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Lazio, «no all’obiezione nei consultori familiari», da L'Unità

Niente più obiezione di coscienza nei consultori familiari per la prescrizione della pillola del giorno dopo, per la attestazione di gravidanza, per la certificazione della richiesta di interruzione di gravidanza volontaria e per l’inserimento della spirale. È una rivoluzione destinata a far discutere quella varata dalla Regione Lazio nel decreto del commissario ad acta, il governatore Nicola Zingaretti, «Linee di indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari» dello scorso 12 maggio. Si legge infatti nell’allegato 1 del decreto: «In merito all’esercizio dell’obiezione di coscienza fra i medici ginecologi, che dati recenti pongono a 69,3% in Italia (Relazione Ministeriale sullo Stato di attuazione della Legge 194/78 anni 2011-2012, Commissione Affari Sociali – XVII Legislatura – Esame della Relazione sullo stato di attuazione della Legge 194/78 2011-2012), si ribadisce come questa riguardi l’attività degli operatori impegnati esclusivamente nel trattamento dell’interruzione volontaria di gravidanza. Al riguardo, si sottolinea che il personale operante nel Consultorio Familiare non è coinvolto direttamente nella effettuazione di tale pratica, bensì solo in attività di attestazione dello stato di gravidanza e certificazione attestante la richiesta inoltrata dalla donna di effettuare interruzione volontaria di gravidanza. Per analogo motivo, il personale operante nel Consultorio è tenuto alla prescrizione di contraccettivi ormonali, sia routinaria che in fase post-coitale, nonché all’applicazione di sistemi contraccettivi meccanici, vedi I.U.D. (lntra Uterine Devices)». Gli obiettori di coscienza, quindi, non potranno più rifiutarsi di prescrivere la pillola del giorno dopo (contraccettivo ormonale post-coitale) né di inserire la spirale.
Ma c’è di più, stando almeno alla segnalazione dell’associazione Onlus «Vita di Donna» per la tutela della salute femminile. La legge 194, infatti, prevede che la donna che vuole abortire debba parlarne con un medico che esamini con lei i motivi della decisione, le rilasci un certificato che attesti la sua richiesta e l’esame effettuato insieme dei motivi per potersi poi recare in una struttura autorizzata per richiedere l’aborto. «Ma la legge 194 consente ai medici obiettori di non partecipare a questa attività – spiegano i responsabili di «Vita di donna» – La Regione Lazio introduce invece il principio che questi medici, qualora siano in servizio presso i consultori familiari, non possano sottrarsi a questa incombenza». Un contrasto, quello fra legge 194 e decreto del commissario ad acta, che secondo alcuni pareri potrebbe aprire un importante contenzioso giuridico.
Di certo, la decisione di Zingaretti rappresenta una novità assoluta che potrebbe segnare la strada ad iniziative analoghe in tutta Italia. L’unico precedente in qualche modo assimilabile almeno nei fini, infatti, risale al marzo del 2010 quando il presidente della Puglia cercò con una delibera di autorizzare i consultori familiari a selezionare per l’assunzione solo medici non obiettori.
«A nostra memoria, nessun governatore, anche delle Regioni guidate da amministrazioni di centro sinistra, è riuscito a ribadire con tanta forza il diritto delle donne ad essere assistite per la documentazione necessaria per l’aborto nei consultori familiari – prosegue «Vita di donna» – L’obiezione deve essere ammessa, contrariamente a quanto la legge prescrive, solo per le procedure “attive” dell’interruzione volontaria di gravidanza. Se un ginecologo del Lazio lavora in un consultorio familiare è tenuto, anche se obiettore, ad effettuare il colloquio con la donna e a rilasciarne il relativo documento. Bravo Zingaretti». Soddisfatta per la decisione del presidente della Regione anche Filomena Gallo, segretario nazionale dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. «Non ritengo che in questo decreto ci sia conflitto con la legge 194 – spiega – è una sorta di pugno duro ma è un atto dovuto dopo alcuni drammatici fatti di cronaca degli ultimi mesi. Nel Lazio c’è una situazione molto particolare con un gran numero di obiettori, e questo potrebbe generare di fatto una sorta di interruzione di servizio. Occorre garantire il diritto all’obiezione di coscienza ma al tempo stesso va difeso il diritto delle donne di scegliere di ricorrere all’interruzione di gravidanza o ai contraccettivi ormonali se le condizioni lo richiedono. Del resto, su questo punto, anche l’Aifa ha chiarito che la pillola del giorno dopo è un medicinale contraccettivo e non abortivo. Credo che la scelta del presidente Zingaretti vada nella giusta direzione ».

