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"Al voto, al voto! Prima il Sì, poi il mare", di Nicla Vassallo, Nadia Urbinati e Francesca Rigotti

Al voto! Al voto! Popolo tutto, cittadine e cittadini, domenica 12 e lunedì 13, esercitiamo il nostro diritto sovrano. Noi tre filosofe non andremo al mare (ricordate Bettino Craxi?) ma eserciteremo il nostro diritto di voto, riconosciutoci tardivamente ma pur sempre a nostra disposizione, ben conoscendo il privilegio di poter votare. E intanto faremo pure il nostro dovere, che non guasta, come ha opportunamente ricordato il presidente Napolitano, nel rispetto dell’articolo 48 della nostra bella Costituzione che afferma che l’esercizio del voto, oltre che un diritto, come è un diritto votare per il referendum, art. 75, è “un dovere civico”.

Dopo aver raccolto firme per annullare delle leggi ingiuste o contrarie al nostro interesse (nonostante quel che sostengono i nostri rappresentanti eletti), ora bisogna completare l’opera e non lasciare cadere la nostra vera opportunità. Tra i quesiti, uno riguarda il “legittimo impedimento” – l’obbrobrio siglato padrone Berlusconi: per i suoi unici interessi da difendere pure contro la legge (pare l’abbia violata a più riprese la legge) vuole che per lui non valgano le stesse leggi che valgono invece per noi. Esige di venire considerato “straordinario”, con un privilegio: e perché mai? Perché potente? Perché eletto? Per quanto potente, deve tuttavia obbedire alla legge e, dato che è stato eletto, deve rendere conto alla legge nonché a noi che lo abbiamo eletto. Rendere conto significa che non si può dare alcun “legittimo impedimento”. Punto.

E ci sono gli altri referendum – sui quali ricaviamo informazioni più dalla rete, che dalle TV di stato e di regime padronale, ormai stitiche di notizie. Comunque sia: che i nostri rappresentanti si arroghino il diritto di decidere che le centrali nucleari risultano sicure ha dell’assurdo: primo, perché non possono scommettere su ciò che non conosciamo (il futuro); secondo, perché la nostra bella Italia ha una struttura vulcanica e, come ben sappiamo, predisposta ai terremoti; terzo, su questioni di sicurezza, meglio che cittadine e cittadini si assumano la responsabilità di decidere. Poi i due quesiti sull’acqua. Ovvio, non si può che esprimersi a favore di leggi che sanciscono l’acqua quale bene pubblico. Uno dei due referendum contiene pure troppa timidezza e illogicità, nel richiedere ai privati di operare senza ottenerne profitto – un’idea davvero balzana. In effetti, occorrerebbe togliere i contatori. Nella liberal New York l’acqua è pubblica e nelle case non compare alcun contatore: si paga soltanto l’acqua calda per la palese ragione che si paga il riscaldamento. A ogni buon conto, chi non evade le tasse, ne versa allo Stato in una misura tale da consentire alle amministrazioni di farci bere senza pagare ulteriormente!

Al voto dunque! Dobbiamo fare il possibile per recarci alle urne: è un nostro diritto, un dovere, e decidiamo di questioni importanti, questioni che pesano, oltretutto, non solo sui nostri portafogli. E per votare alcune/i viaggeranno in aereo a loro spese, per dire sì al voto, alla conoscenza. Perché, quisquilie a parte, persistiamo nel confidare nella libertà e nella democrazia, in questo nostro bislacco paese, in cui continua a non sussistere limite al limite per liquidare qualcuno o qualcosa.

Pur non mancando le differenze d’idee tra noi (altrimenti che filosofe saremmo?), ricordiamo bene lo scarto tra poter votare e non potere. Si tratta di esprimere il proprio voto consapevole in quanto individui – al di là di ogni differenza sessuale.

Per inciso, tra di noi vigono differenze d’idee sull’identità dell’ormai discussa Amina Abdallah Araf, considerata a lungo la mitica blogger siriana che abbina dissidenza d’orientamento/preferenza sessuale e dissidenza politica. La dissidenza è intellettualmente corroborante, da ogni parte provenga: il dissenso è l’anima della democrazia. Non l’insulto.

Mondo reale o mondo virtuale? Entrambi, a patto di non fare indebite confusioni, nella consapevolezza che abitiamo in quello reale, nonostante le sconfitte, nonostante il fatto che gli ordini “andate al mare!”, evadete!”, “insultate!”, “tradite!”, facciano parte di popolo e potentati. Nutrivamo speranze, ora parzialmente deluse? Siamo tutti uguali, ma, per citare George Orwell, da La fattoria degli animali nel presente caso, “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. Quali animali andranno al mare, tradendoci per l’ennesima volta? La possibile condivisione di conoscenza rimane accessibile su un buon web: basti menzionare la “Stanford Encyclopedia of Philosophy” e le sue tanti voci, che consigliamo a ogni politico.

