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"Il diritto oscurato", di Giovanni Valentini

E adesso? Quale altro espediente potrà mai inventarsi Berlusconi per cercare di sventare in extremis il referendum sul nucleare? Si rivolgerà alla Ue, all´Onu, alla Corte di Strasburgo o dell´Aja? Dopo aver tentato prima lo scippo e poi l´esproprio del referendum ai danni degli elettori, con il via libera della Consulta ora palazzo Chigi non ha più scuse o pretesti per bloccare la consultazione.Dovrà rimettersi finalmente alla volontà popolare, rassegnarsi al responso delle urne. Era già sconcertante che il governo avesse provato con la legge-trucco a modificare in corsa le norme sul nucleare sottoposte all´iter referendario. E la Cassazione gli ha dato torto, riconoscendo che l´oggetto resta sostanzialmente invariato e trasferendo automaticamente il quesito sulle nuove norme. Ma è ancor più paradossale che lo stesso governo, dopo aver definito inutili i referendum, abbia fatto ricorso successivamente a quella Corte costituzionale che in passato il presidente del Consiglio è arrivato a definire sprezzantemente un “covo di toghe rosse”. E ha avuto torto una seconda volta, nonostante i sospetti – alla prova dei fatti malevoli e infondati – sull´avvicendamento alla presidenza della Consulta.
Evidentemente, siamo di fronte a un duplice tentativo di manomissione o di scasso delle regole, contro gli interessi legittimi e le prerogative dei cittadini. Da un lato, il governo di centrodestra pretende di negare al corpo elettorale il diritto costituzionalmente garantito di respingere e abrogare una legge approvata dal Parlamento. Dall´altro, punta deliberatamente a boicottare il quorum del 50% più uno degli elettori, senza il quale il referendum non sarebbe valido. Tutto ciò per eludere in realtà la pronuncia sul legittimo impedimento che sta tanto a cuore al premier ed evitare magari un bis della disfatta elettorale a due settimane dalle amministrative.
È indegno che, in questa strategia di dissuasione di massa, il servizio pubblico radiotelevisivo abbia assunto e svolto finora il ruolo del fiancheggiatore. Il black-out della Rai sui prossimi referendum, nonostante i ripetuti richiami dell´Autorità sulle comunicazioni, è uno scandalo che offende la sensibilità collettiva e tradisce la missione della tv di Stato. Di fronte a una disinformazione così plateale e recidiva, né l´Authority né la Commissione parlamentare di Vigilanza possono più transigere: la nuova dirigenza di viale Mazzini, a cui va revocata senz´altro la linea di credito appena aperta, dev´essere chiamata a risponderne formalmente sul piano professionale e istituzionale.
L´oscuramento dei referendum sulle reti Rai, insieme a quello contestuale sulle reti Mediaset, può essere considerata la più scenografica rappresentazione del duopolio televisivo e insieme del conflitto d´interessi che hanno ipotecato ormai da troppo tempo la vita pubblica italiana. La consultazione del 12 e 13 giugno, dunque, consentirà ai cittadini italiani di pronunciarsi indirettamente su questa incresciosa materia. Oltre al nucleare, all´acqua pubblica e al legittimo impedimento, si voterà virtualmente anche sulla “questione televisiva”.
A questo punto, ormai, l´unico soggetto che può annullare il referendum è proprio il popolo: rinunciando eventualmente a esercitare il suo diritto-dovere, non andando a votare e quindi impedendo il raggiungimento del quorum. Ma sarebbe una sconfitta per tutti i cittadini: di destra, di centro o di sinistra. Una resa all´arroganza del potere, un´abdicazione della sovranità popolare.