L’Unità 24.06.14

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Scelta corretta, ora anche le altre Regioni la seguano
di Maria Elisa D’Amico
Professore ordinario in Diritto Costituzionale, Direttore della Sezione di Diritto Costituzionale Dipartimento di Diritto pubblico italiano e sovranazionale dell’Università degli Studi di Milano

TROVO CHE IL DECRETO DEL PRESIDENTE ZINGARETTI SIA DEL TUTTO CORRETTO e in linea con il contenuto dell’art. 9 della legge n. 194 del 1978, che garantisce l’obiezione di coscienza ai medici, limitatamente al momento dell’interruzione della gravidanza, entro limiti rigorosi e che assegna alle stesse Regioni il compito di assicurare l’erogazione della prestazione anche attraverso la mobilità del personale. Negli anni un’applicazione illegittima di questo diritto ha portato non soltanto a un numero eccessivo di medici obiettori, ma anche a una pratica che estende il diritto a momenti ulteriori, come appunto quelli dell’attività all’interno dei consultori, o degli stessi farmacisti. Nel decreto non si fa che ribadire quanto la legge prescrive, una legge, va ricordato, che la Corte costituzionale ha definito «a contenuto costituzionalmente vincolato» (sent. n. 35 del 1997), in quanto fondata sulla tutela dell’autodeterminazione e della salute della donna.
Va ricordato che l’Italia è stata condannata dall’Europa proprio in relazione alle modalità di applicazione dell’art. 9 della legge 194 e il provvedimento regionale trova una propria giustificazione anche in ottemperanza a tale condanna. Si tratta della pronuncia del Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa, il quale, a seguito di un reclamo collettivo dell’associazione non governativa «International Planned Parenthood Federation European Network», ha rilevato una violazione dell’art. 11 della Carta sociale, affermando che l’Italia viola i diritti delle donne che alle condizioni prescritte dalla legge 194 del 1978 intendono interrompere la gravidanza, a causa del crescente ed elevato numero di obiettori di coscienza. La decisione è stata resa nota nel marzo di quest’anno e da quel momento le istituzioni italiane devono dimostrare, anche attraverso gli annuali rapporti europei, di aver messo in atto tutte le misure utili per modificare questa situazione. Da questo punto di vista, anche pensando che la pronuncia del comitato europeo concorre a definire quei principi internazionali ed europei che, ai sensi dell’art 117, comma 1, Cost., vincolano il legislatore italiano, ritengo che il decreto del Presidente Zingaretti apra una strada utile per modificare una situazione profondamente lesiva dei principi costituzionali e soprattutto della dignità delle donne e degli stessi medici non obiettori.
Ricordo infine che proprio a garanzia del diritto del lavoro dei medici non obiettori, nonché della salute delle donne, pende un reclamo sollevato dalla Cgil nazionale, in relazione al modo in cui l’obiezione di coscienza viene praticata, paralizzando di fatto l’applicazione delle legge: attendiamo anche su questo una pronuncia di condanna dell’Italia. Nel frattempo sarebbe utile se anche altre Regioni seguissero la strada aperta dal Lazio.

L’Unità 24.06.14

"Classifiche delle Università, maneggiare con cura", di Danilo Taino

Non che la reputazione non sia importante nella scelta di un’università o di un master post-laurea: spesso è fondamentale. Il guaio, quando si considerano le classifiche dei «migliori» atenei o corsi, è che però spesso vale la vecchia regola: «Niente è più di successo del successo». Ieri, due autorevoli quotidiani finanziari — il britannico Financial Times e l’italiano Sole-24 Ore — hanno pubblicato classifiche molto diverse tra loro, ma interessanti ed entrambe interne alla tendenza globale a dare i voti alle attività universitarie: una parte consistente dei criteri che adottano per «mettere in fila» i corsi di studio sono influenzati dalla reputazione degli atenei; a loro volta, queste classifiche ne aumentano o ne diminuiscono il prestigio. Sono utili e, se analizzate bene, aiutano a scegliere e a individuare le strade che danno migliori prospettive di carriera. Ma allo stesso tempo creano una élite di istituti che non necessariamente risponde a logiche meritocratiche. È un po’ il difetto della ranking-mania , del desiderio di fare classifiche su tutto piuttosto amato dai dipartimenti di marketing.
