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"Non solo colf, 100 mila straniere con l’azienda", di Alberto Arbasino

Non le avevano mai contate. Non con questa precisione, di certo. Le donne immigrate che in Italia lavorano non per assistere anziani, o fare le cameriere, ma gestiscono imprese. Già, imprese: sono quasi 100 mila, secondo una ricerca fatta dal Censis insieme con la Confcommercio. Ancora in netta minoranza rispetto, appunto, alle badanti (oltre 700 mila nel nostro paese), ma un universo in continua ascesa. Per la precisione: sono 98 mila 294. E il 70 per cento fa impresa nel terziario, il 13,5 nei settori di noleggio e agenzie di viaggio, il 15 per cento nel commercio e nella ristorazione.
«La donna immigrata appare ormai come interprete principale di un lento e silenzioso sviluppo all’interno della società» , commenta soddisfatta Patrizia Di Dio, presidente di Terziario donna della Confcommercio. Nella ricerca sono andati ad indagare anche le nazionalità delle imprenditrici. In testa, c’era da supporlo, le donne cinesi: rappresentano il 15,8 per cento del totale e si occupano di ristorazione e commercio. Seguono poi dalle romene (7,6 per cento), le svizzere (7,3 per cento), le marocchine (6,7 per cento) e le tedesche. Mounira Angoudi non è in queste percentuali, lei è tunisina. Ma la sua storia è una favola bella, emblematica di questa integrazione moderna. Oggi è titolare di un centro estetico nel cuore della Roma antica, a ridosso di piazza Navona. Mounira dalle clienti si fa chiamare Monica, per semplicità. E si diverte così tanto a lavorare che ha deciso di non metter su famiglia, per questo. Certo non lo avrebbe immaginato ventiquattro anni fa quando è sbarcata in Italia con l’idea di fare un bel lavoro in un albergo e si è ritrovata una paga in nero e uno sfruttamento non degno di un paese civile. «Ma non mi sono persa d’animo» , racconta oggi a 46 anni, fiera della sua professione. Spiega: «Ho trovato la forza di abbandonare l’albergo e ho trovato lavoro presso una coppia di anziani che sono stati per me dei genitori» . Lavorando come badante, Mounira si è iscritta ad un corso di estetista, ma ha anche avanzato una vertenza contro l’albergo che l’aveva sfruttata. L’ha vinta, dopo tanti anni. «E sono contenta soprattutto per le altre ragazze che come me venivano sfruttate ma che non avevano trovato il coraggio di fare quello che ho fatto io» . Dal corso di estetista ad un lavoro come dipendente, per imparare l’arte e non certo metterla da parte, bensì rilanciarla giorno dopo giorno. Oggi a ridosso di piazza Navona il negozio di Monica-Mounira non ha un nome, si chiama semplicemente: Centro estetico, perché le sue clienti non hanno bisogno di altro. Mounira non nasconde che il suo percorso sia stato difficile. Racconta. «Devo dire che quando sono arrivata in Italia non ho vissuto episodi di razzismo o di emarginazione. Il razzismo è arrivato invece quando ho cominciato a mettermi in proprio» . È questo il passo complicato del meccanismo di integrazione: il salto di qualità. Lo hanno fatto in centomila donne, fino ad oggi. E sono tutte donne giovani, in media più giovani delle italiane: circa l’ 80 per cento, infatti, ha meno di 50 anni, contro circa il 60 per cento delle italiane. Il 13,1 per cento ha addirittura meno di 29 anni. L’area più multietnica è il Centro dell’Italia (con il 9,3 per cento di imprese femminili guidate da straniere), Teramo e Trieste le città che hanno il rapporto più alto sul totale delle imprenditrici del terziario (rispettivamente 13,8 e 13,7 per cento). Milano e Roma sono invece tra le prime dieci dove lavorano donne imprenditrici straniere. Per la precisione, Milano è al quarto posto con il 13 per cento e Roma e al settimo con l’ 11,8 per cento. «Sono certa che l’integrazione di queste donne imprenditrici agevolerà il processo di edificazione e consolidamento di una società realmente multietnica» , sostiene ancora Patrizia di Dio. E aggiunge: «Il mercato è uno dei pochi settori in cui, a differenza di altri, si possono affermare le pari opportunità. Il mercato, infatti, è meritocratico e premia le capacità imprenditoriali al di là del sesso, dell’etnia, della religione» .

