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"La partita delle tasse", di Claudio Tito

«IL Tesoro ha una linea sola: quella della serietà e del rigore». La tensione è altissima. Le incomprensioni tra Berlusconi, Tremonti e Bossi ormai sono quotidiane. Lo scontro è diventato pubblico. E nel centrodestra tutti sono pronti al peggio. Perché tutti sono ormai convinti che la “partita delle tasse” è quella decisiva. Per il futuro del governo e della legislatura. Per gli assetti del Pdl e per le aspettative della Lega.Da giorni, però, il ministro dell´Economia ripete questa frase come un mantra. Una formula sacra intoccabile. Lo ha fatto prima delle amministrative, lo ha ripetuto lunedì scorso nel vertice di Arcore. Lo ha confermato martedì notte nel summit supersegreto con il premier e i ministri leghisti. L´idea di dare una sforbiciata alle aliquote irpef non trova la sponda del titolare del Tesoro. Che stavolta ha dovuto far fronte – con la sola comprensione di Gianni Letta – non solo al Cavaliere ma anche alle pressioni del Senatur. «Dobbiamo ridurre le tasse in modo tale – è stata la richiesta formulata dal premier con una certa decisione – che non se ne accorgano solo i commercialisti, ma anche gli elettori».
La questione del resto è ormai esplosiva. Palazzo Chigi e il Carroccio considerano l´”arma tributaria” l´unica in grado di frenare una deriva che sembra inarrestabile. Per Berlusconi, è il solo strumento che possa arginare il declino di questa maggioranza senza un cambio della guardia ai vertici dell´esecutivo. Per il Carroccio, il solo escamotage capace di controllare il malcontento che monta nella base leghista. Non a caso Bossi cerca una linea di difesa in vista del raduno di Pontida di domenica 19. lo fa con una certezza: «Si arriva fino al 2013 se facciamo qualcosa sulle tasse. Altrimenti, andiamo tutti a casa». E non è nemmeno un caso se l´altro ieri sera, i quattro commensali abbiamo passato un bel po´ di tempo a capire se e come “trasferire” i ministeri al nord. Risultato: trasloco solo per “tre” uffici di rappresentanza. Quelli di Bossi e Calderoli a Monza (forse nei pressi di Villa Reale) e quello della Carfagna a Napoli. Stop. Ma questo è il segno dell´allarme vissuto tra i lumbard. Con il Senatur strattonato da una parte e dall´altra da «due Leghe»: quella del «cerchio magico» composto dalla famiglia, Reguzzoni e Rosi Mauro, filogovernativa e superberlusoniana. E quella di «Via Bellerio», con i ministri consci della sfiducia che serpeggia tra i militanti padani.
L´altro ieri sera, quindi, il nodo è apparso ancora più inestricabile. Le valutazioni dell´Unione europea sul nostro debito, la crisi che fa fibrillare la Grecia e l´approssimarsi dell´appuntamento con la manovra di 7-8 miliardi (prima tranche di complessivi 40 miliardi) impostaci da Bruxelles non permettono alcun intervento concreto del Tesoro sulle tasse. Eppure il premier insiste. E addirittura ha suggerito di rinunciare proprio alla “manovrina” per dirottare quelle risorse sull´Irpef: «Così potremmo impiegare qui soldi per gli italiani». Dimenticando, però, che il patto per il rientro dal debito è stato proprio lui a firmarlo davanti a tutti i partner europei. «Allora si faccia qualcosa contestualmente a quell´operazione», ha riprovato.
Ma la trincea di Tremonti non si è abbassata. È convinto che le promesse elettorali del 2008 siano rispettate: già allora imperversava la crisi e ogni impegno era subordinato all´andamento della recessione. «In questo – è stato il suo ragionamento davanti agli alleati sempre più insoddisfatti – siamo coperti e lineari». Per spiegare cosa è accaduto nel mondo negli ultimi tre anni, il ministro dell´Economia spesso ricorda quel che disse Rochefoucauld a Luigi XVI alla vigilia della presa della Bastiglia. “Una rivolta? No, è una rivoluzione”. Pure il governo italiano si è trovato di fronte a una «rivoluzione» e non a un ciclo economico: una vera crisi che reclama una discontinuità radicale.
Discorsi, però, che non fanno presa sul Cavaliere. Sempre più insofferente per i “non possumus” dell´ex amico Giulio. Al punto di auspicarne le dimissioni. «Nessuno è indispensabile», si è sfogato ieri con alcuni deputati del Pdl. Ai quali ha di nuovo ventilato l´ipotesi di “spacchettare” il dicastero (Tesoro, Finanze e Bilancio) tremontiano assegnando alcune deleghe a un fedelissimo come Antonio Martino. Che non a caso ieri è andato a Palazzo Grazioli per prospettare un´altra soluzione: «Introduciamo le tre aliquote con un disegno di legge di iniziativa parlamentare presentato dal gruppo storico di Forza Italia». Un progetto che attira il presidente del consiglio. Anche perché comporterebbe automaticamente le dimissioni di Tremonti. Ma a Palazzo Chigi non tutti sono certi che la coalizione sia in grado di reggere l´urto di un tale scontro. La paura è che le agenzie di rating e i mercati possano penalizzare in modo disastroso il Paese con l´addio dell´attuale ministro.
Un timore di cui il titolare di Via XX Settembre è consapevole. Tant´è che alla cena di martedì si è presentato con una serie di tabelle che non lasciavano spazio a interpretazioni. Il quadro economico mondiale, rispetto all´inizio della legislatura – è il ragionamento svolto negli ultimi due incontri con il premier -, non è migliorato rispetto all´inizio della legislatura: prima bisognava fare i conti con il default della Lehman brothers, ora con quello di un intero paese come la Grecia. Per questo il titolare dell´Economia rammenta che le osservazioni dell´Unione europea non sono superficiali. Che la moneta unica obbliga i membri a rispettare i parametri. E che il nostro problema è il «debito». Prendendo in prestito una metafora già usata dal Cavaliere, l´Italia è come una famiglia che incassa 100 e spende 104,5: «Alla fine la Banca ti chiede un piano credibile di rientro». Senza considerare che i tassi di crescita non sono certo impetuosi: gli Stati uniti avanzano di meno del 2%. L´Italia del nord sta al 2,1% ma quella del sud supera di poco lo zero. E sebbene il “Governement revenue” di Eurostat assegni all´Italia incassi di due punti superiori alla media europea, poi però sottolinea che il costo degli interessi sul debito supera i 70 miliardi. «Allora – ha ripetuto a Berlusconi, Bossi e Calderoli – io capisco i problemi di consenso e anche quelli di Pontida, ma bisogna dare una risposta anche al risparmio delle famiglie e alla coesione sociale. Perché se si commettono errori sul risparmio delle famiglie, non vai a casa. Sono loro che ti vengono a prendere a casa tua».

