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Tornano le donne di "Se non ora quando?" "L´Italia si è svegliata, la politica ci ascolti", di Silvia Fumarola

La regista Cristina Comencini: dopo il milione in piazza di febbraio, il 9 e 10 luglio gli Stati generali della condizione femminile. C´è stata una gigantesca mobilitazione popolare che ha influenzato le elezioni. Ora mettiamo al centro il lavoro. «Facciamo dell´Italia un paese per donne»: più che uno slogan, un impegno. La regista Cristina Comencini racconta con passione la nuova iniziativa del movimento “Se non ora quando?” che porterà a Siena il 9 e il 10 luglio donne di tutta Italia per confrontarsi sul cammino fatto. Gli stati generali della condizione femminile, raccontata da donne del Sud e del Nord, di sinistra e di destra: tutte. «Tutte invitate» spiega la Comencini «a raccontare cos´è cambiato. È stato un anno intenso, e di cambiamenti importanti: lo dimostrano i risultati delle ultime elezioni e del referendum. È come se un´onda dal profondo avesse smosso il Paese. E non c´è dubbio che a questo risveglio abbiano contribuito gli studenti e le donne».
Signora Comencini, parla di “risveglio” ma le donne non hanno fatto grandi passi avanti.
«L´associazione è nata un anno fa per iniziativa di un gruppo di donne, per capire cosa fosse accaduto in Italia. L´Istat racconta che facciamo ancora una fatica mostruosa e siamo rimaste indietro, nel 2011 la condizione femminile è tornata al centro dell´interesse. Anche gli uomini si sono stancati di vedere rappresentate le donne solo come corpi: è stato il primo passo».
Avete intercettato il malessere e la voglia di condividere un percorso comune: immaginava che il movimento sarebbe cresciuto così?
«No, ma l´onda è cresciuta subito. Nessuno aveva il coraggio di esprimersi, come se il sentimento politico fosse ancora vivo, ma nessuno lo manifestava. Il tam tam è partito sul web, il 13 febbraio è stata una data storica: un milione di persone in piazza, l´Italia mobilitata. La nostra intuizione, partita con lo spettacolo “Libere” era giusta. Sono convinta che quest´onda gigantesca abbia influenzato anche le elezioni».
Avete mai pensato di diventare un movimento politico?
«No. Ma il modo in cui è avvenuta l´adesione indica che c´era voglia di cambiamento. La società civile chiede che nasca la politica delle persone non dell´antagonismo, l´Italia vuole vivere meglio. Si sono mossi gli studenti e le donne, il risveglio ha coinvolto tutti. La politica deve lasciarsi contaminare, sarebbe un suicidio non ascoltare queste nuove voci. Il 13 febbraio ha preso vita una mobilitazione popolare; tra i politici c´era chi l´auspicava e chi la temeva. Nella politica delle donne vanno coinvolti anche gli uomini, è una battaglia che si fa insieme».
A Siena cosa succederà?
«Il 9 e 10 luglio ci riuniremo nel Complesso di santa Maria della Scala, ringrazio il sindaco e la direttrice del museo che ci hanno messo a disposizione la città e la struttura. “Se non ora quando?” si pone un´altra domanda: e adesso? Continuiamo a lavorare. L´Italia non è un paese per donne, vogliamo che lo diventi. Gli ultimi dati Istat dicono che il tasso di occupazione femminile è sceso, che le donne abbandonano il lavoro, non possono permettersi di diventare madri. Un quadro che non è da paese moderno, l´Italia non dà nulla alle donne: va rimesso al centro il lavoro femminile».
Ha girato l´Italia: che idea si è fatta?
«Mia sorella Francesca ha raccolto le storie, abbiamo visto donne di tutte le età e condizione, tante le avevamo contattate per e-mail: sono diverse e simili nella consapevolezza di sentirsi escluse. Chi si è reso conto che le donne sono una ricchezza per l´Italia è il presidente della Repubblica Napolitano. Le donne sono lavoratrici efficienti, hanno un potenziale enorme. La forza del nostro movimento è la trasversalità – si è visto dalla piazza – siamo unite perché contano i principi».

La Repubblica 19.06.11

"I destini incrociati di Umberto e Silvio", di Aldo Cazzullo

L’attesa messianica che circonda Pontida, alimentata dagli antiberlusconiani ormai eccitatissimi e dagli stessi leghisti pronti a chiedere il trasferimento a Monza pure del Cupolone, non ha molta ragione d’essere.Il Bossi di oggi non ha più la forza politica e forse anche fisica per sottrarsi all’abbraccio letale di Berlusconi. Bossi; non la Lega. Le due cose per la prima volta non coincidono più; anche se oggi la scenografia del sacro prato tenterà di dimostrare il contrario. Questo non significa che la Lega resterà sempre fedele all’alleanza con il Pdl. Ma difficilmente sarà Bossi a decidere in piena autonomia lo strappo. Perché il Senatur sa che il suo destino politico è legato al Cavaliere; e sa che difficilmente potrà sopravvivergli. Attorno al rapporto tra i due sono nate leggende e dicerie, basate come ogni leggenda e diceria su un fondo di verità. Il patto segreto sottoscritto dal notaio. I megaconti delle cliniche svizzere. Il salvataggio di banche padane. Ma il momento in cui si è giocata davvero la partita è stato quello del dolore e della sofferenza. Dopo l’alleanza coatta del ’ 94, la rottura di Natale, gli anni del Berluskaiser e del «mafioso di Arcore» , la ricucitura del 2000, è stata la malattia di Bossi a stringere il nodo del suo patto con Berlusconi. Per un anno, l’Umberto fu condannato al silenzio. Il premier rimase vicino all’uomo e anche al leader. Dovette sacrificare Tremonti al subgoverno Fini-Follini-Casini (tutti e tre poi fatti fuori). Però quando i colonnelli leghisti si fecero avanti per trattare in prima persona con il Cavaliere, lui fu cortese con tutti ma riconobbe sempre come unico interlocutore il vecchio capo ferito; e non a caso, alla prima uscita pubblica dopo la lunga convalescenza, Bossi indicò il suo erede in quello che appariva allora un outsider assoluto, suo figlio Renzo. Il referendum di domenica scorsa ha certificato che la presa dei due capi sui partiti da loro fondati non è più assoluta. Se personaggi miracolati da Berlusconi, come Cappellacci inventato dal nulla governatore della Sardegna o la Polverini trascinata alla vittoria nonostante la sparizione della lista Pdl, hanno disatteso le sue indicazioni, lo stesso è accaduto nella Lega, a cominciare dal Veneto. Non soltanto Zaia ha votato quattro sì. I congressi provinciali di Verona, di Vicenza e del «Veneto orientale» (provincia dell’immaginario leghista) hanno visto la sconfitta degli uomini di Bossi e la vittoria degli uomini di Tosi e di Maroni; mentre a Padova si è rinviato tutto per evitare il bis. Proprio Maroni, l’eterno delfino che nel ’ 94 fu l’ultimo a seguire il capo nella rottura con Berlusconi— «sono nato con la Lega, morirò con la Lega» —, ora è impaziente di rompere; e sarà lui con ogni probabilità a gestire la stagione post berlusconiana e lo sbarco della Lega al Sud. Oggi il Carroccio appare rattrappito su se stesso. Appesantito dalla lettura burocratica di una fase che si è messa improvvisamente in moto. Avvitato nella battaglia di puntiglio per i ministeri al Nord; come se l’artigianato lombardo o l’industria veneta traessero giovamento da qualche centinaia di posti pubblici in più. E il tramonto di Bossi non è meno evidente dell’eclissi di Berlusconi: un leader— e ministro — che da mesi risponde alle domande dei giornalisti con una pernacchia, il dito medio alzato, il pollice verso e altri segni di cui i miliziani forniscono poi in serata l’interpretazione autentica. Oggi a Pontida il leone tornerà a farsi sentire, e sarà accolto con l’affetto di sempre. Ma sarebbe troppo chiedergli di essere ancora lui il demiurgo della storia italiana, com’è accaduto in tutte le elezioni degli ultimi vent’anni, dal crollo democristiano del ’ 92 alla vittoria dell’Ulivo propiziata dalla sua corsa solitaria. In questo convulso finale di stagione, è data la possibilità pure che il barbaro in canottiera esca di scena abbracciato all’uomo che tutti gli chiedono di abbattere.

