Latest Posts

Serve uno sforzo per garantire un futuro alle nuove generazioni. Bersani a Italia110 risponde alle domande dei ragazzi su regole, merito, innovazione

“Vuole replicare a Berlusconi? No andiamo avanti con le domande dei ragazzi”. 5 minuti di applausi per Bersani a Italia110 che non si ocupa dei problemi del premier ma di quelli dei giovani italiani.

Comincia all’attacco: “Per dieci anni abbiamo occultato i problemi per maggior gloria di Berlusconi. Da anni e con accellerazione negli ultimi 2 anni stiamo perdendo posizioni rispetto a tutit i paesi europe: in temrini di PIL, formazione ed istruzione, redditi pro capite“. Siamo condannati a un destino di declino allora? No, ma perché “non abbiamo la forza di guardare in faccia i problemi e suscitare energie collettive per affrontarli. Non c’è uno sforzo corale dall’euro ad oggi. Adesso serve uno sforzo per garantire una prospettiva alla nuova generazione. E alla buon’ora anche Confidnustria se ne accorge”. Per questo serve una riscossa italiana “con riforme strutturali per dare crescita, ridurre il debito che grava sul futuro dei nsotri ragazzi, riforma fisclae, liberalizzazioni, una PA efficiente. Oppure prendiamo una brutta china”.
Tante le domande sui referendum: “Arriveremo al quorum, lo dico agli scettici: dobbiamo abituarci alle vittorie, bisogna saper vincere. Da 16 anni non si raggiunge il quorum, cambiamo pure i parametri, comunque ora siamo a un passo dal quorum. Io Io vado a votare alle 10 di mattina perché bisogna anche incoraggiare le persone: sento una sensibilità diffusa a partire dai giovani”. Spiega ancora una volta perché votare: “La giustizia è uguale per tutti, il piano nucleare non sta in piedi, non è obbligatorio privatizzare l’acqua. Sono problemi di merito. E poi andiamo a votare per dare la mano ai movimenti, ai cittadini che possono decidere da soli. È questo il senso, basta far quel che vuole l’imperatore”. Il segretario PD risponde alle domande sulle presunte contraddizioni dei democratici: “Sul referendum sull’acqua il sì non risolve il problema, non dà l’alternativa, ma blocca una legge sbagliata. E noi abbiamo una proposta di legge in parlamento. Poi mi dicono che visto che ero per le liberalizzazioni sarei in contraddizione (il riferimento è ad Andrea Ronchi) , ma uno che non sa la differenza tra privatizzazioni e liberalizzazioni non dovrebbe mica aver la patente per fare il ministro”. Torna sulla faccenda con una metafora: “L’idea che il pubblico o il privato cambiano l’acqua in vino è una stupidaggine. Possono andare entrambe bene, solo se governiamo processi complessi.
Ribadisco a Grillo: l’acqua è di Dio e devi ridargliela come c el’ha data: il pubblico deve garantire il ciclo, i privati possono gestirne una parte. Perché devo privatizzarle per forza? Sarebbe una svendita”.

