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"Benvenuti nell'era delle idiozie globali", di Andre Glucksmann

Non vi meravigliate se parole al vento e accuse infondate seminano il panico, condannando pomodori e cucurbitacee alla spazzatura e gli orticultori spagnoli, italiani o francesi al fallimento. Che la democrazia e il regno delle dicerie coesistano, non è una scoperta. La nostra prima città libera, l’antica Atene, fu corrosa dalla doxa, immensa palude di giudizi arbitrari e perentori. Socrate passò la propria vita a battagliare contro simili dicerie e ne morì. Sull’agorà — la piazza pubblica del V secolo a. C. — ognuno sospettava o denigrava l’altro senza altra forma di processo; quando oggi gli esperti di Amburgo e Berlino incriminano ex abrupto i cetrioli dell’Andalusia, la loro sciocca precipitazione non stupirebbe né Aristofane né Molière. La mondializzazione consente la libera circolazione dei beni e non meno pericolosamente quella delle sciocchezze. La cyber-circolazione dell’informazione, quando riesce a eludere i blocchi dispotici, veicola ammirevoli insurrezioni per la libertà— lo dimostrano Tunisi e Il Cairo —, ma trascina con sé anche pregiudizi logori, odii inveterati e ragionamenti assurdi. Una parte di europei, fra il 30 e il 70%, a seconda dei luoghi e dei momenti, ha ritenuto che l’ «11 settembre» fosse un «colpo» dei servizi segreti americani. Il 70%degli elettori di sinistra in Francia ha visto in Dominique Strauss-Kahn la vittima di un misterioso complotto. Simile e-analfabetismo aggiunge ai tradizionali deliri della doxa una capacità di mondializzare il panico istantaneo. Da un giorno all’altro, l’esplosione di Fukushima diventa sinonimo del destino nucleare in generale e propaga urbi et orbi una messa all’indice senza via d’uscita. Povera Marie Curie, abbassata al demoniaco personaggio del dottor Mabuse! Ecco finalmente scovato il nemico dell’umanità: l’atomo. Si cancellano le circostanze specifiche— un sisma, poi uno tsunami di vastità incomparabile— per stabilire un «rischio nucleare» uguale dappertutto e per tutti, comprese le regioni che ignorano i sismi da secoli e gli tsunami da un’eternità. Sopraffatta dall’ondata di panico maggioritario, la signora Merkel cede in tre settimane e i Verdi europei predicono a se stessi insperati trionfi. Inutile discutere: chi guarda la centrale di Nogent-le Rotrou vede Fukushima! Chi acquista verdura si espone alle nuvole dei batteri assassini. Le smentite scientifiche restano vane. Meglio tornare al lume di candela e fare lo sciopero dell’ortaggio! Il principio di precauzione diventa il nostro vangelo, ogni panico irrazionale attizza di riflesso la ricerca febbrile e disperata del rischio zero. A Sud del Mediterraneo, le popolazioni insorgono contro i propri despoti. Al Nord ancora sazio, tali turbolenze provocano inquietudine più che entusiasmo: chi può garantire l’avvenire? Certo nessuno, e allora? Noi esistiamo al di là della Provvidenza, coloro che contano su un senso della storia si rompono il muso: guardate il nostro terribile XX secolo. Coloro che puntano sulla razionalità dei mercati finanziari sono in fase di stanca: guardate il XXI secolo che comincia. Siamo sicuri di una sola certezza: non c’è sicurezza assoluta, dobbiamo vivere nel rischio e «lavorare nell’incerto» (Pascal). Se fosse stato adepto del principio di precauzione, l’antenato che addomesticò il fuoco avrebbe temuto la possibilità di armare eventuali incendiari, avrebbe subito soffocato la propria invenzione, continuato a mangiare crudo e a morire di freddo sul posto senza correre il rischio della civilizzazione. Per fortuna, ignorando le nostre sacrosante «precauzioni» , egli osò avventure e invenzioni i cui successi ci rendono così prosperi e… così codardi. Che i Paesi d’Europa si irrigidiscano pure nei loro miopi egoismi e si lascino spaventare da movimenti planetari che non controllano: a nulla serve rinchiudersi in se stessi. Ci sono popolazioni che si sbarazzano dei propri dittatori e rompono gioghi secolari a loro rischio e pericolo, e l’unico argomento valido per un europeo è decidere se aiutare a confortare quella volontà di libertà che una volta era la sua. Lo stesso, nella più grande democrazia del mondo, mezzo miliardo di indiani vive senza elettricità, e quindi nella miseria più nera. Senza petrolio, con poco carbone, la scelta del nucleare, per una questione di sopravvivenza, sembra imporsi. Ci sono altri Paesi che ragionano allo stesso modo: per loro, il dramma di Fukushima non cambia l’ordine delle cose. Sta a noi contribuire a controllare i rischi inerenti alle centrali. L’uscita locale dal nucleare e la sospensione dal lavoro dei tecnici di questa «industria maledetta» è solo un buco nell’acqua. Se la Germania rinuncia al nucleare (per legarsi mani e piedi allo zar del petrolio della Russia), se la Francia persiste nel mantenerlo (in nome della propria indipendenza energetica), chi avrà i migliori strumenti per spegnere le sempre possibili catastrofi? Coloro che hanno messo la chiave sotto la porta, o coloro che continuano ricerche innovative? Poiché la catastrofe non conosce frontiere, come ripetono all’infinito i nostri ecologisti, o l’intero pianeta (ipotesi surreale) esce dal nucleare, oppure (ipotesi realistica) nessuno ne esce, neanche ostracizzando le proprie centrali. L’Unione Europea è presa dal panico, quindi si divide. Ieri, si credeva invasa dalla gente dell’Est (e si scagliava contro il famoso idraulico polacco); oggi, tiene d’occhio le orde giunte dal Sud. Ognuno per sé. Che l’Italia se la sbrighi da sola con Lampedusa! Perché le formiche tedesche dovrebbero aiutare le cicale greche e iberiche? Che importa il contagio? Chi si lascia prendere dal panico si chiude in se stesso, il Belgio fiammingo rifiuta il Belgio vallone, l’Italia della Lega fa da sé, e la Francia si municipalizza: Corrèze contro Charente contro Lilla contro Neuilly, salotti contro salotti, tristi opzioni, tristi dibattiti in vista delle elezioni presidenziali. Il senso dell’Europa non è più decifrabile, l’idea della Francia svanisce. Scusatemi, la terra è rotonda, la terra gira, il mondo esterno e le sue sfide esistono, non basta certo chiudere gli occhi per abolirlo. (traduzione di Daniela Maggioni)

