Latest Posts

Roma – Convegno Pd: “La scuola è la mia casa: sicura, accogliente, innovativa”,

Sala Capranichetta Hotel Nazionale

Durante la giornata interverranno tra gli altri, Dario Franceschini, Capogruppo PD alla Camera, Enrico Letta, Vice Segretario del Partito Democratico; i capigruppo in VII Commissione di Camera e Senato Manuela Ghizzoni e Antonio Rusconi; Francesca Puglisi, Responsabile Scuola della Segreteria Nazionale; Giovanni Bachelet, Presidente del Forum Istruzione; Stella Targetti, Presidente Commissione Scuola Conferenza delle Regioni. Modererà il giornalista Domenico Iannacone di “Presa Diretta”

""Pronto, sono Silvio" ma la sala è vuota", di Filippo Ceccarelli

Autentica catastrofe comunicativa, ma quindi anche efficacissimo dispositivo del teatro comico, è l´errore nella scelta dei tempi. Tanto più solenne l´intento, quanto più ridicolo l´effetto. Così ieri era stabilito che il presidente Berlusconi intervenisse in diretta telefonica a una cerimonia che si stava svolgendo nel villaggio turistico “La Principessa” a Campora San Giovanni, in Calabria: la consegna di 149 borse di studio ad altrettanti giovani da parte della Fondazione italo-americana Motta, appuntamento che stava molto a cuore al segretario repubblicano Nucara.
Sennonché, vuoi per un misterioso problema tecnico, vuoi per un colpevole ritardo presidenziale, vuoi per un segno del cielo, comunque la telefonata del Cavaliere è giunta fuori tempo massimo, quando tutti si erano ormai irresistibilmente spostati nella sala del buffet.
E allora proprio a questo punto, nell´attimo fatale e metafisico che le benemerite telecamere del Tg3 hanno offerto ai telespettatori nell´edizione delle 19, si è vista una sala deserta con tante sedie bianche, un tavolo del tutto sgombro di notabili e autorità e al suo fianco un altoparlante di nuova generazione attorniato da alcune figure, probabilmente dei giornalisti, che si sbellicavano dal ridere.
Si capisce, perché dopo alcune stranianti note de “Le Quattro Stagioni” di Vivaldi, da quel nero cilindro – «pronto?» – l´inconfondibile voce di Berlusconi si è diffusa per diversi interminabili minuti nel vuoto della enorme sala del Villaggio “Principessa”. Ed era chiaro che da Palazzo Chigi nessuno aveva avvertito il presidente della tragica sfasatura, ma lui, una volta innescata senza ritorno la macchina del consenso sonoro e di circostanza, era già partito: «Bene, volevo portarvi il saluto di tutto il governo…». E quelli lì davanti che si piegavano in due.
Ancora più ridicola e insieme pietosa la toppa che lì per lì si è cercato di mettere per rappezzare la situazione. Allorché, richiamati e accorsi disperatamente nell´aula magna, solo tre o quattro maggiorenti tra cui il povero Nucara e l´italoamericano Mirabelli si sono disposti ad ascoltare tutti presi e compunti la telefonata di Berlusconi e poi hanno pure brevemente dialogato con lui che forse perché ancora ignaro ha mostrato il consueto sangue freddo.
E dire che sono esattamente queste le cose che lo fanno imbestialire, e il sospetto è che a lungo nessuno abbia avuto il coraggio di dirgli che cosa era accaduto; il che da una parte rende tutta la storia ancora più comica, e dall´altra fa suonare ancora più vane, nella loro più specchiata retorica, le considerazioni del Cavaliere riguardo al suo impegno per la Calabria e per «andare incontro ai desideri di milioni di ragazze e di ragazzi che aspirano ad avere un lavoro soddisfacente per poter avere una famiglia, una casa» e via dicendo.
Anche per questo, tra sconfitte, paura, solitudine, dileggio e voglia di mollare tutto, si sarebbe portati a credere che incidenti del genere non capitino poi così a caso. Non solo in questi giorni, ma anche e specialmente che avvengano ai danni del personaggio che prima e meglio di chiunque altro ha costruito la propria immagine, il proprio successo e anche il proprio potere sul culto dell´efficienza, della bella figura e dell´infallibilità mediatica.
Vasto è il repertorio liturgico della Telefonata del Cavaliere, che arrivava dall´alto dei cieli su convegni e trasmissioni: era la Voce, come nella Bibbia, non di rado sui maxischermi calava l´immagine di Lui, sorridente o corrucciato a seconda delle occasioni, mentre conduttori e maggiorenti, alcuni come Scilipoti con la cornetta del telefono orgogliosamente in mano, aprivano le braccia e guardavano nel vuoto. Gli applausi di sale gremite concludevano il rituale. Ecco, ieri, forse per la prima volta, la consacrazione telefonica si è rovesciata buffamente nel suo contrario.

La Repubblica 18.06.11

******

“Viale del tremonti”, di Massimo Gramellini

No, questo è troppo. Anche per chi lo considera il principale responsabile del rimbecillimento televisivo di alcune generazioni di italiani, il trattamento che il vecchio attore a fine carriera Silvio Berlusconi sta riservando a se stesso è quasi straziante. Dopo aver incolpato Crozza per la sconfitta ai referendum, ieri ha telefonato a un convegno di italoamericani in Calabria presieduto dal fido onorevole Nucara. «Pronto?». La sua voce tristemente allegra ha echeggiato nella sala sgombra. Se n’erano già andati via tutti. Rimaneva solo un drappello di tecnici addetti allo smontaggio, che lo hanno sentito predicare il suo verbo berluscottimista in un deserto di sedie vuote, fili penzolanti e luci ormai spente. Richiamati precipitosamente dal buffet, il Nucara e un riccone italoamericano sono andati al telefono per ringraziare il vecchio attore e illuderlo che dietro di loro ci fosse un pubblico adorante in ascolto. Lui di rimando ha salutato le sedie ricoperte di panno bianco: «Viva gli Stati Uniti d’America, viva la Calabria, viva l’Italia!» e mentre un tecnico sghignazzava con scarso ritegno, io davanti alla tv ho sentito una stretta al cuore.

