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"Ecco gli ex di Sel e M5S Con maggioranze variabili Renzi si allarga al Senato", di Francesco Bei e Giovanna Casadio

Una nuova maggioranza a geometria variabile. Un mese dopo quello strabiliante 40,8%, la calamita renziana sta ridisegnando i confini di tutti i gruppi parlamentari. Dodici deputati e quattro senatori in più, tra quelli appena usciti e quelli in procinto di mollare le vecchie imbarcazioni. Non è solo un fatto numerico, si assiste a un vero e proprio smottamento delle vecchie appartenenze. Alla Camera il dato è eclatante, benché il premio di maggioranza garantito dal Porcellum renda le nuove adesioni politicamente ininfluenti. Da Sel sono già andati via in sei — capitanati dal capogruppo Gennaro Migliore — attratti dal Pd ma per il momento in transito nel Misto. Altri sei vendoliani li dovrebbero raggiungere nei prossimi giorni. La scomposizione di Scelta Civica è inarrestabile. Andrea Romano è ormai già fuori e molti altro lo seguiranno.
Ma dove il dato diventa significativo è al Senato, finora luogo infido per Renzi. La transumanza è cominciata. Tra i sette senatori di Sel i più insofferenti sono Dario Stefàno, protagonista nella fase della decadenza di Berlusconi, e Massimo Cervellini. Se andassero via Vendola perderebbe quasi un terzo della sua mini-pattuglia. D’altra parte i senatori vendoliani, insieme a tredici epurati grillini, stanno progettando un gruppo comune. Tanto che hanno preso a rilasciare dichiarazioni congiunte. Certo, il nuovo gruppo resterà all’opposizione, ma potrebbe costituire comunque una sponda politica per alcuni provvedimenti del governo. Se davvero dovesse costituirsi, questo neo gruppo avrebbe come ambizione di attirare anche quei dem dissidenti sempre più lontani dall’orbita governativa, da Corradino Mineo a Felice Casson, da Massimo Mucchetti a Erica D’Adda. Tra gli ex M5S c’è poi la senatrice Fabiola Anitori, in avvicinamento direttamente al Pd.
Nel caos di Scelta Civica, a palazzo Madama è la fase dell’attesa: si è mosso soltanto uno, il senatore Gianpiero Dalla Zuanna, per andare tra i dem. La scomparsa improvvisa di ogni punto di riferimento ha infatti paradossalmente congelato gli esodi, ma è solo questione di tempo. «A ottobre decideremo — confida Renato Balduzzi, il “saggio” a cui i montiani si sono affidati — , potrebbe nascere un soggetto politico nuovo, più ampio». Tutta l’area centrista in effetti è in fermento dopo il successo di Renzi alle europee. Il Nuovo centrodestra di Alfano sta lavorando per stabilizzare il cartello elettorale con l’Udc e i Popolari per l’Italia. Intanto due giorni fa Ncd ha guadagnato da Gal il senatore campano Pietro Langella (figlio e nipote di due boss uccisi in agguati di camorra), nominandolo persino coordinatore del partito a Napoli. Il “supergruppo” centrista in gestazione è destinato tuttavia a perdere due elementi, ormai in totale contrapposizione a Pier Ferdinando Casini. Sono Mario Mauro, fatto fuori dalla commissione affari costituzionali, e il suo fedele amico Tito Di Maggio (entrambi in direzione Forza Italia).
Ma la frana più vistosa potrebbe prodursi proprio nell’universo berlusconiano, specie se altre condanne dovessero appesantire la leadership dell’ex Cavaliere. I più sospettati sono quella mezza dozzina di senatori vicini a Raffaele Fitto, da tempo nel mirino del cerchio magico. Se nascesse un nuovo polo d’attrazione popolare Fitto potrebbe andarsene. L’interessato per ora smentisce seccamente: «Questa corsa verso Renzi ha già fatto registrare il tutto esaurito. Sono rimasti solo posti in pedi. No grazie, io resto in Forza Italia con buona pace di chi alimenta questi retroscena solo per
attaccarmi».