Il Corriere della Sera 16.06.11

"La politica dei respingimenti", di Adriano Prosperi

Ci sono tanti luoghi ai quali l´osservatore delle cose italiane dovrebbe guardare in questi giorni: Milano e Napoli, per esempio, ma anche le piazze finanziarie e le capitali europee dove si affrontano i problemi del debito italiano e si dettano le regole che dovranno governare la nostra economia. Ma il luogo sul quale oggi si concentra l´attenzione dell´informazione politica è un piccolo comune in provincia di Bergamo con un nome che risvegliava un tempo solo gli echi scolastici di una brutta poesia di Guglielmo Berchet: Pontida.È dal raduno annuale della Lega, con elmi e spadoni di un Medioevo di carta, che si attende una risposta importante. Intanto i gruppi dirigenti dei partiti, ben lungi dal seguire il saggio consiglio del Presidente Napolitano di cercare di «ritrovarsi uniti su grandi obiettivi comuni», sembrano uniti solo nello star fermi – uno spasmodico “surplace” in attesa che sia l´altro a fare la prima mossa. Così si è creata una speciale atmosfera di attesa della parola del Bossi: già, perché a parlare sarà solo lui. Alla sua parola il compito di ricreare quell´unione mistica tra il capo e un popolo che – a detta dei dirigenti della Lega – ha pur dato di recente ai suoi capi una sberla clamorosa. Dal verbo di Pontida è dunque lecito attendersi un segnale di svolta. Intanto qualcosa di nuovo c´è pur stato: di nuovo, anzi d´antico. Parliamo delle misure recenti prese a caldo dal ministro Maroni, l´uomo forte della Lega, il vero candidato a gestire un possibile governo di fine legislatura col benestare dell´azzoppato Berlusconi. Recano il suo sigillo personale. Un decreto fulminato a tambur battente ha triplicato d´un sol colpo, da sei mesi a diciotto, il periodo di detenzione dei clandestini nei Cie e ha introdotto una durissima procedura per i “respingimenti”.
Torneremo su questa parola. Ma intanto segnaliamo anche la proposta del ministro per la politica internazionale: in una intervista del 17 giugno Maroni ha chiesto che la Nato schieri le sue navi davanti alle coste libiche per impedire la partenza di profughi. Non sembra molto realistico agitare lo spettro dell´invasione di masse libiche in un paese dove alla data del 17 maggio scorso secondo l´alto commissario Onu per i rifugiati erano arrivate dalla Libia circa 14.000 persone in tutto. Quanto al decreto contro gli immigrati, si tratta di una misura di una durezza terrificante ma del tutto irrealistica. Intanto è basata su premesse false. Non è vero, come ha dichiarato il ministro dell´Interno, che il decreto è «coerente con le norme dell´Unione europea»: la direttiva europea sui rimpatri chiedeva gradualità nel percorso di rimpatrio dell´immigrato irregolare. Invece il decreto impone una espulsione immediata e colpisce chi non ottempera al primo ordine di espulsione con la galera da uno a quattro anni (da uno a cinque per i recidivi). Senza contare le sanzioni in danaro: l´immigrato irregolare dovrebbe pagare da tremila a diciottomila euro.
Pura irrealtà per l´economia degli immigrati: ma anche per il ministro. Lo dimostra il fatto che tutta la procedura dovrebbe passare attraverso il giudice di pace. Secondo l´avvocato Livio Cancelliere dell´Asgi (associazione studi giuridici sulle immigrazioni) nessun giudice di pace applicherà mai queste sanzioni. Dunque, si tratta solo di propaganda pre-Pontida.
Ma proviamo a leggere queste norme con lo sguardo dei disperati: quella parola “respingimento” è una bestemmia, come hanno ben compreso per primi molti commentatori del mondo cattolico, concordi nel condannarlo senza esitazione. È la cancellazione brutale di una tradizione antichissima ancora viva nelle nostre culture, quella che vedeva nell´esule, nel supplice una figura sacra agli dèi. Oggi “respingimento” significa essere ributtati nell´inferno senza che nessuno ti chieda se sei un perseguitato politico o religioso o se lo diventerai una volta respinto. Intanto, gli “irregolari” chiusi nei Cie penseranno a quel che li aspetta là dove saranno rimandati. Conosciamo i loro pensieri: saranno come quelli di Nabruka Mimuni, l´immigrata quarantenne da trent´anni in Italia (ma non italiana per la legge) che circa due anni fa si uccise impiccandosi nel Cie di Ponte Galeria a Roma.
Dunque, niente di più vecchio di queste novità: è ancora l´antica politica della paura. Colpire l´immigrazione, trattare il clandestino come un delinquente, vuol dire riproporre al Paese la ricetta usata finora per farne salire la febbre xenofoba. Per un po´ questa ricetta ha funzionato. Ma la massa di cittadini che ha riempito le piazze e si è messa ordinatamente in fila davanti ai seggi del referendum ha mandato un segno molto chiaro: le cose sono cambiate, il Paese sta guarendo. Ci vogliono paraocchi speciali per non vederlo. Le risposte plebiscitarie alle quattro domande hanno inviato ai governanti una richiesta di diritti e di solidarietà, contro l´appropriazione privatistica dei beni comuni, contro l´impunità per i potenti, contro scelte che mettono a rischio l´ambiente e il futuro delle giovani generazioni. E anche questo è stato, a suo modo, un “respingimento”.

