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Pronta la giunta rosa di Pisapia: 7 donne

Maria Grazia Guida sarà vicesindaco. A Boeri le deleghe su Expo e Cultura. Niente assessori per Idv e RadicaliLa presentazione della nuova giunta comunale è fissata per venerdì alle 15, ma la squadra di Giuliano Pisapia è già pronta. Come era stato anticipato, la poltrona numero due di Palazzo Marino andrà alla presidente della Casa della Carità, Maria Grazia Guida. In giunta ci sarà ovviamente anche il recordman di preferenze per il Pd, l’architetto Stefano Boeri, già antagonista di Pisapia alle primarie, che avrà due deleghe pesantissime: Expo e Cultura. Nella pattuglia democratica anche il capogruppo uscente Pierfrancesco Majorino (Welfare) e il trentenne Pierfrancesco Maran. Otterrà un posto in giunta anche Carmela Rozza, mentre Daniela Benelli entrerà in quota Sinistra Ecologia e Libertà. A Franco D’Alfonso, animatore della lista civica per Pisapia, andranno le deleghe per lo sicurezza.

Il toto giunta
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IN QUOTA SINDACO – In quota «sindaco» saranno invece nominate Cristina Tajani (Lavoro e Innovazione), Lucia Castellano e Bruno Tabacci, l’ex presidente della Regione Lombardia chiamato da Pisapia a mettere ordine nelle casse comunali. La giunta in rosa si completerà coi nomi dell’avvocato Lucia De Cesaris (Urbanistica) e di Chiara Bisconti (Benessere).

ESCLUSI IDV E RADICALI – Alla Federazione della Sinistra andrà la presidenza dell’aula di Palazzo Marino (con il decano dei consiglieri, Basilio Rizzo), mentre dovrebbero rimanere fuori dai giochi l’Italia dei Valori e la Lista Bonino. Malumori anche nell’area cattolica del Pd che porterebbe però a casa la presidenza del gruppo con Andrea Fanzago.

www.corriere.it

"Autocritica del tifoso", di Massimo Gramellini

Diciamo la verità: lo scandalo del calcio non sta scandalizzando nessuno. Era appena scoppiato e già mi chiamava un amico, splendida persona e paladino dei valori dell’azionismo piemontese. Per deprecare l’accaduto? No, per sapere se le disgrazie dell’Atalanta avrebbero permesso al nostro Toro di salire in serie A. Il giorno dopo Vittorio Feltri ha scritto un articolo spietato contro i calciatori corrotti, che però si concludeva con l’invito a non punire le squadre per le responsabilità dei singoli. Vittorio Feltri è dell’Atalanta. Ma non c’è conciliabolo da bar in cui i conversatori non regolino le loro opinioni sulla base di un unico metro di giudizio: le convenienze della squadra del cuore.

Ho peccato di ingenuità quando scrissi che i «mercenari dell’anima» stavano corrompendo il sogno bambino dei tifosi. A noi tifosi, dell’integrità dello sport non importa niente. Importa mettere nei guai la contrada nemica, meglio se con l’inganno e la sopraffazione. La partita di calcio non è l’oasi in cui l’adulto ritorna alla passionalità pura delle emozioni infantili, ma un rito di scarico delle schifezze accumulate durante la settimana. Un magma di pulsioni tribali che la retorica del tifo, a cui anch’io ho spesso fornito munizioni, si incarica di nobilitare. Siamo fermi al Colosseo. Un ammasso di spettatori passivi, per lo più di sesso maschile, delega le proprie rivendicazioni a un gruppo di professionisti che fingono di condividerle. Esattamente ciò che accade in politica, altra attività molto dibattuta da noi maschi. Voglio guarire, ma non so come si fa.

La Stampa 10.06.11

"Un Paese che non c'è", di Cesare Martinetti

Il ritorno in libertà di Cesare Battisti segna l’ultimo atto di una vicenda che si chiude con una sconfitta totale dell’Italia. Non solo per la giustizia negata di cui si lamenteranno – a ragione – i parenti delle vittime di Battisti e della sua banda (i Pac, proletari armati per il comunismo). Ma anche e soprattutto per il vuoto di credibilità internazionale del nostro Paese. Va detto subito, a scanso di equivoci, che non stiamo parlando di un governo o di questo governo, ma dell’Italia in quanto insieme di storia, valori, rappresentazione di se stessa. Non dell’Italia da cartolina per la quale andiamo fortissimo, ma dell’Italia in quanto idea che questo nostro Paese ha di se stesso. Il caso Battisti racconta proprio questo: un Paese che non ha una storia elaborata e condivisa e che quindi quando c’è da mettere sul piatto della bilancia il peso del proprio essere, si rivela contraddittoria, inconsistente e alla fine perdente.