Poi tocca al botta e risposta.
Antonio Natale studia ingeneria nucleare a La Sapienza e si dice sicuro del raggiungimento del quorum ma è preoccupato: “L‘ultimo piano energetico naizonale è del 1988 e non possiamo permetterci di andare avanti con petrolio e gas. Cosa si fa se vince il sì?
Bersani anche qui spazza via le insinuazioni: “Ho fatto il ministro 5 anni, se volevo fare il nucleare l’avrei fatto…invece ho rimesso l’Italia nel giro della ricerca internazionale su un nucleare più sicuro, che ha risolto il problema delle scorie. E lo rivendico. noi dobbiamo fare dello smontaggio del vecchio nucleare un’occasione di innovazione tecnologica, esattamente come lo stavo impostando quando eravamo al governo. Se le destre avessero continuato , ora con gli stress test e le dismissioni al via in Germania e in Europa saremmo competitivi. Volevo trovare un deposito di superifcie, far prima le cose facili insomma. Il piano nucleare di Berlusconi è totalmente antieconomico. E Vasco Rossi mi dice: sono in Francia tanto, a che serve chiuderle?”. Qui è Bersani che dice no: “Il caso Fukushima dimostra che le distanze ravvicinate sono più pericolose, non è più come a Chernobyl. Nel frattempo dobbiamo andare verso le rinnovabili ricorrendo al gas con rigassificatori che ci farebbero costare l’energia la metà. Un ingegnere nucleare ha davanti un mondo, non solo le centrali, ha una formazione basica. L’ultimo l’ho trovato in un caseificio per lavorare aglia iuti allo sviluppo, per far le gare servono standard tencologici altissimi. Non vi mandiamo alla sbaraglio”. le regole sono unod ei temi di Ittalia110 e Bersani ricorda che “qualsiasi settore liberalizzato ha generato movimento economico e investimenti. Funziona se ci sono regole nuove, ne sono un appassionato. E siamo l’Italia del diritto romano, ma lo slittamento semantico da regole a burocratizzazione è uno dei problemi principali. Non sono per semplificare ma per abolire dove si può, perché a semplificare si complica.
Le transazioni si basano sulla fiducia reciproca, se noi complichiamo le cose nuove non avremo vantaggi, ma più problemi. L’Italia è organizzata su reti corte: la moralità la usiamo nella dimensione familiare, paesana, di mestiere. Sulla dimensione nazionale svanisce: così evadiamo le tasse e infrangiamo le regole. È giusto pagare le tasse”.

Su questo cita Franco Modigliani: “in un incontro con gli imprenditori italiani a chi chiedeva cosa potevano fare per l’Italia il Nobel rispondeva: pagate le tasse“.

E il merito? Altro tema discusso dai gruppi di alvoro. E Bersani chiede alla platea: “Chi accetta le valutazioni? Nessuno tranne gli studenti. Non le università che pretendono finanziamenti!Ad esempio basterebbe rendere strutturali i legami tra imprese e laboratori universitari: poi concederemmo il credito d’imposta in base ai risultati, senza ricorrere alla filantropia dei 4 grandi imprenditori. Creiamo una rete di convenienza e poi l’impresa assumerà anche i ricercatori: guardate che l’università ha un’età media alta perché non ci sono sbocchi…Se non si fa sistema ci sono solo innovazioni di nicchia, lodevoli ma non cambiano le cose. Servono azioni ampie, meccanismi di credito fiscale che hanno bisogno di anni per entrare a regime“.

Ispirati dal caso Santoro, i ragazzi chiedono quale futuro vede il segretario PD per la RAI ed il mondo della cultura: “Auspico uno statuto dell’impresa artistica, per il FUS penso ai costi di sistema, in un buon sistema di informazione e di comunicazione c’è da considerare una spesa tale. Potrebbe essere svolta da tutti i soggetti, lasciamo stare quanto spendiamo per quei sistemi li, ma possibile che stiamo qui a ragionare di cento milioni di euro per il fus , quanto invece stiamo a parlare di miliardi del sistema dell’industria culturale? Le aziende poi devono competere e con l’uscita di Santoro non vince Berlusconi…perdono la Rai ed i cittadini”.