La Repubblica 09.06.11

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“Pdl, Miccichè se ne va con 14 parlamentari”, di Alberto D’Argenio

“Non più succubi di Bossi”. Lite tra i Responsabili. E la maggioranza vacilla. Il leader di Forza Sud oggi andrà a palazzo Chigi: è pronto a dimettersi da sottosegretario.
Dieci deputati e quattro senatori. Sono almeno quattordici i parlamentari fedeli a Gianfranco Miccichè che usciranno dal Pdl. Lui, il leader di Forza del Sud, tra i fondatori di Forza Italia e artefice del 61 a 0 siciliano del 2001, lo dice chiaro e tondo: «Non si può più essere succubi della Lega e dei capricci di Bossi». Eccole le nuove grane per Silvio Berlusconi: alla Camera i partiti di governo tornano pericolosamente a lambire la quota di sicurezza di 316 deputati. Perché se da un lato il ribelle Miccichè assicura che «oggi rimaniamo nella maggioranza», dall´altro giura che se «prenderanno ancora in giro il Mezzogiorno ce ne andiamo». Intanto l´obiettivo è chiaro: «L´importante è distanziarci dal Pdl, non ci vogliamo più confondere con chi non rappresenta il Sud».
La strada di Forza del Sud è sempre più lontana dal governo. Miccichè garantisce che «non chiediamo poltrone». Tanto che potrebbe anche rinunciare al suo posto da sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al Cipe. Oggi vedrà Berlusconi a Palazzo Grazioli e se il Cavaliere gli chiederà di lasciare lui lo farà. Per ora i suoi – che alla Camera si riconoscono per la cravatta arancione – faranno un sottogruppo al Misto, ma puntano a raddoppiare arrivando a venti e formare un gruppo vero e proprio. I primi arrivi potrebbero essere quelli dei tre deputati di Noi Sud – Iannaccone, Belcastro e Porfidia – dati in uscita dai Responsabili. E potrebbero arrivare anche nomi eccellenti come i finiani Andrea Ronchi (che però da tempo smentisce l´ipotesi), Adolfo Urso e Pippo Scalia, anche se l´operazione sembra difficile nonostante gli ottimi rapporti. Tanto che Miccichè ammette: «Sarei felice se il partito potesse contare su un politico di rango come Urso». Intanto il governo quando si parlerà di meridione, finanziaria compresa, ballerà («noi lo vogliamo condizionare»).
A questo punto alla Camera gli uomini del movimento arancione tracciano due scenari: se rimaniamo nel Misto ci sentiremo «liberi, svincolati dalla maggioranza» e voteremo di testa nostra volta per volta. Mettendo il governo ogni giorno sotto pressione. Se invece riusciranno ad arrivare a quota venti, fare un gruppo e partecipare alle riunioni di maggioranza allora si sentiranno tutelati alle decisioni prese con gli altri partiti di governo. Il punto, lamentano alcuni arancioni in Transatlantico, è che chi è in predicato di passare a Forza del Sud è messo «sotto forte pressione» da parte del Pdl. Quindi se si troverà i bastoni tra le ruote Miccichè assicura che non risponderà all´esecutivo.
Intanto la maggioranza balla anche per colpa dei Responsabili. I salvatori del governo e del premier, accorsi in maggioranza per la fiducia del 14 dicembre, sono sempre più spaccati al loro interno. Al punto che hanno dovuto rinviare di una settimana l´elezione del capogruppo. Una parte dei responsabili preme per Silvano Moffa, l´ex finiano che lasciò i futuristi in favore della maggioranza proprio la mattina della fiducia. Sul fronte opposto i sostenitori di Luciano Sardelli, attuale reggente della formazione. E le fibrillazioni dei Responsabili mandano ancora una volta la maggioranza sulle montagne russe. Tanto che ieri la presidente della commissione Cultura Valentina Aprea ha dovuto interrompere i lavori sul decreto Sviluppo perché mancavano i numeri, causa assenze dei Responsabili. La loro assenza avrebbe mandato sotto il governo sugli emendamenti.