La Repubblica 23.06.14

"Se il mecenate è uno straniero che ama l’Italia", di Francesco Erbani

Si contano sulle dita di una mano. Forse di due. Il più celebre è David W. Packard, appartenente alla famiglia che ha dato vita a un colosso mondiale della tecnologia informatica. Da quindici anni spende un sacco di soldi – siamo a una ventina di milioni – per la manutenzione del sito archeologico di Ercolano. Un altro è Thomas Pritzker – suo padre fondò la catena alberghiera Hyatt e il premio d’architettura – che ha donato agli Uffizi 500 mila dollari. E poi Yuzo Yagi, giapponese, imprenditore tessile: sono suoi i due milioni elargiti alla Soprintendenza archeologica di Roma per il restauro della Piramide Cestia. Oppure Tetsuya Kuroda, che ha versato 1 milione 130 mila euro all’Opificio delle Pietre dure per il restauro della Leggenda della Vera Croce di Agnolo Gaddi in Santa Croce a Firenze.
Chiamiamoli mecenati o filantropi: pochi, tanti che siano è a loro, benefattori stranieri, che si guarda quando, con la norma che innalza al 65 per cento lo sgravio fiscale per chi dona soldi ai beni culturali, ci si attende che una messe di quattrini scivoli dalle tasche di imprenditori italiani e dia ossigeno al nostro disastrato patrimonio. Per il quale i fondi pubblici sono scandalosamente scarsi (come ha certificato anche il rapporto di Federculture sui consumi culturali). E sul quale vigilano soprintendenze mortificate dai tagli, con un personale bistrattato che quando, fra poco, andrà in pensione lascerà uffici sguarniti e apprezzatissime competenze senza eredi.
Che il modello sia più Packard o più Yagi non è chiaro. Il ministro Dario Franceschini, però, ha portato entrambi ad esempio e non Diego Della Valle che ha fornito 25 milioni per il restauro del Colosseo. E ha aggiunto, il ministro, che avrebbe chiamato amministratori delegati di aziende pubbliche e private dicendo loro che da adesso, con gli sgravi accresciuti, non hanno più alibi. Strada in discesa dunque per una sana partnership Stato-imprese, una strada spesso tortuosa, dove privati erano gli introiti, pubbliche le perdite? Intanto c’è differenza fra elargizione e sponsorizzazione. La prima è una donazione senza altri fini, agevolata dallo sgravio fiscale. Per la seconda c’è un ritorno d’immagine, c’è la pubblicità: chi finanzia una mostra mette il proprio logo nel catalogo, sulle locandine, ha uno stock di biglietti omaggio e altri vantaggi. Fino ai paradossi. Su molti edifici storici campeggiano gigantografie di orologi e di auto: sono il prezzo pattuito per un restauro che talvolta è immotivato oppure tirato per le lunghe pur di occupare con un marchio preziosi spazi.
Nel 2012 le donazioni da parte di imprese italiane hanno raggiunto i 28 milioni e mezzo (sono calate: nel 2010 erano 32). Ma oltre la metà, 16, vanno allo spettacolo, e 12 alla cultura. Inoltre la sproporzione fra Nord, Centro e Sud è vistosa: 13 milioni sono destinati alla Lombardia e 33 mila alla Basilicata, quasi 3 milioni al Veneto 0 ad Abruzzo e Molise. Grandi beneficiate sono le fondazioni: la Scala (6,8 milioni), l’Aem (1,5), la Bracco (1,2), la Brunello Cucinelli (1). Fra i benefattori ecco A2a, Intesa San Paolo, Banca Popolare di Milano, Tod’s… A 16 milioni, invece, ammontano nel 2012 le donazioni di persone fisiche o di enti non commerciali, in primo luogo le fondazioni bancarie (l’anno precedente, però, erano 26 milioni).
C’è inoltre differenza anche fra Packard e Yagi. «Yagi venne da noi perché voleva donare un milione per la tutela di un’opera
d’arte del paese, l’Italia, dove la sua azienda aveva guadagnato molto», racconta Rita Paris, direttrice della Soprintendenza archeologica di Roma. «Gli indicammo alcuni restauri già progettati. E lui scelse la Piramide. Non la conosceva, gliela facemmo visitare e gli preparammo un dossier». Il restauro è iniziato nel
marzo del 2013 ed è finito in ottobre, sei mesi prima del previsto. Una parte della Piramide era tornata alla sua candida lucentezza. «Il lavoro andava proseguito», aggiunge Paris, «allora gli abbiamo chiesto se era disponibile a finanziare il restauro completo. Un mese dopo ci ha donato un altro milione: contiamo di finire entro ot-
tobre prossimo». In cambio Yagi non ha voluto nulla. A lavori conclusi una piccola targa ricorderà la sua elargizione.
Packard ha settantatré anni. È approdato a Ercolano nel 2000 creando insieme alla soprintendenza (e dal 2003 al 2013 anche alla British School of Rome) l’Herculaneum Conservation Project, una struttura formata da una quindicina di persone di ottime e diversificate competenze che si occupa della manutenzione del sito, redige progetti, compie indagini scientifiche e interviene nelle urgenze. Ne è responsabile Jane Thompson, un’architetta gallese, che Franceschini ha incluso nel Consiglio superiore dei beni culturali. Fondamentale è stato il ripristino dell’antico sistema fognario che raccoglie le acque piovane e mette Ercolano in gran parte al riparo dai guai che affliggono la vicina Pompei. Packard non ama che si parli di sé, l’unico logo che compare sui pannelli, piccolissimo, è della fondazione. A Ercolano non tutto fila liscio. Ci vogliono anche due anni di trafile burocratiche perché un progetto diventi un cantiere. Ora però si lavora per riqualificare l’area di confine fra gli scavi e la città moderna, che, verso il mare, è terribilmente degradata. D’accordo ministeri, Soprintendenza, Comune e Fondazione Packard, si esproprieranno edifici e alcuni verranno demoliti. Sorgeranno una piazza e un parco con vista sugli scavi: quasi 6 milioni il costo, 3 li metterà Packard.
Durante una cerimonia pubblica, un anno fa, Packard con pragmatismo americano ha spiegato una delle condizioni del buon rapporto pubblico-privato: che ci sia un privato disponibile e non orientato a lucrare e che ci sia un pubblico forte e che funzioni bene. Ma qui cominciano i dolori. Tranne le poche speciali (Pompei o i Poli museali), le soprintendenze non possono incassare direttamente contributi. Occorre avviare complicate procedure o creare associazioni di Amici dei musei che facciano da intermediari. E questo non facilita il rapporto con il donatore. E poi si aggiungono la scarsità di mezzi e di personale, le incombenze burocratiche che complicano nelle soprintendenze la gestione delle donazioni. Franceschini invoca il manager per le grandi strutture museali. Ma forse, si legge in un appello al ministro dei soprintendenti storico- artistici, basterebbe dotare gli uffici di «strumenti contabili e gestionali che consentano di introitare denaro» sul modello dell’Opificio delle Pietre dure, «che dialoga con il mondo intero e si autosostiene, in parte, dal punto di vista economico».
In un articolo sulla rivista online Aedon, Stefano Casciu, soprintendente a Modena, aggiunge un altro elemento: il privato italiano, a differenza dell’americano, fa fatica a «pensare in termini di partecipazione e restituzione alla collettività». Insomma, lo sgravio fiscale aiuta, ma da solo non basta. Eppure Casciu non è sospettabile di prevenzioni essendo protagonista di una positiva eccezione: il finanziamento da parte della Fondazione Cassa di risparmio di Modena (quasi 300mila euro) della messa in sicurezza in un centro di raccolta a Sassuolo di 1.700 opere danneggiate dal sisma emiliano del 2012. Una donazione per un’operazione poco vistosa e non per il restauro di un singolo capolavoro, operazione da rivendersi sul mercato pubblicitario. Invece è del capolavoro che si va a caccia. Del Guercino, del Caravaggio o del Guido Reni. Della celebrata fontana. Senza considerare che le priorità ispirate da criteri di tutela potrebbero essere altre. Ma — è sempre Casciu a sollevare la questione — in Italia sono molto diffuse «idee sulla cultura e su tutela e valorizzazione del patrimonio in termini di entertainment, e non come funzione fondamentale e come attività tecnico-scientifica propria dello Stato, garantita dalla Costituzione, generatrice di identità e collante sociale e di conseguenza di miglioramento economico generale».