E si perde anche se si taglia lo stato sociale perché “la scuola, tutti i grandi passaggi sono stati sempre legati al concetto di paese, c’era da uscire dall’analfabetismo, c’era da far, crescere la consapevolezza democratica, c’era da dire ai cittadini che siamo tutti uguali,? Si è sempre ricorsi all’innovazione. E quando discutiamo di scuola noi che paese vogliamo? Qual è l’obiettivo? Io dico articolo 3 della costituzione, innovazione, invece c’è aumento di drop out, ti tagliano l’inserimento dei disabili…
Davanti allo studente la materia tecnica sembrano un ostacolo eccessivo, bisogna correggere qualcosa nella società, è un grande sforzo. Con i ficchi secchi però è difficile fare questo, bisogna metterci su i soldi.” Investimenti, responsabilità nazionale che si intrecciano con il ruolo del PD. Quale democrazia vogliamo? “No al populismo, quella vecchia bisogna riformarla, ma come? Ci abbiamo preso e siamo avanti rispetto agli altri? Quelli del pdl, cosa stanno discutendo? Come si fa a fare un partito.. Auguri! – ride, poi si fa serio – troppo giovani siamo per aver risolto i nostri problemi, dobbiamo migliorarci da qui all’autunno faremo una conferenza per vedere come migliorarci, il partito è una parte è uno strumento, l’oggetto è l’Italia, usciamo dall’idea che ci facciamo la democrazia in un partito solo, l’oggetto è l’italia. Quote rosa? sì ma non riusciamo a fare una proposta di legge per la legge elettorale che preveda il 40% di presenza di donne. Non è che noi possiamo caricarci in casa, dobbiamo rivolgerci al sistema, così pure ai meccanismi di partecipazione. Il partito non è un luogo della ginnastica è uno strumento per l’italia, deve funzionare se vogliamo se l’Italia funzioni”.

E chiude con uno sguardo sul futuro: “Usciamo dal decennio della chance individuale, adesso la sociologia dopo queste elezioni dice che stiamo passando dal modello individualistico al modello comunitari. Attenzione, lo dico non solo ai sociologi, se non gli diamo una forma nazionale può prendere una forma corporativa e difensiva. Ma la percezione è che uno da solo non ce la fa. Ma qui c’è una cosa che si chiama politica, rielaboriamo un modello comunitario che non fa ricatti corporativi e non ha confini di categorie”.

www.partitodemocratico.it

"Tra precarietà e partecipazione. L'identikit dei giovani italiani", di Carmine Saviano

Una ricerca di Termometro Politico disegna i tratti degli Under 35. Pronti a difendere le pensioni dei genitori, ma il sogno resta il posto fisso. Poca voglia di politica e tanta fiducia nel Presidente della Repubblica e nella magistartura. Bocciato senza appello Silvio Berlusconi: solo il 20% gradisce il suo operato

Assediati dalla precarietà. E con il dito puntato contro l’evasione fiscale, causa principale delle ingiustizie sociali del Belpaese. In cerca del lavoro a tempo indeterminato e pronti a difendere le pensioni dei genitori. Sono alcuni dei tratti che, secondo un sondaggio di Termometro Politico, disegnano l’identikit degli under 35. Una ricerca ricca di dati che è stata presentata oggi a Roma durante “Italia110. Cambiamo aria per non cambiare aria”, iniziativa targata Partito Democratico cui hanno partecipato Pierluigi Bersani ed Enrico Letta. Un incontro in cui 110 universitari hanno discusso con esponenti della mondo della politica e dell’impresa. Per mettere nero su bianco le possibili cure per il welfare state italiano.

Il lavoro. La ricerca si basa sui dati raccolti attraverso 800 interviste telefoniche. E il lavoro è una priorità che accomuna tutti. Oggetto del desiderio: essere impiegati in modo stabile, trovare il tanto agognato posto fisso. L’87% dei giovani è disposto a uno stipendio più basso, a patto che sia a tempo indeterminato. Certo, non manca la voglia di scommettere in proprio sul futuro: il 71% degli intervistati sarebbe disposto ad investire in una attività imprenditoriale. E la ricerca del lavoro? Per il 34% si tratta di conoscere le persone giuste, per il 33% l’essenziale è aver svolto stage ed esperienze lavorative. E solo il 23% del campione indica nello studio universitario la base per il successo professionale.