La Repubblica 09.06.11

"Ma quale Stato sociale. In tre anni i principali capi di spesa del welfare tagliati del 78 per cento", di Salvatore Cannavò

“Non abbiamo messo le mani in tasca agli italiani”, ha sempre detto Silvio Berlusconi. “Non è assolutamente vero”, dice invece il “Rapporto sui diritti globali”, presentato ieri mattina dalla Cgil e redatto assieme a un nutrito gruppo di associazioni come Arci, Gruppo Abele, Legambiente, ActionAid e altre. In tre anni i dieci principali ambiti di spesa pubblica sociale hanno avuto tagli complessivi del 78,7 per cento, passando da 2.5 miliardi di euro del 2008 ai 538 milioni del 2011. Il Fondo per le politiche sociali tra il 2009 e il 2010 è passato da 435 a 380 milioni. E perderà ancora perché il suo ammontare è previsto in 44 milioni nel 2013. Il governo più amato dal Vaticano, per fare ancora un altro esempio, ha ridotto il Fondo per la famiglia dai 346,5 milioni del 2008 ai 185,3 milioni del 2010.
IL FONDO per l’inclusione sociale degli immigrati, varato nel 2007 dal governo Prodi, è semplicemente sparito. Così come non sono stati più finanziati gli interventi straordinari per i servizi socioeducativi per la prima infanzia: avevano avuto 446 milioni nel triennio 2007-2009 ma dal 2010 non ci sono più. I non autosufficienti, infine, che avevano il Fondo nel 2007, finanziato con 300 milioni nel 2008 e 400 milioni nel 2009, non lo trovano più. Tagli drastici anche per il Fondo di sostegno all’affitto: attivo dal 1998 e amministrato dai Comuni, ha avuto un taglio del 70% tra il 2001 e il 2010 e nel 2011 è stato ridotto a 33 milioni. Gran parte di questi tagli sono passati tramite i Comuni e le Regioni e forse questo c’entra con la sconfitta alle ultime amministrative. Le manovre finanziarie di 14,3 miliardi per il 2011 e 25 del 2012 saranno pagate dagli Enti locali al 40 per cento nel 2011 e al 34 nel 2012. E mentre i Comuni vedono ridotti i trasferimenti dello Stato sono costretti ad applicare addizionali Irpef o utilizzare i tributi locali che infatti sono aumentati del 13 per cento tra il 2004 e il 2008.
Nel Rapporto Diritti globali trova spazio anche l’emergenza casa. Se l’Italia ha il primato dei proprietari di case, che sono l’81,5 per cento delle famiglie, è anche vero che i mutui sono diventati più pesanti. All’inizio del 2010 ne sono stati sospesi 10.281 che a settembre sono diventati 30.868. Notevole anche l’incidenza degli affitti sul reddito: tra il 1991 e il 2009, l’incremento dei canoni di mercato in città è stato del 105 per cento e l’affitto per la casa incide ormai, mediamente, per il 31,2% sul reddito. E se nell’Unione europea per la casa si investe in media il 2,3 per cento della spesa sociale in Italia è lo 0,1. Su famiglia e maternità l’Italia spende il 4,7 contro l’8 per cento nella Ue. Male anche nel sostegno alla disoccupazione: 1,8 in Italia contro il 5,1 per cento della spesa sociale investito in Europa.
MA NON è che l’Europa stia semplicemente bene, anche lì si taglia e anche nella Ue cresce il senso di insicurezza, la paura di perdere il lavoro, la disoccupazione e la riduzione dei servizi sociali. Tanto che gli estensori del rapporto ne ricavano una conclusione drastica: “C’è crisi per tutti e gli Stati europei stanno semplicemente cercando di liberarsi dagli oneri derivanti dalla protezione degli strati sociali più deboli, da una serie di servizi pubblici a suo tempo considerati essenziali e oggi ritenuti un fardello”. Una ristrutturazione radicale del welfare “dopo la quale nulla sarà come prima”. Anche perché – è l’allarme –, si sta affermando la rottura della concezione universalistica del welfare con la convinzione che non ne possano fruire soggetti “non meritevoli”, ma che occorra fare una selezione. Il che comporterà ancora tagli se non si interviene a invertire la tendenza.

