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"Gli immigrati danno più di quanto ricevono. Ecco i dati Inps raccolti e diffusi dalla Caritas", di Vladimiro Polchi

Hanno versato nelle casse dell’istituto di previdenza 7,5 miliardi di euro nel 2008. Nell’insieme, sono 2.727.254 i lavoratori stranieri assicurati, pari a oltre un ottavo (12,9%) di tutti gli iscritti all’Inps (21.108.368). Scarse invece le prestazioni pensionistiche: all’inizio del 2010 sono stimabili in appena 110mila i pensionati stranieri e quelli entrati in età pensionabile nel corso dell’anno incidono appena per il 2,2%. Danno molto più di quanto ricevono. Sono gli immigrati iscritti all’Inps. Quanto versano in contributi? Tanto: circa 7,5 miliardi di euro nel 2008. Nell’insieme, sono 2.727.254 i lavoratori stranieri assicurati, pari a oltre un ottavo (12,9%) di tutti gli iscritti all’Inps (21.108.368).
I numeri.
A fotografare il pianeta immigrazione è il IV Rapporto sui lavoratori di origine immigrata negli archivi Inps, curato dai redattori del Dossier Caritas/Migrantes 1 e presentato oggi, 9 giugno, a Roma. I lavoratori immigrati assicurati sono così ripartiti: lavoratori dipendenti da aziende (63,2%); lavoratori domestici (17,6%); operai agricoli (8,5%); lavoratori autonomi (10,8%). Tradotto: ogni 10 lavoratori immigrati, 9 sono impiegati nel lavoro dipendente e uno solo svolge attività autonoma.

Il lavoro domestico. Nel settore familiare, il supporto dei lavoratori immigrati, soprattutto donne consenta alla rete pubblica – in un Paese con almeno 2,6 milioni di persone non autosufficienti e una popolazione composta per oltre un quinto da ultrasessantacinquenni – un risparmio quantificato dal ministero del Lavoro in 6 miliardi di euro.

L’agricoltura. Anche in agricoltura la presenza immigrata, che incide per oltre un quinto sul totale degli addetti, è sempre più rilevante sia tra gli stagionali che tra gli operai a tempo indeterminato, specialmente nell’allevamento, nella floricultura e nelle serre. “In prospettiva – scrivono i ricercatori della Caritas – questo apporto dei migranti andrà valorizzato anche per favorire il ricambio generazionale dei coltivatori diretti, tra i quali più di un decimo ha superato i 65 anni”.

Le casse dell’Inps.
All’ingente versamento di contributi previdenziali da parte degli immigrati (circa 7,5 miliardi di euro nel 2008), corrisponde una loro scarsa presenza tra i beneficiari di prestazioni pensionistiche: all’inizio del 2010 sono stimabili in appena 110mila i pensionati stranieri e quelli entrati in età pensionabile nel corso dell’anno incidono appena per il 2,2% sul totale dei residenti. Considerata l’età media nettamente più bassa di quella degli italiani (31,1 anni contro 43,5), questo andamento è destinato a durare per diversi anni.

La crisi. Funzionali a sostenere l’andamento del mercato, ma molto esposti alle sue variazioni, i lavoratori immigrati non sono stati risparmiati dalla recente crisi economia, specialmente se addetti al settore industriale e “hanno pagato il prezzo di una ulteriore canalizzazione verso le mansioni di più basso profilo, con effetti anche sul livello reddituale, che per diverse categorie già risultava inferiore alla soglia di povertà”.

da www.repubblica.it

Scuola, Pd in piazza con i genitori contro i tagli

L’on. Ghizzoni e la sen. Bastico saranno domani in piazza Matteotti. Intanto lanciano un appello anche ai parlamentari del centrodestra. Settanta insegnanti in meno alle scuole superiori, 42 in meno alle medie, 11 in meno alle elementari. Solo due posti aggiuntivi in più alle scuole d’infanzia (contro i 16 necessari). In tutto 121 posti in meno nelle scuole di Modena e provincia. E’ l’effetto della terza tranche di tagli previsti dal decreto Gelmini del 2008. “Un provvedimento – commentano l’on. Manuela Ghizzoni e la sen. Mariangela Bastico – che inciderà pesantemente sulla qualità del sistema scolastico, a causa dell’aumento di alunni per classe, della riduzione del tempo scuola, della mancata attivazione di specifici corsi di studio”.