Il COrriere della Sera 12.06.11

"La cassa integrazione torna a crescere a maggio", di R.E.

Cresce la cassa integrazione a maggio rispetto ad aprile, pur registrandosi un calo rispetto al maggio del 2010: lo segnalano gli osservatori della Cgil, della Cisl e della Uil, rielaborando i dati dell’Inps. Nel mese di maggio sono state autorizzate 103,2 milioni di ore di cassa integrazione, coinvolgendo oltre 607 mila lavoratori, in aumento del 12,1% rispetto ad aprile. L’incremento ha interessato indistintamente le 3 gestioni: il ricorso alla cassa integrazione ordinaria è aumentato del 3,3%, quello alla cassa in deroga del 3,8%, e quello alla cassa straordinaria del 22%.

Invece nel confronto del mese di maggio 2011 con lo stesso mese del 2010 le ore autorizzate sono complessivamente diminuite dell’11,1%. Il calo ha caratterizzato in particolare la cassa integrazione ordinaria (-42,6%) e la cassa in deroga (-11,5%), mentre la straordinaria è aumentata del 13,2% anche nel raffronto annuale oltre che in quello congiunturale.

Emerge una sostanziale omogeneità dei dati a livello territoriale: a maggio rispetto ad aprile la cassa integrazione cresce in tutte e tre le macrozone italiane (Nord, Centro e Sud) e in 13 Regioni su 21. L’analisi vede due regioni del Sud in testa alla classifica di aumento delle ore di cassa integrazione tra un mese e l’altro: Basilicata +268% e Calabria +236%. Forti disagi anche nel Centro dove si segnalano i casi delle Marche +111% e del Lazio +106%. Invece nella parte d’Italia più sviluppata dal punto di vista industriale calano le ore richieste in Lombardia (-18%) a fronte, però, di una consistente crescita in Friuli (+95%), nella provincia autonoma di Bolzano (+69%), nel Veneto (+55%) e in Emilia Romagna (+24%). In valori assoluti, la Regione con più ore di cassa integrazione risulta il Piemonte con oltre 22 milioni.

