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"A settembre più di 4 mila scuole con dirigenti a metà tempo", di R.P. da La Tecnica della Scuola

A settembre più di 4 mila scuole con dirigenti a metà tempo
Lo segnalano i sindacati dell’area V che chiedono al Ministero di autorizzare il mantenimento in servizio di tutti i dirigenti scolastici con più di 65 anni che hanno chiesto di rimanere ancora al lavoro.
Sono più di 400 i dirigenti scolastici con 65 anni di età che hanno chiesto di rimanere in servizio per altri due anni e ai quali il Ministero non ha ancora dato una risposta.
Anzi, ad essere precisi, il Miur ha scritto già da tempo alle diverse direzioni regionali per comunicare il numero complessivo dei dirigenti ai quali si potrà rinnovare il contratto; il fatto è che tale numero è di gran lunga inferiore alle richieste e gli stessi USR hanno difficoltà a darsi un criterio per l’accoglimento delle domande.
E così pochi giorni fa i sindacati dell’area V (Anp, Flc-Cgil, Cis-Scuola, Uil-Scuola e Snals) hanno scritto al Ministero per segnalare la gravità della situazione.
“L’attuale organico di fatto dei dirigenti scolastici – scrivono i sindacati – è largamente inadeguato rispetto al numero delle istituzioni scolastiche autonome, come dimostra il fatto che quest’anno (a.s. 2010-2011) sono stati assegnati 1.380 incarichi di reggenza”.
“Inoltre – proseguono i sindacati – per il prossimo anno scolastico (2011-2012) sono previsti circa altri 8/900 pensionamenti (media degli ultimi due anni), ragion per cui il numero delle reggenze è destinato a lievitare ad oltre 2.200”.
Si tratta di una situazione insostenibile, concludono i rappresentanti dei dirigenti scolastici, perché il disagio riguarderebbe sia le scuole affidate in reggenza, sia quelle di titolarità dei dirigenti: circa 4.400 istituzioni scolastiche, pari a più del 40% delle scuole italiane.
Le 2mila scuole senza dirigenti sono localizzate soprattutto nelle regioni del centro-nord, dove spesso accade che la scuola in reggenza disti decine e decine di chilometri da quella di titolarità.
I sindacati citano persino casi di reggenze assegnate a più di cento chilometri di distanza e di dirigenti con due reggenze, problema aggravato dal fatto che le norme attuali non consentono più l’utilizzo del mezzo proprio.
Senza contare che il bando di concorso per il reclutamento di 2.386 dirigenti scolastici non è stato ancora emanato; e quindi i vincitori di concorso non potranno essere assunti
prima del 1° settembre 2013.
Ed è proprio per far fronte a queste situazione di assoluta emergenza che i sindacati chiedono il mantenimento in servizio di quei dirigenti che l’abbiano richiesto “anche come parziale soluzione dei problemi evidenziati”.

La Tecnica della scuola 13.06.11

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qui testo interrogazione a firma Ghizzoni e altri su sulle 330 scuole dell’Emilia Romagna che hanno il dirigente a “mezzo servizio”