Domani mattina l’on. Ghizzoni e la sen. Bastico parteciperanno in piazza Matteotti alla manifestazione organizzata dai genitori di Modena e provincia “per richiamare l’attenzione di tutti sui problemi della scuola pubblica”.

“Come sottolineano i genitori modenesi che si sono mobilitati – dicono le due parlamentari modenesi – l’unione fa la forza, e siamo a fianco della loro mobilitazione, pronte ad accogliere anche i colleghi del centrodestra che hanno a cuore la scuola modenese e il futuro delle nostra comunità. Un’azione condivisa di tutta la comunità locale, dal mondo della scuola a tutte le forze politiche e sociali, può salvare l’offerta formativa presente nel nostro territorio provinciale”.

Le due parlamentari si rivolgono direttamente ai parlamentari del centrodestra ai quali lanciano un appello: “Mettiamo da parte le nostre differenze e chiediamo insieme alle istituzioni competenti di operare per rivedere la politica dei tagli agli organici che dequalifica il nostro sistema scolastico. Non lasciamo cadere nel vuoto l’appello delle famiglie, degli insegnanti, degli studenti”.

Copertina sull'Italia "Silvio ha fregato un intero Paese", di Milena Grieco

«Unfit to govern», indegno o inadatto a governare. Prima Pagina The Economist. Nel 2001 una famosa copertina dell`Economist riassunse in poche parole il motivo per cui Silvio Berlusconi non avrebbe mai dovuto diventare primo ministro: «Unfit to govern», indegno o inadatto a governare, per il conflitto d`interessi causato dalla sua posizione di imprenditore più ricco d`Italia e padrone di un impero mediatico, e per i molti processi per corruzione e altri reati che gettano un`ombra sulla sua onestà.
Dieci anni sono trascorsi e oggi il settimanale britannico (che in realtà è ormai poco britannico bensì globale, vendendo fuori dal Regno Unito l`80 per cento della sua tiratura di un milione e mezzo di copie) dedica una nuova copertina a Berlusconi, (l’articolo in originale) con un titolo ancora più severo: «The man who screwed an entire country», testualmente «L`uomo che ha fottuto un intero paese», con un doppio senso sui suoi problemi giudiziari per il «bunga-bunga», perché il verbo «screw» significa sia letteralmente fottere, sia fregare, rovinare, distruggere. Un titolo impresso su una fotografia del Cavaliere, come sempre sorridente.
Quelli che non sorridono più sono gli italiani, afferma però l`Economist in un editoriale e in un inserto speciale di 14 pagine sul nostro paese. «Come leader nazionale, Berlusconi è stato un disastro», sostiene il giornale, «per tre ragioni».
La prima sono gli scandali di sesso, per i quali è ora sotto processo. La seconda sono gli scandali finanziari, gli imbrogli, le evasionifiscali, le bustarelle, peri quali ha subito innumerevoli processi e non ha ancora finito. Ma la terza ragione è in fondo la più grave, scrive il settimanale: «La sua totale indifferenza per le condizioni economiche del suo paese». L`inserto rileva che negli ultimi dieci anni il pil italiano è cresciuto in media dello 0,25 per cento annuo, «migliore solo di quello di Haiti e Zimbabwe in tutto il mondo».
E ancora: un quarto dei giovani (molti di più al Sud) sono disoccupati, la partecipazione della donne al lavoro è al 46 per cento, la percentuale più bassa d`Europa, siamo all`80esimo posto nell`indice della Banca Mondiale sui paesi in cui «fare affari», al 46esimo in quello del World Economic Forum come «competitività».
Conclusione: «Le conseguenze dell`era Berlusconi graveranno sull’Italia per anni a venire». Potenzialmente l’Italia «ha tutto quello che serve per ripartire», e lo ha dimostrato in altre occasioni, come quando ha fatto le riforme per entrare nell’euro, ma per riuscirci e per far decollare l`economia «serve un cambiamento politico».

