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"Napolitano e il voto: «Faccio il mio dovere» Ministri contro le urne", di Alessandra Arachi

Il capo dello Stato ha espresso il suo parere, rispettando semplicemente il suo ruolo. Ai cronisti che gli chiedevano se pensasse di andare a votare per i referendum, Giorgio Napolitano ha risposto: «Io sono un elettore che fa sempre il suo dovere» . Ben diversi durante la giornata i toni usati da molti ministri del Pdl, che hanno invocato l’astensionismo o annunciato che diserteranno le urne. La prima voce è stata quella di Franco Frattini, capo della Farnesina: «Non andrò a votare perché questa tornata referendaria si è trasformata all’improvviso in un referendum pro o contro il governo e contro Berlusconi» . Subito dopo si sono aggiunte molte altre voci. Inteso bene: la linea del partito è chiara, libertà di coscienza degli elettori. E questo Ignazio La Russa, ministro della Difesa, lo vuole ripetere con grande chiarezza. Eppure anche lui, referendario convinto, non metterà le schede nelle urne il 12 e il 13 giugno prossimo. Dice: «Ci sto pensando, ma credo proprio che non andrò a votare. Perché questi referendum sono stati snaturati dal loro significato e sono diventati soltanto politici» . Anche Giorgia Meloni, giovane titolare del dicastero della Gioventù, domenica e lunedì prossimo diserterà le urne: «L’astensione è un diritto, esattamente come lo è il voto» , commenta trovandosi d’accordo con il suo collega a capo del ministero del Welfare. Maurizio Sacconi, tuttavia, non la mette sul piano prettamente politico. È più semplice: «Non andrò a votare perché è molto tempo che non voto nessun referendum» . E si scontra, ma lievemente, con il suo ex-viceministro, oggi titolare della Salute. È vago Ferruccio Fazio: «Mica lo so se riesco a votare, ho la residenza a Lampedusa» . E chissà se anche Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente, ha mantenuto la sua residenza siciliana. Lei, tuttavia non ha alcun dubbio: a votare non ci andrà. Spiega: «Mi sono battuta per la libertà di voto, ma dobbiamo evitare la politicizzazione di sinistra, che sta pompando questo evento» . Anche l’ex ministro Claudio Scajola ha voluto dire la sua su questi referendum, invocando l’astensione: «Perché due di questi referendum sono sorpassati dalle modifiche di legge, dunque inutili, mentre quelli sull’acqua sono un’interpretazione sbagliata di un tema importante. Sono fuorvianti» .

Il Corriere della Sera 07.06.11

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“MEGLIO VOTARE FA BENE A TUTTI”, di GIAN ANTONIO STELLA

D ice il ministro della Salute Ferruccio Fazio che per lui votare ai referendum sarà «un bel problema» perché è residente a Pantelleria: «Spero di farcela, ma se non vado a votare non sarà per motivi ideologici» . I suoi colleghi Maurizio Sacconi, Altero Matteoli, Giorgia Meloni e Claudio Scajola spiegano invece che no, loro non ci andranno alle urne proprio per far fallire le consultazioni. Sulla stessa posizione sta Roberto Formigoni. Che a chi gli rinfacciava che «è grave che chi riveste un ruolo istituzionale dichiari di non voler partecipare a un istituto democratico che permette a tutti i cittadini di dire la propria» , ha ricordato piccatissimo che «ai sensi delle leggi vigenti non vi è alcun obbligo per i cittadini di andare a votare» . Compreso, ovvio, «il cittadino Formigoni» . Il quale, dieci anni fa, quando il governo di sinistra fece esattamente come stavolta quello di destra e cioè rifiutò di abbinare le elezioni e il referendum sulla devolution lombarda fortissimamente voluto dal governatore e dalla Lega per non favorire il superamento del quorum, era furente: «Un killeraggio» . In realtà, come ricordava un giorno Filippo Ceccarelli, «chi è senza astensionismo scagli la prima pietra» . Pier Ferdinando Casini, per dire, oggi si batte perché tutti vadano a votare ma sulla procreazione assistita era favorevole all’astensione pur avendo sostenuto nel 1997, quando l’invito ad «andare al mare» aveva mandato a monte, scusate il pasticcio, 7 quesiti, che «è sempre un giorno triste, quando le urne vengono disertate» . E Piero Fassino, che a quell’appuntamento del 2005 era impegnatissimo a superare il quorum sulla procreazione, aveva due anni prima spiegato, a proposito dell’estensione dell’articolo 18 alle piccole imprese: «La strategia passa attraverso la richiesta ai cittadini di non partecipare» . Perfino i radicali, che più coerentemente hanno sostenuto il valore democratico del voto referendario, hanno qualcosa da farsi perdonare. Fu Marco Pannella, infatti, a ventilare per primo l’ipotesi dell’astensione per far fallire lo scontro sulla scala mobile nel 1985. E da allora è sempre andata così. Da una parte quelli che vogliono vincere «pulito» con il quorum, dall’altra quelli che non vogliono rischiare di perdere e puntano a sommare il loro astensionismo a quello fisiologico. Indifferenti all’accusa, volta per volta ribaltata, di essere dei «furbetti» . Prima delle parole dette in questi giorni da Giorgio Napolitano, un altro presidente si era speso per la partecipazione. Carlo Azeglio Ciampi: «È ovvio che l’astensione è legittima, ma io ho votato per la prima volta a 26 anni, perché prima in Italia non era dato, e da allora l’ho sempre fatto perché considero il voto una conquista e un diritto da esercitare» . Ecco, per costruire una democrazia compiuta, quali che siano i referendum sul tavolo, i valori in gioco, gli schieramenti politici, si potrebbe partire da qui. Dalla necessità di salvaguardare uno strumento di partecipazione che, dopo 24 fallimenti consecutivi a partire dal 1995, non possiamo più permetterci di mandare a vuoto. Certi cattolici come Mario Segni, controcorrente rispetto alle stesse scelte della Chiesa, decisero ad esempio di andare a votare anche sulla fecondazione assistita. Votarono da cattolici, non da atei, laicisti, anti-clericali. Ma votarono. Convinti che, se avessero vinto nelle urne, sarebbe stata una vittoria più bella che non quella ottenuta col trucco.