Per scongiurare la malinconia che mi procurano le uscite di scena ritardate (ricordo Maradona in campo col panzone) ho aperto l’Antologia di Spoon River in cerca dei versi giusti. «Andatevene dalla stanza se perdete, andatevene quando il vostro tempo è finito. E’ vile sedersi e brancicare le carte, e maledire le perdite con occhi cerchiati, piagnucolando per tentare ancora».

La Stampa 18.06.11

"Sotto il vulcano", di Massimo Giannini

Non c´è bisogno di aspettare Pontida per capire che il destino di Berlusconi è segnato. Lo dice l´economia, prima ancora che la politica. Lo segnalano gli analisti finanziari, prima ancora che i leghisti padani. Moody´s che minaccia di rivedere al ribasso il rating dell´Italia fa giustizia di giorni e giorni di chiacchiere irresponsabili e di richieste inesigibili. Altro che grande riforma fiscale, altro che scossa all´economia, altro che allargamento dei cordoni della borsa per rimediare alla doppia sberla delle amministrative e del referendum. La verifica reale non la faranno la prossima settimana gli “improponibili” o i “responsabili” di questa maggioranza in disarmo: hanno già cominciato a farla quei ragazzi “terribili” che ogni giorno, da dietro un computer, decidono le sorti dei Paesi e dei mercati. L´allegra brigata berlusconiana, cieca e sorda di fronte alla realtà, danza sotto il vulcano. L´Italia non può permettersi il lusso di ridurre le tasse o di aumentare la spesa. Il nostro bilancio pubblico non offre margini. Il nostro debito non diminuisce. La nostra crescita é pressoché inesistente. In queste condizioni, qualunque passo falso sarebbe fatale, ed esporrebbe il Paese al pericolo di un downgrading, e quindi di una deriva greca. Aumento immediato degli spread dei nostri titoli e del premio di rischio richiesto dai mercati per sottoscriverli, impennata del costo del debito, necessità di aumentare ancora di più le tasse per finanziare l´aumento dei tassi. È la spirale temuta da settimane da Giulio Tremonti, che il presidente del consiglio non ha voluto vedere né capire, illuso com´è di poter riconquistare gli italiani con l´ennesimo gioco di prestigio, e di poter “fregare” l´Europa con l´ennesima truffa contabile.
Ora il premier è servito. Il siluro armato da Moody´s è un argomento decisivo, nelle mani del ministro dell´Economia. Conferma che la sua non è un´impuntatura tardiva o autolesionistica, ma una necessità oggettiva a difesa dell´interesse nazionale. Non possiamo tradire il patto di stabilità, non possiamo sciogliere il vincolo esterno che ci lega all´Europa. Non possiamo rinunciare all´impegno del pareggio di bilancio. Al contrario: se vogliamo evitare la bancarotta, dobbiamo accelerare sul sentiero del risanamento e del rigore finanziario, anticipando a prima dell´estate la manovra da 40 miliardi che ci chiede la Ue e che si aspettano i mercati. Non c´è altra via.
È finito il tempo delle televendite propagandistiche e delle scorciatoie demagogiche. Prima ancora dei druidi padani e del sacro rito pagano di Pontida, la fine della ricreazione la suona la campana di Moody´s. È una novità devastante per il Cavaliere. Ma è anche una pessima notizia per l´Italia. Dopo tre anni di lassismo berlusconiano e di cadornismo tremontiano, ci ritroviamo ancora una volta nel girone infernale del Club Med di Eurolandia. Tornare alla crescita, ha invocato Mario Draghi il 31 maggio, nelle sue ultime considerazioni finali da governatore della Banca d´Italia. È già tanto se non ci cacceranno dall´euro, grazie a questo governo di nani e ballerine, di faccendieri e di apprendisti stregoni.

La Repubblica 18.06.11

"La politica è diversa dalla protesta", di Luigi La Spina

Il crepuscolo del berlusconismo in Italia, lungo o breve che sia, travagliato o meno, affida al Pd, il partito più forte dello schieramento che in questi anni si è opposto alla lunga egemonia politica del Cavaliere, una grande responsabilità. Quella di resistere a una tentazione e di non cadere in un equivoco. L’inaspettato successo dei referendum e le altrettanto sorprendenti vittorie di Pisapia a Milano e di De Magistris a Napoli hanno confermato la forza elettorale e l’efficacia comunicativa di un movimento trasversale di protesta.

Un movimento, guidato soprattutto dai giovani, contro una concezione della politica giudicata mediocre, corrotta, lontana dagli interessi urgenti dei cittadini. Molti commentatori, giustamente, ne hanno colto le caratteristiche innovative, a partire dalla prevalenza dell’uso propagandistico di Internet rispetto alla televisione e, simultaneamente, dal ricorso all’antico «passaparola» come mezzo di convincimento e stimolo a una rinnovata partecipazione politica. Un fenomeno che nella nostra società civile si era già annunciato, nei mesi scorsi, con i lusinghieri esiti delle manifestazioni delle donne o delle stesse primarie per la scelta dei candidati del centrosinistra. Ma che, nelle più recenti manifestazioni elettorali e referendarie, si è imposto con una straordinaria evidenza. Ecco perché il Pd potrebbe essere tentato di cavalcare, più o meno strumentalmente, questo inedito movimentismo protestatario per affrettare la caduta di Berlusconi e agevolare il proprio successo alla guida di un largo schieramento alternativo al centrodestra. La seduzione, in effetti, potrebbe sembrare molto allettante, ma si fonda su un equivoco interpretativo e comporta un rischio, per il futuro del nostro Paese, veramente altissimo.

La protesta emersa nelle inedite forme di queste settimane, infatti, non è il frutto di un clima para rivoluzionario o contestativo, come quello che, anche in Italia, maturò alla fine degli Anni 60 nel secolo scorso. Perché non si basa sulla fiducia di poter cambiare il nostro mondo, ma, al contrario, sul timore che possa cambiare questo nostro mondo. Allora, era l’ottimismo che accendeva l’immaginazione, ora, è la paura che turba gli animi. Allora, si chiedeva alla politica il coraggio di farsi da parte; ora, si chiede alla politica di farsi più responsabile, invece, del futuro dei cittadini. Allora, si inneggiava alla libertà, intesa in tutti i campi della vita. Ora, si cerca la rassicurazione, in tutti i campi degli interessi.

