Latest Posts

"Il biglietto da visita della mafia", di Francesco La Licata

Fa sempre un certo effetto ricevere conferme sull’estrema facilità con cui il virus della mafia attecchisce in zone del territorio nazionale ritenute, per storia e caratteristiche socio-culturali, immuni dal contagio della mala pianta. Ogni volta ci lasciamo andare all’autoassolutorio commento («Ma chi l’avrebbe mai detto?») e alla pronta archiviazione di quel qualcosa che in fondo alla mente insinua una certa inquietudine. Vista, però, la frequenza con cui cominciano a squillare i campanelli d’allarme nel «laborioso Nord», non si può che esser soddisfatti dell’iniziativa investigativa del gruppo interforze che ha portato a termine l’operazione Minotauro e disarticolato un’associazione mafiosa di origine calabrese capace di controllare un vasto territorio tra Piemonte, Lombardia ed Emilia.

Non v’è dubbio, in tal senso, che l’esperienza maturata in Sicilia da Giancarlo Caselli non avrebbe lasciato spazio ad attendismi e sottovalutazioni che non appartengono alla cultura del procuratore di Torino. Il magistrato conosce benissimo le cause che, in passato, hanno contribuito al radicamento della mafia nel territorio siciliano: prima di tutto il malinteso senso di difesa dell’onorabilità di un’intera regione «mortificata da una minoranza malavitosa». Benvengano, dunque, azioni mirate, capaci di interrompere trame delinquenziali già fin troppo disconosciute.

Già, perché non è scoperta recente che il Nord sia diventato, nel tempo, terreno appetibile per le cosche mafiose che restano saldamente ancorate alle origini ma, nello stesso tempo, esportano un modello assolutamente identico alla cellula-madre. Sappiamo che il proliferare delle cosche al Nord non è fenomeno recente: ricordiamo i «palermitani» a Milano a braccetto con gli Epaminonda, i Vallanzasca, i Turatello; e non abbiamo dimenticato i «catanesi» a Torino violenti e arroganti fino a decretare in società con i calabresi l’uccisione del procuratore Caccia. La mafia al Nord è un tema dibattuto da anni.

Oggi, però, qualcosa sembra cambiato e sembra gettare un’ombra più cupa del passato. Eravamo assuefatti allo stereotipo del mafioso che, al Nord, si occupa di affari illegali: il gioco d’azzardo, le prostitute, i traffici di armi e droga, la protezione. Già nel 1994, cioè 17 anni prima degli ultimi, recentissimi «allarmi», l’operazione di polizia «Fiori di San Vito» aveva consegnato all’opinione pubblica e ai giornali il quadro di una mafia calabrese saldamente padrona di un vasto territorio, tra Piemonte, Liguria e Lombardia. E già allora si parlò dell’esuberante forza economico-finanziaria della ’ndrangheta.

Ecco, quella forza ignorata per tanto tempo oggi troviamo all’origine del mutato potere mafioso. Un potere che tende a far parte a tutti gli effetti di un blocco sociale egemone, come dimostra – per esempio – la vicenda dello scioglimento del consiglio comunale di Bardonecchia, completamente «infiltrato» dalla mafia calabrese. Oggi le mafie sembrano interessate soprattutto alle attività legali: le grandi opere pubbliche, persino quelle attività diretta emanazione della politica. Basti pensare a cosa è stata la Sanità – specialmente nel Meridione d’Italia – per intuire il processo di trasformazione di una mafia che si allontana da coppola e lupara per identificarsi sempre più con la borghesia corrotta dei colletti bianchi.

Questo il motivo per cui ogni azione di polizia giudiziaria viene, ormai quasi sempre, affiancata da un’attività investigativa imperniata sulla ricerca di beni frutto di attività illegali. E ogni volta si scopre sempre meno profondo il distacco tra società civile e illegalità. Ne sono testimonianza attendibile le prese di posizione di Gian Carlo Caselli e Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia. «L’aggressione ai beni e ai patrimoni della criminalità organizzata è la strategia vincente per sconfiggere i clan», così Grasso che indica come un «grande successo» i 70 milioni di euro in beni sequestrati dalla Guardia di Finanza. E Caselli, sull’arresto di Nevio Coral sindaco di Leini per un trentennio, dice: «Era il biglietto da visita della ’ndrangheta da spedire al mondo politico piemontese. Non è certo uno spettatore passivo delle vicende che lo riguardano, ma un soggetto ben collocato nell’ambiente ’ndranghetista».

La Stampa 09.06.11

Proposta di parere alternativo del PD sul decreto-legge 13 maggio 2011, n. 70.