Vediamo da vicino questo caso Battisti, annoso e complesso, ma proprio per questo rivelatore. In sintesi: il suddetto, evaso da un carcere italiano, accusato di rapine, terrorismo e quattro omicidi, dopo qualche anno passato in Messico, nell’89 arriva Parigi e viene arrestato. La giustizia italiana chiede la sua estradizione. I giudici francesi non dicono di no, ma sospendono il giudizio in attesa del suo ultimo processo in corso in Cassazione che arriva ed è la conferma delle condanne. Ma a quel punto tutto si ferma e l’Italia, quando ne avrebbe avuto tutto il diritto, non reclama l’estradizione del terrorista. Fino al 2004 quando i due governi si mettono d’accordo per sanare quest’equivoca questione dei latitanti italiani. L’accordo è di fatto una sanatoria, salvo che per i condannati per omicidio, una dozzina, tra i quali Battisti, che viene arrestato per primo. E qui comincia il suo caso che ha due profili: quello giuridico e quello politico-cultural-mediatico. Nel primo profilo l’Italia stravince. Grazie all’azione appassionata, convinta e competente dei diplomatici e del giudice di collegamento che si applicano alla causa, la giustizia francese riconosce le buone ragioni dell’Italia e concede l’estradizione, in primo grado e in appello. I difensori di Battisti ricorrono anche alla Corte Europea, solitamente sospettosa nei confronti della nostra giustizia. Ma anche qui l’Italia vince: a Battisti che invoca l’applicazione della «dottrina Mitterrand» i giudici di Strasburgo fanno notare che la suddetta «dottrina» non vale per i condannati per reati di sangue (chi vuole il documento legga «Le Monde» del 25 febbraio 1985).

Che succede a questo punto? Che il governo francese, anzi il primo ministro (all’epoca Jean-Pierre Raffarin, destra gollista) firma il decreto di estradizione, ma contemporaneamente i servizi di sicurezza (che difficilmente prenderebbero un’iniziativa del genere senza il consenso del ministro dell’Interno, all’epoca Nicolas Sarkozy) regalano a Battisti ben due passaporti falsi e lo «esfiltrano» dalla Francia consigliandogli di puntare sul Brasile.

Perché succede questo? Perché sotto il profilo che abbiamo chiamato politico-cultural-mediatico l’Italia perde la sua partita. Battisti, da piccolo criminale comune politicizzato in carcere e diventato terrorista, killer dei Pac, scrive un paio di «polar» (romanzi gialli) e viene eletto a simbolo dei ribelli che negli Anni Settanta hanno tentato di cambiare le cose in quel Paese corrotto e mafioso che si chiama Italia.

Un’autorappresentazione freudiana da rivoluzionari falliti in cui si identificano anche intellettuali di primo piano come Bernard-Henri Lévy, Daniel Pennac, Edgard Morin. E insieme una rappresentazione grottesca e caricaturale dell’Italia vista come il Cile di Pinochet. I giornali scrivono assurdità tipo che Battisti era stato condannato da un tribunale militare speciale, la giallista Fred Vargas diventata la grande protettrice del perseguitato pubblica un pamphlet dove si può leggere che all’epoca in Italia vi erano 60 mila prigionieri politici. Il sindaco di Parigi, il socialista Bertrand Delanoë, conferisce solennemente la cittadinanza onoraria a Battisti, dichiarando che da quel momento lo si doveva considerare sotto l’alta protezione della città di Parigi.

In questo festival dell’assurdo la voce dell’Italia è totalmente inudibile. Mentre gli intellettuali francesi, ignorantissimi della storia italiana, firmavano appelli per la libertà del loro eroe, nessuno scrittore italiano s’è mai preso la briga di smontare la caricatura che si faceva del nostro Paese. Unica eccezione Antonio Tabucchi. Ma nessun politico di centrosinistra – nemmeno Veltroni, che Delanoë prende abitualmente a pacche sulle spalle chiamandolo «Uoltèr» – ha mai ragguagliato il sindaco di Parigi sugli anni di piombo preferendo le foto opportunity in campagna elettorale. Nessuna voce forte, dal governo, dallo Stato, da qualcuno e qualcosa che fosse riconoscibile nel mondo come «Italia». Insomma, un Paese inesistente.