La Repubblica 23.06.14

"La solitudine al tempo di Internet", di Carlo Buttaroni

Quando i funzionari della società proprietaria dell’appartamento hanno sfondato la porta della casa di Joyce Vincent per conse- gnarle un avviso di sfratto, hanno trovato il suo cadavere acca- sciato sul divano e la televisione ancora accesa. Era il 2006 e Joyce era morta da quasi tre anni. Il corridoio era ricoperto da lettere di vario ge- nere e da richieste di pagamento di tutti i tipi. Intorno al suo scheletro, ammucchiati, i regali che aveva finito di preparare per il Natale 2003. Joyce aveva alcune sorelle, ex colleghi ed ex fidanzati, ma tutti l’avevano persa di vista. Viveva in un monolocale a nord di Londra, in un complesso residenziale sopra l’enorme centro commerciale a Wood Green. Per tre anni, nessuno dei vicini aveva notato nulla di strano. Come Joyce sia morta resta un mistero. Forse la causa è stata l’asma di cui soffriva, forse si è trattato di suicidio. Ha poca importanza. Si è lasciata morire, mettendo in scena una festa inesistente cui non era invitato nessuno, come a drammatizzare la sua immensa solitudine.

LA STORIA DI JOYCE

Quella di Joyce Vincent è una di quelle vicende che normalmente restano una questione locale, se la regista Carol Morley, non ne avesse ricostruita la storia. Il film-documentario del 2011, «Sogni di una vita», mostra una città fatta di legami rarefatti e provvisori, amicizie dimenticabili e persone sole che vanno avanti nelle loro singole unità abitative. E, alla fine del film, non si capisce se la trentottenne Joyce Vincent, estroversa e carina, sia scomparsa o se sia mai esistita realmente.

Della tragica messinscena del Natale, dove comprò i regali intorno ai quali fu ritrovata, non restano, anni dopo, che reperti destinati alla medicina legale. Perché per Joyce anche una esistenza normale aveva rappresentato un irraggiungibile sogno: «Dream of a life».

Il neuroscienziato di Chicago John Cacioppo, nel suo libro «Solitudine», scrive: «Una marea che sale può sollevare un insieme di barche, ma in una cultura d’individui socialmente isolati, atomizzati da sconvolgimenti sociali ed economici, separati da ampie disuguaglianze, può anche provocare l’annegamento di milioni di persone».

Mai, probabilmente, l’uomo si è sentito così vicino fisicamente agli altri e così distaccato, così solo e anonimo. E mai come nella nostra epoca, ha preso coscienza della propria solitudine e dell’incomunicabilità che lo separa dai suoi simili. È la solitudine dei «numeri uno» che lavorano e vivono insieme, ma non sono realmente insieme.

Collezionano amici come francobolli, preferiscono la quantità delle connessioni alla qualità delle relazioni, usano il tempo per scegliere le migliori foto da aggiungere al proprio profilo per far aumentare i «clic», proclamano la prosperità della vita sociale. Ma è una moltitudine sola e la sensazione di sentirsi «insieme ad altri» senza esserlo realmente è la forma più terribile di solitudine. Può sembrare paradossale parlare di solitudine nell’era della comunicazione globale dove tutto avviene in tempo reale.

Ma basta andare oltre il rumore di sottofondo delle folle anonime che animano il web o attraversano i centri commerciali, per rendersi che migliaia di persone accalcate l’una sull’altra non annullano la solitudine, anzi. E aver inserito apparati tecnologici nella vita di tutti i giorni, non ha fatto venir meno la necessità, intrinseca nell’uomo, di dare significato all’esistenza, di rafforzare un sistema di valori condivisi, di cercare un significato nello stare insieme ai nostri simili che sia diverso dal condividere semplicemente uno spazio.
Forse, la solitudine dell’io-globale nasce dall’aver creduto che medium potenti avrebbero risparmiato la fatica della ricerca interiore e della relazione con l’altro, dall’aver pensato che sarebbe stato sufficiente moltiplicare i «contatti» per incrementare le occasioni, i saperi, le relazioni. Ma non è stato così. E non perché la tecnologia non sia ancora abbastanza evoluta e perfezionata, ma perché la tecnologia può soltanto «funzionare». Non ha veri fini, ma semplicemente effetti.