In questo contesto, è veramente illusorio pensare, per il Pd, di aggregarsi e, magari, di contribuire ad accendere fuochi di protesta come strumenti di lotta politica contro Berlusconi e il centrodestra. Perché l’indignazione contro la «malapolitica» non ha bisogno di un coro, compiacente e corrivo, di adulatori. Ma di un partito che dimostri di saper costruire un’alternativa di governo, con risposte realistiche rispetto ai timori degli italiani. Anche perché questo fenomeno politico e sociale di rivolta contro la classe politica ha già dimostrato, proprio a spese del Pd, quanto diffidi del paternalismo di chi si illude di poterlo rappresentare e, magari, utilizzare ai propri fini.

Il possibile equivoco di interpretazione nell’analisi di quanto sta avvenendo in Italia non costituisce, però, solo una trappola per chi travisasse, più o meno consapevolmente, il significato del fenomeno sociale al quale stiamo assistendo. Perché i tempi che si annunciano in Italia sono assai cupi: la manovra economica, ormai imminente, susciterà certamente malumori e proteste di varie categorie e l’esempio della Grecia, stretta tra rivolte sociali e tagli dolorosi a cui è costretto il governo, è troppo vicino, non solo geograficamente, per non preoccupare. Una sinistra estrema, poi, non paga di riflettere sull’irresponsabilità di comportamenti che costrinsero alle dimissioni Prodi e che provocarono la sua esclusione dal Parlamento, crede di sentire un clima di possibile rivincita. Così, rincorre qualsiasi focolaio di contestazione, da quella della Fiom a quella dei «no Tav», con antichi slogan e antiche illusioni. La maggioranza, infine, finché resterà tale, tra inchieste giudiziarie e delusioni elettorali, sembra ormai concentrata solo sulle sue convulsioni interne, in cerca di uno sbocco alla sua crisi che, per ora, neanche si intravede.

Proprio in queste circostanze, quando la politica sembra scappare dai suoi compiti ed eludere i suoi doveri, avvolta in un vuoto di decisione allarmante, si misurerà quanto sia credibile uno schieramento alternativo a Berlusconi che non si limiti a fare da megafono alle paure e alle proteste, ma che si assuma la responsabilità di avanzare proposte concrete di risanamento finanziario e di sviluppo economico. Un compito molto difficile. Ma se il Pd pensa di imboccare scorciatoie più facili per arrivare a palazzo Chigi potrà aumentare di qualche punto il suo bottino elettorale, ma non convincerà mai la maggioranza degli italiani ad affidare a un suo uomo le chiavi del governo.

La Stampa 18.06.11

"Persone, lavoro, democrazia", di Stefano Fassina

“Noi raccogliamo la sfida dell’innovazione progressiva: valorizzare il lavoro come fonte di identità della persona e fondamento della democrazia”.
Relazione d’apertura di Stefano Fassina alla Conferenza Nazionale per il Lavoro

Oggi, siamo al passaggio conclusivo di un lungo percorso. È stato un percorso aperto. Un percorso di apprendimento collettivo. Abbiamo incominciato a costruire una lettura condivisa. Una consapevolezza comune. Abbiamo riscontrato quanto articolata e variabile è la condizione del lavoro oggi in Italia.

Abbiamo incontrato gli operai della Vynils a Porto Torres e a Porto Marghera, quelli della Fiat a Termini Imerese, a Pomigliano, a Mirafiori e quelli di Fincantieri qui a Genova e a Castellammare. Le donne e gli uomini della Thyssen e della Basel a Terni. Gli ingegneri informatici dell’Eutelia. I precari delle pubbliche amministrazioni, offesi dal Ministro Brunetta, al quale ribadiamo la richiesta di dimissioni. I precari dei call center. Gli artigiani della provincia di Verona ed i giovani avvocati a Roma. I micro-imprenditori de L’Aquila e gli insegnanti a Palermo.

Il lavoro nel primo scorcio del XXI secolo si esprime in una straordinaria varietà e variabilità di condizioni materiali, storie personali e collettive. Anche conflitti fondati su interessi diversi, non su un’ideologia antagonista come racconta la vulgata del Ministro Sacconi. Un tratto comune, sotto traccia, esiste. E’ la domanda di dignità del lavoro. E’ la volontà di affermare il lavoro come fonte di dignità della persona e pilastro della Costituzione. E’ la disponibilità a convergere su un progetto di cambiamento progressivo per l’Italia.

La sfida investe il “senso del lavoro”, prima ancora che il piano programmatico. E’ la sfida che la “Caritas in veritate” di Benedetto XVI, l’analisi più lucida della grande transizione in corso, pone alla politica. E’ la sfida sulla quale siamo impegnati: ridefinire il senso del lavoro per affermare, nel quadro di un’economia globale oggi senza regole democratiche, un “neo-umanesimo integrale”.

E’ una sfida ambiziosa in un “tornate storico” difficile. E’ sbagliato insistere a definire “crisi” la fase in corso. Siamo, in realtà, in una “grande transizione” geo-economica, geo-politica, tecnologica e demografica. E’ una fase di straordinario cambiamento. Il punto politico è: quale cambiamento? Il futuro è già scritto? L’alternativa in campo è resistere o cambiare lungo la strada della modernità regressiva? Nella divisione sindacale su “Fabbrica Italia” abbiamo avvertito il rischio di cadere nell’alternativa tra resistenza e rassegnazione.

No, l’alternativa non è resistere o cambiare. Innovare è necessario. Ma, l’alternativa è nel segno dell’innovazione. Progressiva o regressiva? In altri termini, la politica può tornare a regolare l’economia, oppure deve rimanere ancella ed eseguire le ricette dettate da ristrette oligarchie economiche e messe in bella forma da una parte delle forze intellettuali dell’accademia e dei media?

