentre ieri il presidente dell` Eurogruppo ha detto che dopo la Grecia c`è l`Italia. E lo ricordo perché qui è passata l`idea che noi siamo quelli usciti meglio dalla crisi… ».

Non è che sta lanciando un segnale anche alla sinistra che non gradisce fare manovre lacrime e sangue?

«Lo dico con nettezza anche rispetto al centrosinistra: non c`è da scherzare. Interessi di bottega e giochi tattici non hanno diritto di cittadinanza: la priorità è voltare pagina. Ci toccherà fare di nuovo la “protezione civile” come nel `96 e nel 2006? Ci accolleremo questa responsabilità , ma andare avanti sulla linea di Bossi ci avvicina ad Atene e non alla Baviera».

La battuta su Bersani e lo spadone di Giussano non aiuta il dialogo con la Lega. Dopo Pontida è tramontato il progetto di cambiare insieme la legge elettorale?

«Noi sfidiamo la Lega e partiamo al suo popolo, che a Gallarate ha votato per noi. Parliamo a quella base e a quelle piccole imprese prese in giro per anni . Non è tattica e ciò che manca nell`analisi di Bossi è un dato semplice: dopo tre anni di governo con Berlusconi, il Carroccio si trova nella condizione in cui il primo capoluogo di regione che il centrodestra amministra, partendo dalla Svizzera in giù, è Roma . E questo vuol dire che oggi gli interessano più i ministeri che i Comuni. Per il resto, ho sempre creduto poco che si riesca a cambiare la legge elettorale in questo Parlamento, ma se c`è la volontà di provarci noi siamo sempre lì con le nostre proposte».

Un`ultima cosa: lei per mesi ha sostenuto che il Pd doveva mollare Di Pietro e ora dopo la tripletta alle urne teorizza l`attacco a tre punte. Come mai?

«La novità principale è che tutto l`elettorato ci chiede unità. Poi l` Idv, che prima puntava a sostituirci, ora gioca un ruolo da alleato e può stare in squadra come fece Di Pietro con Prodi nel 2008, quando fece la sua parte senza provocare mai crisi. E comunque, dopo tutto quello che ha detto Bossi, si avvicina ancor di più la possibilità di un`alleanza col Terzo Polo ».

