Latest Posts

"La primavera dei giovani", di Gabriele Romagnoli

C´è qualcosa di nuovo, anzi di scontato, nella politica italiana: il fattore giovanile. Gioventù nelle campagne elettorali, gioventù al voto, gioventù nelle piazze a festeggiare i risultati. Non era sempre stata una protagonista, il motore dei cambiamenti? E dov´era finita? Prima di cercare la risposta bisogna fare una premessa.
non è che i giovani sono geniali quando vince la sinistra e rimbambiti quando vince la destra. C´è un pendolo dell´inevitabile, ma c´è anche qualcosa di inedito che va cercato nel qui e ora e aiuta a capire che cosa è successo.
Quel che è inevitabile è uno spostamento. A molti, al netto delle illusioni, è parso che soltanto il ricambio generazionale potesse favorire un diverso flusso delle opinioni e dei voti. Se dal ‘94 a oggi il blocco che fa capo a Silvio Berlusconi, variamente accompagnato, ha sempre sfiorato o superato la maggioranza, nonostante la palese incapacità di mantenere le promesse e lo spasmodico impegno nel martoriare il corpo delle leggi, la sola spiegazione è l´esistenza di un altrettanto solido blocco di elettori: anestetizzati, indifferenti, tuttalpiù interessati alla prospettiva dell´ampliamento della propria veranda.
Per scalfirlo non era pensabile mutare le opinioni. Occorreva mutare gli elettori. Averne di nuovi, diversamente pensanti. Pareva un´illusione anche quella: le generazioni entranti si presentavano già appiattite. A prima vista. L´errore è stato considerarli una massa in fila per entrare nella casa del “Grande Fratello” e nulla più. Dimenticare lo spirito se non di ribellione, di contraddizione. I giovani di vent´anni fa cercavano una propria espressione politica e come potevano adagiarsi su quella dei padri: sul resto della Dc (ricordate Martinazzoli?), sugli eredi del Pci (mica era sexy Occhetto)? Preferirono quella che allora era una novità, l´uomo che si era fatto da sé (Berlusconi), il tabù infranto della destra (Fini), il colorito e allora vigoroso mondo della Lega (Bossi e Maroni, ora sequel di se stessi).
Oggi la scena è cambiata. Ci sono nuovi attori e nuovi strumenti. Personaggi come Letizia Moratti sono invecchiati di un decennio in una settimana, relegati a foto color seppia nell´album degli zii. Dove la politica è una cosa noiosa, fatta di dibattiti e con personaggi calati dall´alto. Nei file dei nipoti è una cosa diversa. Coinvolge quanto più si occupa di temi specifici. L´acqua. Che cosa c´è di più semplice? Abbiamo diritto a scegliere chi regola i rubinetti? Sì, certo che sì. Coinvolge di più quando propone figure nuove, di cui rivendicare la scoperta e la valorizzazione. Non importa che condividano l´anagrafe, contano di più l´entusiasmo, il disinteresse, l´onestà intellettuale. Quanti anni ha Pisapia? Diceva Picasso: «Ce ne vogliono molti per diventare giovani». Quanti anni ha Celentano? E Grillo? È un ragazzino Nichi Vendola? A spostare prima ancora che voti, emozioni sono stati personaggi così, ai confini dello spettacolo, certo: perché gli altri non lo erano? Perché, che cosa non lo è?
E con quali mezzi? Qui c´è stata la sorpresa più grande, ma solo per chi ha vissuto questi anni al chiuso. Per chi (da ogni parte) ha creduto che controllare cinque tg su sette fosse decisivo. E pensare che il dato era davanti agli occhi di tutti: sotto i trent´anni non c´è praticamente più nessuno che guardi un notiziario. La verità, la strepitosa verità, è che Minzolini e Fede non generano consenso, ma parodie. Che la complessa rielaborazione della realtà a cui dedicano la loro vita professionale muore sul tavolo di un tinello mentre la mamma sparecchia e i figli sono già in camera, davanti al computer, a vedere sul web la sora Cesira che ne fa coriandoli. Eccoci qua, a fine percorso, vicini al lieto autoavverarsi della profezia: una risata vi seppellirà. Se una pagina sta davvero voltando non l´hanno sospinta l´ego dei tribuni da prima serata o i cartelloni del leader in maniche di camicia. È stato un soffio molto più potente: l´irrefrenabile ironia di chi non aveva niente da perdere, perché non aveva ancora cominciato a vincere.