Il Fatto Quotidiano 09.06.11

Sabina Guzzanti: «Salviamo la cultura: No alla Sala giochi», di Marco Guarella

Puntare sulla cultura. Basterebbe questo gioco di parole per raccontare una storia significativa: un quartiere di Roma mobilitato contro l’apertura di un Casinò-Sala da gioco. Siamo a San Lorenzo storico quartiere della capitale per raccontare due mesi di occupazione dell’Ex Cinema Palazzo, un luogo storico della cultura, di inizio secolo, dedicato al teatro e al cinema dove tra gli altri calcarono le scene anche Ettore Petrolini e Romolo Balzani. Molte storie di siti culturali assomigliano alle vicende di questo spazio: il cinema non esiste più da trent’anni, poi, a lungo, una sala biliardo e ancora dieci anni fa lo stabile fu ristrutturato per ospitare una Sala Bingo, progetto che fallì dopo poco. Pochi mesi fa, l’ingresso da parte di una società per la gestione del casinò, con slot machine e video poker. Un pasticcio in quanto il piano regolatore non ammette sale giochi, viene chiesto un condono non concesso e risulta chiaro come si possa fare solo attività culturale.
Dentro questa «storia all’italiana» si inserisce il business della quasi liberalizzazione del gioco di azzardo che viene di fatto facilitata dal decreto Abruzzo del 2008. Ma il quindici aprile alcuni centri sociali, il comitato di quartiere assieme a singoli cittadini decidono di occupare l’ex cinema per dire «No al casinò»: le firme raccolte a sostegno di chi si oppone alla nascita della Sala da gioco sono più di seimila. In quei giorni in seguito alla morte a Gaza di Vittorio Arrigoni, gli occupanti intitoleranno la Sala al cooperante italiano. Da allora si svolgono proiezioni di film, spettacoli teatrali, serate musicali . Il vecchio ex cinema si affaccia su Piazza dei Sanniti, usata spesso come parcheggio selvaggio, in una San Lorenzo radicalmente trasformata.
Oggi il taglio dei fondi per le attività culturali a Roma stride con il probabile acquisto, per la cifra di 12 milioni di euro, del centro sociale neofascista Casa Pound da parte della giunta capitolina. Se in circa due mesi si è svolto un numero di eventi forse superiore a quello delle ultime stanche formule di «Estate Romana», è probabile che la «dote» di questo connubio tra politica e arte, ipotecando la fine dell’era Alemanno, proverà a proporsi come modello e strategia per una futura gestione della cultura a Roma.
Incontriamo Sabina Guzzanti come occupante e macchina artistica dell’ex cinema Palazzo. Come sei entrata in questa esperienza a San Lorenzo?
«Un po’ per caso perché ci abito, sono da anni una sanlorenzina acquisita. Questo spazio, che negli ultimi anni era rimasto chiuso o sfitto, però lo conoscevo già in passato, avevo provato in qualche modo a interessarmene ma era tutto troppo complicato o oscuro. Poi c’è stata questa iniziativa di varie associazioni e comitati di quartiere; ho ascoltato come si era arrivati all’occupazione e così già dal primo giorno, rifiutando l’idea che il quartiere avesse bisogno di una Sala da Gioco-Casinò, ho stabilito un rapporto diretto con gli occupanti. È un’iniziativa in un quartiere che negli ultimi anni ha subito un continuo degrado: sporcizia, spaccio, furti. San Lorenzo luogo storico della memoria e della cultura popolare a Roma è peggiorato, smarrito la sua identità anche per questo sto occupando la Sala Vittorio Arrigoni».
Pensi esista anche un degrado del consumo culturale, in questo quartiere e nella città? «Trovo (sorride Sabina) ovvia questa domanda, una politica sensata manca da anni e con Alemanno le cose sono addirittura peggiorate. Credo che in questa città gli spazi culturali siano limitati, come modello virtuoso vedo solo Auditorium, ma più che vedere mega-eventi penso esista una grandissima sete di espressione e partecipazione. Questo è lo spirito di questa occupazione: quando questo spazio è stato aperto abbiamo cominciato, senza fatica e con molte persone, attività e iniziative riqualificando il tessuto urbano a differenza di luoghi dove si può solo bere e i giovani sono coinvolti in una dimensione asociale. Sembrerà paradossale ma è proprio questo dialogo che favorisce “l’ordine pubblico” cioè una politica culturale non sporadica, capace di rendere possibile esperienze e ricerche». Allargando questo discorso all’Italia, valutando positivamente il plurievocato “vento di cambiamento” in importanti città, pensi esista la possibilità di fermare l’involuzione antropologica di questo Paese?
«Credo siano facilonerie..(Sabina non sorride) questo desiderio di cambiamento è stato possibile grazie al fatto che dopo tanto tempo ci fossero candidati finalmente votabili…Ma questo contrasta con un mio forte pessimismo sull’uscita dal buio culturaleci vorranno anniche rimarrà ancora per molto tempo, soprattutto se questo governo resterà come temo fino al 2013. Sono io che torno a parlarti di pratica culturale. Pur continuando il mio lavoro sto trovando nell’ex Cinema Palazzo, un’esperienza che porta felicità e mette in moto relazioni importanti: un luogo tenuto con cura dove le persone che partecipano alla gestione dello spazio sono molteplici. Dopo una naturale diffidenza reciproca, dovuta all’eterogeneità della composizione sociale, la situazione gradualmente, grazie ad una “democrazia diretta”, piena è diventata, ai fini delle attività, efficiente. Un “lavoro” divertente in un clima positivo, costruttivo con una grande attenzione sul fatto che questo non venga vissuto come il “classico” centro sociale».
Pensi che tutto questo possa essere o diventare un modello per la città? «Credo di sì, le trattative con il Comune sono a buon punto e si spera in un accordo anche con la proprietà, ma anche se questa formula dovesse terminare, oggi sarebbe stata una scommessa vincente. Dovrebbe divenire un luogo per fare cultura eripetonon solo luogo di eventi e spettacoli da fruire. Vi è una grande attività che produce e dimostra che si possono fare teatro e cinema in questo modo. Ma anche immaginare cose diverse: dal torneo di tressetteorganizzato da Elio Germanoai seminari filosofici nelle attività pomeridiane. Esperienza analoghe si stanno mettendo insieme e stanno provando, come abbiamo discusso in un recente convegno all’università, ad ipotizzare dei nuovi modelli di gestione culturale».