La Repubblica 08.06.11

"Il disastro di Berlusconi e Tremonti", di Guelfo Fiore

«Abbiamo un debito pubblico enorme che ci costa moltissimo di interessi. Ecco l’eredità che ci hanno lasciato i democristiani e i socialisti». Questa volta non è Silvio Berlusconi ma Umberto Bossi (alla Padania di ieri). Fosse stato il premier, ci avrebbe infilato dentro pure i comunisti, che torna sempre utile. Ma la musica è la stessa.
Bossi come Berlusconi: abbiamo le mani legate per colpa di quelli lì, della spesa facile e spensierata dei tipi della Prima repubblica, vorremmo ma non possiamo, prendetevela con loro e non con noi.
Per carità, la montagna del debito pubblico del belpaese è stata tirata su con decenni di certosina e allegrotta attitudine conducendo l’Italia alla soglia del default, evitata per un pelo – come sanno tutti quelli che allora percepivano un reddito – dalle sanguinose stangate del governo Amato nel ’92.
Ma Bossi e Berlusconi, e Tremonti, non si sono materializzati ieri nei palazzi del Potere. Tanto per dire, tra il primo gennaio 2000 e il 31 maggio 2011, il leader del Pdl è stato seduto a palazzo Chigi per 2920 dei 4270 giorni, vale a dire il 70 per cento del tempo intercorso. E non sono stati anni da esibire come fiori all’occhiello in quanto a risultati di rigore e sobrietà e di contenimento della spesa pubblica.
Tornando al governo, nel 2008, Berlusconi non trovò di meglio che accusare l’esecutivo di Prodi per la “pesante eredità” che gli lasciava (tralasciando di precisare, però, che la coppia Prodi-Padoa Schioppa aveva abbassato di tre punti, in meno di due anni e con una maggioranza di un voto in senato, il rapporto debito/ pil, roba da standard teutonici); naturalmente gli sfuggì anche di osservare che lui, due anni prima, aveva fatto trovare a Prodi un “regalo”, dopo il quinquennio 2001/2006, di 217 miliardi di euro in più di debito, pari al 16 per cento di quanto “ereditato” nel 2001.
Una ricerca dell’anno scorso, incrociando dati Istat e Banca d’Italia, calcolava che, partendo dal ’94, il debito accumulato al dicembre 2009 dai governi di centrodestra (durati sette anni e due mesi) era pari a 261 miliardi di euro al valore di oggi mentre quello dei governi di centrosinistra (durati otto anni e cinque mesi) a 80 miliardi. Pur considerando l’incidenza degli effetti della crisi esplosa a fine 2008, la distanza è tale che non consentirebbe a nessuno di alzare l’indice accusatore verso altri che siano avversari di oggi o governanti di ieri. Ma Berlusconi, e Bossi, non badano a questi dettagli.
D’altro canto, se il debito si alimenta di una crescita sproporzionata della spesa pubblica gonfiatasi, nel decennio berlusconiano, di 245 miliardi (da 542 a 786 miliardi) passando così nel rapporto con il pil dal 46,5 per cento del 2000 al 51,9 per cento del 2010, su esso incide anche l’andamento del pil.
Ma il decennio berlusconiano non brilla nemmeno da questo versante.
Gli ha ricordato la presidente della Confindustria Marcegaglia nell’assemblea di fine maggio: il pil italiano è aumentato del 45,2 per cento negli anni settanta, del 26,9 per cento negli ottanta, del 17 per cento nei novanta e del 2,5 per cento nell’ultimo decennio.
Nessuno, ha detto l’Istat qualche settimana fa, ha fatto peggio di noi nell’Unione e secondo il Fondo monetario internazionale, tra i 180 paesi che vi aderiscono, solo Haiti e Zimbabwe hanno fatto peggio.
Cento per cento colpa di Bossi, Berlusconi e Tremonti? Certo che no. Settanta per cento.