Però, conoscenza, democrazia, libertà e rispetto, dove si situano nel mondo reale? Anche se non siamo marinai esperti, sappiamo che quando si naviga nel mare reale, bisogna saperlo fare in qualsiasi condizione meteorologica. Occorre conoscere gli strumenti per sapervi navigare, senza farsi intrappolare in situazioni rischiose, da naufragio. Oppure sì, naufraghiamo, nella consapevolezza che amiamo le minoranze e siamo felici di farne parte. No, noi, per votare, ci ritroviamo unite in questa Italia, nonostante tutto, nonostante i luoghi dove lavoriamo. Il mondo reale è qui, facciamo che in esso compaiano il confronto e la democrazia, insieme a ragione e sentimento. Senza pasticci, senza vacanze dal lavoro di cittadini almeno per un giorno. Un lavoro onesto: solo questo chiediamo. “Banale onestà”?

Più che al mare, siamo con Lady Gaga, che si esibisce, gratuitamente (pare) all’Europride. Possiamo amarla, o detestarla. Riesce a parlare a parecchi giovani, e il suo eccentrico narcisistico rimane stupefacente. Suvvia, andiamo. Dalla Lady, e poi a votare. By the way, adoriamo il mare, e ci andremo con grande gioia appena messo il nostro voto nell’urna. Al mare senza opportunismo…

L’Unità 11.06.11

"Referendum: Gelmini non andrà a votare, gli studenti sì", da La Tecnica della Scuola

Referendum: Gelmini non andrà a votare, gli studenti sì
Per il Ministro è un “trappolone” della sinistra per mettere in difficoltà il Governo. Alcune delle associazioni studentesche più rappresentative si schierano in difesa dell’acqua pubblica, contro il nucleare e per una giustizia equa: molte fontane cittadine riempite di giovani. I quattro referendum, sui quali i cittadini italiani sono chiamati ad esprimersi il 12 e 13 giugno, hanno tra gli studenti diversi adepti: il 9 e 11 giugno, infatti, si sono svolte delle iniziative per convincere l’opinione pubblica sull’importanza di recarsi alle urne e sottoscrivere quattro sì. A differenza di quanto espresso dal ministro Gelmini, la Rete degli studenti, Unione degli universitari e Rete della Conoscenza ritengono fondamentale porsi in difesa dell’acqua, definito un bene comune troppo prezioso da mercificare, ma anche contro il nucleare e per una giustizia uguale per tutti.
Tra le iniziative diversi concerti, banchetti informativi e flash-mob vari. Ma soprattutto tanti bagni cittadini.
Durante l’ultimo giorno di campagna elettorale, gli studenti della Rete della Conoscenza si sono tuffati nelle fontane delle principali piazze del Paese: un “Tuffo al Quorum” (così è stata chiamata l’iniziativa) si è svolto nella capitale (piazza della Repubblica), a Napoli (piazza Trieste e Trento), a Milano (piazza Castello), a Bari (piazza Umberto), Padova (Prato della Valle e Piazza delle Erbe) ed in diverse altre città.
“Vincendo questo referendum – hanno affermato ironicamente i ragazzi della Rete della Conoscenza – faremo venire un tuffo al cuore a chi vuole privatizzare l’acqua e specularci su, tanto quanto alle lobby energetiche che vogliono rovinare la nostra salute con il nucleare o a chi non vuole essere uguale davanti alla legge”.
In piazza Navona, a Roma, gli studenti dell’Unione degli Universitari e della Rete degli studenti, travestiti da “Banda Bassotti”, hanno rubato l’acqua pubblica dalla fontana di piazza Navona per depositarla nella vicina banca, mettendo in scena “esattamente quello che sta tentando di fare questo governo: svendere un bene primario e accessibile a tutti a una cricca di goffi ladri”. Contemporaneamente gli studenti di tutta Italia da Padova a Palermo passando per Brescia, Parma, Cagliari, Perugia, Ferrara, Ancona, Napoli e Catania hanno depositato migliaia di euro di acqua pubblica nelle banche delle città.
“Non accettiamo che un bene pubblico come l’acqua – ha spiegato la portavoce della Rete degli studenti, Sofia Sabatino – possa diventare una merce nelle mani di pochi, soggetta alle leggi del mercato e ai guadagni dei soliti noti”.
La presa di posizione delle associazioni studentesche stride, peraltro, con quanto espresso, l’8 giugno, dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini: a margine della conferenza sugli esiti del primo anno di sperimentazione del merito, applicato a docenti e scuole, il responsabile del dicastero dell’Istruzione ha detto che “non si recherà alle urne”. Il motivo è da ricercare nel fatto che questa tornata referendaria viene considerata dalla maggioranza, Premier in testa, una sorta di “trappolone” preparato dalla sinistra per mettere in difficoltà in Governo. E da cui sarebbe il caso si difendersi disertando i seggi.