PROPOSTA DI PARERE ALTERNATIVO PRESENTATA DAI DEPUTATI, GHIZZONI, BACHELET, COSCIA, DE BIASI, DE PASQUALE, DE TORRE, LEVI, LOLLI, MAZZARELLA, MELANDRI, NICOLAIS, PES, ROSSA, RUSSO, SIRAGUSA.
Disegno di legge C 4357, recante conversione in legge del decreto-legge 13 maggio 2011, n. 70, concernente “Semestre europeo – Prime disposizioni urgenti per l’economia”,
Per quanto riguarda i profili di competenza della Commissione Cultura,
le nuove modalità di credito di imposta per la ricerca scientifica, previste dall’articolo 1, rappresentano un cambio attuato dal Governo nelle proprie decisioni politiche in materia, non si può non rilevare criticamente il metodo di lavoro dettato dall’improvvisazione, soprattutto in considerazione del fatto che le imprese e i soggetti coinvolti, come qualunque istituzione sociale, necessitano di certezza e di continuità nelle scelte che attengono alla loro attività e finalità. Pare poi inadeguata la disposizione che il nuovo credito di imposta sia calcolato solo sulla parte incrementale delle somme destinate alla ricerca, mentre sarebbe più incentivante e più opportuno, al fine di premiare le imprese che si sono impegnate costantemente nella ricerca, disporre il credito – come introdusse il Governo Prodi – su quota fissa delle risorse investite, indipendentemente dall’ammontare e dall’eventuale incremento. Si ritiene inoltre più efficace individuare precise direttrici di ricerca e di avvalersi, per l’utilizzo dello strumento in parola, di tutti i centri di ricerca. Per le finalità individuate dall’articolo in oggetto e, pertanto, per consentire agli enti di ricerca di poter rispondere alle esigenze di innovazione espresse dall’impresa finanziata, è imprescindibile rimuovere tutti gli ostacoli frapposti all’effettuazione del turn over del personale e consentire agli enti medesimi di poter disporre delle risorse umane necessarie. Tale disponibilità andrebbe garantita anche per le università, pertanto anche per l’anno in corso dovrebbe essere applicato lo «sconto» nel conteggio delle spese di personale rispetto alle risorse del Fondo di finanziamento ordinario, al fine di non superare la soglia del 90 per cento: sono infatti numerosi gli atenei che, in assenza della norma richiamata, si trovano completamente bloccati nelle loro esigenze di assunzione di nuovo personale per garantire la continuità della didattica e della ricerca. Si ricorda, poi, che effetti negativi sta ovviamente producendo la norma introdotta dal decreto legge n. 78, che riduce del 50% l’attivazione dei contratti a tempo determinato. Si valuta pertanto negativamente che le nuove norme per il credito d’imposta non si accompagnino a misure – quali quelle richiamate- tese a rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena operatività delle strutture pubbliche finalizzate alla ricerca. Infine, si ritiene necessario che il finanziamento dei progetti sia sottoposto ad una valutazione ex ante, coinvolgendo i garanti della ricerca previsti dall’articolo 21 della legge n. 240 del 2010, e ad una valutazione ex post a cura dell’ANVUR. E’ con rammarico, quindi, che si osserva la mancanza di tali disposizioni, tese alla concreta valorizzazione del merito e alla valutazione della reale efficacia del provvedimento in parola;
si valutano negativamente le disposizioni dell’art. 4, comma 16, poiché la finalità espressa di semplificare il procedimento per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica si presta in realtà ad attenuare la funzione di tutela esercitata dallo Stato sui beni culturali e sancita dalla Costituzione;
in merito all’istituzione della Fondazione per il merito (articolo 9, commi da 3 a 16), si ricorda che pochi mesi fa l’Esecutivo ha istituito il Fondo per il merito, destinato all’erogazione di premi e prestiti per il finanziamento degli studi universitari, sul quale il Partito Democratico ha espresso i propri dubbi e critiche – soprattutto in merito all’attribuzione di premi senza valutazione del reddito dei beneficiari e alla decisione di percorre la strada dell’indebitamento degli studenti – in occasione dell’approvazione della legge 240/10. Si stigmatizza la costituzione della detta Fondazione, alla quale sono attribuite funzioni attualmente affidate al Miur (come disposto dall’articolo 4 della L. 240/10) in materia di diritto allo studio. Si ritiene, infatti, incongruo che ad un soggetto di natura privata, peraltro sottratto a qualsiasi tipo di controllo, di merito e di natura contabile, siano affidate scelte politiche, strategiche e delicate quali sono quelle del diritto allo studio, soprattutto alla luce del progressivo calo di immatricolazioni caratterizzante l’ultimo quinquennio e della crisi congiunturale che ha colpito il Paese. L’affidamento di una funzione strumentale del Miur all’istituenda Fondazione appare estranea all’esigenza, quanto mai urgente per lo sviluppo del Paese, di dare attuazione ad un vero welfare studentesco. Si osserva, inoltre, che a fronte del grave fenomeno delle migliaia di studenti che, sebbene ne abbiano diritto, non ricevono alcuna provvidenza per affrontare gli studi universitari, la priorità del Governo dovrebbe essere quella di finanziare adeguatamente il Fondo per l’erogazione delle borse di studio e quello per l’edilizia universitaria, piuttosto che investire in strumenti di indebitamento degli studenti, quali sono i prestiti d’onore. Si valuta inoltre negativamente l’assenza di una norma che abroghi la lettera o) del comma 3 dell’articolo 4 della Legge 240/11, che ha introdotto la previsione di riservare la quota del 10 per cento delle borse di studio agli studenti iscritti in un’università della regione in cui sono residenti. A tale proposito si ricorda che in occasione della promulgazione della citata legge 240, il Presidente della Repubblica ha indirizzato una lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri, nella quale si legge “Per quanto concerne l’art. 4 relativo alla concessione di borse di studio agli studenti, appare non pienamente coerente con il criterio del merito nella parte in cui prevede una riserva basata anche sul criterio dell’appartenenza territoriale”;
per quel che riguarda la scuola, i commi da 17 a 20 dell’articolo 9, rappresentano nel loro complesso, una clamorosa smentita del piano straordinario di assunzione e stabilizzazione del personale precario (insegnanti e personale ATA) promesso dal governo prima delle elezioni; essi inoltre contengono norme dirompenti per la programmazione e l’ordinata partenza dell’anno scolastico e omettono previsioni che invece, alla luce delle novità introdotte dal decreto, sembrerebbero necessarie. Pare utile ricordare che al momento dell’approvazione del decreto in parola da parte del Consiglio dei Ministri, non avevano fatto ben sperare le parole del Presidente secondo cui “il Ministro dell’Economia non ha voluto scrivere numeri nel decreto, ma le assunzioni nella scuola saranno migliaia”. L’assenza non solo di tabelle e numeri esatti, ma anche di un impegno chiaro alla copertura di tutti i posti vacanti e disponibili – sottolineata da tutte le associazioni professionali e sindacati nel corso della audizione qui in VII commissione- è la manifestazione plastica della scarsa capacità della disposizione ad affrontare il problema del precariato. Gli inflessibili richiami alla legge 133/2008 e al regime autorizzatorio delle nomine (legge 449/1997) fanno peraltro facilmente prevedere la prosecuzione delle assunzioni a contagocce dell’ultimo triennio, ben al di sotto della copertura dei posti vacanti e disponibili e del turnover. La disposizione in oggetto non può certamente essere spacciata per un piano straordinario di assorbimento del precariato ed è totalmente incapace di compensare l’effetto deleterio del comma 18 dell’articolo 9, secondo il quale la norma europea – già recepita nella nostra legislazione – che costringe qualunque azienda, pubblica o privata, all’assunzione di chi copre per tre anni consecutivi lo stesso posto di lavoro, non si applicherebbe alla scuola. In coerenza con la discussione già avvenuta in occasione del decreto cosiddetto Salvaprecari, ribadiamo un netto parere di contrarietà a tale norma. Una lettura, anche superficiale, rivela che tutti i commi riguardanti le assunzioni della scuola hanno lo stesso segno: quello di aumentare anziché diminuire la mole del personale a tempo determinato sfruttato dalla scuola, perfino rispetto ai posti dell’organico risultante dai tagli della legge 133/2008. Oltre all’inaccettabile segno complessivo determinato dall’articolo 9, cioè quello di una accresciuta instabilità didattica, si sottolinea l’opposizione ad una norma dirompente per la programmazione e l’ordinata partenza dell’anno scolastico: il comma 19, che fa slittare dal 31 luglio al 31 agosto la scadenza per le nomine nella scuola, mettendo i dirigenti scolastici di fronte alla pratica impossibilità di dare ordinatamente inizio, di lì a pochi giorni, all’anno scolastico, ed esponendo insegnanti alunni e famiglie ad un forte aggravio del già notevole caos di inizio anno. Non si può poi non richiamare l’assenza di norme attese, quale quella per introdurre i necessari correttivi in favore degli insegnanti che dovrebbero godere delle riserve di cui alla legge 68/1999, nonché di quelle per i malati incologici: se l’aggiornamento delle graduatorie sarà triennale per effetto del comma 20, diventa irragionevole e profondamente iniquo che gli interessati possano far valere la riserva solo una volta ogni tre anni. Appare altresì irragionevole che le stesse categorie (abilitati e abilitandi in scienza della formazione primaria, in strumento musicale, COBASLID) ammesse alle graduatorie da questo Governo al momento del loro primo aggiornamento, nel 2009, vengano invece escluse questa volta. Infine, l’assenza della proroga di validità delle graduatorie per i passaggi di profilo del personale ATA metterà a rischio il regolare funzionamento di moltissime istituzioni scolastiche per i venir meno di personale qualificato che già vi presta servizio. In conclusione, si ritiene che l’instabilità e l’iniquità di una scuola che ricorre in misura inaccettabile al personale precario è lasciata intatta, se non addirittura aumentata, da un decreto che a parole dichiara di porvi rimedio;
Per le ragioni descritte i premessa si esprime parere contrario.

