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"C'è chi dice no", di Massimo Gramellini

Dopo aver letto l’articolo del nostro Zancan ho ancora più voglia di arrabbiarmi e di sperare. Racconta di Fabio Pisacane, un giocatore del Lumezzane che ha denunciato chi gli offriva 50 mila euro per addomesticare una partita, a costo di passare per spione in un ambiente che spesso applica codici mafiosi. Pisacane viene da una malattia grave e da una famiglia poverissima, ma evidentemente gli è stato insegnato l’essenziale. «Non me la sono sentita di infangare la mia storia». Dice proprio così: infangare la mia storia.

Mentre sfoglio i resoconti di affaristi e politici che intrallazzano, corrompono, fanno assumere amichette in barba ai concorsi e regalano rolex comprati al mercato nero, ecco, mentre questo quadro tragico di una classe dirigente senza valori che non siano quelli quotati in Borsa mi si scioglie davanti agli occhi, mi ritrovo a pensare: ma questi cialtroni temuti e riveriti si saranno mai chiesti se stavano infangando la propria storia? Avranno avuto un sussulto d’orgoglio? No, altrimenti sarebbero stati spazzati via dai loro compagni di merende. Ma adesso la puzza è diventata troppo forte. Il corpaccione Italia non ce la fa più a sopportarli e li sta sparando fuori uno dopo l’altro come brufoli. Stavolta a interrompere il gran ballo dei privilegiati non sono i magistrati come nel ’92. Sono i cittadini armati di computer, schede elettorali e buoni esempi. I cittadini esclusi dalla festa per ragioni di censo o di casta e quelli come Pisacane, che hanno deciso di escludersi da soli per dare linfa a una parola appassita: dignità.

“Pisacane, lo stopper che denunciò la combine: non tutti hanno un prezzo”, di Niccolò Zancan

da www.lastampa.it

"«Sei il peggior ministro» L’Italia migliore chiede le dimissioni di Brunetta", di Jolanda Bufalini

Insopportabile, sgradevole, candidato alle sberle, al premio Nobel per la maleducazione. Il ministro Brunetta le prende (metaforicamente) da tutte le parti. E i precari portano al ministero cassette di mele.

Insopportabile, sgradevole, precario della politica (l’azienda governo non sembra in buona salute), premio Nobel in maleducazione. Sono alcuni degli epiteti che si è guadagnato il ministro Brunetta con quella frase insultante ai precari, «siete l’Italia peggiore». Nell’ordine pronunciati dal segretario della Cgil Susanna Camusso, a Bologna per inaugurare la festa della Fiom, dal segrtario della Cisl Bonanni, dall’onorevole Lo Presti di Fli, da una precaria in un messaggio su Facebook. Il giorno dopo non si è placata la tempesta sul “ministro alla sfrontatezza” come recita un cartello portato in piazza da una precaria della P.A.. E si aggiunge il giornale dei vescovi, Avvenire: «Chi non ascolta si candida alle sberle». Contro il ministro alla innovazione tecnologica e alla digitalizzazione si è scatenata la generazione digitale, d’altra parte è noto, senza i precari nella Pubblica amministrazione le nuove tecnologie sarebbero all’anno zero. «Ho ricevuto 12mila insulti su facebook», dice lui che insiste a mettere una pezza: «Non ce l’ho con quattro milioni di precari ma con quelli come la signora che guadagna 1800 euro al mese».
Mase possibile quelli che sbarcano il lunario da precari si sono arrabbiati ancor di più con il ministro per la storia delle mele, «andate a raccogliere le mele». «Non ci ho visto più», dice Francesco Ripa che ha cinquanta anni, che lavorava in un centro di ricerca che ha chiuso, ha trovato un altro lavoro, contratto a termine, al minsitero dell’Agricoltura: «Ok – dice- uno perde il lavoro si arrangia per non far mancare lo stipendio alla famiglia ma non puoi accettare che ti dicano di andare a raccogliere le mele».
E cassette di mele hanno portato i precari con la Cgil sotto al ministero, in corso Vittorio Emanuele a Roma.
«Dimissioni, dimissioni», chiedono, bloccano per qualche minuto il traffico, offrono la frutta agli automobilisti.
Magliette con la scritta «la vita non aspetta», lo slogan creato per la manifestazione dello scorso 9 aprile.
Ilaria Lani, responsabile del coordinamento Cgil: «Non se ne può più di questa retorica delle cassette, noi siamo una generazione spremuta e sprecata.
Dobbiamo saper fare tutto nei posti di lavoro ma siamo anche la generazione più preparata che abbia avuto l’Italia e lo Stato non vuole le nostre competenze, molti sono costretti a scappare all’estero». «Chi è rimasto a combattere nel paese è l’Italia migliore», recitano i volantini.
Ma non è solo per Brunetta che i precari dello Stato sono in piazza. Il problema è che il loro lavoro è a rischio, sono quasi mezzo milioni, fra amministrazioni, sanità e scuola e, per effetto della finanziaria 2010, il 50% dei posti precari sarà tagliato. A questo si aggiunge il blocco del turn over,con gli anziani ceh vanno in pensione e non vengono sostituiti, i concorsi fatti, vincitori idonei ma che non vengono assunti. Ilaria Lani: «Bisogna ripartire con i concorsi, assorbire il precariato che manda avanti la pubblica amministrazione, combattere la giungla dei contratti e riformare il welfare, perché i precari non hanno diritto alla cassa integrazione, alla disoccupazione».