La Tecnica della Scuola 11.06.11

"Un ministro che dimentica i giovani", di Raffaella Cascioli

Sempre in affanno il ministro dell’economia: stavolta è accusato dagli industriali. Incassato un sofferto sì per il close to balance entro il 2014 da un premier sempre più solo, il ministro dell’economia Giulio Tremonti è al lavoro sulla legge delega per la riforma fiscale. Una riforma che, stando al grido d’allarme lanciato ieri dal presidente dei giovani di Confindustriali, rischia di dimenticare le nuove generazioni. Una riforma che è stata annunciata dal premier entro l’estate e che si reggerà su tre pilastri: il riequilibrio del prelievo dalle persone alle cose, la revisione degli scaglioni dell’Irpef con la riduzione dell’aliquota più bassa e la “potatura” delle detrazioni.
Il meccanismo, già peraltro collaudato con la legge delega sul federalismo fiscale, è quello di collezionare enunciazioni di principio entro le quali si dovranno muovere i decreti delegati non scoprendo, su questo Tremonti è stato irremovibile, il fianco ai numeri o alle quantificazioni delle risorse.
Il ministro su un punto non pare cedere: la riforma sarà a gettito invariato.
E come avrebbe potuto fare diversamente il “povero” ministro che a un Berlusconi accecato dall’incapacità di far presa sul proprio elettorato ha spiegato che l’Italia in questi mesi è sorvegliato speciale non solo a fronte della crisi dei debiti sovrani in Europa, ma anche e soprattutto perché i mercati poi chiedono di stringere i tempi per arrivare in fretta al pareggio del bilancio. È di ieri il giudizio dell’agenzia di rating Moody’s che ha annunciato di star seguendo con interesse il dibattito sulla riforma fiscale in Italia e ha sostenuto che, in ogni caso, occorre assicurare la neutralità per il gettito complessivo o, in alternativa, occorre ridurre la spesa.
Se il passaggio dalle persone alle cose vuol dire il riequilibrio del prelievo dalle imposte dirette a quelle indirette in barba al principio della progressività delle imposte che è sempre stato una conquista dello scorso secolo, la tassazione sui consumi non colpisce tutti allo stesso modo ed è osteggiata dai commercianti che temono riflessi negativi sui consumi.
Tanto più se poi l’innalzamento di un punto percentuale di due delle tre aliquote Iva (quelle al 10 e al 20%) servisse non tanto ad alleggerire il primo scaglione Irpef (dal 23 al 20%) quanto piuttosto all’abbattimento dell’Irap. Il che si tradurrebbe in un aggravio per le famiglie e invece in una boccata d’ossigeno più per la grande che per la piccola impresa. In ogni caso, man mano che il lavoro sull’architrave della riforma entra nel vivo, il ministro si trova assediato.
E non solo perché la delega potrebbe figurare come un collegato alla nuova legge di stabilità, quanto piuttosto perché allo studio vi sarebbe un ripensamento (finalmente!) della tassazione dell’imposta sulle rendite finanziarie (già perseguita dal viceministro Visco nel secondo governo Prodi) con aliquota unica al 20% rispetto al 27% che attualmente grava sui conti correnti e al 12,5% sul titoli di stato e capital gain.
A gridare più forte degli altri è in questi giorni la Confindustria, che ieri ha riunito i propri giovani per il tradizionale appuntamento di Santa Margherita ligure. Per il presidente dei giovani imprenditori di Confindustria, Jacopo Morelli, l’Italia non è un paese per giovani ma «ostaggio di egoismi generazionali e di una pervasiva gerontocrazia antitesi della meritrocrazia e pericoloso blocco alla crescita ». Morelli ha chiesto di abbassare le tasse ai giovani sollecitando una fiscalità meno oppressiva tanto più che meno tasse vuol dire più risorse disponibili per consumare o per risparmiare.
Se per Morelli l’Italia sta sacrificando sull’altare dei diritti acquisiti, i diritti delle nuove generazioni, i dati della disoccupazione giovanile sono desolanti: in Italia per ogni 5 disoccupati 4 sono giovani. Dati confermati dal presidente dell’Istat Enrico Giovannini: «Ci sono due milioni di ragazzi in panchina che, ogni anno che passa, perdono parte della formazione accumulata ».