Da notare che fra i 607 mila lavoratori coinvolti in tutta Italia, circa 500 mila sono in cassa a zero ore. Nei primi cinque mesi dell’anno i tagli del salario nel complesso a causa del fermo delle attività delle aziende ha raggiunto 1,65 miliardi di euro, pari a 3300 euro persi per ogni lavoratore.

Comunque il «tiraggio» della cassa integrazione, vale a dire il suo effettivo utilizzo, nel primo trimestre del 2011 è stato del 38,82% rispetto al totale delle ore autorizzate, in riduzione rispetto al corrispondente periodo del 2010. In calo anno su anno anche le domande di disoccupazione (-12,5%) e di mobilità (-28%).
R.E.

La Stampa 12.06.11

"C´è un abuso di contratti a termine", di Roberto Mania

Tremonti cerca un´intesa con industriali e Cgil: limite agli atipici ma più patti aziendali. Più accordi aziendali al posto di quelli nazionali e meno abusi sui contratti a termine. Giulio Tremonti, ministro dell´Economia, lo definisce «una forma di abigeato», per dire che sta compiendo un´invasione di campo, ma la sua, in realtà, è la proposta di uno scambio che mira a tirare dentro la partita fisco-lavoro anche la Cgil di Susanna Camusso.
Tremonti parla a Santa Margherita Ligure al convegno dei Giovani di Confindustria, ottiene il consenso della leader degli industriali, Emma Marcegaglia, ma pensa soprattutto di incunearsi così nel fortino di Corso d´Italia, sede del sindacato rosso. E´ la prima mossa politica, fuori dal circuito governo-maggioranza, che compie Tremonti per realizzare la sua riforma fiscale. Quasi un passo propedeutico. Di certo significativo perché il ministro dell´Economia, al di là dei vincoli di bilancio, vuole cambiare le regole fiscali senza scontri sociali. Cerca il consenso di tutti, quasi un «patto tra produttori» vecchio stile per abbassare le tasse su chi lavora. La Cgil diventa allora il convitato di pietra della kermesse confindustriale e ancor prima nel colloquio di quasi un´ora tra la Marcegaglia e Tremonti nella sala del ristorante dell´albergo che ospita il convegno.
Può essere dunque un intervento contro la precarietà il gesto per «recuperare» la Cgil. Scelta in controtendenza rispetto a un modello di relazioni industriali, assecondato dal governo, che ha rigettato quasi per principio l´unanimismo dei decenni passati.
Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, a Levico alla festa della Cisl, non parla dell´ “abigeato tremontiano”, ma è probabile che ne fosse a conoscenza. In fondo la proposta del titolare dell´Economia può essere interpretata anche come un passo avanti nella direzione indicata proprio da Sacconi di una legge secondo la quale i contratti aziendali possono essere applicati in sostituzione di quelli nazionali. Tremonti la mette così, con un linguaggio decisamente involuto per i suoi standard: «Il nostro sistema produttivo sarebbe più moderno se fosse più aziendale nella contrattazione e, per compensazione sociale, meno arbitrario nella sequenza del determinato. Servirebbe un limite a quegli strumenti contrattuali. Un conto è la flessibilità, un altro l´abuso». Ci sta la Confindustria. Anche perché i contratti standard a tempo indeterminato sono il 97 % di quelli del settore dove la precarietà è piuttosto circoscritta. L´abuso dei contratti a tempo determinato, dei co.co.pro, delle finte partite Iva riguarda piuttosto il mondo dei servizi e del pubblico impiego.
Emma Marcegaglia ripete che l´obiettivo della Confindustria è fare un accordo interconfederale «con tutti i sindacati» per far sì che una volta firmato un contratto a maggioranza non si metta più in discussione.
Camusso non risponde direttamente a Tremonti, però alza il prezzo: «Risolvere il problema del precariato vuol dire cancellare tutte le norme che oggi permettono il lavoro precario». Un possibile inizio di trattative, comunque.
Certo, dopo anni in cui nei convegni industriali e governanti di centrodestra celebravano il bisogno di flessibilità, il sentiment appare cambiato. E´ in atto un dietrofront. Perché gli effetti di una flessibilità disordinata li ha spiegati, proprio a Santa Margherita il direttore generale della Banca d´Italia, Fabrizio Saccomanni: «Con la diffusione dei contratti atipici si è sostenuta l´occupazione, ma al costo di rendere il mercato del lavoro sempre più dualistico; accanto a una fascia di lavoratori tutelati, per lo più anziani, è sorta un´ampia area di lavoratori precari, per lo più giovani. Oggi un giovane che si affacci per la prima volta sul mercato del lavoro in Italia ha il 55 % di probabilità di vedersi offrire soltanto un lavoro in qualche modo precario».