da L’Unità

"Addio stabilizzazione dei precari!", di Silvana La Porta

Il testo del decreto sviluppo, che verrà portato in Aula la prossima settimana, non offre soluzione ad una speranza che era balenata da mesi e per la quale tanti supplenti avevano speso fior di quattrini: quella di giungere alla stabilizzazione lavorativa attraverso le aule dei tribunali

Il piano di stabilizzazione dei precari prevedeva il rispetto delle leggi europee e italiane relative alla regolamentazione dei contratti a tempo determinato già applicate nel settore privato. In varie forme queste leggi prevedono, infatti, la trasformazione dei contratti da tempo determinato a tempo indeterminato al terzo contratto stipulato o dopo aver lavorato (anche non consecutivamente) per 36 mesi con lo stesso datore di lavoro (in questo caso il MIUR).
Il punto della questione era che il Miur con una iniziativa legislativa aveva tentato di eludere proprio questa normativa comunitaria, la n. 1999/70 nonché le sentenze dei giudici favorevoli ai lavoratori precari della scuola. Il 28 aprile 2011, in conclusione dell’incontro sulle graduatorie ad esaurimento, l’Amministrazione aveva informato i sindacati circa la predisposizione da parte del Governo di un Decreto legge di “accompagnamento” che “aggirava”, per i soli lavoratori della scuola, l’applicazione della normativa europea in materia di contratti a termine.
Con la motivazione della particolarità delle procedure previste per l’assunzione del personale della scuola, si proponeva di derogare dal limite del triennio come vincolo per la stabilizzazione.
La speranza dei precari risiedeva dunque nel decreto sviluppo, che, però, nel testo che ha accolto i vari emendamenti, recita categoricamente così: “Non trova applicazione l’articolo 5, comma 4-bis, del decreto legislativo n. 368/2001 (in base al quale, qualora per effetto di successione di contratti a termine per lo svolgimento di mansioni equivalenti il rapporto di lavoro fra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore abbia complessivamente superato i 36 mesi il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato)”.
In pratica, i contratti a tempo determinato potranno trasformarsi in rapporti di lavoro a tempo indeterminato solo nell’ovvio caso d’immissione in ruolo
D’altronde da più parti si levava l’obiezione che l’assunzione in blocco di tutti i precari con più di tre anni di lavoro sarebbe stata di difficile attuazione in un’unica soluzione, soprattutto in relazione alla mole di precari e molteplicità di fasce di precarie classi di concorso determinatesi negli anni.
Tuttavia non sarebbe risultato impossibile arrivare all’applicazione della normativa europea dopo un breve periodo di transizione. Per ora il decreto sviluppo ha detto no.
La via politica è sbarrata, restano le pronunce dei giudici favorevoli ai precari. Ma da sole non bastano.

da La Tecnica della Scuola

"Dl Sviluppo, ecco i provvedimenti sulla scuola che vi si nascondono", da Tuttoscuola

Resta molta perplessità su questo modo di legificare, attraverso provvedimenti onnicomprensivi e immodificabili (pena la caduta del Governo), che inseriscono in calderoni normativi provvedimenti del tutto eterogenei,

Come abbiamo dato notizia, nel Decreto Legge Sviluppo non è stato introdotto il bonus proposto dalla Lega Nord per premiare con 40 punti i supplenti rimasti nelle graduatorie di appartenenza, mentre resta confermato il cosiddetto provvedimento salva-precari, e slitta di un mese, dal 31 luglio al 31 agosto, il termine per le assunzioni a tempo indeterminato e per i provvedimenti di assegnazione o utilizzazione riguardanti il personale insegnante e Ata di ruolo – incluse le supplenze annuali – nonché per il conferimento degli incarichi di presidenza.

Ma quali sono le altre novità presenti nel Decreto? Vediamole.