da Europa Quotidiano 11.06.11

"La road map del quorum", di Gianni Del Vecchio

Raggiungere quota 25 milioni significa portare alle urne anche la destra, «Arrivare al quorum è come scalare una montagna, ma stavolta siamo lì, la cima è a portata di mano». Mai come stavolta la metafora usata dal segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, è azzeccata, per entrambi i concetti evocati. A cominciare da quanto sia difficile portare domani e dopodomani mezza Italia alle urne.
Il numero magico da raggiungere, stando alle cifre fornite dal Viminale, è 25.209.345 ossia la metà più uno degli italiani, sia quelli residenti nei confini nazionali sia quelli all’estero. Cosa tutt’altro che agevole, se si gioca un po’ con i numeri. Prendiamo ad esempio le elezioni europee del 2009, quando andarono al voto due italiani su tre. Ebbene, se si fa la somma algebrica delle preferenze prese dall’opposizione a questo governo, che oggi spinge i propri elettori ad andare alle urne, siamo ben lontani dalla soglia necessaria. Pd, Idv, le due sinistre radicali (Federazione della sinistra e Sel) e Udc si fermarono sotto i quindici milioni di voti, a dieci milioni di distanza dall’obiettivo odierno.
Il che significa sostanzialmente una cosa: per raggiungere il quorum è necessario convincere anche chi solitamente vota a destra (ben più di quindici milioni due anni fa). Alla stessa considerazione si arriva se si prende l’ultima tornata elettorale, analizzando i numeri delle principali quattro città che sono andate al voto. A Milano e Torino il quorum si raggiunge solamente se agli elettori di Pisapia e Fassino si aggiunge la metà di quelli che hanno dato la loro preferenza a Moratti e Coppola. A Napoli e Bologna bisogna coinvolgere addirittura più della metà degli elettori di centrodestra. Nonostante la difficoltà dell’impresa, Bersani si sente comunque tuttora in partita: «Per sedici anni non ci siamo arrivati, questa volta lo possiamo afferrare, allungando la mano: per questo andrò a votare domenica mattina presto, per incoraggiare tutti a farlo».
Un ottimismo della speranza ma anche della ragione, visto che gli ultimi numeri che girano al Nazareno sono buoni e mostrano un forte recupero nel bacino dell’astensionismo negli ultimi giorni.
Anche al comitato promotore dei referendum sull’acqua condividono lo stesso ottimismo, ma non potrebbe essere altrimenti, e hanno messo a punto una specie di road map verso il quorum, sulla base dell’ultimo referendum concluso col 52 per cento di partecipazione, anche se in quel caso la soglia della metà più uno non era vincolante. Si tratta della consultazione costituzionale del 2006, in cui gli italiani rispedirono al mittente la riforma costituzionale fatta dal centrodestra per accontentare la Lega Nord. Allora l’evoluzione dell’affluenza fu questa: alle 12 di domenica andò a votare il 10 per cento, alle 19 il 22,4 e alle 22 il 35 per cento. Per chiudere il lunedì successivo col 52 per cento. Quindi se domani a Mezzogiorno si raggiungerà una percentuale a due cifre, diventa molto probabile il “miracolo” referendario. Altrimenti sarà dura. Non a caso tutti i comitati promotori invitano ad andare alle urne in mattinata, sperando di alimentare l’entusiasmo e l’effetto valanga. Tuttavia c’è chi non crede affatto a una sorpresa nelle urne e anzi si aspetta che l’asticella non venga superata. Per i bookmakers è molto più probabile che la maggioranza degli italiani resti a casa: sulla lavagna questa possibilità è quotata a valori molto bassi, 2.10.
In ogni caso, se lunedì sera lo spoglio finirà con un risultato a cavallo del 50 per cento, c’è il rischio concreto che per un quesito, quello sul nucleare, si apra un inevitabile contenzioso giudiziario. I tre milioni di italiani all’estero, infatti, hanno votato sulla vecchia formulazione, cambiata però dalla Cassazione. Una procedura tutt’altro che regolare, tanto che sia il Pd che l’Idv hanno presentato una memoria alla Corte per scorporare questi tre milioni dal computo del quorum. La Cassazione, dal canto suo, ha fissato l’udienza per il 16 giugno, ben tre giorni dopo lo spoglio delle schede. Quindi se il referendum sull’atomo si fermerà a una manciata di voti dalla validità a causa del voto estero, il risultato verrà congelato e tenuto sub judice fino a che i giudici non si saranno espressi. Così, per la prima volta nella storia repubblicana, un referendum verrà deciso a tavolino.