Il Financial Times ha condotto il suo studio sui master in Finanza globali, sia a quelli dedicati a chi ha già alcuni anni di esperienza di lavoro sia a quelli indirizzati a chi si è appena laureato. Tra i primi, «vince» la London Business School: era già così l’anno scorso e quello prima. Al secondo posto debutta la Judge Business School di Cambridge e al terzo si è confermata la University of Illinois at Urbana-Champaign. Nei master pre-esperienza di lavoro al primo posto arriva la Hec di Parigi, al secondo la spagnola Esade Business School, al terzo la Edhec, parigina. In questa classifica, la Bocconi è salita dal ventesimo all’ottavo posto.
Comprensibilmente, trattandosi di master post-universitari, nei criteri di valutazione l’Ft dà un alto peso al salario di chi li ha frequentati, alla sua variazione tra prima e dopo il corso, all’andamento della carriera: tra il 50 e il 60% del punteggio finale arriva da lì, da criteri che sono influenzati dalla qualità del programma ma non in maniera diretta e dimostrabile (il prestigio di un master può essere più influente sul salario di ciò che uno vi impara, soprattutto se la variazione della retribuzione viene misurata poco tempo dopo il corso). Altri criteri sono legati alla qualità dell’insegnamento in modo piuttosto lasco: per esempio la presenza femminile pesa per il 9% del giudizio finale dei master pre-esperienza di lavoro. Nel complesso, la classifica del Financial Times disegna un quadro di master di prestigio e di valore per carriera, remunerazione e status sociale. Non necessariamente si tratta di una classifica che stabilisce l’élite meritocratica dei corsi e di chi vi partecipa.
Il Sole-24 Ore , invece, studia i corsi universitari in Italia: fa una divisione tra atenei statali e non statali e, all’interno delle due categorie, produce una classifica didattica e una di ricerca, le quali sommate danno una classifica generale. In questa, al primo posto tra gli statali ci sono Verona e Trento e al terzo il Politecnico di Milano; mentre tra le università private, in testa arriva il San Raffaele di Milano seguito dalla Bocconi e dalla Luiss di Roma a pari punti. Il San Raffaele è in testa, sempre tra i non statali, sia per didattica che per ricerca; tra le università pubbliche, invece, nella didattica il primo posto è condiviso da Trento e Poli Milano e nella ricerca al primo posto c’è Verona. In questa classifica, i criteri di valutazione sono legati alla qualità dell’insegnamento in modo più diretto, come ci si aspetta quando si parla di corsi universitari di base: ad esempio il numero di docenti, la mobilità internazionale degli studenti, la selezione dopo il primo anno, la qualità della produzione scientifica.
La valutazione fatta per università e non per facoltà o corsi, però, rischia di rendere la classifica poco focalizzata e difficili i paragoni. Confrontare Bocconi e Luiss, tra gli atenei non statali, è per esempio sensato: ma farlo tra il San Raffaele e Bra Scienze Gastronomiche è un passo un po’ lungo. Così come paragonare, tra le università statali, i Politecnici e, per dire, L’Orientale di Napoli. Anche qui, reputazione e prestigio finiscono con il prevalere sulla specificità dell’insegnamento.
Le classifiche, insomma, sono strumenti sempre più usati sul mercato, quindi importanti. Ma non è detto che dalle élite che producono esca in ogni caso l’élite della qualità: è bene prenderle per quello che sono.