Il decreto, pur non entrando nel merito del provvedimento, prevede un punteggio maggiorato relativo a servizi svolti in condizioni particolarmente difficili: il testo spiega che il beneficio riguarderà i precari che svolgeranno il servizio “presso pluriclassi”, a cui “verrà riconosciuta una speciale valutazione del servizio prestato presso sedi considerate in zona disagiata, secondo criteri da definire con decreto del Miur”. E’ probabile che nella lista rientrino i servizi svolti in scuole collocate nelle isole o in montagna.

Il Dl Sviluppo non offre invece alcuna soluzione alle decine di migliaia di supplenti di vecchia data che stanno tentando di approdare alla stabilizzazione attraverso le aule del tribunale, facendosi forte della normativa comunitaria e nazionale: “non trova applicazione l’articolo 5, comma 4-bis, del decreto legislativo n. 368/2001 (in base al quale, qualora per effetto di successione di contratti a termine per lo svolgimento di mansioni equivalenti il rapporto di lavoro fra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore abbia complessivamente superato i 36 mesi il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato)”. In pratica, i contratti a tempo determinato, potranno trasformarsi in rapporti di lavoro a tempo indeterminato solo nel caso d’immissione in ruolo.

In questo caso, l’amministrazione si espone al rischio più che concreto di vedere nuovi giudizi in favore di personale precario che sanciranno la trasformazione dei rapporti di lavoro a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, ma in parallelo prende tempo, confidando in immissioni in ruolo assai più consistenti di quelle modeste degli ultimi anni. Infatti il provvedimento, pur con tutti i limiti delle ridotte disponibilità finanziarie, prevede l’attivazione di “un piano triennale per l’assunzione a tempo indeterminato di personale docente, educativo e Ata per gli anni 2011-2013, sulla base dei posti vacanti e disponibili”. Posti che, ad oggi, secondo stime sindacali solo per i docenti si possono quantificare attorno ai 60mila posti (quindi da trasformare in immissioni in ruolo nel prossimo triennio).

Tra le novità introdotte con le ultime modifiche risulta anche che le supplenze verranno assegnate utilizzando delle graduatorie, proprio in queste settimane in fase di aggiornamento (abrogate le ‘code’ e reintegrato il trasferimento in una provincia con il sistema a `pettine’), che i supplenti potranno integrare con nuovi titoli e servizi ogni tre anni anziché ogni due.

Inoltre, a partire dalla tornata di assunzioni di questa estate, viene introdotta la possibilità di “chiedere il trasferimento, l’assegnazione provvisoria o l’utilizzazione in altra provincia dopo cinque anni di effettivo servizio nella provincia di titolarità”. Il ‘danno’ non è lieve, se si pensa che sino ad oggi questa chance veniva concessa già subito dopo la conclusione dell’anno di prova, quindi 12 mesi dall’assunzione a titolo definitivo. Saranno esentati dalla norma, comunque sempre dopo aver terminato il primo anno, coloro che chiederanno l’avvicinamento a casa per motivi di “infermità o assistenza”. E anche qui bisognerà verificare quanti utilizzeranno questa possibilità non in base a conclamate necessità, ma come escamotage per il riavvicinamento alla sede preferita.

Le novità del Dl Sviluppo in materia di scuola come si vede sono diverse, ma resta molta perplessità su questo modo di legificare, attraverso provvedimenti onnicomprensivi e immodificabili (pena la caduta del Governo), che inseriscono in calderoni normativi provvedimenti del tutto eterogenei, spesso introdotti sulla spinta di lobby e gruppi di pressione o sulla base di una visione di breve, brevissimo periodo.