"Fisco, il coraggio che serve per decidere cosa tagliare", di Tito Boeri

Mi capita spesso di questi tempi di leggere i giornali al mattino e di pensare di vivere in un altro Paese e in un altro periodo storico.
Leggo di un ministro dell´Economia che sin qui ha rinviato ai posteri (al governo che verrà dopo le elezioni del 2013) l´aggiustamento dei conti pubblici e che, ciononostante, viene ritenuto troppo rigido dai suoi stessi alleati. Gli si chiede di abbassare le tasse e di ottenere dall´Europa un rinvio ulteriore della manovra di rientro del debito. Le richieste vengono un po´ da tutti, tanto dai «responsabili» del Sud che dall´ardimentoso (gli chiede “più coraggio”) partito del Nord. È una santa alleanza quella che si profila di fronte alle montagne, anche se tra le sue file si annidano non solo politici di conclamata comunione (e liberazione), ma anche chi ha ripetutamente confessato di «non essere un santo».
Cerchiamo allora di sincronizzare le lancette dell´orologio con quelle del resto del mondo. Sono in corso i negoziati per ristrutturare il debito pubblico della Grecia, ci sarà dunque il precedente di un Paese dell´area dell´euro che in parte rinnega gli impegni presi con chi ha acquistato i titoli di Stato. I divari fra gli interessi sui titoli di Stato tedeschi e quelli dei Paesi a rischio sono ai massimi. Basta un nonnulla per fare lievitare la nostra spesa per interessi, portando via risorse che potrebbero essere destinate a qualcosa di meglio che remunerare investitori per lo più residenti all´estero. Il nostro governo ha già preso l´impegno di azzerare il deficit entro il 2014 e adesso è tenuto a chiarire come intende raggiungere questo obiettivo per indurre gli investitori a comprare i nostri titoli di Stato. La manovra sin qui contemplata è dell´ordine di 40-50 miliardi. Non può certo essere rinviata a dopo le elezioni, quando presumibilmente ci sarà un nuovo governo. Non sarebbe credibile. Al contrario, muovendosi subito il governo potrebbe riuscire a ridurre la spesa per interessi sul debito pubblico rendendo l´aggiustamento meno oneroso. Ad esempio se dimezzassimo lo spread coi bund tedeschi (portandolo a 80 punti base) potremmo conseguire fin da subito risparmi di 3 miliardi di euro, che salirebbero a 6 miliardi nel 2012, per poi stabilizzarsi a 12 miliardi, quasi un punto di Pil. Quindi non solo non si può rinviare ulteriormente l´aggiustamento, ma anzi va anticipato proprio per renderlo meno pesante.
Proviamo anche a tenere i piedi per terra pensando a cosa si può fare per centrare questi obiettivi. Il governo non ha sin qui fatto alcuna riforma che potrebbe accelerare il tasso di crescita del nostro Paese, l´unico nell´area Ocse a non essere cresciuto negli ultimi 12 anni (il reddito pro-capite è rimasto ai livelli del 1999). Anche se miracolosamente l´esecutivo trovasse ora il consenso per varare le riforme che servono alla crescita, prudente non contare sui loro effetti da qui al 2014. Queste riforme pagano con tempi più lunghi. La Germania, ad esempio, beneficia appieno solo ora delle riforme del mercato del lavoro fatte dieci anni fa.
Anche senza ridurre le tasse, la cura dimagrante che ci attende nei prossimi tre anni deve perciò ridurre la spesa pubblica fino a 3 punti di Pil. Dovremo concentrarci sulla spesa corrente dato che la spesa per investimenti è già ai minimi storici e abbassarla ulteriormente ci costerebbe caro in termini di crescita futura. La spesa corrente è di poco inferiore a metà del reddito nazionale, Quindi per risparmiare tre punti di Pil, bisogna tagliare le spese di almeno il 6 per cento. Se togliamo gli oneri sul debito pubblico (che non possiamo toccare, ma solo sperare di abbassare con comportamenti virtuosi), la spesa corrente è fatta per più del 40 per cento di pensioni. La parte restante è rappresentata dalla spesa per beni pubblici quali difesa, istruzione, giustizia, sanità, ambiente, cultura, ammortizzatori sociali e assistenza. Anche ieri Tremonti, alla festa della Cisl, ha sostenuto che non intende toccare le pensioni. Questo significa che si sta prendendo in considerazione un taglio della spesa per istruzione, sanità, giustizia e degli altri beni pubblici dell´ordine del 12 per cento in un triennio. Dato che si è abbandonato il progetto delle spending reviews avviato da Tommaso Padoa-Schioppa, tagli così consistenti possono essere conseguiti in tempi ristretti solo facendo pagare di più gli utenti di questi servizi (la spesa alberghiera negli ospedali, la scuola, etc.) Bene che Tremonti lo dica con chiarezza quando rassicura i rappresentanti dei pensionati.
Se poi dovessimo tagliare anche le tasse, dovremmo contemplare tagli ancora più consistenti della spesa in aree in cui già oggi spendiamo molto di meno che gli altri Paesi dell´Ocse. È questo il coraggio che si chiede al ministro dell´Economia? E non sarebbe più ardimentoso decidere subito cosa tagliare e come rendere più efficiente il fisco a parità di gettito, e iniziare subito a muoversi in questa direzione in modo tale da poter cercare di ridurre la spesa per gli interessi sul debito?
PS: Leggo anche che il nuovo assessore al Bilancio del Comune di Napoli è Riccardo Realfonzo, che in passato ha lanciato appelli volti a convincere i governi che è sbagliato ridurre il debito pubblico, perché basta stabilizzarlo. Mi sentirei più tranquillo se avesse cambiato idea.