La Repubblica 19.06.11

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CLANDESTINI: LE OPPOSTE PROPAGANDE SU UN DECRETO
di MICHELE AINIS

Un decreto fantasma naviga nei mari italiani. Giovedì scorso il Consiglio dei ministri lo ha approvato «salvo intese» : significa che non c’è ancora un testo da sottoporre alla firma di Napolitano. Ma un testo circola comunque, circola un comunicato ufficiale del governo, e di conseguenza s’infiamma la polemica tra maggioranza e opposizione. Perché la materia è fin troppo rovente: le politiche verso gli immigrati. E perché oggi cade il raduno di Pontida, dove c’è bisogno d’uno scalpo da esibire per trofeo.Da qui le parole trionfanti di Maroni: abbiamo ripristinato le espulsioni. Da qui le contumelie dei suoi avversari in Parlamento: vergogna, tenete la gente in galera per 18 mesi senza uno straccio di processo. Ma hanno torto, gli uni e gli altri. E allora, per riconciliare i fatti e le parole, proviamo a fare un po’ di storia. Ne verrà fuori l’immagine di un Paese che fa un passo avanti e l’altro indietro, però ci siamo abituati. La legge Turco-Napolitano del 1998 — pur inasprendo i controlli contro l’immigrazione clandestina — garantiva agli stranieri «i diritti fondamentali della persona umana» . Nel 2002 la legge Bossi-Fini opera un giro di vite, specie in tema d’ingresso, di soggiorno, di lavoro. Nel 2004 la Consulta ne demolisce le norme più liberticide. Nel 2008 il governo Berlusconi vara il primo pacchetto sicurezza, che introduce l’aggravante della clandestinità, castigando con una pena accresciuta fino a un terzo i reati commessi dagli immigrati irregolari. Nel 2009 il secondo pacchetto sicurezza aggiunge il reato di clandestinità. Nel 2010 la Consulta fa saltare l’aggravante, perché trasformava i reati dei clandestini in altrettanti delitti d’autore, puniti per la personalità del reo, non per la gravità del fatto. Infine nell’aprile 2011 una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea boccia anche il reato, o meglio boccia la pena detentiva (da 6 mesi a 4 anni) che vi s’accompagnava. Per forza: se il reato serve a rendere effettivo l’allontanamento degli immigrati irregolari, è dura riuscirci tenendoli in prigione. Da qui quest’ultimo decreto. Che tuttavia non è affatto un esercizio muscolare, un emblema del cattivismo di governo, come lo raccontano le opposte propagande. In primo luogo perché è un atto dovuto: serve a rispettare due direttive europee, scongiurando una procedura d’infrazione. In secondo luogo perché non incrudelisce affatto la disciplina preesistente: semmai la mitiga, la attenua. Anche verso i cittadini comunitari, sopprimendo l’obbligo del visto d’ingresso per i soggiorni fino a 3 mesi; semplificando i ricongiungimenti familiari; proibendo verifiche sistematiche (anziché caso per caso) dei loro precedenti penali; ancorando a condizioni tassative l’allontanamento dal territorio dello Stato. E gli extracomunitari? In alcuni passaggi questo decreto s’arma di compassione (chi l’avrebbe detto?), come quando promette modalità speciali per l’espulsione dei disabili, degli anziani, dei minori. Poi, certo, mantiene in vita il reato di clandestinità, che d’altronde l’anno scorso era uscito indenne dalla mannaia della Consulta; ma sostituendo alla galera una pena pecuniaria, e non è un dettaglio irrilevante. Rimane il punto critico dei centri di identificazione ed espulsione: prima i clandestini potevano esservi reclusi per 6 mesi al massimo, adesso per 18 mesi. Però, attenzione: anche questo limite è ammesso dall’Europa. Inoltre il loro uso viene consentito in casi eccezionali (altrimenti basterà sequestrare il passaporto); per periodi di 60 giorni, sia pure prorogabili; e sempre con la convalida del giudice di pace. Si poteva fare meglio, ma in passato abbiamo fatto peggio. C’è allora una lezione che ci impartisce quest’ultima vicenda. La politica dei fatti ormai abita in Europa; sicché ai politici italiani non resta che una ghirlanda di parole. Ma sono parole menzognere, una truffa delle etichette, per così dire: ci vendono una bottiglia d’acqua minerale, dopo averci incollato sopra l’etichetta del Barolo. Pazienza, vorrà dire che con questi politici non corriamo il rischio d’ubriacarci.

Il Corriere della Sera 19.06.11

"Lavoro: la nostra quota di trasformazione del mondo", di Pier Luigi Bersani

“Si sta muovendo un enorme energia che non chiede miracoli ma un altro stile, un altro modo, un altro civismo e moralità”. Bersani chiude la Conferenza Nazionale per il Lavoro. Abbiamo fatto un altro passo importante. Poco a poco stiamo facendo un partito che si confronta con la modernità e che tuttavia vuole essere un partito. Il piano di lavoro che oggi presentiamo è stato elaborato da esperti tra i 30 e 40 anni con l’aiuto della saggezza ed esperienza di Emilio Gabbaglio.

Sapevamo che fare un lavoro del genere in questo periodo poteva significare andare controcorrente ed essere fuori dai riflettori dei media. Ciononostante, vogliamo ribadire che per noi il lavoro è al primo posto. E lo dico anche con un sapore polemico perché c’è una distanza stellare tra quanto stiamo discutendo noi in questi giorni e quanto fa sta facendo la maggioranza e il governo.

Siamo in una fase di cambiamento. Dopo il referendum e le elezioni amministrative è andata molto di moda la parola “inaspettato”. Ma mi domando, inaspettato da chi? Oggi mi voglio togliere un sassolino dalla scarpa perché la memoria e ben corta. Ci siamo dimenticati le battaglie operaie, quelle degli studenti e insegnanti durante l’autunno? Le trasmissioni come quelle di Fazio e Saviano? La piazza di San Giovanni a Roma mai vista così piena? Le giornate delle donne? Le celebrazioni per i 150 anni d’Unità? Poi sono arrivate le amministrative la cui vittoria ha fatto anche da traino nell’esito dei referendum.