da www.tuttoscuola.com

Sulle tv del Cavaliere va in onda "The end", di Curzio Maltese

Che fine ha fatto il partito azienda? Nessuno parla più di Mediaset. Negli scenari della tele politica all´italiana il flusso di notizie, le buone e le cattive, scorre dalla Rai a La7. Tutti si chiedono se Santoro, Fazio e Saviano firmeranno per La7, se la tv di Stato verrà smantellata in favore di un paradossale servizio pubblico garantito dal terzo polo privato e se Telecom venderà davvero la maggioranza a De Benedetti o al gruppo Rizzoli. Mediaset non fa più notizia. Si dibatte molto del futuro del Pdl, partito nato vecchio e mai esistito davvero, che di sicuro non sopravviverà al suo demiurgo, ma non del futuro del vero partito di Berlusconi. Per la prima volta Berlusconi non promette o minaccia di vendere le proprie reti tv, come ha fatto quasi ogni primavera a partire dal 1993. Segno infallibile che ci sta pensando sul serio. Del resto, a che cosa gli servono ormai Canale 5, Italia 1, Rete 4?
Gli sono servite, molto, in passato. Sono state l´autentico strumento del principe, il veicolo di propaganda, il laboratorio di nuovi linguaggi e slogan, lo specchio dei mutamenti sociali, il sondaggio quotidiano 24 ore su 24, il termometro di un consenso prima antropologico e dunque politico. Tanto che i direttori dei telegiornali partecipavano ai famigerati “comitati editoriali” che dovevano servire a elaborare le strategie per lanciare Forza Italia imbrogliando i media. Oggi sono soltanto modernariato, ovvero antiquariato dell´epoca, residuati degli anni Ottanta che il berlusconismo ha prolungato per tre decenni. L´azienda del principe fa notizia soltanto come paradosso economico. Più perde ascolti, più guadagna pubblicità. Quest´anno ha pagato il salasso peggiore al boom della 7 e ha sfondato il 56 per cento di quota di mercato pubblicitario, record mondiale. Un “mistero industriale” l´ha definito con qualche ironia il Corriere della Sera. In realtà, un segreto di Pulcinella. Gli industriali italiani omaggiano con gli spot sulle reti Mediaset l´inquilino di Palazzo Chigi, in cambio di favori reali o presunti. Ma tutti sanno che, quando Berlusconi non sarà più premier, il “mistero industriale” cesserà di colpo di esistere. Per questa ragione a Berlusconi e figli converrebbe davvero vendere ora, prima che sia tardi. Ma se nominare un Alfano al Pdl non significa nulla, vendere le reti sarebbe per il premier la dichiarazione ufficiale di resa e ritiro dalla scena politica. Il conflitto d´interessi è destinato insomma a segnare la parabola del berlusconismo fino all´ultimo giorno.
In attesa di sciogliere l´imbroglio, c´è da chiedersi perché il partito azienda non funzioni più. Perché il piffero magico sia diventato muto. Per un quarto di secolo le reti tv sono state il motore del berlusconismo, il veicolo di una visione della società italiana che appariva in ogni caso vincente sui modelli avversari, perché più moderna, libera, affluente, aderente al paese reale. In pochissimi anni, per effetto della crisi, dei mutamenti sociali, delle rivoluzioni tecnologiche, tutto questo patrimonio di appeal si è perso nel nulla.
La Modernità, anzitutto. Il mito fondante del berlusconismo. Davanti all´impetuosa avanzata di Internet, lo scintillante universo berlusconiano si è come impolverato di colpo. Berlusconi, direbbero i ragazzi, è «fermo all´analogico». È interessante notare come il premier non soltanto non capisca, ma rifiuti e rimuova di continuo l´importanza della Rete. Perfino dopo le batoste nelle amministrative e dei referendum, impensabili senza il tam tam della rete, gli strali e le vendette di Berlusconi si sono concentrati sulle ossessioni di sempre, Santoro e Raitre. Sul ruolo di Facebook o Twitter, non una parola. Eppure ormai Internet detta sempre più spesso l´agenda politica. Prendiamo l´ultimo caso su piazza, quello del ministro Brunetta. Soltanto quattro o cinque anni fa, la demenziale reazione del ministro della Pubblica Funzione (o finzione?) alla domanda dei precari sarebbe passata del tutto inosservata. La sfortuna di Brunetta è stata che il suo atto d´arroganza, simile a tanti precedenti, sia stato diffuso su Youtube. Con l´effetto di sbugiardare la versione dell´episodio che lo stesso ministro era stato costretto a fornire, sempre sulla Rete. A questo punto perfino i telegiornali di regime hanno dovuto piegarsi alla notizia. Questo per dire anche che il controllo dei notiziari pubblici e privati che Berlusconi sta mettendo in atto con i vari Minzolini e Mimun non è soltanto ignobile, ma ormai fuori tempo.
A un mondo dei media in piena rivoluzione, le reti Mediaset contrappongono un immaginario cristallizzato, come detto, fra gli anni Ottanta e i primi Novanta. Le facce di sempre, vecchie glorie o risaputi lacchè, i soliti quiz e reality, la finta satira di Striscia, le gag di Paperissima, telegiornali che ricordano quelli democristiani d´antan. Una specie di rullo incantato. Non meraviglia che il pubblico giovane, ricco, del Nord, insomma il target pubblicitario di prima scelta, sia migrato verso altri lidi, da Sky a La7; dai pochi giornali che hanno condotto la battaglia referendaria fino ai siti dei quotidiani, con il record storico raggiunto da Repubblica.it di oltre tre milioni e mezzo di lettori. In cerca di modernità. Di libertà. Parola chiave dell´universo prima televisivo e poi politico berlusconiano. Le tv di Berlusconi erano il primo polo delle libertà. La libertà del “vietato vietare”, la libertà di poter informare “senza bavaglio” sugli scandali di Tangentopoli, la libertà di poter ingaggiare e “berlusconizzare” perfino il nemico, come il Santoro di Moby Dick. Oggi non è più così. Se Santoro o Fazio litigano con i dirigenti Rai, Mediaset è l´ultimo posto dove gli faranno un´offerta. Se il Tg1 non dà una notizia, come ormai è consuetudine, il Tg5 è l´ultimo notiziario in cui recuperarla.
Quanto al terzo elemento della triade tele ideologica, dopo Modernità e Libertà, e cioè il Mercato, siamo nella notte fonda. Se per vent´anni Berlusconi ha potuto vantarsi di essere un imprenditore prestato alla politica, uno che aveva creato un impero “senza una lira pubblica”, il candidato a guidare il Paese come un´azienda, ormai il rovesciamento è sotto gli occhi di tutti. Le reti di Berlusconi sono le vere aziende del parastato, quelle che falsano il gioco della concorrenza attraverso i vantaggi della politica. Molto più della povera Rai, che colleziona record di ascolti, da Sanremo a Saviano a Santoro, ma poi perde decine di milioni di pubblicità.
Vent´anni fa scrivemmo che bastava guardare Canale 5 per capire che Berlusconi avrebbe fondato un partito e vinto le elezioni. Ora si può dire che basta passare qualche ora sulle reti Mediaset per guardare in faccia la fine del berlusconismo.