www.retescuole.net

Camere, il giorno nero del governo Ko in Aula e stop in Commissione

Passo falso prima sull’emendamento del senatore Pdl Lucio Malan e poi su quello Spadoni Urbani. E in commissione cultura scoppia il caso Responsabili. Bersani: “Esecutivo senza prospettive, ne tragga le conseguenze” Anticorruzione, governo battuto due volte Lega, no a giuramento su Costituzione – Governo e maggioranza fanno i conti con gli inciampi in Aula al Senato sul ddl anticorruzione. Prima tocca all’emendamento del senatore Pdl Lucio Malan, interamente sostitutivo del primo articolo e relativo all’istituzione di un comitato di coordinamento delle iniziative anticorruzione presieduto dal presidente del Consiglio. Poi, sempre al Senato, (131 no, 129 sì, 4 astenuti) anche sull’emendamento della Pdl Spadoni Urbani, sulla rotazione dei dirigenti nelle amministrazioni dirette centrali e periferiche.

A quel punto il governo ha deciso di presentare un emendamento aggiuntivo” che ripropone il coordinamento anticorruzione attraverso un comitato presso la Presidenza del Consiglio “con il Pg della Cassazione, il presidente delConsiglio di Stato, il Pg della Corte dei Conti, i comandanti di Carabinieri e Finanza” e tutti coloro che hanno competenza in materia. “Si va avanti, occorre dare una
risposta al paese questa settimana” commenta il presidente del Senato, Renato Schifani. Mentre L’opposizione protesta e chiede il ritorno del testo in commissione.