L’Unità 09.06.11

"Alla ricerca di contratti con validità erga omnes", di Nicoletta Picchio

A parole, almeno sui principi generali, sono tutti d’accordo. E cioè trovare una soluzione sulla validità erga omnes dei contratti, per ridurre la conflittualità nelle fabbriche. Ma è su come arrivare all’obiettivo che le strade divergono, con un diverso atteggiamento tra Cisl e Uil da una parte e Cgil dall’altra nel rapporto tra iscritti e non iscritti, verifica di mandato e uso del referendum.

L’argomento rappresentanza e rappresentatività è emerso in questi ultimi anni a fasi alterne. Solo che stavolta è più dirompente che in passato. A metterlo sotto i riflettori è la vicenda Fiat, con gli accordi di Mirafiori e Pomigliano: le intese prevedono, oltre flessibilità innovative, il passaggio dalle Rsu, rappresentanze sindacali unitarie elette dai lavoratori (solo con un terzo riservato ai firmatari dei contratti) alle Rsa, le rappresentanze sindacali aziendali, previste dallo Statuto dei lavoratori, dove è presente solo chi ha firmato l’accordo, quindi Fim, Uilm e Fismic, senza la Fiom. Sono state approvate dal referendum tra i lavoratori. Ma nemmeno questi passaggi sono stati sufficienti per evitare i ricorsi giudiziari della Fiom e dare la garanzia all’azienda, come chiede l’ad Sergio Marchionne, di avere la certezza degli investimenti, condizione necessaria per investire.

La Fiat oggi. Ma in futuro, in una situazione di crescente bisogno di competitività delle imprese, di scarsa crescita del Paese, di perdurante divisione sindacale, la conflittualità può diventare un rischio più diffuso. Uno scenario diverso rispetto al passato: «Per 60 anni in Italia le relazioni sindacali sono andate avanti senza regole e senza che se ne sentisse un bisogno urgente. Una situazione anomala rispetto agli altri Paesi: persino la liberista Inghilterra le ha. Ma c’era un sindacato unitario, l’Italia cresceva», spiega Tiziano Treu, senatore Pd, giuslavorista ed ex ministro del Lavoro. Realtà diversa rispetto a quella di oggi, con l’Italia post-crisi che arranca, le aziende alle prese con i mercati globali, le vecchie ideologie che pesano e che, con un Governo in carica di centro-destra, condizionano la Cgil. C’era Treu al Governo quando, nel 1998, Cgil, Cisl e Uil si misero d’accordo sulle regole nel Pubblico impiego, poi recepite per legge. «Era un clima diverso: c’era maggiore coesione sociale e il problema reale, che vedeva Cgil, Cisl e Uil in sintonia, di ridurre le 50 sigle sindacali presente nel Pubblico impiego», racconta Treu, ricordando che la trattativa durò solo qualche mese (si veda l’articolo in pagina).

Una rapidità impensabile oggi, con i sindacati che da mesi riaffermano l’esigenza del problema ma non trovano l’accordo. Premessa necessaria, secondo la Confindustria, per poter avviare un confronto con i rappresentanti delle imprese. Un accordo, in verità, era stato trovato, nel 2008. Conteneva sia la riforma della contrattazione che le regole su democrazia e rappresentanza. Solo che sui contratti alla fine si è arrivati, a gennaio 2009, alla firma separata, senza la Cgil. E su democrazia e rappresentanza non si è andati avanti. Anzi. La Cgil, prima di Guglielmo Epifani, e poi di Susanna Camusso, nell’ultima proposta prevede che in caso di dissenso occorra un voto di mandato con una quota superiore rispetto alla maggioranza semplice e per l’approvazione dell’accordo erga omnes è richiesto un voto certificato o il referendum (stavolta con la maggioranza semplice). Ipotesi non condivise da Cisl e Uil, che contestano il voto di mandato e soprattutto una maggioranza che vada oltre il 50% più un voto. L’accordo del 2008, affermano, è ancora valido. Ma intanto la Uil di Luigi Angeletti ha annunciato la disdetta dell’accordo del ’93 e ritiene che sia sufficiente le certificazione degli iscritti, applicando l’articolo 39 della Costituzione, a garantire l’erga omnes.

Anche la Cisl di Raffaele Bonanni sottolinea l’importanza della certificazione, come premessa essenziale per stabilire chi ha la maggioranza degli iscritti, in base al criterio del 50% più uno. Ma ritiene opportuno un avviso comune tra le parti e se necessario non contrasterebbe un recepimento per legge.
L’intesa non è facile. «Ma non si può più andare avanti senza regole», è il parere di Treu. Che comunque ritiene non opportuna un’intesa separata sulle regole. «Il recepimento per legge la renderebbe valida per tutti. Ma aumenterebbe il clima di scontro. Si arriverebbe a una situazione di guerriglia nelle relazioni sindacali, a svantaggio della competitività», continua l’ex ministro.

Proprio per questo i disegni di legge che ci sono in Parlamento alla fine non sono andati avanti: «Ne ho firmato uno anch’io. Ma stiamo aspettando che le parti trovino una linea comune. Certo – aggiunge – se continuerà così, alla fine qualcosa dovremo fare comunque».