La Repubblica 13.06.11

"Dall’Eur alla Falchera la svendita è in agguato" di Vittorio Emiliani

Questo governo Berlusconi sostenuto dai cosiddetti “responsabili” (ma di che?) continua a commettere atti irresponsabili nei confronti del paesaggio: urbano, extra-urbano, agrario, marittimo che sia. Pesa ancora la totale latitanza dell’ex ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, “il fantasma del Collegio Romano”, il quale ha lasciato marcire, fra le tante cose, la co-pianificazione Stato-Regioni imposta dal Codice per il Paesaggio. Dopo che aveva ceduto a tagli, indebolimenti, ridimensionamenti e commissariamenti straordinari.
Ora, sempre in nome del “rilancio dell’economia” – per il quale la sola ricetta berlusconiana sembra essere
il sempiterno binomio Cemento& Asfalto – il Decreto legge n.70 del 13 maggio prevede almeno due pozioni avvelenate per il nostro già deperito patrimonio. La prima riguarda l’edilizia del Novecento di proprietà pubblica (ma anche religiosa e no-profit) evidentemente per dare un robusto aperitivo “federalista” agli Enti locali ai quali, soprattutto nell’ultima fase del fascismo e in quella della ricostruzioni postbellica è andata una cospicua eredità immobiliare.
L’altra concerne le spiagge demaniali soggette a concessione per le quali si è ridotto il periodo inizialmente previsto dagli scandalosi 90 anni a 20 anni (che comunque non sono poco) introducendo però il diritto di superficie e quindi la possibilità di nuove edificazioni.
Dalla legge Nasi del 1902 alla legge Rosadi del 1909, alla legge Bottai del ’39 (che inglobò in gran parte le norme giolittiane), fino all’ultima versione del Codice per il Paesaggio (prima Urbani, poi Buttiglione, infine Rutelli-Settis) si è sempre prevista una tutela specifica per gli edifici di pregio architettonico con almeno50 anni di vita non ancora vincolati. Improvvisamente questa linea normativa è stata cancellata dal solito Tremonti il quale, con decreto legge n.70, ha allungato i termini a 70 anni. In tal modo viene esposta a gravi pericoli di manomissione, trasformazione o vendita una parte fondamentale dell’architettura italiana fra guerra e dopoguerra. Le “firme” di pregio che rischiano seriamente sono quelle di Franco Albini, Giovanni Astengo, Giancarlo De Carlo, Ignazio Gardella, Studio BBPR( Banfi, Belgiojoso, Peressutti, Rosers), Adalberto Libera, Pier Luigi Nervi, Ludovico Quaroni, Giuseppe Samonà e di tanti altri ancora. Si tratta spesso di interi quartieri come il QT8 di Milano, il Quartiere INA di Cesate (Milano), la Falchera di Torino, l’INA-Casa del Tiburtino a Roma, le Torri INA di viale Etiopia sempre a Roma, il Borgo La Martella
(Unnra Casa) di Matera, ecc. E ci sono in ballo le grandi opere predisposte per le Olimpiadi di Roma 1960 con due capolavori di Nervi come il Palazzetto dello Sport e lo Stadio Flaminio (inaugurato nel ’59), lo stesso Palazzone all’EUR (Nervi e Piacentini), o come l’interessante Villaggio Olimpico di Libera, Luccichenti, Cafiero e Monaco. In un appello rivolto al ministro Giancarlo Galan dall’Associazione fra i tecnici del Ministero, dalla “Bianchi Bandinelli” e dal Comitato per la Bellezza, si chiede che il nuovo titolare del Collegio Romano dia concretamente corso, in sede parlamentare, all’impegno preso davanti al Consiglio Superiore dei Beni Culturali di “fare il possibile” per eliminare le trappole del Decreto legge n.70. Anzitutto, riportando ai 50 anni il periodo dal quale far scattare la salvaguardia. Poi eliminando la norma in base alla quale i detentori di beni immobili vincolati vengono sottratti all’obbligo di notificare alle Soprintendenze il trasferimento ad altri di quegli stessi beni al fine di consentire agli uffici dello Stato di averne una mappa aggiornata. Infine cancellando il solito silenzio/assenso (una vera fissazione dei governi Berlusconi) rispolverato dal decreto qualora in 90 giorni gli uffici di tutela non rispondano alla richiesta di autorizzazione per progetti che ricadano in zone con vincolo paesaggistico. E’ vero che tale disastrosa innovazione entrerà in funzione quando saranno stati approvati i piani paesaggistici e il parere delle Soprintendenze da vincolanti diverrannoobbligatori, e però la regola del silenzio/assenso va respinta, oggi, a priori. C’è un altro “pilastro”del confuso e avvelenato Decreto Tremonti che occorre modificare a fondo: quella sugli arenili demaniali a privati. Il governo aveva “sparato” l’assurda durata di 90 anni. L’intervento del Capo dello Stato l’ha ridotta a 20 anni e però è rimasto quel diritto di superficie – in luogo del diritto
di concessione – che promette soltanto altro cemento sui nostri già tanto compromessi litorali. Sin pensi che in Adriatico, su 1.240 Kmdi spiagge, le dune sopravvissute, a uno o più cordoni, rappresentano
appena il 9% del litorale, pur ricomprendendovi il delta del Po e il Conero, che a Ostia il 90 % delle sponde risulta, legalmente o abusivamente, cementificato e sbarrato e che fra Palermo e Punta Raisi non c’è da anni un solo accesso al mare…Cosa si vuole di più e di peggio?