Oggi, il lavoro subisce rapporti di forza sfavorevoli come mai è stato nel secolo alle nostre spalle. Il capitale fa shopping globale di lavoro. Gli strumenti istituzionali, politici e sindacali per affermare il lavoro sono spuntati in quanto chiusi nello Stato nazionale. Così, in nome della possibilità di lavorare, le persone, prima che le organizzazioni sindacali, devono accettare ulteriore regressione delle condizioni del lavoro. Questa è la chiave per comprendere la vicenda Fiat e tante altre vicende, avvenute ovunque senza titoli di apertura dei media, nel ventennio alle nostre spalle. L’a.d. di Fiat-Chrysler fa il suo mestiere. Tuttavia, l’interesse legittimo della proprietà dell’impresa non è l’interesse generale. L’interesse dell’impresa diventa interesse generale quando è combinazione virtuosa di due interessi distinti: la proprietà dell’impresa ed il lavoro. È un patto, non è un atto unilaterale in nome di una modernità integralista.

La nostra sfida
Noi raccogliamo la sfida dell’innovazione progressiva. La nostra sfida è valorizzare il lavoro come fonte di identità della persona e fondamento della democrazia. La nostra stella polare è l’art 1, l’art 3 e l’art 4 della nostra insuperabile prima parte della Costituzione. Il lavoro inteso nella sua generalità. Innanzitutto, l’anello più debole della catena, l’area sociale che più ha sofferto l’offensiva liberista: il lavoro subordinato, in tutte le sue forme, esplicite o coperte dal contratto a progetto o dalla Partita Iva. Poi, il lavoro autonomo vero. Il lavoro professionale. Il lavoro dell’imprenditore datore di lavoro. Oggi, nella recessione, siamo tutti nella stessa barca. Vero. Ieri, quando i profitti c’erano, eravamo su barche diverse. Pochi saltavano avanti. Troppi rimanevano indietro.
La nostra è in primo luogo un’opzione etico-politica. Ma, è anche un’opzione per lo sviluppo sostenibile. Equità e sviluppo vanno insieme. L’equilibrio saltato tra il 2007 e 2008 era insostenibile in quanto sorretto dalla regressione del lavoro nelle economie mature e dalla conseguente massiva concentrazione del reddito e della ricchezza. La finanza allegra era funzionale ad alimentare a debito la macchina dei consumi. Oggi, siamo prigionieri della stagnazione nelle economie mature perché, invece di invertire il senso di marcia, insistiamo nella regressione del lavoro, direttamente nel mercato del lavoro o smantellando il welfare.
Il nuovo non è neutro. Spesso è passato remoto camuffato da modernità. Noi vogliamo dare un segno progressivo all’innovazione. E’ difficile, ma è possibile. Gli eventi degli ultimi mesi lo dimostrano.
Le domande delle piazze del Maghreb sono domande di lavoro, di miglioramento delle condizioni materiali di vita. Certo. Ma sono sopratutto domande di libertà, di dignità della persona.
Sono le stesse domande che assillano i protagonisti dei due video iniziali. Le domande dei giovani precari e disoccupati a all’angolo di Porta Portese a Roma prima della bella manifestazione “Non +” del 9 Aprile scorso e le domande degli adulti, i quarantenni e cinquantenni “sprecati”.
Sono le stesse domande che il centrosinistra e, in particolare, il Pd hanno incrociato nelle recenti elezioni amministrative e nei referendum di settimana scorsa. Sono domande di recupero di centralità della persona, di riappropriazione della politica, di riavvio della regolazione democratica dell’economia. Noi siamo riusciti ad intercettare la domanda di cambiamento progressivo perché abbiamo messo in campo un profilo identitario autonomo ed adeguato. La nostra responsabilità oggi è dare risposte operative efficaci per promuovere i beni pubblici. Non si può tornare indietro.
Attenzione: qui c’è uno snodo politico decisivo. Le domande di cambiamento progressivo rischiano di rimanere senza risposta perché la politica, prigioniera degli Stati nazionali, non è all’altezza dell’economia globale. Non a caso, nell’UE, si rafforzano ovunque, anche nei porti un tempo sicuri delle democrazie nordiche, i populismi nazionalisti. Non a caso, dilagano le proteste degli “indignatos” a Puerta del Sol o davanti al Parlamento di Atene segnate anche dall’antipolitica. Le democrazie nazionali non hanno strumenti adeguati per rispondere alle domande. Questione democratica e questione sociale sono insieme, ma rischiano il cortocircuito. La debolezza della democrazia ha le stesse radici della debolezza del lavoro. Il futuro del lavoro è il futuro della democrazia.

Padri e figli
Oggi, siamo di fronte ad una “emergenza giovani”. Non solo precarietà, ma disoccupazione ed inoccupazione. Il bassissimo tasso di occupazione giovanile, riflesso di chi cerca lavoro e non lo trova e di chi non lo cerca più perché scoraggiato, deve diventare la nostra ossessione quotidiana. Le condizioni delle giovani generazioni sono drammatiche.
I giovani sono l’area di sofferenza più acuta di uno smottamento che ha segnato l’insieme del variegato universo del lavoro del settore privato. Non soltanto le fasce più in basso, ma anche, ecco la novità economica e politica, la stragrande maggioranza delle classi medie. Il 90% dei lavoratori ha perso reddito e ricchezza a vantaggio del 10% più in alto.
Emergenza giovani. Ma, l’interpretazione duale delle condizioni del lavoro non regge la prova dei dati di realtà. L’universo del lavoro del settore privato, in particolare del lavoro sostanzialmente subordinato, non é divisibile in figli precari e padri garantiti. La formula magica “meno ai padri, più ai figli” ha portato “meno ai padri e ancora meno ai figli”.
I padri garantiti non sono i lavoratori con qualche residua ed illusoria tutela, come indicano le gravi crisi aziendali ricordate prima. Ma, aree estese di rendita resistono tenacemente nell’economia. Lo dimostrano i dati vergognosi sulla mobilità sociale. Da noi, la metà dei figli eredita la posizione sociale ed economica della famiglia. Insomma, la principale linea di conflitto è sociale, prima che generazionale. Il vento del cambiamento deve portare concorrenza e merito.
Allora, per rispondere davvero alle sempre più angosciate domande di futuro delle generazioni più giovani dobbiamo affrontare il nodo del sentiero di sviluppo e dei modelli di consumo e dell’ordine sociale promosso dalle politiche liberiste per un trentennio. Per rispondere alle aspettative delle giovani generazioni dobbiamo alzare lo sguardo.