da Europa Quotidiano 11.06.11

"Italia, il vento è cambiato", di Agostino Giovagnoli

In Italia “il vento è cambiato”. L´immagine del vento – evocata di frequente nelle ultime settimane – sembra la più appropriata per indicare un cambiamento di cui non sono ancora del tutto chiare origini, intensità e direzione. Si intuisce che viene da lontano ed è stato preparato da eventi come l´elezione di Barak Obama e la crisi finanziaria nel 2008, la primavera araba e, persino, il terremoto in Giappone nel 2011. Ma ci sono anche cause più vicine, dentro la situazione italiana. Da qualche tempo, infatti, la società civile si è rimessa in movimento, con gli studenti che rivendicano il diritto allo studio e alla ricerca, le donne che respingono le semplificazioni della volgarità, la maggioranza degli italiani che festeggia senza retorica centocinquanta anni di unità nazionale, il ritorno al confronto sui problemi del lavoro e della precarietà.
Dentro l´esigenza di cambiamento si sono ritrovati – solo in parte, ma non casualmente – anche la Chiesa e i cattolici. Chi non ha gradito questa partecipazione ha creduto di poter individuare specifiche responsabilità. È il caso, ad esempio, del cardinal Tettamanzi, colpito da accuse tanto pesanti quanto ingiuste. L´arcivescovo di Milano, infatti, non è stato uomo di parte: egli ha solo richiamato, fermamente e costantemente, la necessità che la politica tornasse ad essere umana, misurandosi in particolare sulle esigenze dei più deboli e dei più poveri. Probabilmente, l´atto più “politico” del suo episcopato è stata un´iniziativa “non politica”: la creazione di un fondo di solidarietà a favore delle famiglie colpite dalla crisi economica. E nella stessa direzione sono andati anche altri uomini di Chiesa, a cominciare dal cardinal Bagnasco che poche settimane fa ha definito la politica italiana “inguardabile”. Non si può accusarli se le loro parole favoriscono una parte o un´altra: tutto dipende, infatti, da quanto i diversi attori scelgono di praticare una politica umana o, almeno, “guardabile”.
Emerge così un ruolo della Chiesa e dei cattolici cui si rivolge in genere scarsa attenzione. Ci si chiede insistentemente se i cattolici animeranno un nuovo partito dei moderati, se confluiranno in una formazione centrista, se resteranno minoritari nel centrosinistra… Ma c´è anche altro da capire. Non a caso, la sensazione, di essere vicini a una svolta che potrebbe chiudere la fase iniziata nel 1994 spinge ad interrogarsi sugli errori compiuti allora. È prevalsa a lungo l´idea che nei primi anni Novanta la sinistra abbia sbagliato spaventando i “moderati”, errore che poi si è cercato di correggere praticando una singolare subalternità nei confronti dei valori e delle idee delle forze vincenti. Ma il recente libro di Franco Cassano, L´umiltà del male, sul pericolo di contrapporre la giusta esigenza di rigore etico all´innegabile realtà della debolezza umana, suggerisce un´altra interpretazione. Il cambiamento non si presentò nei primi anni Novanta come una brezza mite e leggera ma fu percepito come un vento aspro e tagliente, che pretendeva di imporre alla società italiana l´intolleranza della virtù e il rigore della perfezione. Si diffuse la sensazione che si volesse introdurre una riforma etica e civile estranea al carattere degli italiani. Berlusconi fu abile nel cavalcare il disagio che ne scaturì, per diffondere la sua predicazione consumista, basata su immagini familiari e senso comune, apparentemente bonaria e conciliante. E taluni eccessi giustizialisti di quella stagione contribuirono ulteriormente ad attirare molti cattolici verso la sua parte.
Si evoca spesso la mancata penetrazione in Italia della Riforma protestante quale causa di mali profondi. Indubbiamente, la storia italiana è stata diversa da quella di altri paesi europei. Ciò non significa che qui nulla può cambiare davvero e tutto è destinato a restare gattopardescamente identico. Ma il cambiamento può prevalere solo se riesce ad attirare dalla sua parte le energie profonde della società italiana, tra cui quelle del cattolicesimo. Lo ha capito Manzoni, le cui Osservazioni sulla morale cattolica hanno aperto la strada alla partecipazione dei cattolici al movimento risorgimentale. Lo ha capito De Gasperi, che ha visto nella saldatura tra cattolicesimo e democrazia la garanzia della definitiva affermazione di quest´ultima nell´Italia post-fascista. Ed è significativo che entrambi abbiano riflettuto sul ruolo “civile” del cattolicesimo italiano a partire da un osservatorio europeo, per il primo quello parigino e illuminista di inizio Ottocento e per il secondo quello asburgico e multiconfessionale di inizio Novecento. Anche oggi, è possibile lavorare per un futuro diverso, senza rinunciare a un cambiamento profondo del costume civile e della vita politica in Italia, ma interrogandosi adeguatamente sull´apporto che può venire in questo senso anche da una tradizione incline ad anteporre il bisogno al diritto, la solidarietà alla concorrenza, il perdono al rigore e, soprattutto, la speranza al giudizio.