L’Unità 12.06.11

"L'etica, la politica, la persona", di Pier Luigi Bersani

Caro direttore, dalle pagine del Messaggero Lucetta Scaraffia mi pone domande su un problema specifico cui si fa cenno nel mio recente libro, quello cioè dei diritti e delle tutele delle migliaia di bambini e di adolescenti che vivono con coppie dello stesso sesso.
La questione viene poi accostata a quella delle coppie che si recano all`estero per avere un figlio attraverso tecnologie riproduttive, cosa consentita ovviamente solo ai benestanti. Cominciamo dunque da quest`ultimo aspetto. Lucetta Scaraffia ritiene che io ponga un problema di equità economica e di sperequazione da colmare.
Non si riduca il mio argomento a questo! Sono io che pongo, se mi è permesso, un tema di «slittamento etico».
Davanti a temi cruciali che riguardano la vita e la morte, la possibile manipolazione dell`uomo e l`universo della sua dignità e dei suoi diritti, l`assenza di adeguata normazione può portare per vie di fatto a una banalizzazione etica; qualcuno nel mondo offre una tecnica, comincia a comprarla chi può, e gli altri via via seguono.
E’ questa l`inevitabile dinamica di quello che è stato definito «human divide». Esiste infatti la tecnica ed esiste un mercato che la espande, e tecnica e mercato assieme muovono le frontiere delle percezioni morali in diverse e a volte opposte direzioni. Pensiamo ad esempio a quali effetti preventivi dell`aborto abbiano oggi le tecniche di ecografia; all`opposto pensiamo a quanto nuove tecnologie applicate alla fine della vita possano fare accettare che l`uomo venga colpito nella sua dignità e portato «dove non vuole andare», cosa sconosciuta ai tempi della morte domestica. Quelli che sto descrivendo sono fatti. Fatti che si aggiungono a una moltitudine di altri fatti, compresi il numero crescente di bambini allevati da coppie omosessuali, l’enorme aumento delle convivenze stabili, e così via. La politica non dovrebbe occuparsene? Tutto questo dovrebbe star fuori dal perimetro di ciò che chiamiamo bene comune? E se deve occuparsene non deve forse farlo, come bene ci ha ricordato sempre sul Messaggero Domenico Rosati, mediando fra principi e norme? Non è questo anzi il compito precipuo della politica, il senso stesso della sua autonomia e del suo limite? Sono certo che anche la mia interlocutrice potrà condividere una domanda:
se le norme coincidono con i principi, le persone in carne e ossa che fine faranno? Quello che ho scritto nel mio libro significa in sostanza questo: voglio una politica e un partito ospitali per credenti e non credenti; voglio una politica consapevole del suo limite e orgogliosa del suo ruolo; una politica che non si ubriachi di ideologia, non si erga a religione e che d`altra parte, non accetti di sopravvivere navigando senza bussola nell`indistinto e nel relativo.
Davanti ai, problemi nuovi che suggeriscono nuove frontiere etiche, non si governa né si fa politica senza avere una bussola sulla questione antropologica.
Intendo che il mio partito la trovi in un umanesimo forte e condiviso, consapevole che un uomo, non può essere separato dalla sua dignità e dalla sua libertà e che a sua volta egli non può separare la sua libertà dalla sua responsabilità.
Questo avverrà, nel mio partito, non già «tenendo conto» della sensibilità dei cattolici ma per opera, insieme, dei cattolici e dei laici. Per altro, chi ama leggere nella lunga storia italiana la peculiare impronta delle radici cristiane dovrebbe aver fiducia nel carattere forte di una visione umanistica che, da noi più che altrove, può accomunare credenti e non credenti, Il Partito democratico desidera dunque, per rendersi utile al bene comune del Paese, che la Chiesa italiana esprima il suo magistero nel pieno della discussione pubblica e che alla politica sia riconosciuto e richiesto un ruolo di mediazione.
Se sarà così, sono certo che su temi cruciali noi italiani sapremo dire e fare qualcosa di originale nel contesto europeo, fuori dall`alternativa fra fare argine a ciò che ci arriva dal mondo o semplicemente assorbirlo.
Ringrazio dunque Lucetta Scaraffia per questa occasione di discussione. In fondo, non chiedo altro che di poter finalmente discutere.