Il Sole 24 Ore 09.06.11

«Voto alle 10 di mattina. E fatelo tutti: contro gli imbrogli del premier», intervista a Pier Luigi Bersani di Simone Collini

Le ragioni del segretario Pd «Altro che inutile: sul nucleare il decreto del governo lascia loro mani libere per fare tutte le centrali che vogliono…». «Io vado a votare alle 10 di domenica mattina», dice Pier Luigi Bersani invitando dirigenti, militanti e simpatizzanti del Pd a fare altrettanto. È chiaro che il dato sull’affluenza alle urne dato dai tg dell’ora di pranzo sarà determinante per il raggiungimento del quorum. «È molto importante incoraggiare tutti ad andare a votare, noi dobbiamo dare un segno immediato di fiducia nella partecipazione».
Nonostante siano 16 anni che non si raggiunge il quorum? «È arduo, siamo i primi a saperlo, ma ne abbiamo già superate di prove ardue».
Si vince facile, come disse di Milano?
«L’obiettivo può essere raggiunto, innanzitutto per il merito dei quesiti. Si toccano temi su cui c’è una straordinaria sensibilità. A partire dalla questione nucleare». Berlusconi dice che è un voto inutile, visto che il governo col decreto omnibus ha già bloccato il piano. «Si tratta di un imbroglio, smascherato dalla Cassazione. Nella sentenza c’è scritto che la pezza che hanno cercato di mettere per evitare il referendum leggo “in realtà amplia le prospettive e i modi di ricorso alle fonti nucleari”. Una conferma di quella norma lascerebbe al governo mani libere, senza limite di numero di centrali e di criteri per l’individuazione dei siti».
Dice che interessi ai cittadini anche abrogare il legittimo impedimento? «Dico che per la prima volta gli italiani hanno la possibilità di affermare che la legge è uguale per tutti. Le norme in vigore già prevedono di ovviare a problemi di impedimento reale ad andare in un tribunale, non c’è nessuna ragione per inventarsi scorciatoie per chicchessia». Parliamo dei quesiti sull’acqua: dal centrodestra la accusano di aver cambiato idea sulla privatizzazione. «Questa gente confonde il concetto di privatizzazione con quello di liberalizzazione. La norma Ronchi obbliga la privatizzazione. Costringe a vendere, quindi a svendere perché quando si è costretti il prezzo lo fa chi compra, le società pubbliche. Tutte le pratiche di liberalizzazione che ho fatto io, dall’energia alle ferrovie, non hanno mai previsto l’obbligo di privatizzare. A me le gare vanno benissimo, non vedo cosa c’entri questo con l’obbligo di privatizzare. Sapendo anche che il privato non trasforma l’acqua in vino. Non sono d’accordo però neanche con chi sostiene il contrario».
Ci sarà una manifestazione a Piazza del Popolo: lei sarà sul palco? «Sarò sotto al palco, ora c’è bisogno del protagonismo della società. È importante che milioni di persone diano un ulteriore segno che il vento è cambiato, e il Pd come ha fatto in questi mesi deve mettersi al servizio della riscossa civica, deve dare una mano e dare la mano ai movimenti». Che ne pensa dei ministri che annunciano che non andranno a votare? «Ne penso tutto il male possibile. Chi assume responsabilità di governo, chi giura sulla Costituzione, ha anche dei doveri civici».
Però saranno anche liberi di dare al loro elettorato indicazioni di comportamento, non crede? «Penso che non pochi elettori di centrodestra vogliano esprimersi, e veder valere il loro voto».
Questo referendum secondo lei avrà conseguenze politiche? «Ce n’è già di avanzo perché questo governo vada a casa. Certamente, se c’è una grande partecipazione verrà confermata un’esigenza di cambiamento. Per quanto ci riguarda, anche se Berlusconi continuerà ad esercitarsi in tecniche di sopravvivenza, noi chiederemo le dimissioni di questo governo. Come stiamo facendo da qualche mese a questa parte». Dice che anche il vertice notturno tra Berlusconi, Bossi e Tremonti punti a tecniche di sopravvivenza? «Non sarà un vertice notturno a risolvere problemi che per mesi hanno negato. Non hanno messo mano a nessuna riforma in grado di promuovere la crescita. E invece sento Berlusconi parlare di allargare i cordoni della borsa, di abbassare delle tasse. Ma di cosa parla?».
E se invece arrivasse veramente in Parlamento una riforma fiscale? «Siamo seri, si può distribuire diversamente il carico fiscale se si vuole maggiore equità e un po’ di crescita. E distribuire equamente vuol dire caricare di più sull’evasione e sulle rendite finanziarie e da patrimonio, e cominciare ad alleggerire il carico su impresa e lavoro. Se si aprisse mai un discorso serio, io sono pronto a sfidare il governo, ad aprire un confronto in Parlamento a partire dalle nostre idee. Ma se vengono fuori palloni miracolistici alla Berlusconi no, non ci faremo prendere in giro. D’altronde, l’esempio di queste ore è il federalismo. I Comuni, come dicemmo mesi fa, stanno applicando sistemi di sovratassazione che derivano dai tagli decisi dal governo». Qualcosa l’inventeranno per rilanciare dopo la sconfitta, non crede? «Veramente per ora il Pdl parla di primarie, di un segretario anziché tre coordinatori, di tutto fuorché dell’Italia. È impressionante il tipo di discussione che fanno. Come può non venirgli in mente di domandarsi se abbiano sbagliato qualcosa, sul piano della democrazia, su quello economico e sociale. Niente. Neanche nella sconfitta riescono a parlare dei problemi della gente».
C’è chi scrive che per Berlusconi Tremonti punta al Colle con i voti del Pd. «Non so se sia vero che attribuisca a Tremonti una cosa così fantasiosa. Pur conoscendo la fantasia del ministro dell’Economia, questa mi sembra francamente troppo».
Dice vendola che è inadeguata la forma partito e che Pd, Sel e Idv dovrebbero dar vita a un soggetto nuovo.
«Il tema di superare la forma partito era di molti anni fa. Il tema di oggi è qual è la nuova forma partito. E noi lavoriamo sul Pd. Dopodiché, ricordo che io un anno fa ho proposto un nuovo Ulivo. Chiamiamolo anche in modo diverso, ma dobbiamo lavorare a un avvicinamento tra le forze di centrosinistra che intendono impegnarsi in una nuova prospettiva di governo, e fare in modo che questo rapporto venga percepito anche come una soggettività. Ma questo non può essere disgiunto dai problemi, quindi dobbiamo rassicurarci che quando parliamo di riforma del fisco, lavoro, precarietà, democrazia, politica estera, stiamo dicendo cose esigibili da chi ci deve votare. Ogni possibile riapertura di cantieri può partire solo da questo, da una credibile e positiva esperienza di governo. Altrimenti, facciamo del politicismo. E il Paese non lo capirebbe».