Il Corriere della Sera, 24 giugno 2014

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È la ricerca a fare la differenza fra gli atenei. Tre parametri sotto esame: articoli, capacità di attrarre risorse esterne, pagelle dei dottorati, di Gianni Trovati

Una geografia accademica spaccata in due, con i risultati più brillanti che si concentrano negli atenei del Centro-Nord e le difficoltà maggiori che si addensano al Sud. L’immagine viene confermata dalle nuove classifiche sulla «qualità universitaria», pubblicate sul Sole 24 Ore di ieri, che dietro le eccellenze di Verona e Trento, o le ottime performance di Bologna, Padova e della Bicocca di Milano vedono affollarsi le università settentrionali, confinando nelle parti basse le strutture del Sud. La situazione generale non cambia se si guarda solo alla condizione della ricerca, in cui si affacciano però importanti eccezioni: Salerno, prima di tutto, che con un punteggio medio di 72 su 100 ottenuto nei tre parametri stacca anche importanti università del Nord e guadagna posizioni nella classifica generale dove occupa il gradino numero 22, ma anche l’Orientale di Napoli, Catanzaro e l’università beneventana del Sannio ottengono risultati importanti.
Per misurare il polso della ricerca italiana, le classifiche pubblicate ieri mettono sotto esame i tre parametri più “pesanti” nella mole di dati resa disponibile dalle ricerche dell’agenzia nazionale di Valutazione (Anvur). In gioco entrano i giudizi ottenuti dai «prodotti di ricerca», cioè dalle monografie, dagli articoli, dai brevetti e dalle altre realizzazioni che i docenti dei vari dipartimenti hanno sottoposto al voto dell’Anvur; il secondo parametro guarda alla capacità degli atenei di attrarre risorse esterne per finanziare i propri progetti, mentre il terzo valuta le “pagelle” assegnate (sempre dall’Anvur) ai dottorati e all’alta formazione. I risultati sono stati pesati in base al numero di aree di studio attive nell’ateneo, per evitare che le dimensioni distorcessero i risultati, e riescono appunto a offrire un quadro che si rivela più articolato rispetto alla classica divisione Nord-Sud.
Più schiacciata verso il basso è la situazione degli atenei meridionali per quel che riguarda la didattica, misurata da parametri che vanno dalla struttura dei docenti alla puntualità degli studenti con gli esami, senza trascurare l’incidenza degli stage e delle esperienze all’estero sui curricula di chi si laurea. Su questo versante, però, ci sono ostacoli strutturali che pesano con incidenza diversa su tutte le regioni meridionali. L’emigrazione studentesca priva queste università di studenti motivati, e non è compensata da alcun flusso in senso inverso, al punto che a Urbino, Trento e Ferrara più del 50% degli immatricolati arriva da regioni diverse da quella sede dell’ateneo, mentre a Catania, Cagliari, Sassari o Palermo la stessa condizione si incontra in meno dell’1% dei casi (un caso a parte è rappresentato dall’Aquila, dove ad attrarre iscritti sono state anche le agevolazioni post-terremoto sulle tasse universitarie).
Nel Mezzogiorno il livello basso dei contributi chiesti agli studenti interviene per provare a frenare l’emorragia di studenti e andare incontro alle esigenze di territori con redditi e capacità di spesa più modeste, ma rischia di innestare un circolo vizioso tra basse pretese economiche e altrettanto bassi servizi offerti. Lo stato del diritto allo studio, che è competenza delle Regioni, completa il quadro e fa mancare le risorse proprio dove sarebbero più necessarie, con il risultato che in tante università della Campania o della Calabria la borsa di studio arriva a meno della metà degli studenti che la dovrebbero avere in base ai parametri di reddito e patrimonio famigliare. Negli ultimi anni il problema si è affacciato anche nelle Regioni settentrionali, al punto che molti atenei (dalla Bicocca fra gli statali a Bocconi e Cattolica fra i non statali, solo per citarne alcuni) hanno deciso di integrare gli stanziamenti per allargare la platea dei beneficiari.
Com’è naturale, inoltre, le classifiche offrono un’indicazione sintetica di una realtà più articolata, che si traduce nei numeri dei «dossier di documentazione» pubblicati sul sito del Sole 24 Ore. Per questa via si scopre, per esempio, che a Salerno l’alta formazione raggiunge il top in matematica e informatica, lo stesso settore dove il Sannio ha risultati brillanti sulla qualità della ricerca. Oppure, per tornare al Nord, che Brescia primeggia nei dottorati di scienze filologiche e dell’antichità, l’Insubria è forte in quelli di scienze sociali e politiche mentre l’alta formazione in ingegneria industriale incontra i giudizi migliori a Firenze. Un viaggio nelle eccellenze che rappresenta anche un viaggio nella trasparenza, altra caratteristica di cui l’università italiana ha forte bisogno.