Il movimento che è partito sta incominciando a raccogliere i suoi frutti. Dicevo che si poteva vincere perché mi accorgevo che le piazze erano piene di donne. E quando questo accade, si vince! Quindi per noi il cambiamento non è stato inaspettato. Si abbia maggiore rispetto e attenzione per il solo partito nazionale del Paese che è radicato in ogni luogo, presente tra tutte le generazioni, che sta nelle piazze e nella Rete. Siamo solo noi. Nessuno sulla Rete e nelle piazze è più di noi. E non è solo questione di organizzazione. Si smetta di guardare il Pd dal buco della serratura. Non siamo il partito della retroscena, noi siamo il partito della prima fila della scena!

Il vento del cambiamento viene dall’incrocio tra questione democratica e sociale. Una questione che sta innanzi tutto nella testa dei cittadini: il modo di governare della destra che fa ribrezzo e il tema sociale diventano sempre più importanti. Lo abbiamo detto e lo rivendichiamo da tempo: la svolta non sarà solo l’oltrepassare di un governo, ma uscire dal berlusconismo e dalla malattia che entrata in vena in questi lunghi anni. C’è una maturazione e una consapevolezza sempre più forte dell’impotenza davanti a i problemi del Paese da parte del populismo che ci ha governato. Il ghe pensi mi vive sul breve, non sa scegliere, non dichiara i problemi e li nasconde. Il ghe pensi mi funziona solo per quelli a cui va bene comunque. Ma questi sono sempre di meno e ora comincia un altro film.

Non sarà con aggiustamenti all’interno del Pdl, con nuove fiducie parlamentari o con nuovi progetti che non saranno mai realizzati che il governo risponderà alle responsabilità del suo fallimento. E la Lega e i suoi grandi obiettivi dove sono finiti? Le loro ricette dove sono finite? Il federalismo come panacea fiscale e la chiusura delle frontiere per la sicurezza, dove sono finiti? Faranno nuovi ultimatum anche se hanno governato 8 anni su 10?

Chi dice che allunghiamo la mano alla Lega allora davvero non capisce! Noi siamo alternativi alla Lega e siamo noi che lanciamo la sfida alla Lega. Noi li abbiamo affrontati guardandoli negli occhi, parlando con la voce popolare. Non è stato di sicuro Sel a mettere i manifesti contro la Lega.

Nella crisi e nell’incertezza il Paese ha continuato ad andare avanti con il pilota automatico mentre le cricche continuavano ad arricchirsi. Il prestigio internazionale è crollato e la nostra voce in Europa è diventata sempre più debole nonostante fossero le forze conservatrici a governarla. L’Euorpa che vogliamo non è quella ma quella che sa governare e dare equilibrio alle politiche economiche.

Servono riforme che rimettano in moto il Paese. Dopo i moniti che arrivano sul declassamento da parte di Moody’s, Tremonti non si metta la medaglietta. Si sentono cose davvero curiose. Anche un bambino può chiederti che se sei il più indebitato e cresci di meno non potrai ad uscire dalla crisi se non ti muovi.

Saremo posti davanti all’alternativa del diavolo o a bere una ricetta recessiva. Loro lasceranno l’Italia con il cappio al collo. E adesso finalmente lo vengono a dire: non vogliono lasciare il Paese con i conti a posto. Allora dite dove ci avete portato! Vengano in Parlamento e dicano cosa intendono fare per il Paese e riceveranno la nostra proposta alternativa.

Davanti al mondo del lavoro basta con il dire balle. Lavoro è la nostra quota di trasformazione del mondo.

Il ceto medio diventa sempre più debole e chiede protezione. Il lavoro dipendente e professionale deve fare i conti con la crisi che è doppia rispetto agli altri Paesi europei. Come faranno a dire che stiamo meglio degli altri come qualche tempo fa?

Ma le cose stanno cambiando. Si sta muovendo un enorme energia che non chiede miracoli ma un altro stile, un altro modo, un altro civismo e moralità. La moralità non può solo essere appaltata alla giustizia. Ricordiamo Berlinguer, senza una riscossa civica e morale non si va da nessuna parte. Non c’è nessuna scorciatoia da seguire. Senza la buona politica, le istituzioni e il civismo, il Paese non esce dai guai. Noi all’anti-politica abbiamo pagato un prezzo troppo alto. Ora basta.

La ricostruzione democratica, un pacchetto di riforme e un nuovo patto sociale, sono queste le nostre ricette per l’Italia. Ci chiedono dove è il progetto? Stiamo lavorando e come si dice a Genova non stiamo asciugando gli scogli! Chi vuole alludere alla mancanza di proposta non ha mai voluto rispondere questa domanda: chi aveva ragione quando a inizio di legislatura pensava che non ci fosse la crisi, poi che fosse una cosa passeggera tanto da svendere l’Alitalia, da abolire l’Ici ai più ricchi e non dare respiro alla ripresa dei consumi…insomma chi aveva ragione? Rispondano a questa domanda!

Noi stiamo facendo un percorso e, con la prossima direzione, vedremo di capire a che punto siamo arrivati. Discuteremo delle cose da fare sapendo che al primo posto della nostra proposta c’è e rimane il lavoro. Tutto dovrà ruotare attorno al tema del lavoro. Il lavoro non è tutto? Andatelo a chiedere a chi il lavoro non ce l’ha!

Se non vuoi fare tagli lineari devi metterti al lavorare almeno un anno prima di procedere. È perché non hanno lavorato in questi anni la ragione per cui non sanno fare tagli intelligenti. Nessun investimento sulle tecnologie, sull’efficienza energetica e sulle fonti rinnovabili. Ora c’è la necessità di una nuova politica industriale e fiscale che alleggerisca l’impresa e il lavoro. Attuare un piano di riforme con in testa le liberalizzazioni e non prendere più in giro il Paese.

La produttività non è solo il sudore del lavoratore ma un sistema che mette insieme il lavoratore con le strategie di investimento sulla produttività. Serve un modello che eviti l’atomizzazione e dumping del sistema. La competitività non può significare disgregazione. Partecipazione ed esigibilità devono camminare di pari passo. Vanno trovate nuove forme di rappresentanza per garantire la partecipazione.

Lavoriamo sui sistemi delle regole (ad esempio la sicurezza sul lavoro, lotta contro caporalato, e l’abolizione delle dimissioni in bianco) con battaglie parlamentari. Affrontiamo il precariato con riforme che lo rendano meno vantaggioso per il datore di lavoro. Serve una concertazione meno paludale e formale ma più legata ad obiettivi ben definiti. Insomma servono politiche economiche concrete che testimonino efficacia.

Dobbiamo essere orgogliosi per quello che si fa e umili davanti ai tanti problemi e le difficoltà che si vivono nel Paese. Ci proponiamo di essere il partito del lavoro, della costituzione e delle autonomie. Potremo esserlo se sapremo farlo tutti assieme.