Quando Battisti è riapparso in Brasile, lo schema francese si è ripetuto, preciso e identico. Anche là la Corte Suprema ha riconosciuto la piena validità della sentenza italiana e si è pronunciata per l’estradizione. Ma a differenza dell’ipocrisia di Stato francese, il presidente Lula s’è preso direttamente la responsabilità di dire no all’estradizione. Ieri notte la Corte Suprema non ha potuto che confermare la titolarità del Presidente in materia di estradizione. E anche qui nessuna entità di nome Italia ha saputo rovesciare la partita. Ha vinto ancora una volta la caricatura del nostro Paese. Cesare Battisti è libero in Brasile. Ha ragione il presidente Napolitano: l’immagine dell’Italia è stata lesa. Ma i colpevoli sono tra noi. Forse siamo tutti noi.

La Stampa 10.06.11

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“LA GRANDE MENZOGNA”, di FRANCESCO MERLO

Pensano, i brasiliani, di avere fatto una cosa di sinistra. Lo hanno messo fuori dal carcere credendo di rendere un omaggio al libero pensiero. Si illudono di avere salvato un Garibaldi o un Che Guevara, un eroe della libertà. E invece Cesare Battisti premeva grilletti e svuotava caricatori come un qualsiasi assassino. Perciò i brasiliani stanno offendendo innanzitutto la coscienza della sinistra che ha come prima virtù civica il rendere giustizia e il dare dignità alle vittime.
La libertà di Battisti marchia con la menzogna la memoria delle vittime e la storia del nostro Paese. Gli assassinati infatti non erano liberticidi, emissari della reazione, agenti dell´imperialismo. Erano poveri uomini che non sono stati ammazzati per costruire un mondo più giusto ma per dare corpo a quegli incubi con i quali fecero i conti i migliori di noi, gli operai, i sindacalisti, i poliziotti… e il Partito comunista di allora. Qualcuno in Brasile dovrebbe raccontare questa storia. E dovrebbero essere i giornalisti di sinistra, gli intellettuali coraggiosi, gli artisti… Ci vorrebbero i Benigni e gli Umberto Eco delle Americhe per far capire questa verità banale e di sinistra: la vittima è più importante dell´assassino. E Battisti non è mai stato, neppure alla lontana, un difensore del popolo.
Di più: adesso che è libero, questo inganno culturale lo rende peggiore di quando stava in galera. Perché ormai la sua pena è la pena che ci fa. Delle altre pene, quelle dei tribunali normali, ben quattro ergastoli per quattro omicidi, è stato liberato con una violazione del Diritto, del buon senso e degli accordi internazionali. Ci rimane il suo ghigno. Guardatelo bene nelle foto: è il sorriso della morte.
Cesare Battisti sarà anche orgoglioso e contento di sé perché, uscendo di galera, è stato accolto con grida di giubilo. Tornerà a scrivere i suoi romanzi, potrà andare in giro e muoversi per le strade del mondo, e se vuole potrà pure tornare ad aggirarsi tra i banconi di un´armeria, che fu la sua specialità e la sua passione, come per gli intellettuali è la libreria e per i bambini è il lego. Ma di sicuro la nostra pena lo accompagnerà come un´ombra e la morte che ha dato lo rivestirà per sempre come un sudario. Lo ripetiamo: le astuzie giudiziarie, le giustificazioni politiche e l´inganno internazionale lo rendono peggiore.
E´ infatti vero che non godiamo mai di un uomo in galera. Ma ancor meno godiamo di un omicida libero, di un assassino che è diventato più spavaldo di prima, che non si è mai pentito, che non è uscito da quella prigione nascondendosi la faccia. E lo si capisce subito che Battisti non ha nemmeno la dignità dei duri. Allora fondò la sua forza sulle armi e sull´agguato e ora fonda la sua libertà sul più sfacciato degli imbrogli, su una solidarietà fondata su un´enorme bugia militante che offende innanzitutto proprio quell´idea che il Brasile pensa di dovere e di sapere garantire. Il Brasile in buona fede ha premiato la malafede di Battisti che anche per questo è peggiore adesso che è stato liberato: dopo avere messo nel carniere le vittime ora ha messo nel sacco l´intero Brasile.
Dunque, qualunque cosa faccia, Cesare Battisti è diventato uno scandalo, è il dolore dei parenti delle sue vittime, è l´attenzione degli italiani che ormai sanno esattamente quale ferocia ha commesso, di quali colpe si è macchiato, conoscono il trucco e hanno smascherato la menzogna nel quale ha trascinato la storia del Paese.
Quando ancora era latitante, Battisti godeva infatti della distrazione generale, era un problema di diritto, di giudici e di avvocati, poco più di una cinquantina di persone compresi i parenti e i complici politici. Adesso, dispiace dirlo, ma quell´uomo libero prima di essere un uomo è un oltraggio: ai parenti, all´Italia, al nostro presidente della Repubblica che pure ha conosciuto le asprezze della lotta politica e dunque sa valutarne la ferocia e gli eccessi. Il dolore di Napolitano è il nostro, perché non è un dolore politico. Anche il nostro, come il suo, è un malessere umano, pienamente e solamente umano. Attiene infatti ai dati elementari di una comunità che è fatta di affetti familiari, materni, filiali, fraterni, coniugali. Insomma i figli, i nipoti, i fratelli delle vittime di Battisti non sono una congrega politica ma sono un´umanità straziata dall´incomprensibile politica che lo ha messo fuori.