Il Corriere della Sera 07.06.11

"I cyber-bulli della scuola la paura corre su Internet", di Vera Schiavazzi

Un controllore anti-bulli in ogni scuola e nuove linee guida per prevenire la violenza tra bambini e ragazzi, e riconoscere la realtà: il bullismo inizia alla scuola materna, la soglia per studiare il fenomeno deve scendere al di sotto degli otto anni, dov´era stata fissata fino ad ora. Contemporaneamente, osservatori regionali e Polizia postale diffondono nuove “istruzioni per l´uso” a bambini e ragazzi vittime del cyber bullismo, e ai genitori che sempre più spesso denunciano e cercano di “ripulire” l´immagine dei figli, cancellando per sempre dal web nomignoli crudeli, calunnie, immagini “inappropriate”. Un´impresa, del resto, quasi impossibile. Ma da dove si comincia? Pediatri e psicologi infantili sono d´accordo. L´incapacità di riconoscere l´altro nasce a casa, fin dalla prima infanzia, da genitori troppo buoni o troppo distratti, e continua all´asilo, dove spesso si “lascia passare” il primo gesto violento, tirare una matita al compagno, poi il secondo (tirare tutta la scatola), infine il terzo (“mangia la punta della matita se no ti picchio”). Dopo, è difficile tornare indietro. È un errore – dice Luca Bernardo, pediatra, fondatore del primo ambulatorio anti-bulli al Fatebenefratelli di Milano (ora anche sui social network col nome di Zang) e presidente della commissione ministeriale sul fenomeno istituita al Miur – anche perché in questo modo si coltiva l´intolleranza. In ospedale da noi sono arrivati bimbi di quattro o cinque anni feriti in modo serio da compagni di scuola, e quasi sempre si trattava di piccoli percepiti come “diversi”, anche solo per il colore della pelle. I bambini di quell´età non sono consapevoli della propria violenza, ma assorbono tutto quello che sentono dagli adulti. Attenzione, quindi, alle parole che si usano in casa, dalla nazionalità al sesso, dall´aspetto fisico alla disabilità».
Bernardo sta lavorando con altri colleghi a un nuovo codice che unifichi la percezione del fenomeno, da Nord a Sud, dalle scuole “bene” a quelle di frontiera. «Come mai – si chiede Bernardo – quando telefoniamo a certe scuole di Milano nell´ambito dei nostri monitoraggi ci sentiamo dire “da noi non capita niente del genere”? È urgente definire che cosa intendiamo parlando di bullismo, evitare ogni equivoco tra eccessi di rimozione e altri di ipersensibilità. Per questo vogliamo creare un referente anti-bullismo per ogni scuola». Dall´altra parte delle Alpi, un maestro della psicologia infantile come Aldo Naouri (ora nelle librerie italiane col suo “Piccoli tiranni (non) crescono” per Codice Edizioni) è deciso: «Se consentiamo al nostro bambino di quattro o cinque anni di essere violento non solo non lo educhiamo, ma lasciamo che in lui cresca un´angoscia che più tardi lo porterà a essere un bambino e un ragazzo difficile. La violenza deve essere punita, con le parole e con gli atteggiamenti in casa e a scuola. L´aumento del bullismo non è solo collegato alla maggiore sensibilità e alle denunce. In Francia, tra le prime frasi che un bambino impara alla scuola materna e ripete di continuo c´è “j´attaque”, che vuol dire “sto per picchiarti, sto per saltarti addosso…”. Ma i piccoli bulli dell´asilo, nonostante tutto, crescono, e qualche volta passano dalla fase del gioco a quella della molestia telematica, lo stalking da Facebook che può “macchiare” irreparabilmente l´immagine dei compagni, delle compagne soprattutto. «Fino a dieci, undici anni, i ragazzini giocano, agiscono perlopiù in gruppo – racconta Cristina Bonucchi, psicologa della Polizia di Stato che analizza i crimini informatici – ma da quell´età in poi dal gioco si può passare alla persecuzione personale. È vero, occorre più informazione e sensibilità nelle scuole, ma serve anche una percezione corretta degli strumenti più efficaci: i grandi operatori come Facebook o You Tube hanno interesse a combattere i possibili reati commessi attraverso di loro, dunque rispondono in tempi rapidi alle segnalazioni degli utenti su contenuti scorretti, rimuovendoli. La denuncia alle forze dell´ordine, naturalmente, va fatta, ma occorre considerare che deve essere affidata a un adulto e che anche il titolare della connessione internet è quasi sempre un adulto. Meglio prevenire, andando nelle scuole e combattendo sul nascere certi fenomeni come la creazione di gruppi Facebook generici, “tutti contro lo scemo”, che sono perfettamente riconoscibili da chi è vittima del fenomeno ma non configurano alcun reato fino a quando non vengono messi in rete nomi, cognomi, immagini».
«Al nostro sito – spiega Bernardo – possono accedere tutti i ragazzi che hanno problemi di bullismo, e consultarsi tra loro: sta funzionando molto bene e i partecipanti sono già centinaia. Allo stesso tempo però bisogna chiarire che il cyber bullismo è un reato da non prendere alla leggera, proprio come quel primo spintone dato troppo forte all´asilo, che deve essere sanzionato anche davanti ai genitori quando vengono a prendere il proprio figlio: in caso contrario, nella testa del bambino passerà l´idea che certe cose possono restare nascoste».
L´Italia, tuttavia, non ha ancora immaginato alcuna forma di legge sul fenomeno, a differenza della Svezia: «Nel 1998 abbiamo creato la Polizia postale che funziona molto bene – dice Anna Serafini, senatrice del Pd e vicepresidente della commissione bicamerale su infanzia e adolescenza – Dopo, però, il gruppo di esperti che avrebbe dovuto dedicarsi al problema non si è più riunito. Senza un programma specifico con indicazioni chiare per i dirigenti scolastici e le famiglie resterà sempre una diversità tra scuole dove il bullismo viene denunciato e altre dove resta sommerso. Fino al punto che ci sono famiglie che intentano azioni legali contro le scuole perché qualcuno si è girato dall´altra parte mentre il figlio subiva atti che lo hanno danneggiato, a cominciare dai risultati scolastici».
Ora che il bullismo ha ricevuto un nome, è stato riconosciuto e classificato, occorrono idee più precise e efficaci per affrontarlo. In caso contrario, e in un paese dove l´atteggiamento “protettivo” dei genitori sui figli è ancora troppo forte, il rischio è quello di nascondere la polvere sotto il tappeto. Incoraggiando così quello che Naouri chiama “contagio”: «Non è un caso – dice – se il bullismo femminile che tanto ci inquieta cresce soprattutto al liceo, quando le ragazze iniziano a imitare i comportamenti, sessuali e non solo, dei maschi. E non è vero neppure che il fenomeno sia in crescita soltanto perché oggi viene denunciato. Un tempo i bulli esistevano già, erano i due o tre ragazzi “cattivi” di ogni scuola, ora sono troppi». E precocemente tecnologici: se è vero che a quattro o cinque anni si è tentati di imitare gli eroi dei cartoni, è altrettanto vero che a dieci o undici ci si iscrive, grazie a una piccola bugia, ai social network. «E in un mondo dove contano gli amici che hai su Facebook – conclude Luca Bernardo – il danno che può provocarti chi te li fa perdere e ti diffama per sempre è incalcolabile».