Responsabili assenti. Altro problema per la maggioranza in commissione cultura della Camera. Dove la seduta, durante la quale si stava prendendo in esame parte del dl Sviluppo, è stata sospesa. Mancavano, infatti, due commissari dei Responsabili. ‘Sollevazione’ generale, a questo punto, da parte delle opposizioni che hanno fatto osservare che la sospensione sarebbe stata causata dalla certezza da parte del Pdl di non avere la maggioranza.

Esulta l’opposizione. “Il governo è senza prospettive, traga le conseguenze”, dice il segretario del Pd Pierluigi Bersani. “Abbiamo battuto il governo e la maggioranza su un punto qualificante – aggiunge la capogruppo Anna Finocchiaro – un emendamento che riorganizzava il punto essenziale di questa disciplina contro la corruzione proposta dall’esecutivo, che è anche il punto su cui c’era maggiore dissenso”. Sull’emendamento poi Finocchiaro spiega: “Mentre loro propongono che contro la corruzione provveda un comitato presso la presidenza del Consiglio dei ministri, presieduto dallo stesso presidente, noi vogliamo un’autorità indipendente”. Insomma, “per farlo capire a tutti, non vogliamo la volpe a guardia del pollaio”. E Felice Belisario, capo dei senatori dell’Idv aggiunge: “Il governo è stato battuto perché ormai è sotto la tenda ad ossigeno e la maggioranza gli sta togliendo quella poca aria che gli è rimasta. La caduta dell’articolo 1 del ddl governativo anticorruzione certifica che siamo ai titoli di coda della Legislatura”.

Lega e Costituzione. Durante l’esame del provvedimento scoppia un altro caso politico. La Lega Nord ha votato contro un emendamento bipartisan al ddl anticorruzione che obbliga “coloro che occupano cariche pubbliche o assumono pubblici impieghi” a giurare fedeltà alla Costituzione italiana al momento dell’assunzione. L’emendamento è passato con 214 sì, 30 no e 11 astenuti.

da repubblica.it

*****

La maggioranza è stata battuta al Senato su un emendamento al ddl anticorruzione presentato dal senatore Pdl Lucio Malan (relatore in commissione per la Affari Costituzionali) che modificava l’intero articolo 1 della legge. I sì sono stati 129, i no 133 e gli astenuti 5. Subito dopo il sottosegretario Andrea Augello ha sottolineato che “essendo caduto l’emendamento Malan è di fatto caduto l’intero articolo 1 del provvedimento” ed è stata sospesa la seduta. Soddisfatto il PD: “Abbiamo battuto il governo e la maggioranza su un punto qualificante – dice la capogruppo Anna Finocchiaro – un emendamento che riorganizzava il punto essenziale di questa disciplina contro la corruzione proposta dall’esecutivo, che è anche il punto su cui c’era maggiore dissenso”. Sull’emendamento poi Finocchiaro spiega: “Mentre loro propongono che contro la corruzione provveda un comitato presso la presidenza del Consiglio dei ministri, presieduto dallo stesso presidente, noi vogliamo un’autorità indipendente”. Insomma, “per farlo capire a tutti, non vogliamo la volpe a guardia del pollaio”. L’articolo 1 riguarda il piano nazionale anticorruzione e l’istituzione presso la presidenza del Consiglio dei ministri del Comitato di coordinamento delle iniziative anticorruzione presieduto dal premier. Dopo la sospensione della seduta alla ripresa delle votazioni la maggioranza è andata ancora sotto su un emendamento della senatrice del Pdl Ada Spadoni Urbani, appoggiato dall’esecutivo. L’emendamento cassato prevedeva la rotazione dei dirigenti sia nelle amministrazioni dirette centrali che in quelle periferiche. Anna Finocchiaro ha convocato una conferenza stampa per le 15 e 30 ed anticipa che a nome del PD chiederà il ritiro del provvedimento, già fermo per mesi nelle Commissioni. Durante l’esame del provvedimento scoppia un altro caso politico. La Lega Nord ha votato contro un emendamento bipartisan al ddl anticorruzione che obbliga “coloro che occupano cariche pubbliche o assumono pubblici impieghi” a giurare fedeltà alla Costituzione italiana al momento dell’assunzione. L’emendamento è passato con 214 sì, 30 no e 11 astenuti.

www.partitodemocratico.it

"La povertà in Italia: un problema del sud", di Nerina Dirindin

Il rapporto annuale dell’Istat descrive un’Italia in cui coesistono regioni del Nord con livelli di benessere o inclusione sociale analoghi a quelli della Svezia e regioni del Sud con rischi di povertà o esclusione prossimi a quelli della Romania. Le politiche sociali dei comuni non riescono peraltro a contrastare i divari, anche perché il Nord continua a destinare per la lotta alla povertà molto di più del Sud. E intanto il governo riduce i fondi per le politiche sociali, nonostante gli impegni presi con l’Europa.

Il Rapporto annuale dell’Istat descrive un paese in cui coesistono regioni (nel Nord) con livelli di benessere o inclusione sociale analoghi a quelli della Svezia e regioni (nel Sud) con rischi di povertà o esclusione prossimi a quelli della Romania. Le politiche sociali dei comuni non riescono peraltro a contrastare i divari, anche perché il Nord continua a destinare per la lotta alla povertà molto di più del Sud. E intanto il governo riduce i fondi per le politiche sociali, nonostante l’impegno, nell’ambito della Strategia Europa 2020, a far uscire dal rischio di povertà e di esclusione sociale almeno 2,2 milioni di persone entro l’anno 2020.