La Repubblica 10.06.11

"Il Cavaliere si fa il monumento", di Filippo Ceccarelli

Chi si loda, s´imbroda. Eppure per anni il berlusconismo ha accumulato più potere e ottenuto più credito dei proverbi, che sono la saggezza dei popoli. Io sono il più bravo, il più ricco, il più charmantIl più amato, il più popolare, il più tutto. Non solo, ma occorre riconoscere che nel corso del tempo divertiva anche, quel vitalismo imperioso, quel narcisismo in caduta libera, quella faccia incredibilmente tosta. Io, io, io, e giù numeri, sondaggi, trovate, storielle, paragoni, scherzosi o meno che fossero, io l´Unto, io Cesare, io Giustiniano, io Napoleone, io De Gasperi, io de Gaulle, io Gesù, io e Dio che si lamenta perché in Paradiso «l´ho fatto vicepresidente», ah-ah.
Per cogliere al meglio la dinamica adulatoria che di norma accompagna e incoraggia questo genere di spettacoli occorre osservare l´espressione concentrata e poi anche il sorriso inesorabilmente fantozziano con cui il ministro Alfano, ieri pomeriggio, nella sala stampa di Palazzo Chigi, ancora una volta ha accolto l´auto-magnificazione del Cavaliere e del suo governo.
In un video di 2 minuti e 40 il presidente Berlusconi sostiene che gli italiani «dovrebbero farci un monumento»; che lui sta «nella vetta della considerazione» internazionale; che è «il più esperto» fra gli altri leader del mondo per il suo «passato pieno di successi» che lo «distingue grandemente», lo mette «un gradino sopra» e «mi fa tycoon»; che lui pure all´università era bravissimo, mica solo Angelino ormai in ridente estasi al suo fianco, tanto che ha preso 30 e lode «anche in procedura civile» e quanto a intelligenza, e qui si è pure concesso un preziosismo latino, «intus legere», non «è secondo a nessuno».
Ma stavolta l´effetto è stato straniante, e anche un po´ triste. Non solo per la faccia appesa, il colorito terreo, la voce meno convinta del solito. E dinanzi all´auto-elogio spinto, era come se un velo si fosse all´improvviso tolto dagli occhi, finalmente capaci di intus legere, appunto, leggere dentro.
E mentre il Cavaliere proseguiva il suo numero, era inevitabile ripensare con malinconico distacco agli allegri e impetuosi e perfino efficaci accessi di megalomania berlusconiana del passato, alle sapide sbruffonate di quella dinamica psicopolitica ormai al tramonto: dalle coppe calcistiche vinte e scagliate sui nemici alle ville che sono talmente tante «che alcune nemmeno le conosco»; dalle innumerevoli conquiste femminili alle ridottissime ore di sonno dell´iper-lavoratore, che dove passava «fermava il traffico» e sempre sognava in grande, al punto da costruirsi anzitempo un mausoleo nel parco, e un bunker, e un teatro greco, e una pizzeria, un lago con isola per meditare, e una gelateria con la cassa che dà gli scontrini, e un vulcano che a comando fa un boato, e partono anche i fuochi, a Villa Certosa, che dopo la prima eruzione, Ferragosto 2007, gli ignari vicini chiamarono i vigili del fuoco.
Il Contratto con gli italiani, le Grandi Opere, il lenzuolone delle realizzazioni, il Modello Universale dell´e-government, il miracolo dell´immondizia e quello dell´Aquila e «Meno male che Silvio c´è». Sembra incredibile che tutto questo stia finendo. Che Berlusconi non racconterà più che ha sfidato e battuto i ragazzi della scorta sui cento metri; e non porgerà più la mano dicendo: «Toccatela, ha fatto il grano»; né più si alzerà i pantaloni o la manica della camicia per mostrare i graffi e i lividi procuratisi nei bagni di folla perché la folla lo voleva toccare, «mi gridavano Santo subito!».
Eh, brutto spettacolo è l´agonia di un regno. Alla fine della sua conferenza Berlusconi ha raccontato l´apologo trito e ritrito di zia Marina che davanti allo specchio, in dialetto milanese, si faceva le moine venerando la propria bellezza perché «se non me lo dice nessuno, me lo dico da sola». Ed è un curioso destino che la vita degli italiani sia funestata dalle zie dei presidenti. Quella di Andreotti si chiamava Mariannina e diceva sempre: «Tutto si aggiusta». Che come si può vedere non sempre è vero, anzi quando un potere si rompe, sempre al di là dei proverbi, di solito nessuno paga, ma i cocci sono di tutti.