La Repubblica 12.06.11

Oggi il 27° anniversario della morte di Enrico Berlinguer

L’11 giugno di 27 anni fa moriva a Padova, colpito da un grave malore durante un comizio elettorale, l’on. Enrico Berlinguer, segretario generale del Partito Comunista Italiano dal 1972 fino alla sua prematura scomparsa.
Nel giorno del silenzio alla vigilia della consultazione referendaria del 12 e 13 giugno, invitiamo tutti a ricordarlo ed a proseguire nel suo nome l’impegno a vincere una battaglia fondamentale per il futuro democratico del nostro Paese.

Il Partito democratico sostiene Europride 2011

Il Partito Democratico sostiene Europride 2011, manifestazione europea per i diritti e l’uguaglianza delle persone GLBT che si tiene à a Roma nel mese di giugno 2011.

Il valore dell’uguaglianza sostanziale tra tutti i cittadini – affermato solennemente dalla Carta Costituzionale – e la rimozione di ogni discriminazione, incluse quelle basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, sono parte integrante del patrimonio e dei valori del nostro partito e dei partiti socialisti e democratici europei.

L’Italia sconta peraltro un grave ritardo legislativo nei confronti dei cittadini GLBT e recentemente la Corte Costituzionale ha sottolineato che al Parlamento spetta legiferare sulle unioni omosessuali.

Il Partito Democratico è impegnato, in parlamento e nelle sedi di partito, a favorire la conoscenza di un fenomeno sociale di crescente rilevanza e ad individuare soluzioni legislative tali da assicurare a tutti i cittadini, anche in Italia, diritti che sono ormai patrimonio consolidato della civiltà giuridica del nostro continente.

La delegazione ufficiale del Partito Democratico a Europride 2011 comprende Ivan Scalfarotto, Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico; Ettore Martinelli, Responsabile Diritti della Segreteria del PD; l’Onorevole Anna Paola Concia e l’Onorevole David Sassoli, capogruppo del PD al Parlamento Europeo.

www.partitodemocratico.it

"Un altro passo indietro per le donne italiane", di Daniela Del Boca e Letizia Mencarini

Dal Rapporto annuale Istat per il 2010 emerge come la condizione delle donne italiane nel mercato del lavoro sia ulteriormente peggiorata nell’ultimo triennio. Scende il tasso di attività femminile, già prima bassissimo. Lo svantaggio aumenta ancora per le madri, che spesso lasciano il lavoro alla nascita del primo figlio e non sempre per libera scelta. L’altra faccia della scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro è il sovraccarico di lavoro familiare. Pochi i servizi offerti dalle strutture pubbliche, la famiglia è tutt’oggi una irrinunciabile fonte di aiuto.