Il rilancio politico dell’Unione Europea
Che fare?
Lo abbiamo indicato nel nostro Programma Nazionale di Riforma discusso con le parti sociali il 21 Marzo e proposto, inutilmente, al Ministro Tremonti per la discussione parlamentare.
La politica economica comune definita dai governi di centrodestra in Europa va riorientata. La governance economica comune ha fatto passi avanti. Ma la direzione di marcia è sbagliata. Sappiamo tutto sul livello dei debiti sovrani e delle fragilità bancarie. Conosciamo i decimali delle previsioni di inflazione. Mai sentiamo dire che dalla metà del 2008, nell’UE 7 milioni di uomini e donne hanno perso il lavoro, circa 1 milione in Italia, inclusi i cassaintegrati. Innanzitutto i più giovani.
L’Unione europea deve dotarsi di un motore autonomo di sviluppo alimentato dal sostegno alla domanda interna. La linea mercantilista dei governi di centro-destra, giocata sulla ulteriore destrutturazione dei rapporti di lavoro e sui tagli al welfare, porta l’UE ha sbattere. Ogni giorno diventano più elevati i rischi di rottura. Oggi, l’ostacolo alla ripresa è la carenza di domanda aggregata. Sono necessari investimenti, in particolare nella green economy, fonte straordinaria di occupazione di qualità, da finanziare attraverso eurobonds, la Financial Transaction Tax, la tassazione ambientale. Inoltre, è decisiva la redistribuzione del reddito, sia per via contrattuale sia attraverso le politiche di bilancio.
Noi vogliamo dire la verità, una scomoda verità, alle generazioni più giovani: senza una strategia europea orientata allo sviluppo sostenibile, l’occupazione giovanile di qualità rimane una chimera. Il Pd non è solo in Europa. Non combattiamo contro i mulini a vento. Nella UE, gli altri partiti progressisti sono sulla nostra stessa lunghezza d’onda. Settimana prossima Bersani incontra a Bruxelles gli altri leader progressisti europei per portare avanti un’agenda alternativa comune. Siamo insieme alla Confederazione Europea dei Sindacati, l’organizzazione unitaria di tutti i sindacati europei, la cui neo-eletta Segretaria Generale, Bernadette Ségol è qui con noi.
Oggi siamo lontani dall’obiettivo. Ma non dobbiamo scoraggiarci. Quanto era lontano per Altiero Spinelli l’obiettivo di una comunità europea quando, nel 1941, in un carcere fascista, scriveva “Il Manifesto di Ventotene”? Qualche giorno fa, di fronte alla miopia dei governi di centrodestra europei, sono state ricordate le parole di Jean Monnet: “L’Europa si costruirà sulle crisi e sarà la somma delle soluzioni apportate a tali crisi”.
La realizzazione dell’euro è stato il più grande atto di responsabilità nei confronti delle giovani generazioni. Ma Amato, Ciampi, Prodi, Napolitano e gli altri statisti europeisti lo hanno posto come prima tappa di una svolta politica. Purtroppo, non si è andati avanti abbastanza. Le forze progressiste devono rimotivare l’Unione Europea come strumento di democrazia effettiva e di promozione del lavoro nell’arena globale del XXI secolo.

I compiti a casa
L’insistenza sul rilancio progressista dell’UE non ci esime dai compiti a casa. Attenzione: la lettura duale dell’Italia declamata dal Ministro Tremonti è infondata. I dati smentiscono un Nord in corsa frenato da un Sud sempre più disperato. Come abbiamo indicato nel documento sul Mezzogiorno approvato dall’Assemblea Nazionale di Febbraio scorso, nel decennio pre-crisi le aree più dinamiche del Paese si sono allontanate dalla media europea più del Sud. L’Italia intera ha urgenza di riforme. La “Questione settentrionale” è questione nazionale tanto quanto lo è la “Questione meridionale”. La Lega ha perso le recenti elezioni perché ha continuato ad affrontare le domande del Nord su un piano di redistribuzione di risorse da soddisfare con l’appropriazione federalista. Non funziona. La questione settentrionale è questione di accumulazione, ossia di condizioni di competitività, di riforme.
Noi dobbiamo aprire una stagione di riforme nazionali. L’elenco è noto. Le riforme strutturali, innanzitutto la scuola pubblica umiliata dai tagli ciechi, le pubbliche amministrazioni, il fisco, le liberalizzazioni; le politiche industriali per l’innovazione e la green economy; gli investimenti nelle infrastrutture. Le priorità le abbiamo indicate nel nostro PNR. Servono un obiettivo storico: il tasso di occupazione femminile al 60% alla fine del decennio. Tre milioni di donne in più al lavoro. Un obiettivo sistemico. Una svolta per l’occupazione giovanile e meridionale. Una rivoluzione gentile.
Soltanto una stagione di riforme profonde può riavviare l’anemica produttività italiana. Purtroppo, il Governo Berlusconi per difendere tante posizioni di rendita ha polarizzato il nostro dibattito di politica economica sulla produttività del lavoro intesa come produttività dei lavoratori. Puntare sulla contrattazione di secondo livello per motivare i lavoratori e così innalzare la produttività è un contributo utile. Ma, il nostro problema di fondo è la produttività totale dei fattori, non la produttività dei lavoratori. L’anemia della nostra produttività dipende dai ritardi dei contesti produttivi: nelle infrastrutture e nella logistica, nei servizi pubblici e privati ai cittadini ed alle imprese, nei costi dell’energia, nel rispetto della legalità e nel civismo.
I nostri ritardi dipendono dagli incentivi perversi del nostro sistema fiscale, generoso con le rendite e punitivo con i redditi da lavoro e da impresa. Una perversione accentuata dai decreti sul federalismo fiscale che ha ridotto le tasse sulle rendite immobiliari senza toccare le rendite finanziarie e innalzato le imposte sul patrimonio aziendale di artigiani, commercianti e piccoli imprenditori.
I nostri ritardi dipendono anche dalla carenza di investimenti delle imprese e dallo scarso contenuto innovativo degli investimenti effettuati. Tra le nefaste conseguenze dei contratti low cost, oltre all’impoverimento della qualità della vita delle persone, c’è stato anche il disincentivo agli investimenti innovativi.
I nostri ritardi di produttività dipendono anche dalla qualità del management delle imprese. La differenza fondamentale tra l’Italia e gli altri grandi Paesi Europei e gli USA non è nella diffusione delle imprese familiari quanto nel fatto che nelle imprese familiari degli altri soltanto un terzo del management viene dalla famiglia, mentre in Italia supera i 2/3.
Infine, ma non ultimo, i nostri ritardi di produttività dipendono dall’assenza di soluzioni giuridiche, fiscali, amministrative, di politiche industriali in grado di valorizzare la nostra dimensione prevalente di impresa. Piccolo non è né bello, né brutto in se. Dipende dal contesto nel quale è inserito.