La Repubblica 10.06.11

"Premi ai prof", di Flavia Amabile

Un mese di stipendio in più a 276 insegnanti italiani. È il risultato del progetto Valorizza, una delle due sperimentazioni avviate a febbraio per introdurre anche in Italia la valutazione di scuole e docenti dopo il fallimento del primo tentativo. «La valutazione non deve servire per punire – chiarisce il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini – ma l’impostazione della carriera basata solo sul trascorrere del tempo con gli scatti di anzianità è penalizzante non solo per i docenti ma anche per la scuola. Occorre, quindi, trovare un sistema per valorizzare le eccellenze». Il ministro pensa di essere sulla strada giusta e annuncia per il prossimo anno scolastico un ampliamento del numero di istituti coinvolti. «Siamo ancora lontani dalla definizione di un modello di valutazione italiano, ma sicuramente credo che sia giusta la scelta di non calare dall’alto soluzioni, ma di favorire dal basso un confronto».

Le sperimentazioni in realtà sono state due, una riferita ai docenti, l’altra alle scuole. Sono state finanziate con 5 milioni di euro ed hanno una struttura diversa. Nel progetto Valorizza per gli insegnanti si è valutata l’attività dei singoli docenti sulla base del loro curriculum, dei master e delle altre attività esterne realizzate e dell’innovazione portata nella scuola. Il progetto di valutazione delle scuole è riservato alle scuole medie e proseguirà per tre anni: in questo si è valutato il gioco di squadra dell’intero corpo di prof presente all’interno dei singoli istituti.

La partecipazione a entrambi i progetti è stata volontaria e decisa con una delibera formale del collegio dei docenti. Nel progetto Valorizza la sperimentazione ha coinvolto 905 docenti di 33 scuole di Piemonte, Lombardia e Campania.

Nel Progetto di valutazione delle scuole sono coinvolte 77 scuole delle province di Arezzo, Mantova, Pavia e Siracusa, circa 5.600 docenti e 57 mila famiglie. Viene preso in considerazione il miglioramento degli apprendimenti (attraverso test nazionali messi a punto dall’Invalsi) assieme ad analisi valutative condotte da commissioni ad hoc costituite da esperti esterni.

«Luci ed ombre» è il commento di Massimo Di Menna, segretario generale della Uilche chiede «risorse adeguate per riconoscere la professionalità e il merito» e sottolinea la necessità di «seguire la via contrattuale». Critica la Flc-Cgil. «I dati sull’adesione rendono evidenti le contraddizioni dell’ intera operazione fatta senza una precisa finalizzazione, senza parametri condivisi di misurazione e senza una chiara distinzione tra sistema nazionale di valutazione e valutazione dei singoli lavoratori e peraltro con poche risorse a disposizione», commenta il segretario generale Mimmo Pantaleo.