La Repubblica 17.06.11

«A Riyadh la democrazia è donna», di Tiziana Barrucci

I suoi libri sconvolgono e appassionano il mondo arabo. Salwa al Neimi, nota in Italia per il suo “La prova del Miele” (Feltrinelli), è una scrittrice siriana ma vive da tanti anni a Parigi. Racconta di donne, del loro universo erotico, delle loro passioni. Lo fa senza alcuna vergogna. Anzi, con orgoglio. L’orgoglio della lingua che usa nei suoi romanzi, rigorosamente l’arabo. È infatti stata lei la prima scrittrice che ha osato sfidare la parte più retrograda di quelle società maschiliste, raccontando nella sua lingua d’origine l’universo di carnalità da troppo tempo censurato. Con la sua idea di un paradiso islamico concepito attraverso piaceri tangibili, ha di certo fatto cadere dalle loro sedie tanti imam. Da Torino, dove si sta concedendo una breve vacanza, commenta le rivoluzioni in atto nel “suo” mondo arabo nonché l’iniziativa “Io guido” che le donne saudite hanno organizzato per oggi.
Cosa vorrebbe dire alle donne saudite che scenderanno in strada oggi dietro al loro volante? Che non sono sole. Certo, dagli altri paesi non è facile appoggiarle, ma parlarne, fare conoscere la loro causa e ribadire che si tratta di rivendicazioni basilari le può sicuramente aiutare.
Perché in Arabia Saudita la situazione femminile è di questo tipo?
L’Arabia Saudita ha un sistema politico che si basa su un’interpretazione errata della religione. Parla di dogmi che non esistono. Leggo spesso la stampa saudita, e negli ultimi giorni vuole sapere di che si discute? Dell’opportunità oppure no che gli uomini vendano abbigliamento intimo alle donne. E allora si parla di principi religiosi, di leggi. È ridicolo. Ma perché bisogna sprecare così tanto tempo per risolvere “problemi” che problemi non sono? È ovvio che se dedico la mia vita a discussioni di tal portata perdo di vista il senso generale delle cose. Così si riduce quello spazio fisico-mentale dedicato alla discussione civile. È un’impostazione idiota che rende le persone idiote, o almeno così vorrebbe. Ma la risposta delle popolazioni ora è più che mai forte.
Vale a dire?
Le donne saudite chiedono che vengano rispettati i loro diritti basilari, come quello di guidare. Credo che non sia neanche necessario discutere di tale necessità. Ho letto la dichiarazione di Riyadh firmata da attivisti e intellettuali sauditi: quelle persone rivendicano il loro diritto a essere cittadini. È questo il punto a cui si dovrà arrivare. Le donne stanno facendo un lavoro importantissimo verso tale direzione.
Un passo che stanno facendo tutte le popolazioni arabe…che idea si è fatta delle rivoluzioni in corso nella regione?
Il 2011 è l’anno degli arabi. Rivoluzioni iniziate, a metà o in procinto di partire. Questo mondo è in subbuglio e il cambiamento è oramai a portata di tutti.
Non è d’accordo con chi vede nelle rivoluzioni già in atto, in Egitto come in Tunisia, un cambiamento che cambiamento non è?No. Ogni paese ha le sue caratteristiche geopolitiche, la sua storia, di conseguenza la sua tempistica. Ma non vedo che diritto abbiano gli uomini dell’Occidente di giudicare. Secondo quale recondito principio possono dire che noi arabi non siamo abbastanza maturi per la democrazia? Gli egiziani, i tunisini, ma anche gli yemeniti non torneranno più indietro. Hanno capito di avere un potere importante. Nessuno toglierà loro questo potere.
C’è chi dice che il mondo arabo non è pronto per la democrazia…
Avreste mai pensato che in un paese così povero come lo Yemen le persone potessero scendere in strada e rivendicare i loro diritti? No, certo, secondo gli schemi occidentali quelle persone non erano pronte per la democrazia, e neanche per una rivoluzione. Prima che accadesse in Egitto, tutti dicevano che l’Egitto era diverso dalla Tunisia. Anche prima che le manifestazioni iniziassero in Siria si diceva che il popolo siriano non era pronto, non era abbastanza maturo. I siriani hanno dimostrato che non era così.
In Siria c’è o ci sarà una guerra civile?
Basta con la storia della guerra civile. Chi combatte contro chi? C’è una risposta centrale repressiva ma la popolazione sta ancora manifestando in maniera pacifica. Dal punto di vista semantico il 2011 è l’anno di due parole chiave: libertà e pacifismo. Voglio essere libera e quindi combatto. La mia rivendicazione non è e non sarà mai violenta. Lo Yemen è il paese delle armi, ma la popolazione non sta manifestando con i fucili. E’ la forza dei movimenti che si stanno costituendo. Le donne in questa strutturazione della lotta hanno un grande ruolo.
La situazione non sta sfuggendo di mano? In Egitto i laici rischiano di non potersi presentare alle prime elezioni libere. Questa è democrazia?
Ci hanno raccontato per tanto tempo che gli islamisti erano pericolosi. Era il modo più semplice per manipolarci, ma si trattava di una menzogna gigantesca. Per la mia storia privata e pubblica è ovvio che non auspico una vittoria islamista, ma se essa arrivasse in forma democratica io dico, perché no? Stiamo a vedere, ci potrebbero sorprendere.
Vuole dire che lei, a più riprese condannata proprio dai leader religiosi, appoggerebbe una vittoria islamista?
Guardi la Turchia, non mi dispiacerebbe avere lo sviluppo economico che quel paese sta vivendo, eppure c’è una leadership islamista. Gli islamisti nelle loro dichiarazioni oramai dicono di aver capito che il mondo è cambiato. Io non penso che siano così forti da prendere il potere in maniera democratica, ma se invece lo fossero, non mi fanno di certo paura. Democrazia significa anche questo.