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Bindi: Si tiene tutto se abbiamo a cuore il bene del Paese

“È la fine di un ciclo e l’inizio di un altro. Lo inizieremo noi sui valori intorno a cui vogliamo costruire la nostra convivenza. Essere poveri quando si lavora significa che qualcosa non torna” – Intervento alla Conferenza Nazionale per il Lavoro

Vorrei innanzi tutto ringraziare tutti che hanno reso possibile questa Conferenza per il Lavoro. Questa data è importante per dire che il PD ha capito i risultati del referendum: il Paese ci ha detto di puntare all’essenziale.

Quando segnavo il mio Sì sul quesito per l’acqua pensavo che quel sì significava salute e lavoro. Quando mettevo il mio Sì sul Legittimo impedimento pensavo alla Costituzione italiana dal primo all’ultimo articolo nei valori della legalità e dell’uguaglianza. L’Italia ha scelto la qualità dello sviluppo e anche il PD ha scelto di puntare all’essenziale: ambiente, crescita e diritti

Ci siamo ritrovati intorno al lavoro e questo non significa fare un passo indietro, un rifugiarsi nel passato. Non è così. Il centrodestra nel lavoro ha espresso tutta la sua sostanza: non affrontato le sfide del moderno ma considerato il lavoro come luogo di conflitti, alimentando le diversità, creando isolamento dei lavoratori. Soli verso il collega, verso il territorio, verso l’immigrato. La maggioranza ha superato il concetto fondamentale della concertazione che ci evitò la bancarotta nei primi anni 90 e ha mortificato l’unità sindacale e del lavoro.

Mi domando ma un partito come il nostro, difronte a questa cultura che ha prodotto solo danni, dove il 30% dei giovani e il 60% delle donne sono fuori dal lavoro, dove 4 milioni di lavoratori sono precari, abbiamo un altro spazio non affrontare il tema del lavoro con proposta alternativa per il Paese? In Europa ci sono modelli funzionanti. Ad esempio in Danimarca. Ma noi siamo italiani e dobbiamo adottare un tema con un modello italiano.

Il dibattito che emerge oggi non significa divisione ma solo ricchezza. Alla fine il messaggio dovrà essere profondamente unitario. Dovremo fare un sforzo culturale perché il lavoro non è solo fonte di reddito ma come dice la Costituzione uno strumento per la libertà e la dignità. Gli articoli e i principi della nostra Costituzione non sono affatto superati e continuano a ispirare noi come partito riformatore.

Che paese abbiamo costruito se il 30% dei giovani e il 60% delle donne nono sono messi in grado di dare il loro primo contributo alla crescita del Paese? Essere poveri quando si lavora significa che qualcosa non torna e a noi è toccato di vivere proprio in questa fase.

È la fine di un ciclo e l’inizio di un altro. Lo inizieremo noi sui valori che gli elettori ci hanno detto di costruire la nostra convivenza. Dallo Statuto dei Lavoratori conosciamo i principi che hanno ispirato le grandi riforme. Tali principi ispireranno anche le nostre proposte.

Facciamo qualcosa in particolare per le donne: sento che il governo vuole portare a 65 anni le pensioni per le lavoratrici non dipendenti e ci dicono che è solo un adeguamento alla normativa europea. Questa non è una risposta per il welfare italiano. La risposta giusta è la lotta contro il precariato che colpisce 4 milioni di lavoratori; sono le politiche per le donne come avvengono in Germania (congedo parentale) o in Francia (assegni familiari): norme di uguaglianza e di sostegno.

Rinunciate al licenziamento in bianco. Se il Paese vuole crescere deve crescere anche dal punto di vista demografico.

Non si può fare a meno del contributo del 60% delle donne per lo sviluppo del Paese. Si tiene tutto se abbiamo a cuore il bene del Paese. Avremo il consenso e la forza di fare scelte difficili sapendo che gli italiani ci capiranno e ci seguiranno se diciamo dove vogliamo andare per il bene del Paese.

Andrea Draghetti

www.partitodemocratico.it

"Il rebus di Tremonti dopo Pontida", di Eugenio Scalfari

Il rebus Tremonti. Qualcuno pensa che sia decifrabile? E lui, Giulio Tremonti, ministro dell´Economia, ne possiede la chiave oppure nemmeno lui è in grado di rivelarne la soluzione? Personalmente opto per questa seconda ipotesi; si sono create condizioni tali che neppure il protagonista del rebus riesce a districarsi dalla rete che lui stesso ha contribuito a costruire. A volte capita in natura che il ragno resti intrappolato dalla rete tessuta dalla sua saliva e questo è il caso. Con ciò non voglio affatto dire che Tremonti non abbia le idee chiare su quello che deve fare come ministro dell´Economia, le ha chiarissime; ma non sa quale sarà il suo avvenire di uomo politico, che pure gli sta sommamente a cuore.
Questo è il rebus sul quale si appuntano gli sguardi in questa vigilia di Pontida, dove Tremonti ha il ruolo del convitato di pietra. Che ci sia o non ci sia non ha importanza: il convitato è lui, è con lui che la Lega dovrà fare i conti, Berlusconi dovrà misurarsi, Gianni Letta dovrà incrociare la spada, Bersani dovrà decidere se appoggiarlo o stopparlo e così Casini, così Vendola, Di Pietro, Fini. Gli atteggiamenti di questi interlocutori e le scelte che faranno configurano nel loro insieme la rete di cui Tremonti è il centro. Il rebus è se sarà lui a governarla o se ne sarà governato.
* * *
Intanto i mercati finanziari sono sempre più agitati, lo “spread” dei Buoni del Tesoro italiani con scadenza decennale oscillano tra i 180 e i 200 punti rispetto al “Bund” tedesco.