La Repubblica 14.06.11

I «disobbedienti» del centrodestra, di Gian Antonio Stella

«Decido io» , diceva Silvio Berlusconi. «Decido io» , diceva Umberto Bossi. E per una vita la parola dei rispettivi Capi, per i militanti dei due partiti, era davvero definitiva: «Lo ha detto Lui» . Fine. Da ieri non è più così: il Centralismo carismatico di Silvio e dell’Umberto, per la prima volta, perde i pezzi. Capiamoci, i due leader tengono ancora in mano saldamente i movimenti che hanno fondato. Ed era ovvio che il messaggio del Cavaliere dopo il secondo ceffone in un paio di settimane fosse quello di ribadire: io sono il perno, non ho alternative. Lo fa da sempre. Fin da quando nel ’ 95, scottato dal «ribaltone» della Lega, liquidò brusco le insofferenze e i dubbi di chi gli stava intorno: «Decido io. Il capo del Polo sono io. Chi ci sta ci sta, chi non ci sta va fuori» . Principio ribadito più volte: «Il leader di una coalizione è colui che ha più voti, il resto è poesia» . «Sono insostituibile» . «La premiership è mia, punto e basta» . Men che meno è stato disposto a discutere il proprio ruolo, monarchico, il Senatur. Che dopo aver espulso via via tutti i potenziali dissidenti (compresi 8 dei 9 amici che dal notaio Giovan Battista Anselmo avevano fondato con lui la Lega Nord) ha ribadito più volte chi comanda nel partito: «Decido io» . «Le pedine sulla scacchiera le muovo io e carico il destro quando voglio io» . E chi non è d’accordo o chiede spazio? Tolleranza zero. Basti ricordare come bacchettò Alessandro Cè quando quello ipotizzò uno smarcamento dalle alleanze: «Il segretario della Lega sono io. Se togliere il voto della Lega lo decido io» . Perfino Roberto Maroni, quando nel ’ 94 manifestò il proprio disaccordo dalla scelta di buttar giù Berlusconi, fu messo in riga in un Palatrussardi con striscioni pesanti («La Lega ce l’ha duro e i maroni ce li ha sotto» ) e lui stesso, l’amico Umberto, tuonò: «A Roberto per anni ho scaldato il latte tutte le mattine, ma è il nostro braccio debole e va amputato» . Fa uno strano effetto, dunque, leggere oggi che per il deputato berlusconiano Fabio Rampelli (tra i primi a disobbedire all’invito di andare al mare) «sono almeno 12 milioni gli elettori del centrodestra che si sono recati alle urne» e che «alcune personalità del Pdl si ostinano aristocraticamente a dare degli imbecilli ai propri elettori» . Quanti siano stati esattamente, questi berlusconiani e bossiani che hanno rifiutato l’invito ad andare al mare, lo si accerterà meglio nei prossimi giorni. Certo è che per la prima volta, fatta eccezione per la rivolta finiana, la battaglia referendaria ha visto diversi esponenti pidiellini e leghisti esporsi pubblicamente in dissenso dalle raccomandazioni dei propri leader rispettivi. Sia chiaro: molti hanno obbedito. Come Franco Frattini, astenuto perché la tornata referendaria si era «trasformata in un referendum pro o contro il governo e contro Berlusconi» . O Mara Carfagna: «Non andrò a votare perché è un voto contro il governo» . O ancora Gaetano Quagliariello: «Il referendum sul legittimo impedimento esprime una volontà cieca di colpire Berlusconi» . Tutte parole che, rilette oggi dopo la disfatta affannosamente sdrammatizzata come «un’opinione dei cittadini di cui tener conto» , si pentiranno di aver detto. Né poteva smarcarsi uno come Roberto Calderoli che da anni si vanta di essere il più fedele dei fedeli («Io ho un capo, si chiama Bossi, e se mi dice “buttati da questo ponte”io mi butto. Magari mi dispiace, ma mi butto» ) e oggi sospira: «Alle amministrative due settimane fa abbiamo preso la prima sberla, ora con il referendum è arrivata la seconda. Non vorrei che quella di prendere sberle diventasse un’abitudine…» . «Non ci sono più guance da offrire» , gli ha fatto coro nei sospiri il sindaco di Treviso, Gian Paolo Gobbo, che pure aveva rispettato «la comanda» bossiana ad astenersi. Il paradosso è che proprio i «disobbedienti» che a dispetto dei leader sono andati a votare e lo hanno fatto sapere, sono quelli che consentono oggi al centrodestra di dire che no, l’inattesa e travolgente ondata referendaria «non è stata un trionfo della sinistra» . Certo, vedere la devota amazzone Daniela Santanchè teorizzare che visti i risultati «gli italiani sono abbastanza in linea con il governo» , un triplo salto mortale con avvitamento a destra, fa ridere. Ma come può essere messo tra gli sconfitti Luca Zaia, che ha votato quattro «sì» (anche sul legittimo impedimento: «Se riguardasse me preferirei avere una corsia preferenziale che sveltisse i procedimenti» ) al pari della maggioranza dei veneti? O Renata Polverini, la governatrice laziale che, facendo spallucce agli appelli («i referendum su temi così importanti vanno al di là delle indicazioni di partito» ) ha rivendicato la sua autonomia anche sul quesito («Penso che ciascuno di noi abbia il diritto e il dovere di avere un processo rapido. Io mi ci sottoporrei immediatamente» ) più ustionante per il Cavaliere? Bastava scorrere ieri pomeriggio i blog destrorsi o sintonizzarsi su Radio Padania libera per capire come la fetta dei cittadini di destra che si sono sentiti rappresentati da Roberto Maroni (che ha votato sì solo sull’acqua, ma ha votato) o da Gianni Alemanno (solo sul nucleare, ma ha votato) è più larga e più insofferente agli schemini di quanto i loro capi immaginassero. E adesso? Dice Ignazio La Russa che lui non vede problemi: «Voglio ricordare che la Dc perse nel 1974 il referendum sul divorzio, poi governò altri venti anni» . Vero. Ma se avesse riflettuto sugli errori commessi (Enrico Berlinguer spopolò in tv l’ultima sera mostrando un «santino» antidivorzista distribuito ai bimbi di un asilo con scritto: «I fanciulli nel lor cuore han degli orfani il dolore» ) forse si sarebbe accorta che iniziava lì il suo inarrestabile declino. Quanto alla campagna elettorale, interminabile e spesso volgare, non rimpiangeremo molto. Sotto certi aspetti, anzi, vien voglia di rimpiangere piuttosto quell’altra sul nucleare del 1987. Che vide la partecipazione, tra gli altri, di una indimenticabile Ilona Staller che nella Navicella parlamentare dell’anno successivo annotò nella sua biografia, accanto alla presenza col nome d’arte di Cicciolina nel film «Carne bollente» «al fianco del superdotato John Holmes» , la sua rilevante iniziativa per ricordare Cernobyl: «Girava nuda in macchina per Roma con un carciofo radioattivo in mano» .

Il Corriere della Sera 14.06.11

******

“L’ENERGIA POSITIVA di UN VOTO”, di MICHELE AINIS

Saranno ormai tre lustri che i referendari vivono in una riserva indiana, circondati da forze sovrastanti; e dopo 24 referendum senza quorum ci avevamo fatto il callo, stavamo cominciando a rassegnarci. Tanto più in quest’occasione, con il voto trasformato in una gara d’alpinismo (terzo appuntamento elettorale in quattro settimane). Con un’informazione tardiva e insufficiente nelle Tv di Stato. Con mezzo governo che ci ammoniva a non sprecare tempo: quesiti inutili, inutili pure gli elettori. Infine con l’esperienza fresca fresca delle Amministrative, dove il partito del non voto è stato di gran lunga il più (non) votato. E allora com’è che l’onda d’astenuti alle elezioni provinciali (55%) è diventata uno tsunami di votanti (il 57%) sui 4 referendum? Risposta: perché gli italiani non ne possono più dei politici italiani. Non della politica, però. Non se esprime facce nuove, meno logore di quelle che frequentano il Palazzo da vent’anni. Non se interroga questioni di fondo del nostro vivere comune. Sicurezza, ambiente, eguaglianza, confine tra pubblico e privato: dopotutto erano queste le domande sollevate dai referendum. Gli elettori hanno risposto bocciando altrettante leggi del governo, e bocciando perciò il governo nel suo insieme. Ma l’opposizione farebbe molto male a sfilare sotto l’Arco di Trionfo. C’è infatti un collante, c’è un denominatore comune fra le Amministrative e i referendum: il ritiro della delega. Perché adesso gli italiani hanno deciso di decidere, senza subire le scelte di partito, quale che sia il partito. Ne è prova il voto del 30 maggio a Napoli, dove metà degli elettori si è tenuta lontana dalle urne, mentre l’altra metà ha espresso un plebiscito per un uomo fuori dai partiti, persino il proprio. Ne è prova la manifestazione del 10 giugno che ha chiuso la campagna per i referendum, rigorosamente senza bandiere di partito: gli organizzatori sapevano quanto fossero indigeste. Da qui una duplice lezione, sempre che la politica abbia voglia d’ascoltarla. Primo: il testo del referendum dipende dal contesto. È infatti il clima del Paese che imprime forma e forza ai singoli quesiti, caricandoli di significati generali. Funzionò così per il divorzio e per l’aborto (un’iniezione di laicità nel nostro ordinamento), per i referendum elettorali dei primi anni Novanta (una domanda di ricambio nelle classi dirigenti), o altrimenti per le tante consultazioni andate a vuoto, senza un vento popolare a soffiare sulle vele. Perché ogni referendum ha questa valenza: serve a incanalare un’energia. Non a caso l’istituto fu battezzato in due Stati (Usa e Svizzera) che non contemplavano lo scioglimento anticipato delle Camere. Ma il referendum non può creare un’energia politica, può solo intercettarla. Quando c’è, e adesso ce n’è a iosa. Il lungo sonno è terminato. Secondo: la nostra bistrattata Carta si è presa una rivincita. La «gemma della Costituzione» — come a suo tempo Bobbio aveva definito il referendum— è tornata a brillare. E forse questo sussulto di democrazia diretta convincerà la maggioranza a curare i mali della democrazia indiretta, a partire dalla legge elettorale. Forse ci convertirà un po’ tutti a un atteggiamento di maggiore lealtà verso le istituzioni. Ieri abbiamo letto editoriali che bacchettavano il capo dello Stato per essersi permesso di votare. La risposta più sonante l’ha offerta quel 5%di italiani che ha votato «no» ai quesiti, evitando le scorciatoie dell’astensione. Perché ogni referendum fallito nel vuoto delle urne rappresenta pur sempre una sconfitta della democrazia. E perché nessun principio di sovranità popolare può mai attecchire senza un popolo disposto a esercitarla. Votando in massa i referendum, il popolo italiano si è dunque riappropriato della sua Costituzione. Eravamo sudditi, stiamo tornando cittadini.