Il Corriere della Sera 13.06.11

"Il vero sconfitto è il Senatùr, tradito dal suo popolo", di Maria Zegarelli

«Buono, un dato davvero molto buono». Roberto Weber, sondaggista, presidente di Swg, commenta in diretta il dato sull’affluenza alle 7 di sera. «I nostri sondaggi davano il quorum al 54% ma l’affluenza del 30% di questa sera alle 19 lascia aperta una forbice che oscilla tra il 55 e il 60%. Estero o non estero i referendum dovrebbero essere stravinti». Meglio non rilassarsi, però, e dunque tutti alle urne fino all’ultimo momento utile. Fin da ora, tuttavia sono diverse le indicazioni che i sondaggi hanno anticipato agli addetti ai lavori e che a partire da stasera, ma ancora di più nei prossimi giorni, potrebbero trovare conferme. Questa consultazione, dice Weber, deve essere analizzata per «la qualità del voto», che riserva delle sorprese: «La tenuta “bulgara” dell’elettorato di centrosinistra – circostanza che non si verificava da tempo e che si è tradotta in un’affluenza molto consistente – e l’interesse a questi referendum di chi in genere si astiene dal voto». Sono stati proprio i referendum, dunque, ad aver riattratto verso le urne quella parte del paese, che copre trasversalmente l’arco politico, ormai disaffezionata. Eppoi l’altro aspetto che più ha sorpreso i sondaggisti: il popolo leghista alle urne. «I leghisti sono molto arrabbiati con il loro leader, come erano arrabbiati gli elettori di centrosinistra con i loro nel 2001». Umberto Bossi nel giorno in cui dichiara che Silvio Berlusconi ha perso le sue doti di grandi comunicatore, incassa un sonoro schiaffo anche dai suoi stessi elettori. Il Nord va alle urne e ci va con percentuali alte, ci va Luca Zaia. governatore veneto, dichiarando di aver votato «quattro sì». Acqua, nucleare, legittimo impedimento. «Zaia ha vinto con il 60% dei voti nella sua Regione, ha chiaro l’umore della gente, della sua gente. Quello che colpisce – prosegue Weber – è che non l’ha capito Umberto Bossi. Il leader del Carroccio, come il presidente del Consiglio sono convinti che basta una loro dichiarazione per determinare l’orientamento delle masse. Non è più così, succedeva con Togliatti, nel 1948, quando disse “compagni calma”, ma aveva un partito imponente alle spalle e riuscì a fermare un’insurrezione popolare davanti all’attentato. Quei tempi sono finiti». E il fatto che Bossi non l’abbia capito, che abbia commesso l’errore di invitare a disertare le urne, secondo Weber, non sarà privo di conseguenze per il Senatur. «Credo che i suoi glielo faranno pagare molto caro, già domani». Non convincono più gli affabulatori di masse, non basta sbagliare le date dei referendum ai Tg nazionali, tentare di far saltare il quesito sul nucleare, invitare ad andare al mare (esortazione che non ha mai portato troppa fortuna). Non basta perché stavolta la gente ha capito che la partita che si giocava riguardava acqua, ambiente, giustizia. E ha deciso di essere protagonista. L’hanno deciso in tanti, tantissimi giovani. E questa è l’altra sorpresa.