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Pavone Canavese

«Il premio? Andrà alla scuola». Quando hanno saputo del progetto di valutazione e dei premi al circolo didattico di Pavone Canavese, in provincia di Torino, hanno avuto un’idea spiazzante per chi ha dei prof l’immagine dei soliti scansafatiche buoni solo a scaldare sedie e rubare lo stipendio: partecipare e regalare tutto alla scuola per arricchire le attività. Ovvero: lavorare di più e farlo per l’intero gruppo. «Hanno aderito in 58», racconta il preside, Reginaldo Palermo. E hanno vinto in 17, quanto basta per assicurare alla scuola che comprende materna e primaria la bellezza di 22-23 mila euro.
Vi sembrano pochi? «Per noi sono una cifra di tutto rispetto: ogni anno riceviamo dal ministero circa 10 mila euro per il funzionamento ordinario», racconta il preside. Li utilizzeranno per attività con valenza sociale: dai progetti per disabili a quelli per alunni con problemi di apprendimento o per l’aggiornamento dei laboratori. Tutto bene, insomma, anche se il meccanismo può essere emigliorato: «L’autovalutazione degli insegnanti e l’idea di dare ai genitori il potere di esprimere giudizi sui professori non sono esenti da rischi. Da noi i premi sono stati donati alla scuola ma altri potrebbero approfittarne».

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Scampia

E sei premi sono andati anche a Scampia, a maestri e maestre dell’87mo Circolo Didattico Don Guanella. «Hanno partecipato in 19 perché molti non avevano i requisiti richiesti dalla sperimentazione», racconta la dirigente scolastica Silvana Quadrini. I premi sono stati assegnati ai docenti con i curriculum migliori ma soprattutto per le attività di integrazione di rom e disabili. L’istituto infatti ha un gran numero di bimbi rom fra gli iscritti, piuttosto bene integrati grazie a progetti mirati.
Suggerimenti per il futuro? Introdurre una valutazione del dirigente che conosce il proprio personale», risponde Silvana Quadrini. E poi la procedura seguita per la valutazione è stata «complessa», e per alcuni versi anche troppo lunga. «Era una sperimentazione, alcune procedure possono essere semplificate e abbreviate», afferma. E lo afferma con cognizione di causa perché l’istituto ha una lunga esperienza di valutazione con il Progetto Cometa del Polo Qualità di Napoli. Sanno di che cosa parlano, insomma. «E con la nostra esperienza siamo certi di poter proseguire e essere anche di aiuto in futuro per altri istituti», assicura la dirigente.

La Stampa 10.09.11

"Industria, produzione quasi ferma, l’Italia scivola al 7° posto mondiale", di Luciano Costantini