da Europa Quotidiano 08.06.11

"In un Carroccio inquieto cresce la tentazione di smarcarsi" di Massimo Franco

I maligni potrebbero pensare ad un’uscita concordata con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Ma la raccomandazione con la quale ieri la Commissione europea ha chiesto all’Italia di «essere pronta» a scongiurare qualsiasi aumento della spesa pubblica era nelle cose. Rimanda alle «debolezze strutturali» della sua economia. E ricorda che la credibilità del piano che corregge i conti è «credibile fino al 2012» : non fino al 2014. Il fatto che il documento spunti dopo l’incontro ad Arcore fra Silvio Berlusconi, la Lega e lo stesso Tremonti, conferma soltanto quanto sia difficile sciogliere «il dilemma fra rigore e sviluppo» . Le parole affidate da Umberto Bossi alla Padania di ieri parlano di un premier paladino di una riduzione delle tasse; e di un ministro dell’Economia a difesa dei conti pubblici. La novità è che Bossi li invita a «trovare la quadra» . È un linguaggio abbastanza inedito. Fino al voto amministrativo di metà maggio, il capo del Carroccio parlava di Tremonti come dell’unico esponente del governo del quale ci si dovesse fidare: le tensioni di solito si registravano fra il superministro e i colleghi del Pdl. L’apparente equidistanza fra Berlusconi e Tremonti lascia dunque indovinare un’incrinatura. Attenzione ai conti e ai mercati, è la premessa. Ma «alla fine Tremonti dovrà trovare il modo di ridurre un po’ le tasse per le famiglie e per le imprese» , insiste il leader dei lumbard. Si tratta di una pressione non da poco: sebbene senza conseguenze, per ora. Non lo permettono i costi che una simile riforma implicherebbe. In più, Berlusconi e Bossi sono sì d’accordo a proseguire la legislatura; ma con agende tutte da verificare. Il premier oggi riunirà i vertici di un Pdl che dopo la designazione di Angelo Alfano alla segreteria politica non trova ancora pace. E le iniziative leghiste sui ministeri trasferiti a Nord, con Roberto Calderoli che deposita alla Corte di Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare e raccoglie le firme, sarebbero una reazione ad impegni disattesi da Berlusconi. Spie di un nervosismo crescente come i «contratti territoriali» riesumati dal figlio di Bossi, Renzo. È un leghismo inquieto, quello che si prepara al raduno tradizionale di Pontida del 19 giugno. Stavolta non si preannuncia come una passerella vittoriosa ma come una «via crucis» di fronte a militanti frustrati dalla sconfitta elettorale; e desiderosi di ricevere un messaggio di chiarezza sul centrodestra, sulle prospettive del federalismo, sulle nuove ondate di immigrati. Dopo i ballottaggi la Padania aveva perfino pensato ad un titolo di prima pagina nel quale voleva chiedere alla base se non fosse meglio andare avanti da soli. Non se n’è fatto nulla: ha prevalso la lealtà verso il governo Berlusconi. Ma i colloqui di Arcore sono stati giudicati scoraggianti: anche per le tensioni fra il premier e Tremonti. Quando Bossi chiede a entrambi di trovare una soluzione, di fatto si sfila e li osserva quasi da una certa lontananza. Il governatore del Veneto, Luca Zaia, però, è esplicitamente favorevole alla riforma fiscale. E sembra che il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, prema per una presa di posizione dura sulle scelte economiche. Insomma, tutto lascia pensare che a Pontida si tireranno somme amare: nulla che lasci presagire un lieto fine. Se non c’è una sterzata, la Lega vede altre sconfitte dietro l’angolo. Così, è costretta a sperare che prevalga la ricetta dello «sviluppo» berlusconiano, nonostante le incognite che apre nei rapporti con l’Europa. Ma rimane scettica comunque, di fronte ad uno sfondo che non era stato mai così destabilizzante nella sua inconcludenza. Se non cambia nulla nelle prossime due settimane, la minaccia che il fondatore del Carroccio, oggi ministro delle Riforme, sarebbe tentato di lanciare è quella delle proprie dimissioni dal governo. Può darsi che si tratti soltanto di pretattica: di un disperato tentativo di costringere palazzo Chigi a decisioni che esita a prendere. Certamente, però, è anche il segno che i malumori dentro il partito di Bossi stanno lievitando in maniera preoccupante. L’ «asse del Nord» appare lontano anni-luce.