Il “default” greco incombe, la Banca centrale europea richiama l´Italia a fissare subito i tempi della manovra da 40 miliardi necessaria per azzerare il deficit e pareggiare il bilancio, mentre l´Italia dei referendari, del precariato, delle famiglie, reclama provvedimenti che rilancino la crescita e una più equanime distribuzione del reddito sociale.
Infine le agenzie internazionali di “rating”, con la Moody´s in testa, preannunciano un giudizio negativo sul debito sovrano italiano. È la prima volta che accade e le Borse lo stanno già registrando. Lunedì probabilmente la reazione dei mercati sarà anche peggiore.
Questa è dunque la rete in tutte le sue componenti. Dicevamo che essa è stata costruita anche con la saliva del ragno che ne sta al centro ed è esattamente così. Fu infatti Tremonti, ministro del Tesoro nel 2001, a inaugurare la finanza creativa in obbedienza al volere del suo leader che gli aveva imposto di non mettere le mani del fisco nelle tasche degli italiani.
La finanza creativa, fatta di condoni, di “swap”, di cartolarizzazioni, fu la trovata tremontiana per obbedire al suo leader e galleggiare sul mare agitato della finanza internazionale. Il risultato fu l´accresciuta propensione dei contribuenti ad evadere, l´azzeramento dell´avanzo delle partite correnti, l´aumento del rapporto tra il Pil e il debito pubblico, l´invarianza della pressione fiscale, l´aumento delle diseguaglianze, l´encefalogramma piatto della crescita reale dell´economia.
Non è propriamente un bel consuntivo quello che il Tremonti del 2001 lasciò ai suoi successori, i quali lo lasciarono al Prodi del 2006, il quale a sua volta con qualche miglioramento lo lasciò al Tremonti del 2008. Nel frattempo il Nostro aveva scritto alcuni libri di notevole interesse tracciando una sorta di filosofia della storia economica non particolarmente nuova ma nuovissima per chi aveva esordito con un programma liberale del “meno Stato, più mercato”.
La filosofia del Tremonti 2008 capovolgeva nettamente quel programma, proiettava lo Stato nazionale verso l´auspicata e auspicabile Federazione europea, evocava un´attiva presenza pubblica soprattutto nel mercato del credito, tanto più quando le acque agitate della finanza internazionale divennero tremenda tempesta a causa della bolla immobiliare americana, della crisi dei titoli derivati, del fallimento di alcune tra le più importanti banche d´affari in Usa, in Gran Bretagna, in Germania.
Infine della recessione che si diffuse in tutto il pianeta e dalla quale non siamo ancora completamente usciti. Il nuovo Tremonti rigorista era dunque in linea con le circostanze malgrado che il suo Capo strepitasse sempre di più. Ed ora che cosa farà? In queste condizioni, con questi interlocutori, con questa Europa, con questi mercati?
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Una prima constatazione: Tremonti è solo. Il suo Capo ormai lo detesta anche se non potrà fare a meno di lui. La Lega, della quale sembrava essere il garante, lo ha preso in uggia. Nel Pdl ha tutti contro. Il presidente della Repubblica lo stima ma non è e non vuole essere un soggetto politico. Mario Draghi è sempre stato critico della sua politica; il fatto che abbia lasciato la Banca d´Italia per ascendere alla presidenza della Bce non migliora la condizione del nostro ministro dell´Economia, anzi potrebbe perfino peggiorarla. Dunque Tremonti è solo, salvo l´appoggio della Commissione di Bruxelles e lo spauracchio della speculazione che, paradossalmente, gioca in suo favore perché lo rende indispensabile e inamovibile.
Seconda constatazione: Tremonti vuole passare alla storia della finanza italiana come colui che ha fatto la riforma del fisco, dopo quelle di Quintino Sella, di Giovanni Giolitti, di Alberto De Stefani, di Ezio Vanoni e di Bruno Visentini. Dovrei aggiungere anche i nomi di Vincenzo Visco e Tommaso Padoa-Schioppa, ma potrebbe sembrare provocatorio e quindi me ne astengo.
Il complesso della riforma tremontiana ancora non è noto ma le sue linee maestre sono ormai emerse. Vuole semplificare un´architettura ormai ingestibile lasciando in piedi soltanto cinque grandi imposte: sul reddito personale, sul reddito delle imprese, sull´Iva, sui consumi, sui beni reali mobiliari e immobiliari. Dalle persone alle cose. Dal reddito ai consumi e al patrimonio, sfoltendo e se possibile azzerando la selva dei contributi, degli sgravi, delle deduzioni, degli assegni familiari, dei bonus di vario tipo e specie. Il tutto con gradualità e nel quadro del federalismo.
In teoria una riforma del genere, con diminuzioni di aliquote in alcuni casi e aumento di aliquote in altri, dovrebbe dare un risultato netto di minore evasione, maggior gettito per l´erario, minore pressione fiscale per la platea dei contribuenti. Quest´imponente costruzione dovrebbe esser varata nell´anno prossimo e funzionare a regime entro il 2014. Il calendario sembra alquanto ottimistico. Con i tempi che corrono sarà un miracolo se l´intero edificio – federalismo compreso – sarà pienamente funzionante entro il 2020.
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Di questi traguardi troppo lontani e delle ambizioni di Tremonti di entrar nella storia, a Berlusconi e a Bossi, per dirla crudamente, non gliene frega assolutamente niente. Loro hanno bisogno di soldi, molti maledetti e subito. Invece ne avranno poco e non subito: bene che vada potranno contare su uno spicciolame di dieci miliardi nel 2012 e per di più a costo zero, ribassi di aliquote Irpef e Irap contro aumenti dell´Iva per pari importo, con il rischio che tali aumenti si scarichino sul tasso di inflazione e quindi sul costo della vita. Forse alcuni Comuni che dispongono di importi liquidi non spesi potranno essere autorizzati ad investirli in opere pubbliche di competenza locale: una goccia nel mare e per di più a rilascio non immediato.
Basterà? Lo vedremo oggi sul pratone di Pontida. Le ipotesi sono due: Berlusconi e Bossi faranno finta che basti e troveranno la quadra tra loro per galleggiare. Poi, in contemporanea con la finanziaria per il 2012 che conterrà il primo scaglione della manovra da quaranta miliardi concordata con l´Europa, Berlusconi e Bossi apriranno la crisi e la partita passerà nelle mani del Quirinale.
Oppure: Berlusconi e Bossi cercheranno di imporre a Tremonti il famoso coraggio reclamato da Maroni e Tremonti deciderà di ritirarsi, con grande gioia dei mercati. Questa seconda ipotesi mi sembra altamente improbabile, ma non si può del tutto escludere, come non si può escludere che, prima che tutto precipiti, la Lega punti su una riforma della legge elettorale concordandola con l´opposizione.
Quest´ultima dal canto suo dovrà tirar fuori i progetti concreti che da tempo sono pronti e gettarli nello scontro parlamentare martellando e stimolando l´avversario. Non è ancora arrivato il tempo di mattare il toro. Bisognerà sfinirlo con agguerrite pattuglie di “picadores” e di “banderilleros”. Durerà pochi mesi se non saranno commessi errori.