L’Unità 09.06.11

"È la ricetta elaborata dai pediatri per il dopo-terremoto all´Aquila. Pareti gialle e niente corridoi alla ricerca della scuola perfetta", di Vera Schiavazzi

I colori dell´aula e della mensa? Possono essere un deterrente contro il bullismo ed evitare sprechi di cibo. L´utilizzo di vernici e materiali bio? Tengono lontane le allergie e insegnano agli studenti le buone pratiche ecologiche. Il controllo dei decibel con infissi a prova d´intervallo? Aiutano la concentrazione e migliorano il rendimento scolastico.
La scuola perfetta, a misura di studente, esiste. La ricetta per costruirla l´hanno messa nero su bianco gli esperti della Sip, la Società italiana di Pediatria su richiesta degli amministratori dell´Aquila, che dopo il terremoto dell´aprile 2009 dovevano ricostruire interi edifici. «Siamo partiti dalle norme già in vigore – spiega Maria Grazia Sapia, responsabile dell´ambiente per la Sip – per poi integrarle con suggerimenti e indirizzi basati sull´effetto che l´ambiente può avere anche sul comportamento e sul rendimento scolastico».
Le sollecitazioni ambientali stimolano non solo vista, udito, tatto e odorato, ma anche recettori meno specifici collocati nella pelle e nella bocca. A lungo termine, se l´ambiente non è “sano”, possono nascere irritabilità, depressione, cefalea, e perfino effetti secondari come assenteismo o conflittualità con i compagni di scuola. La buona qualità dell´ambiente-scuola è fondamentale dato che riguarda ragazzi che trascorrono sui banchi da 4 a 8 ore al giorno per almeno dieci anni. Senza contare chi ci lavora, in tutto 10 milioni di persone, distribuite in 42 mila edifici scolastici.
Il documento dei pediatri entra nei dettagli: a partire dai colori necessari a creare un luogo il più idoneo possibile allo studio. Un esempio: ridipingere di un colore diverso dalle altre la parete che sta dietro la scrivania del professore, in modo che attiri gli occhi e l´attenzione; in mensa, i colori devono essere “tranquilli”, dal beige al verde salvia per evitare sprechi di cibo e giochi violenti; alla materna le pareti meglio salmone, rosa, giallo; alle superiori meglio verde o blu per aiutare la concentrazione. Per scongiurare il bullismo serve aria pura, ripulita da tutte le sostanze, dal benzene agli ftalati che possono sprigionarsi da arredi e vernici. E se è vero che la temperatura deve restare intorno ai 20 gradi, è vero anche che occorre evitare che il calore si concentri a terra. Quanto ai rumori, servono infissi capaci di filtrare quelli esterni, ma anche rivestimenti assorbenti a prova di urla nell´intervallo.
Mai riciclare banchi e sedie: se non sono stati progettati insieme, le altezze e le grandezze scoordinate provocano scoliosi e disattenzione. Infine, le lezioni di educazione ambientale servono a poco se la scuola non è coerente e non sceglie materiali riciclati e legno proveniente da foreste continuamente rinnovate. Guai anche a dimenticare i contenitori per la raccolta differenziata di carta, lattine e avanzi della merenda. Insegnano più di qualsiasi opuscolo o libro in biblioteca.
All´interno, gli spazi devono essere organizzati in modo nuovo: addio al vecchio corridoio del secolo scorso nel quale giocare durante l´intervallo, con le classi tutte affacciate su un lato, meglio invece spazi modulari e connessi tra loro, che consentano a chi li utilizza di spostarsi da un´attività all´altra senza troppe barriere. Infine il peso della progettazione: conta il luogo dove sorgerà la nuova scuola. Occorre prima di tutto accertarsi che l´edificio sia raggiungibile a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici dalla maggior parte dei potenziali alunni, e che si trovi alla maggior distanza possibile dai corsi a grande scorrimento delle città.
Dopo L´Aquila ora di pediatri invitano il ministero dell´istruzione ad adottare le stesse regole su tutto il territorio nazionale.
«La tutela della salute di bambini e ragazzi va intesa sempre di più come fisica, psicologica e sociale – dice Alberto Ugazio, presidente della Sip – Per questo abbiamo creato una commissione ambiente, e studiato il problema degli spazi comuni a partire dagli asili nido».