Il Corriere della Sera 08.06.11

"La forza dell'emozione", di Barbara Spinelli

Improvvisamente, come se per quasi vent´anni non avesse costruito il proprio potere sulla concitazione degli animi, Berlusconi invita alla calma, sul nucleare. È il perno della campagna contro i referendum: non si può decidere, «sull´onda dell´emozione» causata da Fukushima, con il necessario distacco. Lo spavento, ripetono i suoi ministri, «impedisce ogni discussione serena».
La parola chiave è serenità: serve a svilire alle radici il voto del 12-13 giugno. È serenamente che Berlusconi proclama, proprio mentre Germania e Svizzera annunciano la chiusura progressiva delle loro centrali: «Il nucleare è il futuro per tutto il mondo». È una delle sue tante contro-verità: la Germania cominciò a investire sulle energie alternative fin da Chernobyl, e il piano adottato il 6 giugno non si limita a programmare la chiusura di tutti gli impianti entro il 2022: la parte delle rinnovabili, di qui al 2020, passerà dal 17 per cento al 38, per raggiungere l´80 nel 2050. È emotività? Panico? Non sembra. È il calcolo razionale, freddo, di chi apprende dai disastri e non li nasconde né a sé né ai cittadini. È una presa di coscienza completamente assente nel governo italiano, aggrappato all´ipocrita nuovo dogma: «Non si può far politica con l´emozione».
Si può invece, e l´esempio tedesco mostra che si deve. La politica è una pasta il cui lievito è l´emozione che persevera, non c´è svolta storica che non sia stata originata e nutrita da passioni tenaci, trasformatrici. L´emozione può iniettare nel cuore fatalismo ma può anche rimettere in moto quello che è immobile, aprire gli occhi quando hanno voglia di chiudersi, e tanto più disturba tanto più scuote, sveglia. Le catastrofi (naturali o fabbricate) hanno quest´effetto spaesante. D´altronde lo sconquasso giapponese non è il primo. C´è stato quello di Three Mile Island nel 1979; poi di Chernobyl nell´86. Berlusconi salta tre decenni, e censura il punto critico che è stato Fukushima, quando afferma che tutto il pianeta prosegue tranquillo la sua navigazione nucleare.
La serenità presentata d´un tratto come via aurea non ha nulla a vedere con le virtù della calma politica: con la paziente rettifica di errori, con la saggezza dell´imperturbabilità. È un invito al torpore, alla non conoscenza dei fatti, alla non vigilanza su presente e futuro. Sembra una rottura di continuità nell´arte comunicativa del premier ma ne è il prolungamento. Ancora una volta gioca con passioni oscure: con la tendenza viziosa degli umani a procrastinare, a nutrire rancore verso chi fa domande scomode, a non farsi carico di difficili correzioni concernenti l´energia, gli stili di vita, la terra che lasceremo alle prossime generazioni. L´emozione accesa da Fukushima obbliga a guardare in faccia i rischi, a studiarli. Lo stesso obbligo è racchiuso nel referendum sulla gestione privata dell´acqua, e in quello sulla legge non eguale per tutti. Di Pietro ha ragione: mettere sui referendum il cappello di destra o sinistra è un insulto agli elettori, chiamati a compiere scelte che dureranno ben più di una legislatura. È sminuire la forza che può avere l´emozione, quando non finisce in passività e rinuncia.
Anche lo spavento – la più intensa forse tra le emozioni – ha questa ambivalenza. Può schiacciare ma anche sollevare, rendere visibile quel che viene tenuto invisibile. La responsabilità per il futuro, su cui ha lungamente meditato il filosofo Hans Jonas, è imperniata sulle virtù costruttive – proprio perché perturbanti – che può avere la paura. Di fronte al clima degradato e al rapporto perverso che si crea fra le crescenti capacità tecnologiche dell´uomo e il potere, lo spavento è sentinella benefica: «Quando parliamo della paura che per natura fa parte della responsabilità non intendiamo la paura che dissuade dall´azione, ma quella che esorta a compierla».
Temere i pericoli significa pensare l´azione come anello di una catena di conseguenze: vicine e lontane, per il nucleare, l´acqua e anche la legge. Per paura ci nascondiamo, ma per paura si cerca anche la via d´uscita. Un affastellarsi di emozioni generò nel ´700 i Lumi, che sono essenzialmente riscoperta del pensiero critico, rifiuto della piatta calma dei dogmi. Per Kant, illuminismo e modernità nascono con un atto di inaudito coraggio: Sapere aude! osa sapere! La filosofia comincia con la meraviglia e il dubbio, secondo Aristotele, perché chi prova queste emozioni riconosce di non sapere e, invece di gettare la spugna, osa.
La modernità, non come epoca ma come atteggiamento, è questo continuo osare, dunque farsi coraggio nel mezzo d´una paura. È ancora Jonas a parlare: «Al principio speranza contrapponiamo il principio responsabilità e non il principio paura. Ma la paura, ancorché caduta in un certo discredito morale e psicologico, fa parte della responsabilità, altrettanto quanto la speranza, e noi dobbiamo perorarne la causa, perché la paura è oggi più necessaria che in qualsiasi altra epoca in cui, animati dalla fiducia nel buon andamento delle cose umane, si poteva considerarla con sufficienza una debolezza dei pusillanimi e dei nevrotici».
La paura non è l´unica emozione trasformatrice. La malinconia possiede analoga energia, e anche lo sdegno per l´ingiustizia, il dolore per chi perisce nella violenza. Claudio Magris ha descritto con parole vere l´indifferenza con cui releghiamo negli scantinati della coscienza i cadaveri finiti a migliaia nel mare di Sicilia (Corriere della sera, 4-6-11). Sono parole vere perché disvelano quel che si cela nella tanto incensata serenità: l´assuefazione, la stanca abitudine, «l´incolmabile distanza fra chi soffre e muore e quasi tutti gli altri, che per continuare a vivere non possono esser troppo assorbiti da quei gorghi che trascinano a fondo». Tuttavia in quei gorghi bisogna discendere, quei morti non vanno solo onorati ma ci intimano ad agire, a far politica alta.
Berlusconi ironizza spesso sulla tristezza. Sostiene che le sinistre ne sono irrimediabilmente afflitte, e paralizzate. Non sa che Ercole, il più forte, è archetipo della malinconia. In uno dei suoi racconti (Disordine e dolore precoce) Thomas Mann si spinge oltre, scrivendo a proposito della giustizia: «Non è ardore giovanile e decisione energica e impetuosa: giustizia è malinconia».
Emozionarsi è salare la vita e la politica, toglier loro l´insipido. Evocando i naufraghi dimenticati, Magris si ribella e scrive: «Il cumulo di dolori e disgrazie, oltre una certa soglia, non sconvolge più. A differenza di Cristo, non possiamo soffrire per tutti». Non siamo Cristo, ma possiamo avere un orientamento che ricorda le sue virtù, le sue indignazioni, il suo pathos. Herman Melville dice: Gesù vive secondo i tempi del cielo, per noi impraticabili; noi siamo orologi mentre lui è cronometro, costantemente orientato sul grande meridiano di Greenwich. Ricordare il cronometro significa avere a cuore i morti con spavento, perché spaventandoci cercheremo vie nuove. Nella Bibbia come nel Corano il cuore è sede della mente che ragiona.
È vero, per agire dobbiamo evitare che i disastri ci travolgano. Ma non è detto che la soluzione sia ignorarli, non commuoversi più. Il 15 aprile scorso, a Gaza, un giornalista e cooperante italiano, Vittorio Arrigoni, è stato strangolato (da estremisti salafiti, è stato detto). L´omicidio fu condannato dall´Onu, da Napolitano, dal governo. Ma alle sue esequie, il 24 aprile a Bulciago, non c´era un solo rappresentante dello Stato, generalmente così zelante nei funerali. L´unica corona di fiori fu inviata dal Manifesto. Piangere l´assassinio di Arrigoni era politicamente scorretto, non sereno. Ma onorare i morti è passione nobile; come la paura, la malinconia e non per ultima la vergogna: l´emozione sociale e trasformatrice per eccellenza. Lo riscopriamo alla vigilia dei referendum, ma lo sappiamo da quando Zeus, nell´Agamennone di Eschilo, indica la strada d´equilibrio: «Patire, è capire».