Il Corriere della Sera 14.06.11

"Non è un miracolo", di Roberto Della Seta e Francesco Ferrante

«Pronti a vincere di nuovo », recitava uno striscione di Legambiente visto nelle piazze referendarie, richiamando i plebisciti antinucleari del 1987. Così è andata e in apparenza è stato un miracolo, un grande colpo di scena. Dopo 16 anni di referendum falliti sempre più rovinosamente, questo voto ha rovesciato un trend che sembrava inarrestabile, oltretutto avvalorato dall’astensionismo crescente in tutte le elezioni.
In apparenza è stato un miracolo, nella sostanza invece è stata una conferma. La conferma che nella storia repubblicana i cambi di stagione sono spesso annunciati da eventi referendari: nel 1974 il divorzio, nel ’91 i referendum elettorali, ora l’acqua pubblica e il no al nucleare. Tutte svolte promosse da outsider politici e sociali – i radicali, Segni, i movimenti contro la privatizzazione dell’acqua e gli ambientalisti oltre allo stesso Di Pietro –, e che mai hanno visto le rappresentanze “generaliste”, grandi partiti e sindacati, come protagonisti. Anche i referendum di domenica e lunedì segnano un passaggio di stagione, più ancora delle elezioni di Milano e di Napoli. Oggi può cominciare per l’Italia il nuovo secolo, dopo che il vecchio era finito 20 anni fa, congedato di nuovo da un referendum, ma dopo 20 anni di una terra di nessuno lungo la quale né la sinistra né la destra hanno saputo mettersi alla guida di un vero cambiamento.
Quale il significato di questa svolta? Molti diranno, qualcuno ha già detto che i referendum hanno avuto successo come voto politico contro Berlusconi, e che il merito dei quesiti ha contato molto meno. Noi la pensiamo all’opposto, riteniamo che il valore storico di ciò che è successo sia proprio nell’imporsi sulla scena del dibattito pubblico di temi, di bisogni che evidentemente già da tempo pesano molto nella testa degli italiani ma che la politica ha finora trascurato: i beni comuni, l’ambiente, la voglia di una politica meno separata dalla società e con meno privilegi; in una parola, quel sentimento inedito, e adesso scopriamo dirompente, che diversi commentatori hanno sintetizzato come rivincita dell’interesse civico sull’individualismo e il “privatismo” di questi anni.
Come si diceva, anche in questo caso la novità è maturata fuori dai grandi partiti, e fuori anche – va detto -– dai media tradizionali e da tutti i talk-show politici televisivi, di ogni colore. Ma mentre la destra esce da questa prova con le ossa rotte – sue tutte le leggi abrogate, suo e solo suo il tentativo di cancellare o vanificare il voto –, il centrosinistra e in particolare il Pd hanno avuto il merito, il grande merito, di intuire per tempo che questo passaggio non era solo un’altra tappa nella battaglia di opposizione al governo, ma era di più: ci sono questioni, dimensioni che oggi per gli italiani hanno un’importanza prioritaria e che finora la politica ha largamente trascurato.
Ha capito, il Pd, che nel movimento per l’acqua pubblica c’è un’idea di progresso rinnovata e più avanzata, che rifiuta il riduzionismo liberista per il quale ogni bisogno, ogni spazio sociale, ogni bene comune vanno trattati come merce. E ha capito ben prima della tragedia di Fukushima che il nucleare è una risposta sbagliata, vecchia a un problema certo reale e urgente: liberare i sistemi energetici dall’egemonia del petrolio e dei combustibili fossili.
È probabile che in Italia il nucleare non avrebbe mai rivisto la luce: perché davvero si tratta di un’opzione obsoleta, pericolosa e costosissima, e perché non avrebbe senso che mentre il mondo più vicino a noi, Germania in testa, cerca di spegnere il prima possibile le sue centrali, noi ci lasciamo trascinare da Berlusconi, da Scajola, dall’Enel in direzione opposta.
Dopo questo voto, finalmente l’ipotesi di ritorno al nucleare finirà in archivio, e l’Italia potrà dedicarsi a un vero e nuovo piano energetico, fondato su efficienza e rinnovabili, che punti sul gas come energia fossile di transizione e prepari una società e un’economia “fossil-free” in cui si affermi un modello di produzione energetica pulito e distribuito.
Il Pd è stato bravo ad assecondare il cambiamento in atto, ma se vogliamo che questa diventi la nostra vittoria dobbiamo mettere a frutto la lezione, impegnarci sul serio a cambiare passo, agenda, linguaggi, a ricostruire anche su queste sensibilità maggioritarie rivelatesi nei referendum – sensibilità decisamente trasversali e radicate pure nei settori di elettorato meno politicizzati, i mitici “moderati” – la nostra alternativa. Il popolo dei referendum alla politica chiede questo, sta a noi dare risposte all’altezza.

da Europa Quotidiano 14.06.11

******

Ventisei milioni dicono Sì: vogliamo un’altra Italia

Berlusconi prova a far finta di nulla. La Lega soffre, il Pd vuole le elezioni Neanche il referendario più ottimista avrebbe sperato tanto: fra domenica e lunedì gli italiani sono andati a votare in massa, alla fine se ne contano più di ventisei milioni, per dire quattro sì all’abrogazione delle norme che hanno introdotto la gestione privata e i profitti nei servizi idrici, il ritorno al nucleare e il legittimo impedimento. Il quorum così è stato raggiunto agevolmente (57 per cento a livello nazionale), senza batticuore e soprattutto neutralizzando il voto degli italiani all’estero, per il quale è stato fatto più di un pasticcio e che avrebbe rischiato di congelare l’esito della consultazione.
Si è votato soprattutto a Nord e al Centro, un po’ meno al Sud, dove però la buona notizia è che anche nella regione meno attenta, la Calabria, si è scavallata la soglia del 50 per cento più uno dei votanti.
Alle urne sono andati ovviamente gli elettori di centrosinistra (80 per cento Idv, 77 Pd, 75 Sel) ma anche tanti del centrodestra (44 per cento Pdl e 39 Lega). Ed è forse quest’ultimo dato che fa più male al premier Berlusconi, nonostante un atteggiamento di facciata abbastanza distaccato. Dal canto suo, il segretario del Pd, Bersani, canta vittoria e chiede di tornare alle urne: «Per il bene del paese, il percorso ideale è questo: crisi, Quirinale, verifica rapida sulla possibilità di riformare la legge elettorale, e sennò si va a votare».