Generazioni. Lo scontro generazionale non è, per il campione di intervistati, la causa principale dei problemi sociali del Paese. Il 79%, infatti, non sarebbe disposto a tagliare le pensioni ai genitori in cambio di garanzie sul proprio trattamento previdenziale. La musica cambia per l’evasione fiscale, indicata dal 45% come la principale fonte di ingiustizia sociale. Che secondo il 23.2% è invece da attribuire alla configurazione corporativa del mondo del lavoro. Significativa la speranza di cambiamento: la maggioranza degli under 35 nutre fiducia nel futuro del Paese.

Partecipazione. Più del 75% dei giovani confessa di non aver mai pensato di impegnarsi direttamente in politica. Significativi anche i dati sul livello di fiducia verso le istituzioni. Promossi a pieni voti Magistratura (67%), Forze dell’ordine (75%) e soprattutto il Presidente della Repubblica: l’operato di Giorgio Napolitano gode del 77% dei consensi. Più basso l’indice di fiducia nei sindacati (48%), mentre risultano piuttosto critici i giudizi sulla Chiesa cattolica (38%) e sui partiti politici (24%), con un’inversione di tendenza per il Pd (43%).

Verso sinistra. Alla domanda sulla propria collocazione politica, il 22,5% si dichiara di sinistra, il 34,9% di centrosinistra, l’11,1% di centro. Il centrodestra si ferma al 20,3% e la destra all’11,2%. Bocciato senza appello il presidente del Consiglio. A Silvio Berlusconi solo il 20% dei giovani italiani dà un voto superiore al 5. Ben due terzi degli intervistati non arrivano al 4. E il 44,3% assegna al premier il voto più basso: uno.

da www.repubblica.it

Bersani: «Ecco la legge elettorale per andare oltre il Porcellum»

Un sistema misto a doppio turno con una soglia di sbarramento e il diritto di tribuna. È questa la proposta di riforma della legge elettorale decisa oggi dal Pd in un vertice tra il segretario Pier Luigi Bersani e i big del partito. «L’attuale legge elettorale – afferma Bersani – è indecente. La nostra proposta non è né ungherese né svedese, né turca… ma italiana e attorno ad essa faremo una discussione aperta con le forze di opposizione perché noi ai prossimi appuntamenti politici ed elettorali vogliamo andare dicendo che il Porcellum non va bene». Prima di depositare la proposta di legge, ha spiegato Bersani, «vogliamo discutere con le forze di opposizione».

Dopo essersi divisi a lungo tra sostenitori del maggioritario e proporzionalisti il Pd sembra trovare la quadra sulla legge elettorale. «Su questa proposta siamo tutti d’accordo», assicura il segretario Pier Luigi Bersani al termine del vertice nel quale i Democratici hanno messo a punto una proposta su un modello maggioritario a doppio turno con una quota proporzionale e un sistema di soglia di sbarramento.

«Siamo primo partito e ci mettiamo a servizio». A Pierluigi Bersani non è piaciuto il modo in cui è stata descritta la proposta del Pd sulla legge elettorale: «C’è un elemento di ridicolizzazione delle nostre posizioni che mi brucia un po’. Discutiamo di riforma elettorale ma non solo, ne stiamo preparando su tanti temi, perché pensiamo che il Pd deve avere una sua proposta», ha detto il segretario durante un’iniziativa del partito sui giovani. «Non la depositiamo in Parlamento ma la presenteremo alle forze dell’opposizione – ha spiegato Bersani – perché come vogliamo essere il primo partito interpretiamo questo ruolo come servizio e quindi vedremo assieme alle altre forze se depositare una proposta di legge».

Sulla riforma della legge elettorale il Partito Democratico non ha nessun «aggancino» con la Lega. È quanto assicura il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, davanti alla platea degli universitari di «Italia 110». «Siccome stiamo parlando di legge elettorale – ha spiegato ai giovani Bersani – i giornalisti si sono detti: ‘hai visto mai che il Pd ha l’aggancino con la Lega?’». E invece no. «Noi discutiamo di legge elettorale perché il Pd deve avere una sua proposta – ha sottolineato il segretario – sarebbe curioso che diciamo che la legge attuale è una porcata e poi non presentiamo una proposta per cambiarla. La chiamano ungherese, ma non è ungherese, turca o slovena. È una proposta talmente tanto italiana che si occupa persino di un fenomeno come quello della formazione di gruppi parlamentari dopo le elezioni, come quello dei Responsabili».