La Repubblica 07.06.11

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“COMPASSIONE E RISPETTO ECCO I PRIMI VALORI DA INSEGNARE AI FIGLI”, MICHELA MARZANO

Sono esclusi dai giochi. Insultati e maltrattati dai compagni. Capri espiatori di una violenza talvolta invisibile, ma quotidiana che spesso finisce su Internet. Sono soli e bisognosi di aiuto. Come la giovane Alye, su YouTube. Che ha utilizzato una serie di cartoncini per urlare in silenzio, davanti alla telecamera, tutta la sua disperazione. “Brutta”, “Grassa”. “Mostro”. “Prostituta” Perché non passava giorno senza che qualcuno la insultasse.
Il fenomeno del “bullismo”, con la sua deriva multimediale, è ormai tristemente noto. Non solo in America, in Inghilterra e nei paesi scandinavi, dove una serie di misure preventive sono state già prese a partire dagli anni ´80, ma anche in Italia, in Francia, e negli altri paesi europei. Come reagire? In Francia, il ministro della Pubblica istruzione, Luc Chatel, ha organizzato in maggio le prime Assises nationales sur le harcèlement à l´école. Un rapporto dell´Unicef, pubblicato in aprile, aveva mostrato che un bambino su dieci, a scuola, è vittima di violenze verbali e fisiche. E che le vittime portano con sé, per sempre, le cicatrici di questi insulti e di questi atti di violenza subiti quando erano ancora troppo piccole per difendersi da sole.

Ormai sono veramente pochi coloro che continuano a pensare che le angherie e le prepotenze possano forgiare il carattere dei bambini, e che imparare a difendersi da soli faccia parte di quelle esperienze necessarie per poi affrontare meglio la vita. Ma basta consolare le vittime esortandole a “non mollare”, a “non curarsi dei carnefici” e ad andare avanti per la loro strada? Non sarebbe meglio interrogarsi sul “perché” di questi gesti e su ciò che ci rivelano della società contemporanea?
I bambini e gli adolescenti possono essere crudeli. Anche quando tutto comincia un po´ per gioco. Quando il bulletto di turno vuol sentirsi più forte degli altri e cerca di attirare l´attenzione generale prendendo in giro un compagno o una compagna di scuola. Quando gli amici lo seguono per divertirsi anche loro. Quando i più fragili e i più vulnerabili cominciano ad aver paura e diventano vittime di un meccanismo perverso che, se non viene interrotto, non smette di autoalimentarsi. Ecco allora che dalle derisioni si passa alle umiliazioni, dalle minacce alle aggressioni… magari filmate col cellulare e poi trasferite su Internet, dove con un semplice “clic” si può poi guardare di nuovo tutto e ridere ancora. Tanto nessuno saprà mai chi ha fatto circolare questi video (che per anni restano su Google) o chi utilizza veramente Facebook per diffondere dubbi, falsità o calunnie. Anche se, col passare del tempo, sono sempre più numerosi quelli che non si divertono affatto. Bambini e adolescenti che si isolano, si vergognano, non dormono la notte, pensano di farla finita con la vita…
Molti adulti continuano a pensare che l´universo dell´infanzia è un mondo fatto di innocenza e di gioco. Che la compassione di fronte alle sofferenze è un sentimento naturale. E che anche quando qualcosa non funziona, col tempo tutto si rimetterà a posto. Peccato che, come ci spiega Freud nei “Tre Saggi sulla teoria sessuale”, da bambini non si ha ancora la capacità di immedesimarsi negli altri e di compatire la loro sofferenza. Le famose “dighe psichiche”, le tre barriere essenziali che strutturano ognuno di noi permettendoci di trovare un equilibrio di fronte alla violenza dei nostri istinti, non ci sono ancora. E spetta agli adulti insegnare ai più piccoli il significato del pudore, del disgusto e della compassione. Soprattutto la compassione… quella che dovrebbe spingere ognuno di noi ad essere sensibile di fronte alle ingiustizie, a ribellarsi davanti al dolore inutilmente inflitto, e a non fare mai agli altri quello che non vorremmo che ci fosse fatto… Come fare, però, ad insegnare la compassione in un modo in cui la crudeltà viene banalizzata, in cui si impara a farla franca e a restare impuniti e in cui i ragazzi, lasciati soli davanti ad Internet e ai videogiochi, confondono sempre di più la realtà e la fiction? Nell´era di Facebook tutto si virtualizza. È difficile capire che i propri gesti possono avere delle conseguenze irreparabili. Che la sofferenza non si cancella come una frase scritta al computer. E che il rispetto e la civiltà sono valori molto fragili.
La barbarie, diceva Freud, è un “tratto indistruttibile” della natura umana, una tentazione sempre presente in ognuno di noi. Compassione ed empatia non sono innate. Se non si prende la pena di insegnarle ai nostri figli e ai nostri alunni, sensibilizzandoli alla sofferenza degli altri, spiegando loro la conseguenza di certi gesti, non si potrà fare niente contro il bullismo. Alcuni bambini sono semplicemente incapaci di rendersi conto di quello che fanno. Di capire che potrebbero trovarsi loro al posto delle vittime. E che queste vittime non si divertono e soffrono veramente. Perché non sono come gli avatar di un videogioco, ma bambini in carne ed ossa come loro. Il primo compito dei genitori e degli insegnanti non è d´altronde proprio di spiegare ai più piccoli come funziona la realtà?