Se per un verso si sono moltiplicati gli strumenti e le occasioni per entrare in relazione, dall’altro i contenuti si sono fatti più poveri, più sintetici. L’alfabeto delle parole, capaci di trasmettere emozioni, si è fatto corto e ripetitivo. Rispetto al passato si è in «contatto» con molti più amici ma se ne incontrano realmente molto meno, con un progressivo smarrimento delle relazioni di vita e dei luoghi d’incontro, facendo crescere la sensazione di non appartenere più a un territorio emotivamente e fisicamente definito. Globali ma soli. Un timore che si è sposato con la detemporalizzazione dell’esistenza quotidiana. Così come non ci si può più riconoscere nella sofferta geografia dei nostri padri, così non si riesce più a vivere l’esperienza del tempo come un presente che anticipa il futuro.

La vita è percepita come una serie di tante esperienze parallele, che non s’intrecciano e non si legano, che non costituiscono una narrazione. Un processo dove la coerenza non è più vissuta come un valore, perché quello che conta è vivere ogni momento di vita in modo funzionale, adeguato alle esigenze che quel momento richiede. Tutto questo mette in crisi la possibilità di sviluppare progetti di vita, perché «progettare» significa selezionare nel presente ciò che è coerente con il passato e soprattutto con le attese e gli obiettivi futuri. E tale selezione non può avvenire in una concezione del tempo ove ha senso solo ciò che offre il presente e un determinato contesto, dove cresce, per dirla con Bauman, «la solitudine del cittadino globale», la sua insicurezza di fronte alle nuove

incertezze. In questo senso, l’io-globale non è solo la congiunzione tra il vicino e il lontano, ma anche tra il «fine» dell’uomo e il «fine» del mondo nel quale egli vive.

IL VALORE DELLE PAROLE

Se la solitudine interiore dei poeti è la conseguenza di una scelta consapevole, nella quale non si smarriscono il desiderio e la nostalgia di relazioni umane, la solitudine-isolamento è, al contrario, una condizione nella quale va in frantumi ogni tipo di relazio-ne con gli altri.
Forse, quando riusciremo a ridare un’anima alle stesse relazioni, liberandoci dal turbinio di effimere distrazioni e di pseudo-rapporti, la solitudine non sarà più un veleno con il quale alienare se stessi dalla vita, ma, al contrario, lo strumento necessario per ristabilire un contatto con il nostro essere.

E per fare questo servono parole in grado di spiegare lo scorrere dell’esistenza, la solitudine e la sofferenza dell’altro, in una visione che restituisca significato alla vita stessa e allo stare insieme. Ciò che è mancato a Joyce Vincent.

L’Unità 23.06.14

"Giovani senzatetto emergenza europea", di Tito Boeri

Fra una settimana inizierà il nostro turno di presidenza dell’Unione Europea e il primo luglio si riunirà per la prima volta il nuovo Parlamento europeo, uscito dalle urne un mese fa. Sarebbe bello
che nei discorsi programmatici all’inizio del semestre italiano e, ancor di più, nei primi atti pubblici dell’organismo oggi più democratico di cui disponga l’Unione venisse dato un qualche segno di attenzione agli ultimi degli ultimi, a coloro che non sono registrati nei seggi elettorali semplicemente perché non hanno
una residenza.
I senza dimora sono ormai come una città nella città, una popolazione di 50.000 persone nelle sole città europee su cui si hanno dati disponibili. Questi cittadini che dormono accampati in qualche modo nelle strade, anche nei mesi invernali, o trovano occasionalmente rifugio in qualche centro d’assistenza, sono aumentati in media in Europa del 45% durante la Grande Recessione. Non solo nei paesi della crisi del debito (in Italia sono triplicati), ma anche in Germania e nel nord-Europa. Cambia, tra il Nord e il Sud, ma anche tra Est e Ovest dell’Europa, la loro composizione. Più immigrati al Nord, più autoctoni, soprattutto giovani, al Sud dove è esplosa la disoccupazione giovanile. A Est sono soprattutto gli emigrati di ritorno a gonfiare le fila dei senza casa: avevano cercato fortuna
in Spagna e Italia, ma la mancanza di lavoro li ha spinti a tornare a casa, più poveri di prima. Aumenta ovunque la percentuale di donne, una conseguenza dell’aumento del numero di famiglie monoparentali.
Sono questi alcuni dei principali risultati di uno studio, coordinato da Michela Braga per la fondazione Rodolfo Debenedetti, che verrà presentato venerdì prossimo a Roma (vedi riquadro). Si basa sulle ricerche di tre gruppi di studiosi, australiani, statunitensi ed europei, che da anni monitorano e analizzano il fenomeno dei senza casa, oltre che sui censimenti, organizzati dalla fondazione, in tre città italiane (Milano, Roma e Torino). Quello di Roma, i cui risultati verranno anticipati oggi in un incontro presso l’Aranciera di San Sito con le associazioni del volontariato che hanno contribuito a questa iniziativa, ha coinvolto più di 1500 volontari che hanno per tre notti setacciato le strade all’interno del grande raccordo anulare, contando e intervistando i senza fissa dimora.
Perdita del lavoro e rottura del nucleo famigliare, due eventi tra di loro correlati perché lo stress legato alla perdita del lavoro deteriora le relazioni affettive, sono le cause maggiormente
ricorrenti di questo stato. Tutto avviene nel volgere di pochi giorni e ci si ritrova, quasi senza accorgersene, senza casa e senza una famiglia cui fare riferimento. Si perdono pressoché del tutto i contatti umani, dato che ci si fida poco delle altre persone con cui si condivide questa esperienza. È una condizione che può durare a lungo, in media 3 anni a Milano e 6 anni a Roma. Contrariamente a credenze diffuse, non si tratta di persone destinate comunque alla marginalità perché alcoolizzate e comunque affette da gravi patologie psichiche, ma di persone in grado di reintegrarsi perfettamente nel tessuto sociale, una volta trovato un lavoro e, grazie a questo, una casa. Le politiche di prevenzione e di aiuto nella ricerca di lavoro, condotte nei loro confronti in paesi come la Finlandia e la Germania, hanno in queste realtà effettivamente portato al dimezzamento del loro numero dal 2000 al 2007, anche se poi la Grande Recessione e la crisi dell’Eurozona hanno nuovamente peggiorato la situazione.
Servono anche le politiche della casa. Noi abbiamo smesso di investire in edilizia sociale proprio quando i grandi flussi d’immigrazione cominciavano a prendere come obiettivo il nostro paese. Lo abbiamo fatto destinando al pagamento di pensioni, spesso a persone con meno di cinquant’anni e perfettamente in grado di lavorare, i contributi obbligatori originariamente devoluti alla Gescal, il fondo per l’edilizia popolare. E le Regioni, divenute titolari dal 1998 dei programmi di edilizia popolare, hanno pensato di vendere 150.000 alloggi (un terzo dello stock nel Nord-Italia) proprio mentre il numero di immigrati cresceva a tassi del 25 per cento all’anno.
Abbiamo così uno stock di alloggi di edilizia popolare e convenzionata pari a un quarto di quello di Francia e Regno Unito in rapporto al totale degli alloggi disponibili. Ci vogliono, così, mediamente 15 anni per avere un alloggio in una casa popolare, una volta maturati i requisiti.
Se le Regioni manterranno le competenze in materia di edilizia popolare dopo la riforma del Titolo V, bene che siano loro (e non i Comuni) a finanziare i centri di assistenza e i dormitori per i senza casa. Avranno così gli incentivi giusti per affrontare un problema che rischia di sfuggirci di mano, nonostante da noi le relazioni famigliari siano più forti che in altri paesi e contribuiscano a contenere il fenomeno, e nonostante lo straordinario contributo del volontariato nel gestire questa emergenza sociale.