La Repubblica 11.09.11

"Figli lasciati in ospedale crescono le madri segrete" di Maria Novella De Luca

Si chiamano “madri segrete”. Arrivano dalle pieghe di un´Italia profonda, emarginata, sommersa, dove vecchie e nuove povertà si fondono. Sono clandestine, immigrate, senza patria, ma anche italiane, giovanissime, a volte poco più che bambine. Donne, ragazze, adolescenti cresciute in fretta, sole, spaventate, violate.
Ogni anno di più: partoriscono ma poi il loro bambino non lo riconoscono e lo lasciano in ospedale, affidato alle mani sicure di medici e infermiere. Sono la spia di un´emergenza infanzia nascosta e drammatica: sono infatti oltre 400 l´anno i piccoli che non vengono riconosciuti alla nascita, un tempo si chiamavano “nati indesiderati”, ma il loro numero cresce, nel 2010 soltanto a Roma i casi sono stati 60, il 20% in più dell´anno prima, bambini destinati a veloci adozioni nazionali, soprattutto però se sani e senza difetti, altrimenti la strada si fa più difficile, per i minori con handicap spesso l´unico futuro è l´istituto. Le mamme hanno 3 mesi di tempo per ripensarci, poi basta, per loro quel figlio sarà missing, scomparso, accolto ormai dentro le vite degli altri. Nessuno può né deve chiedere loro nulla, la legge è chiara, sono “parti anonimi”, il bambino resta, la madre biologica scompare.
Firmano e se ne vanno le madri segrete, ombre nei reparti di maternità, dove tutto il resto è invece attesa, gioia. Se ne vanno, curve su se stesse, sole come sono arrivate, con il corpo ancora sconvolto da quella nascita e da quella perdita. Mascia, Alina, Alice, Heiriti, Caterina, Magdalena, Ylenia, Deborah, Sabrina: alcune chiedono di vedere il bambino, altre no, è troppo dura, se lo tieni in braccio poi forse non ti staccherai più… Dietro quella decisione estrema ci sono uomini violenti, religioni intolleranti, famiglie che si vergognano di figlie incinte per sbaglio, prostituzione, clandestinità, la paura di essere espulse, violenze sessuali, non avere né terra né patria e nessuna informazione sull´aborto legale. «Un mese fa ho ricevuto una lettera in una busta chiusa. Era indirizzata ad un neonato ancora senza nome e senza identità. L´aveva lasciata sua madre quella busta, dopo averlo partorito e affidato all´ospedale. Adesso la busta la custodiremo noi, sigillata nel fascicolo di quel bambino che presto sarà dato in adozione… «. Racconta così Melita Cavallo, presidente del Tribunale per i minori di Roma, un recentissimo caso di parto anonimo, e le sue parole evocano un´Italia arcaica e disperata, un mondo che si pensava scomparso di figli abbandonati, di maternità non volute, di bambine-ragazze sconvolte da gravidanze premature, e di neonati “ignoti” consegnati allo Stato come un tempo venivano affidati alle ruote degli esposti.
Ma come è possibile che nell´Italia dei bambini amati e voluti, delle dramma delle culle vuote, del boom delle adozioni internazionali ci siano ancora sacche di povertà così assolute? E perché queste donne non vengono aiutate prima? La verità è che in Italia c´è una emergenza infanzia sommersa e taciuta. Non solo minori abbandonati, ma anche malnutriti, senza vestiti, senza latte, senza pannolini, senza medicine, come denunciano ormai da anni le associazioni di aiuto per le neo-mamme come «Salvabebè», la Caritas, i Movimenti per la Vita, la Comunità di Sant´Egidio, tra i pochi ad occuparsi della sopravvivenza delle donne in gravidanza, e poi dei primi mesi di vita dei loro neonati. Sono due milioni i bambini poveri nel nostro paese, dice l´Istat, a rischio di fame e malattie, e di questi 700mila hanno tra 0 e 3 anni. Un´emergenza tale che nel giro 15 anni le antiche ruote degli esposti, “rinate” a metà degli anni Novanta sotto forma di modernissime culle termiche collegate ai sensori dei Pronto Soccorso, sono triplicate accanto ai grandi poli ospedalieri e ai centri maternità.
IL DIRITTO ALL´ANONIMATO
Da secoli è possibile per le donne partorire e mantenere nascosta la propria identità. Erano 40mila ogni anno i neonati che nell´Italia di fine Ottocento venivano fatti scivolare nella notte dentro la ruota degli esposti da madri povere e disgraziate, ma anche da donne ricche rimaste incinte fuori dal matrimonio. Migliaia e migliaia di senza famiglia affollavano l´Annunziata di Napoli, l´Istituto degli Innocenti di Firenze, il Santo Spirito di Roma. Oggi sono poche centinaia. Ma il diritto all´anonimato, ribadito nel 1975 proprio con la riforma del diritto di famiglia, è stato rafforzato ancora dal Dpr 396 del 2000, che protegge “l´eventuale volontà della madre di non essere nominata” e sancisce il divieto di fare ricerche sulla paternità.
Il 70% delle madri segrete è composta da donne immigrate («quante badanti messe incinte dai datori di lavoro e poi cacciate», racconta Grazia Passeri, presidente di Salvabebè), il 30% da ragazze italiane, giovanissime, spesso cresciute in aree degradate, marginali, dove una gravidanza precoce (e senza marito) è tutt´oggi una ferita all´onore del clan. Molte, l´82%, restano incinte per la prima volta, al Nord come al Sud, ma la maggioranza di parti anonimi (48,7%) avviene nel Centro Nord, laddove gli ospedali sono grandi, la legge è un po´ più conosciuta, ed è più facile nascondersi tra la folla. «Avere una stima ufficiale dei parti segreti non è facile proprio per la tutela dell´anonimato. L´unica traccia sono le schede di dimissione ospedaliera – spiega Enrico Moretti, dell´Istituto degli Innocenti di Firenze – dove si registra che in quel giorno e a quell´ora c´è stato un parto e che la madre non ha riconosciuto il figlio. Ma non sempre le regioni comunicano i dati, non esiste un´anagrafe degli abbandoni, possiamo dire però con approssimazione che i casi sono circa 350/400 l´anno, in gran parte figli di donne straniere. Questi bambini entrano a far parte delle liste dell´adozione nazionale e in pochi mesi trovano una nuova famiglia: sono infatti 1200 ogni anno i minori dichiarati in stato di abbandono, ma le coppie in attesa sono oltre 7000…”
I MEDICI RACCONTANO