I dati riportati dal Rapporto annuale Istat relativo alla situazione del paese nel 2010 mostrano come la condizione delle donne italiane nel mercato del lavoro sia ulteriormente peggiorata nell’ultimo triennio, invece di migliorare. (1) Nel triennio 2008-2010, il tasso di attività femminile (misurato dai 15 ai 64 anni) è passato dal già bassissimo 47 per cento del 2008 al 46,1 per cento del 2010. Si è tornati indietro, sui livelli di dieci anni fa, sempre più lontani da quegli obiettivi di Lisbona che chiedevano (per rendere l’Unione Europea “più competitiva e dinamica nell’economia della conoscenza”) entro il 2010 un tasso di attività femminile del 60 per cento. Èovviamente l’effetto della crisi economica, ma ad esempio in Francia il tasso di attività femminile non è diminuito, è restato intorno al 60 per cento, mentre in Germania nello stesso triennio è aumentato dal 65 al 66 per cento. La distanza dei livelli italiani con quelli medi dell’Unione Europea supera ora i 12 punti percentuali.

LO SVANTAGGIO AUMENTA PER LE MADRI

Lo svantaggio delle donne italiane, già presente rispetto alla media europea anche per le donne senza figli, aumenta quando consideriamo le madri e il loro numero di figli (si veda la figura 1). Il crollo dei tassi di attività al crescere del numero di figli porta a essere occupate neanche un terzo di madri italiane con tre o più figli.

Figura 1: Tasso di occupazione femminile per numero dei figli (con meno di 15 anni)

Fonte: OECD, Family database (www.oecd.org/els/social/family/database), dati al 2008.

Tra le nuove generazioni la situazione non migliora: tra le madri che lavorano, secondo i dati dell’Indagine 2009 dell’Istat su “Famiglie e soggetti sociali”, il 15 per cento dichiara di aver smesso di lavorare a causa della nascita di un figlio. La percentuale è cambiata di solo un punto rispetto alle generazioni precedenti: dal 15,4 per cento delle generazioni di donne nate tra il 1944 e il 1953 al 14 per cento delle generazioni nate dopo il 1973.
A fronte di una sostanziale stabilità nelle diverse generazioni della quota di madri che interrompono l’attività per la nascita di un figlio, tra le giovani sono addirittura in crescita le interruzioni imposte dal datore di lavoro, tanto che, secondo i dati dell’indagine multiscopo sull’uso del tempo (2008-2009) oltre la metà delle interruzioni dell’attività lavorativa per la nascita di un figlio non è il risultato di una libera scelta. A sperimentare le interruzioni forzate del rapporto di lavoro sono soprattutto le giovani generazioni (il 13,1 per cento tra le madri nate dopo il 1973) e le donne residenti nel Mezzogiorno, per le quali la quasi totalità di quelle legate alla nascita di un figlio può ricondursi alle dimissioni forzate. Le interruzioni si trasformano nella maggior parte dei casi in uscite prolungate dal mercato del lavoro: solo il 40 per cento riprende il lavoro (il 51 per cento al Nord e il 23,5 al Sud).