La Repubblica 23.06.14

"Una maturità per i docenti", di Franco Lorenzoni

Messaggio agli insegnanti: mettiamoci nei panni degli studenti e immaginiamo di sostenere le loro prove. Un esercizio per ripensare l’approccio alla Storia, favorendo l’interdisciplinarietà

È interessante leggere tutti i testi proposti all’attenzione dei ragazzi per la maturità di quest’anno, perché evocano l’immagine di una scuola possibile, critica, profonda, capace di affrontare di petto i nodi cruciali del nostro tempo. Terminata la lettura, tuttavia, un’idea luciferina mi balza alla mente: questi temi, che pongono problemi da far tremare i polsi, perché non li proponiamo a noi insegnanti a settembre invece di affidarli ai ragazzi a giugno? Non solo quelli che riguardano la nostra disciplina, naturalmente, ma tutte le tracce a tutti. Sarebbe un bell’esercizio di umiltà che aiuterebbe a metterci nei panni dei ragazzi, perché certamente ciascuno di noi avrebbe bisogno di sostegno, dovrebbe sforzarsi, mettersi in gioco, chiedere aiuto ai colleghi…
Provando a entrare nel merito ci renderemmo conto che nelle scuole reali del Paese – specie in quelle delle periferie che Renzo Piano invita a rammendare – siamo ancora molto lontani dal riuscire a fornire ai ragazzi strumenti, contesti e opportunità per costruirsi le conoscenze e competenze necessarie che diano la possibilità di affrontare le questioni cruciali che urgono. Per tentare di sciogliere tali nodi, infatti, dobbiamo bandire dai nostri pensieri e dal linguaggio ogni semplificazione e abituarci a un corpo a corpo con la complessità, che può nascere solo in una scuola attiva, con docenti fortemente motivati, capaci di mettere al centro la discussione e il confronto tra le argomentazioni.
Vediamo di che temi stiamo trattando: Theodor Adorno parla con lungimiranza della «beneficienza amministrata, che tampona programmaticamente le ferite visibili di una società» (…) in cui il dono è divenuto merce e «articolo da regalo». Marco Aime e Anna Cossetta rilevano come su internet si creano e si disfano di continuo «comunità immaginate, che non sempre necessitano di relazioni tra individui». Enzo Bianchi pone la questione di quando il dono diventa strumento «per neutralizzare l’altro e togliergli la sua piena libertà». George Mosse parla del «processo di brutalizzazione» seguito alla Prima guerra mondiale, tanto che «parve a molti che non fosse mai finita» e riguardo alla guerra senza fine che dal ’14 arriva fino al ’45, Hannah Arendt si interroga sulle radici della violenza, esaltata come forza vitale dalla versione che Sorel dà dell’élan vital di Bergson.
Luce Irigaray invita a «una coesistenza culturale feconda tra due generi irriducibilmente differenti», come esercizio necessario per sfuggire a «una cultura che vorrà sempre imporre il suo colore e i suoi valori all’altro, anche mediante la sua morale e la sua religione» e Gandhi afferma: «Per opporsi con tutta l’anima alla volontà del tiranno» è giusto proporsi il necessario «compito di convertire ogni indiano, ogni inglese e infine il mondo alla non violenza nel regolare i reciproci rapporti». Ci sono le inquietudini dell’astrofisico Martin Rees, che propone che i Robot restino solo «utili idioti al nostro servizio» e si eviti di affidar loro mestieri intellettuali complessi, aprendo uno squarcio sulle trasformazioni del rapporto uomo-macchina nei prossimi decenni, e si affronta il problema dell’equilibrio ambientale compromesso. Si chiede poi di ragionare e argomentare con cognizione sulle differenze tra l’Europa del 1914 e quella del 2014 e ci sono infine le considerazioni di Renzo Piano sulla fragilità delle periferie, individuate come la principale scommessa urbana e di convivenza dei prossimi decenni.
Un programma culturale di vasta portata che io, come buona parte degli insegnanti, credo onestamente di non essere preparato ad affrontare in modo non superficiale.
Se vogliamo prendere sul serio la sfida giustamente posta, dobbiamo abbandonare ogni illusione di cambiare la scuola dalla coda e affrontare con coraggio la questione della formazione iniziale e della formazione permanente di chi insegna, dando sostegno e finanziamenti necessari alle scuole, cominciando ad esempio a reintegrare i Fondi di Istituto stoltamente ridotti all’osso per pagare gli scatti di anzianità, perché quei soldi, se ben spesi, costituivano una prima piccola possibilità di finanziare la ricerca dentro le scuole. Se vogliamo cambiare davvero le cose, ogni scuola deve trovare tempi e modi per divenire luogo di costruzione culturale, aperto alla città e ai problemi urgenti del presente. Luogo in cui si ricerca e i ragazzi possano essere protagonisti, accogliendo le loro giuste inquietudini e proponendone noi adulti altre.
Viste le tracce uscite, dietro cui si intuiscono le intenzioni della ministra Giannini, forse sarebbe interessante domandarci quanto e fin dove sarebbe opportuno studiare la storia del Novecento, per affrontare i problemi del presente.