La Repubblica 07.06.11

"La Chiesa, il voto e il Pd", di Pierluigi Castagnetti

«Il vento cambia», dice un manifesto del Partito democratico.
Si potrebbe dire che è già cambiato. Nelle città in cui si è votato hanno vinto pressoché sempre i candidati che segnavano il cambiamento e l’alternativa al berlusconismo. Sia che fossero solidi e storici esponenti della sinistra (Torino), o gaffeur incalliti (Bologna), o esponenti di movimenti più a sinistra o radicali (Milano, Cagliari, Napoli), o esponenti riconoscibili della tradizione cattolico-democratica (Pavia e Novara), o addirittura esponenti di partiti di centro sostenuti dal Pd (Macerata, Mantova, Olbia).
Il malessere sociale, il divario fra le priorità dei cittadini e quelle del governo, ma non solo, hanno creato una reazione, un risveglio civico assolutamente incontenibile.
Se si pensa alla lunga campagna politica del Pd contro l’assenza del governo nazionale su tutte le questioni che interessano l’Italia e gli italiani, si può ben dire che è legittima la sua rivendicazione di gran parte del merito per un tale clamoroso cambio di direzione del vento.
L’analisi, impeccabile e sobria, l’ha fatta ieri Bersani nella direzione nazionale del partito.
In questa sede vorrei occuparmi di un tema per nulla marginale, quantunque ancora non affrontato: il rapporto della Chiesa italiana con questo risultato, con questo cambio di direzione del vento. Qualcuno ha accennato (il Corriere della Sera di domenica scorsa, per non parlare dei giornali della destra che ne hanno parlato come sempre in termini grevi e insultanti) al ruolo che avrebbe avuto il cardinale Tettamanzi a Milano. «Mi attribuiscono ruoli politici, ma io mi limito a leggere il Vangelo», ha risposto in termini apparentemente disarmanti l’Arcivescovo. In effetti è proprio così, il Vangelo è così “altro” da disarmare chiunque lo sfogli senza pregiudizio. E lui, Tettamanzi, in una città che sembrava ipnotizzata dagli idola paganeggianti di questo tempo, ha ritenuto e non da oggi di dover semplicemente sfidare l’impopolarità con le parole antiche eppure attuali del Vangelo. Lo hanno aggredito mediaticamente, e non solo, insultato, strattonato in modo spesso volgare al punto da costringere il direttore di Avvenire a intervenire in sua difesa ben due volte negli ultimi giorni, ma lui non si è mai scomposto, anzi ha sempre ribadito con candore e convinzione le parole del Vangelo. Indicando indirettamente a tanti suoi confratelli la via, cioè l’attualità di quella Parola se proclamata e testimoniata nella sua semplice integrità.
Stiamo parlando, è il caso di sottolinearlo, di un vescovo la cui biografia non consente a nessuno di classificarlo come “di sinistra”, prova ne è il lungo lavoro al fianco del cardinal Ruini come segretario della Cei. Se questa sua testimonianza nella cattedra ambrosiana abbia avuto qualche influenza nella vittoria di Pisapia non sono in grado di dire, escludo che possa averlo avuto in modo diretto o anche solo intenzionale.
Certo è che quella lezione, il Vangelo, ha la forza di aprire i cuori e rendere libere le coscienze e, dunque, qualche effetto in questo senso lo avrà prodotto, in quella capitale degli affari del paese, esortata dal suo cardinale a ritrovare la via e l’ambizione di esserne anche capitale morale.
Ma Tettamanzi ha parlato a Milano. E al resto del paese chi ha parlato ? Ha parlato tutta la Chiesa guidata dal cardinale Bagnasco.
Se è vero, come ritiene la maggioranza degli osservatori e lo stesso Berlusconi, che il feeling tra il cavaliere e il paese ha subito un colpo micidiale dalle vicende Noemi– Daddario–Minetti–Ruby è soprattutto vero che la botta più inaspettata e decisiva è venuta dalla Chiesa, che è passata dalla «contestualizzazione » del peccato di monsignor Fisichella al giudizio che non ammetteva appello della Segreteria di stato prima e della presidenza della Cei poi. Mai era stato espresso giudizio più tranciante sugli esiti del berlusconismo: il paese che si trova in una condizione di «disastro antropologico » – è stato detto dalla Cei – ha necessità di una nuova e profonda «alfabetizzazione etica». Una sentenza senza attenuanti che è risultata oggettivamente assai influente nel cambiare il paradigma valutativo, che sembrava inossidabile, in quella parte del paese (anche dei non credenti), che considera punto di riferimento sicuro e autorevole nei momenti di sbandamento la parola della Chiesa.
Il Pd su questo dovrebbe riflettere, rinunciando a giudizi superficiali.
Sbaglierebbe, infatti, se ritenesse di trovarsi di fronte a una “svolta politica” della Chiesa. Non è così. È vero che il cardinal Ruini aveva una ben precisa, e persino rivendicata, strategia politica che lo ha portato a collocare anche in situazioni imbarazzanti la Cei a fianco del centrodestra.
Il cardinal Bagnasco invece non sembra muoversi con un disegno politico. Il suo appare sempre più un disegno squisitamente pastorale, che lo induce oggi a dissociare le sorti della Chiesa da quelle di Berlusconi il cui declino viene ritenuto inarrestabile, ma non lo porta a considerare la sinistra come parte politica capace di opzioni apprezzabili sui temi che stanno a cuore alla Chiesa. Per la sinistra, in specie per il Pd, si pone allora il problema non tanto di aprirsi a scelte “confessionali”, ma più semplicemente di decidere se ritiene di disinteressarsi del tutto di ciò che sta avvenendo nella Chiesa italiana o al contrario se cercare un dialogo, un’interlocuzione, ovviamente in termini di reciproca autonomia e trasparenza, con questa Chiesa “depoliticizzata”, e pur sempre assai interessata alla condizione di sofferenza e disorientamento della società italiana. Ciò che il Pd deve comprendere è che non si tratta di “aprire al centro” ritenendo che ciò risolva il problema: io penso che lo si debba fare ma per ragioni politiche, non certo per conquistare la Chiesa.
Si tratta piuttosto, a mio avviso, proprio ora che si enuncia la necessità e la volontà di un “ricominciamento” progettuale, culturale ed etico, di scegliere in modo non strumentale e trasparente, dunque laico, il pensiero cristiano e il magistero della Chiesa come interlocutori ineludibili. Nella consapevolezza peraltro che, come si vede già da alcuni importanti segnali nel dibattito postelettorale della destra, da quella parte la stessa esigenza è già in agenda. Per questo io penso che il solo anno che probabilmente ci separa dalle prossime elezioni politiche non sarà per nulla in discesa e privo di dilemmi che non potranno essere elusi. E questo che ho indicato per il Pd sarà uno dei più impegnativi.

da Europa Quotidiano 07.06.11

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“Lista unica con Sel e Di Pietro scelta vincente col Nuovo Ulivo”, di Simona Poli