La Repubblica 08.06.11

"L'austerity deve colpire la politica", di Mario Deaglio

Senza riduzione del debito pubblico non c’è crescita. Senza crescita, però, la sola riduzione del debito pubblico spinge l’economia verso una nuova fermata. E’ in queste condizioni difficili che la Commissione dell’Unione Europea ha inviato ieri le sue «raccomandazioni» ai ventisette governi degli Stati membri, intenti a preparare le leggi finanziarie per il 2012: una novità del sistema europeo di governo dell’economia, introdotta per evitare ripetizioni della «tragedia greca» della finanza pubblica e impedire politiche troppo disinvolte a spese di tutti.

Nelle «raccomandazioni» la Commissione schiaccia fino in fondo il freno del rigore: «Non abbiamo alcun desiderio di imporre l’austerità agli europei – hanno scritto i commissari – ma è un fatto che l’insostenibilità delle finanze pubbliche sta limitando il nostro potenziale di crescita». Giudica generalmente «troppo poco ambiziosi» e troppo vaghi i piani dei governi ai quali indica una serie di priorità: aumento dell’età pensionabile, riduzione dei pensionamenti anticipati, aggancio dei salari alla produttività, semplificazioni burocratiche per le imprese e incentivi per la ricerca e lo sviluppo. Non c’è male sul piano dei principi, soprattutto per chi non deve la propria carica al consenso degli elettori, ma la traduzione di questi propositi abbastanza nobili in proposte concrete è difficilissima per governi alle prese con un’impopolarità crescente.