da Europa Quotidiano 17.06.11

"Il metodo del dottor Gigi", di Alberto Statera

Che odore stantio di deja vu. Sembra di tornare indietro di quasi un terzo di secolo spizzicando le nuove gesta di Gigi Bisignani, il furetto scattante che allora reclutava per conto di Licio Gelli e oggi ha federato tutte le “P” massonico-affaristiche della seconda Repubblica. Ultima conosciuta, per ora, la P4. Ma non è detto che la tabellina sia esaurita. Nulla si crea e nulla si distrugge quando si tratta di potere e di denaro, l´incrocio magico del malaffare oggi soltanto più esplicitamente condito di sesso, ai tempi del bunga bunga. Tanto che il metodo Bisignani-Letta è in fondo null´altro che il clone del metodo Gelli-Andreotti adattato al terzo millennio. E´ come se l´Andreotti per decenni collezionista di ministeri si fosse reincarnato nel Gianni Letta cerimoniere dei riti del potere delegato dal berlusconismo e il materassaio di Arezzo Licio Gelli in Gigi Bisignani. Mazziere di carriere, nomine, promozioni, incroci di ambizioni e di affari.
“Cari miei – sussurrava Andreotti con la vocina che ancora usa quando è convinto di dispensare una delle sua pillole di saggezza – i ministri passano, ma i dirigenti restano”. Restano i magistrati, restano i manager, restano i colonnelli e i generali dell´esercito, ma soprattutto della Guardia di Finanza e dei Servizi segreti, restano i capi della polizia, i capi delle imprese pubbliche, gli imprenditori sempre a caccia di appalti e di favori. E questa è l´acqua in cui nel quindicennio berlusconiano ha nuotato poco sotto il pelo la coppia Bisignani-Letta con una corte di beneficiati sempre pronti alla bisogna. A fornire notizie segrete, bloccare quelle sgradite, compilare dossier, aggiustare processi, programmare carriere, imbastire appalti furbastri per grassare centinaia di milioni alle casse dello Stato.
Prendete Angelo Balducci, grande fiduciario della cricca degli appalti. Quando nel gennaio 2010 questo giornale pubblicò un articolo dal titolo “Protezione Civile Spa”, anticipando la sostanza dello scandalo che sarebbe esploso nei mesi successivi e il ruolo di Guido Bertolaso, fu preso dal terrore. E chi chiamò subito, come risulta dalle carte processuali, al centralino di palazzo Chigi? Il “Bisi”, che, sniffata l´aria, si fece rincorrere un po´, ma poi operò per sopire, placare, capire le dimensioni dell´inchiesta, cercare di bloccare le notizie sui giornali e i libri usciti e che stavano per uscire.
Si chiama Alfonso Papa l´ex magistrato napoletano di cui è stato chiesto l´arresto, reclutato in cambio di un posto in Parlamento per spifferare le mosse della magistratura partenopea sulle gesta del coordinatore locale berlusconiano Nicola Cosentino e sulle tante altre inchieste lì incardinate. Non è naturalmente il solo della paranza, che per anni ha fatto affidamento, tra gli altri, anche sul procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e su suo figlio Camillo. A chi non è più giovanissimo non può non ritornare in mente Claudio Vitalone, il magistrato “di riferimento” del duo di allora Gelli-Andreotti, anche lui infine portato in Parlamento dalla diccì per i servigi resi. Del resto, il controllo dei magistrati, che non sono poi tutti “rossi” come mente Berlusconi dal momento che lui ne ha molte decine al suo servizio, fu materia di scontro all´epoca della P2, quando Gelli espulse dalla loggia Giancarlo Elia Valori che cercava di organizzare una sorta di sotto-lobby di cosiddetti pretori d´assalto, tra cui quelli che indagavano sullo scandalo dei petroli.