La Repubblica 19.06.11

"Più lavoro meno precari, ecco la «rivoluzione gentile» del Pd" di Maria Zegarelli

Il manifesto del Pd per il lavoro. Sei punti per rimettere in moto l’occupazione partendo dai ragazzi Intervista a Marini: «Dobbiamo difendere il contratto nazionale». 500 delegati da tutta Italia alla Fiera di Genova. Tanti giovani, tanta Cgil, tanta voglia di sinistra. Fassina illustra lo studio di sintesi. Le parole d’ordine: meno precarietà, più stabilità e sicurezza Il lavoro al centro della politica. I giovani, le donne, i precari al centro della proposta del Pd. Parte da Genova, l’offensiva dei democratici determinati a parlare con gli elettori del referendum e delle amministrative.
Il lavoro al centro della politica. I giovani, le donne, i precari al centro della proposta del Pd. Parte da qui, da Genova, l’offensiva dei democratici determinati a parlare con quel Paese che con le amministrative prima e i referendum poi ha mandato un messaggio inequivocabile: cambiamento e nuove politiche. Mentre Berlusconi e Bossi si perdono dietro ad un braccio di ferro che rischia di spezzare le ossa a entrambi il Pd annuncia il suo piano nazionale per il lavoro, ma incalza anche su una specifica iniziativa europea che sia centrata su occupazione, ambiente e innovazione. Stefano Fassina, padrone di casa di questa due giorni ligure, su «Persone, lavoro democrazia» che vede 500 delegati da tutta Italia alla Fiera di Genova, tanti giovani, tanta Cgil, tanta voglia di «sinistra» e di proposte concreteillustra il lavoro di sintesi di mesi e mesi di incontri sul territorio e nel partito. In sala il ghota del partito: da Pier Luigi Bersani a Massimo D’Alema, Franco Marini, Cesare Damiano, Pietro Ichino, Ivan Scalfarotto, i segretari di Uil e Cisl, Angeletti e Bonanni, Camusso in collegamento video e applauditissima, rappresentanti di Confindustria, Fiom, organizzazioni e associazioni. Da dove passa la rivoluzione gentile? Dal contratto di apprendistato come canale principale per l’accesso al lavoro stabile; da costi più alti per il lavoro precario e più agevolazioni per quello stabile; dal sostegno alle pensioni dei lavoratori più giovani e meno tutelati e drastica riduzione delle forme contrattuali, ma soprattutto dagli incentivi all’occupazione femminile e conciliazione tra lavoro e maternità.
E poi ancora defiscalizzazione per i primi tre anni elle nuove imprese avviate da giovani; salario minimo di ingresso: stage limitati a sei mesi e retribuiti; riforma degli ammortizzatori sociali; universalizzazione dell’indennità di maternità; introduzione dello Statuto dei lavoratori autonomi e professionisti. Non si tocca, infine, il contratto nazionale, si riforma, «ma resta uno strumento irrinunciabile». Dibattito acceso. Questa la sfida: «Ridefinire il ruolo del lavoro per affermare un neo umanesimo integrale, una sfida ambiziosa in un tornante storico difficile». Che si può vincere con l’innovazione e una nuova «etica» che investe politiche e le scelte sul futuro, riguarda direttamente l’Europa e i partiti progressisti che vi siedono. A questi si appella D’Alema, che dice «c’è più socialismo nelle politiche di Obama che in quello che è riuscito a fare la vecchia Europa». D’Alema ne è convinto: presto «ci troveremo alle prese con il governo del Paese, sarà una grande festa la sera ce avverrà ma già dalla mattina seguente sarà una grande impresa». E allora molto dipenderà dal quadro europeo: la linea rosso-verde della Germania; l’alternativa socialista a Sarkozy in Francia e il pd in Italia potrebbero nei prossimi anni essere il vero puntodi svolta. «Lo dico a Pierluigi: se le forze che si candidano al governo andassero alle elezioni con alcuni punti forti sulla politica europea», dalla riduzione del debito, alla tassazione finanziaria, allora davvero potrebbe esserci lo scatto in avanti. Critico il giuslavorista Pietro Ichino: «Estendere a tutti i contratti a tempo indeterminato e le tutele essenziali, ma far sì che nessuno sia inamovibile, perché il diritto del lavoro non può più garantire l’inamovibilità. Allo stesso modo occorre garantire la continuità del reddito e di contribuzione, garantire la continuità del reddito e di contribuzione previdenziale a chi perde il posto di lavoro, investendo sulla sua formazione e la professionalità». Ichino risponde a chi legge come una divisione il suo documento «alternativo»: «L’unità del Pd non nasca dal pensiero unico ma da una grande pluralità d’idee, contributi e punti di partenza». Da Roma plaude al contributo del giuslavorista, Walter Veltroni che definisce l’iniziativa di Genova «una scelta di grande significato politico». Avverte Cesare Damiano: «No al pensiero unico. Discutere fino all’ultimo momento, ma quando il segretario ha concluso e si è votato a maggioranza un documento finale, no alle interviste del giorno dopo su posizioni contrarie».

l’Unità 18.06.11

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Ecco il manifesto democratico Tutto in sei punti

I punti principali delle proposte del Pd
1. L’Europa per l’occupazione dei giovani. Il Pd considera importante che il tema del lavoro, in particolare giovanile e femminile, sia al centro di una specifica iniziativa dell’Ue costruita intorno ad investimenti per l’occupazione, l’ambiente e l’innovazione, alimentata dalle risorse raccolte attraverso l’emissione di eurobonds, l’introduzione di specifici strumenti fiscali a livello europeo, tra i quali la financial transaction tax.
2. La politica italiana per il lavoro, i giovani e le donne a parità di mezzi finanziari. Un piano nazionale per l’occupazione giovanile e femminile. Il Pd ritiene indispensabile il coordinamento delle iniziative nazionali, regionali e locali per realizzare una politica nazionale efficace destinata ad agevolare l’occupazione e in particolare l’occupazione giovanile e femminile. Tra le iniziative specifiche che il Pd ritiene opportuno realizzare vi sono: il contratto di apprendistato come canale prioritario di accesso al lavoro stabile, accompagnato anche da incentivi alla stabilizzazione; il venir meno dei vantaggi di costo del lavoro precario: a parità di costi per l’impresa, un’ora di lavoro precario deve costare di più e un’ora di lavoro stabile deve costare di meno. Sostegno alle pensioni dei lavoratori più giovani e meno tutelati e drastica riduzione delle forme contrattuali
3. Il modello contrattuale. Il modello centrato sul contratto nazionale di lavoro va riformato, ma il contratto nazionale resta uno strumento irrinunciabile.
4. La rappresentatività sindacale. Rappresentanza e rappresentatività sindacale, democrazia nei luoghi di lavoro e pieno coinvolgimento dei lavoratori alla validazione dei contratti nazionali e di secondo livello.
5. Il diritto di informazione e partecipazione dei lavoratori alle scelte strategiche delle imprese. Il Pd ha presentato proposte di legge per il pieno riconoscimento dei diritti d’informazione e consultazione dei lavoratori, l’istituzione di comitati consultivi permanenti, la promozione del sistema dualistico di governance aziendale.
6.Una riforma fiscale a favore del lavoro e dell’impresa, dei giovani e delle donne. Il Pd propone, ad invarianza di gettito complessivo, di ridurre le imposte sul reddito da lavoro e d’impresa e recuperare risorse dal contrasto effettivo dell’ evasione e dall’innalzamento a livello medio europeo delle tasse sulla rendita.