da Europa Quotidiano 14.06.11

******

“Come Craxi e Fanfani”, di Mario Lavia

Per la terza volta nella storia della repubblica tocca a un referendum popolare sconvolgere il quadro politico. Fu così nel ’74, nel ’91, e oggi. Fanfani, Craxi, Berlusconi: con le debite differenze, il filo invisibile che lega questo tris d’assi della politica italiana si snoda fra le urne di tre consultazioni referendarie. Come se ogni vent’anni un vulcano eruttasse un magma fatto di tante cose, ripulsa morale, concretezza, laicità, ansia di nuovo. Ci sono stati altri referendum, certo, soprattutto l’aborto: ma il divorzio, la preferenza unica, la triade nucleare-acqua-legittimo impedimento paiono autentici spartiacque. Il ’74 è troppo lontano. Per una ragazza di oggi quello di Amintore Fanfani è un nome imbozzolato nel tempo perduto, e lo stesso divorzio – irripetibile battaglia civile – è un istituto che quella stessa ragazza non comprende come potesse non esserci.
Non mutò il corso politico, nella superficie (eppure mutarono eccome gli equilibri nella Dc, con l’affermarsi della linea Moro-Zaccagnini) ma cambiò la testa delle persone.
Marco Pannella è stato un eroe di quella vicenda che spazzò l’allora segretario della Dc: «Non ho spazzato via Fanfani, ho spazzato via tutto uno schieramento che era guidato dal Pci», ci ha detto ieri.
No, il paragone più calzante del referendum 2011 è con quello del ’91. La preferenza unica, Mario Segni, l’inizio della fine di Bettino: presto sarebbero arrivate Mani pulite, le monetine, Hammamet, «tutte cose che non ci sarebbero state – ci spiega Segni – senza quel referendum».
Cosa fu, quel 9 giugno 1991, è stato rievocato in questi giorni.
Lasciamo parlare Segni: «In tutti e due i casi, allora e oggi, i referendum raccolsero e suscitarono una straordinaria ondata di protesta e speranza. La gente era stanca di quell’assetto politico- istituzionale, il referendum era molto particolare (la preferenza unica, ndr) però aveva la forza di evocare un nuovo sistema istituzionale: il maggioritario, il sindaco d’Italia…».
Ma c’è una grande differenza fra il declino di Craxi e quello, oggi solo potenziale, di Berlusconi: «Per Craxi fu il primo schiaffo.
Prima non aveva mai perso.
Stavolta la sconfitta di Berlusconi arriva a due settimane dalla sconfitta alle amministrative».
L’onda, già. L’onda che sale e travolge il Cavaliere. L’onda, o, come dice Pannella, «il popolo che si muove». Sul destino del Cavaliere la partita è da giocare. Marco sembra non scomporsi: «Berlusconi sarà travolto dal referendum? Mah, lui è squallidamente l’ultimo di loro.
Oggi c’è stato un fatto nuovo: gli ex Pci e gli ex Dc hanno fatto la scelta referendaria per andare contro Berlusconi. Ben arrivati…
Ma non dimentichiamo cosa hanno fatto in questi decenni».
Come legga tutta la vicenda, il vecchio leader radicale, si sa: «La partitocrazia è stata sempre contro tutti – tutti – i referendum.
La corte costituzionale ne ha bocciati 50. I partiti stravolsero l’esito di quello sulla responsabilità dei giudici, sul finanziamento pubblico».
Ma, ecco – su questo la discussione è aperta – bisogna stabilire se «il popolo» si sia mosso per riempire un vuoto, o addirittura abbia preso la parola contro i partiti, il sistema politico.
Se si sia cioè davanti a un remake, anche in questo senso, del ’91: «Qui c’è una differenza – dice Segni – perché il nostro referendum cadeva in un momento di evidente crisi dei partiti anche di opposizione, in un certo senso suppliva alla normale funzione dei partiti. Questa volta non è esattamente così.
Con tutti i problemi che ha, ma il sistema politico c’è. L’iniziativa referendaria direi che si innesta su questo sistema». In termini analitici, è così.
Eppure si annusa un certo venticello che dovrà portare refrigerio ai partiti di opposizione ma non abbatterli, quello che fa esultare un antico referendario come Arturo Parisi, che saluta «la democrazia che decide direttamente contro la democrazia della delega». Sarà un venticello benefico contro i miasmi della Seconda repubblica sotto l’egida berlusconiana se gonfierà le vele della politica buona: «La cosa però più importante – chiude Segni – è che l’istituto del referendum sia rinato dopo una lunga battaglia di tanti che volevano ucciderlo». La politique politicienne, certo, ma anche chi ha messo in campo appuntamenti referendari che hanno sfiancato lo strumento («l’ho detto tante volte al mio amico Pannella…», fa Mariotto). Torniamo a Fanfani – che non capì che gli italiani erano laici e le donne più libere – a Craxi – che non capì che il popolo voleva contare in prima persona. E Berlusconi? «Fermiamoci qui, con i paragoni», ci dice Segni. Ma tutta l’Italia lo sta facendo, quel paragone, in queste ore.