LA STRATEGIA EUROPA 2020 SULLA POVERTÀ

Nel 2010 l’Unione Europea ha approvato la Strategia 2020 (http://ec.europa.eu/italia/attualita/primo_piano/futuro_ue/ europa_2020_it.htm), la quale delinea il nuovo modello di crescita che gli stati membri si impegnano a sviluppare entro l’anno 2020. Costituisce un significativo passo avanti rispetto ai precedenti strumenti di coordinamento, soprattutto perché integra gli obiettivi di stabilità macroeconomica con obiettivi strategici in ambiti tematici selezionati per la loro capacità di promuovere una crescita intelligente (attraverso la conoscenza, la ricerca, l’innovazione), inclusiva (con meno povertà e una più ampia partecipazione al mondo del lavoro) e “sostenibile” (attenta all’uso delle risorse naturali). Sulla lotta alla povertà, la Strategia si propone, entro il 2020, di far uscire dalla condizione di rischio di povertà o di esclusione sociale almeno 20 milioni di persone, degli attuali 114 milioni.
L’indicatore selezionato per monitorare i progressi compiuti dai singoli stati è la quota di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale, che rileva la percentuale di coloro che sperimentano almeno una delle seguenti situazioni:
1. rischio di povertà: persone che vivono in famiglie con un reddito disponibile, dopo i trasferimenti sociali, inferiore al 60 per cento del reddito mediano;
2. grave deprivazione materiale: persone che vivono in famiglie che dichiarano almeno quattro gravi
difficoltà materiali fra le nove indagate (pagare regolarmente le bollette o l’affitto; sostenere spese
impreviste; fare una settimana di ferie all’anno; assumere un pasto adeguato almeno ogni due giorni; riscaldare in modo adeguato l’abitazione, eccetera);
3. intensità lavorativa molto bassa: persone che vivono in famiglie in cui, nell’anno precedente, gli adulti hanno lavorato meno del 20 per cento del loro potenziale. In linea con il nuovo ciclo di programmazione europea, anche l’Italia ha predisposto nell’aprile scorso il Programma nazionale di riforma, Pnr, prevedendo per il 2020 l’uscita dalla condizione di rischio di povertà o di esclusione sociale di 2,2 milioni di italiani, su un totale di 15 milioni attuali. Ma qual è la situazione del nostro Paese rispetto al resto dell’Unione?
Il Rapporto annuale dell’Istat sulla situazione del paese nel 2010 ne fornisce una chiara fotografia.

UN ITALIANO SU QUATTRO È A RISCHIO DI POVERTÀ

Le persone a rischio di povertà o di esclusione sociale sono in Italia 15 milioni, una persona su quattro (il 24,7 per cento): una percentuale più elevata non solo della media dei 17 paesi dell’area euro (21,2 per cento) ma anche della media dei 27 paesi dell’Unione Europea (23,1 per cento). Appare pertanto eccessivamente ottimistica l’affermazione contenuta nel Pnr secondo la quale “la situazione italiana non diverge in misura sostanziale dalla media dell’Unione Europea”. L’Italia, è vero, supera solo del 7 per cento la media dei 27 paesi dell’Unione, ma la media risente della posizione di paesi, in gran parte dell’Est, che presentano livelli di povertà estremamente elevati. L’Italia occupa infatti la diciottesima posizione nella graduatoria dei 27 Stati membri in ordine crescente per rischio di povertà o esclusione, a grande distanza dai principali paesi con livello di sviluppo simile al nostro. Siamo quindi i primi fra gli ultimi, ma di questo non possiamo certo rallegrarci.
Il confronto con alcuni dei paesi sviluppati mostra una situazione ben più problematica: l’Italia presenta una più marcata diseguaglianza nella distribuzione del reddito e una più grave deprivazione materiale a carico dei più poveri. La prima considerazione è desumibile dal livello dell’indicatore n. 1, rischio di povertà, il quale misura lo svantaggio relativo di una persona rispetto al resto della popolazione. In confronto ad esempio alla Francia, la povertà relativa è più diffusa in Italia di oltre il 40 per cento (18,4 contro il 12,9 per cento). La seconda considerazione discende dall’indicatore n. 2, grave deprivazione materiale, che – in quanto misura della povertà assoluta – indica quanto i più poveri abbiano difficoltà ad affrontare i problemi quotidiani. In Italia, le persone con gravi deprivazioni materiali sono (in percentuale sulla popolazione) il doppio del Regno Unito e della Spagna, il quadruplo della Svezia, un quarto in più di Francia e Germania. In particolare, sono soprattutto le famiglie in cui è presente un solo genitore e quelle in cui sono presenti almeno tre figli quelle che sperimentano le più gravi deprivazioni economiche.

Quota % persone in famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale – 2009

La povertà si presenta inoltre con profonde differenze fra Nord e Sud del paese: nelle regioni settentrionali la percentuale di persone a rischio di povertà o esclusione è analoga a quella della Svezia e della Finlandia, ai primi posti nella graduatoria (14 per cento nel Nord-Est e 15,6 per cento nel Nord-Ovest, con punte dell’11,1 per cento nel Trentino Alto Adige e del 13,4 per cento in Valle d’Aosta), mentre nelle regioni del Mezzogiorno la percentuale è prossima a quella della Romania e della Lettonia che occupano gli ultimi posti della graduatoria (44,4 per cento nelle Isole e 38,7 per cento nel Sud, con punte di 49,3 per cento in Sicilia e 42,7 per cento in Campania). (qui si potrebbe mettere il grafico 5.36 pag 262 del rapporto istat)

Ancora una volta emerge un quadro in cui il Nord corre con i paesi più ricchi e coesi dell’Europa, mentre il Sud arranca insieme ai più poveri e deprivati. Negare il problema significa ignorare il Mezzogiorno.