www.partitodemocratico.it

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Un Paese fottuto da un uomo solo. L’Economist e il tramonto di B.
di Caterina Soffici

Londra Ogni volta che gliela ricordano, l’ex direttore Bill Emmott ridacchia sotto il pizzetto: “Con quella copertina sono diventato famoso nel vostro paese. Il giorno che ho lasciato l’Economist ho ricevuto tre offerte di collaborazione: erano tutte da giornali italiani”. E infatti quella copertina è rimasta nella storia: Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy, “inadatto a governare l’Italia”. Era il 2001. Sono passati dieci anni e nel numero in edicola oggi il settimanale inglese ci va giù ancora più pesante: “L’uomo che ha fregato un intero paese”. Sempre lui. Sempre Silvio nostro, che se allora querelò, questa volta potrebbe direttamente chiedere l’arresto dei responsabili del giornale. La copertina, un Rapporto Speciale sull’Italia di 14 pagine in occasione dei 150 anni dell’unificazione (“Per un nuovo Risorgimento”) e un editoriale di fuoco che non lasciano dubbi interpretativi: “L’era Berlusconi graverà sull’Italia per anni a venire”.
UN’ANALISI impietosa e lucida, come si dice in questi casi, che noi purtroppo conosciamo bene, ma che letta con l’occhio di un anglosassone è abbastanza impressionante e fa concludere: “Non vediamo alcun motivo per cambiare il verdetto del 2001”. E infatti Berlusconi è stato così incapace di governare che mentre tutti gli altri paesi crescevano, l’Italia nell’ultimo decennio ha avuto una crescita bassissima: solo il Pil di Zimbabwe e Haiti dal 2001 è cresciuto meno di quello italiano.
L’Economist (del cui speciale, in edicola da oggi, riportiamo alcuni stralci in queste pagine) ricorda che B. è stato il più longevo presidente del Consiglio italiano dai tempi di Mussolini, ci descrive come un paese vecchio e corrotto, in mano alle corporazioni (ce n’è per avvocati, farmacisti, tassisti), dove un gruppo ristretto di forti privilegiati vive bene a scapito di molti senza tutele e disoccupati, dove una casta di politici e dirigenti tiene in mano le sorti di un paese (l’età media del primo ministro in Italia si aggira sui 62 anni, Berlusconi ne ha 74, Cesare Geronzi anche, Antoine Bernheim ha lasciato Generali a 85, e anche i boss mafiosi seguono l’andazzo: Bernardo Provenzano ne aveva 73 quando è stato arrestato), con un sistema bancario ingessato, un quarto dei giovani è disoccupato, con la percentuale di donne lavoratrici più bassa dei paesi occidentali, una università disastrata e in mano ai baroni, dove il familismo amorale è la regola, dove i giovani laureati scappano all’estero per sfuggire al sistema delle raccomandazioni e delle conoscenze.
QUANDO è andato al potere Berlusconi aveva promesso riforme liberali, ma fa notare l’Economist che le amministrazioni Pdl e Lega sono quelle che hanno meno liberalizzato i servizi. Malgrado tutti i suoi processi per corruzione e frode (senza contare la saga di Ruby e del Bunga Bunga), un terzo degli italiani continua a crederlo vittima dei giudici di sinistra e lui continua a spacciare la favola che non è mai stato condannato, anche se non è vero, perché molti processi si sono conclusi con condanne poi lasciate cadere per procedure barocche o andati in prescrizione, grazie a leggi che si è fatto su misura.
“Tra una battaglia giudiziaria e l’altra” scrive l’Economist, qualche riforma l’ha fatta, come la Biagi e quella dell’Università. Avrebbe potuto fare di più se avesse usato il suo potere e la sua popolarità per fare altro anziché difendere i suoi interessi personali” scrivono. Comunque, malgrado Berlusconi e tutti i danni che la sua politica ha causato, l’Italia si salva. “È un paese ricco, in pace e civilizzato che non sembra essere troppo in crisi” dice il report, ma non può più vivere di rendita. “Potrebbe andare avanti in questo modo, impolverandosi e invecchiando sempre più, ma restando a galla agevolmente”. E questa sembra la cosa più probabile. Ma il paese ha bisogno di un nuovo Risorgimento, come quello che portò all’unificazione 150 anni fa. Per recuperare il tempo perso ci vorranno anni di duri sacrifici. E, va da sé, un cambio di governo.