Semplici poliziotti, finanzieri, sottufficiali dei carabinieri, come Enrico La Monica, che i magistrati napoletani vorrebbero arrestare ma è latitante in Africa: il duo Bisi-Eminenza Azzurrina, come hanno soprannominato Letta per l´affettazione dei modi, non si formalizza. Dall´appuntato al generale in comando tutto fa brodo per carpire materiale prezioso per il potere e gli affari.
Sulle nomine e le promozioni, Bisi ha le mani d´oro, molto più del materassaio di Arezzo, non foss´altro che per il profilo meno pecoreccio. Magari con qualche caduta, come quella che lo ha visto portare alla direzione generale della Rai il povero Mauro Masi, al cui solo nome il suo antico predecessore Ettore Bernabei pare si cali le mani sul volto per manifestare la sua vegliarda disperazione. Ma quando addenta un osso come l´Eni per Paolo Scaroni, Bisi lo contorna con un´aiuola di omini e donnine suoi: attaché, segretarie, addetti alla sicurezza, commessi. Possono sempre tornare utili se il beneficiato reclamasse troppa autonomia. Molti non possono neanche tentare. Per esempio, quel Mazzei portato per mano alla presidenza del Poligrafico dello Stato perché deve dare commesse all´Ilte, la società tipografica di cui Bisi si dichiara manager. A proposito di carta stampata, la Rizzoli non manca mai. Quando la banda Gelli-Tassan Din ne prese di fatto il controllo con Eugenio Cefis e il Vaticano, sottraendolo ad Angelo Rizzoli, Umberto Ortolani, piduista di stampo sudamericano, riceveva nel suo ufficio di via Condotti a Roma, a pochi passi dalla scalinata di Trinità dei Monti, i candidati alla direzione del “Mondo”, storica testata di Mario Pannunzio, da lui selezionati con Gelli, cui offriva il caffè in tazzine simil-oro. Oggi quel giornale è in vendita, insieme ad altri periodici della Rizzoli. Indovinate chi è pronto all´acquisto? Proprio quel Vittorio Farina titolare dell´Ilte, di cui Bisi è pars magna, anche se più negli affari immobiliari che in quelli editoriali, da quando ha allentato i rapporti con Daniela Santanché a favore del direttore del “Giornale” di casa con il quale la pasionaria di sera sferruzza maglie per i nipotini, secondo il quadretto fornito dallo stesso Sallusti.
Se poi vogliamo parlare di immobili, entriamo proprio nel core business del Gelli-andreottismo e del Bisi-lettismo dei nipotini. Ricordate Gaetano Caltagirone, il palazzinaro che chiedeva al sottosegretario di Andreotti, Evangelisti, “´A ‘Fra, che te serve? “. Gaetano era al servizio, come tutti i palazzinari romani. Oggi ci sono gli immobiliaristi e i grattacielari milanesi che non sfuggono alle attenzioni della coppia che del “sottogoverno” ai tempi della prima Repubblica ha fatto la nuova scienza del “sottoberlusconismo”, ormai un´era geologica. Più che per la fede, gli interessi del Gentiluomo di Sua Santità Letta e del suo boss-vice (?) si saldano sull´immenso patrimonio immobiliare di Propaganda Fide (la P di P2, del resto, stava proprio per Propaganda), che il buon pastore di Napoli Crescenzio Sepe ha trattato come una casetta lascito di famiglia, per favorire gli amici e gli amici degli amici della coppia di palazzo Chigi e del suo dante causa.
Piccoli cenni per descrivere il mondo e il metodo Bisi-Letta. Ma, se a qualcuno interessa, c´è materia per l´Enciclopedia Britannica.