da Europa Quotidiano 14.06.11

"Il flauto magico spezzato", di Ezio Mauro

Il flauto magico si è spezzato, gli italiani dopo vent´anni rifiutano di seguire la musica di Berlusconi. Quattro leggi volute dal premier – una addirittura costruita con le sue mani per procurarsi uno scudo che lo riparasse dai processi in corso – sono state bocciate da una valanga di “sì” nei referendum abrogativi che hanno portato quasi 27 milioni di italiani alle urne. E la partecipazione è il vero risultato politico di questo voto. Berlusconi, come Craxi, aveva invitato gli italiani a non votare, andando al mare, e gli italiani gli hanno risposto con una giornata di disobbedienza nazionale scegliendo in massa le urne, dopo quindici anni in cui i referendum non avevano mai raggiunto il quorum. Una ribellione diffusa e consapevole, che dopo la sconfitta della destra nelle grandi città accelera la fine del berlusconismo, ormai arenato e svuotato di ogni energia politica, e soprattutto cambia la forma della politica nel nostro Paese.
L´uomo che evocava il popolo contro le istituzioni, contro gli organismi di garanzia, contro la magistratura, è stato bocciato dal popolo nella forma più evidente e clamorosa, dopo aver provato a mandare a vuoto proprio la pronuncia popolare degli elettori, di cui aveva paura, cercando di far saltare il quorum fissato dalla legge.Così facendo il premier non si è reso conto di denunciare tutta la sua angoscia per le libere scelte dei cittadini e la sua incapacità ogni giorno più evidente di indirizzare queste scelte politicamente, orientandole verso il “sì” o il “no”. Legittimo formalmente, l´invito a non votare è in questa fase del berlusconismo una conferma di debolezza, quasi una dichiarazione di resa, soprattutto una prova politica d´impotenza, senza futuro.
Temeva le emozioni, il presidente del Consiglio, dopo il disastro di Fukushima: come se le emozioni non facessero parte semplicemente della vita, e come se lui stesso non fosse anche in politica un imprenditore di emozioni oltre che di risentimenti. Ma i risultati dimostrano che gli italiani non hanno votato per paura, bensì per una libera scelta, con serenità e coscienza, perfettamente consapevoli del merito dei singoli quesiti referendari – con l´abrogazione del legittimo impedimento che ha avuto praticamente gli stessi voti dei no al nucleare o alla privatizzazione dell´acqua – ma anche della portata politica generale di questo appuntamento elettorale.
Dunque la sconfitta è doppia, per il capo del governo. Nel merito di leggi che ha voluto e ha varato, e che (il nucleare) ha anche cercato di manipolare per ingannare gli elettori, scavallare il referendum e tornare a proporre le centrali subito dopo. Nel significato politico, perché il voto è anche contro il governo, contro Berlusconi e contro il proseguimento di un´avventura ormai completamente esaurita e rifiutata dagli italiani. E qui c´è la sconfitta più grande: il plebiscito dei cittadini che vanno a votare (anche quelli che scelgono il no) con percentuali sconosciute da decenni, nonostante il governo abbia deportato il referendum nel weekend più estivo possibile, lontanissimo dalle normali stagioni elettorali. È Berlusconi che non sa più parlare agli italiani, così come non li sa ascoltare, perché non li capisce più. E gli italiani gli hanno voltato le spalle.
Qui conviene fermarsi a riflettere, perché dove finisce Berlusconi comincia una nuova politica. Anzi, Berlusconi finisce proprio perché è nata una domanda di nuova politica, che sta cercandosi le risposte da sola, e in parte le ha già trovate. Se mettiamo in sequenza i tre voti ravvicinati del primo turno amministrativo, del ballottaggio e del referendum, troviamo una chiarissima affermazione di autonomia dei cittadini. Questo è il dato più importante. Il voto al referendum e il voto nelle città sono infatti prima di tutto disobbedienza al pensiero dominante. Di più: sono il rifiuto di una concezione verticale della politica, con il leader indiscusso ed eterno che parla al Paese indicando l´avvenire mentre il partito e il popolo possono solo seguire il carisma, che soffia dove il Capo vuole.
Vince una politica reticolare, a movimento, incentrata sui cittadini più che sulla adulazione del popolo. Cittadini consapevoli che aggirano l´invasione mediatica del Cavaliere sulle televisioni di Stato, mandano a vuoto l´informazione addomesticata dei telegiornali, si organizzano sulla rete, prendono dai giornali i contenuti che servono di volta in volta, fanno viaggiare in rete Benigni, Altan e l´Economist a una velocità e un´intensità che le veline del potere non riescono a raggiungere. Cittadini giovani, che fanno naturalmente rete e movimento, e in un sovvertimento generazionale e di abitudini diventano opinion leader nelle loro famiglie, portando genitori e amici a votare, chiarendo i quesiti, parlando dell´acqua e del nucleare, spiegando come il “legittimo” impedimento aggiri l´uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Dentro questo movimento orizzontale la leadership a bassa intensità (ma a forte convinzione) del Pd galleggia sorprendentemente meglio del Pdl, una specie di fortezza Bastiani che vede nemici dovunque, dipinge il Paese con colori cupi, nell´egotismo autosufficiente e chiuso in sé del suo leader è incapace di strategie, alleanze o anche soltanto di un normale scambio di relazioni politiche: che Bersani intesse invece ogni giorno alla luce del sole, con Vendola e di Pietro ma anche con Casini e Fini.
Questo spiega in buona parte perché i cittadini decidono oggi di indirizzare a sinistra la nuova domanda di autonomia politica: perché qui i partiti stanno imparando a stare dentro il movimento, giocando di volta in volta la parte della guida o della struttura di sostegno, al servizio di un obiettivo più grande. Ma c´è qualcosa di più. È la fine di un´egemonia culturale, perché come dice Giuseppe De Rita a Ida Dominijanni del Manifesto un ciclo finisce quando esplode la stanchezza per i suoi valori portanti: oggi si comincia a percepire «che la solitudine e l´individualismo non sono un´avventura di potenza ma di depressione e la sregolatezza personale è un prodotto dell´egocentrismo, in una fase in cui i riconoscimenti sociali scarseggiano, perché non fai più carriera, non riesci a fare impresa, non ti puoi gratificare con una vacanza». È il ciclo della “soggettività” che si spezza, anche per l´inconcludenza della politica che lo sostiene e ne ha beneficiato per anni. Torna, come ci avverte Ilvo Diamanti, il bisogno di aggregazione, di solidarietà, di regole, di normalità.
È un cambio di linguaggio, dopo vent´anni. Le manifestazioni delle donne, i post-it contro la legge bavaglio, il boom per Fazio e Saviano, l´allegria della piazza di Pisapia e Vecchioni a Milano contrapposta alla paura e alla cupezza stanno cambiando la cultura quotidiana dell´Italia, il modo di comunicare, l´immaginario che nasce finalmente fuori dalla televisione, la domanda stessa della politica. Davanti a questo cambio, le miserie dei burocrati spaventati che reggono la Rai per conto di Berlusconi sembrano ormai tardive e inutili: chiudono la stalla di viale Mazzini con l´unica preoccupazione di lasciar fuori Saviano e Santoro, per autolesionismo bulgaro, e non si accorgono che gli spettatori sono intanto scappati altrove.
Faceva impressione, ieri pomeriggio, vedere tanti politici e giornalisti pronti a celebrare il funerale politico di Berlusconi dopo che per anni si erano rifiutati di diagnosticare la malattia di questa destra, la sua anomalia. Stesso strabismo dei “nextisti” che invitano a preparare il domani pur di saltare il giudizio sull´oggi, il giudizio ineludibile – proprio per evitare opacità e confusione – sulla natura del berlusconismo. Questo spiega lo stupore italiano davanti ai giornali europei di establishment, che rivelano quella natura e denunciano quelle anomalie – come Repubblica fa da anni – giudicandole semplicemente estranee ad un normale canone europeo e occidentale. Ci voleva molto? Bisognava aspettare l´Economist? L´Italia della cultura, dei giornali, dell´establishment si è rifiutata di vedere e di capire, finché gli italiani non hanno visto e capito anche per lei. A quel punto, come sempre, si è adeguata in gran fretta.
Adesso, Berlusconi proseguirà con gli esorcismi e le sedute spiritiche cui lo consigliano i suoi fedeli, incapaci di imboccare la strada di un tea party italiano che ricrei un movimento anche a destra, riprenda la leggenda della “rivoluzione” conservatrice delle origini e spari su un quartier generale arroccato e spaventato, preoccupato solo di difendere rendite di posizione in conflitto tra loro. Sullo sfondo, Bossi continua a ballare da solo sulla musica di Berlusconi che il Paese non ascolta più, e intanto perde contatto con la sua gente, scopre che il Nord è autonomo anche dalla Lega, decide per sé e va a votare con percentuali dal 91 al 96 per cento, disubbidendo dalla Liguria al Trentino. Ancora una volta, come nel ´94, la sovrapposizione con Berlusconi soffoca la Lega: che alla fine staccherà la spina, portando anche il Parlamento – in ritardo – a sanzionare quel cambio di stagione che ieri hanno deciso i cittadini.

La Repubblica 14.06.11

******

“Ora serve un progetto forte”, di Mario Calabresi

Questa lunga e imprevista primavera di cambiamento aveva fatto capolino già alla fine dell’inverno: era stata anticipata dalla mobilitazione delle donne, scese in piazza senza simboli di partito e in numeri stupefacenti, e sembrava aver avuto il suo apice con le amministrative e il voto dirompente di Milano e Napoli. Invece l’ultima sorpresa appare come la più forte e simbolica: più di 28 milioni di italiani sono tornati alle urne.

Nonostante il disinteresse delle televisioni, gli inviti ad andare al mare, la volontà del governo di non accorpare il referendum con le amministrative e la scelta di una data a metà di giugno (a scuole addirittura chiuse) più del 56 per cento degli elettori è andato a votare contro il ritorno del nucleare, per mantenere l’acqua pubblica e per non dare a Berlusconi uno scudo giudiziario capace di rinviare i processi.

Sono però convinto che non abbiano votato solo per questo, ma abbiano sfruttato l’ultima occasione possibile, prima delle vacanze, per mandare un altro messaggio forte e chiaro al governo. È evidente da settimane che il sentimento degli italiani è profondamente cambiato: prevalgono la stanchezza, la nausea, il fastidio per una politica che non ha nella sua agenda nessun tema che incrocia la vita dei cittadini e soprattutto il disincanto verso promesse che non sono mai state realizzate.

La raccolta delle firme per abolire la legge che privatizzava l’acqua, cominciata più di un anno fa, venne accolta con un certo distacco e scetticismo. La Stampa diede spazio al raggiungimento delle firme, che furono quasi tre milioni, perché quel giorno ci rendemmo conto che pur senza aver avuto spazio in televisione e poca visibilità sui giornali, il tema stava a cuore a molti italiani, che volevano fosse ascoltata la loro voce. L’idea però che la maggioranza degli italiani sarebbe andata alle urne sembrava appartenere alla fantascienza: troppe volte negli ultimi anni il referendum era apparso un’arma spuntata, uno strumento stanco e snobbato dagli italiani.

Invece la realtà è apparsa completamente diversa. La politica e anche i mezzi di comunicazione se ne sono accorti in grande ritardo perché i flussi di scontento e la voglia di cambiare hanno viaggiato velocissimi al di sotto dei radar tradizionali. La protesta ha usato mezzi non convenzionali: non si è affidata alle televisioni, ma ha scommesso su un mix di modernità e tradizione. Da un lato si è affidata alle nuove tecnologie e in particolar modo a Twitter e Facebook, dall’altro ha ricalcato le strade antiche del passaparola e dei banchetti allestiti in mezzo alla strada.