Un Progetto nazionale per l’occupazione giovanile e femminile.
L’emergenza della disoccupazione giovanile e femminile non può essere affrontata con interventi spot e toppe sullo status quo. Dobbiamo innovare radicalmente. Proponiamo un Progetto Nazionale per l’occupazione giovanile e femminile a cui concorrano, in modo coordinato e sinergico, con obiettivi certi e monitorabili, governo, regioni, province, comuni e parti sociali. I vincoli di finanza pubblica sono stringenti e vanno osservati. L’attuazione non può che essere graduale. Le risorse finanziare vanno recuperate dai fondi europei, nazionali e regionali e dai fondi interprofessionali per la formazione.
Il Progetto dovrebbe prevedere:
– l’eliminazione dei vantaggi di costo del lavoro precario rispetto al lavoro stabile, un integrazione fiscale per sostenere le pensioni dei lavoratori più giovani e meno tutelati e la drastica riduzione delle forme contrattuali.
– una riforma vera del contratto di apprendistato, non strumento per abbattere il costo del lavoro, ma contratto effettivamente a causa mista per garantire formazione adeguata e certificata, durata minima e massima congrua e accesso fiscalmente agevolato al lavoro stabile.
– il potenziamento dei servizi pubblici per conciliare lavoro e maternità ed un significativo aumento della detrazione fiscale per le mamme che lavorano.
– la defiscalizzazione per i primi tre anni di attività delle imprese avviate da giovani.
– un salario o compenso minimo, determinato in relazione ai minimi dei contratti nazionali di riferimento.
– la regolazione e la remunerazione degli stage.
– indennità di disoccupazione e tutele fondamentali per tutte le tipologie di lavoro, dipendente, autonomo, professionale.
– l’universalizzazione dell’indennità di maternità e il ripristino delle norme di contrasto alle “dimissioni in bianco”.
– la riforma della formazione professionale e della formazione continua.
– l’introduzione di uno Statuto per i lavoratori autonomi ed i professionisti.

Contratti, rappresentanza, democrazia nei luoghi di lavoro, governance delle aziende
Il CCNL va riformato, ma il CCNL è irrinunciabile. I contratti nazionali vanno ridotti di numero e assottigliati nella dimensione regolativa. Il secondo livello di contrattazione va valorizzato, ma non può vanificare il CCNL. Il contratto nazionale rimane uno strumento insostituibile per garantire coesione sociale e territoriale del paese e qualità delle strategie competitive.
È urgente definire le regole per la rappresentanza e rappresentatività sindacale e la democrazia nei luoghi di lavoro per soddisfare due requisiti: garantire l’esigibilità degli accordi sottoscritti e garantire la piena agibilità sindacale anche alle organizzazioni non firmatarie degli accordi. In tale quadro, consideriamo come base della discussione il documento unitario di CGIL, CISL e UIL del maggio del 2008, il quale è, a sua volta, incardinato nei principi vigenti per il pubblico impiego. Quindi: centralità delle RSU, ossia rappresentanze sindacali elette da tutti i lavoratori; misurazione e certificazione indipendente della rappresentatività delle singole organizzazioni in base al mix di iscritti ed elettori.
Per validare i contratti, tema di rilevanza costituzionale, riteniamo vada confermata la centralità della democrazia delegata, ossia la validazione a maggioranza del 50%+1. Riteniamo anche che vada riconosciuto, sia per i contratti aziendali che nazionali, alle organizzazioni sindacali non firmatarie e dotate nel loro complesso di una elevata rappresentatività o ad una ampia percentuale di lavoratori interessati dal contratto, il diritto di sottoporre l’esito del negoziato al referendum.
Un eventuale accordo separato sulle regole della rappresentanza e della democrazia sarebbe per il Pd insostenibile e miope. Le regole del gioco devono essere condivise. Soltanto regole condivise possono alimentare il consenso per rendere esigibili erga omnes le decisioni prese in una fase di contenimento dei costi del lavoro e di indurimento delle condizioni di lavoro.
Noi riteniamo che una legge sia utile per sostenere un accordo tra le parti. È strumentale e pericoloso l’improvviso innamoramento del Ministro Sacconi per la legge. È velleitario tentare di imporre una legge sulle regole della democrazia nei luoghi di lavoro a colpi di maggioranza parlamentare, soprattutto quando si tratta di una maggioranza parlamentare posticcia, netta minoranza nel Paese e la soluzione legislativa proposta è priva del consenso necessario al suo funzionamento. In una fase così difficile, avremmo bisogno di un Ministro all’altezza delle sue responsabilità istituzionali. Invece, da tre anni abbiamo a che fare con un Ministro intento a realizzare un suo disegno neo-corporativo nei contratti e nel welfare e a fare del lavoro l’unica variabile di aggiustamento dei problemi di competitività dell’Italia.
Infine, il diritto di informazione e partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici alle scelte strategiche delle imprese, come previsto dall’art. 46 della nostra Costituzione. Il PD ha presentato proposte di legge per il pieno riconoscimento dei diritti d’informazione e consultazione dei lavoratori, l’istituzione di comitati consultivi permanenti, la promozione del sistema dualistico di governance aziendale con l’inserimento di rappresentanti eletti dai lavoratori nei consigli di sorveglianza. Sono proposte sulle quali il PD chiede a tutte le forze politiche e sociali di misurarsi al più presto.