L’Unità 13.06.11

"Comunque vada è una vittoria politica Sì alle elezioni, meglio con una nuova legge", di Monica Guerzoni

La prudenza non è mai troppa, neanche per una pasionaria come Rosy Bindi. La presidente del Pd terrà le dita incrociate fino all’apertura delle urne, ma intanto definisce «incoraggiante» il dato dell’affluenza e si prepara a cantar vittoria. Quattro sì, presidente? «Certo, ho votato alle 11 e sono contenta che gli italiani abbiano ascoltato la nostra richiesta di recarsi ai seggi di buon mattino. Anche per scaramanzia tocca essere cauti, ma al di là del dato formale sul raggiungimento del quorum mi pare evidente che il vento del cambiamento non si è fermato. Ha pesato il merito delle questioni, perché si votava su temi cruciali per il nostro futuro. E credo abbia contato anche la posizione della Chiesa, con la mobilitazione delle associazioni e delle parrocchie, le parole delle gerarchie e le sottolineature del Papa» . Il Pd sogna la spallata? «Se pure per un soffio non si dovesse raggiungere il quorum, la vittoria politica è a favore dei referendari. Un’affluenza così forte contro tre leggi così importanti del governo Berlusconi conferma una inversione culturale e politica di cui il premier deve prendere atto. La partecipazione è un dato che obbliga a riflettere, anche nei confronti di Berlusconi, Bossi e degli altri massimi esponenti dell’esecutivo che hanno invitato a non votare» . Berlusconi ci ha messo la faccia. «E adesso si dovrà rendere conto che la sua faccia non funziona più, il che è valido a prescindere dal quorum. Una partecipazione così alta, con una legge sul referendum anomala, costringe a interrogarsi. “Volete che Berlusconi vada a casa?”, è stata la propaganda dei giornali di destra. Ecco, mi sembra che gli elettori abbiano detto sì. In Italia c’è ancora una riserva etica e culturale molto forte» . Il governo può reggere l’onda d’urto del quorum? Il 22 giugno è in agenda la verifica… «Sempre mettendo le mani avanti per prudenza e scaramanzia, penso che questa maggioranza non potrà essere salvata ancora una volta dai “responsabili”. Dopo una simile onda d’urto la verifica non potrà essere un passaggio formale. Visto il risultato delle amministrative, il referendum e la richiesta del capo dello Stato, in Aula può accadere di tutto» . In caso di vittoria al referendum chiederete al capo dello Stato di sciogliere le Camere? «Non credo si possa parlare di automatismo. Come il presidente, io mi attengo alla Costituzione. Il capo dello Stato può sciogliere le Camere se non c’è più la maggioranza che sostiene il governo» . E allora continuerete a tentare Bossi con l’esca della legge elettorale, perché si sganci da Berlusconi? «A me non risulta che il Pd abbia tentato di agganciare la Lega» . Avete rinunciato al governissimo, magari guidato da Tremonti? «Il tempo di andare a votare è maturo, certo ci piacerebbe farlo con una nuova legge elettorale. Ma la priorità, a questo punto, è restituire la parola agli italiani» . L’alta affluenza del Nord Est autorizza a pensare che la base leghista sia andata in massa a votare. «— è un altro dato che deve far riflettere. In questi anni il pluralismo che c’è nella Lega, anche tra i dirigenti, è stato mortificato per dire sempre di sì all’imperatore. Ma ora le cose sono cambiate e due come Zaia e Tosi, che non sono certo personaggi inventati, hanno dato il segnale» . Lei boccia il partito unico. Ma la battaglia per il quorum è stata condotta da Bersani, Di Pietro e Vendola. Non è il nocciolo di una nuova alleanza? «Sì, e ha funzionato anche alle amministrative. Possiamo usare con meno timidezza l’espressione Nuovo Ulivo, che vuol dire no al partito unico e sì a un nuovo soggetto capace di interloquire col terzo polo. Casini che dice “meglio dare un voto sbagliato che non darlo”conferma come i nostri elettori si siano mischiati» . E se il premier torna a corteggiarlo, cercherete di trattenerlo? «Casini non ha bisogno di essere trattenuto da me, perché penso non possa permettersi di interrompere anni di coerenza» . Non teme sorprese dal voto all’estero? «Spero che nessuno usi gli italiani all’estero per fermare un’onda civica come questa. Se un elettore non è messo in condizioni di votare, non può essere conteggiato nel quorum» .