da Il fatto Quotidiano 10.09.11

"Finisce la scuola. E non riapre più per 20mila prof e 15mila Ata", di F.L.

Da settembre grazie a Gelmini 35mila persone senza più lavoro. Tagli, riduzioni e accorpamenti. Per i precari restano gli annunci.
Bilanci amari e drammatici alla vigilia della fine dell’anno scolastico per prof e bidelli. Trentacinquemila di loro nel prossimo autunno sanno già ora che non avranno più lavoro. E la politica resta indifferente. L’ultima tranche del triennio orribile voluto da Tremonti-Gelmini si sta consumando. Domani finisce la scuola, temporaneamente, per i ragazzi. Ma, al contrario, non ci sono auguri da fare e ferie da organizzare per 20mila insegnanti e circa 15mila addetti di segreteria o bidelli. La contrazione di classi programmata in modo micidiale dal governo e dalle sue riforme (le uniche realmente fatte, con l’accetta) non lascia scampo agli incaricati annuali. Così come inizierà da lunedì l’affannosa corsa dei perdenti posto o soprannumerari (professori di ruolo a cui sparisce la cattedra nel loro istituto e che spesso, a cinquant’anni, per poter lavorare completano l’orario su due o a volte tre scuole non sempre vicine tra loro). È un fenomeno sociale grave, che riguarda moltissime famiglie. Ma, stranamente, è silenziato dai media e vissuto con suprema indifferenza dalla classe politica, con rarissime eccezioni. Certo, gli insegnanti non scendono in piazza come gli operai, non fronteggiano la polizia. Sarà anche colpa loro quindi se i poeti della retorica di sinistra non si accorgono e, dunque, non si esercitano in filippiche accorate.
I numeri sono pesanti. Per l’anno scolastico 2011-12 il Governo ha deciso di tagliare 20mila posti per il corpo docente e 15mila per l’organico Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari). La sforbiciata è prevista dal decreto 112 del 2008 convertito dalla legge 133/2008. Un «processo di razionalizzazione» del settore che in tre anni ha già interessato 130mila posti di lavoro.
Dall’anno scolastico 2008/09 gli insegnanti si sono visti tagliare 87.400 posti, pari all’11,9 per cento del totale. Una quota rilevante della riorganizzazione riguarda anche il personale Ata. Rispetto all’anno scolastico in corso, in questo caso, ci saranno 14.166 posti in meno. Circa 45mila in meno rispetto a tre anni fa. L’ultima riduzione degli organici «inciderà con tagli assolutamente insostenibili spiega la parlamentare del Pd Manuela Ghizzoni, firmataria di un’interrogazione in commissione Cultura alla Camera che danneggeranno fortemente la qualità della scuola». Da qui al prossimo autunno, solo nelle scuole elementari, ci saranno 9.200 cattedre in meno. La prima conseguenza? «Non sarà più possibile soddisfare le effettive richieste delle famiglie di tempo pieno e tempo lungo», spiega Ghizzoni. Lezioni più brevi e meno materie. Stando ai dati presentati dalla parlamentare, il piano del Governo sancirà la scomparsa dello «specialista per l’insegnamento della lingua», il maestro di inglese.
I docenti della scuola secondaria italiana avranno 1.300 posti in meno. Il taglio più significativo riguarda però le secondarie di secondo grado: dove mancheranno all’appello 9mila cattedre.
Il 5 maggio il Consiglio dei ministri ha approvato alcune norme contenute nel decreto Sviluppo tra cui un piano triennale di immissioni in ruolo. Numeri molto più bassi rispetto al fabbisogno. E non è affatto detto che Tremonti glielo faccia fare.