L’agenda di politica economica del governo
L’Italia è in uno scenario più difficile del ’92-’93. Le tre principali variabili compensative degli effetti del pesante aggiustamento fiscale allora compiuto sono oggi assenti: non possiamo svalutare; non possiamo contare sull’effetto dell’abbattimento degli spread sui tassi di interesse; non possiamo affidarci al traino della domanda europea, in quanto i programmi di aggiustamento fiscale riguardano pesantemente tutta l’UE.
Noi abbiamo sostenuto, sin dall’estate 2008, che la priorità per ridurre il debito pubblico è l’innalzamento della crescita potenziale. Quindi, riforme strutturali, politica industriale, investimenti innovativi e spending review per ridurre e riqualificare la spesa. Il governo, per tutelare la coalizione della rendita, ha fatto il contrario. È andato avanti con tagli ciechi alla spesa, in particolare agli investimenti e aumenti surrettizi di entrate. Oggi, la linea comune decisa dai governi di centrodestra in Europa e le scelte sbagliate del governo italiano soffocano l’economia. Perseguire il pareggio di bilancio al 2014 implica recessione ed aumento della disoccupazione e fallimento degli obiettivi fissati. È un obiettivo irrealistico.
Il governo deve chiarire al più presto, in Parlamento, che cosa intende fare. Non tenti di scaricare le responsabilità sulle spalle di chi viene dopo. Se non è il grado di scegliere, subito perché i mercati non aspettano Scilipoti, segua il messaggio chiaro delle urne. Vada via.

Una riflessione sul Pd
L’impianto culturale della nostra posizione sul lavoro, la centralità del rapporto persona-lavoro-democrazia sarebbe stato difficile declinarla senza il contributo della pluralità di culture presenti nel Pd. L’amalgama qui è riuscito. È stato il risultato di un’intensa discussione ed elaborazione collettiva. Una sintesi innovativa ed adeguata alle sfide di fronte a noi.
Il Pd si è affermato nelle difficile tornata elettorale appena chiusa in quanto ha incominciato ad essere in campo con un profilo identitario chiaro ed adeguato. Ora, abbiamo la responsabilità di costruire uno schieramento largo intorno ad un programma di ricostruzione morale ed economica dell’Italia. Uno schieramento oltre i confini della politica. Uno schieramento in grado di raccogliere le energie positive, le forze fresche della società civile protagoniste della tornata delle elezioni amministrative e dei referendum. Uno schieramento largo e plurale all’altezza di una sfida di portata costituente, tanto sul terreno istituzionale che economico e sociale.

In conclusione
L’obiettivo del Pd è avviare la costruzione di un’alleanza tra le persone che lavorano. Non un blocco sociale omogeneo e statico, ma un’alleanza tra interessi diversi. Ricostruire il legame sociale unitario tra le persone per dare soggettività politica al lavoro. La soggettività politica del lavoro è condizione imprescindibile per dare anima, forza culturale ed etica all’alternativa politica. Il lavoro, nella grande transizione in corso, si propone come soggetto generale, non sommatoria di interessi parziali e corporativi.
In tale scenario, per fare le riforme necessarie, abbiamo bisogno di un patto di portata costituente. Un patto tra le forze politiche, sociali ed economiche consapevoli che, oggi, affermare l’interesse generale del Paese è condizione per perseguire legittimi interessi di parte.
Noi ci siamo. Noi non ci rassegniamo al declino del lavoro. Noi vogliamo contribuire a scrivere il cambiamento progressivo per un futuro di lavoro e di libertà.
Per le persone, per il lavoro, per la democrazia.
Per far tornare a sperare i ragazzi e le ragazze italiane ed europee.

www.partitodemocratico.it

PERSONE LAVORO DEMOCRAZIA – CONFERENZA NAZIONALE DEL LAVORO GENOVA 17-18 GIUGNO 2011

L'appello di Napolitano alle forze politiche: no alla paura di lavorare uniti

«Non bisogna temere, qualche volta ho l’impressione che ci sia in Italia chi teme, che non ci si divida abbastanza politicamente. Stiamo tranquilli: non saremo mai tutti d’accordo. I motivi, anche di competizione, diciamo di giusta divisione, non spariranno». Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, oggi in visita a Verona, esorta così a ricordare che «l’essenziale è che la divisione non ci impedisca di operare insieme per costruire insieme e di fare dell’Italia una protagonista anche del secolo così difficile che si è aperto».

Il monito del Colle: i 50 anni dell’Unità occasione di risveglio
Dopo aver salutato i tanti bambini e ragazzi che lo applaudivano al termine dello spettacolo all’Arsenale di Verona, il presidente della Repubblica nel suo breve intervento ha quindi sottolineato che «questo 150° per l’Unità d’Italia è stata una grande occasione di risveglio e partecipazione dal basso. Si sono moltiplicate le iniziative a livello locale e ciò significa che c’è qualcosa che ci unisce dal profondo, una unità, pur tra le diversità. La diversità di idee è necessaria ma si deve appunto coniugare con le diversità. La parola unitá infatti deve essere declinata con altre: autonomia, pluralità, diversità, sussidiarietà».

La scommessa: costruire uno Stato nuovo che riconosca le autonomie
Quindi il rinvio alla Carta. «Ho detto tante volte, e mi piace ripeterlo qui – ha continuato Napolitano – che c’è un solo articolo della Costituzione, l’articolo 5 in cui è scritto che la Repubblica è una e indivisibile. Ma è lo stesso articolo che riconosce e promuove le autonomie. Questa è la grande scommessa, questo è lo Stato nuovo che vogliamo costruire e abbiamo iniziato a costruire con la Costituzione del 1947». Quindi prima di lasciare il cortile dell’ex arsenale alla domanda di un cronista se questa unità e questa grande partecipazione dal basso sia per davvero sentita dai piani alti della politica, il presidente della Repubblica ha risposto: «C’è sempre qualcuno che può ascoltare, speriamo che ascolti».