OBERATE DAL LAVORO FAMILIARE

L’altra faccia della scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro è il sovraccarico di lavoro familiare. Le forti disparità tra donne e uomini nell’ambito delle responsabilità familiari, sono la conseguenza, ma al tempo stesso anche una delle cause, della scarsa offerta di lavoro fuori dalla famiglia da parte delle donne.
In Italia, in media, il 76 per cento del tempo dedicato al lavoro familiare è sulle spalle delle donne e i segnali di riequilibrio sono scarsi. Oltre venti anni fa, quando nel 1988 furono raccolti i dati della prima indagine Istat sull’uso del tempo, era l’85 per cento; nel 2002, per la seconda indagine, il 78 per cento. Quando la donna lavora, la condivisione dei carichi di lavoro familiare è meno sbilanciata, ma pur essendo gli uomini un po’ più collaborativi rispetto al passato, i cambiamenti sono lenti e la divisione dei ruoli ancora molto rigida. I dati dell’ultimo rapporto Istat mettono in evidenza come i cambiamenti nei tempi del lavoro familiare siano pochi, concentrati nelle coppie con donna occupata e con figli, e soprattutto come l’asimmetria dei tempi di vita fra i generi si riduca, seppure di poco, per i tagli che le donne attuano al tempo dedicato al lavoro domestico più che per gli incrementi di quelli maschili. Infatti, trasformazioni degne di nota sono semmai avvenute nell’ambito della cura dei figli, non nell’ambito del lavoro domestico vero e proprio. Le madri, anche quelle occupate, dedicano oggi meno tempo al lavoro domestico e più tempo alla cura dei figli sotto i 13 anni. Il risultato è che, quando entrambi i partner sono occupati, in un giorno medio settimanale la donna lavora oltre un’ora e mezzo più del suo partner, con un’ora e dieci minuti di tempo libero in meno. Ed è ancora una peculiarità dell’Italia proprio il fatto che le donne lavorino in totale ben più degli uomini: nella maggior parte dei paesi avanzati, invece, se si somma il tempo per il lavoro remunerato con il tempo di lavoro non remunerato, si arriva a valori simili tra uomini e donne.
L’ammontare di tempo dedicato al lavoro familiare dalle donne rappresenta la differenza più grande fra uomini e donne nell’uso del tempo quotidiano e influenza l’organizzazione di tutti gli altri tempi di vita. Se è vero che in tutti i paesi i tempi di vita di donne e uomini sono diversi in corrispondenza della fase riproduttiva, tuttavia, le differenze tra i paesi sono considerevoli e in Italia le disparità tra uomini e donne sono maggiori che negli altri paesi europei in tutti gli stadi del corso di vita. La forte diminuzione di ore di lavoro per il mercato delle madri italiane, e viceversa l’aumento di ore dei padri subito dopo la nascita di figli, non è riscontrabile in nessun altro paese, dove l’offerta di lavoro per il mercato sembra indipendente dalla composizione familiare. L’Italia è anche l’unico paese dove il tasso di occupazione femminile non risale quando i figli sono più grandi.

LA FAMIGLIA DIVENTA ANCORA PIÙ NECESSARIA

L’offerta di lavoro femminile, in particolare delle madri con figli piccoli, non è certo incentivata in Italia dai servizi offerti dalle strutture pubbliche. Il rapporto Istat rileva come negli ultimi 10 anni sono cresciute le famiglie con almeno un bambino sotto i 14 anni che ricevono aiuti informali per la cura dei figli. Mentre l’utilizzo di servizi pubblici è aumentato dal 3,4 al 6, 3 per cento di queste famiglie, e rimane stabile la quota che si avvale di babysitter o di nidi privati (circa l’11 per cento), aumenta invece di oltre 6 punti percentuali, raggiungendo il 26,6 per cento la quota di famiglie che riceve aiuto da parte della rete informale. Al Sud sia il ricorso alla rete informale che a quella di aiuto pubblico aumenta meno, mentre nel 18 per cento dei casi, se la madre lavora, le famiglie si avvalgono di servizi a pagamento.
Da rilevare anche che se gli aiuti informali verso gli anziani sono meno numerosi e in diminuzione nel tempo, nel caso delle famiglie dove la donna è occupata, gli aiuti informali (principalmente da parte dei nonni, anzi delle nonne!) verso i bambini sono di più e in crescita.
La famiglia non solo quindi mantiene il suo ruolo di principale caregiver, ma sembra – in assoluta controtendenza rispetto agli altri paesi europei – sempre più necessaria e irrinunciabile fonte di aiuto.

(1) Istat, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2010, Roma, 2011. http://www.istat.it/dati/catalogo/20110523_00/rapporto_2011.pdf

* Articolo presente anche su www.neodemos.it

da lavoce.info

"Decreto legge n. 70: le proposte di modifica del Pd sul precariato scolastico", di Giovanni Bachelet e Manuela Ghizzoni