La Stampa 20.06.11

"Monti: non c’è spazio per tagliare le tasse", di Stefania Tamburello

«Le tensioni politiche costano. Caso Bini Smaghi, governo dilettantesco». La gestione finanziaria dei bilanci pubblici «è stata solida e sana in questo periodo» ma bisogna proseguire la «linea di messa in sicurezza dei conti» che non consente la riduzione delle tasse. Anche l’ex commissario alla Concorrenza e presidente della Bocconi Mario Monti spezza una lancia a favore del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti e della sua politica del rigore. Intervistato da Lucia Annunziata nella trasmissione televisiva «1/2 ora» di Rai 3, l’economista ha parlato a tutto campo soffermandosi sui temi della crescita e dello sviluppo ma esprimendosi anche sul nodo dell’invito a dimettersi dal board della Bce, avanzato dal governo italiano a Lorenzo Bini Smaghi e sulla vicenda dello scandalo dell’ex direttore generale del Fmi Dominique Strauss-Kahn. «Vi sono molti interventi da fare in questo momento per far crescere di più l’Italia e per dare alla società un assetto più equo che non comportano la riduzione delle imposte» dice Monti che stronca ogni ipotesi di alleggerimento tributario: «Non abbiamo soldi per abbassare le tasse» . Per due motivi: «perché abbiamo da sempre un debito pubblico molto elevato, ai limiti di guardia e perché non abbiamo fatto una strategia per la crescita che serve anche ad alimentare le entrate» . Il basso tasso di sviluppo è il problema dell’Italia che arranca nel consolidare la ripresa, fanalino di coda tra i maggiori Paesi europei. Il fatto è che il Paese, secondo l’ex commissario europeo, non si è mai troppo preoccupato del suo tasso di crescita e adesso «se ne sta preoccupando ma in modo distorto» . A differenza di quanto succede nel resto dell’Europa che invece allunga lo sguardo nel tempo. E questo è un guaio perché anche la finanza pubblica, il disavanzo e il debito futuro saranno funzione «non solo delle virtù rigoriste del ministro Tremonti oggi» , ma anche del ritmo di crescita futuro. Colpa dei nodi strutturali irrisolti come dicono l’Europa, la Banca d’Italia e il Fondo monetario ma anche, secondo il presidente della Bocconi, delle «tensioni politiche tipicamente italiane» che «hanno avuto un grave costo economico» . Perché «hanno assorbito le menti delle classi dirigenti, dei politici e degli italiani mentre altri Paesi pensavano a cose meno glamorous, e molto più importanti, cioè cosa succederà nel nostro Paese tra 10-20 anni, i nostri giovani troveranno lavoro?» . La situazione dell’Europa e la crisi della Grecia, quindi. Per l’economista, che si dice convinto dell’impegno dell’attuale governo di Atene ad attuare la necessaria austerità, i responsabili di ciò che sta avvenendo «siamo tutti noi, Germania e Francia in particolare» che in passato non hanno voluto controlli più stringenti sui conti dei Paesi. «La disciplina dell’Europa, nel suo insieme, deve essere riconsiderata» afferma ricordando quando nel 2003, «Germania e Francia, con la benedizione dell’Italia che presiedeva, hanno deciso di sospendere l’applicazione dei rigori del patto» proprio quando toccava a loro rispettarli. È stata come «una licenza» data a Parigi e Berlino per «andare avanti nel disavanzo di cui Atene ha approfittato» . Ed ecco il caso Bini Smaghi, al quale il governo ha chiesto di fare un passo indietro e di lasciare il suo posto nel comitato esecutivo della Bce ad un rappresentante francese sulla base degli impegni presi dal premier Silvio Berlusconi per assicurare il sostegno dell’Eliseo alla nomina di Mario Draghi alla presidenza della Bce. Nomina che spetterà al Consiglio europeo del 24-25 giugno e che «è una grande affermazione per lui e per l’Italia» anche se a Francoforte Draghi «non sarà più, come avviene per i commissari europei, un uomo del Paese che lo ha designato» . Ed è anche in quest’ottica che Monti definisce «dilettantesco» e «paradossale» il comportamento del governo e di Berlusconi che non ha cercato «un confronto» con Bini Smaghi, prima di prendere impegni col presidente francese Nicolas Sarkozy. «Non difendo e non condanno nessuno, le decisioni spettano a Bini Smaghi e alla sua coscienza» . Anche se, ha aggiunto «è comprensibile che gli altri Paesi europei considerino eccessivo avere due italiani ai vertici della Bce» , «pur se la Francia è uno dei Paesi che meno avrebbe bisogno di alzare il sopracciglio, visto che c’è stato un momento in cui quattro delle cariche internazionali principali erano tutte loro» . Infine lo scandalo Strauss-Kahn. Monti è fra i pochi a sbilanciarsi: «Ha avuto comportamenti personali che verranno giudicati» dice, ma non si possono sottovalutare «il rilancio che ha saputo dare nella sostanza, nel morale dello staff e il significato che ha saputo imprimere all’azione del Fondo» .