Il Messaggero 11.06.11

"Il referendum sul nucleare ricordando Berlinguer", di Roberto Morassut

Nel 1977, parlando ad un’assemblea di intellettuali al Teatro Eliseo di
Roma, Enrico Berlinguer – ieri il suo anniversario – sorprese l’Italia ed il mondo della cultura parlando di “austerità”. Disse « ….La politica di austerità può invece condurre verso un assetto economico e sociale ispirato a principi di produttività, razionalità, rigore, giustizia sociale e del godimento di beni autentici tra cui un libero e sano rapporto con la
natura…”. Quelle parole non ebbero grande fortuna nel dibattito politico e forse neanche nel movimento operaio di allora. Era d’altra parte passato il momento peggiore delle crisi petrolifere del 1973-75 e la società italiana si avviava verso gli anni 80 che furono l’estremo trionfo di quella dissipazione e di quello spreco di energie materiali e morali che Berlinguer aveva lucidamente percepito.
Pensavo a questo ieri recandomi a rendere omaggio, con altri parlamentari del Pd alla sua tomba presso Prima Porta. Pensavo come, alla vigilia del voto sui referendum – ed in particolare al quesito sul nucleare –, le parole di Berlinguer siano di una modernità incredibile.
Esse si stagliano come rocce sulla sabbia delle dichiarazioni quotidiane di tanta politica contemporanea senza idee e senza fiato. Votare “SÌ” al referendum sul nucleare ha infatti più di unsignificato. Vuol dire prendere atto che il rapporto tra i rischi probabili – in termini di inquinamento e danni per la salute – ed i benefici – in termini di approvvigionamento energetico – è troppo elevato, che la trasparenza nella gestione e nel funzionamento degli impianti e le garanzie della loro effettiva adeguatezza agli standard di sicurezza non sono ancora accettabili e forse non lo saranno nel futuro .Ci si deve domandare se l’energia nucleare serve davvero allo sviluppo e ci si deve interrogare sulla parola sviluppo. Votare “SÌ” ha infatti anche
il senso di spingere la ricerca, la politica, lo Stato, la sensibilità popolare proprio nella direzione evocata da Enrico Berlinguer: riconoscere le priorità della crescita e dello sviluppo, ridurre gli sprechi, risparmiare energia, puntare a rendimenti energetici compatibili e sicuri e non solo quantitativamente elevati. Molti sostengono che i rendimenti del nucleare e del petrolio non potranno mai essere raggiunti dalle energie rinnovabili. Oggi è senz’altro così ma virando la direzione della società e passando attraverso una condotta austera e responsabile questa realtà può cambiare. «L’austerità non è una politica di indigenza – disse Berlinguer – ….ma una politica di efficienza, di ordine e di una nuova moralità…». Andiamo a votare anche ricordando Berlinguer e i suoi pensieri lunghi.