Il Sole 24 ore 24.06.14

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“Misurare per poter migliorare”, di Daniele Checchi

Nel mondo della scuola, dell’università e della ricerca si combatte in Italia una guerra sotterranea. Tra chi ritiene che i processi formativi possano essere misurati, usando queste misure per rendere conto del lavoro svolto, e chi al contrario pensa che “per natura” la formazione e la trasmissione della conoscenza siano fenomeni così complessi da sfuggire a ogni tentativo di quantificazione. Difficile negare validità a ciascun punto di vista: da un lato è evidente che l’esperienza scolastica o universitaria modificano le prospettive dei giovani nel mercato del lavoro (aspetto quantitativo); dall’altra è altrettanto vero che le stesse esperienze modificano il modo di pensare degli stessi giovani (aspetto qualitativo). La prima dimensione è misurabile con relativa facilità, la seconda è descrivibile in riferimento ai singoli casi, ma è quasi impossibile fornirne una media (basti pensare allo spirito critico o alla creatività: di quanto migliorano questi aspetti in un giovane che frequenti un determinato corso di laurea?). Fino a una quindicina di anni fa il sistema universitario italiano è rimasto immerso nella nebbia. Non si conosceva il numero esatto dei professori universitari, sugli abbandoni universitari si avevano stime approssimative, sull’attività di ricerca non si disponeva di nessuna informazione. Contribuivano a questa situazione diversi fattori: una mancata regolazione della prestazione lavorativa dei professori universitari, che rendeva intangibile (e quindi non misurabile) i suoi contenuti; una concezione burocratica della Pa, centrata sulla soddisfazione dei requisiti di legittimità formale, invece di una concezione manageriale centrata sugli obiettivi; un’assenza di cultura organizzativa che usi i dati per il monitoraggio dei processi. Le cose sono progressivamente cambiate, in alcuni casi addirittura precipitosamente. A partire dai .primi rapporti del Cnvsu (zoo].) abbiamo cominciato a conoscere e a quantificare i problemi dell’università italiana: gli abbandoni durante il percorso universitario, i tempi lunghissimi del completamento delle lauree, l’invecchiamento del corpo docente, l’immissione di personale in ruolo a ondate anomale. Abbiamo dovuto aspettare il Civr (2004) per avere una prima mappa della qualità della produzione scientifica all’interno degli atenei. Nel frattempo il ministero aveva riassorbito in proprio la responsabilità di fornitura dei dati sul funzionamento delle Università autonome, obbligando i singoli atenei a compilare rapporti annuali (per il tramite dei Nuclei di valutazione interni) e più recentemente a riversare periodicamente i propri dati amministrativi. È stato nel contempo avviata l’attività dell’Anvur, cui è stato affidato il compito della valutazione sia dell’attività didattica sia della ricerca negli atenei. E l’Anvur si è immediatamente scontrata con la perdurante assenza di dati. Bastino due esempi: i) non esiste ancora oggi una banca dati completa e affidabile della produzione scientifica dei docenti e ricercatori italiani. Perché? Molti atenei hanno varato archivi della ricerca, ma il controllo della qualità del dato immesso è variabile tra atenei. Molti archivi riversano sull’archivio del Cineca (da cui sono state estratte le tanto discusse mediane), ma il grado di copertura non è universale. I lettori interessati possono approfondire il tema leggendo il primo rapporto di Anvur sull’università italiana; 2) non abbiamo ancora un’anagrafe degli studenti integrata tra scuola e università, che sia in grado di dirci per ogni coorte di nascita quali siano i risultati finali. Perché? Perché un funzionamento adeguato dell’anagrafe si scontra con gli ostacoli frapposti dal rispetto della legislazione sulla privacy, che impedisce l’integrazione dei dati del Miur (lato scuole), delle Regioni (formazione professionale), delle università e dei Centri per l’impiego. Dal punto di vista informatico nulla impedisce che al codice fiscale di ogni bambino si aggancino tutte le informazioni sulla sua carriera scolastica (classi frequentate, voti ottenuti, eventuali bocciature, tipo di secondaria), universitaria (corso di iscrizione, crediti e voti conseguiti) e lavorativa (contratti di lavoro, durata, retribuzione). Sembra di parlare di un mondo futuribile, certamente ancora molto lontano. Ma se oggi tutto questo non è avvenuto, sorge il dubbio che non sia un mondo desiderato o desiderabile da una parte del Paese. Piacerebbe sapere quanti studenti si laureano, quanti trovano lavoro, con che tipo di contratto e con che livello di retribuzione. Piacerebbe sapere quanto e dove pubblicano i docenti e i ricercatori. Piacerebbe sapere se si studia meglio e se si trova lavoro più facilmente dove si fa attività di ricerca più intensamente. Ma queste non sono domande di ricerca per addetti ai lavori. Sono informazioni che l’amministrazione universitaria dovrebbe fornire preventivamente ai cittadini che intendano usufruire dei suoi servizi. Sono informazioni che devono essere fornite in modo intellegibile da tutti, affinchè possano essere fruibili. I dati di queste pagine sono un buon esempio di come si possano fornire informazioni in un formato utilizzabile. Ma già immagino i detrattori che cominceranno a obiettare sull’affidabilità di questo o quel dato, o sulla loro ponderazione. Oppure qualche rettore preoccupato della fuga di studenti a seguito di un dato troppo negativo. Credo che sia ora di smettere di considerare gli studenti e le loro famiglie come incapaci di formarsi opinioni ponderate, al punto di negare la fornitura trasparente dei dati. Certo, si formeranno delle mode, anche infondate. Ma non sono avvenute anche in passato? Negli anni di “Mani pulite” le iscrizioni a Giurisprudenza si impennarono. Quando Berlusconi entrò in politica arrivarono gli anni delle facoltà di Comunicazione. Ma poi le mode rientrano e nel lungo periodo le scelte diventano più informate e più coerenti con le potenzialità e le aspettative degli studenti.

Il Sole 24 Ore 24.06.14

"Riforme e pregiudizio", di Massimo Adinolfi

Premessa per intendere in maniera pacata i fatti odierni. L’immunità parlamentare sta nella Costituzione italiana dal 1948. Non basta, si potrebbe tornare ancora più indietro: all’epoca medievale, per esempio, e alle prerogative riservate ai membri dei parlamenti in ragione della loro alta funzione. Non c’era ancora la democrazia, non c’era ancora il suffragio universale, non c’era ancora il costituzionalismo, e però si poneva comunque il problema di come tutelare i componenti delle assemblee elettive. Questa tutela si chiamava allora e si chiamerà in seguito – udite udite – «privilegio parlamentare», e si chiamava così, in assenza di grillini agguerriti che elevassero sdegnati la loro protesta. Ma ora i grillini ci sono, e si sdegnano e co- me: se uno vale uno, come recita il loro finto iperdemocraticismo – finto perché trova un’applicazione piuttosto altalenante, a se- conda delle circostanze -, qualunque privilegio è inammissibile. Lo dice (lo direbbe) la parola stessa.

E invece la parola racconta la lunga storia con cui le istituzioni parlamentari si sono fatte largo contro la prevaricazione di altri poteri, conquistando uno spazio giuridico protetto, a tutela della insindacabilità delle opinioni e dei voti espressi nell’esercizio della funzione parlamentare, e per frapporre un impedimento (entro certo limiti e condizioni) alla sottoposizione a procedimenti penali, o all’arresto, o ad altre misure restrittive, di un rappresentante del popolo.