L’articolo 9 del cosiddetto Decreto sviluppo (A.C n.4357) al comma 17 prevede “la definizione di un piano triennale per l’assunzione a tempo indeterminato, di personale docente, educativo ed ATA, per gli anni 2011-2013, sulla base dei posti vacanti e disponibili in ciascun anno, delle relative cessazioni del predetto personale e degli effetti del processo di riforma previsto dall’articolo 64 della legge 6 agosto 2008, n. 133”.
Si tratta di una proposta che non affronta e anzi elude il problema del superamento effettivo del precariato scolastico. Si tratta di un’ ipotesi mistificatoria e propagandistica che:
1) non indica in alcun modo il numero delle nomine di Docenti e di ATA da effettuare nel prossimo anno scolastico e nei seguenti;
2) mantiene in vita il sistema autorizzatorio vigente delle nomine a tempo indeterminato che consente al governo di imporre qualsiasi soluzione quantitativa rispetto alla reale consistenza degli stessi posti disponibili e vacanti;
3) affida la definizione di tale piano ad un’ incerta, sessione negoziale concernente “interventi in materia contrattuale per il personale della Scuola”. L’incertezza deriva dai limiti previsti per una “trattativa” che avverrebbe nella vigenza del blocco della contrattazione stabilito dalla legge 122/2010 e con il riferimento al regime autorizzatorio, alla dimensione dei tagli già previsti nell’organico e all’invarianza dei saldi di finanza pubblica
4) lascia invariato il fenomeno, assai consistente e fonte di riproduzione del precariato, delle nomine dei supplenti effettuate su posti non in organico o non vacanti. Si é trattato nell’anno scolastico 2010-11 di 89.931 incarichi fino al termine delle lezioni .
Si tratta quindi di una proposta che non poteva che essere respinta e che abbiamo denunciato e contrastato con la presentazione di un’ipotesi radicalmente alternativa.
La nostra proposta parte innanzitutto dalla valutazione della situazione degli organici e dei posti disponibili. Essa si può così riassumere:
Per i Docenti
Posti in organico di diritto non coperti da titolari dopo le immissioni in ruolo 2010/2011 n° 20.676
Posti di organico di fatto stabilizzabili in organico di diritto(sostegno più parte dei posti da spezzoni) n° 35.000
Pensionamenti previsti 1/9/2011 n° 25.000
Totale posti disponibili 2011/12 (al lordo dei tagli)n° 80.676
Tagli previsti nel 2011/12 (L. 133/08) n° -19.676
Totale posti disponibili 2011/12 (al netto dei tagli) n° 61.000
Se i posti in organico di diritto non coperti da titolari risultassero 23.000 e i pensionamenti 27.000 come risulterebbe dalle recenti comunicazioni ministeriali le nomine in ruolo dei docenti potrebbero essere 66.000
Per gli ATA
Posti in organico di diritto non coperti da titolari dopo le immissioni in ruolo 2010/2011 n° 45.000
Pensionamenti previsti 1/9/2011 n° 7.500
Totale posti disponibili 2011/12 (al lordo dei tagli) n° 52.500
Tagli previsti nel 2011/12 (L. 133/08) n° -14.167
Totale posti disponibili 2011/12 (al netto dei tagli) n° 38.333
Per effettuare tutte le nomine a tempo indeterminato corrispondenti a tali posti abbiamo proposto e voteremo in aula, se non sarà come al solito imposta la fiducia, un emendamento sostitutivo del comma 17 dell’art. 9 del Decreto.
Il nostro emendamento si propone i seguenti obiettivi:
1) non comporta un incremento di spesa rispetto degli obiettivi programmati dei saldi di spesa pubblica;
2) a decorrere dall’anno scolastico 2011-12 viene abrogato il regime autorizzatorio in materia di assunzioni di cui all’articolo 39, commi 3 e 3 bis, della legge 27 dicembre 1997, n. 449 e successive modificazioni;
3) conseguentemente le nomine a tempo indeterminato del personale docente ed ATA si effettuano su tutti i posti annualmente disponibili e vacanti dell’organico di diritto e delle dotazioni organiche aggiuntive provinciali;
4)per l’anno 2011-2012 per le suddette nomine é prevista la retrodatazione giuridica dall’anno scolastico 2010 – 2011, di quota parte delle assunzioni di personale docente e ATA, sulla base dei posti vacanti e disponibili relativi al medesimo anno scolastico 2010 – 2011;
5) le dotazioni organiche del personale docente sono determinate secondo quanto stabilito dal DPR n.81 del 20 marzo 2009, con l’aggiunta, per ciascun ruolo,dei docenti di sostegno degli alunni portatori di handicaps secondo il numero che ha costituito il relativo organico di fatto nell’anno scolastico 2010-11,