Il Corriere della Sera 13.06.11

"Al mare dopo il seggio l'ultimo avviso degli elettori", di Michele Brambilla

Dopo 15 giornialtro segnale inequivocabile: la fiducia nel premier sta crollando. Che cosa c’entrano le telefonate tra la Daniela Santanchè e Flavio Briatore con l’alta affluenza alle urne? Apparentemente nulla. Forse però è un nulla – appunto – solo apparente. Cerchiamo di capire perché. Che alle 22 la percentuale dei votanti sarebbe stata superiore al 41%, fino all’altro ieri pareva impossibile. Un qualcosa a metà tra le audaci speranze e le pie illusioni della sinistra, o più in generale del fronte antiberlusconiano. Già i quesiti non apparivano tanto semplici e digeribili (diciamo la verità: sull’acqua non abbiamo capito niente); in più ieri c’era il sole quasi ovunque, le scuole s’erano chiuse il venerdì o al massimo il sabato, insomma il momento era ideale per partire per le vacanze, o almeno per un week-end lungo.

Invece, a Milano le code per i laghi o per la Liguria ci sono state, sì, ma abbiamo visto gente partire non prima di essere andata a votare; e così è stato a Bologna: in coda per l’Adriatico, ma dopo una deviazione per i seggi. A Roma, in quartieri lussuosi, la coda la si è vista ai seggi, e per giunta anche all’ora di pranzo. Sono stati segnali, anche piccoli, ma segnali. Segnali di una mobilitazione generale che non si vedeva da tempo.

Non sappiamo se oggi alle 15 il quorum sarà raggiunto. Ma che una partecipazione superiore al nostro recente passato ci sia stata, è fuor di dubbio a prescindere da come andrà a finire. Il 50% più uno sarebbe un risultato incredibile; ma anche una percentuale insufficiente, però di poco più bassa, sarebbe comunque una sorpresa. E «incredibile» e «sorprendenti» erano stati, pochi giorni fa, le vittorie di Pisapia a Milano (dove da diciotto anni governava la destra) e di De Magistris a Napoli.

Insomma, sembra davvero che gli italiani stiano reagendo a qualcosa che non sopportano più. Che stiano mandando avvertimenti forti a chi guida, o dovrebbe guidare, il Paese. Ieri sera Umberto Bossi è sbottato. Ha detto chiaro e tondo – come sa fare lui, che se ne infischia della diplomazia – che Berlusconi ha perso i contatticon il Paese reale, che non sa più intercettare gli umori della gente, che non è più capace di comunicare. Se ci pensate bene, togliere queste tre caratteristiche a Berlusconi vuol dire togliergli quasi tutto. Ebbene, Bossi l’ha fatto, furibondo per la figuraccia di un premier che va al mare mentre i cittadini vanno alle urne. Se oggi il quorum ci sarà, Berlusconi avrà ripetuto l’errore commesso da Craxi vent’anni fa, quando invitò gli italiani ad astenersi, ottenendo l’effetto contrario.

Quell’errore precedette di poco la caduta di Craxi. Siamo ora vicini a una fine di Berlusconi? Troppo presto per dirlo. Ma, al di là di ogni ipocrisia, nessuno può negare che il voto a questo referendum è anche (e forse soprattutto) un voto contro Berlusconi. Lo è diventato perché tra i quesiti c’è quello sulla norma che rallenta i processi contro il premier; e lo è diventato ancor di più per l’esplicito invito del Cavaliere all’astensione. Molti hanno pensato: Berlusconi dice di non andare a votare? E allora io ci vado.

Far finta che così tanti italiani siano andati alle urne solo perché interessati al nucleare e all’acqua equivale a fingere che due settimane fa la posta in gioco fossero le amministrazioni municipali di Milano e Napoli. Berlusconi per primo aveva detto che il voto di Milano sarebbe stato un referendum su di lui. E a Milanoha preso la metà delle preferenze che aveva preso cinque anni prima. E il Pdl è crollato ovunque, non solo a Milano dove c’era – come detto con il senno di poi dal premier e dai suoi imbarazzanti portavoce – una «candidata poco adatta» come Letizia Moratti. Insomma, il voto a questi referendum, quello alle recenti amministrative, e le esternazioni di Bossi, sono tutti elementi che confermano quello che ogni sondaggista sa perfettamente: sta crollando la fiducia in Silvio Berlusconi. La gente non gli crede più.