Il Corriere della Sera 20.06.11

Laureata, trentenne, precaria "Eccomi, sono l´Italia peggiore", di Roberto Mania

L´”Italia peggiore” lavora. Tutte le mattine in fabbrica, in ufficio, nei cantieri, nei call center, nei supermercati, negli ospedali, nelle radio e nelle televisioni. Da nord a sud. L´”Italia peggiore” ha studiato, parla le lingue, paga le tasse e versa anche i contributi previdenziali. Qualche volta è doppiolavorista. L´”Italia peggiore” non è più giovane e non è nemmeno la nuova middle class. Astrid D´Eredità, 31 anni, archeologa, nata a Taranto, laureata a Bari, specializzata a Napoli, occupata a Roma, impegnata nelle associazioni professionali, appartiene alla categoria dei “peggiori” secondo la rozza classificazione socio-antro-politica del ministro pro tempore della Repubblica, Renato Brunetta. Astrid D´Eredità, va da sé, è precaria. Come i tanti «arrabbiati, impazienti, indisponibili… e anche indignati» che da ieri hanno deciso di protestare davanti a Montecitorio per chiedere diritti, welfare e lavoro.
Vita da precaria, allora. «Si inizia all´apertura del cantiere, insieme agli operai. Alle sette, sette e mezzo del mattino. C´è la pausa pranzo e poi fino alle quattro del pomeriggio. Retribuzione tra i quaranta e i cento euro netti al giorno, per una media di due settimane al mese». Cottimo post-industriale. «Ci pagano – continua D´Eredità – le ditte appaltatrici degli scavi, in genere una cooperativa archeologica che ha vinto la gara indetta da una struttura pubblica. Noi archeologi siamo quasi tutti a partita Iva. Una formula capestro, anche dal punto di vista fiscale: ci dissanguano. Scarico poco più che le spese per il cellulare. Di fatto siamo lavoratori subordinati. Dobbiamo essere pronti a prendere servizio pure quando ci chiamano la sera prima. È un aspetto dell´instabilità della nostra vita».
Sono le false partite Iva. Secondo un´indagine dell´Isfol (l´Istituto per la formazione professionale dei lavoratori) sono 250 mila circa i lavoratori indipendenti con partita Iva, sono intorno al 7 per cento dei 3,6 milioni di lavoratori con contratto non standard. I contratti un tempo definiti atipici, oggi tipici (molto) per i giovani: il tempo determinato, l´interinale o a somministrazione, la formazione e lavoro, l´apprendistato, la collaborazione a progetto o co. co. co, i tirocini e il job on call). Sono le formule del lavoro precario che la legislazione ha affastellato una dopo l´altra. Formule per i giovani, appunto. Perché la crisi ha fatto crescere la precarietà tutta al giovanile o quasi: cancellando molti posti di lavoro e riducendo le possibilità di transito dall´instabilità al contratto a tempo indeterminato. Lo raccontano i giovani, lo dicono i numeri dell´Istat: nel 2009 ogni cento giovani atipici circa 16 erano occupati stabilmente dopo un anno. Ma quella percentuale era del 26 (dieci punti di più) tra il 2007 e il 2008.
«Prendo sì e no mille euro al mese», dice D´Eredità. Casa in affitto. Lei la divide con il suo compagno. Molti la dividono tra tre, quattro, cinque persone. «In una costante dimensione universitaria. Un passo indietro dopo l´altro». Perché questa è una generazione di lavoratori che non comprerà la casa. Un cambio di direzione, nel paese in cui quasi l´80 per cento della popolazione vive in un´abitazione di proprietà o che appartiene a un familiare, e che proprio per questo non ha mai messo in campo una politica per gli affitti. I precari pagano anche questo. «Perché le banche – dice D´Eredità – a noi soldi non li prestano. Vogliono la garanzia. E quando serve arriva quella dei genitori». D´altra parte le banche non ti prestano i soldi se non li puoi restituire. Certo, tutti i grandi istituti presentato offerte di mutui pure per gli atipici, ma poi, senza garanti, non vai molto avanti nella pratica. Unicredit, per esempio, spiega che da loro si può sottoscrivere un “Mutuo progetto lavoro”, con diverse soluzioni tecniche, destinato alla clientela privata con contratto di lavoro a termine. Il punto decisivo – si capisce anche solo alla lettura della proposta senza andare a una filiale della banca – è nella documentazione che si deve presentare. È lì che ti chiedono la documentazione anagrafica e reddituale dei garanti. È lì che la tua busta paga, intermittente e leggera, non è sufficiente.
Le banche ma anche la burocrazia ostacolano la vita dei precari. La banche non danno i soldi e l´amministrazione (seppur non dovunque) è ancora organizzata secondo le rigidità del lavoro fisso. Racconta D´Eredità di essere rimasta senza il medico di base per circa un anno. «Lavoro a Roma ma sono residente a Taranto. In questi casi puoi avere un medico di base provvisorio se sospendi l´iscrizione da quello di provenienza. Bene, quando sono andata alla Asl per la scelta del medico provvisorio mi hanno chiesto anche il contratto di lavoro che io in quel periodo non avevo. Sono restata per quasi un anno senza lavoro e senza medico. Ho cambiato domicilio e anche la Asl che non mi ha più chiesto il contratto di lavoro». Anche alla Regione Lazio confermano che «è sufficiente essere domiciliati nella Regione». Poi vai a vedere i documenti che le varie Asl (per esempio la Asl Roma C) richiedono per la scelta del medico per i cittadini non residenti, e leggi che quando il motivo del cambiamento è legato al lavoro è necessaria anche una «dichiarazione del datore di lavoro». Ma se non sei un lavoratore autonomo o sei un “contratto a termine” in attesa di rinnovo? E se non sei neanche più uno studente? L´”Italia peggiore” non sa darsi una risposta.
Questa Italia non risparmia nulla. Un po´ come l´”altra” scesa sotto la media europea per la propensione al risparmio (-12,1 per cento rispetto al 2009). Una debacle per il popolo un tempo più formica del Vecchio Continente. «Metto da parte quello che può servirmi quando non lavoro. Quello che può servirmi nell´emergenza, diciamo intorno ai duemila euro».
Poi c´è la famiglia, quella d´origine non quella che vorresti mettere su ma che non puoi. «Non me la sento – dice l´archeologa – di avere un figlio senza la sicurezza del lavoro. Ma questa non è una scelta. La vivo come un´imposizione». È la famiglia d´orgine invece il perno attorno al quale gira il mondo del lavoro precario. La famiglia per i prestiti, la famiglia per le garanzie, la famiglia per integrare il reddito, la famiglia per le cure dei bambini (nei casi in cui ci sono), la famiglia dove continuare a vivere. Perché – si legge nell´ultima Relazione annuale della Banca d´Italia – «la quota di trentenni conviventi con i genitori è salita dal 16 per cento del 1981 al 38 per cento nel 2009». Gli italiani peggiori?