L’Unità 10.0.11

"Palinsesti, in gioco la credibilità della Rai", di Giorgio Merlo

La vicenda Santoro si è chiusa come ormai tutti sappiamo ma il tema di come declinare il pluralismo nel servizio pubblico radiotelevisivo resta tuttora aperto. Non intendo entrare nei dettagli della cosiddetta separazione consensuale tra il conduttore di Annozero e l’azienda. Al di là della sontuosa e cospicua liquidazione – elemento che, quando si parla di Santoro, non è mai una novità – resta un dato: e cioè, è singolare che quando una trasmissione fa ascolti e garantisce buoni introiti pubblicitari venga vista quasi come un inciampo o un incidente all’interno dell’azienda. E, soprattutto, che la suddetta trasmissione non abbia quasi mai potuto lavorare tranquillamente perché fortemente condizionata da settori della politica che la volevano, di fatto, ridurre se non cancellare e silenziare. Certo, Santoro lo conosciamo bene. Almeno noi amanti del servizio pubblico e cittadini che ascoltano con interesse le trasmissioni di approfondimento politico e giornalistico della Rai. Il suo format, soprattutto quest’ultimo, si è sempre caratterizzato lungo il binario dell’avversario politico da mettere in discussione, se non da abbattere. Il tutto, però, attraverso un uso sapiente e intelligente del giornalismo televisivo. Un giornalismo ovviamente di parte e politicamente molto schierato ma anche capace di far ragionare e di evidenziare le contraddizioni che si annidano nella politica italiana mischiando l’approfondimento con i comizi, le inchieste con i proclami.
Tuttavia, era un format di successo che, appunto, garantiva ottimi ascolti e discreti introiti pubblicitari.
Ora, la risoluzione del contratto risolve alcuni problemi ma apre molte domande sul futuro, sulla credibilità e sulla “qualità” del servizio pubblico radiotelevisivo.
Personalmente non rientro tra coloro che andranno a Lourdes a pregare affinchè Santoro ritorni alla Rai.
Almeno per il rispetto dell’accordo che ha stipulato con l’azienda accompagnato da condizioni non del tutto indifferenti per le stesse casse della Rai.
Ma non posso non rilevare che l’offerta della Rai, e in particolare della seconda rete, oggettivamente si indebolisce.
E continuo a ritenere che un’azienda come la Rai è credibile e vince la sfida della competitività quando riesce a dispiegare una vera qualità. Anche e soprattutto nel campo dell’informazione.
E l’esaltazione del pluralismo, su questo versante, è la carta decisiva e discriminante per caratterizzare il profilo e l’identità della Rai.
Certo, il pluralismo politico in tv è diventato, nei fatti, una semplice “sommatoria di faziosità”. La realtà ha sostituito cammin facendo le buone intenzioni, le regole, i principi e le stesse indicazioni contenute nei documenti della commissione di Vigilanza e nei vari pronunciamenti aziendali. Ma tant’è. Ma questo sfregio al vero giornalismo di inchiesta – ormai, salvo rarissimi esempi come Report, una merce rara nella Rai – non può colpire solo in una direzione. Noi assistiamo quotidianamente a piccoli e a grandi comizi politici all’interno della stessa programmazione del servizio pubblico.