E qui veniamo alle telefonate tra Daniela Santanchè e Flavio Briatore. Al di là delle «indignazioni» per la privacy violata, i due hanno ben poco da smentire riguardo ai contenuti di quelle telefonate. Che rivelano l’imbarazzo per i comportamenti del premier; l’incredulità per la perseveranza nell’errore; lo sdegno per certe frequentazioni («Gentaglia», secondo la Santanchè); la sensazione di una fine imminente («Qui crolla tutto»). E dunque: se perfino le persone che gli sono vicine e amiche pensano (sia pure in segreto) queste cose di Berlusconi, che cosa volete che possano pensare i milioni di italiani che non fanno parte della sua corte?

La Stampa 13.06.11

"Sos dal più grande archivio storico", di Mario Pirani

Il 9 maggio, nel giorno del 33° anniversario dell´assassinio di Aldo Moro, il presidente del Tribunale di Roma, Paolo De Fiore, ha consegnato al direttore dell´Archivio di Stato della Capitale, Eugenio Lo Sardo, 11 lettere scritte dallo statista ucciso durante la sua prigionia e che fanno parte della documentazione processuale. Dal punto di vista storiografico si tratta di un precedente molto importante in quanto, come si evince dal recente corposo e appassionante saggio di Miguel Gotor, “Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l´anatomia del potere italiano” ( ed. Einaudi ) si tratta di materiale prezioso messo a disposizione degli studiosi, al di là della loro utilizzazione processuale. Come provato, infatti, nel su ricordato volume, si tratta di carte non sostituibili da copie per permetterne l´analisi sotto il profilo del supporto, andamento grafico, contestualizzazione documentaria, in grado di raccontare molto di più di una mera trascrizione. Conservate finora in una sede giudiziaria hanno subito un processo di deterioramento e vanno, dunque, restaurate per poter poi essere riprodotte in formato digitale.
L´evento segna l´avvio di una collaborazione di più ampio respiro tra la Magistratura e i Beni culturali, in base al Codice che regola questi ultimi, così da consentire un flusso che alimenti gli studi storici sulla base dell´apporto della documentazione giudiziaria non più coperta da vincoli di segretezza e riservatezza. E´stata, quindi, aperta la disponibilità e, almeno teoricamente, l´accessibilità, tramite l´Archivio di Stato, al materiale che si trova nei depositi della Corte d´Appello di Roma, riguardante gli anni dal 1951 al 1970. Tra questi i processi Montesi, Bebawi, Fenaroli ed altri, alcuni dei quali ebbero notevole rilevanza politica oltre che di cronaca. Il Tribunale, detentore dell´archivio della Corte d´Assise si è anche detto disposto, a prescindere dei documenti coperti da segreto di Stato o altre limitazioni, a consegnare anticipatamente le carte dei processi che hanno meno di quarant´anni: tra gli altri il processo Pasolini, l´attentato a Giovanni Paolo II, il processo alla banda della Magliana e lo stesso processo Moro. Nel complesso si tratta di circa 1200 processi per i primi venti anni, sistemati in faldoni per 120 metri lineari e di circa altri 1200 processi per i venti anni successivi, che ricoprono altri 700metri.
Se cito questi dati, che riguardano la conservazione della memoria storica di circa una metà del Novecento, è per mettere sull´avviso – anche se non so più a chi mi stia rivolgendo – quelle che un tempo si chiamavano le autorità culturali del nostro Paese. Ebbene, una volta avviato questo proficuo scambio tra Magistratura e Beni culturali, dove sistemare questi ottocento metri di faldoni, che dovrebbero essere poi “lavorati”, informatizzati e schedati ? L´Archivio di Stato di Roma non ha una sede adatta a ricevere per intero questo importante lascito di documenti, né in genere gli altri istituti di conservazione, che dipendono dai Beni culturali, vedono una qualche prospettiva di futuro dopo i tagli che hanno messo in forse anche il mantenimento dell´esistente. C´è anzi il pericolo reale che gli archivi vengano chiusi e murati per mancanza di personale. I precari non possono più essere assunti, neppure temporaneamente. e quelli che c´erano sono ormai dispersi. Resta il personale di ruolo, non più arricchito dai concorsi che non vengono banditi da trent´anni a questa parte. Due generazioni sono state saltate. L´età media dei restanti oscilla tra i 58 e i 60 anni. Presto andranno tutti in pensione e con loro un capitale di alta professionalià. Dobbiamo rivolgere un Sos all´Unesco in nome del fatto che l´Italia detiene il più grande patrimonio storico-documentario del mondo, dall´alto Medio evo agli ultimi decenni per 1500 km di fonti scritte, destinate a finire in un gigantesco deposito piombato come le scorie nucleari ?