Il problema, spiega, è che c’è chi spera che «a un certo punto, dalla situazione politica, venga fuori Atena dalla mente di Giove. Ebbene, abbiamo già dato». Quindi tornando al Pd e alle sue posizioni, Bersani aggiunge: «Noi siamo assolutamente aperti. Chi vuole discutere di politica venga, ma non si inventi altre strade che non esistono nel mondo democratico, anche perchè abbiamo già dato. Abbiamo cominciato 15 anni fa così». Il segretario democratico conclude: «È da qui che viene la ridicolizzazione delle nostre posizioni. Per questo dico che la nostra proposta sulla legge elettorale non è ungherese. È italiana».

da unità.it

"Vogliono demolire RaiTre. Maggioranza diserta il Cda"

Rai sempre più nel caos, Raitre al centro dello scontro con i programmi senza via libera perché la maggioranza la sabota. Il Cda di oggi è saltato perché i membri voluti dalla maggioranza non si sono volutamente presentati, i palinsesti autunnali sono fermi – ed è già tardi per decidere, scontri e tensione. E l’Usigrai, il sindacato, minaccia lo sciopero se il consiglio di amministrazione di Viale Mazzini lunedì non vara i palinsesti.

Cda saltato, tensione alle stelle, palinsesti al palo. E resta irrisolto il nodo della conferma dei programmi di Raitre: l’uscita di Michele Santoro ha fatto saltare i nervi nell’azienda ora alle prese con le riconferme e con uno scontro ai piani alti. Il presidente Garimberti e i consiglieri di opposizione attaccano la maggioranza, giudicata irresponsabile per l’assenza in Cda oggi. E il direttore generale Lorenza Lei richiama alla responsabilità e punta all’ok – possibilmente unanime – nel Cda di lunedì.

Alla riunione convocata per stamani, il Consiglio è durato giusto il tempo di constatare l’assenza del numero legale: tutti assenti nella stanza, seppure ben presenti nel palazzo, i consiglieri di maggioranza. Lo hanno deciso nelle ultime ore, dopo il rifiuto del Dg Lei di concedere direttamente un rinvio del Cda da ieri a lunedì e anche di votare i palinsesti per parti separate.

In ballo c’è il tentativo di ottenere qualche modifica, ma di peso, nella linea di Raitre. Naturalmente per ragioni politiche. Non a caso il consigliere espresso dalla maggioranza Antonio Verro parla di «logiche da tifoseria» e invita a puntare su altri temi oltre alla politica (più chiaro di così…). Si sa quali sono i programmi sgraditi al capo di Verro, che pure portano ascolti e pubblicità ma non piacciono a Silvio: da Fabio Fazio con Che tempo che fa a Ballarò di Giovanni Floris, da Parla con me di Serena Dandini, a Report di Milena Gabanelli. Questi programmi sono ancora senza contratto, l’opposizione ha chiesto ieri garanzie al Dg e la stessa Lei li manterrebbe (ad ora risultano tutti in palinsesto) riservandosi poi di approfondire i dettagli contrattuali, che richiedono tempi tecnici. Ma resta poco tempo, c’è La7 che attira. Persino il Direttore Paolo Ruffini potrebbe valutare un passaggio alla rete di Tmedia. È quindi rischioso rinviare le firme dei contratti, quando i palinsesti vanno presentati ai pubblicitari altrimenti niente incassi. Per questo i consiglieri d’opposizione condannano «l’irresponsabilità» della maggioranza. Il presidente Garimberti giudica il rinvio «grave e incomprensibile», perché l’azienda rischia «un grave intralcio alla operatività». Dura l’Usigrai, pronta allo sciopero. L’azione della maggioranza si palesa ogni volta di più: sembra quella di sabotare la Rai stessa.