Dalle notizie un po’ edulcorate di alcuni tg a commenti dopo il tg che sono certamente apprezzabili ma sicuramente ascrivibili sotto la voce di “propaganda politica”. È questo il modello di servizio pubblico a cui dovremmo adattarci nel futuro? Se così fosse, Santoro vale Ferrara come Minzolini, la Dandini ecc. Cioè, se il giornalismo diventa semplice partigianeria politica e smaccatamente riconducibile ai singoli schieramenti politici, seppur ammantato di inchiesta e di racconti verità, la Rai inesorabilmente si trasformerebbe in un megafono del tutto funzionale alla maggioranza di turno. E in regime di conflitto di interessi perdurante come quello italiano dominato dal berlusconismo, questo tarlo rischia di creare un cortocircuito che mette a rischio la stessa democrazia. E non lo dico alludendo stupidamente ai regimi dittatoriali o amenità del genere ma denunciando una degenerazione che è sotto gli occhi di tutti e che va arrestata nell’interesse di tutti i cittadini e dello stesso istituto della democrazia. Ecco perché la declinazione del pluralismo nel servizio pubblico radiotv non è da appaltare agli addetti ai lavori o alle circolari burocratiche dell’azienda.
Il caso Santoro deve farci riflettere, aprendo gli occhi e tenendo alta la vigilanza sulla intera programmazione della Rai in vista anche dei palinsesti autunnali. Partendo dal principio, però, che nella Rai non ci sono né martiri né eroi né, tantomeno, conduttori e artisti che soffrono per la loro condizione.
È appena sufficiente volgere lo sguardo agli ingaggi milionari per rendersi conto che il martirio e la sofferenza sono categorie che non possono e non devono essere involgarite e confuse con la condizione di vita dei divi milionari del piccolo schermo. Il problema, semmai, è squisitamente politico e va affrontato sotto questa lente.
E cioè, o il servizio pubblico riesce a recuperare una credibilità dovuta alla professionalità e alla indipendenza di giudizio dei suoi operatori oppure ci rassegneremo alla amara e triste conclusione che la Rai non è nient’altro che una banale cassa di propaganda della politica. Il che equivarrebbe a segnarne la sua fine, malgrado la vittoria degli ascolti rispetto ai concorrenti e il crescente gradimento del pubblico. Dando ragione a chi, maldestramente, ne coltiva l’azzeramento attraverso la proposta della privatizzazione e della consegna di un enorme patrimonio culturale, di idee e di esperienze nelle mani di gruppi e di lobbies del tutto indifferenti se non estranei alle ragioni che da sempre caratterizzano la presenza di un servizio pubblico autorevole e trasparente.
Su questa sfida si gioca la stessa credibilità del nuovo vertice aziendale.
La sterzata introdotta da Lorenza Lei rispetto alla gestione Masi è stata salutare e da non contestare a priori. Adesso, al di là del destino professionale di Santoro, si tratta di rilanciare senza tentennamenti la sfida della “qualità” e del “profilo” del nuovo servizio pubblico.
A cominciare dalla stessa programmazione dei palinsesti autunnali e dalle ormai imminenti nomine in alcuni posti chiave del mosaico aziendale.
Ne va della credibilità dell’azienda ma anche, e soprattutto, del futuro della democrazia nel nostro paese.

da Europa Quotidiano 10.06.11

"«Ultimi in Europa» I ragazzi bocciano il governo anche sull’Università", di S.C.