D´Alema e Veltroni ci hanno fatto vincere, perdere, sognare. Ora Bersani guardi alle nuove esperienze. Non funziona il Pd all´acqua di rose. Invece di inseguire alleanze con Udc e Terzo polo noi dovremmo concentrarci sul rafforzamento dell´asse con Sel e Italia dei Valori: le amministrative dimostrano che dove corre unito il centrosinistra viene premiato». Non ha dubbi il presidente della Toscana Enrico Rossi: la ricetta per vincere le elezioni politiche si chiama Nuovo Ulivo, una formula usata di recente anche da Romano Prodi.
D´Alema non la pensa come lei, anzi dice l´opposto. E anche Bersani lascia la porta aperta a possibili intese con Casini. Sbagliano entrambi?
«È giusto dialogare con l´Udc sui temi costituzionali e le grandi riforme ma non fare di questo il punto centrale del nostro lavoro. La priorità sono le cose da fare, le proposte, i programmi, la scelta dei candidati con le primarie e soltanto dopo le alleanze. E poi, attenti: il giorno in cui Berlusconi si ritirasse davvero ritengo assai probabile che Casini e Fini giocherebbero la loro partita nel centrodestra. Non servono tatticismi, l´impegno prioritario è compattare le forze di opposizione che possano riconoscersi in quello che chiamo Nuovo Ulivo».
In caso di primarie Bersani e Vendola potrebbero sfidarsi.
«Facciamo un passo per volta, quando si porrà il problema lo affronteremo. Bersani esce rafforzato da queste elezioni ed è il nostro leader naturale. Io l´ho sostenuto fin dall´inizio, non lo dico certo da ora, sta scritto nello statuto del Pd. E meno se ne parla meglio è».
Non le piace il Pd annacquato, dice. Lo vorrebbe più rosso?
«Non invoco certo il ritorno ai simboli del passato, in Italia il muro di Berlino è caduto fin troppo tardi. Ma oggi al primo posto c´è la questione sociale, che è la vera e propria emergenza. Il socialismo di Blair ha fallito proprio perché si è lasciato attrarre dalle sirene del liberismo. Così la sinistra ha perso buona parte dei suoi riferimenti, soprattutto nel mondo del lavoro».
Vendola sottoscriverebbe al volo.
«In Toscana ce lo abbiamo un cattolico che ha fatto proprie le battaglie sociali ed è La Pira: ha requisito le case per gli sfrattati e difeso posti di lavoro. La politica è anche passione, non lo scordiamo, e deve saper parlare al cuore. Dietro al risultato elettorale c´è chi non ne può più di Berlusconi e dei suoi eccessi ma c´è anche una questione di disagio sociale, perché la crisi comincia veramente a colpire. Abbiamo stipendi fermi a 1000-1200 euro, quattro milioni di precari, decine di migliaia di operai in cassa integrazione, un mondo di partite Iva composto da supersfruttamento e 250 miliardi di evasione fiscale. Il Pd deve stare dentro a questo movimento della società ed elaborare proposte serie».
Renzi sostiene che più dei partiti conti la personalità del candidato.
«Non sono d´accordo. Bisogna utilizzare bene le primarie e lavorare per avere partiti forti e organizzati che siano davvero un luogo di discussione e formazione. Queste elezioni ci insegnano che il partito del padrone subisce una sconfitta, a Milano Berlusconi perde metà preferenze».
Serve un rinnovamento nel partito, almeno?
«Non c´è dubbio. D´Alema e Veltroni sono i dirigenti che ci hanno fatto vincere, perdere, anche sognare. Ma adesso c´è bisogno di un ricambio, Bersani deve guardare alle esperienze nuove sul territorio, agli amministratori che abbiano dimostrato di avere capacità e di sapere far bene politica».