da www.unita.it

"Riformiamo la Rai per esserne orgogliosi", di Matteo Orfini

Secondo il responsabile cultura Pd l’azienda «ha bisogno di ripartire
scrollandosi di dosso mesi di paralisi. Per questo chiederemo
di calendarizzare la proposta di Rognoni al più presto in Parlamento». Il caso Santoro e più in generale le cronache di questi giorni trasmettono la sensazione desolante di una Rai ferma e ingovernabile, paralizzata dalla politica in un perenne stato d’eccezione. Al paese servirebbe, invece, un’azienda in grado di svolgere la funzione di servizio pubblico innovando contenuti e contenitori, sperimentando, guidando la transizione digitale, aggredendo i nuovi mercati che si aprono, nel Mediterraneo e non solo. Può fare tutto questo la Rai di cui quotidianamente seguiamo le convulsioni? Può farlo un’azienda in cui palinsesti, nomine e assunzioni sono di fatto delegate alla magistratura (per fortuna, viene da dire, dato che se ciò accade è per sanare abusi)?
Un’azienda che, salvo la straordinaria eccezione del programma di Fazio e Saviano e il coraggioso tentativo di Potere, è sempre uguale a se stessa da dieci anni? Se oggi paventiamo il rischio di perdere le star più note è perché dietro di loro ben poco è stato fatto crescere, e i volti principali nascondono con il loro carisma e la loro professionalità la povertà di format sempre uguali (possiamo cambiare titoli e alternare conduttori, ma sempre di interviste e dibattiti stiamo parlando).
La Rai ha bisogno di ripartire, scrollandosi di dosso mesi di paralisi, e ha bisogno di farlo recuperando anzitutto criteri oggettivi di scelta che mettano al centro la professionalità. Su questo misureremo il management del dopo Masi, consapevoli che agire in questa direzione significa rompere il legame con la politica, cominciando con il recidere il rapporto perverso e improprio che l’azienda ha avuto con il premier.
Se davvero la scelta di risolvere il rapporto di lavoro con Santoro ha alla base l’esigenza, astrattamente condivisibile, di restituire all’azienda autonomia editoriale rispetto all’obbligo, stabilito per sentenza, di prevedere in palinsesto Anno Zero, ora però il dg faccia tutto il possibile per trattenere Santoro ed evitare che vada a rafforzare la concorrenza. E cerchi di ricostruire un’etica dei comportamenti aziendali che consenta ai principali protagonisti dei successi della Rai di sentirsi supportati dalla direzione e non tollerati con insofferenza quando non addirittura boicottati. Il futuro della Rai dipende anzitutto dall’assunzione diuna responsabilità collettiva, la missione di un rilancio a cui tutti i lavoratori dirigenti e amministratori devono contribuire per prima cosa confermando lealtà all’azienda: non si può lavorare per rafforzare il servizio pubblico e contestualmente ammiccare
ai concorrenti.
Le vicende di queste giorni confermano che è indispensabile avviarsi su una strada di riforma coraggiosa della governance della Rai: lo spettacolo desolante di un consiglio di amministrazione trasformato inun parlamentino politico paralizzante, in cui consiglieri di amministrazione diventano terminali di pressioni politiche o punti di riferimento di cordate aziendali se non addirittura di interessi imprenditoriali esterni è la dimostrazione più evidente dell’esigenza di
riforma. Per questo chiederemo nuovamente di calendarizzare al più presto la discussione sulla nostra proposta elaborata da Carlo Rognoni e depositata in Parlamento.
In attesa di una riforma è però indispensabile che chi oggi guida la Rai, a cominciare dal direttore generale e dal presidente, si misuri a viso aperto con questa sfida. Se lo saprà fare, liberandosi da veti e condizionamenti, riuscirà senz’altro a fare il bene del servizio pubblico.
Noi, come ha giustamente sottolineato Pier Luigi Bersani, non abbiamo e non vogliamo avere «nostri» uomini in Rai. Ma chiediamo che la Rai torni a essere un’azienda di cui il paese possa essere orgoglioso.