L’Unità 18.06.11

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Cisl e Uil ultimatum al governo:«O riforma fiscale o se ne vada»
Angeletti: «Se non riduce pressione fiscale se ne può andare». Bonanni: «Basta litigi»

Non va per il sottile Luigi Angeletti: «Il governo deve fare una riforma fiscale per ridurre le tasse sul lavoro e pensioni. Se non la fa se ne può andare». Il segretario della Uil, Luigi Angeletti, lancia l’ultimatum all’esecutivo parlando alla manifestazione sul fisco di Cisl e Uil in corso a Piazza del Popolo. Un invito all’unità arriva da Raffaele Bonanni: sul fisco, sostiene il segretario generale della Cisl «non è più tempo di litigi, bisogna mettersi tutti insieme per la riforma». Ancora Piazza del Popolo. Ancora per chiedere la riforma fiscale. E’ la manifestazione nazionale organizzata da Cisl e Uil sul fisco dal titolo «Subito la riforma fiscale, legge quadro per la non autosufficienza, lavoro e crescita». In piazza le due organizzazioni sindacali si aspettano l’arrivo di circa 60 mila persone tra lavoratori, immigrati, giovani, donne, pensionati provenienti da tutta Italia. Tra bandiere, palloncini e piccoli dirigibili con gli slogan della protesta (come «Evasione, mo’ basta»), sono cominciati gli interventi dal palco e gli ultimi a parlare saranno i segretari generali Luigi Angeletti (Uil) e Raffaele Bonanni (Cisl). «È un ultimatum al governo», ha detto Bonanni prima dell’inizio della manifestazione. «Non si azzardassero – ha sottolineato Bonanni – a portare alcuna manovra senza un fortissimo ridimensionamento della spesa pubblica inefficiente e improduttiva, senza toccare però la spesa sociale». Bisogna abbassare le tasse ai lavoratori ed è arrivato il momento di dire «basta perdite di tempo, basta litigi».

TRENI E PULLMAN – Sono giunti da tutta Italia con treni e pullman per chiedere la riforma fiscale. Piazza del Popolo a Roma si è riempita di uomini, donne, lavoratori e pensionati di tutte le regioni italiane convocati dai due sindacati Cisl e Uil. «Sono venuto a Roma – ha detto un pensionato di Modugno (Bari) – perchè credo che questa nazione possa cambiare». «Sono un pensionato – ha detto un altro manifestante che viene da Cagliari – ma sono sceso in piazza per garantire il futuro dei giovani». Tra i tanti striscioni esposti nella piazza ce n’è uno in cui si legge «Vergogna ministri, senatori onorevoli, abbassatevi gli stipendi».

«ULTIMO AVVISO» – «Domani lanceremo l’ultimo avviso ai naviganti. La riforma del fisco si deve fare» aveva annunciato venerdì il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, arrivando a Genova alla conferenza nazionale del lavoro del Pd in vista della manifestazione della Cisl di sabato. «Vediamo quale riforma il governo ha bocciato, ma da parte nostra siamo fermi anche se conveniamo che il taglio delle tasse non debba essere fatto in deficit» dice Bonanni, secondo il quale molte risorse possono essere trovate recuperando evasione fiscale e contributiva dal lavoro nero, tassando le rendite finanziarie, fatta eccezione per i titoli di Stato, e rivedendo tutte le agevolazioni e le detrazione che non vanno incontro ai ceti meno abbienti. Soprattutto, per Bonanni «il taglio di un punto sull’iva si può fare se indirizzato verso le aliquote più alte che sono, oltretutto, quelle che riguardano i beni di acquisto non italiani».

LE RICHIESTE – «La Uilm sarà in forze sabato in piazza del Popolo alla manifestazione promossa da Uil e Cisl, come lo è stato nella prima decade di ottobre del 2010, per chiedere: la riforma del sistema fiscale; la riduzione degli sprechi pubblici e i costi della politica; una legge quadro per la non autosufficienza; misure più efficaci a favore di lavoro e sviluppo», annunciava ‘editoriale di ‘Fabbrica società, il giornale dei metalmeccanici della Uil on line dal 17 giugno.

Il Corriere della Sera 18.06.11

Scuola, Pd in piazza con i genitori contro i tagli

L’on. Ghizzoni e la sen. Bastico partecipano al sit in piazza Matteotti. Intanto lanciano un appello anche ai parlamentari del centrodestra. Settanta insegnanti in meno alle scuole superiori, 42 in meno alle medie, 11 in meno alle elementari. Solo due posti aggiuntivi in più alle scuole d’infanzia (contro i 16 necessari). In tutto 121 posti in meno nelle scuole di Modena e provincia. E’ l’effetto della terza tranche di tagli previsti dal decreto Gelmini del 2008. “Un provvedimento – commentano l’on. Manuela Ghizzoni e la sen. Mariangela Bastico – che inciderà pesantemente sulla qualità del sistema scolastico, a causa dell’aumento di alunni per classe, della riduzione del tempo scuola, della mancata attivazione di specifici corsi di studio”.

Questa mattina l’on. Ghizzoni e la sen. Bastico partecipano in piazza Matteotti alla manifestazione organizzata dai genitori di Modena e provincia “per richiamare l’attenzione di tutti sui problemi della scuola pubblica”.

“Come sottolineano i genitori modenesi che si sono mobilitati – dicono le due parlamentari modenesi – l’unione fa la forza, e siamo a fianco della loro mobilitazione, pronte ad accogliere anche i colleghi del centrodestra che hanno a cuore la scuola modenese e il futuro delle nostra comunità. Un’azione condivisa di tutta la comunità locale, dal mondo della scuola a tutte le forze politiche e sociali, può salvare l’offerta formativa presente nel nostro territorio provinciale”.

Le due parlamentari si rivolgono direttamente ai parlamentari del centrodestra ai quali lanciano un appello: “Mettiamo da parte le nostre differenze e chiediamo insieme alle istituzioni competenti di operare per rivedere la politica dei tagli agli organici che dequalifica il nostro sistema scolastico. Non lasciamo cadere nel vuoto l’appello delle famiglie, degli insegnanti, degli studenti”.