La Repubblica 20.06.11

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Partita Iva per fare la segretaria e l´affitto me lo pagano i miei

Mi sono laureata con 110 e lode alla Sapienza di Roma, ho 35 anni e ho l´abilitazione per dottore commercialista e revisore dei conti. Lavoro da due anni in uno studio commercialista nel centro di Roma. Formalmente sono una consulente, di fatto sono una lavoratrice dipendente. Per il mio datore di lavoro svolgo anche un´attività di segreteria. Spedisco pure la sua corrispondenza privata. Ho la partita Iva e non un contratto. Prendo mille euro al mese e lavoro anche dodici ore al giorno. Se mi ammalo il mio datore di lavoro mi toglie l´importo dei giorni di assenza dalla retribuzione. Vivo insieme ad altre due ragazze. I miei genitori in pensione (erano entrambi insegnanti), mi pagano l´affitto di 500 euro al mese. Senza il loro aiuto non potrei nemmeno vivere fuori casa. Ogni anno devo versare almeno 4.000 euro alla cassa di previdenza dei dottori commercialisti.

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Felice della mia condizione mi preoccupa solo la pensione

Io non credo di essere precaria. Ho 44 anni, laureata in germanistica, faccio la traduttrice, sono una lavoratrice autonoma con la partita Iva. La crisi si è sentita eccome. Ma lavoro soprattutto con clienti tedeschi e mi sono accorta che la ripresa in Germania è arrivata. Guadagno più o meno come un metalmeccanico. Non ho orari e spesso i tempi di consegna possono essere strettissimi. Ma i tempi di pagamento delle imprese, però, possono arrivare a 120-180 giorni. Per ottenere un mutuo ho avuto bisogno di un garante con la busta paga. Stessa cosa quando vivevo in affitto. In poco più di dieci anni il contributo per la pensione è passato dal 10 per cento al 26,72. Versiamo tanto ma in cambio il presidente dell´Inps, Antonio Mastrapasqua, ci ha fatto sapere che se ci dicesse l´importo della nostra pensione ci sarebbe la sollevazione sociale

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La metà delle volte scrivo gratis tra qualche mese dovrò rinunciare

Ancora qualche mese e poi, se non troverò nulla, abbandonerò il mio progetto di fare la giornalista. Ho 31 anni e una laurea in Scienza della comunicazione alla Sapienza. Sono giornalista pubblicista. Non mi sono iscritta a un corso di giornalismo in una università privata perché costa troppo: quasi 10 mila euro l´anno per un biennio. Ho lavorato in un quotidiano free press. Mi pagavano la metà dei pezzi che scrivevo, ma mi è servito per poter diventare pubblicista. Ho lavorato in un mensile in abbonamento: nessun contratto, ma la formula della cessione di diritti d´autore. Ma così scrivi quello che ti chiede il tuo editore, sei troppo debole, non hai alcuna tutela. Il contenuto dei tuoi pezzi lo decidono gli inserzionisti pubblicitari. Dopo nove mesi hanno chiuso e ho perso il lavoro. Ho fatto la co. co. pro in una casa editrice. Ho mandato il curriculum dovunque ma è stato difficile anche ottenere un colloquio.

La Repubblica 20.06.11