La Repubblica 13.06.11

"Ritratto di un paese che spreca efficienza", di Carlo Carboni

Sono ormai quotidiane le cattive notizie sui giovani, sempre più inabissati nella depressione sociale. Dopo aver appreso dall’Istat del triste record europeo dei Neet ( Not in Education, Employment or Training: 1 giovane su 5 non studia né lavora), del tasso di disoccupazione al 30%, del calo delle matricole all’università, ora costatiamo che l’effetto scoraggiamento coinvolge anche il nostro giovane brain power professionale. Lo dimostra il tonfo a due cifre del numero di esaminati e abilitati per l’accesso alle libere professioni. L’ultimo rapporto Censis ci aveva rincuorato mostrando che, in controtendenza rispetto alla riduzione degli altri lavoratori autonomi, il numero dei liberi professionisti – motore di modernità – era rimasto sostanzialmente impermeabile alla crisi economica. Purtroppo, i dati raccolti dal Sole 24 Ore segnalano un’inversione di tendenza alla depressione delle aspettative professionali dei nostri giovani laureati. Per non perdere l’autostima delle nostre capacità di adulti di offrire prospettive ai più istruiti, potremmo spiegare la rinuncia a partecipare alle prove di abilitazione con la fragilità caratteriale dei nostri giovani.
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Oppure con la loro facilità nel perdersi d’animo al cospetto delle durezze della realtà o potremmo, persino, rispolverare il loro “fannullonismo” da benessere familistico: ma si tratterebbe della solita stoccata autoconsolatoria che scarica sui giovani le responsabilità della loro condizione impaludata. La realtà è ben altra e lascia a noi adulti uno sgradevole amaro in bocca. È la gerontocrazia, che spadroneggia ai vertici delle corporazioni, a bloccare gli ascensori sociali delle professioni. Le opportunità di lavoro professionale scarseggiano e, quando si presentano, si tratta di lunghe gavette gratuite o malpagate. In molti casi, più che apprendere l’esercizio di una professione, i giovani vengono tenuti ” a garzone” (scomparsa dei maestri).
C’è perciò da rimanere sbigottiti nel costatare che il 60% dei giovani italiani non è favorevole a riformare, né tanto meno ad abolire, gli ordini professionali (Termometro politico 2011): forse più che di una razionale preferenza alle protezioni, in realtà irrisorie (per esempio, le tariffe minime), scambiate con la possibilità di libero mercato, siamo di fronte a un pianeta giovanile smarrito e confuso, facile preda della crisi, ma soprattutto di storici corporativismi.
Il mercato delle professioni non è mai stato in Italia un rigoglioso giardino vocazionale, neppure prima del 2009: è da sempre segnato dalle chiusure e dalle clientele corporative di potenti Ordini professionali, espressione di un software culturale diffuso nella società avido di protezioni e mai completamente conquistato dall’idea di un mercato concorrenziale e trasparente.
Una cultura professionale quindi spesso bloccata e clandestinamente immersa nei filtri politico-corporativi dei singoli ordini professionali. Il risultato è che non si è mai riusciti ad adottare quel riformismo pragmatico che contraddistingue una società aperta, pronta a liberalizzare di fronte a corporazioni autoreferenziali che aprono e chiudono discrezionalmente i boccaporti di accesso ai vari mercati professionali, rendendoli impermeabili a stimoli competitivi.
Il dato esilarante è che il calo degli abilitati non riguarda solo professioni tradizionali come i commercialisti, penalizzati da lunghi tirocini, ma anche gli ingegneri, il cui tonfo è solo parzialmente compensato dalla crescita degli informatici e degli ingegneri civili (per i quali l’iscrizione all’albo è prescrittiva).
È il segnale che il paese spreca efficienza, stenta a fare un uso razionale delle sue migliori e più moderne risorse umane. È il segno che qualcosa di più profondo sta accadendo.
In passato, in piena società industriale, le crisi più marcate colpivano in prevalenza l’occupazione manuale. Oggi, nella nostra società che chiamiamo post-industriale (ma siamo in perenne transizione), a fare le spese della depressione sociale saranno proprio le fasce più pregiate in termini di saperi cognitivi e tecnologici, se non si interviene. Pagheranno proprio i knowledge workers sui quali avevamo scommesso per avere un XXI° secolo migliore del precedente. Inoltre, rischiamo che, nella crisi, prenda quota lo scetticismo nell’investimento in sapere, si faccia cioè largo nelle famiglie l’ipotesi sciagurata che la laurea sia inutile, non aumenti per un giovane la probabilità di un’occupazione qualificata. Soprattutto, stiamo ipotecando la cultura del lavoro dei nostri giovani che si sentono sedotti e abbandonati dalla promessa dell’avvento di un’economia dei saperi professionali. La loro stanchezza rinunciataria e pessimista, che si può leggere nei dati, rischia di spegnere il fuoco vocazionale che la cultura del beruf richiede. Perciò, mettere mano a politiche di crescita significa orientarla verso una via alta dello sviluppo, sposare l’idea che lo stesso sistema industriale necessita di funzioni terziarie e professionali messe a capo dei processi di valorizzazione e che, per restituire efficienza al sistema Italia, c’è bisogno di mettere in valore i saperi professionali delle giovani generazioni.