Nel pomeriggio l’incontro con i familiari del caporale ucciso a Kabul
Nel pomeriggio il presidente della Repubblica dovrebbe incontrare in prefettura una delegazione di imprenditori e successivamente i familiari di Matteo Miotto, il caporal maggiore degli alpini ucciso lo scorso 31 dicembre in Afghanistan, prima dell’appuntamento in Arena per la “Traviata” di Giuseppe Verdi. Tra gli ospiti oltre al sindaco Flavio Tosi, il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, che lo hanno accolto stamane al suo arrivo all’Arsenale, saranno presenti i ministri dell’Interno Roberto Maroni, dei Beni culturali Giancarlo Galan e della Salute Ferruccio Fazio. (Ce. Do.)

IL PUNTO / Da Pontida a Roma tanti interrogativi, poche certezze (di Stefano Folli)

da www.ilsole24ore.it

«A Pontida porteremo uova marce e fischietti», di Giuseppe Rizzo

Ai leader della Lega stanno già fischiando le orecchie. Per il momento sono solo fischi virtuali, ma il Senatur e gli altri leader del Carroccio temono che domenica, al tradizionale raduno a Pontida, quei fischi possano trasformarsi in contestazioni reali. Intanto, sul web i militanti si scatenano in sondaggi, sfottò e moti di rabbia verso i loro rappresentanti in parlamento e al governo. Una sorta di “popolo verde” che come quello viola usa il web per le sue campagne e le sue proteste.

Il sito Padania.org, progetto di ricerca indipendente sostenuto dalla Nexus-International Broadcasting Association, ha lanciato in questi giorni un sondaggio tutt’altro che benevolo verso il Carroccio. La domanda posta dai redattori è semplice: “19 giugno 2011 a Pontida. Cosa portare?”. Quattro le opzioni: 1) Pomodori e uova marce; 2) Fischietto; 3) Bottiglione di vino, pane e salame per gli amici leghisti; 4) Orecchiette con cime di rapa; 5) No, quest’anno non vado. Una partita vinta a mani basse, col 59.5%, da pomodori e uova marce. E assurbanipal si chiede: «Faranno a tempo a marcire le uova?» Ma anche l’altra opzione più votata, seppure a distanza dalla prima, certo non farà piacere ai ministri padani. Il 15.5%, infatti, sceglie proprio di non andarci, quest’anno, a Pontida.

Uno scenario, quest’ultimo, che sembra togliere il sonno a Bossi, il cui ordine perentorio è quello di portare più gente possibile. E del resto, «Pontida è sempre un appuntamento importante per la salute della Lega – come ha ribadito oggi Roberto Maroni – questa non è in assoluto la più importante, in cui si diranno tante cose che certamente influiranno sulla scena politica».

Sul sito Disabili.com, intanto, Serpentello scrive: «Domenica tutti a Pontida e portate tante belle uova marce e pomodori e soprattutto fischietti (così non vi sgolate) e facciamo sentire al senatur, che tiene in vita il vecchietto porcello, nonostante le bastonate prese, tutto il nostro sdegno possibile!». Uno stato d’animo, quello dell’internauta, condiviso da molti altri sostenitori della Lega. Al momento sul web. Domenica si vedrà.

da www.unita.it

******

Tensione Bossi-Maroni: il senatur diserta il vertice

A poche ore dall’inizio del tradizionale raduno leghista a Pontida, crescono i malumori nella Lega. Per oggi era stato previsto un vertice tra i leader del Carroccio. Vertice che non c’è stato. O meglio: Bossi alla sede di via Bellerio a Milano non c’è proprio andato. C’erano Roberto Calderoli, Roberto Castelli, Marco Reguzzoni, e il segretario della Lega lombarda, Giancarlo Giorgetti. Molti vi leggono l’ennesimo segnale di confusione interno al Carroccio. Perché annunciare ai giornalisti un incontro tra il generale e i colonnelli e poi farlo saltare?

La speranza è nelle parole che Bossi pronuncerà a Pondita. Perlerà solo lui? «Così ho letto sui giornali, noi siamo gente che decide all’ultimo momento e non abbiamo un cerimoniale così rigido che si definisce tre giorni prima».

Questa la risposta del ministro Maroni a chi gli ha chiesto se sul prato di Pontida domenica parlerà solo il leader della Lega. Maroni ha comunque aggiunto: «Sono tutte cose dei giornali per fare scoop che non ci sono» e poi ha spiegato «comunque valuteremo nelle prossime ore e poi deciderà Bossi».

«Pontida è sempre un appuntamento importante» e anche questa volta «influirà sulla scena politica», ha voluto insistere il ministro leghista a Varese per un incontro all’Università dell’Insubria, non si sbilancia oltre sulla portata della kermesse della Lega di domenica e non conferma che a intervenire sarà il solo segretario federale Umberto Bossi: Pontida è un’iniziativa importante «per la salute della Lega» perchè il Carroccio «è sempre determinante e ancora una volta gioca un ruolo da grande protagonista» e a Pontida si diranno cose «che certamente influiranno sulla scena politica» ma aggiunge come anche in passato ci siano già stati altri appuntamenti «carichi di aspettative ed emozioni».

Poi rilancia l’arma xenofoba: un blocco blocco navale per fermare il flusso di immigrati dalla Libia. «Credo che si possa intervenire già da subito – ha detto a margine di un incontro all’Università dell’Insubria a Varese – chiedendo per esempio alla Nato, che schiera le navi davanti alle coste libiche per impedire l’ingresso di merci in quel paese, di fare il blocco navale anche per le uscite. Sarebbe già una soluzione al problema».

I vertici della Lega Nord sono riuniti nella sede federale del partito, a Milano, per fare il punto in vista della raduno di Pontida, in programma domenica. In via Bellerio, sono arrivati il segretario federale, Umberto Bossi, il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, e il titolare della Semplificazione normativa, coordinatore delle segreterie nazionali, Roberto Calderoli.

da www.unita.it