Due settimane fa, dopo le amministrative, avevamo scritto che Silvio Berlusconi ha perso il suo fiuto magico, la capacità di intercettare e interpretare gli umori profondi degli italiani. Il voto di ieri, preceduto dal suo invito a non votare, ad andare al mare, significa che il suo scollamento dalla pancia e dal cuore del Paese è sempre più ampio. Non solo, da tempo appare svanita anche ogni prudenza: chiunque gli avrebbe consigliato di non ripercorrere gli esatti passi di Bettino Craxi del 1991. Allora il leader socialista si lanciò nel boicottaggio di un referendum che lo avrebbe travolto. Chiunque, se il Cavaliere solo ascoltasse ancora qualcuno, avrebbe potuto spiegargli che anche tra i suoi elettori regna il disincanto: battute, provocazioni, promesse iperboliche e accuse agli avversari scivolano via con l’ultimo notiziario e non fanno più breccia. Le parole del premier, un tempo capaci di incantare, si dissolvono in un attimo e lo rendono sempre più debole.

E pensare che gli italiani non sembrano corsi alle urne per un tema come il legittimo impedimento, ma per l’acqua e il nucleare: lo hanno fatto pensando al futuro dei loro figli, lo hanno fatto perché, in tempi di precarietà e di incertezze, hanno rifiutato l’idea che anche l’acqua potesse diventare un bene privato e non più di tutti. Siamo in una fase di protesta in cui gli elettori, dove possono, smontano l’esistente e premiano tutto ciò che appare fuori dal sistema: non lo fanno solo i ragazzi o le frange estreme, ma anche i cittadini maturi che non sanno più come farsi ascoltare. Sbaglierebbe ora il governo se si ostinasse a sottovalutare questi segnali, se proseguisse con un programma di riforme che non parla dei bisogni di tutti noi ma solo di quelli di chi sta al potere.

Sarebbe però un errore anche pensare che tutta questa voglia di cambiamento, questo immenso giacimento di energie, bastino da soli a cambiare il quadro politico: il 56 per cento degli italiani che ha votato al referendum è di sinistra, di centro e di destra e oggi non sente di avere una rappresentanza. Perché il cambiamento non si trasformi soltanto in una protesta continua, ma trovi uno sbocco costruttivo, avrebbe bisogno di un progetto forte, capace di coagulare. Un progetto di cui oggi fatichiamo ancora a riconoscere i contorni.

La Stampa 14.06.11

Referendum, raggiunto il quorum. PD: “Questo voto è una vittoria per tutto il Paese”

“Al di là di ogni altra possibile considerazione, i referendum ci consegnano un segnale molto chiaro: i cittadini italiani hanno licenziato il governo Berlusconi”, questo il primo commento di Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato. “I risultati di questi referendum – ha sottolineato – si devono innanzitutto all’impegno dei comitati promotori, ai quali va il nostro ringraziamento, alla passione dei tanti giovani che si sono mobilitati e alle forze politiche del centrosinistra”.

La presidente dei senatori ha fatto poi una riflessione politica molto importante, ovvero che “i numeri ci dicono che a votare sono andati anche molti elettori del centrodestra e che la maggioranza degli italiani è ormai lontana da questo governo. Vedremo se Berlusconi in Parlamento avrà ancora i numeri. Quello che è certo è che non li ha nel Paese. Oggi gli italiani hanno licenziato il governo di Berlusconi e Bossi. Penso che il Premier farebbe bene a presentarsi in Parlamento dimissionario. E’ ora – ha concluso Anna Finocchiaro – di rimettere la scelta del futuro nelle mani degli italiani”.

“Con questi referendum la parte interpretata da Silvio Berlusconi è finita. Non credo che ne possa interpretare un’altra”, ha dichiarato Rosy Bindi, Presidente del Pd e vicepresidente della Camera, osservando al Tg3 che “è evidente che il governo si dovrebbe dimettere perchè un risultato chiaro e massiccio dai referendum lo impone”.

“Solo uno fuori dalla realtà non si dimetterebbe oggi stesso da Primo Ministro, prendendo semplicemente atto di quel che gli italiani, in nome dei quali siede a Palazzo Chigi, gli hanno detto. Anzi gridato”, ha scritto su Facebook Enrico Letta, Vicesegretario del PD.

Infatti al di là di qualsiasi considerazione sui risultati, come ha notato la senatrice del PD Mariapia Garavaglia, “I referendum hanno già evidenziato un fatto molto rilevante: Bossi ha craxianamente detto di non votare e Zaia, Tosi e Maroni hanno votato. Basterebbe questo per dare un significato politico alla consultazione”.

Ivan Scalfarotto, Vicepresidente del Partito Democratico ha commentato pubblicamente il raggiungimento del quorum referendario chiedendo le dimissioni del Governo. “Oramai il Governo non può più nascondersi o tentare rocamboleschi colpi di mano, il raggiungimento del quorum è un altro chiaro segnale: gli italiani continuano a chiedere una svolta politica nel nostro Paese. La maggioranza non è più rappresentativa e se ne deve rendere conto e accettare le continue sollecitazioni che arrivano. Dopo i Referendum –ha proseguito Scalfarotto -, in ballo ci sono le aspettative dei nostri concittadini che bocciano il Governo e le sue scelte”.

“I cittadini italiani, a cominciare dai giovani, hanno deciso il futuro del Paese su questioni fondamentali: dal nucleare all’acqua. Questa forte partecipazione al voto è un messaggio profondo e serio rivolto alla politica: quando i cittadini avvertono l’importanza di una scelta e comprendono che si tratta di temi cruciali per la loro vita e per quella dell’Italia, sono tutt’altro che indifferenti”. Così il vice presidente del Senato Vannino Chiti commentando i risultati della consultazione referendaria.
“Esiste una evidente crisi nel rapporto tra il centrodestra e il Paese, una crisi che è innanzitutto di Berlusconi”, ha incalzato Valter Veltroni. “Il presidente del consiglio ha detto che non sarebbe andato a votare è la grande maggioranza lo ha invece fatto. “Berlusconi ne tenga conto, si dimetta e lasci strada al cambiamento di cui l’Italia ha bisogno”.

“Una grande vittoria per la democrazia. Una straordinaria partecipazione dei cittadini che hanno deciso con chiarezza di fermare il nucleare, difendere l’acqua pubblica e di volere una giustizia uguale per tutti – ha detto Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Partito Democratico. -E’ un voto del quale tutti dovranno tenere conto perché segna anche un riavvicinamento dei cittadini e in modo particolare dei giovani alla politica che è per noi una splendida notizia”.

“Bisogna andare a elezioni e cambiare il governo di questo Paese, così come abbiamo cambiato pochi giorni fa il governo delle grandi città andate al voto”, ha esortato Emanuele Fiano, presidente forum Sicurezza e Difesa del Partito Democratico. “L’Italia è governata da una maggioranza che è diventata minoranza nel Paese, il governo si regge su pochi parlamentari che per dubbi motivi hanno cambiato casacca e, come dimostrano le polemiche di queste ultime ore, non è in grado di affrontare le difficilissime sfide che sono di fronte a noi”.

“Questo voto è una vittoria per tutto il Paese: la posta in gioco era la nostra salute, la tutela dell’ambiente, il futuro delle nuove generazioni”. Così il senatore del PD Ignazio Marino dopo la conferma che il difficile quorum nei referendum è stato raggiunto. “Promuoviamo un ‘rinascimento’ energetico e ambientale che parta dalla voce degli italiani espressa oggi”, ha concluso il senatore.

“Adieu nucleare. Quasi 30 milioni di pernacchie zittiscono i bari del nucleare in salsa italiana -hanno ironicamente dichiarato i senatori ecodem Roberto Della Seta e Francesco Ferrante -. Gli italiani con grande responsabilità e cognizione di causa, oltre ad aver salvaguardato il bene comune dell’acqua, hanno mandato a monte il progetto Berlusconi- Sarkozy di riportare, manu militari, le centrali atomiche nel nostro Paese. l’Italia è il primo paese del continente ad aver fatta propria quell’opzione zero che l’Europa prospetta come soluzione del futuro e su cui si è incamminata anche la Germania. Berlusconi –hanno concluso i senatori – dimostra di essere ormai in diacronia col Paese e alle prese con una inesorabile parabola discendente”.