L’Unità 09.06.11

"Acqua, prima due Sì poi nuove regole", di Marco Causi

La riforma dei servizi pubblici locali approvata a colpi di voti di fiducia fra il 2008 e il 2009 è, allo stesso tempo, pericolosa e carente. Il pericolo è una spinta non controllata in direzione di privatizzazioni senza liberalizzazioni.
La carenza è l’assenza di un quadro di regolazione forte, affidato alle cure di vere Autorità indipendenti, e innovativo, in grado di modernizzare le regole stabilite durante gli anni ’90 e ormai obsolete, come ad esempio quelle per la determinazione delle tariffe. Abrogare l’articolo 23 bis, con un “sì” convinto ai “referendum sull’acqua”, permetterà al parlamento di lavorare su una vera riforma che non soltanto elimini i pericoli di quella varata dal centro-destra, ma inoltre ampli il campo di intervento. Attenzione: un simile lavoro andrà comunque messo in campo anche nel caso di fallimento dei referendum.
La pericolosità della riforma emerge innanzitutto nelle norme che obbligano le società pubbliche non quotate concessionarie di servizi pubblici a far spazio a soci privati oppure a passare per una gara: un obbligo non richiesto dall’Europa, tanto che nessun cittadino di Berlino o di Parigi si stupisce delle gestioni in house delle reti metropolitane o ferroviarie. Può ben darsi che esistano gestioni pubbliche inefficienti, a cui è bene dare una sferzata con l’ingresso di soci privati o tramite la messa a gara del servizio. Ma può ben darsi anche il caso opposto, di gestioni pubbliche efficienti, per le quali è inutile, se non dannosa, l’obbligatorietà del passaggio a società miste o dell’indizione di una gara.
Ancora più pericolosa è la norma che “incentiva” la privatizzazione delle società degli enti locali quotate in borsa.
Il meccanismo funziona così: se gli enti pubblici mantengono il 51% delle azioni di queste società, allora esse perdono le concessioni di pubblico servizio, che vengono messe in gara; se invece gli enti pubblici scendono sotto il 51%, allora le concessioni restano indisturbate fino alle scadenze previste nei contratti vigenti. In questo secondo caso si realizza il peggiore dei mondi possibili: quello di una privatizzazione senza liberalizzazione. La società privatizzata resta concessionaria senza passare per un vaglio competitivo.
Il tutto in assenza di Autorità nazionali indipendenti di regolazione, in grado di verificare costi e tariffe e di garantire il cittadino-utente, oltre che lo stesso ente locale.
Un esempio illuminante è quello romano, dove Acea è concessionaria non solo del servizio idrico integrato (distribuzione, depurazione, fognature), ma anche delle attività di captazione e derivazione dei grandi acquedotti che servono l’area metropolitana della Capitale. Se Acea venisse privatizzata manterrebbe tutte queste concessioni fino alla loro scadenza del 2026. È utile ricordare che in un passato neppure troppo lontano il comune è stato un azionista molto più attento e giudizioso.
Ma quando si prendono decisioni irreversibili in materie così delicate come le infrastrutture idriche non ci si può limitare a giudizi di tipo congiunturale.
Bisogna pensare agli scenari di lungo periodo.
E se il problema delle gestioni pubbliche in Italia viene riportato all’incapacità della politica di occuparsene in modo trasparente e rigoroso, allora la risposta non va cercata nella privatizzazione, ma nell’introduzione di norme che “allontanino” la politica dalla gestione (come avviene negli Usa o in Gran Bretagna), oltre che nel tentativo di affermare una “buona” politica.