La Repubblica 07.06.11

"La posta in gioco della sinistra", di Mario Pirani

La prima volta che ho votato correva l´anno 1947. Da allora infinite volte la mia generazione si è recata alle urne e ha fatto l´abitudine all´alternarsi – a seconda della propria collocazione – di giornate speranzose a ritorni di profondo sconforto.Talvolta, peraltro, primavere fruttuose si estendevano per più di una legislatura e il nostro Paese conosceva Repubblica e Costituzione, ricostruzione e miracolo economico, le riforme del primo centro-sinistra, l´approdo all´Europa unita. Se ricordo queste tappe non è per abbandonarmi ad un compiacimento cronologico ma per respingere la tentazione emozionale che vedo emergere talora a sinistra di leggere le elezioni del 29 maggio come qualcosa di assolutamente nuovo, staccato dal passato e soprattutto dalla Storia, con alle spalle un periodo buio e negativo, senza lasciti da conservare o personalità da apprezzare. Varrebbe anche per noi e non solo per il Nuovo Messico, l´epigrafe di Cormac McCarthy, “questo non è un paese per vecchi” ?
Eppure né uomini né cose stanno così. Certo, il quindicennio berlusconiano è il peggiore che abbiamo attraversato in tutta la nostra vita , tanto che alla fine tememmo di non arrivare in tempo (almeno per la nostra biografia) all´appuntamento con l´atteso ritorno della “felicità della democrazia”, per dirla con quell´ indovinato titolo apposto al dialogo di Ezio Mauro con Gustavo Zagrebelsky (ed. Laterza). Quella “felicità” del 2 giugno ´46 quando vinse la Repubblica o del 7 giugno del ´53 col fallimento della legge truffa o del 12 maggio del ´74 quandò trionfò il divorzio.
Vivere, per contro, la vittoria odierna come un drastico disconoscimento dei padri, disancorata dalla storia passata, priva, quindi, da ogni implicita responsabilità ereditata, con masse in preda non alla felicità ma alla euforia degli inconsapevoli può comportare pericoli non avvertiti. Uno di quei casi, come intimava Stalin ai suoi adepti, in cui la “vertigine del successo” può condurre al suo rapido e inatteso rovesciamento.
Cerchiamo, quindi, di analizzare a mente fredda qualche punto del quadro attuale, partendo dalle straordinarie affermazioni di Milano e Napoli ma contestando l´ipotesi che esse racchiudano in sé il compiuto significato della vittoria della sinistra. Ora, almeno altrettanto apportatrice di un rovesciamento straordinario della realtà precedente sono quelle bandiere del Pd e dei suoi alleati issate su tutte le torri civiche dei capoluoghi di Regione del Nord e del Centro, nessuna esclusa. Un ritorno a lontane primavere rivissuto da generazioni che forse non ne hanno neppure il ricordo ma che da quell´album di famiglia discendono. Un discorso anche culturale da ricomporre come un puzzle. Non è una operazione facile e presuppone la consapevolezza di alcune verità che l´euforia dilagante può mal sopportare. In primo luogo il rovinoso declino del Pdl e l´erosione della Lega portano la firma di Berlusconi e Bossi, nel senso che gli errori politici, i comportamenti indecenti, i disegni esclusivamente personali, le parole scriteriate del primo e la remissività sostanziale del secondo, contraddittoria con le ragioni fondanti del suo movimento, hanno finito per provocare un´esondazione da risentimento diffusa in tutta la Padania con un´onda lunga che ha raccolto nuova linfa nella Capitale del Mezzogiorno e in Sardegna. Dico questo non per smorzare gli entusiasmi ma perché è indispensabile tener presente che le vittorie amministrative non si sono mai tradotte per automatismo in vittorie nelle elezioni politiche. Tanto più oggi quando non vi è stato un rinnovamento generale della sinistra ma un crollo autoprovocato della destra. I voti confluiti a sinistra da questa parte vanno considerati al massimo un prestito condizionato.
Un passo avanti di qualità davvero innovativa, peraltro, la sinistra nel suo assieme l´ha fatto ed esso rappresenta un apporto proprio, un valore aggiunto decisivo per un risultato così esteso. È un apporto dovuto ai Vendola, ai Pisapia, ai de Magistris che sono riusciti ad imprimere e ad imporre la contendibilità se non del Pd, almeno dello schieramento di cui resta parte essenziale. Ne avevamo indicato invano a suo tempo l´indispensabilità democratica per liberare il nascente partito riformista dai lacci e lacciuoli burocratico-politichesi che ne avrebbero soffocato ogni slancio creativo. Sono prevalse, invece, fino a ieri miserrime competizioni per piccoli poteri spartitori, con delusione dei militanti residui. Fino a quando una operazione intuitiva e senza regole precostituite che ha unito – questa sì – Napoli e Milano, Cagliari e Torino, organizzazioni di partito e coalizioni estemporanee, ha dato vita ad una inedita Opa che con grandissima e positiva sorpresa ci ha fatto riscoprire la permanente esistenza di un substrato politico e valoriale, pronto al risveglio se si sente coinvolto.
Mantenere, consolidare, allargare questo capitale fino a ieri inespresso è la posta in gioco cui è chiamata la sinistra se vuole riproporsi per il governo del Paese. Impresa ancora ardua perché non sono state rimosse le cause che portarono ai passati rovesci del centro-sinistra e che l´elettorato non ha dimenticato. Anche coloro che oggi hanno cambiato opinione per votare un sindaco, non è affatto detto siano già convinti a ripetere la scelta se la prospettiva di governo resterà incerta, confusa e litigiosa. Non credo, però, che il fulcro del dissidio siano le alleanze: se il Pd con il Terzo polo o con le nuove sinistre o con tutti e due. No, lo scoglio più impervio sarà il populismo che non è una brutta parola ma un appeal potente di consenso e aggregazione, soprattutto nei periodi di crisi economica grave. Esso si mescola allora con la richiesta forte di rottura, con il rifiuto delle compatibilità economiche preesistenti, con rivendicazioni comprensibili per la sete di giustizia sociale sottostante. A volte gonfia il vento delle sinistre radicali, come oggi in Italia , più sovente accompagna sconvolgimenti di massa con spostamenti inversi, dalla sinistra democratica e socialista verso le destre estreme. E´ quanto sta avvenendo in Europa, dall´Olanda alla Scandinavia, dalla Francia all´Austria e all´Ungheria che ha sconciato l´entrata nell´Ue con una riforma costituzionale parafascista, fino al paradosso della Spagna dove le piazze fitte di giovani “indignati”, impoveriti, incerti sul futuro si accompagna col trionfo di destra nelle amministrative.
Il dilemma si porrà subito anche per noi: giovani disoccupati, precari, nuovi poveri, operai su cui incombe la crisi chiederanno provvidenze almeno di mantenimento in un periodo in cui per sfuggire alla sorte della Grecia, gli italiani saranno chiamati ad uno sforzo fiscale aggiuntivo e non lieve (40 miliardi di euro all´anno). La sinistra è in grado di dare una risposta socialmente accettabile ed economicamente sostenibile? Le ali radicali saranno in grado di liberarsi senza perdere di slancio di un Dna condizionato dal populismo? Un difficile cammino di ripresa e sviluppo è stato indicato dal governatore Draghi. Le risposte politiche ed economiche della sinistra sono però tutte da scrivere. Altre volte ne è stata capace, con la solidarietà dei patti sociali e con i duri impegni per agganciarsi all´euro. Frattanto la destra, terrorizzata dalla sconfitta, orfana di Belusconi e liberatasi dei rigori di Tremonti, potrebbe moltiplicare le risposte populiste anti-europee, esaltando il razzismo e la chiusura nazionalista. Grandi responsabilità e tempi difficili gravano sui vincitori delle ultime elezioni.