Adesso appare rilevante però meglio definire il voto degli oltre 3 milioni di italiani che non risiedono in Italia. “Il governo inizi subito ad aggiornare gli elenchi elettorali degli italiani all´estero, perchè migliaia di italiani nel mondo non abbiano potuto votare, a causa di elenchi obsoleti, di indirizzi sbagliati, di cognomi scritti erroneamente”, ha dichiarato Laura Garavini, parlamentare del Partito Democratico eletta nella circoscrizione Europa.

La parlamentare democratica ha evidenziato come i nostri connazionali nel mondo “siano stati vittime di una pessima organizzazione da parte del Ministero degli Affari Esteri e del Ministero dell’Interno che continuano a non considerare il voto all’estero con la necessaria serietà. Il voto degli italiani all’estero non è un voto di serie B”.

“E’ una straordinaria vittoria del senso civico degli italiani e della voglia di cambiamento, nata anche da un’eccezionale impegno della società civile, fuori dai partiti politici. E’ un voto che chiede un’Italia migliore, che punta sull’ambiente, sulla ricerca, sull’innovazione, sulla green economy, dove la legge è uguale per tutti. Guai a deludere questa domanda -ha afferma Ermete Realacci, responsabile green economy del PD – il Partito Democratico sente questa responsabilità e non la deluderà”.

www.partitodemocratico.it

Referendum, Italia in festa: comitati in piazza Bersani: «E' divorzio tra governo e paese»

Gran festa a sinistra e fra i comitati promotori dei referendum per il quorum raggiunto, centro destra impegnato a dire che l’esito non inciderà sul governo. Il clima dell’Italia in queste ore si sta già delineando. Le piazze iniziano a festeggiare, brindano i comitati, Berlusconi sta facendo rientro nella residenza a Palazzo Grazioli a Roma. «Questo è stato un referendum sul divorzio tra il governo e il Paese». Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, commenta l’esito del referendum.

«Io non ho votato per solidarietà con Bossi e Berlusconi ma ora il problema è un altro: non si può continuare così. Io sono in profondo e radicale dissenso con questa linea» del governo. Lo ha detto Giuliano Ferrara, in occasione di un suo intervento al Tg3. «Salvo la riserva di rilanciare il governo con una riforma fiscale, Berlusconi e il suo gruppo dirigente, con una posizione più ciritica della Lega, hanno deciso di non cambiare, di continuare così e io sono in profondo e radicale dissenso. Berlusconi è sotto assedio ma non vedo una classe dirigente determinata a fare qualcosa di diverso per tornare a parlare agli italiani, non vedo questo coraggio. Anche sui referendum – continua Ferrara – è stata data una lettura politicista. Mi viene da dire: buna fortuna». Per Ferrara «Berlusconi ha molta autoironia, ma non la esercita più da due o tre anni. È come aralizzato dalla campagna che si è scatenata contro di lui».

GREENPEACE: MEGLIO ATTIVI CHE RADIOATTIVI
«Meglio attivi che radioattivi». Così recita lo striscione di Greenpeace in piazza Bocca della Verità a Roma dove i comitati ‘Vota Sì per fermare il nucleare’ e ‘Due Sì per l’acqua bene comune’ seguono lo spoglio delle schede.

SERRACCHIANI (PD); VITTORIA DEL BUON SENSO
«Il responso delle urne sui referendum è una grande vittoria del buonsenso degli italiani contro l’arroganza del Governo Berlusconi». Lo afferma l’europarlamentare del Pd., «Quando sono in gioco temi sensibili i cittadini si muovono e nemmeno un’orchestrata campagna di disinformazione riesce a distoglierli dal far pesare la loro opinione. E andando a votare i cittadini hanno anche decretato una sonora bocciatura della politica del Governo Berlusconi».

BINDI, GRANDE SIGNIFICATO POLITICO
«Sul quorum voglio essere prudente, ma il significato politico resta: una così alta partecipazione forse era stata messa in dubbio persino da qualcuno di noi. È un dato politico e prima ancora culturale», dice il presidente del Pd Rosy Bindi al Tg3. «È l’esito di un’ondata che in questo Paese ha deciso di dire basta. Qui si è votato per alcuni valori fondamentali».

ORLANDO (IDV), DA ITALIANI NO A INVITO BOSSI E PREMIER
«La maggioranza degli italiani ha detto un chiaro ‘no’ all’invito al non voto di Berlusconi e Bossi, ormai confinati e prigionieri della loro complicità fatta di bugie, promesse non mantenute, affari imprensentabili e compari impresentabili», dichiara il portavoce dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando.

DILIBERTO: GOVERNO SI DIMETTA
«Il quorum è fatto, ora via il governo», scrive in una nota Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI-Federazione della sinistra. «Il raggiungimento del quorum ai referendum dopo il risultato delle recenti amministrative, testimonia la richiesta di cambiamento nel Paese. Solo un governo cieco, sordo e al limite della decenza politica e istituzionale, che ha fatto di tutto per affossare i referendum, può pensare di rimanere a governare».

LE REAZIONI DA DESTRA

OSVALDO NAPOLI (PDL),ONDATA POPULISMO
«passata l’ondata di populismo e demagogia ora serve una forte e chiara azione di governo. La sentenza con cui la Cassazione ha ammesso i referendum sui servizi pubblici rimane inspiegabile», dichiara in una nota il vicepresidente dei deputati del Pdl, Osvaldo Napoli. «quanto all’energia, il risultato del referendum crea un buco di cinque anni nella politica di governo».

LA RUSSA: NESSUNA INCIDENZA SUL GOVERNO
Il ministro della Difesa Ignazio La Russa confessa: «Noi per un attimo ci abbiamo anche sperato che non si raggiungesse il quorum». Se così fosse stato «sarebbe stato un grande boomerang per la sinistra che ha politicizzato i referendum» (ma chi l’ha politicizzato è stato per primo e più di tutti Berlusconi). Aver raggiunto il quorum, per l’esponente Pdl, «non ha nessuna incidenza sulle politiche del governo».

L’Unità 13.06.11

Effetto domino: anche Fazio se ne va «Rai ostile e indifferente»

Non si vedrà in Rai una nuova edizione di ‘Vieni via con me’. Ad annunciarlo è il conduttore Fabio Fazio, a poche ore dal Consiglio di amministrazione di Viale Mazzini sui palinsesti per la prossima stagione, spiegando che la decisione è arrivata dopo «l’indifferenza e l’ostilità da parte dell’azienda, evidente fin dal primo momento». «Ho deciso – ha scritto Fazio – di non correre più un simile rischio professionale» e «che non sono più disponibile a ripetere l’esperienza di ‘Vieni via con me’ in questa Rai. Se altrove troverò le condizioni necessarie, l’entusiasmo e la condivisione del progetto, il pubblico potrà ritrovare presto me e Saviano di nuovo insieme».

Fazio lamenta di avere ricevuto da tempo la riproposta da parte di Ruffini per ‘Che tempo che fa’ e ‘Vieni via con me’, ma «da sei mesi aspetto una decisione». «Nel mio caso – chiarisce – l’accordo economico è stato immediatamente trovato, ma quello su cui accordo non può esserci è la rinuncia a garanzie minime e indispensabili». Garanzie (come quelle di potersi avvalere della collaborazione di Gramellini e «dell’irrinunciabile» Luciana Littizzetto) che al momento non sono ancora arrivate. Intanto circola ogni tipo di indiscrezione sui giornali e si sentono «definizioni di Rai Tre e di chi ci lavora offensive e inaccettabili». Per questo Fazio riferisce di aver scritto al direttore generale, Lorenza Lei, per il momento senza avere risposta, chiedendo «che senso ha? Come si può lavorare in questa maniera? Quale colpa ci viene imputata?».