La Commissione bacchetta un po’ tutti, ma indirizza un discorso particolarmente severo proprio all’Italia, forse perché in realtà proprio l’Italia è il Paese-chiave per la tenuta dell’euro. Sostiene che fino al 2012 i programmi italiani sono sostanzialmente in linea con gli impegni presi di riduzione di deficit e di debito, ma che i piani fiscali per il 2013-14 non sono adeguati all’obiettivo; in questo è in linea con il giudizio di Moody’s, l’agenzia internazionale che ha confermato la sua valutazione sullo stato attuale della finanza italiana ma ha peggiorato la valutazione futura. Quello che è richiesto all’Italia è, in pratica, un cambiamento radicale e gigantesco del settore pubblico. Dietro l’espressione, apparentemente «innocente», di «riforme di struttura» si cela un rinnovamento profondo di tutte le procedure amministrative.

Rinnovamento, è inutile dirlo, che risulterà in una sensibile riduzione del numero dei dipendenti pubblici a tutti i livelli nel giro di pochissimi anni. Le forze politiche saranno costrette a presentarsi agli elettori alla fine di questa legislatura- sia che essa arrivi al suo termine naturale sia che invece venga anticipata – non già con la lista dei regali e delle promesse, ma con la lista dei tagli.

Al primo posto di questa lista non può non esserci la stessa politica. Tagli profondi nella spesa pubblica non possono essere credibilmente proposti da chi non è disposto a tagliare la spesa relativa alle proprie funzioni. Devono quindi costituire il punto di partenza di chi vuol governare il Paese nel prossimo futuro. A un calcolo approssimativo, non dovrebbe essere troppo difficile ottenere un taglio di 1-2 miliardi di euro l’anno, agendo sulla riduzione sia dei privilegi della politica sia sul numero di quanti ne hanno diritto.

Solo con questa premessa sarà possibile cercare davvero di rendere al tempo stesso più efficienti, meno complicate e meno care le procedure amministrative: i burocrati dovranno essere sostituiti, dove possibile, dai computer. Alcune fasi del processo amministrativo dovranno essere saltate, magari prendendo a esempio quanto già si fa in molti Paesi. E un pilastro fondamentale, quello da cui è auspicabile che derivi il maggior contributo, sarà una lotta accanita all’evasione fiscale, un terreno sul quale si è ottenuto parecchio in questi anni ma che comincia a provocare forme vistose di risentimento.

Dallo sport all’agricoltura, i sussidi, anche quelli giustificabili e ragionevoli, dovranno essere rivisti con spirito molto critico; nelle «libere» professioni occorre liberalizzare l’entrata, resa sempre più difficile nel corso dei decenni. E’ inevitabile che molte missioni militari all’estero debbano essere terminate. E forse bisognerà decidersi a vendere un po’ di quell’oro, acquistato decenni fa a trentasei dollari l’oncia, che ora ne vale più di millecinquecento, una mossa che i governi di ogni colore sono sempre stati molto restii a prendere in considerazione. Da tutte queste misure risulterà probabilmente un insieme non trascurabile di risorse da destinare non solo alla riduzione del debito ma anche a progetti di crescita.

Chi vuole governare questo Paese nei prossimi anni potrà essere davvero credibile agli elettori e ai partner europei solo se si presenterà con un programma in regola su questi punti. In caso contrario, bando alle ipocrisie: prepariamoci, di qui a qualche anno, ad abbandonare l’euro e a riprendere il vecchio ciclo di inflazione e svalutazione.