Un Paese che arranca. Praticamente fermo. Superato da India e Corea del Sud e che ora sente sul collo il fiato del Brasile che viaggia a sole due incollature di distanza, ma con la più che fondata speranza di un prossimo sorpasso. Risultato finale: eravamo la quinta potenza industriale del mondo, siamo diventati la settima. E certo non può essere una consolazione il dato che nella graduatoria europea del settore manifatturiero restiamo al secondo posto, preceduti solo dalla Germania. Perché i tedeschi hanno recuperato quasi tutto il terreno perso negli ultimi tre anni mentre noi stiamo risalendo la china con improba fatica. E non può essere neppure una consolazione il fatto che solo la Spagna, tra le concorrenti continentali, abbia fatto peggio.
Questo il quadro generale disegnato dal Centro Studi di Confindustria nel rapporto sugli scenari industriali. Tradizionale appuntamento che diventa soprattutto l’occasione per presentare bilanci e prospettive dell’Italia che produce. Il rapporto del Csc, ovviamente, è una miniera di numeri. Dice che la fase di recupero ha cominciato a frenare dopo il primo semestre del 2010, con un incremento dello 0,1% mensile da luglio dello scorso anno a marzo 2011 ed è ancora molto distante (-17,%) dallo zenit della crisi (-26,1%). La Germania nello stesso periodo ha ridotto il gap al -4%. «Il Paese – sottolinea il direttore generale del Csc, Luca Paolazzi – rimane ad alta vocazione industriale, ma spicca per la flessione registrata nell’ultimo triennio (-17% cumulato), doppia o tripla di quella dei maggiori concorrenti. I nostri imprenditori devono essere tre volte più bravi degli altri per sopravvivere in un contesto competitivo così carente». Anche perché è poderosa la scalata dei Paesi emergenti. Nella classifica mondiale 2010, la Cina con una quota del 21,7% ha conquistato la leadership a danno degli Usa (15,6%). Soltanto tre Paesi sono riusciti a reggere lo scossone della crisi: il Giappone terzo con un 9,1%, la Corea del Sud sesta con un 3,9% e l’Australia diciottesima con un 1%.
I numeri relativi alla nostra performance sono il risultato combinato, una sorta di morsa, di «un’industria che è rimasta schiacciata tra recessione violenta e ripresa lenta». Il recupero, avviato nel secondo trimestre del 2009, si è intensificato nel primo trimestre 2010 e ha poi frenato in Italia. Come dopo una rovinosa caduta, c’è chi si rialza e riprende a correre (la Germania) e chi stenta persino a camminare (l’Italia). Emma Marcegaglia non può nascondere questo risultato. «Siamo stati fortemente colpiti dalla crisi e la stima di una crescita dell’1% è troppo bassa». Poi una sottolineatura non casuale: «Con i dati non si fa critica a una parte politica o a un’altra, ragionare con i dati significa cercare di fotografare una situazione e cercare di capire insieme cosa fare». Ricorda, Marcegaglia, che il nostro sistema industriale produce il 30% della ricchezza, dà occupazione al 30% dei lavoratori e fa il 78% delle esportazioni. Il presidente di Confindustria propone – anzi ripropone – una massiccia dose di riforme sulle quali bisogna avere il coraggio di fare scelte anche impopolari. Dunque, riduzione della spesa pubblica («anche se non possiamo farla con tagli lineari). Poi mercato del lavoro, liberalizzazioni, ricerca, innovazione, infrastrutture. Chiaramente lo sforzo dovrà essere collettivo: governo, opposizione, parti sociali. Tra le riforme ineludibili anche quella più generale sui rapporti tra imprese e sindacati. In particolare, quella di un assetto contrattuale moderno e condiviso. «A giorni – annuncia Marcegaglia – chiameremo i sindacati per discutere la questione della cosiddetta esigibilità dei contratti e quella della rappresentanza». La lettera di convocazione partirà lunedì e l’incontro dovrebbe tenersi entro la metà della prossima settimana.

Il Messaggero 10.06.11

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«Industria ferma, superati da India e Corea», di Roberto Bagnoli

L’allarme di Confindustria: la produzione è del 17%sotto i livelli pre-crisi. Continua il pressing di Confindustria per raccontare la crisi delle imprese e del Paese. Non si sono persi solo dieci anni di crescita, come ha denunciato due settimane fa il presidente Emma Marcegaglia, ma anche la ripresa in corso «è troppo lenta e fragile» , con la «produzione industriale ferma ai livelli di un anno fa mentre nel triennio ha cumulato perdite doppie o triple di quella dei nostri concorrenti» . Peggio di noi ha fatto solo la Spagna. La Marcegaglia ha commentato i dati preparati dal suo Centro studi, confermando la stima di Confindustria per una crescita del Pil nel 2011 all’ 1%«troppo bassa per sostenere manovre correttive delle dimensioni necessarie all’Italia» . E invita il governo a «fare anche scelte impopolari» per dare una scossa all’economia. «Abbiamo bisogno di una riforma fiscale — propone il numero uno degli imprenditori— che diminuisca le tasse su imprese e lavoratori e che aumenti di qualche punto l’Iva, l’aliquota sulle rendite finanziarie e intensificare la lotta all’evasione» . La Marcegaglia prende di mira anche l’opposizione, sponsor dei referendum sull’acqua e sul nucleare che, se dovessero passare, significherebbe «un passo indietro di vent’anni» . Ce n’è anche per la Lega protagonista della singolare proposta di trasferire al Nord alcuni ministeri. «Non mi sembra un problema prioritario» , ha commentato secca ricordando che oggi «non sembra esserci piena coscienza nel Paese del ruolo cruciale giocato dalle attività manifatturiere nel generare reddito e occupazione» . Nelle cifre e nelle slide spiegate dal direttore del centro studi Luca Paolazzi, va in onda la gravità della situazione definita «una svolta storica, ci sono variazioni della produzione globale senza precedenti» . Con la Cina che vola in testa arrivando al 21,7%del valore della produzione mondiale (dieci anni fa era all’ 8,3%) mentre gli Usa retrocedono al secondo posto (15,6%dal 24,8%del 2000). L’Italia resta una potenza industriale ma perde e finisce dalla quinta alla settima posizione superata da India e Corea del Sud. Rimaniamo il secondo Paese in Europa dopo la Germania, sottolinea Paolazzi, ma gli emergenti viaggiano a una velocità tale per cui l’anno prossimo dovrebbe superarci anche il Brasile. Peggio di noi hanno fatto la Francia (dal 4 al 3%) e la Gran Bretagna scesa addirittura dal 3,5%al 2. Secondo i calcoli del Centro studi di viale Astronomia per «forza industriale» quella di Lecco è la prima provincia italiana (sessantunesima in Europa) seguita da Modena, da Vicenza e da Bergamo. Milano è sedicesima in Italia e al numero 203 in Europa. Agrigento è l’ultima e in Europa ha la posizione numero 1.223. Corrado Passera, amministratore di Intesa-Sanpaolo, commentando i dati del Csc chiede di «andare a rivedere tutte quelle norme che frenano la crescita delle imprese» e si schiera al fianco della Marcegaglia nel sollecitare una riforma fiscale.