«Ho letto che Milena Gabanelli nemmeno è stata ricevuta, che a Floris è stato consigliato di dedicarsi a qualcosa di nuovo. Santoro è stato lasciato andare via con un evidente e inaudito sospiro di sollievo». «Non so come andrà a finire – conclude Fabio Fazio – ma voglio ancora poter credere che ce la si possa fare e che il pubblico di Rai Tre ci trovi puntuali in onda all’inizio dell’autunno».

L’Unità 13.06.11

******

“Perché non vogliono farmi fare ‘Che tempo che fa’”, di Fabio Fazio

CARO Direttore, da oltre sei mesi ho dato la mia entusiastica adesione al direttore di Rai Tre Paolo Ruffini che mi aveva proposto di proseguire “Che tempo che fa” per i prossimi tre anni così come di ritrovarmi sin da gennaio con Roberto Saviano per una nuova edizione di “Vieni via con me”. Da oltre sei mesi aspetto una decisione della Rai. Che cosa ha impedito o impedisce al precedente e all’attuale Direttore generale di rinnovare i contratti in scadenza di alcuni fra i protagonisti della tv pubblica?

Nel mio caso, lo dico per sgombrare il campo da eventuali dubbi, l’accordo economico è stato immediatamente trovato, ma quello su cui accordo non può esserci è la rinuncia alle garanzie minime e indispensabili per continuare a svolgere il mio mestiere nello stesso identico modo in cui si è svolto sino ad oggi.
Ho chiesto di poter continuare ad andare in onda con “Che tempo che fa” sulla stessa rete, nello stesso orario e per la stessa durata, di poter continuare a gestire gli ospiti con l’autonomia che si deve riconoscere a un qualunque gruppo di professionisti della televisione, di poter continuare ad avvalermi della presenza di Gramellini, dell’appuntamento irrinunciabile con Luciana Littizzetto e naturalmente di Roberto Saviano. Queste garanzie non sono mai arrivate nonostante le mille rassicurazioni ricevute che promettevano il contrario. “… Domani; fra due ore; fra due giorni; a fine settimana; all’inizio della prossima…” e via dicendo. In queste ultime settimane invece mi sono
arrivati solo inquietanti frammenti di intenzione che di certo non hanno contribuito a rasserenare il clima. Per non parlare delle notizie su di me, sul programma e su quelli che ne fanno parte, uscite sui giornali e mai smentite. “… Pare che il programma debba cambiare rete o essere ridotto nell’orario; pare che Luciana sia considerata eccessiva; sembra più opportuno rimandare l’ipotesi di una nuova edizione di Vieni via con me e cose del genere…”. E per finire tutti hanno potuto leggere definizioni di Rai Tre e di chi ci lavora che giudico offensive e inaccettabili soprattutto se pronunciate da chi ha importanti responsabilità all’interno della Rai. “Il fortino, l’enclave di comunisti, la riserva indiana”. Viene da chiedersi come tutto ciò sia possibile, perché accade e soprattutto a chi giova. Un pregiudizio massimalista che potrebbe in ugual modo valere per Rai Uno o Rai Due. Sento tutto ciò come una profonda ingiustizia che fa torto al lavoro di tanti anni e alla professionalità mia e dei miei colleghi della Rai.

Per questo ho scritto l’altra sera d’impeto e di getto una lettera al Direttore generale della Rai, Dott. ssa Lei, dalla quale non ho purtroppo ricevuto risposta. Il senso era quello di capire il perché, quale era e quale è il problema. Stanno per essere discussi proprio oggi i palinsesti dei primi tre mesi dell’autunno in cui compaiono programmi per i protagonisti dei quali non sono stati rinnovati i contratti. E se anche i palinsesti venissero approvati fra sei mesi ci si troverebbe nella stessa situazione? E così successivamente ogni tre mesi? Oppure dopo l’approvazione dei palinsesti ci si deve aspettare che siano proprio i contratti a non essere approvati? O magari quelli dei propri collaboratori?

Ma che senso ha? Come si può lavorare in questa maniera, immaginare nuovi programmi, costruire novità, sperimentare e magari sbagliare anche? In una parola fare televisione. Quale è la colpa che ci viene imputata? Ho letto che Milena Gabanelli nemmeno è stata ancora ricevuta, che a Floris è stato consigliato di dedicarsi a qualcosa di nuovo. Santoro è stato lasciato andare via con un evidente e inaudito respiro di sollievo e a me non vengono date nemmeno le minime garanzie per continuare a lavorare in pace. “Che tempo che fa” quest’anno ha avuto addirittura un incremento di ascolto e “Vieni via con me” è stato giudicato l’evento televisivo più inaspettato della stagione. Portare in tv, alla televisione pubblica Roberto Saviano è stato per me un motivo di vanto e di orgoglio. Quindi, ripeto, quale è il problema?

Nella lettera che ho indirizzato al Direttore Generale, riconoscevo senza alcuna difficoltà all’Editore il diritto e il dovere di fare liberamente le proprie scelte ma chiedevo e torno a chiedere un atteggiamento leale. In tutti questi anni ho imparato che non si può fare tv contro la volontà del proprio Editore e se mai ce ne fosse stato bisogno l’esperienza di “Vieni via con me” ha provveduto a ricordarmelo. L’indifferenza e l’ostilità da parte dell’Azienda è stata evidente sin dal primo momento e solo la professionalità di un collaudato gruppo di lavoro e la tenacia di Rai Tre ci ha consentito di andare in onda e con quel risultato. Per questo ho deciso di non correre più un simile rischio professionale e per questo ho deciso che non sono più disponibile a ripetere l’esperienza di “Vieni via con me” in questa Rai. Se altrove troverò le condizioni necessarie, l’entusiasmo e la condivisione del progetto, il Pubblico potrà ritrovare presto me e Saviano di nuovo insieme.

Ho anche scritto al Direttore generale che se lo avesse ritenuto utile, ero disponibile a rinunciare ai tre anni di contratto e ai benefici conseguenti per far sì che lei stessa potesse sin da subito sottoscrivere un contratto per un solo anno poiché questo sarebbe rientrato e rientrerebbe nella Sua disponibilità e nella sua assoluta discrezionalità. Non abbiamo più molto tempo. “Che tempo che fa” dovrebbe andare in onda fra tre mesi. Il mio gruppo di lavoro è stato sciolto, le figure professionali fondamentali per continuare il programma potrebbero presto trovare alternative lavorative e ovviamente il discorso vale ancor di più per le risorse artistiche. Ma voglio ancora poter credere che ce la si possa fare e che il Pubblico di Rai Tre ci ritrovi puntuali in onda all’inizio dell’autunno.

Lavoro in Rai da ventotto anni: lo dico con emozione sincera. Alla Rai devo moltissimo. È il maggiore Editore italiano, mi ha insegnato che la Televisione di tutti è una tivù che aggiunge e che non sottrae; che la pluralità delle opinioni è data dall’insieme dei programmi di tutta la televisione e che chiedere ad ogni programma di contenere tutto e il suo contrario significherebbe ridurlo a zero. Al nulla. Ho imparato soprattutto che bisogna rispettare il Pubblico mostrandosi sinceri ed è per questo che ho deciso di rivolgere al Pubblico di “Che tempo che fa” queste parole attraverso Repubblica. Ho aspettato da una parte che il mio impegno televisivo terminasse per non approfittare del mio ruolo e dall’altra ho sperato che questa situazione così incomprensibile e desolante potesse trovare una soluzione positiva.

Non so come andrà a finire. Desidero concludere esattamente con le parole con cui ho salutato la Dott. ssa Lei nella mia lettera per ribadire che conservo nei confronti della Rai, della mia Rai e delle persone con cui ho lavorato in tutti questi anni un senso di gratitudine profonda e sincera e in molti casi di autentica amicizia.

La Repubblica 13.06.11