C’è da domandarsi perché il governo Berlusconi abbia voluto queste norme per i servizi locali, ma abbia invece salvato tutti i concessionari nazionali: dalla riforma sono infatti esclusi i trasporti regionali (Trenitalia) e la distribuzione del gas (Eni). In ogni caso, tutte le esperienze internazionali insegnano che è estremamente pericoloso privatizzare senza liberalizzare, e soprattutto privatizzare senza costruire un adeguato contro-potere pubblico di regolazione sotto forma di Autorità indipendenti. Valga per tutti il caso italiano, di successo, dell’elettricità e dell’Autorità ad essa preposta. Nel caso dei servizi pubblici locali, le Autorità dovrebbero configurarsi in termini federali e avere una “governance” condivisa fra stato, regioni e autonomie.
Questo fondamentale tassello è assente nella riforma del centro-destra, un’assenza solo parzialmente colmata dalla proposta, contenuta nel decreto sviluppo, di istituzione di un’Agenzia, che viene configurata come ufficio autonomo, ma non ha carattere federale, resta sotto il controllo di un ministero e non esercita poteri normativi, ispettivi e sanzionatori tipici delle Autorità.
E un’altra grandissima carenza è l’assenza di “clausole sociali”. Se si avessero davvero a cuore le gare, e cioè la liberalizzazione, la prima cosa da fare è quella di introdurre clausole di salvaguardia per i lavoratori dell’azienda esercente, poiché in caso contrario il costo sociale dell’operazione diventerebbe difficilmente sopportabile. Ma alle clausole sociali non si è pensato neppure in sede di decreto di attuazione.
Infine, la questione della tariffa idrica. Non è un segreto che ai riformisti il secondo quesito referendario piace meno del primo. Chi scrive queste righe, ad esempio, ha firmato e partecipato alla campagna solo per il primo e non per il secondo fra i referendum sull’acqua. L’opzione di differenziare il voto è plausibile sul piano personale, meno su quello politico: intorno alle questioni dell’acqua e del nucleare è emersa una vera sensibilità popolare, non riconducibile a schemi di “estremismo”, ma di vera e propria indignazione verso una stagione politica dominata dai conflitti d’interesse e dall’utilizzo a fini privati delle istituzioni.
Se è questa l’onda del popolo sovrano, non saranno certo i distinguo e i tecnicismi accademici a modificarla.
Non è per nulla convincente l’approccio ideologico che annette al secondo quesito una valenza “anti-capitalistica”: gli investimenti vanno fatti e vanno finanziati, e tutto ciò ha un costo che è socialmente efficiente coprire con una “buona” tariffa. Ma, dall’altro lato, non bisogna neanche esagerare le possibili implicazioni negative dell’eventuale approvazione del secondo quesito. L’eliminazione della «adeguata remunerazione del capitale investito » non cancella il principio, stabilito nella stessa legge da cui verrebbe tolta una riga, in base al quale la tariffa deve garantire la copertura dei costi, comprensivi degli investimenti. Dire che la tariffa deve coprire gli investimenti significa che, in ogni caso, il costo del capitale dovrà essere coperto.
E se, in parte, questo capitale fosse capitale di rischio, anch’esso potrebbe, nella futura tariffa post-referendaria, essere coperto remunerando opportunamente la gestione industriale. Questi principi sono contenuti nella proposta di legge sull’acqua depositata dal Partito democratico.
Non è vero allora che, in caso di vittoria dei “sì”, diventerà impossibile finanziare gli ingenti investimenti necessari al comparto. Andrà, semplicemente, scritta nuovamente la norma tariffaria, riportandola ai parametri del costo dell’investimento e della remunerazione della gestione industriale, evitando così che la tariffa possa concedere ai gestori “extra-profitti”, e cioè remunerazioni eccessive rispetto al costo-opportunità del capitale e al premio per il rischio. Si vede bene, insomma, che il lavoro (e la fatica) del riformismo si dovranno esprimere in tante direzioni dopo i referendum. Speriamo solo che si possa agire dentro un clima politico finalmente diverso.

(www.scuoladipolitica.it)