GLI INTERVENTI MANCANO PROPRIO QUANDO CE N’È PIÙ BISOGNO

Se la povertà si concentra nelle regioni del Meridione, lo stesso non si può dire per gli interventi che dovrebbero contrastarla. Ne è conferma la recente pubblicazione dell’Istat sui servizi sociali offerti dai comuni (singoli e associati) nel 2008: per le politiche sociali, nelle regioni del Sud la spesa media pro capite è pari a 52 euro (di cui 6 per la lotta alla povertà), a fronte di una media nazionale di 111 (di cui 9 per il sostegno ai poveri) e una media nel Nord-Est di 155 euro.
Una situazione che purtroppo è destinata a peggiorare anche perché l’unica misura indicata nel paragrafo dedicato al contrasto della povertà del Pnr è la sperimentazione della “Carta acquisti”, e nel frattempo i fondi statali destinati alle politiche sociali sono sistematicamente e drasticamente ridotti al lumicino.

per le tabelle clicca qui

da lavoce.info

"I Bronzi ora diventano bulletti Lo sfregio dello spot calabrese", di Gian Antonio Stella

«Ritirate quello spot: ci danneggia!» . I bronzi di Riace in versione «giovanottoni volgarissimi e abbronzati» che nella pubblicità della Calabria fanno «pari montagna, dispari mare» mostrando chiappe e pudenda come due bulli di un club nudista, hanno lasciato molti calabresi a bocca aperta: «Ma è questo il modo di trattare due capolavori?» . Tutto è cominciato con un corsivo su il Quotidiano della Calabria che consigliava al presidente della Regione Giuseppe Scopelliti: «La Calabria è troppo bella per essere manipolata maldestramente al fine di farne uno spot. Poche immagini di questa terra straordinaria e delle sue opere valgono più di un brutto messaggio pubblicitario in cui si deturpano anche i Bronzi di Riace» . Ma era solo l’inizio. Il giorno dopo, il calabrese Salvatore Settis, che da anni difende l’onore dei calabresi nel mondo non con le chiacchiere o le ire funeste dettate da campanilismo permaloso ma dirigendo prima il Getty Center di Los Angeles e la Scuola Normale di Pisa, poi insegnando al Prado o presiedendo oggi il Consiglio scientifico del Louvre, ha fatto a pezzi ancora sul giornale diretto da Matteo Cosenza la scelta di «calabresizzare» i Bronzi. Spingendosi perfino, udite udite, a chiedersi: e se avesse ragione Galan? Al grande archeologo, la campagna ideata da qualche genio della pubblicità non è piaciuta affatto: «Lo spot che arrossendo di vergogna ci toccherà vedere in tv nelle prossime settimane esibisce i due venerandi Bronzi trasformati in giovanottoni volgarissimi e abbronzati, degni del seguito di Cetto La Qualunque, che fanno a pari e dispari esibendo chiappe e quant’altro» . Lo dicesse un settentrionale come Vittorio Sgarbi (durissimo nello stroncare le rivendicazioni d ’ i n a m o v i b i l i t à e «calabresità» delle statue: «I Bronzi sono dello Stato!» ) o Giancarlo Galan, reo di avere messo in dubbio il modo in cui i Bronzi sono valorizzati (un terzo dei visitatori a pagamento rispetto agli ippopotami dello zoo di Pistoia) apriti cielo! Basti ricordare la reazione dell’Ordine degli avvocati di Catanzaro alla denuncia dell’esame di abilitazione in cui 2.295 compiti su 2.301 (tutti meno sei) degli aspiranti avvocati erano stati copiati parola per parola: «La ferocia demolitrice con cui la stampa, la radio e la televisione hanno aggredito tutta la città di Catanzaro…» . Guai, se un’obiezione arriva dal nord del Po. Fatta invece da un grande calabrese, chissà che la denuncia non faccia pensare… Tanto più che Settis affondava il coltello ricordando la quantità di potenziali turisti che sarebbero stati (sgradevolmente) raggiunti: «Secondo la dichiarazione del presidente Scopelliti sarebbe “un segnale di cambiamento, per fare del turismo una fonte di ricchezza”. E infatti, risulta dal sito della Regione, “questa prima parte di campagna utilizza risorse per 2,5 milioni di euro”. Complimenti a chi li ha intascati: ma questo uso irrispettoso e volgare dei Bronzi rischia di dar ragione a chi, come il ministro Galan, dice che la Calabria non li merita» . Tanto più che, spiega Settis al Corriere, «la nave che portava i Bronzi, molto probabilmente attici o peloponnesiaci e strappati dalle loro basi durante una razzia, affondò casualmente davanti a Riace ma avrebbe potuto affondare da qualsiasi altra parte. Esattamente come l’ «Apollo di Piombino» , una scultura greca di Rodi trovata nel mare di Populonia che se fosse recuperata oggi non sarebbe al Louvre ma a Piombino. O come l’ «Atleta di Fano» attribuito a Lisippo e trovato davanti alla costa delle Marche: mica è marchigiano! Allo stesso modo, del resto, l’ «Auriga di Delfi» forse fu fatto da uno scultore reggino…» . Non bastasse, il giorno dopo ecco intervenire la Confindustria calabrese per bocca di Giuseppe Nucera. Letale: «L’anteprima dei Bronzi animati è stata presentata a febbraio alla Bit di Milano. Sono state più le critiche che gli apprezzamenti e ci aspettavamo che l’esperimento sarebbe stato archiviato, come tanti altri di scarso successo. Riproporre su vasta scala uno spot di pessimo gusto è alquanto discutibile» . Titolo del pezzo: «Ritirate lo spot sui Bronzi. Ci danneggia» . Appello sottoscritto dall’archeologo (lui pure calabrese) Battista Sangineto. Che dopo avere citato Antonio Albanese definendo lo spot «qualunquemente autodenigratorio» dice che in quel filmino i nobili bronzi sembrano dei «tamarri» . Peggio: «Assomigliano molto, nel tratto grafico e nell’ispirazione vagamente omoerotica, ad alcuni fumetti pornografici che, negli anni 70, avevano come protagonisti proprio i due Bronzi, all’epoca più famosi della Gioconda del Louvre» . Implorazione finale: «Presidente Scopelliti, ritiri questa grottesca pubblicità» . Non fatichiamo a immaginare le reazioni: «Uffa!» . Il guaio è che, come denuncia nel libro Statale 18 il calabrese Mauro Minervino, le ruspe se ne infischiano di quanto trovano scavando e chissenefrega se sotto c’è una necropoli. Però i nomi antichi ed evocativi delle elleniche Terina e Temesa piacciono assai come «claim di lusso» ai vandali del cemento «tutti in vena di citazioni classiche» . Ed è tutto un fiorire di «Residence Magna Grecia» , «Costa degli dei» , «Appartamenti Olimpo» , «Hotel Talao» , «Ristorante Poseidon» che spuntano da ogni dove lungo una costa che, dice uno studio della stessa Regione, ha una casa abusiva ogni 150 metri. La sintesi è in un rapporto di Legambiente: la Calabria occupa un ventesimo del territorio nazionale e vi risiede un ventottesimo della popolazione ma ospita un settimo di tutte le illegalità nel ciclo del cemento. Una situazione disperante, che tuttavia non ha insegnato molto a un pezzo della società calabrese. Basti ricordare che, a sostegno del demenziale «Europaradiso» , lo spropositato mega villaggio più grande del Mediterraneo che un faccendiere estero appoggiato da ambienti ambigui vorrebbe costruire alle foci del fiume Neto, uno dei pochi «eden» ancora intatti della (ex) magnifica costa calabrese, è nato un comitato («Europaradiso o rivolta!» ) che si è spinto a fare una locandina surreale. Dove un signore barbuto punta il dito come lo zio Sam nei notissimi manifesti americani: «Voglio te!» E chi è quel signore in tunica? Pitagora! Pi-ta-go-ra!!! Ma è così che si attirano i turisti? O difendendo piuttosto le coste dagli Attila del calcestruzzo?