Negli anni Novanta il ministro Berlinguer diede l’indicazione che, alle superiori, l’intero ultimo anno fosse dedicato alla storia del secolo scorso. Fu una delle poche riforme che ebbe un’applicazione immediata ma ora, probabilmente, è necessario dedicare al Novecento ancora più tempo e impegnarci tutti a trovare materiali e metodi adatti per dare l’attenzione che merita alla seconda metà del secolo. Si accusano spesso ragazze e ragazzi di vivere schiacciati nel presente e di essere incapaci di dare respiro storico ai loro ragionamenti. I motivi di questo appiattimento sono molteplici: vanno dall’invadenza della pubblicità, che vorrebbe rinchiuderli nella sola identità di insaziabili consumatori, alla prevalenza di modi di comunicare che esaltano l’immediatezza del messaggio rispetto al tempo lungo della riflessione.
Siamo tutti convinti che, per guardare con intelligenza critica il presente, sia necessario un rapporto vivo con la storia. Che, anzi, sia proprio nella capacità di porsi domande considerando lo spessore del tempo che sta il senso più autentico del valore umanistico, da preservare nei nostri studi.
Ma allora, possiamo pensare di avere qualche strumento per interpretare cosa accade nel mondo senza informazioni e conoscenze puntuali riguardo ai complessi processi di decolonizzazione dell’Asia e dell’Africa? Senza conoscere il ruolo e la vita di personaggi come Mandela o Gandhi? Senza sapere nulla del genocidio del Ruanda o delle guerre che hanno insanguinato l’ex Jugoslavia, dove i ragazzi che abitavano a Sarajevo – una città del tutto simile alle nostre – sono arrivati a spararsi tra compagni di scuola che si frequentavano fino al giorno prima?
E poi, è possibile guardare e ragionare intorno al fenomeno delle migrazioni, di cui si parla spesso con impressionante superficialità, senza fare i conti con gli sconvolgimenti provocati nell’Est dal crollo del blocco sovietico o con le drammatiche carestie che investono ciclicamente i diversi sud del mondo, accompagnate da continue guerre, provocate da oligarchie corrotte che governano tanti Paesi dell’Africa, facendo la fortuna dei produttori di armi?
C’è un libro importante, pubblicato dieci anni fa nelle Edizioni Una Città di Forlì, intitolato La storia dell’altro. È stato scritto da un gruppo di insegnanti israeliani e palestinesi che si sono incontrati regolarmente, tra mille difficoltà, per ragionare insieme sulla storia della loro terra contesa.
Al palestinese Sami Adwan e all’israeliano Dan Bar-On fu assegnato nel 2001 il Premio Alexander Langer perché l’esito di quella ricerca era esemplare. I redattori di questo libro per le scuole, infatti, erano arrivati alla conclusione che è impossibile scrivere una sola storia perché, come scrive Pierre Vidal-Naquet nell’introduzione, «i due popoli sono traumatizzati, gli israeliani dal genocidio, i palestinesi dall’espulsione. Sarebbe puerile chiedere loro di scrivere la stessa storia. È già ammirevole che accettino di coesistere in due racconti paralleli».
Ora la particolarità di questo libro di storia sta nella scelta grafica che, nell’edizione originale, divide ogni pagina in tre colonne. In una c’è la versione israeliana, in una la versione palestinese e, in mezzo, una colonna bianca che potremmo chiamare della speranza e dell’apertura a un futuro diverso. I redattori hanno infatti immaginato che le nuove generazioni possano piano piano imparare a trovare forme di convivenza che li porteranno forse un giorno ad arrivare a scrivere una storia comune.
Ho fatto questo esempio perché forse ogni libro di storia (e non solo di storia) dovrebbe avere quella colonna bianca in mezzo. È confrontandosi con testi o materiali aperti come questi, infatti, o con citazioni contraddittorie come molte di quelle proposte alla maturità, che i ragazzi a scuola potrebbero fare un salutare allenamento per affrontare la complessità del mondo.
Se il nemico giurato di ogni crescita culturale è la semplificazione, che troppe volte regna sovrana nella discussione pubblica, la scuola dovrebbe assumersi il compito di fornire materiali, strumenti e un metodo all’altezza del compito.
Sento già l’obiezione di chi dice che non c’è il tempo di fare tutto ciò, nelle poche ore che la scuola dedica alla storia. Ecco un buon motivo per ripensare con radicalità ai limiti dell’attuale divisione tra le discipline e alla necessità di favorire progetti di ricerca interdisciplinari nella scuola superiore, che diano ai ragazzi gli strumenti per accorgersi che la comprensione di se stessi e del mondo ha bisogno di un intreccio vivo tra conoscenze diverse. I giovani hanno oggi a disposizione un’enorme quantità di informazioni a cui attingere ma molti, per affrontare la fatica dell’approfondimento e sperimentare il piacere della ricerca, hanno bisogno di un contesto stimolante e trampolini da cui lanciarsi. E allora chi, se non la scuola pubblica, dovrebbe porre le basi perché il grande gioco della conoscenza non appartenga solo a chi ha più possibilità ed è più ricco di cultura, visto che 8 studenti su 10 dopo la scuola superiore non proseguiranno i loro studi?