«Cerchiamo 110 giovani che frequentano l’Università…». Tutto è nato da un messaggio messo sul sito web del Pd dal responsabile Università e ricerca del partito Marco Meloni. Quelli selezionati si sono ritrovati ieri a Roma,per discutere di quel che vedono e vivono in prima persona. Qualcuno ha anche difeso la legge Gelmini, ma la stragrande maggioranza dei ragazzi e ragazze intervenuti ha raccontato le proprie esperienze per evidenziare i difetti e le ingiustizie di questa riforma. E non solo, visto chel’intero impianto del governo per quel che riguarda gli investimenti pubblici per l’istruzione e il diritto allo studio è stato ampiamente criticato. E a ragione, a giudicare da una serie di ricerche effettuate dal dipartimento Università del Pd prendendo come fonti l’Ocse, l’Eurostat, l’Istat. Gli slogan scelti dal Pd per questa iniziativa, fortemente voluta dal vicesegretario Enrico Letta, erano «la nuova Italia nasce all’Università» e «cambiare l’aria per non cambiare aria». Un riferimento ai cervelli in fuga.
Ma dalle ricerche mostrate ieri è evidente che resistere alla tentazione di espatriare non è semplice. L’Italia con il suo 0,8% del Pil per investimenti pubblici per l’Università è nettamente al di sotto della media Ocse (1,2%), Ue (1,3%) e dietro i principali paesi europei. Anche per quanto riguarda i dati sul diritto allo studio ne usciamo male: abbiamo 1,8 milioni di universitari, contro i 2,2 di Francia e i 2 di Germania, e abbiamo 151 mila beneficiari di borse di studio, contro i 525 mila di Francia e 510 mila di Germania. Un quadro tutt’altro che rassicurante, e che spiega anche come mai da un sondaggio curato da Termometro politico emerga che i giovani under 35 sono molto più conservatori di quanto si potrebbe pensare: l’87% potendo scegliere preferirebbe un lavoro fisso ma con stipendio più basso. Oltre a Letta non è voluto mancare all’appuntamento Pier Luigi Bersani, che ha risposto con una battuta a chi gli ha chiesto dell’annunciata riforma del Fisco entro l’estate da parte di Berlusconi: «Sì, è il famoso “fisco per l’estate”…». E poi ha voluto solo rispondere alle domande dei ragazzi.
Che hanno parlato di temi molto concreti. Il leader Pd ha insistito sulla necessità di una «nuova fase», in cui a governare sarà chi ha già dimostrato di saperlo fare. «L’ultimo sforzo collettivo del paese è stato per l’Euro. E meno male che ci siamo entrati altrimenti saremmo in mezzo al Mediterraneo con in tasca la carta straccia. Ora occorre un nuovo grande sforzo collettivo per dare prospettive alla nuova generazione».

L’Unità 10.06.11

Condannato l'imprenditore che consegnò ai Berlusconi il nastro Fassino-Unipol

Fabrizio Favata è stato condannato, con giudizio abbreviato, a 2 anni e 4 mesi nell’ambito del caso dell’intercettazione telefonica sottratta alla segretezza delle indagini, passata alla famiglia Berlusconi per fare un “favore” al premier e poi pubblicata su Il Giornale di famiglia.

Il “favore” era quello di gettare discredito sull’allora segretario dei Ds Piero Fassino che parlava con il numero uno di Unipol Giovanni Consorte. La conversazione venne pubblicata nel corso degli accertamenti su ‘Il Giornale’. Il pm Maurizio Romanelli per Favata aveva chiesto la condanna a 2 anni e 8 mesi.

Il gup di Milano, Stefania Donadeo, ha anche ratificato i patteggiamenti per gli imprenditori Eugenio Petessi (1 anno e 4 mesi) e Roberto Raffaelli (1 anno e 8 mesi). Petessi e Raffaelli sono i titolari della società che effettuò le intercettazioni, pubblicate dal quotidiano.

Gli imputati rispondevano a vario titolo di concorso in rivelazione del segreto d’ufficio, estorsione e tentata estorsione, ricettazione, frode fiscale e appropriazione indebita. Anche l’editore de ‘Il Gionale’, Paolo Berlusconi, è stato rinviato a giudizio. Il processo, con rito ordinario, prenderà il via il 4 ottobre.

www.unita.it