Il Corriere della Sera 10.06.11

Scuola, mobilitazione dei genitori di Modena e provincia per sabato 18

Sabato 18 giugno, dalle 9 alle 18 in Piazza Matteotti i genitori di Modena e provincia si mobilitano ancora una volta per richiamare l’attenzione di tutti sui problemi della scuola pubblica.
Sono invitati : genitori, il mondo della scuola, cittadini, amministratori e i parlamentari modenesi di tutti gli schieramenti.

Questi sono i giorni in cui le scuole ricevono dall’usp (ex provveditorato) i numeri relativi all’organico di diritto, la previsione del numero di docenti che verranno loro assegnati.
Anche quest’anno, come negli anni scorsi, sull’onda lunga della legge 133 che quasi 3 anni fa impose risparmi per oltre 8 miliardi alle scuole statali, la notizia è che questi tagli si tradurranno in diminuzione del servizio e diminuzione della qualità: avremo 123 insegnanti in meno ma con 880 alunni in più, meno tempo scuola e classi sempre più numerose con ricadute sulla sicurezza.
– nella scuola dell’infanzia mancheranno almeno 10 sezioni ,
– nella scuola primaria non sarà possibile soddisfare tutte le richieste di classi a tempo pieno richieste dai genitori (11 cattedre), scompariranno gli insegnanti specialisti di inglese e sulla stessa classe potranno ruotare, per completare l’ orario, fino a 5-6 docenti, alla faccia del maestro unico,
– nelle scuole medie verranno cancellate tutte le classi con orario prolungato, anche quelle già esistenti, avremo 42 cattedre in meno con 460 alunni in più
– nelle superiori avremo 70 insegnanti in meno con 200 alunni in più si consolideranno i tagli diffusi del numero di ore delle diverse materie, delle ore di laboratorio, e verranno cancellate tutte le sperimentazioni avviate.

Noi desideriamo una scuola che, insieme a noi, accompagni i nostri figli nel loro percorso di crescita, perché è nella scuola che, attraverso gli apprendimenti e lo stare con gli altri, diventano persone e sperimentano le prime forme di società e cittadinanza.
A Modena, negli anni passati, le istituzioni scolastiche e gli enti locali hanno sottoscritto “patti” di impegno reciproco finalizzati all’offerta di un servizio scolastico pubblico di qualità e non solo di quantità. Più tempo scuola consente di ampliare l’offerta formativa, affiancando alla sfera didattica la sfera sociale, con maggiore attenzione anche al disagio, tutto questo ha fatto sì che le nostre scuole si collocassero ai primi posti a livello nazionale.
In questo progetto, in questa idea di scuola, è stato forte anche il coinvolgimento delle famiglie, che con la scuola hanno instaurato rapporti di collaborazione.

Molti gia’ lo sanno, tutti devono sapere, che chi taglia sbaglia e che abbiamo a cuore, non solo la quantita’, ma anche la qualita’ della scuola dei nostri figli.
Non solo perche’ sono i nostri figli, ma anche perche’ ci auguriamo che domani sappiano essere cittadini consapevoli e rispettosi della cosa pubblica e dell’ambiente in cui vivono.

Il comitato genitori della scuola statale secondaria di primo grado Galileo Ferraris, l’ associazione città & scuola, il coordinamento provinciale presidenti consigli d’istituto di circolo e comitati genitori di modena