La premessa finisce qua. Dovrebbe essere ben più lunga e tornita, ma può bastare. E anche se si giudicasse che non era necessaria per capire cosa è successo in questi giorni, con la reintroduzione dell’immunità parlamentare per i membri del Senato, sarebbe bene che la si tenesse comunque presente, dal momento che più è ampio e profondo il pensiero che accompagna le riforme costituzionali e meglio è. Una volta esplosa la polemica – lo scambio di accuse, le giustificazioni, lo scaricabarile – si capisce una cosa soltanto: nessuno è ancora in grado di affrontare in maniera calma e ragionata un tema simile. E invece, qualunque cosa si pensi al riguardo, è innegabile che di privilegi e immunità parlamentari si parla da che esistono i parlamenti, e dunque qualunque riscrittura della Costituzione è chiamata ad affrontare la questione. Solo che bisognerebbe farlo «sine ira ac studio»: non diremo con atteggiamento scientifico, perché la politica ha le sue ragioni che non sempre la scienza giuridica riconosce, ma sì con una sufficiente distanza e consapevolezza storico-politica. E invece l’ondata di indignazione che si solleva travolge ogni co- sa. In queste condizioni, quali distinzioni possono essere fatte valere? Basta la parola. Si chiama «privilegio» dunque è inammissibile. Concede immunità dunque è cosa odiosa e inaccettabile. E poi i politici sono tutti ladri. Ed è la casta che rialza la testa. Il lupo perde il pelo, eccetera. E infine, immancabile: non si può dare un segnale simile all’opinione pubblica.

Tutto giusto (o quasi). Ma tanto per dire: con gli stessi argomenti, con la stessa, ideologica determinazione, il Movimento Cinque Stelle, che vuole senz’altro l’abolizione dell’immunità parlamentare, farebbe bene a chiedere anche – già che c’è – l’abolizione del Parlamento, visto che celebra ed esalta la de- mocrazia diretta e non ha, nelle proprie corde, alcuna sensibilità per la mediazione par- lamentare, neppure come mera articolazione funzionale dei poteri dello Stato. La verità è che si vorrebbe poter dire, ad esempio, che il primo comma dell’articolo 68 della Costituzione è un gran bel comma, visto che protegge le opinioni espresse dai parlamentari nell’esercizio delle loro funzioni. In fondo, è un privilegio pure questo. Quanto invece all’autorizzazione a procedere (ai commi successivi), la si abolisca pure, ma si conservi almeno memoria delle ragioni per cui un problema esiste: perché vi può essere un interesse generale dello Stato a contemperare il perseguimento di crimini con i beni tutelati dal privilegio parlamentare, in merito all’indi- pendenza e all’autonomia dell’organo. La scriviamo apposta così, un po’ difficile, per- ché si recuperi almeno un minimo di sensibilità istituzionale, lasciando fuori dalla porta la facile levata di scudi dell’indignazione, e soprattutto perché si torni a nutrire un ri- spetto genuino per le opinioni espresse, anche quando vanno contro il sentimento popolare.

Però, difficile o no che sia, sarebbe impor- tante che si capisse bene: in discussione, prima ancora del merito, è il metodo, e persino il clima. E la possibilità di mettere mano alla materia senza passare per farabutti. Questa possibilità è imparentata con quella cosa importante che si chiama libertà, anche se non tutti – bisogna ammetterlo – sembrano comprenderlo.

L’Unità 23.06.14

“Musei, basta scioperi per tenerli aperti precetteremo i custodi”, di Francesco Erbani

La parola chiave, una parola quasi magica, è: precettazione. Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, infuriato per il ripetersi delle agitazioni sindacali che a Pompei impediscono l’accesso agli scavi, sceglie una linea dura. Anzi durissima: «Mi sono attivato per una modifica normativa che aggiunga l’apertura dei luoghi della cultura all’elenco dei servizi pubblici essenziali. Una nuova norma che consenta di ricorrere, in casi eccezionali, alla precettazione del personale per scongiurare le chiusure e tutelare i diritti dei visitatori».
L’annuncio del ministro giunge proprio mentre nel sito archeologico campano — 2 milioni e mezzo di visitatori ogni anno — si è raggiunta una tregua fra il soprintendente Massimo Osanna e le sigle sindacali che promuovono la mobilitazione. Una tregua fragile in un ambiente dove le tensioni si accumulano. E dove ormai si dispera di portare a compimento il Grande progetto (restauri finanziati con fondi europei) al quale si affida il riscatto di Pompei. Ma il proposito di Franceschini va oltre l’area archeologica vesuviana: considerare i luoghi della cultura — musei, siti archeologici e monumentali — servizi pubblici essenziali apre una partita che investe il diritto del lavoro e i diritti sindacali. Fino a quelli costituzionali.
Roberto Alesse, presidente dell’Autorità di garanzia per gli scioperi nei servizi pubblici, sostiene che sia «utile discutere se ampliare le tutele, previste dalla legge 146 del 1990 sull’esercizio del diritto di sciopero, per i cittadini-utenti». Infatti, aggiunge, «la legge, ad oggi, prevede che solo la tutela e la salvaguardia del patrimonio storico-artistico sia da considerarsi un servizio pubblico». La tutela e la salvaguardia vanno garantiti assicurando servizi minimi anche in caso di sciopero (come per il settore dei trasporti o della giustizia). Non l’accesso dei visitatori.
Ma si può giungere a imporlo con una norma? L’Autorità di garanzia assicura che verrà aperto un tavolo tecnico con sindacati e governo. E Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl (una delle sigle sindacali che aveva promosso l’agitazione a Pompei, poi sconfessata dai vertici nazionali), sembra favorevole almeno a discutere «un quadro di regole» fra organizzazioni sindacali e amministrazioni pubbliche «per evitare che ogni fisiologico contrasto sfoci nell’interruzione del servizio pubblico e della fruizione dei beni archeologici e architettonici».
Il caso che ora ha investito Pompei ha un precedente. Nel giugno dello scorso anno, per un’agitazione dei lavoratori del ministero, vennero indette assemblee che imposero la chiusura, a Roma, del Colosseo, di Palazzo Massimo, delle Terme di Diocleziano e di Caracalla. Per alcune ore migliaia di visitatori restarono in coda bruciati dal sole. Secondo Claudio Meloni, coordinatore Cgil dei dipendenti dei Beni culturali, la proposta di Franceschini «è inattuabile e presenta anche profili di incostituzionalità». Meloni è severo con le organizzazioni sindacali che hanno bloccato Pompei, «pur condividendo le ragioni dei lavoratori, in particolare per il pagamento degli arretrati». Ma nel sito archeologico non si è indetto uno sciopero, insiste, «bensì un’assemblea, regolata da una legge: e dato che il personale è ridotto ai minimi termini, essendosi assentati molti lavoratori, si è deciso di chiudere gli scavi perché non c’erano i requisiti essenziali di sicurezza ». Le agitazioni rispondono a tattiche «suicide e controproducenti», ma, conclude Meloni, «occorre prendere atto che, a quattro anni dalla legge speciale per Pompei, non si vede la fine del progetto per rimettere in sesto il sito archeologico».