Il Corriere della Sera 08.06.11

"Pd, il fratello maggiore", di Franco Monaco

Ometto ogni elemento di analisi del quadro e vengo subito al punto che mi preme: quello della linea politica del Pd. Pur facendo nostro il saggio monito di Claudio Magris a non indulgere all’euforia e al trionfalismo, è legittima una moderata soddisfazione. Merita isolare un dato in particolare: si rafforza il Pd e, contestualmente (lo sottolineo), si rafforza il centrosinistra e non solo quello dei partiti. Il Pd si configura quale major party, “fratello maggiore” che si fa carico del compito di organizzare un vasto campo di forze politiche, sociali, civiche. Con umiltà e generosità.
Pur senza rinunciare a un suo protagonismo, come dimostra il gran numero di candidati vincenti di estrazione Pd. Del resto, a confutare la tesi di un Pd subalterno e marginale solo perché il vincitore di Milano non porta l’etichetta Pd merita notare che, quando si accetta la sfida delle primarie, a partire dal giorno successivo, il candidato vincente è il candidato di tutti. Sotto questo profilo, Milano è davvero un caso esemplare: quando, nelle primarie, il Pd milanese, sbagliando, ha voluto eccedere con il proprio protagonismo di partito ha preso un sonoro ceffone; quando, a valle di esse, si è messo lealmente al servizio del candidato vincente, della coalizione e della mobilitazione civica esso è stato decisivo e ci ha guadagnato anche nel voto di lista. Mettersi a servizio della causa comune paga anche in termini di partito.
Questo è lo spirito dell’Ulivo.
Anche i critici interni dovrebbero riconoscere che la linea seguita con pazienza e con tenacia da chi ha guidato il partito, spesso circondato da incomprensioni e diffidenza, si è rivelata giusta, ha pagato ed è stata lineare e coerente.
Per nulla incerta e ballerina, come qualcuno eccepì. Si è tenuta la barra ferma sulla linea e sulla sequenza fissate già un anno fa: prima la proposta-programma del Pd, poi le alleanze, infine la leadership.
Circa la nostra proposta, le elezioni attestano la domanda di una limpida alternativa ideale e politica, l’opposto di un riformismo esangue, culturalmente subalterno alle ricette della destra.
Circa le alleanze: no alla solitudine del Pd dentro uno schema bipartitico, ma no anche, per converso, all’abbandono del bipolarismo dentro uno schema proporzionalistico nel quale il Pd fa carte false nell’inseguire un centro cui consegnare la leadership. Piuttosto: avvicinare le opposizioni, costruire il nuovo Ulivo con le forze che hanno fatto una scelta di campo di centrosinistra e poi aprire un dialogo con le forze centriste (uscite ridimensionate nella loro ambizione terzo-forzista) cui proporre un patto per chiudere il ciclo berlusconiano e avviare una legislatura ricostruttiva. Un’apertura-dialogo non subalterna, non con il cappello in mano, ma al contrario nel segno di una sfida, di una chiamata a responsabilità. Avvertendo che, in caso di diniego, faremmo appello agli elettori, segnalando l’eventuale incoerenza dei centristi tra il loro giudizio non meno severo del nostro sul berlusconismo e il rifiuto di prendere parte alla sua archiviazione.
Circa la leadership, le primarie sono certo uno strumento a valle da discutere con gli alleati e tuttavia su di esse il Pd non può essere agnostico: l’esperienza mostra che, quando ben condotte, giovano a cementare l’alleanza e a propiziare la vittoria. Inoltre – non è un dettaglio – ora, dopo questo passaggio, il Pd, con il suo segretario, dispone del candidato palesemente più autorevole e vincente.
Infine, un’avvertenza per il confronto tra noi. Esso abitualmente ci vede divisi tra chi enfatizza la soggettività del partito a vocazione maggioritaria e chi scommette sulla coalizione tra partiti. Attenzione a non trascurare un soggetto terzo. Decisivo in questa tornata. A Milano e un po’ ovunque. Quello dei cittadini attivi e partecipi in mille forme. Il Pd deve accompagnare e orientare tale risveglio civile, ma prima di tutto deve rispettarlo e incoraggiarlo.
Decisivo, cioè, è il modo rispettoso e promozionale con il quale raccordarsi ad esso. Bisogna esserci stati in quella piazza Duomo per avvertire il sentimento che la attraversava e i giovani che la affollavano. Solo quella spinta può farci vincere, ma essa può anche travolgerci se non correggeremo la miope presunzione e le nostre chiusure oligarchiche. Lo hanno notato molti analisti. Tra loro Michele Serra: «Il centrosinistra non è la somma (variabile) dei partiti che lo compongono. È molto di più, qualitativamente e quantitativamente.
È la somma dei cittadini disposti a votarlo, ai quali importa nulla se il candidato è del Pd, di Sel, dell’Idv o altro: basta che sia un candidato credibile, che sia scelto con le primarie e che sia il candidato di tutti. Questa è la lezione di questo fantastico voto.
Ora si tratta di capire se i leader hanno fatto lo stesso salto di qualità dei loro elettori».