La Stampa 08.06.11

"Condividere il tesoro dell'innovazione", di Marco Campione

Rinascita-Livi di Milano, Pestalozzi di Firenze e Don Milani di Genova: salva la sperimentazione di Scuola-Laboratorio, ma la vera scommessa è allargare i confini di questo progetto con valenza nazionale. Il ministro Gelmini ha firmato mercoledì scorso il decreto che rinnova la sperimentazione per la Scuola-Laboratorio, la rete di scuole composta da Rinascita-Livi di Milano, don Milani di Genova e Pestalozzi di Firenze.
Molti esponenti del Pd a livello locale e nazionale avevano spinto in quella direzione non solo per salvaguardare un’esperienza importante e significativa, ma anche per la sua valenza nazionale. Peraltro era proprio la valenza nazionale di quel progetto che rendeva incomprensibile il fatto che il ministro temporeggiasse e l’opposizione esplicita di chi ha il compito di dirigere la scuola in Lombardia, il dottor Colosio. Colosio aveva espresso a gran voce e pubblicamente il suo “no”, nonostante anche un pezzo significativo del centrodestra considerasse quell’esperienza importante.
Ora che la sperimentazione può ripartire, per quel che riguarda il futuro resta da fare una considerazione importante. Con i tempi che corrono poter godere di un piccolo contingente di risorse aggiuntive è un privilegio del quale bisogna essere innanzi tutto consapevoli (e so che i lavoratori di quelle tre scuole lo sono profondamente) e di conseguenza bisogna essere responsabili. Essere responsabili significa svolgere una funzione “sociale”, che in questo caso significa mettersi ancor di più in gioco nel rapporto con l’intero sistema di istruzione. Questo è da oggi l’impegno aggiuntivo che verrà richiesto alla Scuola-Laboratorio: ritagliarsi sempre più un ruolo di servizio verso tutte le scuole del loro territorio, mettendo a disposizione di esse i risultati delle loro ricerche, il patrimonio di capacità e competenze di cui dispongono, la spinta innovativa di cui sono portatrici.
Perché questo avvenga molto dipende da chi lavora in quelle scuole, a cominciare dai Dirigenti per arrivare a tutto il personale e anche – perché no – da chi gode del privilegio di mandare il proprio figlio in scuole così. Ma non devono essere lasciati soli. Dovranno essere aiutati dagli enti locali e dalle regioni, ma soprattutto dalle direzioni scolastiche regionali: per quel che riguarda gli USR di Toscana e Liguria non si prevedono problemi, visto che hanno sempre espresso parere favorevole alla sperimentazione. Vedremo quale sarà invece l’atteggiamento dell’USR lombardo, dopo la sconfessione plateale che gli è piovuta addosso dal ministro.
L’auspicio è che possa ricredersi sulla validità del progetto, perché esso è valido e cambiare opinione su questo gli farebbe onore, ma soprattutto per far sì che questo non resti confinato nelle scuole dover viene realizzato. Va da sé che perché questa estensione del modello a tutto il sistema avvenga dovrà cambiare la politica scolastica di questo paese, facendo venir meno così anche la necessità di quel piccolo contingente aggiuntivo di personale, poiché sarà l’intero sistema a funzionare diversamente (formazione iniziale e in servizio adeguate, reclutamento profondamente rinnovato, valutazione…).
Come ho detto, però, questa esperienza può prosperare e germogliare altrove solo con un’impostazione politica e culturale diversa da quella gelminiana; con una diversa politica scolastica quanto qui auspicato potrà avvenire, uscendo definitivamente dalla logica della sperimentazione: servono una forte fiducia nell’autonomia, la scelta definitiva per l’organico funzionale, un modo oculato di investire le risorse in istruzione, dove però entrambi i termini abbiano senso: oculato, ma anche investire. Per tutto questo dovremo aspettare che cambino gli inquilini di Palazzo Chigi e Viale Trastevere. Non manca molto, ormai.

*Responsabile regionale Scuola del PD Lombardia

www.partitodemocratico.it

In casa o al centro commerciale: così i ragazzi trascorrono il tempo libero

Indagine Ipsos per Save the Children e Kraft Foods Italia. Il 9% non fa sport neanche a scuola. Il 67% cammina meno di 30 minuti al giorno. Un ragazzo su 5 senza colazione, 1 su 4 mangia frutta un paio di volte a settimana. Passano la gran parte del tempo libero in casa, poiché i genitori si preoccupano se stanno all’aperto. Spesso praticano attività sportive, ma l’auto è il mezzo più usato per gli spostamenti. I ragazzi italiani oscillano costantemente tra pratica sportiva, sedentarietà e cattive abitudini. È quanto emerge dalla ricerca conoscitiva realizzata da Ipsos per Save the Children e Kraft Foods Italia sugli stili di vita dei minori nel nostro paese. L’indagine, effettuata nel mese scorso, ha coinvolto un campione di 700 giovani tra i 6 ed i 17 anni ed i loro genitori, distribuiti su tutto il territorio nazionale.