Il Sole 24 Ore 13.06.11

"Pontida, 21 anni di adunate e di promesse non mantenute", di Mattia Feltri

Anno 1990, fondazione della Repubblica del Nord. Anno 1992, fondazione della Commissione costituente della Repubblica del Nord. Anno 1993, fondazione del Parlamento della Repubblica del Nord. Anno 1994, pausa per l’ingresso nel governo, quello vero, approvato per acclamazione dal popolo padano. Anno 1995, distribuzione dei certificati di credito per la costituzione del Parlamento del Nord con sede a Bagnolo San Vito, nella provincia di Mantova. Anno 1996, fondazione del Governo della Padania. Anno 1997, fondazione della Banca Indipendente padana che esordisce battendo moneta, gli scudi padani. Nell’occasione esce di scena la lega padana, valuta che pur in assenza di banca centrale era stata emessa nel 1995 nel pratico cambio di una lega per mille lire. Seguirono le polizie padane (camicie verdi), le elezioni padane (con Mario Borghezio leader dei centristi moderati), il sindacato padano, il dialetto padano, la scuola padana e tante altre iniziative minori ma leggermente più concrete: da qualche tempo, in coincidenza col sacro raduno, si tengono le olimpiadi padane con il tiro alla fune e il lancio del tronco.