La Repubblica 08.06.11

"La virtù contagiosa del dissenso", di Nadia Urbinati

Qualcosa sta probabilmente cambiando nella politica italiana, e un assaggio di questo mutamento lo si è avuto con le elezioni amministrative. Abbiamo già messo in luce la grande novità rappresentata dall´uso dei media online per aggirare il macigno delle reti televisive e del loro silenzio censorio sui problemi e le condizioni della società italiana. Si tratta non soltanto di un mutamento negli strumenti, ma anche nello stile della politica.
Alle roboanti e rozze abitudini dei politici a usare la parola come arma di offesa e a praticare il killeraggio sistematico della personalità dell´avversario, a un modo incivile di fare politica al quale questa maggioranza ci aveva abituato, a questi fenomeni di imbarbarimento della comunicazione pubblica i cittadini hanno risposto con una girate di spalle. Preferendo leader che parlano poco e quasi sottovoce, campagne elettorali sobrie e senza teatralità, focalizzate sui contenuti invece che sulle frasi fatte. Mentre i leader della maggioranza riempivano il teatro della politica coi loro faccioni sorridenti a rassicurare del futuro, i cittadini andavano alla ricerca di quei candidati che finalmente parlassero di loro, dei problemi del loro quotidiano, dalla disoccupazione, al degrado delle periferie, alla solitudine dei più deboli. Il voto ha rovesciato un ordine del linguaggio e ha messo in luce uno scollamento radicale tra la politica politicata e la politica ordinaria e vissuta. Non contro la politica, quindi, ma contro la politica in uso presso la classe dirigente ufficiale e di governo. Il voto é stato un formidabile atto di disobbedienza: un NO fragoroso a tutto quanto é stato propagandato dall´ufficialità. Una disobbedienza al messaggio politico e ai disvalori della maggioranza. Un´espressione di dissenso forte e radicale tanto quanto radicale é apparso essere il bisogno di moderazione dei toni e dello stile dei politici. E il referendum si appresta ad essere, c´è da giurarsi (e da augurarsi), un secondo round, un altro tassello di questa opera di ricostruzione della dignità della politica. L´uso del diritto di voto come un arma potente per ricordare a chi lo avesse dimenticato dove sta la fonte della legittimità democratica.
La virtù del dissenso, forse la sola virtù che la democrazia coltiva, tende a essere contagiosa e può travalicare i confini dell´opposizione, nella quale si trova più naturalmente accasata. Questo mutamento di clima e l´apertura di nuove possibilità sono un segno di come l´opinione nella democrazia possa variare e mettere in discussione posizioni ideologiche e lealtà a leader e a partiti. Un voto, scriveva Engels, é come “un sasso di carta”, un´arma non violenta che riesce a mandare al tappeto l´avversario. È la registrazione inconfutabile della mutabilità dell´opinione, un aspetto che non piace ai conservatori ma che dá il senso del gioco sempre aperto che la democrazia garantisce. Il dissenso é figlio della sovranità del giudizio individuale; non ha solo una funzione negativa, come reazione al potere della maggioranza, ma anche positiva, come affermazione di dignità e autonomia. Ancorché corrodere i sentimenti sociali, rafforza la solidarietà e la cooperazione tra i cittadini poiché come tutti ben sappiamo, discutiamo e ci appassioniamo (e quindi anche dissentiamo) per cose che amiamo e alle quali siamo legati da vincoli profondi.
È probabile che questo spirito di libertà e di dissenso filtri oltre le fila dell´opposizione. A giudicare dalle frenetiche dichiarazioni del dopo voto seguite da una foga riorganizzativa molto eloquente del clima di crisi che si respira al di là della cortina che sigilla le istituzioni dalla società si direbbe che la stessa maggioranza sia stata investita dal vento del dissenso. Pdl e Lega si sono interrogati sulla posizione da tenere circa i referendum, molti di loro hanno messo in conto di poter andare a votare, e si sono spesi perfino in considerazioni su come votare per alcuni dei referendum, e in particolare quello contro l´installazione delle centrali nucleari. Se l´inquilino di Palazzo Chigi ripete che sono referendum inutili e senza senso (proprio perché di senso ne hanno tanto, e non solo simbolico visto che tra i quesiti c´è quello sulla famigerata legge che istituisce il legittimo impedimento) molti dei suoi alleati sono meno certi di lui e sembra anzi che considerino importante andare a votare. Anche questi sono segni eloquenti che qualcosa sta cambiando, malgrado l´assicurazione del nuovo responsabile Pdl che nulla cambia e che tutto si rinsalda, come prima, più di prima. Ma così non pare che sia se é vero che nemmeno le televisioni riescono a mettere sotto silenzio l´informazione sul diritto sovrano che si eserciterà il 12 e 13 giugno. Questi sfilacciamenti del regime di consenso-obbedienza sono un segno degli effetti salutari del dissenso-disobbedienza; dell´importanza che esso svolge nel tenere sveglia la consapevolezza della forza della cittadinanza, capace di mettere in serissima discussione maggioranze che si pensavano granitiche.

La Repubblica 08.06.11