6) la dotazione organica del personale ATA è quella risultante dal DPR 22 giugno 2009 n.119;
7)tali dotazioni organiche sono rideterminate annualmente entro il 31 marzo, e in sede di rideterminazione degli organici si procede all’aggiornamento del numero dei posti di sostegno a favore dei bambini o degli alunni portatori di handicaps;
8) le suddette dotazioni organiche sono aumentate di una dotazione aggiuntiva risultante dalla applicazione di un incremento percentuale medio del 5 per cento, calcolato sulla consistenza complessiva delle predette dotazioni organiche, si tratta di circa 70 mila docenti e di 20.000 ATA;
9) le dotazioni aggiuntive nazionali sono ripartite regionalmente dal MIUR, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, e la Conferenza Unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281;
10)l’utilizzazione del personale docente e ATA delle dotazioni organiche aggiuntive è finalizzata alla copertura di posti e cattedre da attribuire alle supplenze annuali, nonchè di posti comunque disponibili per l’intero anno scolastico, l’utilizzazione del personale delle predette dotazioni organiche aggiuntive assicura il soddisfacimento, nell’ordine, delle seguenti esigenze:
a) copertura dei posti di insegnamento e di posti amministrativi, tecnici ed ausiliari, disponibili ma non vacanti e di quelli che non possono concorrere a costituire cattedre o posti orario;
b) copertura dei posti comunque vacanti e disponibili per un periodo anche inferiore a 5 mesi nell’ambito del distretto o dei distretti viciniori;
c) il personale docente di ruolo, incluso quello delle dotazioni organiche aggiuntive che sia in possesso di specifici requisiti, può essere utilizzato anche per periodi di tempo determinati, per tutto o parte del normale orario di servizio, in attività didattiche-educative e psicopedagogiche previste dalla programmazione di ciascun circolo didattico o scuola, secondo criteri e modalità da definirsi mediante apposita ordinanza del MIUR, con particolare riferimento alla attività di sostegno, di recupero della dispersione scolastica e di integrazione degli alunni portatori di handicap e di quelli che presentano specifiche difficoltà di apprendimento, nonchè per insegnamenti speciali e attività integrative;
11) l’USR definisce il contingente su base distrettuale ed assegna a ciascun circolo o scuola secondaria di I° o II°, in relazione alle esigenze (organico funzionale), un contingente di docenti o di ATA della dotazione aggiuntiva .In caso di eccedenza detto personale è utilizzato prioritariamente presso circoli didattici o scuole o istituti dello stesso distretto o del distretto viciniore. Il personale docente o ATA della dotazione aggiuntiva dipende dalle scuole cui è stato assegnato all’inizio dell’anno scolastico. Con la dotazione organica aggiuntiva si supera la distinzione tra organico di fatto e organico di diritto, stabilizzando tutti i posti vacanti in organico di fatto (sostegno e spezzoni).
13) Le nomine a tempo indeterminato vengono effettuate annualmente( soppresso il regime autorizzatorio) su tutti posti disponibili con l’unico limite costituito dalla copertura finanziaria garantita dai pensionamenti e dai pagamenti che si sarebbero dovuti destinare al pagamento dei supplenti annuali.
Con tali proposte nel 2011/2012, malgrado i tagli previsti, sarebbe possibile realizzare 100.000 assunzioni in ruolo ( di cui 61.000 docenti e 39.000 ATA).
Negli anni successivi continuerebbero tutte le nomine necessarie a colmare i vuoti creati dai pensionamenti.
A questa proposta principale abbiamo associato la richiesta di abrogazione del comma 18 che rappresenta una chiara violazione della Direttiva europea in materia di precariato.
Ovviamente insieme a queste che consideriamo le proposte principali e che, se non fossero accolte in questa occasione, ripresenteremo nel prossimo futuro integrate con le nuove norme sul reclutamento, abbiamo proposto anche una serie di emendamenti che tentano, per quanto possibile, di migliorare il testo governativo. Ciò sia quantificando le nomine annuali, sia eliminando l’effetto dell’ultima tranche di tagli, sia infine proponendo l’eliminazione dell’irragionevole esclusione di quelle stesse categorie (abilitati e abilitandi in scienza della formazione primaria, in strumento musicale, COBASLID) che questo Governo aveva ammesso nelle graduatorie al momento del loro primo aggiornamento, nel 2009.