La ricerca evidenzia che quasi un quinto dei bambini e adolescenti italiani non pratica alcuna attività motoria nel tempo libero. Tra i motivi segnalati, l’assenza di strutture sul territorio (20%), il costo elevato (25%) o i malfunzionamenti delle strutture pubbliche o private, insieme al fatto che i genitori non possono accompagnarli (12%). Ma il 9% dei ragazzi non fa movimento neanche a scuola, secondo i genitori intervistati, in buona parte per l’assenza di uno spazio attrezzato (43% dei casi), che manca completamente nel 4% delle scuole e, laddove esiste, secondo il 34% dei bambini, non è in buone condizioni (percentuale che sale al 45% in città come Genova e Milano).

Non va meglio sul fronte della sedentarietà: secondo il 59% dei genitori italiani i loro figli passano il tempo libero prevalentemente a casa propria o di amici. Di questi, il 33% dichiara che non esistono spazi all’aperto dove i bambini possono incontrarsi con gli amici, il 32% dice che nei luoghi di aggregazione non esistono condizioni di sicurezza e pulizia adeguate, e infine il 35% afferma di non poterli accompagnare e supervisionare. Anche il 28% dei bambini e ragazzi intervistati dichiara di passare poco tempo all’aperto: l’11 % di essi non gioca mai o quasi mai fuori con gli amici, mentre il 17% lo fa solo qualche volta al mese. Per contro, il 59% dei genitori si preoccupa se i figli stanno all’aperto, soprattutto per la paura degli sconosciuti (51%, che sale fino al 62% a Milano), seguita dal timore di incidenti (22%), del traffico (20%), o che frequentino amici pericolosi (6%), dato quest’ultimo che emerge probabilmente in contesti sociali disagiati.

Circa un’ora al giorno, di media, è dedicata alla televisione, che sebbene appaia un po’ ridimensionata rispetto al passato, rappresenta una fetta importante del tempo libero dei bambini. Più di 3 ore di tv al giorno sono la regola per quasi un bambino su 10 durante la settimana, ma nel weekend lo diventano per 1 su 5, così come lo è l’utilizzo di internet. Inoltre, un genitore su 4 non controlla per quanto tempo i propri figli restano incollati agli schermi né cosa fanno e quanto navigano su internet, percentuali che salgono a Milano e Torino.

Quando si sposta per qualunque esigenza, anche solo per andare a scuola, più di un terzo dei bambini e ragazzi lo fa accompagnato in auto (38%). Il 67% infatti cammina meno di 30 minuti al giorno e un terzo di loro prende abitualmente l’ascensore. Inoltre, il 52% dei ragazzi non reputa sia importante fare attività motoria, o in ogni caso che sia più importante essere esperti di videogiochi, cartoni o calcio (non viene reputata importante. Il tempo con i genitori viene trascorso andando a passeggio (52%), ma anche all’interno delle mura domestiche (45%) o a casa di qualche familiare (43%). Molti, ben il 42% dei ragazzi, lo passano all’interno dei centri commerciali.

Poco sport e movimento, ma anche abitudini scorrette a tavola. Secondo i dati dell’Ipsos l’alimentazione dei minori presenta zone d’ombra. Più di un ragazzo su 4 mangia la frutta solo un paio di volte la settimana o meno spesso. I bambini inoltre non iniziano correttamente la giornata con la colazione a casa nel 21% dei casi, a volte fanno pranzo (14%) e cena (13%) da soli o con gli amici. Ben il 38% dei bambini dichiara di mangiare sempre davanti alla tv, percentuale che sale al 49 al sud e nelle isole, con un 53% dei genitori che non contesta il fatto o no c’è, mentre il restante 47% borbotta ma accetta la situazione. L’obesità o il sovrappeso dei bambini italiani appare per i genitori un problema consueto e che colpisce un cospicuo numero di ragazzi: solo il 14 % dei genitori intervistati, infatti, afferma che il problema riguardi meno del 10% dei minori del nostro paese. Il sovrappeso è maggiormente presente in famiglie che denunciano qualche problematica o difficoltà relazionale o famiglie mono-reddito, in cui le madri sono casalinghe.

da Redattore Sociale