E la conferma di un fenomeno in crescita arriva proprio dai medici. Il Policlinico Casilino è una grande area ospedaliera che si affaccia verso le nuove aree satellite della città, tra la periferia inurbata e quella più estrema. Proprio qui, al Policlinico Casilino, nel 2006 fu installata una delle “culle protette” contro l´abbandono e l´infanticidio dei neonati. «I casi di figli non riconosciuti aumentano di anno in anno – conferma Piermichele Paolillo, direttore del reparto di Neonatologia – e il record è proprio nella nostra struttura, 60 bambini “ignoti” nel 2010 contro i 40-45 degli anni passati. Sono soprattutto figli di immigrate, in questo momento abbiamo due gemelline, nate premature ma in buona salute. Purtroppo i piccoli lasciati in ospedale, e quindi al sicuro, sono soltanto la punta dell´iceberg di una tragedia più vasta: sono decine i bambini partoriti in segreto e abbandonati chissà dove, di cui non sapremo mai nulla… «. «A Napoli in questo momento abbiamo due bambini, uno è sano, l´altro ha dei problemi – aggiunge Roberto Paludetto, primario del reparto di Neonatologia al Policlinico Federico II – ma i numeri sono in rialzo. E nei nostri ospedali le mamme anonime non sono immigrate ma italiane e giovanissime». Appunto. Chi sono, dove vivono queste donne così disperate da abbandonare il loro bambino in ospedale quando va bene, in un cassonetto o tra i canneti di un fiume quando va male? Non hanno famiglia, amici, compagni?
STORIE DI MAMME SEGRETE
Marina Secchi fa l´assistente sociale tra i centri di volontariato che raccolgono il bacino depresso delle aree romane di Tor Bella Monaca, Torre Angela, Lunghezza. Zone ad alto tasso di dispersione scolastica, delinquenza giovanile, campi nomadi, slum metropolitani, e sempre di più gravidanze adolescenziali. Ha i capelli bianchi e lo sguardo sereno: ascoltarla è come affacciarsi su un mondo di vite a perdere, tra le ultime delle ultime. « Ricordo Magdalena, moldava: il figlio della sua badante l´aveva messa incinta e poi abbandonata. Lei aveva un marito e altri figli a Chisinau, non sapeva che fare… Ricordo Mina, aveva 16 anni, tossicodipendente e ammalata di Aids: la sua bambina è nata in crisi di astinenza e sieropositiva, ma in pochi mesi si è negativizzata ed è stata subito adottata. Credo purtroppo – dice Marina Secchi – che Mina sia morta. Ricordo Alice, 17 anni, abitava a Tor Bella Monaca, noi dei servizi la conoscevamo bene: aveva superato i termini per l´aborto, ma forse con quel figlio avrebbe trovato radici… E poi Zaira, colf egiziana: non so come avesse fatto a nascondere la gravidanza ai suoi datori di lavoro, che forse l´avrebbero anche aiutata: ha avuto un bambino prematuro e cerebroleso. Non ha voluto vederlo…Ma Davide, così l´avevamo chiamato noi, è stato miracolosamente adottato, dopo essere rimasto per otto mesi in ospedale. In più di vent´anni di lavoro ho incontrato almeno una ventina di donne che hanno fatto questa scelta e la metà erano minorenni. La legge è chiara: bisogna rispettare la decisione, ma anche far sapere loro che potrebbero andare in casa famiglia, e che soprattutto possono ripensarci…».
Però ci vuole delicatezza, e non sempre avviene, spiega ancora Marina Secchi. «Ho visto donne trattate male dalle infermiere, dalle altre gestanti, ma soprattutto lasciate nella stessa stanza con le partorienti “normali”. Pensate che crudeltà far entrare in contatto madri con destini così diversi». Storie attuali eppure drammaticamente arcaiche. Come quella di I. che forse si chiama Irina, messa incinta dal suo protettore. «Aveva promesso di sposarmi, per questo non ho abortito e ho lasciato che la gravidanza avanzasse. Quando ormai era troppo tardi – Irina parla con il viso schermato in un filmato raccolto dall´assistente sociale – ho capito che voleva solo il bambino, per farne qualcosa di brutto…Un´amica mi ha aiutata a scappare, sono stata in una casa del Comune fino al parto. Ma la bambina l´ho lasciata lì, in ospedale. So soltanto che era bionda e con gli occhi blu. Ma tutti i neonati hanno gli occhi blu, vero?».
«In realtà – spiega la ginecologa Alessandra Kustermann, primario alla clinica Mangiagalli di Milano – non è facile entrare in contatto con le donne che fanno questa scelta: spesso arrivano tardi rispetto ai tempi dell´aborto, o durante i mesi della gestazione si accorgono di non potercela fare. Oppure, ed è frequente, i piccoli hanno malformazioni gravi, danni cerebrali. Ho però conosciuto una ragazza rimasta incinta dopo una violenza sessuale – racconta Alessandra Kustermann – molto cattolica e lucida che decise consapevolmente di far nascere e poi dare in adozione suo figlio, pur potendolo mantenere. Era una ragazza forte ed equilibrata, ma ricordo il suo dolore. L´abbandono è sempre vissuto come una violenza, come un´ingiustizia, credo che molte portino dentro di sé per tutta la vita il fantasma di quel figlio». «Conosco la disperazione di queste donne e ne ho viste alcune tornare indietro a cercare il figlio che avevano lasciato – aggiunge Melita Cavallo – ma quasi sempre sono ripensamenti tardivi. C´è stato un caso però in cui di fronte all´autentico dolore di una madre, abbiamo mutato un´adozione legittimante in un´adozione speciale, in modo che pur saltuariamente quella donna potesse ogni tanto rivedere il suo bambino».
Una legge imperfetta
Maria Grazia Passeri nel 1992 ha fondato l´associazione “Salvabebè, salvamamme”, organizzazione di puro volontariato che sostiene le donne durante la gravidanza e nei primi anni di vita del bambino. Latte, pannolini, vestiti, assistenza medica, legale, psicologica. «Oggi nei nostri centri forniamo corredi e aiuti alimentari per cinquemila mamme e ottomila neonati, il 20% sono italiani, ma l´emergenza cresce e i fondi sono sempre più scarsi. La legge sul parto anonimo è una buona legge ma non basta. Perché permette di partorire in ospedale e di non riconoscere il figlio, ma in realtà non tutela davvero l´anonimato». Proprio a cominciare dall´ospedale, dove la segretezza, dice la presidente di “Salvamamme”, non è affatto garantita. «Queste donne sono perseguitate, in fuga. Chi le nasconde? Chi le aiuta quando il momento di partorire si avvicina e l´unica soluzione a cui pensano è quella di abbandonare il neonato in un cassonetto? La risposta è semplice. Bisogna tappezzare proprio i cassonetti di tutta Italia con le istruzioni sul parto anonimo, con gli indirizzi delle “ruote” e con quelli dei consultori. Sono donne povere, straniere, colf, badanti: sono isolate, senza informazioni. Però almeno una volta al giorno questo è certo – conclude Maria Grazia Passeri – andranno a buttare la spazzatura, e vedranno quel volantino in più lingue, scoprendo così di avere ancora una via d´uscita: tenere con sé il bambino, farlo adottare da altri, chiedere aiuto. In ogni caso scelte di vita».