La Repubblica 07.06.11

"Ora Bersani guarda a palazzo Chigi", di Rudy Francesco Calvo

Il segretario del Pd incassa il risultato della vittoria elettorale: tutto il partito è con lui. Pier Luigi Bersani sa di aver conquistato una centralità che sembrava lontana fino a poco tempo fa. Centralità del Pd nel dibattito politico, certificata dalle ultime elezioni amministrative.
Centralità all’interno del suo partito, dimostrata dal voto unanime alla sua relazione a conclusione della direzione di ieri. Ha tenuto ferma una linea (il Pd come perno di uno schieramento di “ricostruzione” dalle macerie post-berlusconiane), con progressive lievi correzioni di rotta, che lo hanno avvicinato alla minoranza interna e, soprattutto, alle esigenze avvertite dagli elettori.
Difficile dire oggi (come continua a fare la destra) che il Pd non ha vinto le elezioni.
Per Bersani è più facile rivendicare «la scelta di mettere il Pd al servizio di una riscossa civica e dei candidati del centrosinistra», riuscendo a intercettare un movimento nato con le manifestazioni di donne e giovani, senza volerlo cavalcare, ma seguendolo nel suo percorso.
In questo senso, Bersani abbandona anche le tentazioni politiciste che qualcuno gli attribuiva di un accordo “di vertice” con il Terzo polo (e fa più notizia il fatto che anche D’Alema ieri abbia rimbrottato i centristi). Il segretario parla piuttosto di un Pd come «primo partito italiano » (e i sondaggi iniziano a confortarlo in proposito), ritenendo secondario il fatto che la congiunzione con altre aree avvenga «tra elettori o tra forze politiche».
I dem hanno abbattuto gli steccati e tanto basta. E anche guardando a sinistra non esistono timori di essere “scavalcati”, tanto da forzare la mano su Vendola, chiedendo «un patto chiaro ed esigibile» anche su temi delicati come la politica estera. Mentre alle tentazioni antipolitiche di grillini e dipietristi Bersani oppone un solido piano di riduzione dei costi della politica, a partire dai vitalizi di parlamentari e consiglieri regionali.
Che si chiami «vocazione maggioritaria» o, come preferisce il segretario, «investimento sul Pd», è su questa linea che il partito si è ricompattato. Ed è su questa linea che proseguirà il proprio lavoro nei prossimi mesi, senza dare per scontato (e non lo fa proprio Bersani per primo) che sarà sempre così: «Saluto con grande soddisfazione l’unanimità sulla mia relazione – ha chiarito – ma non ci aggiungo nessuna considerazione di carattere politico: la prossima volta potrà anche non essere così».
Nell’immediato, l’obiettivo dei dem è il raggiungimento del quorum ai referendum. Poi una nuova riunione della direzione preparerà uno dei due appuntamenti autunnali, quello dedicato all’organizzazione del partito. Ad anticiparlo sarà una discussione molto ampia che coinvolgerà la base: un modo per mettere al sicuro le primarie, che partendo da questi presupposti difficilmente potranno subire particolari restrizioni. Sempre per l’autunno è fissata una convention, che farà la sintesi del lavoro programmatico dei mesi scorsi: da qui uscirà quel programma «chiaro ed esigibile» basato su «un patto democratico e un nuovo patto sociale e dei saperi», sulla base del quale il Pd si confronterà con i possibili alleati.
Una road map che conduce fino alle prossime elezioni politiche, trovando eventualmente i dem già pronti per il 2012. Ma Bersani sa bene che anche le sue quotazioni da candidato premier oggi sono più alte che mai. Lui continua a mettere davanti alle persone «il progetto», ma non nega che la sua strada ormai è libera da eventuali «congressi scimmiottati» (il riferimento è alla “verifica” prospettata da Mo- Dem prima del voto). Fioroni, al massimo, chiede il passaggio attraverso le primarie, indicando comunque lo stesso Bersani come candidato di «un gruppo dirigente unito e coeso». Mentre le amministrative hanno dimostrato che gli elettori rifiutano ormai le strumentalizzazioni sulla storia delle persone: forse il centrosinistra non ha più bisogno di un candidato premier “moderato”.

Da Europa Quotidiano 07.06.11

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“Bersani: il Pd sarà il pilastro dell´alternativa”, di Giovanna Casadio

Scontro con Vendola. D´Alema: dal Terzo polo “furbizie”. L´Udc: sei come Berlusconi. Il segretario Pd chiede “affidabilità” I big discutono la riforma elettorale.
Mai successo nei venti mesi della sua segreteria: Bersani prende il microfono e il “parlamentino” del partito al completo lo applaude. Uniti questa volta. E all´unanimità passerà, alla fine, la sua relazione. Pd galvanizzato quindi dai «risultati eccellenti delle amministrative»: così li definisce Bersani, carico e rilassato, camicia grigia e cravatta rosso scuro. C´è spazio per le battute («Nel rilancio del Pdl l´unica cosa giovane sono i capelli di Berlusconi»); per l´analisi («Giusto mettere il Pd al servizio di una riscossa civica e dei candidati di centrosinistra»); per le proposte («Adesso il Pd deve investire nel risultato ottenuto concentrandosi su referendum, programma per l´alternativa, consolidamento del partito»).
Ma è sull´orgoglio dei Democratici che il leader punta e assicura: «Vogliamo essere il primo partito italiano, si apre una fase nuova per il paese». È tempo di prepararsi al voto politico, che è la strada maestra, senza tuttavia escludere un «breve» esecutivo per la riforma elettorale. Cosa che sta a cuore a tutti, tanto che domani è stato convocato un “caminetto” del big per decidere quale sarà la proposta democratica. Tempo anche di pensare al “dopo”, al governo del paese. Bersani qui va all´attacco: niente Unione, nessuna «carovana», gli alleati, in particolare quelli di Sel, devono mostrarsi affidabili. È la miccia che innesca lo scontro con Nichi Vendola, che governa con il Pd la Puglia e non può tollerare si dimentichi che Pisapia, il neosindaco di Milano, e Zedda, il neosindaco di Cagliari, sono appunto di Sel: «Da Bersani una dichiarazione pelosa – accusa Vendola intervistato a Repubblica-tv – e un po´ meschina». Il segretario replica: «Nessuno vuole fare il maestrino ma ci vuole un patto chiaro e esigibile con il paese». Vendola infine si dichiara soddisfatto. Incidente chiuso ma nervi tesi. Tensione anche con l´Udc. A provocarla è D´Alema che difende l´ipotesi di governo di transizione, polemizza con l´Unità, invita a non fare gli errore del ‘93-´94 (vinte le comunali, la sinistra perse le politiche), e critica «le pigrizie e le furbizie» del Terzo Polo i cui elettori si mischiano, sono più avanti. Sul sito dell´Udc un post-it paragona D´Alema a Berlusconi che voleva tirare con sé gli elettori centristi: entrambi fanno un «errore fatale».
Molta la carne al fuoco nel Pd. Bersani promettere di «mettere in sicurezza» le primarie. Dalla platea ironizzano: meglio dire che le primarie sono una sicurezza. Pippo Civati e i rottamatori presentano un bel documento sulle «dieci domande democratiche»: ricambio, primarie, accompagnare il vento del cambiamento. Beppe Fioroni afferma che potrebbe andare bene Bersani candidato premier ma non perché lo vuole lo statuto, bensì se «il partito sarà coeso sulla proposta politica». Sembra un´offerta. «Bene Pierluigi, ora il partito al centro di un nuovo ciclo politico», esorta Veltroni. A questo punto c’è chi ipotizza un allargamento della maggioranza che inglobi pure i Modem (Fioroni, Veltroni, Gentiloni), la minoranza. Sul partito si terrà «una conferenza» per parlare di primarie, organigramma, organizzazione locale. Tema scivoloso. Drammatica è la situazione al Sud, a Napoli, in Calabria, dove il Pd ha perso ed è balcanizzato. Il commissario del partito calabrese Musi ieri si dimette. Meta commenta: «Bersani ha fatto un capolavoro al nord ma è ora di rifondare il partito al sud». Ci sarà un´assemblea di amministratori e giovani del Meridione. «È in campo una proposta per i giovani e le donne», chiosa Anna Finocchiaro.