La Repubblica 23.06.14

Renzi: “Il mio programma dei mille giorni", di Francesco Bei

Ecco il «programma dei mille giorni». Quello che traghetterà l’Italia fino alla fine della legislatura. Matteo Renzi, abituato a scartare di lato, a non farsi trovare dove uno se lo aspetta, oggi sorprenderà deputati e senatori convocati per ascoltare la solita litania sulle «linee guida del semestre di presidenza italiana dell’Ue». E invece no. O almeno non solo. Perché nella visione del premier le riforme interne sono le fondamenta su cui costruire quella «nuova Europa» che inizia a scorgersi dietro le formule astratte del documento Van Rompuy.
Tutto si tiene nella testa di Renzi. E allora ha senso dare più respiro all’appuntamento di oggi in Parlamento, rompendo la consuetudine dei discorsi scritti dai consiglieri diplomatici. Il premier ci ha lavorato tutto il giorno a palazzo Chigi, ma quello che filtra sono solo i cinque capitoli su cui impostare «l’agenda dei mille giorni». Le cinque grandi aree di intervento per «cambiare l’Italia cambiando l’Europa»: pubblica amministrazione, lavoro, scuola, sanità, giustizia. Le riforme, come l’abolizione delle province e la fine del bicameralismo, non solo soltanto un «fuoco di paglia iniziale», ma costituiscono la ragion d’essere di un governo che intende andare avanti fino alla fine della legislatura. E portare a termine quel «cambiamento radicale» del paese promesso fin dai tempi della prima Leopolda.
La stessa visione ispira le mosse del governo in Europa. Ne sono stati testimoni i presidenti dei gruppi parlamentari europei ricevuti da Renzi ieri mattina a palazzo Chigi insieme ai sottosegretari Sandro Gozi e Benedetto Della Vedova. Da Martin Schultz a Guy Verhofstadt, dalla verde Rebecca Harms a Barbara Spinelli. Un discorso in inglese, a braccio, tutto centrato sulla necessità di un «radical change», un cambiamento radicale, appunto, del modo di essere dell’Unione: «Noi siamo qui per interpretare la forte domanda di cambiamento che si è espressa alle ultime elezioni — ha detto Renzi — e io stesso ho vinto dicendo che l’Europa deve tornare ai suoi valori di fondo. L’Europa per le generazioni precedenti è stata un sogno. Oggi l’assenza di Europa è diventata un incubo per tanti. Vogliamo che l’Europa torni a essere un sogno per tutti ».
Alzare il livello di ambizioni sul piano delle riforme ha anche un risvolto più prosaico sulla trattativa per i posti di comando nel nuovo assetto confederale. Tra i «top jobs» c’è anche l’Alto rappresentante per la politica estera su cui Renzi, come anticipato da Repubblica , ha messo gli occhi. La candidata italiana è Federica Mogherini, e ora si viene a sapere che sul suo nome si è già aperta
a Parigi una discussione riservata tra i leader socialisti riuniti da Hollande sabato scorso. Nulla di deciso ovviamente, ma una presa d’atto della richiesta di Roma e una prima valutazione di fattibilità. E il consenso, a quanto pare non è mancato. Il problema è che la titolare della Farnesina — ieri ha confermato che la sua candidatura «è un’ipotesi » sul tavolo — ha di fronte due competitor altrettanto agguerriti. Il ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski e la commissaria uscente alla Cooperazione, Kristalina Georgieva, bulgara, stimata a Bruxelles. Sikorski sembra tuttavia perdere terreno, azzoppato da uno scandalo interno e dall’eccessiva esposizione anti-russa sul caso Ucraina. E a favore della Mogherini ieri si è avuta una prima, importante, presa di posizione da parte del ministro degli Esteri olandese, Frans Timmermans, per il quale «senza dubbio è una buona candidata ». E chissà quanto avrà giocato a favore della Mogherini il fatto che Timmermans sia un’amante dell’Italia oltre che un tifoso della A.S. Roma. Comunque non sarà una passeggiata. Certo Mogherini è stata la regista dell’ingresso del Pd nel Pse e c’è un ricordo positivo di lei nella famiglia socialdemocratica. Ma, come ha fatto notare oggi a palazzo Chigi la capogruppo verde Rebecca Harms, per il posto di Alto rappresentante «serve una persona di esperienza, grande esperienza». E la breve stagione della Mogherini alla Farnesina potrebbe essere un handicap.
Ma Roma, nonostante tutto, ci sta lavorando.
Anche contro il parere di quelle cancellerie che puntano, nel prossimo vertice europeo – giovedì e venerdì prossimi – a indicare solo il presidente della Commissione. «Niente affatto, è meglio uscire dal vertice con tutta la squadra, con gente nuova e giovane», ha obiettato Renzi. Già Jean Claude Juncker non è il massimo del rinnovamento percepito, sarebbe un brutto segnale per i cittadini se il «manuale Cencelli» bloccasse il resto del pacchetto.
Quanto ai contenuti, palazzo Chigi ha consegnato a Van Rompuy il documento con i suggerimenti per la nuova piattaforma programmatica. Al manifesto italiano ci ha lavorato Sandro Gozi ed è ribattezzato «a fresh start for the European Union», un nuovo inizio per l’Unione. «È arrivato il tempo vi si legge – di ripensare una più efficace strategia politica per riportare la crescita, creare posti di lavoro e promuovere la coesione».