L’Unità 12.06.11

"I ministeri al Nord e la partita leghista", di Giuliano Amato

Non ha destato l’attenzione che merita la proposta di iniziativa popolare per la “territorializzazione dei ministeri”, avanzata dal ministro Calderoli. È vero che il presidente del Consiglio ne ha subito ridimensionato il possibile accoglimento (limitandolo a qualche ufficio ministeriale) e che il ministro Galan l’ha liquidata con un rifiuto senza appello. Ma quello sollevato dalla Lega è un tema ricorrente e chi lo solleva lo fa a volte in nome di esigenze giuste, altre volte di esigenze profondamente sbagliate. Entrare nel merito può servire sia a liberarsi, sperabilmente, delle esigenze sbagliate, sia a capire, più in generale, chi e che cosa vuole rappresentare la Lega ai fini di quella grande trasformazione istituzionale che ha comunque messo in moto e che chiamiamo federalismo.
Continua u pagina 9
Antesignana della proposta è – com’è noto – la Fondazione Agnelli, la quale, con un suo volumetto, lanciò nel 1993 la “capitale reticolare”, sostenendo che la disseminazione in città diverse delle funzioni di capitale era in atto da tempo nei maggiori Paesi europei e che l’Italia era un baluardo ormai retrogrado del centralismo burocratico. Il lavoro dava conto, per la verità, di esperienze assai diverse fra loro. In Gran Bretagna si era voluto spostare lavoro pubblico in aree deindustrializzate dove stavano sparendo a migliaia i posti di lavoro privati. E lo si era fatto trasferendo intere strutture amministrative dei ministeri del Lavoro e della Sanità. In Francia si era voluto soprattutto decongestionare l’area di Parigi, ma lo si era fatto collocando fuori di essa non ministeri, bensì attività di ricerca, grandi aziende pubbliche e da ultimo la mitica Ena, la scuola dei funzionari pubblici, trasferita a Strasburgo. Diverso era il caso della Germania, dove Berlino, per decenni capitale simbolica, lasciò a Bonn una parte delle amministrazioni quando tornò ad essere capitale di fatto, mentre fuori da Bonn e da Berlino rimasero le due istituzioni indipendenti per antonomasia, la Corte Costituzionale a Karlsruhe e la Bundesbank a Francoforte.
In un breve saggio che concludeva il volume, Gustavo Zagrebelsky metteva a fuoco le diverse finalità concretamente perseguite dai “delocalizzatori” – segnalando fra queste la stessa delegittimazione della capitale esistente – e sottolineava che il silenzio (di allora) della nostra Costituzione sulla capitale non cancellava la necessità che la capitale vi sia, quale “luogo del sovrano e quindi oggi degli organi politici più elevati”. Essa è infatti “elemento costitutivo di ogni organizzazione costituzionale, anche per ragioni di diritto internazionale, di rappresentanza e così via”. Un’affermazione pacifica per qualsiasi costituzionalista.
Che cosa ricaviamo da tutto questo? Che di sicuro ha senso collocare fuori dalla capitale le istituzioni che non sono e non devono essere in contatto con le supreme istituzioni politiche. Non tutti lo fanno e in particolare non lo fa uno Stato federale fra i più celebrati del mondo, gli Stati Uniti d’America.. Ma la scelta tedesca è più che sostenibile. Ha anche senso decongestionare l’area della capitale, come si è fatto in Francia, portandone fuori funzioni pubbliche e private attratte da essa, ma che nulla hanno a che fare con le sue funzioni essenziali. Naturalmente ha senso se lo si fa a ragion veduta e in particolare valutandone preventivamente gli effetti sia sulla spesa pubblica sia sui costi privati (delocalizzazioni rilevanti verso aree urbane minori possono far impennare qui sia i valori immobiliari sia il costo della vita, provocando cocenti delusioni nelle comunità preesistenti). Può infine aver senso sostituire impiego pubblico ad impiego privato in caduta, ma allora lo si fa a beneficio delle aree depresse e non trasferendo in esse ciò che oggi è più facile trasferire, vale a dire gli uffici che custodiscono e gestiscono banche dati informatiche. Le tecnologie della comunicazione rendono infatti irrilevante la localizzazione, ma i posti di lavoro che ne escono sono irrisori.
Quello che non ha senso è moltiplicare le sedi in cui sono localizzate le funzioni essenziali della capitale. Non ha senso perciò moltiplicare le sedi del Parlamento, come sciaguratamente continua a fare l’Unione Europea con ripetuti e costosi spostamenti di carte e di personale fra Bruxelles e Strasburgo. Non ha senso separare la sede del Parlamento da quella del Governo e del Capo dello Stato, né ha senso separare da essa la sede dei ministeri. I ministri devono lavorare là dove li può convocare ad ogni momento l’istituzione da cui dipendono o alla quale rispondono, il Capo del Governo o il Parlamento. E per lavorare i ministri devono avere a disposizione altrettanto immediata i dirigenti delle loro Amministrazioni, con i quali preparano e istruiscono ciò che sono chiamati a fare nelle altre sedi istituzionali.
Non solo nulla di ciò ha senso, ma in Italia neppure è consentito, perché oggi nella Costituzione è scritto, al terzo comma dell’art.114, che “Roma è la capitale della Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento”. Vi sono modi diversi per attuare questa disposizione, ma un vincolo essa lo pone comunque. Non possono essere spostate da Roma le funzioni essenziali della capitale, perché non può essere messo in discussione lo status di Roma capitale.
E qui si arriva al ruolo che la Lega vuole giocare in Italia. Un partito, pur nato localmente, che si fa promotore della trasformazione federalista dello Stato, può ben sentirsi a quel punto portatore di una visione e di un disegno non soltanto per le sue valli d’origine, ma per l’intero Paese. Alla fin fine ciò che sta facendo è coerente con i disegni di buona parte dei padri fondatori dell’Italia unita, costretti al centralismo dalle difficili vicende dell’unificazione, ma convinti essi stessi che ad uno Stato delle autonomie prima o poi si doveva arrivare. Un partito con tale consapevolezza, perciò, non sentirà il bisogno di vivere e di far vivere il federalismo come una demolizione di Roma capitale. Coltiverà progetti di delocalizzazione, coerenti in quanto tali con la sua visione policentrica dell’Italia, ma troverà esso stesso innaturale che vi sia fra questi progetti la delocalizzazione dei ministeri, cioè degli organi titolari delle residue funzioni dello Stato centrale.
Un partito che parli invece a nome di una parte sola del Paese e che veda questo nella sua interezza come controparte di quella che esso rappresenta, giocherà una partita permanentemente diversa. Contro l’inno nazionale, contro il giuramento sulla Costituzione, contro la capitale d’Italia. In tal modo farà percepire il suo federalismo non come una espressione più ricca dell’unità nazionale, ma come la sua negazione. Col rischio di alienargli la maggioranza degli italiani.
C’è una scelta davanti alla Lega.