La Repubblica 07.06.11

"Nucleare e acqua privata. Ecco tutto quello che la propaganda non dice", di Roberto Brunelli

Esiste il nucleare sicuro? Troppo facile rispondere: chiedete agli abitanti di Fukushima. Però, c’è un aspetto per il quale la lezione nipponica è determinante: ed è l’aspetto umano. Tecnici che non avvertono dei rischi segnalati per tempo, l’immensa difficolta di uno dei paesi più tecnologici al mondo di affrontare l’emergenza, omissioni e omertà ad altissimo livello, scientifico e aziendale. E allora, la risposta potrebbe suonare così: anche se esistesse il nucleare sicuro (e non esiste), è l’umanità che è troppo «insicura » per poterselo permettere. Ma sono tante le domande che i referendum del 12 e 13 giugno portano con sé, dall’acqua privata o pubblica al legittimo impedimento. E meritano risposte precise. Proviamo a vedere, al di là di stereotipi e posizioni preconcette.E così torniamo alla nostra prima domanda.

Esiste un nucleare sicuro? No, oggi sicuramente no. È di ieri la notizia che per la prima volta sono state rinvenute tracce di plutonio fuori dalla centrale di Fukushima. Probabilmente il territorio colpito non potrà essere abitato per almeno altri cinquant’anni. Si fa un gran parlare di centrali della quarta generazione, capaci di gestire la questione dello smaltimento delle scorie. Ma nel caso di un ritorno al nucleare quelle da costruire sarebbero impianti di terza generazione, ed è ovvio che l’onere dello smaltimento delle scorie si abbatterà sulla cittadinanza del territorio. Èbene sapere che il 20per cento dei reattori attualmente in funzione si trova in aree sismiche e che i danni per la popolazione derivanti da un incidente in una centrale nucleare si trascinano per generazioni: le mutazioni derivate dal disastro di Cernobyl, per esempio, si trasmettono geneticamente.

È vero che il nucleare permetterà ai cittadini di avere delle bollette più basse? No. Un impianto nucleare costa tra gli 8 e i 10 miliardi di euro, e ovviamente sono imponderabili i costi legati allo smantellamento e la messa in sicurezza delle scorie, senza parlare delle conseguenze di eventuali incidenti. A parte il fatto che secondo i dati del dipartimento per l’energia degli Stati Uniti il nucleare è già il più caro (11,15 cent/kwh cv contro i 9,61 dell’eolico e gli 8,03 del gas), il nucleare viene considerato spesso una fonte per generare energia elettrica a basso costo. In realtà per individuareunquadro completo dei costi è necessario allargare la visione all’intero ciclo di produzione. Ossia, va considerato anche il costo dello smantellamento di una centrale, la bonifica del territorio e lo stoccaggio delle scorie radioattive. Basti sapere che per costruire la centrale nucleare Usa di Maine Yankee negli anni ‘60 sono stati investiti 231 milioni di dollari correnti. Per smantellarla sono necessari 635 milioni di dollari. Infine, gli esperti mettono l’accento sul fatto che i costi legati al nucleare rimarrano stabili o addirittura aumenteranno (si pensi, per esempio, al fatto che per un paese come l’Italia, che non ne dispone per conto proprio, sarà necessario importare l’uranio: che finirà, prima o poi, proprio come il petrolio). Questo mentre il costo, con investimenti inizialmente sostenuti, per il sostentamento le energie alternative, a cominciare dal fotovoltaico, nel tempo è destinato a diminuire.

Senza il nucleare siamo«meno europei»? Beh, è unfatto che la Germania, governata dalla democristiana Angela Merkel, abbia appena deciso di abbandonare il nucleare, né è un caso se la Francia, che ospita attualmente 58 centrali nucleari attive, sia seriamente tentata di farne a meno: il 62% dei nostri vicini transalpini vuole che il paese ne esca progressivamente (in 25-30 anni), mentre il 15% vorrebbe un’uscita immediata.

Capitolo acqua. Quali sono i vantaggi per i cittadini se la gestione dei servizi idrici avrà una corsia preferenziale per i privati? Nessuno. A parte la questione morale generale, secondo cui l’acqua di per sé deve rimanere il bene pubblico per eccellenza ed esser sottratto a logiche di mercato, è comunque assai dubbio che un suo parziale passaggio ai privati possa comportare un risparmio per la collettività. Vediamo perché. Tra gli altri, il referendum propone l’abrogazione del decreto per la parte che dispone che la tariffa per il servizio idrico sia determinata tenendo conto dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito. Detto così pare arabo, ma la sostanza è che la normativa permette al gestore del servizio idrico di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito: ebbene, cominciamo col dire che non vi è nessun collegamento a logiche di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio stesso. Detto ancora più in chiaro, la bolletta includerà, oltre ai lavori ordinari, anche gli utili delle aziende. Ovviamente, tutto il costo della gestione del servizio, compresi gli investimenti, è scaricato in bolletta. Dopodiché, oggi come oggi l’acqua in Italia costa circa un euro ogni mille litri, accessibile alla quasi totalità della cittadinanza praticamente senza limiti. È vero che la rete idrica del Bel Paese perde circa 40 litri ogni cento (ogni giorno circa 104 litri per abitante, il 27% di quella prelevata), ma gran parte di ciò che si perde comunque rientra in falda, e dunque torna agli acquedotti. Certo, nel campo dell’agricoltura va perduto circa il 60%, ma è praticamente impossibile che un qualsivoglia privato possa o intenda affrontare una spesa per ristrutturare la rete idrica nazionale che secondo il Conviri (commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche), supera i 64 miliardi di euro nei prossimi trenta anni.

È vero che laddove è stata attivata la gestione privata si sono abbassate le tariffe? Ovvio che no. Anzi. Basta confrontare le tariffe della gestione privata con quelle pubbliche. Risultato? Nel primo caso sono aumentate del 12% rispetto alle previsioni, nel secondo il dato è rimasto quasi costante (solo l’1% in più). Per esempio, si segnalano significativi aumenti in bolletta in Calabria, ad Agrigento, a Latina, dove gli acquedotti sono passati ai privati. Le bollette di Milano e Roma, al contrario, nello stesso tempo sono rimaste quasi invariate.

Legittimo impedimento: è vero che esiste anche negli altri paesi europei? No. Esiste l’immunità parlamentare, per esempio in Germania, Belgio, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito. In Francia e in Spagna è limitata ai reati commessi nell’esercizio della funzione. In Portogallo l’immunità non vale nei casi di flagranza di reato. In Italia il legittimo impedimento permette al premier di non presentarsi ai processi perchè impegnato in attività di governo, preparatorie o consequenziali. La Consulta ha imposto modifiche di rilievo, conferendo il potere decisionale al giudice anziché al premier. Si vota per confermare la legge nella versione “riformulata” o cancellarla del tutto.

L’Unità 07.06.11