La Repubblica 23.06.14

Sisma e alluvione, Lucia Bursi “Il Pd al fianco delle comunità”

Si è tenuto in mattinata un incontro con sindaci, parlamentari e rappresentanti Regione

Fiscalità di vantaggio, misure a sostegno del lavoro dei Comuni, Cispadana: sono questi alcuni dei temi affrontati, in mattinata, nel corso di un incontro promosso dal Pd con i sindaci dell’area del cratere sismico. Erano presenti il segretario provinciale Pd di Modena Lucia Bursi, i parlamentari Pd Davide Baruffi, Manuela Ghizzoni e Stefano Vaccari e, in rappresentanza della Regione Emilia-Romagna, il neo-assessore alle attività produttive Luciano Vecchi e la presidente dell’Assemblea legislativa dell’E.R. Palma Costi.

Si è tenuto, in mattinata, presso il municipio di San Felice sul Panaro, l’incontro – promosso dal Partito democratico e organizzato da Filippo Molinari, responsabile della segreteria provinciale per l’area colpita dal sisma – con i sindaci dell’area del cratere sismico per tracciare un’analisi del risultato elettorale, ma soprattutto per fare il punto sugli interventi relativi alla ricostruzione post-terremoto e post-alluvione. “Le urne hanno premiato il lavoro dei primi cittadini nella fase dell’emergenza prima e ora in quella della ricostruzione – spiega il segretario provinciale del Pd Lucia Bursi – Si è trattato, quindi, di un ottimo risultato per il Pd che ci consegna una ancora più grande responsabilità nel portare avanti il percorso intrapreso. Continueremo a lavorare per i cittadini e per le comunità così duramente provate dagli eventi catastrofici di questi ultimi due anni”. All’incontro erano presenti, oltre al segretario Lucia Bursi, i parlamentari modenesi del Pd Davide Baruffi, Manuela Ghizzoni e Stefano Vaccari e, in rappresentanza della Regione Emilia-Romagna, il neo-assessore regionale alle attività produttive Luciano Vecchi e la presidente dell’Assemblea legislativa regionale Palma Costi. I parlamentari, in particolare, hanno aggiornato i presenti sul percorso parlamentare del dl 74, che contiene misure per le zone colpite dal sisma e dall’alluvione. Due sono ora le priorità, su cui parlamentari e rappresentanti della Regione hanno ribadito il massimo impegno: la fiscalità di vantaggio e quelle misure che possono mettere in grado i Comuni di lavorare al meglio alla ricostruzione, a partire dalla disponibilità di personale. Tra le misure necessarie per rilanciare l’area, i sindaci hanno ribadito anche l’importanza della realizzazione della Cispadana. “Si è trattato di un utile confronto tra i diversi livelli istituzionali – conclude il segretario provinciale Pd Lucia Bursi – L’ultimo in ordine di tempo di una serie che il Pd ha promosso in questi due anni, a testimonianza della volontà di continuare a stare al fianco dei cittadini e delle comunità locali in questa delicata fase di ricostruzione di quotidianità”.