La Repubblica 10.06.11

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“Le straniere ignorano che l’aborto è legale così la nascita non voluta è l’unica alternativa”

Chi aiuta queste mamme negate prima e dopo il parto? E chi le informa delle possibilità alternative al cassonetto?
Come è possibile che nell´Italia delle culle vuote e dei bambini cercati a tutti i costi si consumino ancora tali drammi?

Il 70% dei parti anonimi in ospedale è effettuato da donne immigrate. Clandestine, senza reti, e terrorizzate dall´essere espulse. Perché se è vero che una immigrata irregolare al terzo mese di gravidanza può andare in questura e richiedere un permesso di soggiorno temporaneo, che le garantirà un anno al sicuro in Italia. È anche vero però che questo vuol dire rendersi visibili, uscire dall´ombra. «Le donne clandestine hanno paura – spiega Pilar Saradia, responsabile immigrazione della Uil del Lazio – nonostante il permesso di soggiorno copra i sei prima e i sei mesi dopo il parto. Ciò che temono è l´essere espulse dall´Italia allo scadere di questo breve periodo, e con un bambino in braccio. Così accade che le più sole, quelle fuori dalle reti di comunità, si ritrovino a dover gestire una gravidanza senza poter chiedere aiuto, e pur disperate abbandonano quel figlio che non saprebbero come gestire».
Dietro queste centinaia di parti anonimi, che riguardano appunto nel 70% dei casi donne immigrate, e nel 30% giovani ragazze italiane, ci sono alcune emergenze ben precise. «C´è un´area legata alla prostituzione – racconta Pilar Saradia – ci sono le vittime delle violenze sessuali, e anche tra le immigrate non poche minorenni. E poi c´è la mancanza di informazione. Molte straniere arrivano da paesi dove l´aborto è fuorilegge, il Perù ad esempio, e non sanno che qui invece è legale, ed è possibile interrompere una gravidanza in ospedale, anche se si è clandestine. Ma l´informazione non c´è, non passa, mentre invece passano i mesi. Così accade che per alcune non resta che l´abbandono del figlio. Sul fronte opposto – aggiunge ancora Pilar Saradia – sta emergendo un fenomeno altrettanto doloroso e segnalato proprio dai reparti di Ivg: molte donne immigrate, probabilmente assunte in nero, abortiscono per non perdere il posto di lavoro. Sanno bene che all´annuncio di una gravidanza si ritroverebbero per strada… ».
(m.n.d.l)

La Repubblica 10.06.11

Referendum, l’On. Manuela Ghizzoni, capogruppo del PD in commissione Istruzione alla Camera, invita a partecipare al voto del 12 e 13 giugno e a votare 4 Sì.

“Non è vero che il referendum è inutile. Il 12 e 13 giugno si decide il futuro energetico del nostro Paese, che deve perseguire politiche alternative al nucleare e compatibili con l’ambiente; si decide per confermare una giustizia uguale per tutti e per un Paese dove qualcuno non sia più uguale degli altri; si decide per l’acqua come bene pubblico e collettivo – afferma l’On. Manuela Ghizzoni – invito pertanto ad andare a votare per quattro Sì e a preferire la cabina elettorale a quella balneare, nonostante i tentativi di scippo del Governo e il boicottaggio dell’informazione pubblica per non far raggiungere il quorum”.

“In queste settimane ho partecipato come parlamentare alla mobilitazione dei comitati promotori dei referendum– conclude la deputata carpigiana – e ho percepito un grande desiderio di partecipazione democratica. Non sprechiamo questa occasione, nonostante qualcuno tenti di rubarcela. Il 12 e 13 giugno andiamo ai seggi e facciamo sentire la nostra voce”.