da Il Sole 24 Ore

"Investimenti, imprenditori italiani senza più alibi", di Nicola Cacace

«Non ci sono più alibi per le banche», ha detto Matteo Renzi dopo la decisione della BCE di concedere 400 miliardi di aiuti alle banche, condizionati al fatto che siano trasformati in crediti alle piccole imprese. Renzi deve aggiungere «e non ci sono più alibi per gli industriali italiani». Mentre Bankitalia non nasconde l’intenzione di mettere a punto meccanismi in grado di assicurare che i circa 70 miliardi che le banche italiane riceveranno dalla Bce quasi a costo zero andranno ad imprese e famiglie,
tacciono la voci più autorevoli da cui dipende l’intero meccanismo, quelle degli industriali, Confindustria in testa. Perché da essi e solo da essi dipende la ripresa.
Da anni gli investimenti lordi, in assoluto e rispetto al Pil, sono ai minimi storici e lo «sciopero» non è degli stranieri ma soprattutto degli italiani, perché dovunque gli investimenti vanno nei Paesi con maggiori opportunità. Si è parlato molto degli Ide, investimenti diretti esteri che sono mancati in Italia e poco o niente delle strategie di investimento dei nostri
industriali. Si sono giustamente esaltati i viaggi all’estero dei nostri premier, Letta prima e Renzi poi, per attrarre investimenti esteri, poco si è fatto e detto per attrarre gli investimenti italiani, quelli che sono più mancati da decenni. Da anni gli industriali italiani investono all’estero molto di più di quanto gli stranieri investono in Italia: nel quinquennio
2008-2012 la media annua degli Ide-in, investimenti diretti esteri in Italia sono stati 15,6 miliardi di dollari, mentre la media annua degli Ide-out, investimenti diretti esteri degli italiani sono stati di 40 miliardi di dollari.
Non c’è da biasimare la scarsa italianità dei nostri industriali che seguono le tendenze della globalizzazione al pari dei loro colleghi americani, inglesi
e tedeschi. Secondo le regole della globalizzazione gli investimenti produttivi vanno laddove ci sono le maggiori opportunità di business, paesi giovani, ad alto tasso di crescita del Pil, possibilmente a basso rischio politico. I tre Paesi più vecchi del mondo – età media 45 anni- sono Giappone, Germania ed Italia e questi Paesi da anni hanno anche il record
negativo degli Ide-in, investimenti diretti esteri, 0% del Pil in Giappone, 0,2% in Germania, 0,4% in Italia.
I Paesi record degli Ide-in sono Cina, Brasile, India, ma anche Russia, Nigeria, Congo, Sudafrica, malgrado la presenza di fattori negativi, demografici (bassa crescita) in Russia o politici (guerre tribali in Africa subsahariana). È abbastanza naturale che anche i nostri industriali
abbiano sinora seguito le tendenze generali ed abbiano investito soprattutto nei Paesi amaggiori opportunità ma se vogliamo in Italia la svolta per
uscire dal pantano abbiamo bisogno anche del loro impegno. Non si può essere patrioti orgogliosi della nazionale di calcio, intonare ad alta voce l’inno di
Mameli e tirarsi fuori quando il Paese ha bisogno.
Fa bene Renzi a dire che non ci sono più alibi per le banche, deve però aggiungere anche un monito agli industriali, che non possono solo criticare sempre gli altri, la politica in primis, senza mettere in gioco direttamente anche se stessi. Il Paese ha obiettivi di ripresa a breve-medio termine e obiettivi strategici di periodo più lungo. Da subito deve passare dalla fine della stagnazione ad una ripresa visibile seppur lenta. Quando questa verrà si accorgerà che l’1% di crescita del Pil non è sufficiente a creare i
milioni di posti lavoro che ci mancano per essere europei -55% del tasso di occupazione rispetto al 65% europeo significa che ci mancano 4 milioni di
posti lavoro per essere europei medi- e che bisognerà copiare le strategie di redistribuzione del «poco lavoro» come ha fatto la Germania. Sul lungo periodo
la rinascita dipende dal nodo centrale, investimenti per un profondo aggiustamento della specializzazione produttiva che sia adeguata all’era della
conoscenza, con maggior peso di qualità ed intelligenza in tutti i prodotti, e soprattutto nei servizi, in Italia sempre più carenti. Solo se si marcia in queste direzioni si potrà dare un futuro ai giovani ed invertire il primo indice della crisi, la bassa natalità. Un Paese di 60 milioni di abitanti che fa la metà dei figli di quando era di 50 milioni non ha futuro, né demografico
né economico.