Il Sole 24 Ore 12.06.11

"Quattro motivi (più uno) per votare", di Eugenio Scalfari

L´anteprima (rispetto al voto referendario di oggi e di domani) si è svolta ad “Annozero” di giovedì scorso. È stata l´ultima apparizione di questo “talk show” televisivo dove, per l´occasione, Michele Santoro aveva convocato il ministro Brunetta e il viceministro Castelli da un lato e Bersani e Di Pietro dall´altro. Sullo schermo apparivano poi i cancellieri del Tribunale di Milano e i figli dei magistrati uccisi dalle Brigate rosse trent´anni fa, i cui ritratti campeggiano sulla facciata del palazzo di giustizia milanese. C´era anche il figlio dell´avvocato Ambrosoli, ucciso dalla mafia su commissione di Michele Sindona. Travaglio aveva letto il suo intervento sul legittimo impedimento con il racconto di quanto avviene nelle democrazie “serie” nei rapporti tra magistratura e politica e quanto avviene in Italia. Il confronto è devastante. C´era stata anche l´apparizione di Beppe Grillo che – dopo il suo consueto attacco contro la casta politica – incitava i suoi grillini a partecipare al voto referendario.
Dopo l´esordio di Santoro sui suoi rapporti con la Rai, lo spettacolo – perché di grande spettacolo si è trattato – è cominciato con le riprese sulla riunione dei “Servi liberi” promossa da Giuliano Ferrara martedì scorso al cinema Capranica di Roma. Comparivano i volti e si ascoltavano le frasi dei direttori dei giornali berlusconiani e soprattutto di Ferrara, della Santanchè e di Alessandra Mussolini.
Non è stato un rilancio ma un funerale del berlusconismo la riunione del Capranica officiata dai suoi più ferventi seguaci. Basta averli ascoltati per arrivare a questa conclusione. Ma alla stessa conclusione si è arrivati seguendo ad “Annozero” il dibattito tra i due ministri e i due oppositori. Brunetta e Castelli sembravano due maschere buffe del teatro napoletano trasportate al Nord. Bersani e Di Pietro hanno avuto facile gioco. Chi avesse avuto dubbi su come è stata ridotta la democrazia italiana dopo 17 anni di berlusconismo non può averne più: quel dibattito è un documento e dopo averlo ascoltato riesce inconcepibile concepire che quei due personaggi siano un ministro e un viceministro della Repubblica.
Fine dell´anteprima. Chi non l´ha vista se ne procuri la registrazione, ne vale la pena.
* * *
Oggi e domani si vota sui quattro quesiti referendari. Si vota “sì” oppure “no” oppure non si vota affatto con l´intenzione di far fallire i referendum.
Bisognerà a tempo debito riformare la legislazione referendaria introducendo il referendum propositivo accanto a quello abrogativo e togliendo il “quorum”. Se una legge vigente non piace o se un gruppo consistente di cittadini vuole proporre una legge, il “quorum” non ha senso come non avrebbe senso per le elezioni politiche e amministrative dove infatti non è previsto.
Ma questo riguarda il futuro. Al momento il “quorum” è previsto e chi vuole che vinca il “sì” deve come prima condizione fare quanto può perché sia raggiunto. Chi punta sull´astensione sa che si gioverà dell´astensionismo fisiologico che oscilla da sempre tra il 15 e il 20 per cento. Basterà dunque che l´astensione attiva sia del 35 per cento per vanificare la massa dei “sì”. Così avvenne anche per la procreazione assistita.
I “sì” e i “no” che vanno a votare giocano dunque con un braccio legato rischiando di perdere con un 50 contro un 35. Sarà questo il risultato? Noi crediamo e speriamo di no perché crediamo che i quattro quesiti meritino il “sì”. Ed anche per gli effetti politici che una vittoria referendaria potrà provocare.
Dopo la sconfitta al primo turno delle amministrative e quella ancor più cocente nei ballottaggi, l´ottenimento del quorum e la vittoria dei sì completerebbe la serie con effetti imprevedibili. Escludo le dimissioni di Berlusconi, ma non escludo l´implosione sia del Pdl sia della Lega. Implosione già in corso in entrambi quei partiti, resa ancor più acuta dalla situazione economica, dalla precarietà dei mercati finanziari, e dalle richieste dell´Europa ai paesi con bassa crescita ed elevato debito pubblico.
* * *
In entrambi questi due dati di fatto – bassa crescita ed elevato debito pubblico – l´Italia è in testa rispetto a tutti gli altri paesi dell´Unione europea, preceduta soltanto dalla Grecia, dal Portogallo e dall´Irlanda. E qui, sulla politica economica e fiscale, campeggia la personalità di Giulio Tremonti. Anzi il problema Tremonti, perché negli ultimi mesi e in particolare dopo la batosta delle amministrative, il ministro dell´Economia è diventato un problema sia per Berlusconi sia per Bossi. Un problema pressoché irrisolvibile.