da Europa Quotidiano 08.06.11

"Mezzo milione di famiglie non riesce a pagare l’affitto. I proprietari evadono il fisco", di Bianca Di Giovanni

La casa sfugge ancora al fisco e pesa sempre di più sulle tasche degli inquilini. Il doppio allarme arriva dalla Cgil, che ha sfornato gli ultimi dati sull’evasione e sull’emergenza abitativa per le fasce più deboli. Proprio nel giorno in cui scatta la possibilità per gli affittuari di denunciare i proprietari che non dichiarano l’importo delle locazioni, a cui saranno applicate supersanzioni, introdotte con l’avvio della cedolare secca (l’aliquota piatta al 21% o al 19% in caso di contratti concordati).
DRAMMA ABITAZIONE «Il settore della casa vive una situazione drammatica, da un lato l’Istat ci dice che il15%delle famiglie italiane che vivono in affitto, circa 500 mila, non riescono più a pagarlo, da un altro lato l’83,7% dei redditi immobiliari evade il fisco. Serve una rivoluzione culturale per il settore abitativo che è un’infrastruttura fondamentale per far funzionare il Paese». Così il segretario nazionale del Sunia Daniele Barbieri, intervenendo a Firenze all’assemblea regionale del sindacato degli inquilini. A dare la cifra complessiva delle abitazioni con affitti in nero è Laura Mariani, responsabile delle politiche abitative della Cgil. «Dalle cifre dell’Agenzia del Territorio si deducono 500mila affitti non dichiarati – spiega Mariani – Ma a quella cifra vanno aggiunti i finti comodati, gli immigrati irregolari, le locazioni estive. Aggiungendo questi casi, la cifra raddoppia a un milione ». Insomma, il nero è ancora dilagante, tanto che la Cgil continua a protestare contro l’avvio della cedolare, che si traduce in un costoso regalo ai proprietari più ricchi senza alcuna contropartita per gli inquilini in difficoltà. Un costo di oltre un miliardo di euro destinato ai proprietari. Quanto all’emersione attesa dalle nuove norme (che prevedono sì supersanzioni, ma dopo un periodo di mini-sanatoria per mettersi in regola), mancano ancora dati precisi, ma l’Agenzia del territorio annuncia solo «lunghe code agli sportelli».A fronte di un milione di affitti evasi, non sembra un gran risultato. Barbieri si concentra su quel mezzo milione di famiglie che ha difficoltà a pagare l’affitto, cioè che si ritrova a spendere per l’abitazione oltre il 40%del reddito, soglia definita critica dagli esperti. Il leader del Sunia ha ricordato come «il fondo sociale per l’affitto, che era uno degli strumenti importanti per alleviare il disagio delle famiglie più povere, è passato da 360 milioni di euro del 2000 a 14 milioni che saranno stanziati nel 2013». È un «delitto», ha aggiunto, che «non sia stato creato l’osservatorio nazionale sulla casa, perché senza conoscere la domanda non si può programmare, stanziare risorse o fare leggi per soddisfare il fabbisogno abitativo.

L’Unità 08.06.11