La Repubblica 17.06.11

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Da Toro a Arcibaldo Miller “Così Papa controllava le Procure”, di Francesco Viviano

Bisignani: “Chiese incarichi per l´ex aggiunto di Roma “.
Roma, Napoli, Trani, Bari, Milano. Una rete che gli permetteva di entrare nelle procure di mezza Italia. Tra fascicoli e segreti d´ufficio. Alfonso Papa, già magistrato poi deputato Pdl, aveva amicizie importanti e, a quanto pare, loquaci. Tanto loquaci da procuragli, a suon di informazioni riservate, uno scranno in Parlamento. Un giro che partiva da Bisignani, toccava molti esponenti della maggioranza e arrivava dritto al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta.
Tanti i nomi di magistrati finiti nell´ordinanza del gip del tribunale di Napoli. Amici di una vita, colleghi di vecchia data, militanti della sua stessa corrente, Unicost, ma anche molte toghe che non sapevano di passare informazioni al collega assetato di potere. Che era interessato alle inchieste più importanti: la P3 di Roma, la P4 di Napoli e quella sul G8. Ma, più in generale, a qualsiasi fascicolo coinvolgesse qualche politico. Spuntano così il nome del procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, con cui Papa diceva di essere in buoni rapporti e dell´ex procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro, già coinvolto nell´inchiesta sui Grandi Eventi. L´amicizia tra i due era di dominio pubblico. Maria Elena Valanzano, assistente parlamentare di Papa, il 18 febbraio scorso, mette a verbale: «Per quanto riguarda l´ambito giudiziario romano, Papa spesso mi parlava dei suoi contatti e delle sue aderenze con il procuratore Achille Toro e con il figlio, Camillo». Un legame molto stretto, tanto da cercare di dare una mano all´amico caduto in disgrazia. Il 9 marzo 2011 Bisignani chiarisce: «Era molto amico dell´allora procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e del figlio Camillo. Al riguardo più volte mi chiese di poter trovare qualche incarico per Toro».
Alcune delle toghe citate sono state sentite dal pm John Henry Woodcock. Come nel caso di Arcibaldo Miller che fu “maestro” proprio di Woodcock. Il capo degli ispettori di via Arenula, citato in alcune conversazioni si è difeso: «Voglio ribadire di non aver mai chiesto a Papa di interessarsi delle vicende processuali nella quali è comparso il mio nome».
Dall´inchiesta emerge anche che l´onorevole avrebbe tentato di “contattare” il vice presidente del Csm, Michele Vietti. A raccontarlo è la sua ex assistente, Maria Roberta Darsena, una a cui Papa teneva parecchio, tanto da regalarle una Jaguar. È il 12 aprile, la donna spiega: «Dissi a Papa che ero stata a una cena con Vietti, al riguardo mi fece un sacco di domande e mi chiese con insistenza morbosa quale fosse il ristorante, che io non ricordavo, e tutti i dettagli della serata». La procura decide quindi di convocare Vietti, ritenuto una «possibile vittima dell´acquisizione di fatti privati a scopo di pressione». Le sue dichiarazioni non vengono nemmeno riportate.
I contatti migliori erano, però, quelli partenopei. «Diceva che a Napoli, in ambito giudiziario, la “comandava lui”», ha spiegato Luigi Matacena ai magistrati. Rapporti consolidati, a detta dello stesso Bisignani. «Quando parlo di Papa, dei suoi “giri” o “giretti” e delle sue “fonti” dalle quali attingeva notizie riservate di matrice giudiziaria, faccio riferimento all´ambito napoletano, nel senso che mi ha sempre detto di avere amicizie e legami tra le forze di polizia e in procura a Napoli».
Contatti continui, le informazioni sui procedimenti a carico dei politici sono merce di scambio. L´ex Presidente della Corte di Appello di Salerno, Umberto Marconi, coinvolto anche nell´inchiesta P3 per il falso dossieraggio nei confronti di Caldoro, ha detto al collega Woodcock: «Sono certo che Papa abbia spiegato e spieghi le proprie energie intrecciando rapporti con i carabinieri, con i servizi segreti…concentrato sempre ad agire nell´ombra. Papa ha praticamente a disposizione delle “truppe” che utilizza per perseguire i suoi scopi personali». La trama puntava dritto a palazzo Grazioli. Lo stesso Giacomo Caliendo, sottosegretario alla Giustizia, il 9 dicembre racconta: «Dopo le ultime elezioni il presidente Berlusconi, in una occasione, mi chiese notizie su Papa dal momento che aveva ricevuto qualche segnalazione diretta a fargli ottenere un incarico».

La Repubblica 17.0.11