Sia Berlusconi sia Bossi hanno bisogno, per tener compatti i loro seguaci, di alleviare la pressione fiscale che grava sulle fasce medio-basse e sulle imprese medio-piccole. Tremonti si dichiara disposto a questi alleggerimenti ma li colloca nel 2014. Nel frattempo preannuncia l´esatto contrario: dovrà prelevare dai contribuenti 40 miliardi di denaro fresco per portare in pareggio il deficit e il bilancio. Ha deciso di spalmare questo prelievo su quattro esercizi: 3 miliardi quest´anno, 8 nel 2012 e 15 in ciascuno dei due anni successivi.
La crescita? Aspetterà. Gli sgravi? Aspetteranno oppure concederà qualche briciola tra un anno purché avvenga a costo zero.
Il termine costo zero significa dare con una mano e recuperare con l´altra. Dare in basso e recuperare in alto, esattamente il contrario di quanto desidera il Cavaliere. Il quale tuttavia qualche cosa ha ottenuto: potrà proclamare che entro il prossimo luglio il governo (Tremonti consenziente) approverà la legge di delega fiscale per attuare una riforma orientata all´abbassamento delle tasse.
Vero? No, falso. Tremonti ha accettato la delega fiscale che però procederà di pari passo con la manovra di 40 miliardi e degli sgravi a costo zero e Berlusconi e Bossi hanno dovuto fare buon viso a questa condizione. I decreti delegati procederanno dunque a passo di lumaca a cominciare dal 2012 e non produrranno alcun beneficio sui consumi, sui redditi medio-bassi, sulla condizione dei giovani e del Mezzogiorno. Ma neppure nel Nord. Nessun beneficio, anzi nel Nord semmai qualche onere maggiore.
Il solo beneficio per B. e B. sarà di carattere lessicale: potranno dire e proclamare che si approverà immantinente la delega fiscale per abbassare le tasse sperando che il colto popolo e l´inclita guarnigione siano composti da imbecilli. Questa è la loro speranza. Piuttosto esile. Nemmeno i “Servi liberi” ci crederanno. Ormai la gente vuole fatti e poiché i fatti saranno addirittura di segno contrario la gente sarà sempre più arrabbiata.
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Come si risolve il rebus della crescita senza abbandonare il rigore? Che significa “costo zero” in linguaggio concreto?
Non è un rebus di impossibile soluzione; basterebbe ridurre equamente le diseguaglianze e stipulare un patto sociale e generazionale; tutelare la sicurezza del lavoro flessibile ma non precario; portare la tassazione delle rendite a livello europeo e detassare i redditi medio-bassi e le imprese medio-piccole.
Passare gradualmente dalla tassazione sul reddito personale a quella sulle cose è una buona filosofia fiscale e Tremonti fa bene a indirizzare la sua riforma su questa strada, ma non è aumentando l´Iva che ci si arriva. L´Iva colpisce i consumi e genera inflazione, mentre i consumi dovrebbero essere rilanciati per poter rilanciare anche gli investimenti.
Per tassare le cose invece delle persone bisogna scegliere la via delle imposte reali completandole con una patrimoniale ordinaria a bassa aliquota (per molti anni fu dell´1 per cento quando Luigi Einaudi ne scriveva negli anni Venti dell´altro secolo) allo scopo di mantenere la progressività delle imposte che rischierebbe di perdersi passando dalle persone alle cose.
Su questi pilastri si può costruire il patto sociale e generazionale ed in questo quadro il federalismo acquista un senso nazionale e cementa l´unità del Paese combinando efficienza e solidarietà. La condizione affinché questa rinascita avvenga è che abbia termine al più presto l´ubriacatura populista e sia ripristinata la legalità.
L´appuntamento referendario di oggi e domani costituisce una tappa importante di questo cammino. Questa volta non è mancato l´incitamento della Chiesa a partecipare al voto. Nelle ultime ore quell´incitamento esplicito lanciato dal Papa è stato diffuso dalle parrocchie, dalle Comunità e dai monasteri soprattutto femminili. I giovani dal canto loro hanno usato in massa gli strumenti delle tecnologie. C´è stata una mobilitazione intensa e capillare e questo è di per sé motivo di conforto e di speranza. Se il risultato sarà positivo un grande passo avanti sarà stato compiuto.

La Repubblica 12.06.11