In ventuno anni di adunate (a volte multiple, nel 1995 furono tre), lo storico pratone di Pontida ne ha sentite davvero una quantità. Se metà delle promesse fossero state mantenute, oggi nel lombardo-veneto sarebbero obbligatori i matrimoni celtici e diffusi i copricapo bicornuti. Sarà forse per questo che, domenica prossima, i leghisti sognano di annunciare che si terrà fede a un impegno almeno, quello di tagliare le tasse, sebbene non sia un impegno novello e, soprattutto, sia un impegno eminentemente berlusconiano. La voce che gira, non inedita, è che lo stato maggiore autonomista tema che al giuramento piova qualche fischio poiché i soldati di Umberto Bossi sono stati al governo otto degli ultimi dieci anni, e di roba a casa ne hanno portata poca. Anche nel 1999, al termine di una traversata nel deserto durante la quale la Lega si era tenuta in vita con quel sogno un po’ baracconesco di secessione su cui si è appena dettagliato, e culminata col disastroso risultato delle Europee (4.49 per cento), Bossi si presentò dimissionario. L’anno prima (sempre a Pontida) si era scusato: «Ero impegnato a costruire la società padana, adesso torno alla politica, alla Lega». Ecco, i risultati erano lì da vedere. La Padania e la Lega erano poco oltre i 4 punti percentuali. Dunque Bossi parlò di baionette in canna, di nuova rivoluzione, accusò di fiacchezza gli amministratori locali e d’inerzia gli elettori evinse l’improvvisato referendum con 23 mila 497 no (al congedo) e 848 sì.

Non è detto che al Gran Capo il contropiedone riesca anche stavolta. Che cosa prevarrà, il suo carisma o l’elenco della spesa? Per intenderci, ecco un breve, disordinato e parzialissimo elenco di riforme predicate a Pontida: riforma dello statuto dei lavoratori; abolizione dell’obbligatorietà del servizio pubblico sanitario e istituzione dell’assistenza privata obbligatoria; trasferimento di una rete Rai a Milano; istituzione di una legge antitrust per la titolarità di canali televisivi; istituzione della doppia moneta, una per il Nord, l’altra per il Sud; istituzione di un triplo Senato, uno per il Nord, l’altro per il Centro, il terzo per il Sud; abolizione del reato di attentato contro l’integrità, l’indipendenza e l’unità dello Stato; abolizione del reato di vilipendio della bandiera; separazione delle carriere ed elezione popolare dei pubblici ministeri; abolizione del codice Rocco; riforma della Corte costituzionale secondo criteri di «territorializzazione e regionalizzazione»; svariate leggi speciali per sconfiggere la mafia; legge sulla famiglia per difenderla dalla pedofilia e dalla pornografia; riforma della World Trade Organization; abolizione dell’Unione europea; trasferimento di alcuni ministeri al Nord (lo scorso anno); numerose riforme della Costituzione (la prima annunciata da Gianfranco Miglio nel maggio del 1994 per il settembre dello stesso anno); ampie scelte di federalismi (fiscale, costituzionale, culturale, giudiziario, devolution), che poi è la battaglia delle battaglie ed è ancora in corso.

Però, ecco, il rischio è che qualcuno noti, prima o poi, la straordinaria sovrapponibilità dell’urlo bossiano del 2001 e di quello di Rosi Mauro nel 2008 («riforme, ora o mai più»). Le riforme sono sempre stato il sugo, nel frattempo che cantavano Zuleika Morsut o il bergamasco Bepi o la cornamusa di Helvia. «Riforma federale e riforme liberiste», disse Bossi nel 1994. Intanto che Roberto Maroni è diventato portavoce del Clp (comitato di liberazione padano) e Francesco Speroni ha ipotizzato l’Aviazione civile della Repubblica Federale della Padania, Bossi ha sentenziato: «Adesso tocca a noi, è la grande occasione per fare davvero le riforme». E poi su un braciere sono stati dati alle fiamme dei non meglio precisati certificati romani e fra il popolo sono comparsi gli striscioni d’Ausonia («Civitavecchia libera da Roma ladrona») e di leggendaria eppure attuale rivendicazione («Ratto delle Sabine: Rieti con furore»), e allora Bossi ha intravisto riforme come prosecuzione della Liberazione del 25 aprile. Il Trota ha sostituito Franco Rocchetta, il profumo Dur è fuori commercio, i motociclisti padani hanno appeso il casco al chiodo, ma un grido si leva perenne: «Riforme! Riforme! Riforme!».

La Stampa 13.06.11