da L’Unità

"Le truppe scelte dell’evasione. Quei milionari privi di reddito", da redazione Unità

Periodicamente le Fiamme Gialle diffondono bilanci dettagliati delle attività
antievasione sul tutto il territorio italiano.
Ed è sempre sconcertante verificare quanta parte della ricchezza nazionale venga nascosta e sottratta al fisco, così compromettendo la tenuta del nostro sistema tributario e distorcendo l’intera economia reale. Solo nel corso dei primi cinque mesi del 2014, ad esempio, la Guardia di Finanza ha recuperato oltre 10 miliardi di evasione fiscale internazionale, ha scoperto frodi, truffe e sprechi di denaro pubblico per 2,1 miliardi ed appalti irregolari
per 1,1 miliardi, ha denunciato 1.435 responsabili di reati contro la pubblica
amministrazione, ed ha smascherato 3.070 evasori totali.

IL GEOMETRA E IL PENSIONATO
Ma più dei numeri, la cui incidenza è comunque parziale rispetto all’enorme
montagna di nero su cui si reggono i pilastri meno nobili di questo Paese,
sono le storie dei personaggi che in modo più o meno fantasioso sono finora
sfuggiti al fisco a raccontare le dimensioni del fenomeno evasione. E le distorsioni sociali ed economiche che si porta dietro. Esemplare, da questo
punto di vista, è il caso del nullatenente geometra 64enne romagnolo che
all’erario avrebbe nascosto 1,15 milioni di euro, tra appartamenti, terreni, conti correnti, auto e moto. Oppure quello del povero pensionato che formalmente risiedeva in Venezuela da quarant’anni, ma che gli agenti hanno scoperto vivere agiatamente a Castellanza, in provincia di Varese: luogo molto
più comodo, rispetto al lontano Sudamerica, per svolgere un’attività imprenditoriale nella vicina Svizzera, ovviamente senza pagare un euro di tasse in Italia.
Questa ed altre vicende simili sono emerse grazie al «pieno di interventi
voluti dal comando provinciale della guardia di finanza di Varese per individuare i casi di estero-vestizione, ossia della fittizia localizzazione all’estero della residenza fiscale delle persone, siano esse fisiche o giuridiche». Una pratica purtroppo molto diffusa nei territori vicino alla frontiera svizzera, da cui spesso partono i proventi poi depositati a Lugano. Ma se qualcuno si ferma ai Paesi limitrofi, le Fiamme Gialle hanno altresì rintracciato soldi mai dichiarati in Italia anche negli Stati Uniti e in Venezuela.
Raramente l’astuzia e la creatività di chi vuole frodare il fisco si fermano ai confini noti. Non a caso ammonta ad oltre 460 milioni di euro il valore dei
beni sequestrati agli evasori fiscali nei primi cinque mesi del 2014. Una cifra che sale fino a 914 milioni, se ai sequestri eseguiti a garanzia della pretesa erariale si aggiungono anche quelli proposti all’autorità giudiziaria. Ancora.
Dall’inizio dell’anno la Guardia di Finanza ha recuperato a tassazione 10,3
miliardi di euro sul fronte dell’evasione fiscale internazionale, attuata attraverso la fittizia residenza all’estero, le stabili organizzazioni non dichiarate ed altre manovre ritenute elusive. Ad esempio, solo rispetto a «scatole vuote» e società di carta, le cosiddette frodi carosello, sono state denunciati 193 responsabili con evasione dell’Iva per oltre 235 milioni di euro. Sul fronte di un’evasione meno fantasiosa, ma certo non meno dannosa, i
controlli in materia di scontrini e ricevute – oltre 163mila da gennaio a maggio di quest’anno – hanno riscontrato irregolarità ben nel 32,5 per cento dei casi, portando anche alla scoperta di 9.400 lavoratori in nero irregolari scoperti e alla sanzione di 1.935 datori di lavoro.

CRIMINALITÀ E REATI FINANZIARI
Un capitolo fondamentale delle attività delle Fiamme Gialle riguarda il sequestro e la confisca di beni alla criminalità economica ed organizzata, che
ha raggiunto quota 2,8 miliardi di euro. In particolare, dall’inizio dell’anno
sono stati eseguiti accertamenti patrimoniali antimafia nei confronti di oltre
5.500 persone che hanno portato al sequestro di beni per 2,4 miliardi di euro,
mentre a 413 milioni di euro ammonta il valore dei beni confiscati, quindi definitivamente entrati nel patrimonio dello Stato. La lotta al riciclaggio di capitali sporchi ha poi portato ad individuare 542 milioni di euro oggetto di riciclaggio, a denunciare 717 persone e ad arrestarne 36. Inoltre sono stati denunciati 2.060 responsabili di reati bancari, finanziari, societari e fallimentari, e 257 usurai, di cui 51 tratti in arresto.
Un tema doloroso, molto presente in queste settimane di cronaca giudiziari,
è quello degli appalti pubblici: la Guardia di Finanza ha trovato procedure
di affidamento viziate per oltre 1,1 miliardi di euro, denunciato 374 responsabili, di cui 34 finiti in carcere. Infine, sono stati segnalati danni erariali da cattiva gestione del denaro pubblico per oltre 1,6 miliardi di euro, con 1.435 denunciati e 126 arrestati.

da L’Unità